La Stampa 24.5.13
Pd-M5S: contatti tra i malpancisti. Rodotà: “Pronto a fare il premier”
L’idea nata nei giorni dell’elezione del Presidente della Repubblica
I ribelli nel Movimento 5 Stelle si sono contati: sarebbero 20 alla Camera e 15 al Senato
Civati lavora alla mediazione. Progetto per tagliare fuori Berlusconi
di Andrea Malaguti
«D’Alema 2.0». O anche, più precisamente, «il partito di Rodotà». Che sembrano due cose diverse. E invece sono la stessa. Prima era un’idea confusa, presumibilmente figlia di una leggenda. Poi, nel corso delle settimane, è diventata uno strano sogno. Una discussione tra un piccolo pezzo del Pd e una parte minoritaria del Movimento 5 Stelle che con Grillo non si trova più in sintonia. Da ieri, dopo una telefonata, è diventato un minuscolo cantiere visionario, che vuole archiviare per sempre l’era berlusconiana, riconnettendo la sensibilità delusa della pancia del centrosinistra (a partire da OccupyPd) con la propria supposta classe dirigente. «Professore, le piacerebbe farci da premier? ». Rodotà, a Berlino per un convegno, non si sarebbe fatto trovare impreparato. Così si è schiuso l’embrione di un mondo. Un micro-universo parallelo, che fonda la sua esistenza su una domanda: se cade il governo, è inevitabile tornare a votare rischiando di riconsegnare l’Italia al Cavaliere?
Un passo indietro aiuta a capire il dibattito. Il punto di partenza è la leggenda. Una storia - infondata, secondo i presunti protagonisti - che ha galleggiato in transatlantico per settimane. Sono i giorni imbarazzanti che precedono l’elezione del Presidente della Repubblica. Il Pd è allo sbando. Un arcipelago di isole velenose.
In una notte shakespeariana Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani si scontrano. D’Alema chiede a Bersani di sostenere la candidatura Rodotà che porterebbe a un governo con l’appoggio dei 5 Stelle. «D’Alema 2.0», appunto. La risposta di Bersani, dipinto come un uomo che si mette in posizione di preghiera con l’aria di chi vuole imporre un superlavoro al suo rosario, è piccata. «Mai e poi mai». Fin qui il romanzo.
Poi comincia la vita vera, perché la mente è una minuziosa macchina da presa che entra in tutte le stanze del passato e ti costringe a rivedere le scelte fatte. Un gruppo di piddini cerca la parte dialogante del Movimento. A guidarli è Pippo Civati, convinto che le assemblee di piazza nate dalla candidatura Rodotà e i plateali mal di pancia dei militanti del suo partito per l’innaturale accordo con Berlusconi, non possano essere trascurati. Si muove riscuotendo l’attenzione di un gruppo sempre più folto di Cinque Stelle sia alla Camera sia al Senato. L’europarlamentare Sonia Alfano lo aiuta. E persino il sindaco di Napoli De Magistris non sarebbe estraneo alla partita.
Discorsi che cadono nel vuoto, un po’ perché l’impressione diffusa (e comprensibilmente molto forte) è che il governo non possa cadere perché sostenuto dal Quirinale, un po’ perché Civati ha bisogno di allargare la base del consenso interno e, infine, perché i grillinidialoganti non hanno la forza di contarsi fino a una cena chiarificatrice di poche sere fa. Davanti a una pizza e a una birra si ritrova un gruppo di dodici persone - deputati e senatori - che comincia a usare il pallottoliere. «Quanti di noi sarebbero disposti a fare un gruppo pronto ad appoggiare il Pd? ». La replica è: venti a Montecitorio, quindici a Palazzo Madama. Stima eccessiva? In ogni caso sono questi i numeri che vengono portati al Pd, dove anche qualche dalemiano ha fatto arrivare la propria adesione all’idea. A questo punto viene contattato Rodotà. E adesso? Civati la mette in questo modo: «Berlusconi sappia che se fa cadere il governo in modo strumentale - o ci costringe a prendere le distanze dall’esecutivo - potrebbero esserci conseguenze non banali. C’è un fronte in Parlamento, e ancor più nel Paese, che non ha nessuna intenzione di regalare l’Italia a chi si dovesse dimostrare irresponsabile, per altro dopo esserlo stato per vent’anni». È il primo abbozzo di Manifesto Costituivo. La voce gira. Il giovane turco Fausto Raciti, emergente ventinovenne siciliano, non crede tanto all’ipotesi di una crisi di governo. Eppure dice: «Se esiste questo elemento di novità è bene che il Pdl ne tenga conto ed eviti i dispetti che abbiamo visto in questi giorni. E forse tra i Cinque Stelle qualcuno ha i sensi di colpa perché si è reso conto che un accordo era possibile». Era o è? E quanti sono davvero i grillini pronti a salutare i vecchi amici nella certezza che il rigore trasformato in gabbia di se stesso diventa rifiuto di contaminarsi con la vita reale? Solo se Stefano Rodotà dovesse entrare ufficialmente in questo nuovo gioco arriverebbe la risposta.
il Fatto 24.5.13
Lavoro, sindacati vs il governo Letta:
“Con gli annunci non si creano posti di lavoro”
di Manolo Lanaro
qui
La Stampa 24.5.13
Ineleggibilità: l’imbarazzo avvelena il Pd
di Federico Geremicca
Un coro. Con qualche voce dissonante, certo, e qualche tono più basso, più imbarazzato di altri. Ma se si dovesse fotografare la reazione della cittadella politica romana alle motivazioni con le quali la Corte d’Appello di Milano ha confermato la condanna di Silvio Berlusconi a quattro anni di carcere ed a cinque di interdizione dai pubblici uffici per frode fiscale, quella del coro è un’immagine che regge a sufficienza. Il coro recita: per questa sentenza, nessuna ripercussione sul governo. Il Pdl lo annuncia senza tentennamenti; il Pd, invece, se lo augura. E in tutta evidenza, c’è qualcosa che non torna.
Non sorprende, naturalmente - un po’ perché non nuova, un po’ perché politicamente comprensibile - la posizione del partito di Berlusconi, da sempre schierato in difesa del proprio leader e in campo (fin dal 1994) contro la magistratura milanese, accusata di voler - né più né meno - liquidare il Cavaliere.
Diverso, invece, il discorso per quel che riguarda il Pd che - da quando ha assunto la guida del governo con Enrico Letta pare improntare la propria azione ad un «realismo» che - dall’Imu al «porcellinum» fino, appunto, alle vicende giudiziarie del leader del Pdl - rischia di apparire sempre meno comprensibile (e condivisibile) dall’elettorato democratico.
Nelle motivazioni di conferma della condanna di primo grado, infatti, i giudici milanesi scrivono - a proposito della frode fiscale nella vicenda dei diritti televisivi che Berlusconi avrebbe creato «un sistema portato avanti per molti anni... e proseguito nonostante i ruoli pubblici assunti. E condotto in posizione di assoluto vertice»: cioè da Presidente del Consiglio. In queste affermazioni si può ravvisare la conferma di due questioni sulle quali il centrosinistra ha per anni - con più o meno forza - molto polemizzato e attaccato Berlusconi: e cioè il suo essere, una volta al governo, quasi inevitabilmente in perenne conflitto di interessi; e la conferma del fatto che, al di là di escamotage societari, in realtà è lui il titolare di concessioni governative che lo renderebbero - per legge - ineleggibile.
Stando così le cose, ci si sarebbe attesi dopo quanto scritto dai giudici della Corte d’Appello di Milano - la riproposizione delle tesi fin qui sostenute: invece, molti silenzi e qualche dichiarazione tesa a sdrammatizzare ed a preservare la vita e la tenuta del governo. È una posizione che rivela, naturalmente, un palpabile imbarazzo: e che, soprattutto, espone il Pd a nuove fibrillazioni sia nel rapporto con il proprio elettorato, sia nella dialettica con le altre forze politiche, Movimento Cinque Stelle in testa a tutti.
È noto, infatti, che appena la Giunta per le elezioni sarà finalmente nella sua piena operatività, i parlamentari di Beppe Grillo chiederanno di discutere e decidere sulla presunta ineleggibilità di Silvio Berlusconi. Come si regolerà, il Pd, anche alla luce delle motivazioni dei giudici milanesi? È senz’altro vero, infatti, che è meglio - e democraticamente più normale - sconfiggere l’avversario politico nelle urne, piuttosto che per questo o quel cavillo giudiziario. Ma è anche vero che, come si dice, la legge è uguale per tutti: e si può arrivare al punto di transigere su questo principio in nome dell’alleanza di governo stipulata e di qualche mese di sopravvivenza in più?
Alle prese con divisioni interne sempre più insanabili e con un Congresso da avviare, è facile immaginare per il Partito democratico settimane non facili. Il problema, in apparenza semplice, sarebbe quello di darsi una rotta e seguirla con la necessaria coerenza. Ma darsi una rotta è difficile, quando a bordo ognuno rema in direzione diversa. Del resto, fosse stato facile decidere una linea su Berlusconi e poi seguirla, probabilmente si sarebbe già fatta - e da anni - una legge sensata sul conflitto di interessi. Col risultato di evitare al partito gli imbarazzi di oggi: e al Paese, quel che più conta, un clima di guerriglia del quale tra non molto festeggeremo addirittura il secondo decennio...
Repubblica 24.5.13
Il conflitto di interessi
Nel Pd si riapre il caso ineleggibilità Casson lancia il blocca-prescrizione
Il senatore democratico: dopo l’appello i processi non devono scadere
di Liana Milella
ROMA — «Potrebbe essere la chiave di volta». Dice così il senatore democratico Felice Casson quando legge la notizia delle motivazioni dei giudici di Milano sul caso Mediaset. Giusto in quei minuti è alle prese con la proposta di legge per cambiare radicalmente il meccanismo della prescrizione. Per bloccarne la corsa se, in un processo, è già stata pronunciata la sentenza di appello. Una proposta che, se fosse stata già legge, avrebbe cancellato subito la prescrizione del caso Mediaset, in scadenza nel giugno 2014.
Casson, componente della commissione Giustizia del Senato, ma anche della giunta per le autorizzazioni, convinto che la legge del ’57 sul conflitto d’interessi è da leggere in chiave anti- Berlusconi, resta fortemente impressionato dalla decisione di Milano. Non dice di più. Ma la sua reazione lascia intendere che, dopo quelle 194 pagine, anche la battaglia dell’ineleggibilità del Cavaliere al Senato potrebbe avere un corso diverso da quello disegnato fino a oggi. Soprattutto all’interno del Pd dove, negli ultimi due giorni e soprattutto dopo la presa di posizione del segretario Guglielmo Epifani, pareva prevalere la tesi che Berlusconi va combattuto sul piano politico e non su quello giudiziario. E soprattutto che i precedenti pronunciamenti su di lui alla Camera — ovviamente favorevoli alla sua eleggibilità — vanificano l’ulteriore tentativo su cui il partito di Grillo ha concentrato le energie al Senato.
Ma adesso la storia potrebbe cambiare. Le motivazioni di Milano potrebbero rappresentare quel «fatto nuovo» di cui andava in cerca la Pd Doris Lo Moro proprio per modificare indirizzo rispetto al passato. Ora, come lascia intendere Casson, è scritto nero su bianco in un atto giudiziario che, pur formalmente fuori dall’azienda, Berlusconi ha continuato a prendere le decisioni che contano. Tanto forte e documentata è questa convinzione da portare alla pesante condanna del Cavaliere in ben due gradi di giudizio. Un fatto nuovo, inequivocabile, destinato per forza a pesare sui delicati equilibri nella giunta. Dove, ovviamente, il Pdl respingerà la richiesta del M5s, ma dove tutto dipende da cosa farà il Pd.
