mercoledì 15 maggio 2013

l’Unità 15.5.13
Epifani: «Sosteniamo con forza il governo»


il Fatto 15.5.13
Ecco gli uomini del nuovo segretario


NON HA (ANCORA) delle truppe organizzate dietro di sé, il neosegretario Pd Guglielmo Epifani. D’altra parte il suo passato non è nel partito e nei suoi vari antenati. Qualche uomo di fiducia su cui contare comunque c’è. Sono quelli che gravitano intorno al Laboratorio politico della sinistra, giovane Fondazione voluta da Pietro Folena, storico segretario della Fgci, poi responsabile Organizzazione nei Ds, finito prima nel Prc e poi nella Sinistra Arcobaleno, per riscriversi al Pd nel 2009. Potrebbe essere lui uno degli uomini della costituenda segreteria di Epifani. Vicini all’ex leader della Cgil sono anche Sergio Gentili, coordinatore del Forum ambiente dei Democratici e Carlo Ghezzi, direttore generale della Fondazione Di Vittorio. Si parlò di una “corrente Epifani” a febbraio, quando i tre organizzarono un convegno a Roma per discutere della necessità di “ri - orientare” il Pd, di farlo diventare “una forza d’opposizione al liberismo”. In quell’occasione aderirono il responsabile Economico Stefano Fassina, e il governatore della Toscana Enrico Rossi (che però ha già chiarito che il mandato dell’ex segretario Cgil dev’essere a termine). Tra i neo eletti vicini al nuovo segretario c’è anche Valeria Fedeli. Arriva dalla Cgil. ora è vice presidente del Senato. Ma, a proposito di big, l’asse privilegiato finora Epifani ce l’ha avuto con Bersani. E con i suoi, che l’hanno voluto nella veste di traghettatore. Bisognerà vedere però se ora sono tutti pronti a salire sul suo carro.

il Fatto 15.5.13
Le ineccepibili scelte del Pd

Chi si ricorda la manifestazione di Roma organizzata dalla Cgil di Cofferati che vide la presenza di circa tre milioni di persone? Se in quel momento il Pd si fosse messo nelle mani dell’allora segretario sindacale avrebbe disintegrato la destra becera, antidemocratica ed esponente autorevole della sottocultura in tutta Europa, una destra che ci fa vergognare d’essere italiani ogni volta che ci rechiamo all’estero. Era cosa fatta, se la nomenklatura del partito che una volta era di sinistra senza centro, gli avesse dato la leadership. Invece Cofferati venne immediatamente messo ai margini della tolda di comando dai soliti noti distruttori di ideali e di sogni. Ora, il suo sostituto Epifani, viene innalzato alla segreteria del partito. A fare che? Quando avevamo a disposizione un trascinatore di folle, uno con le idee chiare su cosa fare, l’abbiamo messo ai margini, ora che abbiamo una specie di pesce lesso, agli alti dirigenti non è sembrato vero metterlo lì dove continuerà a fare quello che ha fatto negli ultimi anni per avere finalmente un paese più pulito e più onesto: niente!
Paolo Sanna Bosa

il Fatto 15.5.13
Il tutore del governo
Enrico Letta ha un altro zio: abita al Quirinale
Dal Quirinale consigli continui al premier
La priorità, “sminare” Berlusconi
di Fabrizio d’Esposito


Nel timore che il Cavaliere dia in escandescenze e faccia saltare l’esecutivo, Napolitano esercita un pressing asfissiante sul premier. Telefonate incessanti con Quagliariello, Saccomanni e Cancellieri

Il Lord Protettore e il Caro Premier insieme per “sminare” l’Imponderabile. Ossia Giorgio Napolitano ed Enrico Letta contro Silvio Berlusconi. Tanto per cambiare. Non che sia un duello alla luce del sole. Anzi. Proprio l’uso del verbo “sminare”, molto in voga tra Palazzo Chigi e il Quirinale, suggerisce prudenza, pazienza e tenacia, non contrapposizione ma pacificazione. Il problema è che lunedì scorso, al culmine della conferenza stampa nel ritiro di Spineto, vicino a Siena, il premier ha usato quel termine, “imponderabile”, in concomitanza della requisitoria di Ilda Boccassini a Milano e dopo il litigio con Angelino Alfano, vicepremier e segretario del Pdl, per “i fatti di Brescia”.
IL FATTORE “I” è appunto il Cavaliere, nonostante le promesse e i proclami di non “fare un fallo di reazione” per i suoi guai giudiziari. Né Napolitano, il Lord Protettore di questo esecutivo, né Letta, il Caro Premier, caro per il Quirinale, si fidano di lui. E così è nata l’idea di “mettere in sicurezza” la legge elettorale con un maquillage del Porcellum, ribadito ieri dal ministro delle Riforme, Gaetano Quagliariello, che prevede l’introduzione di una soglia per il premio di maggioranza (clausola di salvaguardia). Il Pdl ha frenato da subito ma Quagliariello, benché berlusconiano, ha detto di voler andare avanti. Letta, Quagliariello, ma anche Saccomanni (Economia) e Cancellieri (Giustizia) sono i pilastri della “rete di protezione” che il Quirinale ha steso intorno al governo per metterlo al riparo dalle tensioni dei partiti. Le telefonate del capo dello Stato sarebbero continue per “monitorare ” e poi “valutare” la situazione. E sarebbe stato un lungo colloquio tra Napolitano e Quagliariello, ex saggio durante il calvario del preincarico a Bersani, il viatico dell'attuale strategia.Enrico Letta, ovviamente, resta il canale principale delle “osservazioni” del Colle. Gli uomini vicini al premier lo ammettono senza difficoltà: “Questo è un governo fiduciario, nato per volontà di Napolitano, che è il nostro primo interlocutore. È normale che i contatti tra premier e presidente siano frequenti e intensi”. Che poi i due si siano sentiti durante il finesettimana dei ministri in ritiro a Spineto non è certo. Le versioni, in merito, sono discordanti. Da Palazzo Chigi non lo escludono, mentre dal Quirinale pare di capire che Napolitano aspetti ancora un resoconto completo della due giorni in Val d’Orcia. In ogni caso lo schema è lo stesso già seguito con Monti: un governo del presidente. Con una differenza. Il rapporto tra Napolitano ed Enrico Letta è molto più solido e collaudato di quello che il capo dello Stato ha avuto con il Professore. Anche e soprattutto dal punto di vista umano, simboleggiato dall’insolito abbraccio tra i due, come tra padre e figlio, quando nacque il governo. Letta è stato il democrat prediletto di Re Giorgio sin dalla formazione dell’esecutivo dei tecnici. Nel Pd, l’attuale premier veniva indicato sic et simpliciter come “l’ambasciatore del Colle”, cui consegnare e affidare “perplessità, rimostranze, speranze”. I due, pur provenendo da storie politiche diverse, hanno una fede incrollabile nel “riformismo parlamentare” (tra l'altro molto in auge nel ritiro di Spineto) e nel “dialogo bipartisan”.
Senza dimenticare che tra le telefonate frequenti del Colle ci sono anche quelle a Gianni Letta, zio di Enrico e plenipotenziarioo berlusconiano. Un triangolo politico-familiare che adesso si trova ad affrontare la prova del fuoco della “guerra dei vent’anni” contro il Cavaliere.
PER QUESTO MOTIVO , a “Enrico” il capo dello Stato ha dato finanche un consiglio di carattere: non temere di mostrarsi più deciso e, se occorre, più duro. È accaduto quando Berlusconi mandò il suo primo ultimatum al governo, sulla questione dell'Imu. Il premier rimase zittò e si rifugiò al Quirinale. Stavolta, dopo Brescia, lo stile di Letta è cambiato. Sabato scorso, al Quirinale, il comizio di Brescia non è stato commentato con particolare preoccupazione, a dire il vero. Per la serie: ci aspettavamo di peggio. La parte del poliziotto cattivo è toccata così, per la prima volta, al giovane Enrico. Ma la tregua raggiunta con il “codice di comportamento” sulla campagna elettorale ha un tempo esiguo. Tra un mese arriverà la sentenza Ruby e ci sarà da ballare di nuovo. Nel frattempo, il premier parteciperà a importanti vertici europei, oggetto degli incontri di ieri a Palazzo Chigi con Prodi, Monti e Vincenzo Visco. Al Quirinale, per il momento, l’allarme non è ancora rosso. E qualora dovesse scattare, Letta sa già che il giorno delle sue eventuali dimissioni, potrebbero esserci anche quelle più clamorose del Lord Protettore. Simul stabunt, simul cadent.

