venerdì 3 maggio 2013

il Fatto 3.5.13
Eutanasia Pd: inciucio, contestazioni e voti in fuga

Da Torino a Bologna cresce il malcontento dei militanti del partito furiosi per l’alleanza con il Caimano. Un disastro anche nei sondaggi, che avvantaggiano solo il Pdl. Intanto l’opposizione di sinistra (ma c’è anche Crimi) si raccoglie intorno a Rodotà. Al via la “contro Convenzione”

il Fatto 3.5.13
Primo Maggio. Urla e fischi, la piazza contesta il Pd
Da Torino a Napoli a Bologna, la Fe è stata un’occasione per manifestare contro l’accordo di governo
di Emiliano Liuzzi


Un’onda lunga, senza colori né padrini politici. Più che altro esasperazione. La voglia di far sentire la propria voce in un giorno, il Primo maggio, che dovrebbe essere di festa, anche se per qualcuno non c’è niente da festeggiare: perché chi non lavora non può incrociare le braccia. E un obiettivo, oltre quel muro di gomma che si chiama disagio: il Partito democratico, giudicato colpevole di aver lasciato la causa del lavoro per abbracciare quella di Berlusconi. “Mi chiamano provocatore, ci provino loro ad alzarsi la mattina e a non saper dove sbattere la testa. Sono dimagrito dieci chili, ho perso la dignità, nonostante io abbia le mani pulite”, dice Fabrizio Tonelli, 38 anni, operaio in cassa integrazione. “La mia vita era la fabbrica, gli orari scanditi dai turni. Poi la crisi, la consapevolezza che sarebbe toccato anche a noi. Così è stato. Ora sopravvivo, ma parlare di vita è eccessivo”. Tonelli è una delle persone che hanno contestato a Bologna Vasco Errani, presidente della giunta dell’Emilia Romagna, uomo forte di quello che doveva essere il governo di Bersani, oggi tornato a occuparsi della sua regione. La pretesa era quella di festeggiare insieme ai sindacati e agli industriali. La risposta è stata quella di andarsene a casa. Una cosa che Maurizio Landini, segretario della Fiom, sigla assente in Piazza Maggiore ma presente in solitaria a Copparo vicino Ferrara dove la Berco ha licenziato centinaia di operai, aveva anche più o meno previsto: “Per parlare coi lavoratori ci sono altri 364 giorni”.
BOLOGNA, dove il Pd ha anche risposto a gran voce (“non ci facciamo intimidire da questi provocatori”, prima di chiudere il banchetto in piazza Maggiore), ma anche Ferrara, Rimini, e soprattutto Imola. Qui il Pd, terrorizzato dall’idea di perdere il Comune (voto il 25 maggio, sondaggi che non la dicono buona) ha inaugurato la rotatoria dei “licenziati”. Ma non è bastato. Il sindaco Manca, legato a Errani, candidato in epoca antecedente all’inciucio a prenderne il posto in Regione, è stato ugualmente contestato.
L’Emilia e la Romagna, terre che furono rosse, ma non è che altrove sia andata meglio. Torino, per dirne una. Dove sono volate le uova. Nel mirino ci sono finiti tutti. Il sindaco Piero Fassino, Pd, come il presidente della Regione, Roberto Cota, Lega. Ci sono finiti i sindacalisti della Cgil, della Cisl o della Uil, senza distinzione alcuna. Nessuna festa. Nessun Primo maggio. Forze dell’ordine e attivisti non entrano in contatto, il corteo dei dimostranti avanza per arrivare a occupare il palco in un gesto dimostrativo. È qui che lo striscione con il nome dello sparatore di Palazzo Chigi, Preiti, viene esibito accanto alle foto di alcuni imprenditori che si sono tolti la vita per la crisi. “Esasperazione”, scandiscono alcuni di loro, che proseguono la marcia fino alla stazione, dove la contestazione si conclude. Il sinda co Fassino si salva come può: “Chi fischia non ha argomenti”, dice. “Questo governo si è insediato da 24 ore, prima di lamentarci vediamo di spingerlo a fare le cose”. Non è stato un Primo maggio. O, meglio, è stata una cosa diversa, chiamata esasperazione. Sicuramente non festa. Possiamo continuare a percorrere l’Italia, dal nord al sud. Il ritornello è il solito. A Napoli, per esempio, dove il concerto in piazza è stato sospeso. Cassintegrati della Fiat di Pomigliano, lavoratori dell’Irisbus, ma an che attivisti dei movimenti napoletani schierati a favore di una “urgente” bonifica del quartiere di Bagnoli (per anni assediato dall’amianto dell’Italsider) per ore se la sono presi con i sindacati colpevoli, a detta loro, “di non aver ostacolato la chiusura di aziende”. Il concetto: “Oggi non c’è nulla da festeggiare, visto che anche a causa dei sindacati, il lavoro è morto”. E, per farlo capire bene a tutti, i mani-festanti sono riusciti a entrare fino all’area del concerto dove c’erano anche famiglie. In pochi secondi è scoppiato il caos: transenne divelte, paura tra gli spettatori, urla contro i sindacati. È finita con 15 denunciati. Il sindaco Luigi De Magistris ha condannato la violenza, ma ha ricordato la necessità di “ascoltare il dissenso”.