Ovviamente, sul fronte Pdl, la valutazione di Casson viene stroncata come «il giudizio di una ex toga di sinistra che vuole a tutti i costi cacciare Berlusconi, tant’è che adesso modifica anche il meccanismo della prescrizione». Casson replica a stretto giro: «Non è affatto così, tant’è che la mia proposta contiene anche una norma transitoria che impedisce di applicare la futura legge ai processi “per i quali sia già stata pronunciata sentenza di primo grado”». Se, per ipotesi, la legge, che smonta del tutto la famosa legge Cirielli approvata nel 2005 dal governo Berlusconi per accorciare la prescrizione, fosse approvata prima della fine del caso Mediaset, essa comunque non avrebbe effetti, non fermerebbe l’orologio. Casson ha già depositato il testo in commissione Giustizia. Tre articoli, il primo sulle fasce temporali legate all’entità della pena, il secondo sui casi di sospensione, il terzo sulla norma transitoria. Il calendario dipende dal presidente Francesco Nitto Palma. Ma tutto lascia intendere che la trattazione non sarà sollecita.
Corriere 24.5.13
Porcellum, scontro sui «mini ritocchi»
il premio di maggioranza che sarebbe stato fissato al 40 per cento rende sostanzialmente impossibile il raggiungimento del quorum
«Manovra per mantenere il potere»
Segni: una vergogna Come cittadino mi sento offeso
di Daria Gorodisky
ROMA — «Il mio giudizio su questo tentativo di riforma elettorale? Una porcata al quadrato. Una manovra per mantenere il potere». Mario Segni, paladino del maggioritario, non può né vuole trattenere la sua indignazione per come la maggioranza di governo sta sostanzialmente cercando di fare sopravvivere il Porcellum dopo la bocciatura della Corte Costituzionale. «Vergogna, vergogna, vergogna - incalza - Ci vogliono condannare alle larghe intese per l'eternità. Come cittadino mi sento offeso».
La ritiene un'operazione di maquillage funzionale a evitare un vero cambiamento?
«Vedo una classe politica che per quasi dieci anni si è tenuta un sistema di voto che essa stessa ha definito porcata, e che da quasi dieci anni afferma di volerla riformare senza però fare mai niente. Da almeno due anni è stata depositata una proposta, la Parisi-Ceccanti sottoscritta da 150 parlamentari, che non è mai stata neppure discussa in Commissione. E ora ci vengono a raccontare che ci saranno piccoli aggiustamenti limitati nel tempo…»
Crede che invece saranno permanenti?
«È evidente che c'è una strategia precisa: con incredibile faccia di... bronzo, ci dicono legge transitoria, ma in realtà sarà definitiva. Una condanna alle larghe intese per sempre, il disegno scellerato di questa maggioranza per mantenere il potere. Togliendo il premio di maggioranza e lasciando le liste bloccate, si tornerebbe al proporzionale di 25 anni fa addirittura peggiorandolo: verrebbe tolta definitivamente agli italiani la possibilità di scegliere i parlamentari e il governo».
Strategia-inciucio?
«Voglia di mantenere il potere molto molto a lungo, altro che voglia di cambiamento... Almeno abbiano il coraggio di dirlo; e poi magari spieghino pure come pensano di poter governare… Se questa è la prima riforma, Dio ci scampi dal resto».
Parlano di sistema alla francese, però in realtà...
«Ma con che coraggio Quagliariello dice queste cose? Crede che tutti gli italiani siano imbecilli? Quello che propongono è l'opposto esatto. Non salvano neppure le apparenze. Vorrei fare una domanda...».
A chi?
«Mi domando come facciano a non arrossire il presidente del Consiglio Enrico Letta, il ministro per le Riforme Gaetano Quagliariello e il ministro per i Rapporti con il Parlamento Dario Franceschini: possono davvero pensare che anche un solo italiano, uno solo, creda che loro stanno lavorando per l'Italia? È lampante che si stanno muovendo soltanto per consolidare il potere loro e dei loro gruppetti».
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha più e più volte sollecitato il Parlamento a riformare la legge elettorale. Ritiene che potrebbe essere soddisfatto di quanto si sta elaborando?
«Non credo che un passo di tale importanza possa essere fatto senza l'assenso del capo dello Stato. Temo molto che Napolitano sia d'accordo, perché con la forza che esercita oggi ogni provvedimento deve avere la sua approvazione. Ma sarei felice di sbagliarmi: se vuole, Napolitano può fermarli; altrimenti, si fa complice di questo disegno».
Repubblica 24.5.13
L’amaca
di Michele Serra
Nel tentativo di giustificare il pavido sgorbio fin qui partorito in materia di riforma elettorale, il ministro Quagliariello ha detto una innegabile verità: «O vinciamo o perdiamo tutti insieme». Si intende che, per i fautori delle cosiddette larghe intese, quel “tutti insieme” sottenda “noi italiani”, compresa quella vastissima parte di Paese che aveva votato con tutt’altra intenzione o non aveva votato affatto, e deve prendere atto che il voto di febbraio è stato smentito e ribaltato nei suoi effetti. Molto più realisticamente, il “tutti insieme” di Quagliariello va invece riferito ai partiti della maggioranza stretti nella morsa di un comune destino. E viene da domandarsi se la frase del ministro assomigli più a una rivendicazione o più a una confessione di impotenza. Come gli evasi di Woody Allen in “Prendi i soldi e scappa”, il bianco e il nero incatenati tra loro, Pd e Pdl sono costretti a camminare insieme, ma è un’unione che non fa la forza e anzi li attarda. Quale riforma elettorale, e quali riforme in genere, potranno mai sortire da una così insincera alleanza, non si sa. Forse lo sa Quagliariello, e forse ostenta fiducia proprio perché sa che la riforma elettorale, del tutto indesiderata da Berlusconi, non si farà.
il Fatto 24.5.13
Larghissime intese
Intanto il governo pensa solo a “sminare”
di Fabrizio d’Esposito
Ogni giorno ha la sua “mina”, per Enrico Letta. E così nemmeno il tempo di respirare perché il prode Schifani l’altro giorno ha “sminato” il ddl del Pdl per dimezzare le pene del concorso esterno mafioso, ed ecco che arrivano le motivazioni della sentenza d’Appello del processo a B. per Mediaset. Il premier sminatore è entrato subito in azione, sul terreno più minato in assoluto: la giustizia. Prima una telefonata al vice Alfano: “Mi raccomando, ricordati dello spirito dell’abbazia di Spineto, i ministri parlano solo del loro lavoro”. Poi l’ordine al suo partito, il Pd, di tacere.
Sminare, sminare, sminare. Il risultato è che il Pdl, tranne il suo segretario Alfano, ha ovviamente attaccato a manetta i magistrati e gridato alla “persecuzione giudiziaria” del Cavaliere, con la rassicurazione però che “il governo non cadrà per le vicende giudiziarie di Berlusconi”. Tutto merito dello sminamento, che è ormai l’obiettivo principale dell’esecutivo delle larghe intese. L’importante non è governare ma sminare. Enrico Letta ha mutuato il verso dal suo padrino politico, il capo dello Stato. Sminare è la loro ossessione comune. Il motivo per cui Napolitano nominò i dieci saggi per guadagnare tempo? Semplice: “Sminare il campo tra le due coalizioni”. Ci sono verbi o parole che s’incollano come etichette insostituibili ai governi. Monti aveva la “sobrietà”, Letta ha lo “sminamento”.
SINORA, il premier ha sminato tutti i giorni, dall’Imu al comizio di B. a Brescia, dall’intercettazioni alla legge elettorale. L’epoca di Clinton e Blair, che D’Alema ha tentato maldestramente di imitare, ci ha consegnato l’agenda setting e la capacità dei politici di dettare le parole d’ordine all’opinione pubblica. Al contrario, l’esecutivo lettiano subisce, non detta. L’agenda la scrivono i seminatori di mine, o guastatori, che sono davvero tanti. Per un giorno intero, il governo ha inseguito il ddl di un senatore del Pdl, autodefinitosi “umile”, che voleva salvare Marcello Dell’Utri dal concorso esterno mafioso. E prima ancora c’erano stati la Finocchiaro e Zanda con il loro ddl anti-Grillo. Sminare, sminare, sminare. Nel Pdl i guastatori hanno il profilo dei falchi guidati dall’energico capogruppo alla Camera Renato Brunetta. Da lui mine a grappoli, sempre lì a fare il controcanto alle iniziative di un esecutivo considerato “amico”, come ai tempi dei governi deboli e passeggeri della Dc, e che lo stesso premier disconosce un giorno sì e l’altro pure con questa formula: “Questo non è il mio governo ideale”. La somma di tutti questi paradossi porta allo sminamento quotidiano. L’ultimo campo dove sono state sotterrate mine a iosa è il recinto della legge elettorale. In questo il vero problema del premier è il fuoco amico, anzi la mina amica del Pd. Il maquillage del Porcellum, che sia Porcellinum o Maialinum, non lo vuole nessuno. A partire da Matteo Renzi. Poi, giù giù tutti gli altri, compreso il neo-segretario Epifani.
In merito, le riunioni a vario titolo del Pd vengono ritenute “esplosive”, giusto per rimanere in tema. Tocca sminare a oltranza. Un compito che, sulla legge elettorale, si sono caricati sulle spalle i ministri Dario Franceschini e Gaetano Quagliariello. La condizione indispensabile chiesta dal premier è quella di “abbassare i toni”. Quando il tono si abbassa è più facile per lo sminatore mettersi all’opera. Alla Camera, inizia a prevalere la vulgata che la forza di Letta risieda nella sua estrema fragilità e che per questo andrà avanti per un bel po’. Assisteremo quindi a uno stillicidio perenne di mine seminate dall’assidua folla di guastatori. Ma l’importante è sminare, non governare.
il Fatto 24.5.13
Conflitto di attribuzioni
Consulta, il sonno di primavera
di A.Masc.
Si aspetta dal 24 aprile, ma neppure questa settimana la Corte costituzionale ha deciso sul conflitto di attribuzioni sollevato, nel 2011, da Silvio Berlusconi presidente del Consiglio e imputato, contro i giudici di primo grado del processo Mediaset.
Davvero singolare la decisione presa ormai un mese fa dalla Consulta: ha interrotto la camera di consiglio, rinviando la decisione a data da destinarsi. Le motivazioni sono tutte politiche: in quei giorni di aprile si stava consolidando la grande alleanza tra Pd e Pdl, Enrico Letta, presidente del Consiglio incaricato, era nel pieno delle consultazioni per formare il governo. E allora per “opportunità” la Corte ha deciso di rinviare una sentenza che coinvolge colui che ha nelle mani il destino di questo esecutivo tanto caro al Quirinale. Dunque, camera di consiglio interrotta e giudici, alcuni, presenti al lancio di un libro sul presidente Giorgio Napolitano.
“Entro giugno” ci sarà la sentenza, hanno fatto sapere fonti della Corte nei giorni scorsi. Ma la settimana prossima è “bianca”, cioè i lavori sono fermi, quindi potrebbe esserci una decisione dal 3 giugno in avanti.