il Fatto 15.5.13
Un gabinetto in convento
risponde Furio Colombo


CARO FURIO COLOMBO, non riesco a capire. Un Consiglio dei ministri si riunisce al completo in un convento per conoscersi? Che senso ha? Si immagina che i ministri siano dei competenti in campi diversi e che un “seminario” possa essere utile per ascoltare maestri ed esperti, magari di fama internazionale. Ma per fare amicizia?
Alberto

SEGUENDO LO SPUNTO del lettore, proviamo a immaginare perché e per quali ragioni diverse ed essenziali un evento del genere puo accadere, ovvero un governo va in convento. 1) Si tratta di prepararsi per un grande evento internazionale che richiede la decisione di più ministri e un accordo politico di fondo. Meglio parlare e ascoltare per essere certi che persone diverse con diverse responsabilità diranno le stesse cose. 2) Definire (o ridefinire) insieme la sequenza di urgenze: prima la legge elettorale o prima la questione degli esodati? Un solo percorso per ogni problema (governo-parlamento-governo) oppure un comitato diverso, eletto, non eletto, provvisorio, nominato da chi? 3) Si tratta di affrontare la questione economica, che resta grave, decidendo di ascoltare tre dei massimi esperti italiani, europei o mondiali sui nodi fondamentali della cosiddetta “crescita”, della disoccupazione giovanile, della chiusura delle imprese. I ministri potrebbero ascoltare insieme Stieglitz, Krugman e Amartya Sen piuttosto che accapigliarsi con Brunetta. Nulla di tutto ciò. Si sono incontrati per conoscersi meglio. È futile e inutile perché, nel fare quotidiano, i ministri non lavorano mai insieme ma ciascuno in un campo diverso e hanno modo di incontrarsi e valutarsi a vicenda nei settimanali Consigli dei ministri. Si tratta di un governo di necessità (ammesso che fosse davvero l’unica strada possibile) e non ci sono ideali comuni, tranne uno: non far danno al Paese durante lo strano traghetto. È difficile liberarsi dall’impressione che il convento sia stata una iniziativa ambigua e disorientante, tenuto conto che il Pd sta pagando all’opinione pubblica l’intero prezzo di questa vicenda. Gli elettori Pdl non hanno che da compiacersi. Il loro Berlusconi è sempre lì che dà gli ordini: infatti, convento o no, prima cosa cade l’Imu. Per il Pd la storia è più cupa. Ha vinto poco ma è come se avesse perso molto. È tenuto sotto controllo dall’avversario, e fa quello che dice “lui”.

il Fatto 15.5.13
Francesco Guccini a Bologna: “Non credo che il Pd sia più il mio partito”
"Devo dire che sono entusiasta della scelta di Epifani segretario? No, non lo sono"
E sui 5 Stelle: "Colpa anche loro, si sono arroccati"
di David Marceddu
qui

l’Unità 15.5.13
Radicare il Pd nella società
È una crisi democratica: serve un Pd radicato nella società
Bisogna ricostruire un partito-palestra capace di investire in un coraggioso «sperimentalismo democratico»
di Fabrizio Barca

Al Pd che si prepara al congresso Alfredo Reichlin ricorda ieri su queste pagine che la sua stessa ragion d’essere sta nella capacità di interpretare diritti, bisogni.
E, aggiungo io, soluzioni che la nostra società esprime e che vanno tradotte in azioni pubbliche realizzabili. La fiducia in questa capacità è scossa oggi in noi cittadini dalla percezione di impotenza delle «tradizionali sovranità democratiche». La pressione dei mercati finanziari internazionali, la perdita di sovranità nazionale per via del processo di unificazione europea, l’insistenza pervicace sulla soluzione di affidare a privati la produzione di beni pubblici nonostante i suoi eclatanti fallimenti, ci convincono che le decisioni vere sono prese altrove. O il Pd si misura con questi problemi, insiste Reichlin, o non ha ragion d’essere.
Concordo. Quella percezione di impotenza è forte in tutto il mondo. È fortissima in Italia, di fronte alla peculiarità di uno Stato arcaico e autoreferenziale, affetto da smania normativa, autoritario e non autorevole, che trascura tempo e valutazione, spesso succube di élite che estraggono rendita dall’arretratezza, sordo alle moltissime isole di forte impegno e strenuo lavoro presenti al suo stesso interno, e per di più avvinto con i partiti in un rapporto di perversa fratellanza. È così che scatta al meglio il voto di protesta, che denunzia ma non attiva processi di cambiamento. Quando non l’astensione o, assai peggio, l’impulso miope al voto «affinché nulla cambi»: il voto affinché restino l’aiuto al posto del diritto la prebenda, la tolleranza degli abusi e delle illegittimità, così da tirare avanti cupamente fino alla prossima emergenza nazionale.
Per essere forza di governo che promette cambiamenti radicali e li realizza davvero il Pd deve convincere, e prima ancora convincersi, che esistono spazi significativi per migliorare la qualità di vita degli italiani, per uscire dall’insopportabile blocco auto-depressivo dell’ultimo ventennio, per avere una visione dell’Italia a dieci anni e muoversi verso di essa. Esistono davvero questi spazi? Penso proprio di sì.
La globalizzazione è stata regolata e incanalata in altre fasi della storia e può tornare a esserlo per trarne il bene libertà di circolazione e di concorrenza, informazione e sensibilità ad altre vite dovunque nel globo e combatterne e limitarne il male il dumping dei salari e dei servizi del welfare, l’incertezza sistemica influenzabile da pochi. La perdita di sovranità nazionale non è un problema in sé, lo è perché si tratta di una «sovranità evaporata» alla quale non è corrisposta una maggiore sovranità europea: se, come ci ricorda la Corte costituzionale tedesca, sapremo rafforzare la legittimità democratica delle istituzioni dell’Unione, potremo recuperare come cittadini europei più di ciò che abbiamo perso come cittadini italiani. Sono due obiettivi che un Pd impegnato davvero e con autorevolezza in un rapporto intenso, radicato nei suoi iscritti, in Italia e all’estero, con partiti di sinistra europei e del resto del mondo, potrebbe con efficacia mettere sul tavolo, facendone un tratto identitario della propria azione.
Ma è su un terzo piano che noi cittadini italiani gli spazi di democrazia potremmo riprenderceli senza dipendere da alcuna alleanza: la politica nazionale di produzione di beni pubblici, persino a risorse pubbliche date, dalla scuola alla cura di infanzia e anziani, dal costruire ferrovie al manutenere territorio e patrimonio culturale, dal rilanciare le città a promuovere ricerca e innovazione. Una produzione dove esistono margini fortissimi per accrescere efficienza ed efficacia. Per cogliere questi margini, per riprenderci la capacità di governo necessaria a una strategia credibile per il Paese, dobbiamo convenire sul metodo con cui rinnovare la macchina pubblica.
Si tratta, io credo, di prevedere a un tempo un forte indirizzo nazionale
(ed europeo) e norme la cui prima regola sia l’adattabilità ai contesti e all’esperienza, di chiarire le responsabilità di attuazione e al tempo stesso prevedere la verificabilità dei risultati in tempo continuo, di costruire uno spazio di confronto pubblico aperto e acceso con i cittadini che consenta l’apprendimento nelle fasi ascendente e discendente dell’azione pubblica, di usare le straordinarie potenzialità della Rete per il monitoraggio e per una cooperazione fra comunità interessate da problemi simili, di utilizzare errori e ostacoli per correggere la rotta. È il metodo di governo che si va imponendo nel mondo e che molti conoscono come «sperimentalismo democratico». È il metodo che consente di disegnare i beni pubblici a misura delle persone nei luoghi, di utilizzare le conoscenze diffuse fra utilizzatori e produttori, di coinvolgere le associazioni e individui che producono con motivazioni diverse dal profitto senza considerarli sostitutivi dell’azione pubblica, di creare una tensione a un tempo competitiva e cooperativa fra i produttori.
Si tratta di una torsione forte del nostro modo di governare. Che richiede cambiamenti radicali e mette in difficoltà le classi dirigenti estrattive di rendita, e dunque destinato a forti e ben mascherate opposizioni da molte parti, ma che apre la strada agli innovatori, pubblici e privati. Non si costruisce in un giorno. Ma già esiste in molti angoli del Paese. Dove le cose funzionano meglio. Dobbiamo discuterne, prepararci, convincerci e poi formare risorse umane che sappiano farlo. Se il Pd sarà al centro di questo confronto e in generale di un meditato e fondato recupero di fiducia in «rinnovate sovranità democratiche» che parlino il linguaggio delle giovani generazioni e usino le nuove tecniche, allora potrà anche capire in quale «forma partito» si vuole e deve trasformare. Non un partito educatore o scuola di vita o tantomeno schiacciato sugli eletti, ma un partito palestra capace di raccogliere dalla società gli impulsi e le soluzioni necessari a questo moderno modo di governare. Non sarà questione di settimane né di mesi, ma occorre partire, mettendo assieme impianto concettuale ed esperienza e soprattutto ridefinendo i valori o «convincimenti» che sono costitutivi dello stare assieme in una stessa associazione. Il mio viaggio per l’Italia mi dice che si può fare.