il Fatto 3.5.13
La “contro-convenzione” di Rodotà per la sinistra
Nuovo fronte d’opposizione della Fiom ai dissidenti del Pd per bloccare “qualsiasi tipo di sfregio alla Costituzione”
di Giampiero Calapà


Nasce la Controconvenzione di Stefano Rodotà per bloccare “eventuali sfregi alla Costituzione”: la sinistra e l’opposizione ripartono da qui, Cinque Stelle compresi (“Hanno voglia di imparare come si fa politica, non possiamo escludere nessuno”). E da “nuovi cantieri”, quello di Sel è già fissato a piazza Santi Apostoli l’11 maggio, per riorganizzare un’area che “con l’implosione del Pd subisce un vuoto pericoloso”.
“Una Convezione bipartisan – denuncia il giurista –, magari presieduta da Silvio Berlusconi per sfregiare la Costituzione, sarebbe un grave errore. Badate che la riforma elettorale non è già più una priorità del governo, quella è la cosa che il parlamento dovrebbe fare subito”. Le parole di Stefano Rodotà, ieri all’Eliseo di Roma, hanno riunito la sinistra, “grande patrimonio storico del Paese”. Lunga la schiera di invitati del nuovo fronte all’iniziativa organizzata dal settimanale Left: da Sergio Cofferati alla Fiom, rappresentata da Francesca Redavid, da Sandra Bonsanti di Libertà e Giustizia all’ex pm Gherardo Colombo ad Antonio Ingroia, dallo storico Adriano Prosperi a Gennaro Migliore di Sel.
TUTTI AL TAVOLO del direttore di Left Maurizio Torrealta, davanti ad un teatro pieno di cittadini ed elettori rimasti senza punti di riferimento. Che hanno riservato, Rodotà escluso, l’applauso più lungo e sentito a Pippo Civati, il dissidente Pd che non ha votato la fiducia al governo Letta, uscendo dall’aula. E hanno fischiato Vito Crimi, capogruppo al Senato dei Cinque Stelle, quando ha cercato di spiegare: “Sono felice di essere qui con persone con una forte connotazione di sinistra, nell’accezione migliore del termine. Dico questo ma voglio aggiungere che non condivido gli estremismi, non andrei a braccetto con Casa Pound, ma darei una limata da entrambe le parti: il diritto alle ideologie è sacrosanto, ma a noi interessa la buona amministrazione, diciamo no agli steccati ideologici”. Fischi e malumori, gli applausi Crimi li recupera solo con l’aneddoto dell’incontro con un commosso Rodotà, quando lui e Roberta Lombardi gli hanno riferito della candidatura alla presidenza della Repubblica.
LO STESSO Rodotà poco prima aveva parlato proprio delle differenze tra destra e sinistra: “Il vuoto che l’implosione del Partito democratico crea è pericoloso. Io non ho consigli da dare, ma al dirigente politico del Pd che nei giorni scorsi ha sostenuto che un dipendente delle poste di certo non sa chi è Rodotà (Stefano Fassina, ndr), rispondo di non guardare dentro gli uffici postali, ma piuttosto alla società italiana, perché ci sono tanti come me che adesso stanno aprendo dei cantieri a sinistra. Dico questo essendo conscio dell’eccesso della legittimazione nei miei confronti: non ho mai mandato tanti sms come in questi giorni. Quando è morto il capo della polizia Antonio Manganelli qualcuno ha scherzato: per la successione si fanno i nomi di Rodotà e Zagrebelsky”. Entusiasmo e applausi, appunto, anche per Ci-vati: “Abbiamo un governo che non deve durare troppo: deve fare la legge elettorale... perché io, che rappresento il 3 per cento del Pd, non ho capito cosa vogliono fare, secondo me non è il caso di togliere l’Imu ai ricchi per esempio”. Poi Civati dice di voler restare nel partito, per giocarsi la partita del Congresso, che deve essere anticipato. La stessa cosa che chiede da giorni Sergio Cofferati: “L’abbandono silenzioso di iscritti ed elettori è preoccupante, ma dobbiamo lavorare per scongiurare scissioni”. Il vendoliano Migliore annuncia: “Abbiamo proposto di abolire la parata militare del 2 giugno”. E il prossimo appuntamento per questa ritrovata area di sinistra d’opposizione, che invoca cantieri e spera in un nuovo inizio, sarà proprio durante la festa della Repubblica: “Per noi quel giorno è anche la festa della Costituzione, faremo una manifestazione – rilancia Sandra Bonsanti – con Rodotà e Zagrebelsky, perché bisogna ripartire dall’opposizione a riforme sciagurate”. Quindi, parola di Rodotà, “occorre organizzare questa Controconvenzione, nella speranza che quella vera, la Convenzione di Pd e Pdl, alla fine non funzioni”.