AL CENTRO del conflitto lasciato in sospeso, un legittimo impedimento che i giudici milanesi, il primo marzo 2010, non riconobbero a Berlusconi: si era appellato a un Consiglio dei ministri inizialmente previsto per venerdì 26 febbraio e quel giorno stesso rinviato al lunedì successivo, proprio in coincidenza con l’udienza Media-set fissata già un mese e mezzo prima con il consenso degli avvocati Niccolò Ghedini e Piero Longo.
Se la Corte costituzionale dovesse dare ragione a Berlusconi, secondo la difesa sarebbe nullo il processo .
In realtà potrebbe essere annullata solo l’ordinanza “incriminata” del Tribunale senza ripercussioni sulle sentenze di condanna in primo grado e in Appello.
Nel momento in cui la Consulta avrà deciso, la parola passerà alla Cassazione perché il processo Mediaset si troverà nell’ultima fase di giudizio. Un giudizio che Berlusconi teme fortemente non tanto per la pena carceraria (non andrà mai in cella) ma per i 5 anni di interdizione dai pubblici uffici che potrebbero diventare definitivi. In quel caso, se ci sarà ancora questo governo e questo Parlamento, sarà la Giunta del Senato per le elezioni a doversi pronunciare sulla sua decadenza da Palazzo Madama.
Corriere 24.5.13
Il contenuto della borsa dell’attentatore a Palazzo Chigi
Pistola e cartucce un set da full metal jacket nella borsa di Luigi Preiti
qui
La Stampa 24.5.13
Utile al Pd l’idea di Epifani di rinviare il congresso
di Marcello Sorgi
Paradossalmente, le motivazioni della sentenza dei giudici di Milano che hanno condannato in appello Berlusconi per la frode fiscale sui diritti cinematografici, appesantendo la posizione giudiziaria del leader del centrodestra, non aggraveranno più di tanto il cammino del governo. Finché il Cavaliere viene preso di mira con tanta durezza dai magistrati (nel testo reso noto ieri viene definito l’autore in prima persona del reato), e finchè l’orizzonte della Cassazione, a cui sono affidate le ultime sue speranze, non si rabbuia, far saltare le larghe intese sarà l’ultimo dei suoi pensieri. Ma proprio perchè il governo funzionerà per Berlusconi da scudo fino a quando ce ne sarà bisogno, è prevedibile che la collaborazione con il Pdl diventerà sempre più pesante da sopportare per il Pd, come facevano intuire ieri le uscite dell’ex-presidente Rosi Bindi e della giovane Pina Picierno.
Il partito del presidente del consiglio lascia emergere giorno dopo giorno una difficoltà crescente, sia nel sostegno all’esecutivo, sia nelle scadenze politiche che la legislatura appena cominciata va proponendo, si tratti della pressione del Movimento 5 Stelle sull’ineleggibilità di Berlusconi, o del problema della legge elettorale o delle riforme istituzionali. Dall’interno del partito si alzano continuamente voci dissonanti e l’unica invocazione condivisa è quella di accelerare la fase preparatoria del congresso. Ieri Epifani ha dovuto smentire di voler rinviare le assise, previste per ottobre. Ma un congresso nelle condizioni in cui il Pd continua a versare, dopo il fallimento del tentativo di Bersani di formare il suo governo di cambiamento e dopo il tragico doppio siluramento di Marini e Prodi nelle votazioni per il Presidente della Repubblica, è inutile nasconderlo, rappresenta un forte rischio. Proprio perché sembra impossibile trovare posizioni comuni alle dodici correnti sulle principali questioni aperte, la discussione in sede congressuale finirebbe con il concentrarsi in una sorta di referendum sul governo. E dati gli stati d’animo più diffusi, non è difficile prevedere che potrebbe concludersi con la decisione di aprire la crisi. Che questa sia l’aspirazione, neppure tanto nascosta, di Berlusconi, che mette in conto di scaricare sulle inquietudini del centrosinistra la responsabilità di interrompere dopo l’estate l’esperienza della larga coalizione, i dirigenti del Pd lo immaginano, ma non sanno come evitarlo. Forse l’idea di Epifani (ammesso che fosse sua) di rinviare il congresso a tempi migliori non era poi così peregrina.
Corriere 24.5.13
Rebus segreteria per i democratici. E si salda il fronte «antigovernativo»
Epifani sceglie lettiani e bersaniani. Orfini: no al rinvio del congresso
di Monica Guerzoni
ROMA — Può sembrare paradossale, ma le preoccupazioni più forti per Enrico Letta arrivano dal suo partito. Il Pd non trova pace, sia sul fronte interno sia nel rapporto con il governo. La «clausola di salvaguardia» della legge elettorale scatena sospetti e veleni e le correnti, che per anni si sono combattute, cominciano a parlarsi. Il timore di Palazzo Chigi è che possa, prima o poi, saldarsi un fronte antigovernativo guidato da alcune delle personalità che hanno fatto la storia del Pd.
Al premier e al ministro Dario Franceschini non è certo sfuggita la recente sintonia tra renziani, dalemiani, veltroniani, fioroniani e bindiani, sulla legge elettorale e non solo. Non è ancora un'intesa, ma potrebbe diventarlo se è vero che Guglielmo Epifani medita di chiamare nella sua segreteria solo esponenti delle aree filo governative, come il lettiano Marco Meloni, il franceschiniano Alberto Losacco, il bersaniano Stefano Di Traglia. Epifani ha contattato anche il renziano Angelo Rughetti, è vero, ma molti pensano che sia solo «la foglia di fico» di una gestione che non si annuncia unitaria. «Mi auguro che Epifani costruisca un percorso collegiale da qui al congresso» spera Beppe Fioroni.
L'incertezza regna. La direzione nazionale, che sembrava in agenda per martedì 28, non sarà convocata prima della settimana successiva. E i democratici non sanno ancora se il congresso si terrà in autunno o no. Le assise rischiano di terremotare l'esecutivo ed è chiaro che Letta e Franceschini vogliano prendere tempo. Anche Epifani non ha fretta: «Rinvio? No, no... È un processo. Si parte e dopo si arriva. Pensiamo a prepararlo bene». I Giovani turchi però non si arrendono. «Questa storia del rinvio è assurda — attacca Matteo Orfini —. Discutere seriamente è l'unico modo per ripartire davvero». E Gianni Cuperlo, in corsa per la segreteria: «Posticiparlo all'anno prossimo non aiuterebbe a risolvere i problemi».
Le carte si stanno rimescolando. Beppe Fioroni ha ripreso a parlare con Massimo D'Alema e starebbe considerando l'idea di sostenere la leadership di Cuperlo. Gli opposti si attraggono, la sinistra potrebbe saldarsi con i moderati, confermando la rivoluzione in atto... E cosa succederebbe se Matteo Renzi finisse per ritrovarsi alla guida di tutte le anime che non vogliono saperne delle larghe intese? Il sindaco ha promesso lealtà, ma Letta è il primo a sapere che il patto di non belligeranza non durerà molto. La sfida tra Enrico e Matteo è nelle cose. «Quando arriverà la prossima occasione, vincendo, non perdendo, probabilmente me la gioco». Così ha parlato ieri Renzi con Alfonso Signorini, su Rmc, confermando la volontà di correre per Palazzo Chigi. E a Imola, durante un comizio: «Quando hai valori puoi concederti il lusso di fare battaglia. E ve lo dice uno che la battaglia l'ha fatta e continuerà a farla nelle prossime settimane e nei prossimi mesi». Le sue mosse preoccupano il governo. Su Avvenire il ministro del Pdl Maurizio Lupi lo accusa di voler riaprire lo scontro e avverte: «Il fallimento del governo sarebbe quello dell'Italia». Ma il sindaco non intende ancora aprire ufficialmente le danze. Gli chiedono se si ricandiderà a Firenze e lui prende tempo: «Sì, ma c'è ancora un anno davanti per lavorare...». Nell'attesa dà una mano in campagna elettorale e prova a riconciliarsi con il Pd. «Un partito che, se starà unito, vincerà le prossime elezioni».
l'applicazione della Costituzione repubblicana, secondo il ministro del governo Berlusconi-Letta sarebbe una questione ideologica...
l’Unità 24.5.13
Un referendum ideologico
Un quesito ideologico che non aiuta la scuola pubblica
di Maria Chiara Carrozza
Ministro dell’Istruzione
L’ultimo rapporto Istat ci consegna il triste primato di Paese con la quota più alta in Europa di giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non partecipano ad attività formative: come si capisce da una lettura attenta del rapporto, l’investimento in istruzione, nel solco della Strategia Europa 2020, è fondamentale per cambiare la situazione.
E per fare questo abbiamo bisogno soprattutto di una scuola pubblica più forte.
Come ha detto il presidente Letta, la società della conoscenza e dell’integrazione si costruisce sui banchi di scuola e nelle università. Si dirà: non basta, è necessario andare dalle parole ai fatti. Bene, questo vuol dire esattamente affrontare con serietà i temi veri, parlare di competenze degli alunni, di cultura formativa, di investimenti. E questo significa mettere davanti a tutto le esigenze dei bambini, perché dobbiamo avere a cuore una scuola che dia opportunità a tutti loro. Una scuola che non escluda nessuno. Dare risposte a tutti i bambini è l’esigenza pubblica per eccellenza, in cui i beni comuni sono tutte le realtà educative che, in un sistema integrato, sanno mettersi al servizio della formazione dei nostri figli nel rispetto dell’interesse collettivo. Infatti, secondo la legge 62 del 2000, nota come legge Berlinguer, il sistema d’istruzione nazionale integrato è costituito da scuole comunali, scuole nazionali e scuole paritarie, che svolgono tutte un servizio pubblico.
Davanti a queste esigenze pressanti, e davanti a un sistema educativo come quello bolognese che in una sussidiarietà positiva ha trovato un’occasione di allargamento di opportunità per tutti, con risultati di eccellenza testimoniati dalle esperienze e dalle statistiche, il dibattito sul referendum di domenica 26 maggio di Bologna sembra privilegiare soprattutto le esigenze politiche e i diversi posizionamenti ideologici, piuttosto che gli interessi dei bambini. A volte, in queste discussioni, la prima impressione è che ci si dimentichi di loro con troppa leggerezza: la sacrosanta battaglia per una scuola pubblica più forte non si può vincere mettendosi contro chi cerca di dare un posto a tutti i bambini. Peraltro, come ricordato da studiosi tra cui Giulio Sapelli e Stefano Zamagni, la stessa teoria
dei beni comuni prevede che forme educative non statali adempiano a fini pubblici.
Su questo è necessario fare chiarezza. La sussidiarietà, nell’ambito del sistema bolognese e della legge 62/2000, non è in nessuna maniera una forma di privatizzazione, ma un modo con cui l’organizzazione delle persone risponde a una domanda della società, realizzando un contributo dal basso che è in linea con gli standard europei.
Penso che dovremmo tutti imparare, in questi giorni, dal buon senso che Romano Prodi ha espresso nella sua posizione, evidenziando che l’accordo attuale ha funzionato per anni e ha permesso di ampliare il numero di bambini ammessi alla scuola dell’infanzia, che nel sistema integrato bolognese fra scuole comunali, scuole statali e paritarie riesce a coprire ben il 98% della domanda. Per queste ragioni, pur nel rispetto di tutte le posizioni, come ministro dell’Istruzione punto a un buon governo pubblico del sistema attuale. Inoltre, non ritengo che la vicenda bolognese debba essere trasformata in una bandiera nazionale.