l’Unità 15.5.13
I sindacati al governo: no al blocco dei contratti nella Pa
di Valerio Raspelli

Dopo allarmi e smentite pare proprio che anche nel 2014 i lavoratori pubblici vedranno bloccata la loro contrattazione, a cominciare dagli aumenti salariali. È infatti ai nastri di partenza l’iter nelle commissioni di Camera e Senato dell’esame di un decreto del presidente della Repubblica che proroga il blocco della contrattazione e degli automatismi degli stipendi per i pubblici dipendenti anche nel 2014. Il provvedimento era stato esaminato in via preliminare dal consiglio dei ministri di fine marzo: un problema lasciato dunque aperto
dal vecchio governo e che ora si riapre incontrando la netta opposizione dei sindacati. Se non altro perché come ha fatto sapere la Cgil un paio di giorni fa ai lavoratori del pubblico impiego il blocco della contrattazione è già costato 3 mila euro dal 2010 al 2012, e altri 600 euro verranno persi quest’anno.
«Ribadiamo il nostro no a qualsiasi ipotesi di nuovo blocco dei contratti pubblici» hanno ribadito ieri i segretari della funzione pubblica di Cgil Cisl e Uil. I quali lamentano il procedere in «sordina» del provvedimento. La prima richiesta al governo è quella di un incontro: «Ci convochi subito dicononon vorremmo essere indotti a pensare che si stia tentando di far passare il cammino del decreto nelle commissioni competenti sotto silenzio. Sarebbe una grave sottovalutazione dello stato di difficoltà economica in cui versano i lavoratori delle amministrazioni pubbliche».
Rossana Dettori, Giovanni Faverin, Giovanni Torluccio e Benedetto Attili (rispettivamente Fp-Cgil, Cisl-Fp, Uil-Fpl e Uil-Pa) sollecitano il governo Letta a prendere posizioni in merito al prolungamento del blocco della contrattazione e dell’indennità di vacanza contrattuale per il lavoro pubblico. «Il governo faccia chiarezza e dialoghi con le organizzazioni sindacali senza
alimentare il clima di incertezza. Servono risposte sui tanti temi lasciati aperti dal precedente esecutivo continua la nota dal precariato alla contrattazione e di secondo livello». Un invito al dialogo anche per evitare che nel lavoro pubblico si rafforzi la convinzione «di essere il capro espiatorio sacrificato in nome di un’austerità i cui benefici tardano a giungere, mentre i costi sono già da tempo divenuti intollerabili».
PRESIDIO A MONTECITORIO
Il blocco delle retribuzioni dei lavoratori pubblici se confermato anche per il 2014 potrebbe tradursi in 35 euro in meno in busta paga per un totale di altri 500 euro che aggiunti agli anni precedenti porterebbe a un totale di 4100 euro. La vertenza si somma a quelle già a aperte nel settore pubblico. Una che rischia di esplodere nei prossimi mesi è la scadenza dei contratti per circa 114mila persone. In ballo, oltre alla perdita del lavoro per gli interessati, ci sono servizi pubblici essenziali che i precari da anni tengono in piedi. Per denunciarlo domani a Roma si riuniranno gli stati maggiori di Fp (funzione pubblica) e Flc (scuola e università) con il segretario Cgil Susanna Camusso, mentre nel pomeriggio l’iniziativa si sposta in piazza Montecitorio dove si terrà un presidio.

l’Unità 15.5.13
Giustizia, attacchi a Boldrini e Boccassini
Pdl scatenato in aula. Attacco a Boldrini
Brunetta e altri dieci contro la presidente che non solidarizza con loro dopo Brescia
La replica: «Non intervengo su pressioni di parte»
di Claudia Fusani

Il Pdl continua ad agitare lo scalpo della giustizia per ricattare il governo Letta. Della serie: attaccare per difendersi. Fra i tanti modi che il Pdl aveva per provare ad uscire dall’angolo in cui si è infilato sabato con la manifestazione a Brescia contro la magistratura, s’è affidato a quello più sbagliato. Nei modi, perché ha attaccato il presidente della Camera. Nei contenuti, perché non si può scaricare sulla terza carica dello Stato la presenza in una piazza di bandiere e militanti per quanto della sua area politica.
Infine nel mezzo, perché tutto questo l’ha fatto il capogruppo del Pdl alla Camera Renato Brunetta che cerca in modo goffo di cambiare le carte in tavola. Spostando l’attenzione dai ministri del Pdl in piazza a Brescia contro la magistratura al fatto che, sempre sabato, in quella stessa piazza rimasta divisa in due grazie al sangue freddo di agenti in tenuta antisommossa, c’erano manifestanti di Sel e dei Cinque stelle che fischiavano contro il lato Pdl. Invece di spiegare cosa ci facevano in piazza contro la magistratura dei ministri del Pdl, selastaprende-enondaoggi-conil fatto che il Presidente della camera Laura Boldrini (area Sel) non ha solidarizzato con il Pdl fischiato.
Ieri pomeriggio, in apertura di seduta, l’onorevole Baldelli chiede di intervenire sul regolamento. Gli viene data la parola anche se all’ordine del giorno c’è la questione urgente della conversione del decreto dei Debiti sulla Pa.
È una trappola. Perché Baldelli non parla di regolamento. «Un nostro militante dice è stato picchiato e altri sono stati insultati. Noi abbiamo assistito al silenzio della presidenza della Camera, avremmo gradito sue parole di solidarietà visto che noi le abbiamo avute con lei per le minacce ricevute via mail e i fischi a Cividale».
Boldrini rimane di sale, è imbarazzata: «Pensavo fosse un intervento sul richiamo al regolamento, evidentemente avevo capito male». Non finisce qua, purtroppo. Segno che è stata un’azione preparata a tavolino. Sono dieci i deputati Pdl pronti a prendere la parola, e in questi casi è difficile improvvisare. Un crescendo di critiche e rimostranze contro il Presidente della Camera. Fino all’assolo di Brunetta. «Visto che mi ha chiamato onorevole e sono invece presidente del gruppo, io non la chiamerò presidente» esordisce dopo che Boldrini gli aveva dato la parola chiamandolo in effetti «onorevole» (ma possiamo scommettere che absit inuria verbis).
Poi il capogruppo parte lancia in resta. «Io c’ero a Brescia esordisce alzando già il tono della voce e ho visto le bandiere e gli insulti del suo partito e i teppisti che stavano sotto le bandiere del suo partito, Sel». E sfidandone lo sguardo: «Le chiedo se lei usa due pesi e due misure per esprimere la solidarietà». È da sabato, per l’appunto, che il Pdl chiede al presidente della Camera e a Nichi Vendola una netta presa di distanza dai fatti di Brescia. Che non sono, appunto, gli attacchi alla magistratura ma una settantina di persone che per motivi di ordine pubblico la polizia ha preferito far affluire in piazza Duomo dove era in corso il comizio di Berlusconi e contenerli in un angolo della piazza. Scelta che, tatticamente si è rivelata felice visto che non ci sono stati incidenti.
All’attacco di Brunetta, Boldrini risponde dura e seccata: «La presidente della Camera è terza e imparziale» e interviene per condannare «in modo attento e rigoroso» il sessismo, manifestando «solidarietà alle deputate del Pdl in quanto donne» per le offese ricevute a Brescia. Ma, aggiunge, «non solidarizza o condanna ogni episodio che attiene allo svolgimento di attività politiche o di partito». «Non si può pretendere questo perché così facendo insiste mentre il settore Pdl dell'emiciclo rumoreggia il presidente della Camera finirebbe per entrare nell'agone politico, a danno del suo ruolo di garanzia indispensabile per il funzionamento del sistema». Senza contare poi che «il susseguirsi di dichiarazioni e comunicati tende a creare nuovi terreni di scontro». Poi la chiusa, tranchant: «Non intervengo sui pressioni di parte».
Non una bella scena. Anche perché Brunetta continua a polemizzare anche in serata. In difesa di Boldrini è riuscito a intervenire solo Rosato (Pd) ricordando al Pdl che l’unica cosa da spiegare, su sabato, «sono gli attacchi alla magistratura». E la presenza del ministro dell’Interno in una piazza carica di tensione anche per la sua presenza. Il Csm apre una pratica a tutela delle toghe.
A segnare un’altra giornata di guerriglia in un Pdl sempre meno di governo e sempre più di lotta, anche Francesco Nitto Palma. Attaccando l’aggiunto Ilda Boccassini e la richiesta di pena al processo Ruby (tra cui l’interdizione perpetua dai pubblici uffici) il presidente della Commissione Giustizia ricorda che «sarebbe il primo caso nel mondo occidentale di un leader politico escluso dalla politica non per il dissenso degli italiani ma per via giudiziaria». È anche il primo leader occidentale e nell’era moderna accusato di aver fatto sesso a pagamento con minorenni.