il Fatto 3.
5.13
Miguel Gotor. arla il senatore consigliere
“Vi racconto la via Crucis di Bersani da Grillo al governo con Berlusconi”
di Antonello Caporale


Queste sono le brevi memorie di Miguel Gotor, l’intellettuale che con l’ansia del consigliere entusiasta e fidato ha vissuto la crudele debacle politica di Pierluigi Bersani. “Mi avete chiamato spin doctor, intendendo me come lo stratega, l’esperto di comunicazione non so cos’altro. Ero invece un ufficiale di collegamento tra il gruppo che lavorava ai programmi del governo Bersani e il partito. Lo specifico perchè è giusto ridare a ciascuno il ruolo e la responsabilità che si è assunto. Sapevo e so che il nostro mondo è fatto di fortune repentine e non ho nulla di cui dolermi. Ho fatto ogni cosa per evitare lo scenario che poi si è impadronito della realtà. Dunque non sono pentito, non ho pianto, non sono demoralizzato né distrutto. Avevo ogni cosa ben chiara”.
CHIARA, LEI DICE. Si vota un programma elettorale per il cambiamento, al quale immagino avrà offerto qualche spunto originale, e ci si ritrova con il Cavaliere statista. “Riavvolgiamo il nastro. Ero tra i più pessimisti anche prima del voto: ritenevo che anche un 34 per cento e una maggioranza sia alla Camera che al Senato sarebbe stato un risultato risicato. Ci avrebbero sparato tutti addosso, e invece di cambiare il Paese saremmo potuti naufragare dopo una decina di mesi. Figurarsi dopo il voto e quel deludente 29 per cento, con l’irruzione di una terza forza e la rottura dello schema bipolare. Un movimento che raccoglie il 25 per cento non è un incidente della storia, è una presenza che resterà negli anni. L’unica possibilità per tenere fede al nostro impegno era un governo di minoranza. Bersani non è stato un pazzo né un visionario, sapeva benissimo che per evitare il trauma che oggi patiamo c’era solo quella strada stretta da seguire. Lui ha sentito una tale responsabilità su di sé, per questo non ha gettato la spugna, al punto di affrontare quei 55 giorni come una via crucis”. Sono gli stessi giorni della prigionia di Moro anche se è imparagonabile quella tragedia a questa. “Bersani è di una moralità indiscutibile e non è uomo buono a ogni progetto. Per evitare la strada delle larghe intese ha scelto questa via che a lei sembra un immolarsi sulla strada della irrealtà”. Volevate i voti del M5S. “Volevamo l’astensione loro. Abbiamo parlato al loro elettorato e abbiamo spiegato le nostre ragioni. E una crepa si è manifestata, una riflessione era in atto, un primo risultato raggiunto”.