In questa posizione non c’è nessuna diminuzione dell’attenzione per la scuola pubblica. Il fine di questo governo e del Ministero dell’Istruzione è esattamente l’opposto. Nelle manifestazioni di Brindisi e a Palermo, a cui ho partecipato con emozione negli ultimi giorni, ho potuto toccare con mano quanto la scuola svolga un ruolo essenziale come laboratorio di una cittadinanza responsabile, grazie al coraggio degli insegnanti. Sappiamo che il mondo dell’istruzione pubblica ha bisogno di investimenti, di fiducia e di buon senso. Ha bisogno di dare risposte alle domande giuste: sul personale, sulla dispersione e sull’edilizia scolastica. Pensiamo che molte di queste giuste domande italiane possano avere, nelle prossime settimane, risposte concrete europee e siamo al lavoro, con il massimo impegno, per garantire i diritti di tutti i bambini.
*Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca
Corriere 24.5.13
Morrone: le scuole private né laiche né pluraliste
di Francesco Alberti
BOLOGNA — «Nessuno demonizza il privato. Il punto è un altro: la Costituzione stabilisce che è obbligo della Repubblica istituire scuole per tutti. Il dovere del pubblico è offrire istruzione a chi lo chiede. E anche a Bologna, spesso presa a modello, questo non avviene». Andrea Morrone, 42 anni, docente di Diritto costituzionale, si definisce «un moderato» nell'eterogeneo arcipelago (Sel, 5 Stelle, Fiom, associazionismo) dell'opzione A, quella per l'abrogazione dei contributi comunali alle private.
Professore, perché togliere i fondi alle paritarie?
«Noi partiamo dalla convinzione che gli istituti privati, in quanto scuole di tendenza, non offrono, a differenza del pubblico, un'istruzione laica, pluralista e volta all'integrazione dell'altro».
A detta di molti, il sistema integrato ha consentito di sopperire a numerose lacune: non è d'accordo?
«Sotto il profilo dei numeri, il sistema ha risposto in modo sufficiente. Ma negli ultimi tempi il problema delle liste d'attesa si è fatto più pesante. A Bologna tante famiglie, non trovando posto, sono state dirottate verso il privato, senza poter scegliere».
Ma se vince l'opzione A, non c'è il rischio che i soldi al pubblico non arrivino e che si perdano posti?
«L'obiettivo del referendum è andare verso una rinegoziazione delle convenzioni».
Per modificare cosa?
«Occorrono più controlli da parte del Comune».
Il sindaco Merola difende il sistema integrato: ha sbagliato?
«Quando si riveste un ruolo istituzionale si ha il dovere di tenere conto degli interessi di tutti. Avrei preferito che Merola, pur ritenendo il referendum sbagliato, avesse dimostrato una maggiore apertura verso chi considera importante un pronunciamento».
C'è chi accusa i referendari di voler far male al Pd in nome di una sinistra cosiddetta nuova.
«Mi pare che da tempo non ci siano più né sinistra, né destra. Ma giudico positivo che su temi spesso dimenticati si affaccino nuove istanze».
l’Unità 24.5.13
Il Fatto affianca i 5 Stelle ma non si può dire
I rapporti tra Casaleggio e Chiarelettere sono stati segnalati e non smentiti già un anno fa
La vicinanza tra i siti del giornale e di Grillo è confermata dai dati dei flussi dei visitatori
di Roberto Rossi Michele Di Salvo
ESISTE O MENO UN NETWORK AMBIENTALE CHE LEGA GRILLO CON IL FATTO QUOTIDIANO E LA TV DI SANTORO, SERVIZIO PUBBLICO? Un terreno comune, un pubblico simile, coltivato con bravura e coscienza dagli interessati? Secondo noi, sì. Ed è quello che abbiamo cercato di spiegare nell’inchiesta di mercoledì. Secondo Il Fatto, che ieri si è difeso insultando giornale, giornalisti e direttore, invece, no.
Eppure nel maggio 2012 uno degli estensori dell’inchiesta, Michele Di Salvo, scriveva più o meno gli stessi concetti nell’ebook «La menzogna della rete, chi e cosa c’è dietro Grillo e il Movimento 5 Stelle». In quell’ebook, che nessuno ha mai smentito, c’è un intero capitolo (il 15) intitolato «Lo strano rapporto con Il Fatto Quotidiano e Chiarelettere».
Cosa si dice in quel capitolo? Si accenna al rapporto tra Casaleggio e Chiarelettere, al fatto che quest’ultima fa parte dell’azionariato del giornale, guidato dall’ex direttore de l’Unità, Antonio Padellaro, e, infine, si fa riferimento al come è stata creata una cornice comune all’interno della quale si ritrova uno stesso pubblico di riferimento tra giornale e movimento politico.
E per spiegare di cosa si sta parlando si riporta un piccolo esempio che qui accenneremo: riguarda la gestione della moderazione dei commenti sul sito del giornale, collocato a Milano e diretto da Peter Gomez. Moderazione affidata, un anno fa, a una società esterna la I-Side, specializzata in marketing virale, e resa necessaria proprio per la presenza massiccia sul sito del giornale di influencer (persone che indirizzano la discussione di rete utilizzando profili falsi) o veri e propri fake e troll pro Grillo.
Nel capitolo in questione vi è una lunga ricerca e dimostrazione di anomalie nel flusso dei commenti e sulla presenza di fake e troll, e di come la linea delle discussioni finisse con l’essere direzionata e condizionata mediante delle semplici tecniche di marketing virale come quelle adottate proprio da Casaleggio. In questo modo il sito del noto giornale è diventato praticamente una delle piattaforme prescelte dai commentatori del Movimento 5 Stelle. Un luogo comune e amico dove incontrarsi. «Basta visitarlo è scritto nel capitolo per accorgersi della quantità di commenti che venivano cancellati e della quantità di quelli che venivano invece rilanciati ed esaltati. Quando si sono resi conto di questa cosa, molti lettori hanno cercato di contattare in tutti i modi la redazione, per avvertirli e chiedere conto in ogni caso dell’opprimente censura che secondo loro anche per l’utilizzo dei mezzi scelti veniva perpetrata anche dalla moderazione ufficiale del sito».
Di Salvo allora contatta la I-Side. Gli risponde il direttore editoriale del sito, Peter Gomez. Che nei numerosi scambi di mail rivendica l’autonomia editoriale della testata, precisando come quella società di moderazione l’avesse scelta lui e che tra lui e la Casaleggio non c’era alcuna connessione. Vero. Come abbiamo detto e ripetuto fino alla
noia nell’inchiesta, nel caso specifico non c’è una correlazione societaria.
Ma non solo per questa via si «condiziona un giornale». Ve ne è una forse più forte, ed è la vicinanza e contiguità degli spazi ed in qualche modo del pubblico. Laddove «essere critici» verso Grillo non tocca più di tanto altre testate, proprio per la contiguità dei lettori, è probabile che esserlo per Il Fatto possa essere più delicato.
E non ci sembra di minare in alcun modo alcun fondamento del lavoro giornalistico de Il Fatto Quotidiano semplicemente affermando quanto si legge con chiarezza ogni giorno, ovvero una vicinanza editoriale a Beppe Grillo (basterebbe rileggersi l’intervista fatta al leader dei 5 Stelle dal vice direttore Marco Travaglio nel giugno dl 2012). Né appare possibile alla luce dei dati di flussi di visitatori, riportati nell’inchiesta, negare che ci sia tale confluenza e convergenza.
«Goffredo Bettini amico di tutti i Caltagirone della capitale, ha fatto e disfatto sindaci e giunte e ha dato la spinta necessaria a Ignazio Marino, l’ultimo prescelto»
il Fatto 24.5.13
Da Walter a Ignazio. Potere all’ombra del Colosseo
Filosofia Bettini: senza i costruttori dove vai?
di Antonello Caporale
La pancia di Goffredo Bettini contiene tutta la sinistra romana. È il depositario di ogni accordo che su Roma, ai suoi lati (potremmo dire ai suoi fianchi) negli ultimi vent’anni si sono conclusi. È un uomo di potere intelligente, ama i libri, ha amato il Pci fino a patirne fisicamente la scomparsa (“mi venne la depressione e durò tre anni”). Ama la classe operaia ma gli ispira tanto stare al fianco dei costruttori. Discepolo di Berlinguer, amico di tutti i Caltagirone della capitale, ha fatto e disfatto sindaci e giunte e ha dato la spinta necessaria a Ignazio Marino, l’ultimo prescelto. Ritrovarlo con la maglietta della salute e la barba di qualche giorno nel salottino della casa “che divido con una famiglia marocchina in difficoltà”, e l’aria dell’osservatore partecipe ma sfaccendato è insieme utile e singolare. “Ignazio sarà un ottimo sindaco. Ha dato prova di grande spessore etico, è un Argan della scienza, un bel tipo”.
GALOPPA in solitaria, corre da un giardinetto all’altro, un po’ alla rinfusa. “Sta facendo una campagna elettorale guascona” (ride). Non è romano e si vede, e sembra che patisca l’assenza di una qualche connessione sentimentale con la città: “È un irregolare, vero”. Lui irregolare, il partito defunto. Non è che l’ha invece mandato contro un muro? “Andiamo per ordine: Nicola Zingaretti, il più bravo di tutti, ha scelto la Regione Lazio. Paolo Gentiloni ha la competenza e la conoscenza, ma gli faceva difetto una capacità di coinvolgere tutta Roma nel suo progetto. David Sassoli, idem. Ignazio Marino è il meglio. Gli manca quel po’ di ansia che fece dire a Francesco Rutelli, quando gli comunicai che sarebbe stato lui il nostro candidato: se faccio il sindaco di Roma andrò a piedi fino a Milano. Non ci è andato, ma ha scarpinato in città per l’equivalente dei chilometri promessi come atto di gratitudine”. Con i costruttori ha costruito le vittorie di Rutelli, ha gestito il potere con Veltroni, con Gianni Letta ha pianificato le opere-simbolo della capitale, una su tutte: l’Auditorium della Musica. Un concentrato di amicizie affluenti che adesso sembra svanito nel nulla. “Roma è una città di destra. E se la sinistra voleva governarla doveva allargare il proprio campo. Era e resta il mio pensiero. Posso convenire con lei su un punto: ho esercitato un’influenza morale su questa città, mi hanno riconosciuto come rappresentante di un potere politico forte, limpido, identificabile. Ho sempre parlato con loro sentendomi alla pari. La nostra visione, le nostre suggestioni e anche la qualità del ceto politico che con me è cresciuto e si è affermato ha prodotto rispetto nei nostri interlocutori”. Ora zero. “Mi pare che si sian messi di traverso”. Il Pd non esiste. “Un partito personale che genera tanti partitini personali. Una matrioska che contiene micro potentati, con uno sviluppo autarchico, disordinato. Non c’è nessuno che domanda, nessuno che risponda, nessuno che renda conto. Per questo ho deciso di promuovere una mozione congressuale”.