Corriere 15.5.13
Sabato il Pdl ha manifestato a Brescia contro i pm
Nessun intervento dal ministro Cancellieri: silenzio che ha innervosito i magistrati
Il pressing delle toghe sulla Cancellieri: si faccia sentire
di Giovanni Bianconi


Oggi la corrente moderata del Csm solleciterà la posizione del ministro
ROMA — Prima la condanna di Berlusconi; poi la manifestazione contro i giudici con un paio di ministri dietro il palco; infine la richiesta di una nuova condanna per l'ex premier accompagnata dalle consuete polemiche contro le toghe che «vogliono ucciderlo politicamente attraverso le sentenze», come ripete l'onorevole Santanché annunciando ulteriori manifestazioni. È successo tutto in pochi giorni, e ora la parola passa al Consiglio superiore della magistratura. Oggi ci sarà la prima assemblea plenaria dell'organo di autogoverno dopo i fatti dell'ultima settimana, e i componenti di Unità per la costituzione — la corrente moderata nonché maggioritaria dei giudici — chiederanno di affrontare in via d'urgenza i nodi venuti al pettine tra sentenze, reazioni e requisitorie. Sollecitando il neo ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri a presentarsi a palazzo dei Marescialli, sede del Csm, per illustrare la sua posizione sul conflitto politica-giustizia e le linee del suo programma. I gruppi più a sinistra e più a destra, Area e Magistratura indipendente, chiederanno inoltre che lo stesso Csm apra una pratica a tutela di giudici e pm accusati di faziosità dal centrodestra.
Finora il Guardasigilli del governo Letta, proveniente dal Viminale e con un bagaglio professional-culturale del tutto estraneo alla delicata materia di cui è chiamata a occuparsi, ha scelto la strada del silenzio. Che può tornare utile a non creare ulteriori problemi, ma non a tranquillizzare i magistrati che si sentono sotto attacco. Nessuno vuole alimentare tensioni né mettere in difficoltà il governo, assicurano i «togati» che chiedono di conoscere le idee del ministro; ma non può essere che dei problemi di giustizia non si parli, oppure se ne parli solo per aggredire giudici e pubblici ministeri. A questo punto, quindi, diventa necessario e urgente un intervento della Cancellieri davanti al Csm per chiarire la posizione del governo e mettere qualche punto fermo a proposito di autonomia e indipendenza della giurisdizione.
Le ultime esternazioni di titolari di altri dicasteri risalgono appena a ieri: Nunzia De Girolamo, ministro delle Politiche agricole, ha parlato del «caso Ruby» definendolo «l'ennesimo processo mediatico per destabilizzare il clima che si sta creando in Italia». Poi ha precisato che non ce l'aveva con i magistrati bensì con giornali e tv, ma è difficile credere che potesse riferirsi solo ai mass media quando parlava di «odi personali e costruzioni giuridiche ad arte o giudiziarie». Il resto delle considerazioni anti-giudici l'hanno aggiunto i presidenti di commissioni parlamentari come Nitto Palma, Daniele Capezzone e Paolo Sisti, appena eletti sulla base degli accordi Pd-Pdl.
A tutto questo ha già risposto pubblicamente il vicepresidente del Csm Vietti, ricordando il ruolo-baluardo della magistratura «che tutti devono non solo rispettare, ma apprezzare e difendere». Parole che in questi frangenti suonano tutt'altro che di circostanza, e con le quali il presidente della Repubblica ha fatto sapere di essere pienamente d'accordo. Continua però a mancare la voce del governo, lamentano le toghe; non solo a salvaguardia dell'operato dei magistrati, ma anche sul programma che il governo delle «larghe intese» intende perseguire. Dal palco bresciano Berlusconi ha riproposto obiettivi come separazione delle carriere tra giudici e pm, responsabilità civile, riforma delle intercettazioni e altro che non piacciono per niente alle toghe di tutte le correnti.
Il ministro Cancellieri — impegnata a mettere insieme la squadra dei più stretti collaboratori non ancora completata, oltre che a individuare le priorità di intervento — riteneva che la presenza al dicastero di via Arenula di una personalità estranea ai conflitti passati e indipendente dai partiti potesse rappresentare di per sé una garanzia per la magistratura. E che di fronte al rischio di fomentare lo scontro fosse meglio tacere. Oggi dal Csm le diranno che non è così, e che gradirebbero conoscere il pensiero del Guardasigilli.

Repubblica 15.5.13
Il piano B del Cavaliere contro le sentenze “Al voto se anche la Cassazione mi condanna”
Controllare la Giunta per le autorizzazioni per bloccare l’interdizione
di Claudio Tito