Astensione al Senato significa voto contrario. “C’era anche l’ipotesi di cambiare il regolamento in quel ramo del Parlamento. Avremmo restituito ai senatori il diritto a scegliere la neutralità che oggi è praticamente negato”. Era spaventato per le sorti di un solido governo di maggioranza e neanche un alito di paura per un miserello esecutivo di minoranza? “C’era altra strada? C’era il buco nero dell’accordo con Berlusconi. Certo sarebbe stato un esecutivo da combattimento. Avremmo tentato e sfidato la sorte”. Vagheggiavate il trono mentre i vostri compagni preparavano i pugnali. “No, la valutazione era di realizzare nella Convenzione per le riforme il coinvolgimento di tutte le forze politiche, da Berlusconi ai Cinquestelle. Quello era il luogo propulsivo del programma. Quello che avrebbe deciso la Convenzione avrebbe fatto da stella polare per il governo. Nel terzo anello un presidente della Repubblica che riuscisse a tenere uniti i primi due. Eravamo quasi giunti in porto”.
CON FRANCO MARINI sareste giunti in porto? “Io dico di sì”. Il suo era un leader così forte che non si era accorto che il partito andava per i fatti suoi. “Vero, quello è stato un trauma. La doppia botta Marini-Prodi ha azzerato e messo al tappeto tutti noi. Io non lo credevo possibile. C’erano state due direzioni del partito che avevano confermato linea e leadership”. Chi vi ha accecati? Come avete fatto a sottovalutare un fenomeno di rifiuto così limpido? E come potevate ritenere che la figura di Marini potesse essere simbolo di cambiamento?
“Col senno di poi ammetto il torto. Ma Marini per noi dava la garanzie di potere accompagnare questa fase in virtù della sua esperienza”. Avete azzerato il Pd, l’avete reso un luogo indistinto, un coagulo di odi e rancori. “Il partito va rifondato”. Il partito? Esistono due, forse tre partiti. “E io dico che non si dividerà”. Sta nascendo una grande e nuova Democrazia cristiana. “Esiste una pressione verso l'accentramento perchè la divisione tra berlusconiani e antiberlusconiani sta svanendo, sta per essere superata. È una cosa che cambierà la politica e anche il giornalismo, è la più grande opportunità che ha Enrico Letta”. Il vice di Bersani, dunque nella squadra del cambiamento, oggi è titolare dell’esecutivo della restaurazione. “La penso diversamente”. A ciascuno il suo pensiero, ma l’idea che sia stato fatto una grande frittata resiste oltre ogni auspicio. “Il rifiuto delle larghe intese era più mio che di tanti altri, la paura di questa prospettiva, ci ha guidati fin dall’inizio e abbiamo fatto ogni cosa per scongiurare questa eventualità”. Siete parsi velleitari. “Siamo invece stati coraggiosi. Bersani ha dovuto affrontare un periodo nel quale il leader del movimento con cui intendeva interloquire si mascherava, faceva del situazionismo, correva in spiaggia come Batman. Ricorda? ”. Ricordo, ma forse Bersani non era il candidato adatto per legare M5S a voi. “Lui aveva avuto i voti, lui si è preso la croce”.
Il risultato, direbbe Crozza, è questo grande mappazzone. “Non siamo riusciti ad eleggere un capo dello Stato e se avessimo fatto convergere i voti su Rodotà, Monti e Berlusconi ci avrebbe fatto eleggere la Cancellieri”. Gotor non si pente, né piange. “Sono nuovo di questo mondo e so che le fortune sono repentine, fatte di alti e di bassi. Credo di essermi impegnato in questi mesi per una causa giusta accanto a un uomo di valore. Le basta? ”.