E UN GOVERNO da tenere in vita: “Mi sembra che Letta nella sua pancia abbia un ordigno di autodistruzione. Le caratteristiche dell’esecutivo sono note e la sua eccezionalità conosciuta a tutti”. Bettini è fuori la politica ma è dentro. “Ancora sono nel coordinamento nazionale del partito, ammesso che valga”. Non più parlamentare. “Dimessomi con onore”. Con la testa un po’ in Thailandia: “Vivo lì almeno sei mesi all’anno. Organizzo il festival Movie Mov, una grande rassegna cinematografica sui talenti italiani tra Manila, Bangkok e la Birmania. Sa, devo pur vivere”. Tre legislature se le è fatte: “La pensione è di sei mila euro al mese. Che divido con la mia mamma novantaduenne”. Ma Roma resiste nel cuor: “Al mio sessantesimo compleanno ho voluto invitare anche personalità distanti dal nostro mondo, ma che a mio avviso hanno segnato la crescita di Roma”. Puntuale si è presentato Caltagirone. “E con lui Toti e Parnasi. E basta”. Basta? “Le ripeto: legami instaurati alla luce del sole, rapporti alla pari, potenze che si riconoscono”. Riporto la denuncia di un architetto: Bettini è stato il regista delle nefandezze urbanistiche di Roma. “Quel tizio è stato querelato”. Marino ce la fa? “Alemanno è partito male, al secondo turno non vedo gara”.
il Fatto 24.5.13
A Siena la sfida di piazze tra Grillo e Renzi
di Enrico Fierro
IL LEADER DI M5S PROPONE DI NAZIONALIZZARE MPS, IL SINDACO FIORENTINO ACCUSA LA BANCA D’ITALIA: “DORMIVA”
Uno vuole rottamare, ma con prudenza. L’altro vuole sfasciare tutto. Di là un sistema di potere agli sgoccioli che cerca di sopravvivere riaggiustandosi. Di qua una rivoluzione urlata, con tante idee anche buone, ma moltissima confusione. Beppe e Matteo. Grillo e Renzi, un ex comico e un politico in ascesa che ama vestirsi come i vecchi personaggi della tv americana. Siena degli scandali come palcoscenico. Per Beppe Grillo che sale sul palco nei Giardini Lizza, dove già parlò nella campagna elettorale per le politiche regalandosi un tondo 22%, Renzi è “l’ebetino di Firenze”. Il “povero ebetino” che nel suo discorso a sostegno della candidatura di Bruno Valentini, un suo fedelissimo candidato alla carica di sindaco dal Pd, aveva detto che “non si può fare una legge per dire che Berlusconi è ineleggibile dopo 19 anni che sta in Parlamento”. Grillo è feroce nella risposta: “Ebetino, quella legge esiste già, informati, basta solo applicarla”. Volano stracci nella Siena del Monte.
Se Matteo Renzi, galvanizzato dallla gente che affolla la sala dell’Università per stranieri (200 posti a sedere, semivuota quando parlò Epifani, zeppa con il sindaco di Firenze) dice che “le banche devono stare fuori dalla politica”, che “ a Siena si è sbagliato ma si è avuto il coraggio di mettere un punto e ripartire”, Grillo spara ad alzo zero. “O avrete il coraggio di dire basta a quella banca, o avrete quel piede sporco che vi schiaccia la testa per sempre”. In mattinata i deputati del M5s hanno presentato una proposta di legge per istituire una Commissione parlamentare d’inchiesta sulla Banca più antica d’Italia. A Siena il Monte è tutto, 4mila posti di lavoro in città, 33mila in tutta Italia. L’iniziativa può diventare un boomerang in campagna elettorale.
“Sento una città in bilico – dice l’ex comico – incerta se fare scelte contro se stessa o cambiare. Qui non c’è da chiudere una banca, qui dobbiamo fare una rivoluzione”. E allora la proposta è quella detta, ripetuta, urlata in tutti i comizi del tour: “Nazionalizzare”. “C’è un buco di 14 miliardi, voglio sapere dove sono finiti i soldi, voglio che i responsabili dello sfascio paghino tutto. E voglio che la banca torni ai cittadini di Siena. Se non si nazionalizza arrivano i russi, Caltagirone al quale avete venduto tutto, anche l’acqua”. Grillo ricorda il suo ingresso come piccolo azionista nell’assemblea della Banca. “Profumo, uno che a Unicredit guadagnava 1400 volte più di un suo impiegato, mi guardava e ridacchiava Voglio sapere dove sono finiti 21 miliardi, prendeteli dallo scudo fiscale, sono lì”. Parla sotto la statua equestre di un Garibaldi perplesso e con la spada nel fodero, Beppe-Beppe, come lo incitano i suoi, “di questo Paese dove ormai siamo invisibili, non contiamo più un cazzo”. E allora “referendum sull’euro”, ricontrattazione con l’Europa, protezionismo laddove serve e sgradevoli attacchi alle tv e ai giornali. “Gentaglia, Ballarò ha mandato le telecamere sotto casa mia”.
La gente si spella le mani. Sul palco il candidato sindaco Michele Pinassi (classe 1978) laureato in storia e impiegato all’università e gli altri suoi candidati, 13 donne e 19 uomini. Giovani e meno giovani, attivisti di movimenti ed ex comunisti, che vogliono ripetere “il miracolo di Parma”. “Si può fare, può succedere se negli ultimi giorni del voto i padroni della città non fanno strani accordi”, ci dice il giovane parlamentare Massimo Artini. “E’ dura, durissima, qui hanno distrutto secoli di storia. Siena ha da sempre privilegiato il bene comune. Trentamila persone lavorano al Monte Paschi, nell’Università fondata nel 1248 ci sono 25mila studenti per una città di 56mila abitanti. Dati straordinari, ma i nuovi feudatari, i Luigi Berlinguer, i Pierluigi Piccini (ex sindaco, ndr), hanno rovinato tutto”. Chi ci parla è Mauro Aurigi, bestia nera del Mps, ultima tessera del Pci datata 1984, morte di Enrico Berlinguer. Siena assiste trepidante alla disfida, in bilico tra il rinnovare la fiducia ad un vecchio e radicato sistema di potere e l’avventura del cambiamento. Alle ultime politiche i senesi hanno mandato un messaggio durissimo al Pd e al centrosinistra bloccato al 45% e nostalgico del 56 conquistato nel 2008. Oggi la lotta è durissima: otto candidati a sindaco, 16 liste, il Pd dilaniato da lotte di gruppi di potere che qui navigano dentro gli agi delle grandi famiglie e i misteri delle massonerie. Grillo tenta i senesi, li provoca quando gli ricorda che “è una balla quella del Monte dei Paschi come banca più antica del mondo. Non è così la banca più antica è genovese, la San Giorgio, la fondammo 70 anni prima”, ma sa anche coccolarli. “Hanno una paura fottuta, temono che arriviamo noi, per questo hanno fatto una leggina che cancella i rappresentanti del Comune di Siena dal cda della Fondazione dell’Mps”. E’ “un golpe continuo, fanno di tutto per tenerci fuori”, urla dal palco. Renzi tende la mano, “è allucinante che si faccia una legge per dire che i movimenti non possono correre alle elezioni, se vogliamo vincere non possiamo squalificare”, ma Grillo non lo sente. Renzi è sempre “l’ebetino”, perché il leader del M5s sa che la partita è tra loro due. Uno vuole dare una lucidatina ad un sistema di consenso e potere malconcio, l’altro vuole mandarli tutti a casa.
Repubblica 24.5.13
In Italia torna l'aborto clandestino. Otto medici su dieci sono obiettori
Così muore la 194: i dati per regione
di Maria Novella De Luca
qui
l’Unità 24.5.13
Un’Alleanza per i 150 anni Spd
Dai socialdemocratici tedeschi parte la spinta per superare l’Internazionale socialista
La posta in gioco è l’Europa: molto dipenderà dal voto tedesco di settembre
Gli auguri di Merkel per l’anniversario, celebrato alla presenza di leader stranieri e di 30 partiti «fratelli»
Hollande elogia l’agenda Schröder
di Paolo Soldini
La cronaca d’una giornata importante può cominciare da un dettaglio minimo che pure, a suo modo, dice molto. Quando il presidente della Spd Sigmar Gabriel saluta Angela Merkel, seduta in prima fila, non la chiama «signora cancelliera» ma «signora presidente», e poi si scusa: «Ho anticipato un po’ i tempi». La cancelliera sorride, ma apprezza. La piccola gaffe delinea bene il clima in cui si tiene, a Lipsia, la celebrazione dei 150 anni dal 23 maggio del 1863, quando Ferdinand Lassalle fondò proprio qui la sua Allgemeine Arbeiter Verband, la Lega generale dei lavoratori che sarebbe poi diventata la Sozialdemokratische Partei Deutschland. La cancelliera-non-ancora-presidente ha fatto, sul giornale cittadino, l’elogio della «combattiva e indomita voce della democrazia» che la Spd è stata ed è ancora. Il presidente della Repubblica Joachim Gauck ha detto di «inchinarsi» di fronte al partito che ha fatto un bel pezzo della storia del Paese. Anche dagli altri partiti sono venute lodi e riconoscimenti. Un clima di concordia dominato da quello che dall’altra parte del Reno chiamano l’esprit républicain, ovvero la comune consapevolezza della convivenza nella democrazia al di là delle differenze e dei contrasti politici. Qualcosa di cui ci sarebbe un gran bisogno anche a sud delle Alpi.
La nota scherzosa di Gabriel ha alleggerito una cerimonia che ha corso, inevitabilmente, il rischio della retorica. Non solo perché quando si celebra un partito così vecchio e così importante si sente, per così dire, l’alito della Storia. Ma anche perché il momento in cui questa ricorrenza è caduta ha anch’esso un suo proprio spessore storico. A Lipsia si celebra un partito, ma la posta in gioco è l’Europa, il suo futuro. La Spd ha di fronte a sé un appuntamento elettorale decisivo, perché da come andrà avanti la politica tedesca dopo il 22 settembre dipenderà una parte grossa del destino del Paese che ha la responsabilità più grossa per il futuro del continente, della sua economia, del suo benessere, del suo assetto istituzionale.
Ma insieme con tutti gli altri partiti e movimenti che hanno invitato qui a Lipsia a festeggiare i socialdemocratici tedeschi debbono già guardare alle elezioni europee che avranno luogo quasi esattamente tra un anno e nelle quali si confronteranno diverse e alternative concezioni dell’Unione e del suo sviluppo. C’è una scommessa, ed è un appuntamento: a febbraio tutti i partiti socialisti e progressisti europei dovrebbero decidere insieme chi candidare alla presidenza della Commissione Ue e farlo, se ci riusciranno, sulla base di una piattaforma che contenga almeno il bozzolo di un programma comune. Nella nebbia delle difficoltà attuali, quando l’iniziativa politica appare nelle mani della destra e la sinistra fatica penosamente a liberarsi dal pensiero unico economico e a ritrovare la propria capacità di esercitare egemonia, culturale prima ancora che politica, può apparire un’impresa disperata. Di quelle che, come si sarebbe detto un tempo, vanno affrontate con l’ottimismo della volontà.
Intanto a Lipsia la Spd ha invitato mezzo mondo, ed è più di un modo di dire. Ci sono i leader di trenta partiti «fratelli» per il Pd hanno partecipato Bersani e D’Alema, mentre Letta ha presenziato alla cena dei leader progressisti tutti esponenti di quella Internazionale Socialista che muore dopo una lunga storia per rivivere, così almeno si spera, in una forma più moderna, più aperta e soprattutto più capace di aderire alle pieghe di un mondo che è cambiato e cambia profondamente, nelle nazioni e fra le nazioni.