DOVRÀ pronunciarsi sulla conferma o meno della pena a quattro anni di reclusione e sull’interdizione dai pubblici uffici. Con conseguente decadenza (potenziale) dal mandato parlamentare. Ossia, l’addio al Senato e alla politica attiva.
Un’ipotesi con cui il Cavaliere e l’intero stato maggiore del Pdl hanno già iniziato a fare i conti. Mettendo a punto le possibili contromosse. O meglio, la “possibile contromossa”. E già, perché nel fortino di Arcore ormai non si parla d’altro. Mettendo nel conto le opzioni più radicali. Compresa la crisi di governo. Da provocare non ora, ma quando e soprattutto se i “messaggeri” dell’ex premier avranno maturato la convinzione che la Cassazione non offre «chances positive».
Il “Piano B” di Berlusconi è dunque pronto. Poggia su tre pilastri: il mantenimento dell’attuale legge elettorale - il Porcellum - il ricorso alle elezioni anticipate e il conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale. «È chiaro - va ripetendo il capo del centrodestra - che io non mi faccio incastrare dalle bugie di quei magistrati. Come ho detto a Brescia, “io ci sono e ci sarò”. Se fosse per me, il governo Letta potrebbe durare anche tutta la legislatura, ma se la Cassazione...».
L’ex presidente del consiglio lo considera un extrema ratio, eppure ha messo a punto il suo “disegno” in quasi tutti i suoi aspetti e passaggi. Il punto di riferimento è costituito dai regolamenti parlamentari in vigore a Palazzo Madama e alla Camera. Perché? Basta leggere l’articolo 66 della Costituzione: «Ciascuna Camera giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità». Questo significa che se la Cassazione confermasse l’interdizione quinquennale dai pubblici uffici, toccherebbe comunque al ramo parlamentare di appartenenza stabilire se l’eletto va considerato “decaduto”. Nel caso del Cavaliere, sarebbe al momento il Senato. Spetterebbe dunque alla Giunta delle Elezioni e dell’Immunità avviare la «Procedura di contestazione dell’elezione», così viene chiamata. Una sorta di vero e proprio “processo” che nel caso dell’ex premier prevederebbe un relatore della Regione Molise, suo collegio elettorale. Il parere della Giunta poi dovrebbe ricevere il definitivo e vincolante via libera dall’aula. Ma gli attuali rapporti politici nella Giunta e nell’Assemblea non offrono alcuna garanzia al Pdl: il Pd con il M5S e Sel hanno la maggioranza per autorizzare la «decadenza».
Ed è questo dato numerico che sta inducendo l’ex premier ad imbracciare l’“arma finale”: quella di provocare appunto la crisi di governo a ridosso della sentenza della Cassazione per poi chiedere le elezioni anticipate candidandosi non più a Palazzo Madama ma a Montecitorio. Con questo sistema elettorale, infatti, se il centrodestra dovesse prevalere alla Camera anche solo di un voto, avrebbe - grazie al premio - la maggioranza assoluta in aula e nella Giunta. A quel punto sarebbe scontato il voto contrario all’autorizzazione ad applicare la pena dell’interdizione.
Del resto, non solo la Costituzione ma anche tutti i precedenti avvalorano la necessità di un passaggio in aula prima di dare efficacia all’interdizione. I due più espliciti sono quelli di Mario Ottieri, deputato monarchico che nel 1967 - in seguito ad una condanna per bancarotta fraudolenta - decadde dalla carica dopo il voto formale dell’assemblea. E lo stesso accadde nel ’77 con Mario Tanassi (lo scossone arrivò per lo scandalo Lockheed). Più di recente Cesare Previti, Totò Cuffaro e per ultimo Giuseppe Drago nel 2010 si dimisero volontariamente prima che venisse formalizzato il giudizio dell’assemblea.
Ma, come hanno verificato gli “esperti legali” di Berlusconi, non esistono precedenti in cui è stata negata la decadenza dal mandato parlamentare. Se dovesse verificarsi questa ipotesi, lo scontro tra poteri dello Stato sarebbe clamoroso: il legislativo contro il giudiziario. Un conflitto che farebbe fibrillare le Istituzioni. Secondo gli studi più accreditati, infatti, e secondo le simulazioni che sono state consegnate sulla scrivania del presidente del Pdl, si darebbe luogo a un conflitto di attribuzione su cui dovrebbe pronunciarsi la Corte Costituzionale. Sarebbe il Giudice dell’esecuzione sostanzialmente i magistrati di Milano - a sollevare il conflitto contestando la distorta interpretazione dell’articolo 66 della Costituzione. Ma in quel caso la “disputa” tra poteri dello Stato provocherebbe un vero sconquasso. Anche perché il Cavaliere si avvarrebbe politicamente anche del risultato delle ultime elezioni. «Come potrebbe qualsiasi giudice - è il suo provocatorio interrogativo - dare ragione ai magistrati in un conflitto del genere e respingere il consenso popolare che i sondaggi già mi attribuiscono?».
Non solo. I “tecnici” del Pdl avrebbero fatto notare che la scelta di far precipitare il Paese al voto anticipato deve comunque avvenire prima che la Cassazione si esprima: in caso di condanna infatti, se anche Berlusconi non decadesse immediatamente, non potrebbe ricandidarsi perché tra i requisiti necessari resta il godimento dei diritti politici che mancherebbe in presenza dell’interdizione dai pubblici uffici. A meno che non sfrutti quel particolare “limbo” che separa la lettura della sentenza dalla sua pubblicazione, momento nel quale effettivamente è operativa la pena.
E del resto che Berlusconi sia particolarmente alla questione, lo dimostra l’insistenza con cui ha bloccato proprio a palazzo Madama gli accordi sulle cosiddette commissioni di garanzia, quelle presiedute da un esponente della minoranza. L’obiettivo - che sembra raggiunto era quello di assegnare la presidenza della Giunta per le Elezioni e l’Immunità ad un esponente della Lega, Raffaele Vulpi, e non ad un grillino o a un senatore di Sinistra e Libertà. Ma la “vera battaglia” ci sarà alla fine dell’anno.

Repubblica 15.5.13
Riforme, Palazzo Chigi chiama Rodotà.
Quagliariello: correggerò il Porcellum
Apertura del Pdl al giurista nel comitato saggi. Già venerdì il governo darà l'ok alla commissione. I gruppi faranno una rosa di nomi. In corsa Violante e Ainis
di Goffredo De Marchis

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Repubblica 15.5.13
Intervista a Jean-Paul Fitoussi: “Il vostro è il Paese più colpito dalla rigidità di Berlino”
“I dubbi sollevati da Schaeuble sull’unione bancaria sono incomprensibili”
“Italia nella spirale rigore-recessione unica strada investire e alzare i redditi”
intervista di Eugenio Occorsio


«I PROBLEMI sollevati da Schaeuble sull’unione bancaria sono incomprensibili. L’unione nasce come associazione solidaristica fra istituti sotto la supervisione della Bce, proprio per dissociare i problemi di bilancio delle banche da quelli degli Stati. Se la Germania è preoccupata di dover pagare i debiti spagnoli o italiani, acceleri anziché rallentare l’unione». Jean-Paul Fitoussi, il guru di SciencesPo, vede con timore le mosse sullo scacchiere europeo. «È tutto connesso, dall’unione bancaria all’opzione austerity/rigore. Qualsiasi blocco su un fronte si traduce in difficoltà paralizzanti su un altro».
Concorda con l’opinione prevalente, che la Germania non cambia posizione su niente fino alle elezioni del 22 settembre?
«Temo di sì, e l’Italia è il Paese che ha più da perderci perché è quello che ha preso più alla lettera il dettame dell’austerity. La quale è ormai chiaro che non può contribuire a raggiungere l’obiettivo del rientro dal disavanzo. Una stagnazione come c’è in Italia, combinata con le restrizioni tipiche dell’austerity, ha un effetto fortemente penalizzante sul reddito privato e così provoca la diminuzione delle entrate fiscali e l’aumento delle spese sociali per la crescita della disoccupazione. Era noto già tanti anni fa: ora è stato chiaramente riaffermato dal Fondo Monetario e dall’Ocse, che hanno realizzato nuovi studi per dimostrare che in un periodo di recessione il moltiplicatore è molto alto, cioè si accentua la relazione fra diminuzione della spesa pubblica e diminuzione del Pil. Se ipotizziamo un calo di 100 di spesa, il Pil decresce di 150, e spesso anche di più».
L’Italia deve però ridurre sia il deficit che il debito: come fa a trovare risorse per investire?
«Al di là delle polemiche su Rogoff- Reinhart, dei due metodi per risanare un Paese, austerità o investimenti, cioè crescita, il secondo ottiene risultati più sicuri sul lungo termine e strutturali. Se vogliamo risolvere i problemi della gente, non aggravarli, il modo è alzare il reddito nazionale. Non significa volere debito e disavanzo più alti per sempre. Quale deve essere l’obiettivo naturale della politica, se non si vuole gestire una nazione come un’azienda?
Distinguere fra obiettivi finali e obiettivi intermedi: il debito è intermedio, crescita e occupazione sono finali. Qualsiasi altra considerazione è inappropriata».
La Germania però periodicamente, dopo un periodo di apparente apertura, torna a irrigidirsi. Perché?
«Berlino pensa che la stabilità macroeconomica dipenda dall’inflazione: ma proprio quando tale tasso era il più basso della storia, negli anni 2000, è scoppiata la crisi. Semmai, come le statistiche più recenti anche in Italia confermano, il problema è la deflazione, la perdita di valore del reddito.
Quando il Pil crolla del 10% in 5 anni, com’è successo in Italia, per le imprese non resta che abbassare prezzi e salari, il che amplifica i disastri rendendo la situazione irrecuperabile. Il Giappone era a un bivio simile, in deflazione da vent’anni con il debito più alto del mondo: ha avviato una manovra iper-espansiva forse decisiva. Anche in Europa dobbiamo darci più tempo per abbassare il disavanzo medio. Innescando meccanismi di crescita e scontando un minimo d’inflazione, il Pil cresce più velocemente del debito: il disavanzo sfora temporaneamente i limiti prefissati ma tende presto a rientrare, e il debito a diminuire».
C’è però anche il blocco dell’economia reale.
«Torniamo all’urgenza dell’unione bancaria. Le banche avendo i crediti deteriorati e i titoli pubblici in portafoglio svalutati, non aiutano l’economia. Fattori recessivi si sommano e non si interviene per disinnescarli, il che compete a un’azione sinergica fra le stesse banche e lo Stato. E perciò deve rallentare l’ossessiva e frenetica corsa alla riduzione del debito pubblico e all’aumento delle tasse».