il Fatto 3.
5.13
I dieci big
Sottosegretari e viceministri, l’inciucio è completo
Il premier convoca un consiglio dei ministri lampo per arginare gli appetiti del Pdl
Catricalà alle telecomunicazioni, Ferri alla giustizia
di Sara Nicoli


È stato quando Denis Verdini, alle 18, ha buttato sul piatto la nomina di Debora Bergamini a nuovo responsabile della Comunicazione del ministero dello Sviluppo Economico (con Anna Grazia Calabria sottosegretario) che le carte del castello della seconda fila di governo, costruito con tatticismo cencelliano con Da-rio Franceschini, solo volate in aria come colpite da un tornado. Tutto da rifare, allora? Macchè. Con il decisionismo tipico di chi ha in mano il potere della nomina fresca, Enrico Letta ha convocato un cdm per evitare che la situazione degenerasse. Dai nomi che sono stati scelti con i ruoli di vicemninistri e sottosegretari, per altro, dipende anche la filigrana con cui verranno costruite le presidenze delle commissioni, partita che si giocherà da martedì. Ma ieri notte prima di tutto si è trattato di arginare gli appetiti del Pdl che voleva portare lo squadrone della seconda fila dell’Esecutivo a 68 elementi, quando la legge dice che il numero deve arrivare a 63, ministri compresi. Che sono già 23. Un caos. Acuito anche da un’altra partita, quella della nomina del nuovo capo della polizia. Letta aveva chiesto ad Alfano Franco Gabrielli e il ministro dell’Interno aveva dato il suo placet. Peccato che poi sia entrato a gamba tesa lo stesso Berlusconi. Che da Arcore ha ricordato ad Alfano che Gabrielli non è proprio da considerare “un amico nostro”. Ecco, dunque, nuova legna su un fuoco, diventato un incendio sulla via dell’accordo di spartizione. Di lì la scelta di accelerare. E la decisione è stata presa in 20 minuti. Presidenza del Consiglio Giovanni Legnini (Editoria e Attuazione Programma) Sesa Amici (Rapporti con il Parlamento e coordinamento attività di Governo) Sabrina De Camillis (Rapporti con il Parlamento e coord. attività Governo) Walter Ferrazza (Affari Regionali e Autonomie ) Micaela Biancofiore (Pari Opportunità) Gianfranco Miccichè (Pubblica Amministrazione e Semplificazione) Interno Filippo Bubbico (Viceministro) Domenico Manzione Giampiero Bocci Affari Esteri Lapo Pistelli (Viceministro ) Bruno Archi (Viceministro) Marta Dassù (Viceministro) Mario Giro Giustizia Giuseppe Beretta Cosimo Ferri Difesa Roberta Pinotti Gioacchino Alfano Economia e Finanze Stefano Fassina (Vice-ministro) Luigi Casero (Vice-ministro ) Pierpaolo Baretta Alberto Giorgetti Sviluppo Economico Carlo Calenda (Viceministro) Antonio Catricalà (Viceministro alle Telecomunicazioni) Simona Vicari Claudio De Vincenti Infrastrutture e Trasporti Vincenzo De Luca (Viceministro) Erasmo De Angelis Rocco Girlanda Politiche Agricole Forestali e Alimentari Maurizio Martina Giuseppe Castiglione Ambiente, Tutela del territorio e del mare Marco Flavio Cirillo Lavoro e Politiche Sociali Cecilia Guerra (Viceministro ) Jole Santelli Carlo Dell’Aringa Istruzione, Università e Ricerca Gabriele Toccafondi Marco Rossi Doria Gianluca Galletti Beni, Attività culturali e turismo Simonetta Giordani Ilaria Borletti Buitoni Salute Paolo Fadda