La «Alleanza progressista» ha un riferimento semantico abbastanza vago e forse non del tutto a torto qualche commentatore vi legge dietro una pruderie, una colpevole ritrosia ad evocare il socialismo, e anche quello che il giurista e filosofo cattolico Heribert Prantl chiama la «Sozialisterei»: il «socialisteggiamento», si potrebbe tradurre. I motivi per cui si è dichiarata morta l’Internazionale sono molti e alcuni sacrosanti, come quello della estrema ambiguità di un termine che copriva cose diversissime e non sempre commendevoli, dal «socialismo reale» dei paesi comunisti alle più varie e deleterie connotazioni di regimi illiberali e dittatoriali in vari angoli del mondo. «Socialismo», non c’è dubbio, è un’espressione troppo larga, che andrebbe quanto meno «disambiguated», come si dice nell’orrido inglese dei tempi che corrono. E comunque a Lipsia ci sono, a pienissimo titolo, anche quelli che socialisti o socialdemocratici non sono mai stati, e neppure laburisti. Ci sono i democratici americani, finora alleati ma estranei e ci sono i partiti nuovi, quelli che hanno cercato di fondere le diverse culture progressiste che vivevano nei propri paesi, come i democratici italiani.
«CULTURA DEL COMPROMESSO»
I leader stranieri sono stati accolti con tutti gli onori, ma quello che ha galvanizzato la platea è stato François Hollande. Il presidente francese ha fatto un discorso politico, in cui ha lodato la Spd per aver trovato, con il famoso programma di Bad Godesberg del 1959, una «cultura del compromesso» che le ha permesso di consolidare il suo potere politico e di promuovere poi, con Gerhard Schröder, le riforme che hanno messo al sicuro il welfare quando è arrivata come una tempesta la crisi. Negli altri grandi paesi dell’Unione non è stato fatto e questa è una delle ragioni delle terribili sofferenze sociali di cui siamo testimoni. Hollande ha incassato molti applausi quando ha ribadito l’intenzione di battersi per modificare la strategia dell’austerità e di riorientare l’asse con la Germania su una chiara politica per l’occupazione. Angela Merkel una qualche risposta l’ha data, annunciando la riunione dei ministri del Lavoro Ue all’inizio di luglio a Berlino. Ma è chiaro che le possibilità di riformare davvero la strategia europea passano tutte per i due appuntamenti storici che la Spd ha davanti. Vincere le elezioni. Le prospettive, oggi, non sono esaltanti, ma forse a Lipsia un passo avanti s’è fatto.
l’Unità 24.5.13
Welfare e crescita, la nuova sfida dei socialisti europei
Pubblichiamo ampi stralci dell’intervento tenuto alle celebrazioni di Lipsia. «L’austerità ha ormai mostrato tutti i suoi limiti»
di Massimo D’Alema
Noi continuiamo a parlare dei problemi delle banche, dei debiti sovrani e degli spread, ma non dobbiamo mai dimenticare, neanche per un momento, che questa crisi incide prima di tutto sulle persone comuni, sui nostri vicini, sui nostri giovani. Che, al di là delle cifre, ci sono giovani adulti che non riescono a trovare un lavoro, pensionati che non arrivano a fine mese, donne che rimangono fuori dal mercato del lavoro, famiglie il cui reddito si è costantemente ridotto nel corso degli ultimi anni (...). È davvero questa l’Europa che vogliamo lasciare alle prossime generazioni? Il progetto europeo è stato immaginato e delineato con obiettivi molto diversi. Negli anni 50, quando fu avviato il processo di integrazione, la parola d’ordine era «solidarietà». E la solidarietà era uno dei valori fondanti delle Comunità europee che furono costruite sulle ceneri della guerra per prevenire nuovi conflitti, garantire la cooperazione tra i Paesi che vollero prendere parte a questo impegno e raggiungere un nuovo mix originale tra capitalismo, da un lato, e politiche sociali, dall’altro.
L’espressione «economia sociale di mercato» trasmette quest’idea di compromesso tra l’economia di mercato e la domanda di solidarietà che si realizzò in Europa, in forme diverse, negli anni del dopoguerra. Oggi, la crisi e le misure di austerità finora introdotte per affrontarla si ripercuotono nel fallimento di questo equilibrio, perché mettono in discussione la stessa fattibilità dei modelli di welfare che si sono sviluppati in tutta Europa negli ultimi sessant’anni. I meccanismi di inclusione sociale e di solidarietà si stanno gradualmente indebolendo e un altro paradigma ideologico sta prevalendo: quello neoliberale. Il welfare state è oggi sempre più considerato come un lusso che l’Europa non può più permettersi. Il risultato di questa tendenza è l’aumento delle diseguaglianze. Diseguaglianze tra Stati membri, con la conseguente diffusione di risentimenti nazionalistici tra Paesi Paesi del Nord e Paesi creditori contro Paesi del Sud e Paesi debitori ma anche diseguaglianze all’interno dei Paesi stessi, nelle loro società (...). È evidente che l’Europa ha mostrato finora una seria incapacità ad affrontare questi fenomeni e garantire una protezione adeguata ai propri cittadini. Alla fine degli anni ’90 è stato promesso che proprio l’Unione europea e il suo modello sociale avrebbero costituito la cornice di protezione dei cittadini di fronte alla globalizzazione, consentendo, allo stesso tempo, all’Europa di accedere e vincere la competizione globale. Quella promessa non è stata mantenuta e i partiti europei di centrosinistra sono quelli che, alla fine, stanno pagando il prezzo più alto per quel fallimento, perché era soprattutto da noi che i cittadini si aspettavano la capacità e la volontà di difendere i loro diritti e le conquiste sociali degli ultimi decenni.
Sono convinto che oggi non possiamo pensare di rilanciare il progetto europeo senza rilanciare allo stesso tempo la dimensione sociale dell’Europa, sapendo tuttavia che non usciremo dalla crisi semplicemente tornando alla situazione precedente. Questo non è possibile. Negli ultimi vent’anni, una parte del movimento socialista ha aderito al paradigma neoliberista. Un’altra parte, invece, si è illusa che sarebbe stato possibile preservare il tradizionale modello di welfare europeo, non comprendendo che questo non era più sostenibile nelle nuove condizioni determinate dalla competizione globale. Oggi la questione dello sviluppo di un nuovo sistema di welfare può essere af-
frontata soltanto al livello europeo, non può essere più demandata a strumenti nazionali (...)
Per affrontare questo problema e offrire soluzioni praticabili, sarà essenziale concentrarsi sul lavoro e sull’economia reale. Questo vuol dire che dovremo ridurre il peso dei redditi da capitale e regolare i mercati finanziari. Allo stesso tempo, dovremo lanciare una strategia per la crescita che non può e non deve basarsi sulla formula «austerità più riforme strutturali», che ha ampiamente mostrato i suoi limiti. Ma non ci sarà crescita senza alcune condizioni fondamentali: innanzitutto, la messa in campo di un’ampia strategia europea di investimento; in secondo luogo, un’interpretazione flessibile del Fiscal compact che consenta misure nazionali di investimento, in particolare nei settori dell’innovazione e della ricerca, allo scopo di aumentare la produttività e la competitività dell’Europa; in terzo luogo, una più equa redistribuzione delle risorse per stimolare i consumi interni (...). Per raggiungere tale obiettivo abbiamo bisogno di una forte solidarietà europea. La competizione tra idee progressiste e conservatrici deve esistere su questo non c’è dubbio ma dobbiamo evitare che degeneri in forme di reciproche incomprensioni nazionalistiche. Fenomeni che il nostro continente ha tragicamente conosciuto in passato e che ci siamo lasciati alle spalle quando abbiamo intrapreso il processo di integrazione. Sono fermamente convinto che un’Europa federale, basata sul principio di sussidiarietà quindi non un «super-Stato», ma una forte unione politica sia essenziale se vogliamo ottenere una vera svolta e muoverci in direzione di maggiore solidarietà e sviluppo. Spetta a noi socialisti essere alla testa di questa unione politica. Non possiamo lasciare l’iniziativa nelle mani della signora Merkel. Da quella posizione sarà più facile criticarne le politiche, perché sono esattamente quelle che stanno rallentando lo sviluppo e la crescita dell’Europa e finiranno per danneggiare la stessa industria tedesca e i suoi lavoratori (...).
Questo è esattamente lo stesso spirito che ha ispirato il bellissimo discorso di Helmut Schmidt al Congresso della Spd il 4 dicembre 2011. In quel discorso, Helmut Schmidt ha difeso con forza la democrazia europea, sottolineando che «migliaia di trader finanziari negli Usa e in Europa, oltre a un numero di agenzie di rating, sono riusciti a trarre in ostaggio i governi europei». Ma, soprattutto, Schmidt ha evidenziato quale deve essere il livello della responsabilità tedesca nella difesa dell’unità dell’Europa e l’importanza del principio di solidarietà. «Noi tedeschi ha detto abbiamo ogni ragione per essere grati. Allo stesso tempo, abbiamo il dovere di mostrarci meritevoli della solidarietà che abbiamo ricevuto, esercitandola noi stessi con i nostri vicini».
Corriere 24.5.13
Storia e Spirito bipartisan della Spd avvicinano Hollande alla Germania
di Paolo Lepri
Il «modello tedesco» ha trovato un nuovo, inaspettato ammiratore. Si tratta di François Hollande. Parlando a Lipsia durante le celebrazioni per i centocinquanta anni della Spd, il presidente francese ha detto che «progresso vuol dire anche fare scelte coraggiose nei momenti difficili per preservare l'occupazione e anticipare i mutamenti industriali». Il riferimento è all'Agenda 2010, voluta nel 2003 dal cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder: una serie di misure per rendere più flessibile il mercato del lavoro che non piacquero a larga parte della sinistra tedesca e che non sono mai state nella lista dei desideri dei socialisti francesi. Secondo Hollande la determinazione che ha ispirato quelle decisioni «non facili da prendere» ha permesso alla Germania di essere ora «davanti agli altri». La stessa Angela Merkel ha ammesso in varie occasioni che il governo da lei guidato ha poi beneficiato della svolta imposta dal suo predecessore.
Probabilmente il presidente francese non avrebbe mai detto quelle parole se non avesse avuto di fronte a sé, nella grande sala del Gewandhaus, lo stesso Schröder e tutto lo stato maggiore della Spd. Questa è la forza dei partiti, quando hanno una storia, una ragione, un radicamento nella società, sia pur difficile da conservare interamente, come accade anche in Germania. Le «famiglie» politiche europee possono essere ancora un luogo in cui i cambiamenti maturano dal confronto delle opinioni, in una prospettiva condivisa.
Elogiando il «realismo», caratteristico della Spd, Hollande ha lodato nello stesso tempo un Paese da cui lo dividono ancora molte cose. Anche se alcuni spiragli si stanno aprendo. È normale che sia così. A Lipsia, in una impressionante dimostrazione di spirito bipartisan, c'era tutto il mondo della politica tedesca. E la cancelliera ha reso omaggio agli avversari nelle elezioni di settembre definendoli «una voce combattiva e inflessibile della democrazia». Non è forse un caso che il leader della Spd Sigmar Gabriel abbia fatto un curioso errore ringraziando della sua presenza la «presidentessa federale». Poi si è corretto, con un sorriso, dicendosi «in anticipo sui tempi». Ma ieri erano in molti ad esserlo, nell'attuale Europa delle contrapposizioni.
il Fatto 24.5.13
Il rogo della via svedese all’integrazione
Cinque giorni di fuoco per la ribellione degli stranieri di Stoccolma, prime vittime della crisi
di Alessandro Oppes
Dopo cinque giorni - anzi cinque notti - infiammate dalla violenza, il vero incubo della Svezia è che si ripeta, con la stessa tragica intensità, l'esplosione di protesta sociale che nel 2005 sconvolse le banlieue parigine e le periferie di altri grandi centri francesi. I problemi, e la rabbia, sono gli stessi: quelli delle giovani generazioni di immigrati che vedono sfuggire, ogni giorno di più, la prospettiva di un lavoro e di una piena integrazione sociale. Proprio nel paese che, per decenni, è stato considerato a ragione il vero paradiso del welfare, e in più la terra dell'accoglienza per eccellenza. Ma l'equilibrio si è rotto da tempo, il “modello svedese” è in crisi. E la battaglia campale permanente che dallo scorso fine settimana tiene in scacco le autorità locali ne è solo la riprova più clamorosa. Decine di arresti tra i giovani e giovanissimi (parecchi sono minorenni), centinaia di auto date alle fiamme, vetrine in frantumi, l'assalto a una stazione di polizia, un ristorante incendiato. Dai quartieri marginali di Stoccolma a quelli di Malmoe, terza città del paese, è un ripetersi incessante di scene di guerriglia urbana, con il lavoro dei vigili del fuoco ostacolato in continuazione da gruppi di teppisti che accolgono i soccorritori con fitte sassaiole.