l’Unità 15.5.13
Il Pd sul femminicidio Il governo vari leggi contro la violenza


«Occorre che la Camera apra una sessione di dibattito sulla violenza contro le donne»: lo chiede una mozione del Pd, primo firmatario il capogruppo Speranza. La mozione impegna il Governo a sostenere i progetti di legge di ratifica della Convenzione di Istanbul e ad adottare misure di contrasto all’emergenza del femminicidio.
Tra le misure indicate: sviluppare i centri di assistenza alle vittime di violenza sessuale e domestica presso i Pronto Soccorso; l’obbligo per questure e commissariati della presenza di una personale competente in materia; individuare programmi di assistenza specifica dei minori che siano stati vittime anche se indirettamente di fenomeni di violenza domestica.

il Fatto 15.5.13
La scrittrice Michela Murgia
“Il femminicidio va fermato: media responsabili”
di SiT


Si intrecciano in questi giorni sui quotidiani notizie di violenza: alcune urbane, sociali e alcune, come sempre più spesso accade, contro le donne. Ne abbiamo parlato con la scrittrice Michela Murgia, autrice con Loredana Lipperini, di L’ho uccisa perché l’amavo. Falso (Laterza).
C’è un escalation di femminicidi?
I dati Istat parlano chiaramente di una crescita del fenomeno. C’è una diminuzione complessiva degli omicidi, ma un aumento dei femminicidi. Che non sono semplici omicidi di persone di sesso femminile. Sono omicidi di donne per ragioni di possesso. Tra l’altro non è così facile avere numeri certi, perché in Italia non esiste un osservatorio: probabile che le cifre siano superiori.
Da cosa dipende l’aumento?
In momenti di recessione economica, l’emancipazione femminile regredisce. Quando l’uomo perde le sicurezze economiche, tende a consolidare quelle relazionali e patisce di più la prospettiva dell’abbandono. L’altra ragione è strutturale: quando metti in discussione il dominio di un genere sull’altro, chi perde potere reagisce con violenza.
I media spesso usano espressioni quasi giustificazioniste, come “delitto passionale” o “raptus di gelosia”.
Se fai un titolo: Uccide la moglie: “Non mi lasciava mai parlare”, stai già costruendo una narrazione. In cui il protagonista è lui e la sua ragione domina su quella della morta che non può più parlare. Credo sia sbagliato decidere che, quando si tratta di queste morti delle donne, tutte le letture siano possibili. Ma succede anche sul sito del Fatto, dove sono stati pubblicati più interventi di due blogger a cui è stato permesso di dire che l’uccisione di donne da parte di uomini che ne rivendicano il possesso non è un fenomeno specifico: così si rinuncia a cercarne le cause. Penso che fare del giornalismo responsabile voglia dire dare le notizie ragionando però sulle cause.
I blog sono tradizionalmente un luogo di libera espressione. A quei due opinionisti sono stati affiancati altri di segno opposto. E soprattutto lo è la linea de ilfattoquo  tidiano.it , dove tra l’altro è stata aperta una sezione “Donne di Fatto” che certo non si occupa di make-up e moda.
Se all’interno di un dibattito maschilismo e femminismo hanno uguale dignità non si sta certo tutelando la parte debole, che è quella che muore. È come dire che in un dibattito sul razzismo, razzismo e antirazzismo sono considerate opinioni ugualmente legittime.
Da quando c’è stato il primo episodio di sfregiamento con l’acido muriatico, ne sono seguiti diversi: è giusto dare rilevanza alla notizia o sarebbe meglio non farlo per evitare l’effetto emulazione?
Sicuramente sull’acido c’è stato un effetto emulazione: non è mai stato un uso occidentale. Però la modalità non fa tutta questa differenza. Lo sfregiamento è una variante della rivendicazione del possesso dell’oggetto. Sfregiare la bellezza, la cosa che gli uomini considerano più “propria” perché suscita il desiderio, equivale dal punto di vista simbolico a sopprimere una persona.
Popper sottolineava il ruolo negativo della televisione come veicolo di una violenza non sempre proposta come “cattiva”. È sempre vero?
Sì: in Italia si confonde il conflitto con la violenza. Se si discute si può alzare la voce, ma non tirare pugni e non insultare: basta guardare i talk-show.. E poi ci sono tipi di violenza più sotterranea, da cui è più difficile difendersi. Ho visto un cartellone che pubblicizzava auto di lusso usate. A fianco c’era una donna giovanissima e bellissima. Lo slogan era: “Sai di non essere il primo, ma cosa t’importa? ”. Questo manifesto ti dice che auto e donna sono intercambiabili, che in quell’oggetto c’è un valore. Se l’ha già usato qualcuno vale di meno, ma se la carrozzeria è intatta non è importante. Ma se invece non lo fosse, cosa accadrebbe?
La violenza urbana, come l’episodio di Milano-Niguarda, provoca un disagio che condiziona i cittadini nella fruizione delle città.
Questo dipende dalla scomparsa dei rapporti di prossimità. Se uno può uccidere tre persone a picconate per strada per 62 minuti senza che nessuno chiami la polizia, vuol dire che nessuno ritiene che il pericolo degli altri lo riguardi. Non è l’aumento della polizia che ci può salvare, ma l’aumento di attenzione sociale.

il Fatto 15.5.13
Brasile, sentenza storica: Sì al matrimonio gay

La giustizia brasiliana ha dato formalmente il via libera al matrimonio gay, stabilendo che le istituzioni pubbliche autorizzate a celebrare il rito civile non potranno più rifiutarsi di accettare anche le nozze tra persone dello stesso sesso. LaPresse

il Fatto 15.5.13
Diritti delle coppie omosessuali, il Pdl è favorevole. Ma solo per i parlamentari
Ufficio di presidenza della Camera, berlusconiani con Pd e Sel per assistenza sanitaria al convivente di Scalfarotto
di Sara Nicoli

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Corriere 15.5.13
Un Gay Pride tutto del Palazzo dove gli Uguali sono più Uguali
di Luca Mastrantonio


I deputati italiani hanno diritto ad estendere l'assistenza sanitaria integrativa anche ai conviventi more uxorio dello stesso sesso. I cittadini italiani, invece, no. Sembra la versione gay della Fattoria degli animali di George Orwell, dove tutti gli animali sono uguali ma alcuni, quelli al potere, sono più uguali degli altri. Ma è solo il Parlamento italiano dove, ancora una volta, rischia di approfondirsi la distanza tra il Paese legale, le istituzioni, e il Paese reale, le persone comuni. Su un tema già delicato e divisivo in sé.
Ieri l'ufficio di presidenza della Camera di Laura Boldrini ha accolto la richiesta del democratico Ivan Scalfarotto, omosessuale dichiarato. Favorevoli Pd, Pdl e Sel, astenuti Movimento 5 Stelle e Scelta civica; contrari Lega e Fratelli d'Italia. Scalfarotto — che è riuscito dove l'ex parlamentare pd Paola Concia aveva fallito — è convinto di aver fatto adottare per la Camera «un principio di civiltà che vale per tutte le casse sanitarie aziendali» e si augura che «l'equiparazione» sessuale venga estesa anche fuori. Peccato che il Parlamento non sia un'azienda, ma un organo di rappresentanza che, in caso di mancata approvazione di una legge che sancisca questo diritto erga omnes, tradirebbe la propria missione; perché farebbe godere alla classe politica un diritto negato ai rappresentati.
Hanno infatti parlato di «privilegio» di «casta» anche quanti hanno applaudito, da Nichi Vendola (Sel) a Imma Battaglia (Gay Project); oltre, ovviamente, a chi ha votato contro, come la Lega e Fdi, o si è astenuto, come l'M5S, che ha ricordato la propria proposta di legge al Senato sui matrimoni gay. In questa confusa (e un po' sospetta) corsa in avanti, persino Carlo Giovanardi (senatore Pdl) ha ricordato una sua proposta di legge (che però esclude il more uxorio).
Ora tocca al Parlamento dimostrare che non si è trattato di un ipocrita gay pride di Palazzo.

il Fatto 15.5.13
Mps, il trucco per imbrogliare Antitrust e Banca d’Italia
Nel 2009 la banca fa girare 100 milioni di euro su un conto corrente romano per evitare multe dopo la fusione con Antonveneta
di Giorgio Meletti e Davide Vecchi


Non ci sono solo gli ormai celebri derivati Alexandria e Santorini. Per la Procura della Repubblica di Siena il Monte dei Paschi è una miniera inesauribile di storie ai confini della realtà. Tutte, a quanto pare, derivanti dalla sventurata acquisizione della Banca Antonveneta, con cui nell’autunno del 2007 l’allora presidente Giuseppe Mussari segnò di fatto l’inizio della fine della sua carriera di manager e, forse, della stessa banca senese. Tutte imbarazzanti per le autorità di vigilanza, Bankitalia, Antitrust e Consob: se nel gennaio scorso qualcuno ha accusato soprattutto gli uomini dell’allora governatore Mario Draghi di essere stati quantomeno distratti, adesso appare evidente che il Montepaschi è riuscito con una certa facilità ad aggirare i controlli e a trarre in inganno gli ispettori di palazzo Koch.
I pronti contro termine
Dalle carte dei pm senesi (Antonino Nastasi, Aldo Natalini e Giuseppe Grosso) risulta che tra novembre e dicembre 2009 i vertici del Montepaschi organizzarono un complesso movimento di denaro dei clienti da una città all'altra, all’apparente scopo di trarre in inganno la Banca d’Italia e l’autorità Antitrust. La storia va ricostruita perché finora lo scandalo senese ci ha raccontato manovre spericolate e, secondo la procura senese, illecite per occultare le difficoltà della banca. In questo caso, invece, pare di assistere a una gratuita e disinvolta furbata per ingannare Banca d’Italia e Antitrust. La vicenda è sul tavolo dei magistrati senesi.
Il 27 novembre 2009 il direttore amministrativo del Monte, Attilio Di Cunto, telefona a Lorenzo Biscardi, alto dirigente della FondazioneMps, azionistadicontrollodellabanca. Dice Di Cunto: “Bisognerebbe far aprire alla filiale del Monte a Roma un conto corrente intestato alla Fondazione nella quale far trasferire cento milioni di nostri Pct [pronti contro termine, ndr] che al momento abbiamo sulla filiale di Siena, invece di farli sulla filiale di Siena si trasferiscono cento milioni sulla filiale di Roma, questo gli serve perché ai livelli Antitrust per voler far le statistiche... ”. Biscardi sembra già informato della cosa, e spiega: “Marco ci ha chiesto codesta... come ti posso dire codesta... ci ha posto la domanda: se e che quando potevamo trasferire su un conto corrente a Roma o a Milano per i motivi dell’Antitrust e quant’altro, perché non si può avere piu del 58% e via andare...”.
La quota di mercato
Spiegazione del dialogo. Quando Montepaschi acquista l’Antonveneta, l’Antitrust autorizza l’operazione (potenzialmente dannosa per la concorrenza) in cambio di precisi impegni del Monte dei Paschi a ridurre il proprio dominio sul mercato soprattutto toscano. Saranno venduti numerosi sportelli nella regione e, in particolare, la banca si impegna a ridurre la propria quota di mercato nella provincia di Siena dal 65-70 per cento dei depositi al 58 per cento. Gli ispettori della Banca d’Italia, per conto dell’Antitrust, devono rilevare a fine 2009 se davvero il Montepaschi sia sceso sotto il 58 per cento della raccolta nella provincia. Il Marco che, come dice Biscardi, “ci ha chiesto codesta... ”, è presumibilmente il suo capo, Marco Parlangeli, allora direttore generale della Fondazione Mps, ma anche consigliere d’amministrazione di Mediobanca e del fondo pubblico F2i. Dunque il Montepaschi deve superare l’esame Antitrust e chiede a un cliente fidato come la Fondazione (padrona della banca) di spostare i suoi soldi da Siena a Roma, per far risultare più bassi i depositi a Siena. Si noti che la controllata ordina e la controllante e cliente esegue. Biscardi solleva un problema, a lui quei 100 milioni servono a Siena. Dice: “Se ce li vuoi tenere i cento milioni da qui al sedici di dicembre va bene, però poi vanno riportati”. Di Cunto replica pronto: “Loro la rilevazione la fanno al sette di dicembre”. Biscardi si rischiara: “Ah... allora va bene, si può fare... ”. Di Cunto ribadisce: “La rilevazione la fanno il 7 di dicembre... quindi... l’importante è che il 7 di dicembre figurino cento milioni la sopra”.
I magistrati intercettano questa telefonata a fine novembre, e accertano che in effetti la Fondazione ha aperto in tutta fretta, nel giro di tre giorni, il conto a Roma. Interrogano qualche mese dopo Roberto Bianchini, vicedirettore della filiale di Siena del Montepaschi, che così testimonia: “La richiesta specifica fu quella di azzerare il c/c di Siena riversando il saldo intero sul conto appena aperto a Roma (…). Non so dirle il motivo di tale operazione e perché ci fosse tale fretta potrei solo fare supposizione e non mi pare quindi opportuno riferire opinioni personali”. Poi aggiunge: “Per quel che ricordo analoga operazione è stata compiuta su una società del gruppo che si occupa di partecipazioni con sede a Siena mi pare sia la Mps Capital Service ma non ne sono sicuro; in quel caso ricordo che fu attivato un c/c su Milano ove tra l'altro la società` in questione già operava da tempo in titoli parte dei quali depositati gia` a Milano... ”.
La rilevazione di Bankitalia
Il 7 dicembre dunque la Banca d’Italia rileva i dati, e può comunicare all'Antitrust che il Monte dei Paschi è effettivamente nei limiti imposti. I magistrati a quel punto si chiedono se non ci sia qualcosa di strano in quel tramestio di conti correnti su e giù per l’Italia “per voler far le statistiche”. E chiedono ragguagli alla stessa Banca d’Italia, specificando che quei movimenti erano sicuramente da mettere in relazione con la necessità di Mps di adempiere entro il termine del 30 novembre 2009 (poi prorogato al 31 maggio successivo) all’obbligo di ridurre la quota di mercato dei depositi detenuta nella provincia di Siena.
La Banca d’Italia risponde che tutto sembra regolare, ma facendo riferimento solo ai movimenti dei soldi da una città all’altra, di per sé normali. A quanto pare i magistrati non avrebbero informato gli ispettori di palazzo Koch e l’Antitrust delle intercettazioni agli atti, che, all’apparenza, darebbero alle stesse operazioni la luce particolare dell’ostacolo doloso alla vigilanza. Forse un reato, sicuramente un’altra pagina quanto meno di dubbia eleganza nella ormai sgarrupatissima storia del Monte dei Paschi.

il Fatto 15.5.13
Roma, la scheda elettorale sarà lunga 1,2 metri


SONO 19 i candidati a sindaco di Roma e così la scheda elettorale sarà lunga 1 metro e 20 centimetri. Ieri c’è stato un nuovo sorteggio per la posizione sulla scheda, diventata necessaria dopo il rientro in pista deciso dal Tar della lista Roma Risorge di Matteo Corsini. Nessuno dei big ha conquistato le prime posizioni. La scheda che si troveranno davanti i romani alle prossime elezioni del 26 e 27 maggio sarà dunque più lunga rispetto al sorteggio precedente. E conterà ben sei facciate. Questo perché ognuna può contenere al suo interno nove simboli e nessuna coalizione di un candidato sindaco può essere spezzata tra una pagina e l’altra. Quindi il numero delle facciate dipende dal sorteggio. Il sindaco uscente Alemanno risulta essere il primo della quarta facciata, mentre De Vito ultimo; nella quinta colonna c'è Marino. E nell’ultima, la sesta, compare l'imprenditore “dal cuore spezzato” Marchini in compagnia del candidato di Casapound Simone Di Stefano.