SIN DA DOMENICA, il centro della contestazione resta Husby, 17 chilometri a nord-ovest della capitale, un quartiere dormitorio di 12mila abitanti dove l'85% della popolazione è formato da immigrati di prima o seconda generazione. È qui che, lunedì 13 scoppiò la scintilla che ha provocato la sollevazione: un anziano migrante di 69 anni, con problemi psichici, abbattuto a colpi di pistola dalla polizia nel suo appartamento perché aveva miinacciato gli agenti con un machete.
Nei giorni successivi, la tensione nel quartiere andò crescendo fino a quando, domenica, un gruppo di una cinquantina di giovani cominciò a dare fuoco alle auto in sosta, rispondendo poi con il lancio di pietre all'arrivo della polizia. Invano, prima che fosse troppo tardi, e temendo quello che poi sarebbe accaduto, per giorni l'ong Megafonen, molto attiva nelle zone marginali della capitale, aveva chiesto che la polizia si scusasse con la vedova dell'anziano ucciso e che venisse aperta un'indagine sui poliziotti che avevano sparato.
Tutto inutile. Anzi, secondo numerose testimonianze, le forze dell'ordine non farebbero altro che inasprire le tensioni, rivolgendosi spesso agli immigrati con espressioni sprezzanti, come “negri”, “topi” o “scimmie”.
Ulteriore benzina sul fuoco nella situazione esplosiva di un quartiere, come Husby dove, secondo le statistiche ufficiali, un giovane su cinque nè studia nè lavoro, mentre l'8,8% ricevono il sussidio di disoccupazione e il 12% vivono degli aiuti sociali. Difficile, dunque, credere al ministro dell'Integrazione del governo di centro-destra, Erik Ullenhag, quando sostiene che ciò che sta accadendo in questi giorni in Svezia è solo “un problema di ordine pubblico”.
In crescente difficoltà, il premier Fredrik Reinfeldt lancia, inascoltato, un appello alla calma. Il tabloid di sinistra Aftonbladet gli risponde che gli scontri rappresentano “un gigantesco fallimento” della politica di un governo che ha portato a incrementare la ghettizzazione delle periferie urbane. In ascesa nei sondaggi, il partito di estrema destra Democratici di Svezia cerca di cavalcare la situazione dicendo “basta all'immigrazione e al multiculturalismo”.
Corriere 24.5.13
Gramsci, le etichette dicono che manca un quaderno
di Luciano Canfora
È apparso ieri sulla «Repubblica» un brevissimo trafiletto anonimo che fa riferimento alla perizia svolta — su mia proposta — dall'Istituto centrale per il restauro e la conservazione del patrimonio archivistico e librario (Icrcpal), per conto della commissione di studio nominata dalla Fondazione Istituto Gramsci, su quattro Quaderni del carcere di Antonio Gramsci. Tale trafiletto non firmato contiene una falsa notizia.
In quanto componente di tale commissione, nonché promotore del ricorso all'Icrcpal, ho avuto accesso all'intera documentazione — ormai consultabile in Rete, www.fondazionegramsci.org — prodotta dal benemerito istituto, luogo di assoluta eccellenza nel panorama dei nostri istituti di ricerca. E si può documentare che le cose stanno esattamente all'opposto di come recita il trafiletto anonimo apparso sulla «Repubblica». Le immagini che illustrano questo articolo mostrano infatti, al di là di ogni dubbio, che i Quaderni all'indomani della morte di Gramsci erano 34. Attualmente se ne conoscono 33! È un bel successo della filologia. Non accade infatti tanto spesso che una congettura, in questo caso la mancanza all'appello di un quaderno, trovi conforto fattuale. Chi lavora sui testi lo sa e dovrebbe gioire di questo successo.
Vediamo di che si tratta. All'indomani della morte di Gramsci il 27 aprile 1937, i Quaderni passano in mano di Tania Schucht (cognata e assistente del grande detenuto), che provvede ad apporre una etichetta su ciascun quaderno. Ma c'è un quaderno su cui manca qualunque etichetta: è il più compiuto, il più elaborato, il più significativo, quello che nel dopoguerra (1948) sarà edito per primo, La filosofia di Benedetto Croce. Era per Gramsci stesso il cuore dell'intera sua costruzione intellettuale.
L'assenza di qualunque etichetta di Tania su quel quaderno fu dichiarata sin da subito da Felice Platone («Rinascita», aprile 1946) e poi da Valentino Gerratana (ed. Einaudi dei Quaderni del carcere, 1975, vol. IV, p. 2404). Lo stesso Gerratana dichiara (vol. I, p. XXXV, nota 1) di aver messo lui per completezza (!) un tassellino su quel quaderno. L'esemplare fotografico dei Quaderni realizzato a Mosca nel 1939-40 documenta in modo oggettivo che sulla copertina del quaderno intitolato La filosofia di Benedetto Croce non vi era sin dal primo momento alcuna etichetta.
Dunque quel quaderno non fu, sin dal primo momento, tra quelli in possesso di Tania, per ragioni che potremo approfondire in altra sede.
La perizia attuata dall'Icrcpal ha svelato che, dal quaderno 29 in avanti, vi è una etichetta sottostante diversa rispetto a quella visibile: sotto XXIX c'è XXXII, sotto XXX c'è XXXI, sotto XXXI c'è XXXIII. Le immagini documentano lo splendido lavoro compiuto dall'istituto. È evidente che siamo di fronte a una rinumerazione consapevole: cavarsela dichiarando Tania pasticciona è puerile.
La deduzione unica possibile è dunque palmare: Tania ha avuto accesso a 33 Quaderni, non a quello su Croce. In tutto dunque i Quaderni erano 34, come ben sapeva il viceministro degli Esteri sovietico Dekanozov quando scrisse al suo superiore gerarchico di aver consegnato «al compagno Ercoli 34 quaderni di Antonio Gramsci, il 3 marzo 1945» (Vacca-Daniele, Togliatti editore di Gramsci, Carocci, p. 73). Ut erat demonstrandum. Altre considerazioni ormai fondate su dati di fatto si potranno aggiungere, quando — come previsto — la commissione tornerà a riunirsi.
Repubblica 24.5.13
Quando Stalin e Churchill si allearono con una sbronza
di Enrico Franceschini
Il rapporto sull’incontro è stato diffuso dagli Archivi britannici insieme ad altri documenti sinora segreti
Come la lettera scritta al premier inglese da Ciano su Mussolini o le telefonate intercettate di Edoardo VIII
LONDRA «Bere è la nostra gioia, non possiamo vivere senza», diceva intorno all’anno mille il principe Vladimir, fondatore della Russia. Ma anche gli inglesi non scherzano, da questo punto di vista. E fu proprio la comune propensione per l’alcol a rompere il ghiaccio tra un russo e un inglese dai quali dipendevano non poco le sorti della seconda guerra mondiale. Josif Stalin e Winston Churchill, durante una visita a Mosca del primo ministro britannico nel 1942, non s’intendevano per niente. La missione sembrava sul punto di concludersi con un fiasco, quando Churchill ebbe l’idea di proporre una serata a tu per tu con il dittatore sovietico. E mangiando a profusione, o più precisamente svuotando un bel po’ di bottiglie, si presume di vodka e di whisky per mantenere un’eguaglianza etilica, i due leader si scoprirono amici. Quando quella sbronza congiunta in una sala del Cremlino finalmente volse al termine, alle 3 del mattino un collaboratore di Churchill li trovò «in preda a un umore gioioso come a una festa di matrimonio»,
scrisse nel suo rapporto.
Ora quel documento è uscito dagli archivi di Londra, insieme ad altri segreti della stessa epoca: una lettera scritta al premier britannico dal conte Galeazzo Ciano, pochi giorni prima di essere fucilato in Italia, in cui descriveva Mussolini come «un ignobile pagliaccio»; la decisione del governo britannico di ascoltare le telefonate di re Edoardo VIII, di cui non si fidava più, nei giorni precedenti la sua abdicazione dal trono per poter sposare la divorziata americana Wally Simpson; l’arresto nel 1941 di un agente dell’MI6 in Spagna, completamente travestito da donna; un piano per eliminare il generale nazista Rommel, «la volpe del deserto».
Churchill era arrivato a Mosca per concordare una strategia comune contro Hitler con l’alleato sovietico, nei confronti del quale nutriva profonda diffidenza. E il negoziato non era andato bene, annota sir Alexander Cadogan, sottosegretario permanente del Foreign Office, che lo accompagnava. Nemmeno un banchetto al Cremlino per le due delegazioni era servito a migliorare l’atmosfera. La svolta giunge la sera successiva. Churchill chiede di cenare da soli con Stalin. Il pasto comincia alle 7. La delegazione inglese aspetta notizie in albergo. E aspetta. E aspetta. All’1 di notte, quando già trapela qualche preoccupazione per la sorte del primo ministro, Cadogan viene convocato al Cremlino. Ed ecco quel che vede: «Là ho trovato Winston e Stalin, più Molotov (il ministro degli Esteri sovietico, ndr) che li aveva raggiunti, seduti a una tavola ricoperta da ogni tipo di cibo, coronato da un maiale arrosto, e da innumerevoli bottiglie. Quello che Stalin mi fece bere sembrò piuttosto estremo; Winston, che si lamentava di un leggero mal di testa, preferiva saggiamente limitarsi a un vinello frizzante del Caucaso, innocuo al confronto». Il clima è cambiato. I due leader ora si intendono come sposini. Il dittatore sovietico si spinge a dire al suo ospite, «non sono d’accordo sulla tua opinione, ma ne apprezzo lo spirito». Insomma, missione compiuta. Churchill e Cadogan rientrano in albergo alle 3, «appena in tempo per fare le valige e partire per l’aeroporto alle 4 e 15», nota il consigliere del premier. Così concludendo il suo rapporto scritto a macchina: «Si sono create le condizioni per cui ogni futuro messaggio tra i due leader avrà il doppio del valore che aveva in precedenza». Bevitori di tutto il mondo, unitevi.
Repubblica 24.5.13
Così vicini così lontani
Il flusso delle idee in giro per il mondo
I modelli culturali si muovono a velocità sempre più accelerata
Producono sia l’omologazione, sia gli ostacoli ad essa
La riflessione di un grande antropologo
di Arjun Appadurai
Viviamo in un mondo in cui siamo al tempo stesso troppo vicini e troppo lontani gli uni dagli altri. Siamo troppo vicini perché le forze della globalizzazione, della guerra, della spartizione e dei media producono quegli “effetti-farfalla” grazie ai quali anche le cose più lontane ce le ritroviamo ogni giorno davanti agli occhi e davanti alla porta di casa. Al tempo stesso siamo anche troppo lontani gli uni dagli altri, perché in gran parte delle regioni urbane, delle regioni di confine e dei luoghi di passaggio del mondo odierno abbiamo perso il senso della familiarità sociale.