Corriere 15.5.13
All'Europa (e a noi stessi) piaciamo poco
di Danilo Taino


Beh, cari concittadini, ora cominciamo a piacere poco anche come popolo. Addirittura a noi stessi. Un vasto sondaggio condotto dal centro di studi e analisi americano Pew Research ha scoperto, tra le altre cose interessanti, che in alcuni dei principali Paesi europei la nostra reputazione è bassa, a differenza di quanto abbiamo creduto per decenni: non siamo mai considerati dagli altri i più compassionevoli (come invece pensiamo dovrebbe essere), i meno arroganti e nemmeno, ovviamente, i più affidabili. Anzi, il nostro grado di affidabilità è considerato il più basso d'Europa dai tedeschi, dagli spagnoli e dagli italiani stessi. In altre parole, siamo criticati dai cittadini partner dell'Unione Europea e non siamo mai portati come modello in nessuna delle categorie/stereotipo su cui Pew ha fatto le domande.
È che la crisi finanziaria ha già cambiato parecchio la percezione che gli europei hanno gli uni degli atri. A mettere sotto tensione i sentimenti del Vecchio Continente è, guarda un po', la Germania. Su otto Paesi, sette la considerano la più affidabile: non la pensano così solo i greci che il giorno del sondaggio si sentivano mattacchioni e hanno sostenuto che i più affidabili sono loro. La Germania è anche la Nazione più arrogante per cinque Paesi, escluse la Germania stessa, la Francia, la Gran Bretagna: queste ultime due una volta tanto concordano che i più arroganti sono... i francesi. La Germania è anche considerata la meno compassionevole da tutti a parte i francesi e i tedeschi stessi, che ce l'hanno con il Regno Unito.
Vista da questo angolo, l'Europa è ben disunita: si nota che le divergenze tra capitali nell'affrontare la crisi hanno scavato a fondo, come la vecchia talpa. Comprensibilmente, Pew ha titolato il suo rapporto «Il nuovo malato d'Europa: l'Unione Europea». Stereotipi a parte, quello che non sorprende è il crollo di popolarità dell'Unione Europea. Tra il 2007 e oggi, gli italiani con un'opinione favorevole o molto favorevole della Ue sono scesi del 20%, al 58%; gli spagnoli dall'80% al 46%, i francesi dal 62 al 41% e via dicendo con l'eccezione dei cechi che nell'ultimo anno sono diventati un po' più favorevoli a Bruxelles ma restano a un modestissimo 38%, battuti solo dai greci al 33. Lo studio (sul sito web pewresearch.org) è una miniera di impressioni. Per dire: i francesi sono riluttanti a dare aiuti ad altri e il 74% dei tedeschi dice che Angela Merkel ha fatto un buon lavoro. Gli italiani sono invece quelli che tra 2012 e 2013 hanno peggiorato, del 23%, la loro opinione sui leader politici: al 25% del totale. Non ditevi sorpresi.

La Stampa 15.5.13
Nei depressi salta l’orologio del sonno
Il ritmo è alterato: o si dorme troppo, o troppo poco. Uno studio dell’University of Michigan
dall’inviato Paolo Mastrolill

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La Stampa 15.5.13
Joseph Beuys e la cerchia di mecenati nazisti
L’artista tedesco più anticonformista e all’avanguardia degli ultimi decenni aveva molti contatti con i soldati di Hitler
È quanto rivela una nuova biografia scritta da Hans-Peter Riegel
di Alessandro Alviani

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Repubblica 15.5.13
Da dove nasce il senso di orrore per il suicidio
di Carlo Augusto Viano


L’atteggiamento liberale verso il suicidio, presente nella cultura antica e riaffiorato nell’umanesimo e nell’illuminismo, è stato censurato tra Ottocento e Novecento dagli eredi di Kant e di Schopenhauer, che hanno continuato a vedere nel suicidio un atto contraddittorio, e dagli orientamenti culturali che, come le ideologie nazionalistiche o totalitarie, attribuivano il primato alla comunità rispetto all’individuo.
Anche le ricerche sociologiche, a cominciare da quella di Émile Durkheim, tendevano a riportare il suicidio a uno squilibrio tra individuo e comunità, così come quelle psicologiche ne facevano un disturbo dell’equilibrio psicologico. Non c’è da sorprendersi che il riconoscimento della liceità del suicidio non sia agevole con questi presupposti culturali. La stretta limitazione dell’eutanasia a condizioni di salute disperate è stata utilizzata, per esempio da Hans Jonas, per coniugare la sua giustificazione con la sua distinzione radicale dal suicidio. Il disagio che la cultura ha manifestato di fronte al suicidio è in gran parte eredità della sua condanna religiosa, formulata soprattutto dai filosofi e dai teologi, che ne hanno accettato il lascito. Questo disagio ha agito sulla configurazione dell’assistenza al suicida come reato, dopo che il suicidio era stato depenalizzato, e sulla duratura tendenza dei medici a esorcizzarlo, considerandolo una forma di pazzia o un atto da vanificare in nome dell’obbligo di soccorso. In generale si è esorcizzato il suicidio considerandolo una condotta sostanzialmente uniforme, in cui le motivazioni e le circostanze che inducono ad adottarla non vanno prese per buone, perché essa è dovuta a cause profonde. E, una volta elaborata un’interpretazione del suicidio in generale, si è quasi sempre sostenuto che esso è un atto riprovevole. Un tempo si diceva che è una forma di violazione dell’ordine divino del mondo, una disobbedienza alla divinità, che impone di soffrire, oppure che è innaturale; poi filosofi più sofisticati hanno suggerito che è contraddittorio, perché non permette di conseguire ciò che il suicida, secondo le loro dottrine, vorrebbe ottenere.
In questo modo si cerca di giustificare un giudizio morale uniformemente negativo sul suicidio, come se esso non potesse essere oggetto di valutazioni disparate, al pari delle altre condotte, che possono essere considerate giudiziose, esagerate, coraggiose, codarde, frutto di buona o cattiva informazione, di capacità di giudizio eccetera. Il rifiuto di ammettere la possibilità di giudizi morali disparati dei suicidi e di un medesimo suicidio è proprio di trattazioni che mirano a eliminare il suicidio dalle prospettive che una persona può prendere in considerazione e riflettono soprattutto la reazione di chi teme il suicidio altrui e teme di esserne affettivamente danneggiato.

La Stampa 15.5.13
Campionato italiano di Filosofia la finale a Torino sabato e domenica


A Torino il 18 e 19 maggio si terrà la finale del Campionato italiano di Filosofia promosso dalla Società Filosofica Italiana, in concomitanza con le Olimpiadi Internazionali di Filosofia. È una competizione riservata agli studenti dell’ultimo biennio della scuola superiore, volta a promuovere la capacità di riflettere criticamente e di comunicare attraverso la scrittura argomentativa. La mattina di sabato, mentre gli studenti affronteranno la prova, si svolgerà l’incontro «Insegnare a scrivere, insegnare a pensare: è possibile?» coordinato da Franca D’Agostini, docente di Filosofia della scienza al Politecnico di Torino e di Logica alla Statale di Milano. Dopo la prova di scrittura i giovani concorrenti faranno una passeggiata che ricostruisce gli itinerari di Jean-Jacques Rousseau nella Torino settecentesca. Alla sera presso il Sermig proiezione del film L’ultima notte , tratto dalla Apologia di Socrate e dal Critone di Platone, regia di Mattia Temponi, attori Bob Marchese (foto), Mattia Mariani, Eleonora Gusmano. Domenica la premiazione sarà preceduta da una introduzione di Elisabetta Galeotti, docente di Filosofia politica all’Università del Piemonte Orientale.