Oggigiorno gli oggetti culturali (che comprendono le immagini, i linguaggi, i valori, ma anche le acconciature), viaggiano sempre più rapidamente, superando i confini fra nazioni e fra regioni. Quest’accelerazione è conseguenza della velocità e della diffusione di internet e della concomitante espansione dei viaggi, dei media interculturali e della pubblicità globale. Ora che i grandi gruppi industriali globali possono esternalizzare vari aspetti delle loro attività, dalla manifattura e dalla distribuzione fino alla pubblicità e alla finanza, la potenza del capitale globale viene moltiplicata da un’opportunistica commistione di idiomi culturali, simboli, gruppi di lavoro e atteggiamenti verso il profitto e verso il rischio. Infine, a questo traffico di merci, stili e informazioni, così instabile e in esplosivo aumento, si abbina la crescita di forme globalizzate di politica culturale.
Per giunta, la complessità dei flussi culturali globali ha avuto effetti profondi sulla produzione di località (Appadurai 1996) e di soggettività locale (Das 2007). Questi flussi e queste reti non si manifestano più soltanto nella rapida diffusione e adozione di elementi culturali provenienti da mondi culturali “altri”, che in passato erano più o meno separati. Oggi sconvolgono addirittura i vecchi modelli di acculturazione, di contatto culturale e di commistione culturale, in quanto forniscono anche nuovi materiali per costruire soggettività. Per esempio, il traffico di immagini di sofferenza globale crea nuove comunità affettive tenute insieme da un’empatia, un’immedesimazione e una rabbia che superano grandi distanze culturali. Lo dimostra la vicenda del velo islamico in Europa: questo accessorio di abbigliamento, in se stesso assai differenziato a seconda delle varie regioni del mondo islamico, è divenuto un terreno di scontro per la scuola pubblica, la moda e le autorità dello Stato in paesi che in passato, come la Francia, non avevano proprio niente contro certi simboli esteriori di identità religiosa.
In breve, i flussi culturali globali hanno perso le caratteristiche selettive e ingombranti che hanno conservato tanto a lungo nella storia del genere umano, durante la quale molte società hanno trovato vari modi per accogliere sistemi di senso esterni entro le proprie cornici cosmologiche, e ciò facendo hanno prodotto cambiamenti per incidente dialettico e per accomodamento strutturale (Sahlins 1985). Oggi questi flussi culturali globali, siano essi religiosi, politici o di mercato, sono addirittura entrati nella produzione di soggettività locali, cambiando così sia i macchinari per la fabbricazione di senso locale, sia i materiali lavorati da quei macchinari.
Analogamente, questo periodo è caratterizzato dal flusso non soltanto di sostanze culturali, ma anche di forme culturali, quali il romanzo, il balletto, le costituzioni in senso politico e il divorzio. Il flusso di queste forme ha influenzato grandi processi storici mondiali come il nazionalismo (Anderson 1993), ma oggi che intere discipline, tecniche e modi di pensare si spostano e subiscono trasformazioni, esso influenza anche la natura stessa della conoscenza. Alcuni esempi dei flussi globali di queste forme di conoscenza sono la diffusione dei giochi online in Cina o l’espansione del day-trading di prodotti finanziari nelle economie emergenti. Ciò che qui importa è il rapporto fra forme di circolazione e circolazione delle forme. Così, forme quali il romanzo, il film e il giornale cartaceo possono fluire lungo circuiti ormai consolidati perché prodotti da circuiti preesistenti, come la religione, le migrazioni e il commercio. Invece altre forme culturali, quali il balletto, l’animazione, la fotografia di moda e l’attivismo politico di base danno vita a forme e circuiti circolatori nuovi, che prima non esistevano. Nel XXI secolo assistiamo quindi a nuove tensioni fra le forme culturali effettivamente in circolazione e i circuiti o reti emergenti – in parte culturalmente determinati – che plasmano e governano i molteplici circuiti di circolazione.
Questa duplice struttura dei flussi culturali globali crea anche dei “dossi”, cioè degli ostacoli. Ad esempio, in Cina lo Stato fa di tutto per ostacolare la diffusione di internet, rivendicando il diritto di regolamentare l’informazione e di far rispettare una certa morale sociale; allo stesso modo il movimento Falun Gong utilizza tecniche di protesta e di comunicazione per contestare la legittimità dello Stato. E ancora: chi si oppone alla demolizione delle bidonville si avvale appieno della forza di alleati e circuiti globali per ostacolare lo sgombero degli abitanti delle bidonville da parte di amministrazioni locali e municipali. Infine, i paladini dei diritti delle donne conducono quotidianamente la loro battaglia contro chi utilizza circuiti culturali globali per sostenere e legittimare vedute opposte in nome del valore noto come differenza culturale (Keck e Sikkink 1998).
Insomma, gli odierni flussi culturali globali sono caratterizzati da una curiosa contraddizione interna: creano essi stessi alcuni degli ostacoli che intralciano la loro completa libertà di movimento, e così facendo sono essi stessi a regolare la facilità con cui varcano i confini culturali. In una prospettiva storica di lungo periodo, e tenendo conto che nella storia umana vi sono sempre stati flussi, scambi e commistioni che varcano le frontiere culturali, nell’era della globalizzazione la novità più interessante è che la stessa dinamica produce sia i flussi culturali, sia gli ostacoli – i dossi e le cunette – che ne minacciano la libertà di movimento. Questa constatazione di fatto non mancherà di rassicurare quanti temono che questi flussi globali possano dar luogo a un regime culturale unico e omogeneo che finirebbe per ricoprire l’intera superficie del pianeta.
Traduzione di Marina Astrologo
Repubblica 24.5.13
Il caos calmo della nuova Cina
Nel saggio di Renata Pisu la storia di una cultura ancora regolata dall’“armonia”
di Umberto Galimberti
Non basta sapere l’inglese per intendersi con i popoli lontani da noi. Occorre conoscere la loro simbolica, ovvero il modo con cui pensano, credono, concepiscono il mondo e il rapporto che hanno con uomini e cose. Non solo quindi gli usi e i costumi, ma la loro visione del modo da cui gli usi e i costumi discendono. In questo senso il libro di Renata Pisu, Né Dio né Legge. La Cina e il caos armonioso (Laterza, pagg. 154, euro 15,00) è un libro utilissimo, anche per la grande esperienza che la giornalista ha maturato in quella terra, dopo aver frequentato per quattro anni l’Università di Pechino e dopo essere stata corrispondente da quelle terre a partire dal 1984, prima per La Stampa e poi per Repubblica.
I cinesi non pensano come noi. Non hanno mai adottato la nostra logica dualistica che distingue l’essere dal non essere, Dio dal mondo, il vero dal falso, il giusto dall’ingiusto, l’anima dal corpo, e nonostante tutti gli sforzi dei missionari, che a più riprese, a
partire dal Cinquecento, cercarono di parlare a loro con le nostre parole, ogni tentativo fallì, perché per i cinesi non c’è un cielo al di là della terra, un’anima che sopravvive al corpo, una legge che regola le condotte, ma solo un’“armonia” che lega gli uomini alle cose e ai propri simili e che, quando è infranta, è la vera causa della sofferenza
e dell’infelicità.
K’ung-fu-tzu, che noi abbiamo latinizzato con il nome di Confucio, non proponeva una dottrina, ma la semplice “Rettificazione dei nomi” per cui: «Un sovrano è un sovrano, un suddito è un suddito, un padre è un padre, un figlio è un figlio», e se ciascuno si attiene al suo nome e ai compiti che gli derivano, l’ordine sociale e politico risulta perfettamente adeguato all’ordine cosmico e l’armonia si compie. Questa armonia viene ribadita anche dal taoismo, che la tradizione fa risalire al Lao Tzu (IV secolo a. C.), il quale, con il libro delle “cinquemila parole” (Tao-tê-Ching), supera la dottrina confuciana dei “nomi” perché, in un mondo dove tutto diviene e nulla permane, ogni tentativo di fissare in un nome il senso delle cose, naufraga. «Il Tao che tutto presiede è senza nome e ogni nome che gli viene attribuito non è il suo nome. Il Senza-nome è origine del mondo celeste e terrestre». Così recita il taoismo che sposta l’armonia dal mondo umano a quello cosmico, dove i due principi dello yin e dello yang ne regolano il ciclo. Seguendo questo movimento naturale senza ostacolarlo, l’uomo raggiunge quell’armonia in cui consiste la felicità.
Sia il confucianesimo, sia il taoismo esprimono una simbolica che è l’esatta antitesi di quella occidentale, la cui caratteristica peculiare si manifesta proprio nell’intervento umano sullo svolgimento naturale delle cose per piegarle al proprio volere. Questo tratto, che Nietzsche segnalerà come «volontà di potenza», caratterizza il modo occidentale di pensare che, articolandosi per concetti (cum-capio), rivela la sua natura prensile (ribadita anche dal tedesco “ Be-griff”, da “ greifen”, afferrare). Da questo modo di pensare non poteva non seguirne quell’agire che è un conquistare, un infrangere l’armonia del mondo per imporre il proprio ordine. Un ordine che oggi rivela tutta la sua incertezza e soprattutto la sua imprevedibi-lità, per cui guardiamo il cielo e ci affidiamo ai suoi presagi per conoscere il futuro. Anche l’antica cultura cinese, come opportunamente ci ricorda Renata Pisu, guardava il cielo e la cosmica armonia, ma non per conoscere il loro futuro, ma per vedere se le loro parole, i loro gesti, lenti, agili, violenti, modificavano le stelle, il loro equilibrio, la loro luce, il loro giro. Perché anche il gesto dell’uomo, anche il più segreto come il gesto sessuale, produce armonia o disarmonia nel cosmo che non ci ignora.
E allora anche nell’incontro sessuale come scrive Renata Pisu: «Bisogna seguire la legge dell’unità degli opposti che si alternano ritmicamente, perché niente è mai tutto yin come niente è mai tutto yang.
Sessualmente parlando non c’è uomo che non sia anche un po’ donna e non c’è donna che non sia anche un po’ uomo». E questa è la ragione per il maestro Tung-Husüan osserva che: «Se l’uomo si muove e la donna non risponde, o se la donna è eccitata e l’uomo non accondiscende, allora l’atto sessuale danneggia non soltanto l’uomo, ma anche la donna, perché una simile unione, contraria al rapporto stabilito da lo yin e lo yang, infrange il perfetto equilibrio che esiste tra il Cielo e la Terra».
A questo punto resta da chiedere a Renata Pisu se di questa antica simbolica confuciana e taoista c’è ancora traccia nella Cina di oggi e più in generale in quell’Estremo Oriente, che a me pare abbia assimilato per intero la simbolica dell’Occidente che ha nella volontà di potenza il suo tratto specifico. Che ne è infatti del rispetto della natura in quella terra? Che ne è dell’aria negli immensi agglomerati umani? Che ne è delle condizioni e degli orari di lavoro? Che ne è dell’ “armonia” che lo governava senza bisogno di un Dio o di una Legge? Non è che la legge occidentale del mercato ha spezzato quell’ “armonia” dove l’antica sapienza cinese collocava la felicità dell’uomo?
IL LIBRO: Né Dio né Legge. La Cina e il caos armonioso di Renata Pisu Laterza pagg. 154 euro 15
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