La Stampa 3.5.13
Rodotà riunisce tutti gli anti-Letta Ma solo per un giorno
Rodotà Invitato a un’iniziativa di Left come simbolo di un punto d’unità possibile a sinistra
Crimi: non più steccati ideologici
di Francesca Schianchi


«Non mi si può chiedere molto o troppo. Sarò solo uno di quelli che, insieme a molti altri, farà un pezzo di strada per ricostruire una cultura politica». Applausi in sala, dalle poltroncine rosse del Teatro Eliseo un pezzo di popolo della sinistra accorso numeroso (tanto che l’evento s’è dovuto spostare dal ridotto al teatro più capiente) omaggia spesso e con calore l’ospite d’eccezione, Stefano Rodotà.
E’ lui, il giurista simbolo della voglia di cambiamento che spira nel Paese, individuato dal M5S come candidato al Quirinale e oggetto di discussioni anche nel Pd («sarebbe stato un ottimo presidente», ribadisce Sergio Cofferati), il protagonista dell’incontro tenuto ieri, «La rivoluzione della dignità», organizzato dalla rivista «Left»: sul palco da Gennaro Migliore di Sel ad Antonio Ingroia, leader di Rivoluzione civile proprio ieri «sciolta» in Azione civile, da alcuni «ribelli» Pd, come Cofferati, Tocci e Civati («consideratemi un interlocutore, io però rimango nel Pd») a Giuseppe Giulietti di Articolo 21 a Francesca Redavid della Fiom a Gherardo Colombo fino al capogruppo grillino al Senato, Vito Crimi.
Un embrione di nuova forza di sinistra? «Un tentativo di riprendere a discutere, e non in maniera settaria, senza escludere nessuno», concede Rodotà, acclamato come il padre nobile (un signore chiede una foto: «Per mio figlio di 8 anni») da quest’area ancora magmatica ma di certo tutta d’opposizione al governo Letta. O comunque assai critica: è Civati a definire «irriguardoso e stupido» proporre a Rodotà di presiedere la Convenzione per le riforme «dopo quel che è successo». E comunque il giurista non accetterebbe, convinto che quell’organismo sia «un cattivo servizio per le politiche di riforma, l’opposto di quello che si dovrebbe fare, rimettere il Parlamento al centro».
Ai «compagni d’opposizione del M5S» si rivolge Migliore, «Sel cercherà di instaurare un dialogo», ma, li rimbrotta, «forse con un altro confronto post elettorale oggi avremmo un altro tipo di governo». Crimi però, l’unico a non definirsi in un recinto di sinistra («la politica non deve più pensare secondo steccati ideologici, in questo momento deve pensare al bene collettivo») spiega che «non ci sono mai arrivate proposte dai vertici del Pd di fare una cosa insieme. C’è stato sempre detto: abbiamo vinto le elezioni, votateci». E’ finita col governo Pd-Pdl. In questo teatro nessuno lo ama: e tutti sognano un nuovo «cantiere».

La Stampa 3.5.13
Primo Maggio
Uno spettro del ’900 dietro il caso di Torino
A sinistra riecco i “traditori”
di Fabio Martini


Traditori. L’epiteto scagliato contro militanti e dirigenti torinesi del Pd durante la manifestazione del Primo Maggio appartiene al lessico famigliare di una certa sinistra: il peggior nemico non è l’avversario politico ma il parente più prossimo, il compagno che non ha la tua stessa idea, o l’ha cambiata. Nei giorni precedenti i dirigenti del Pd si erano già ritrovati ad essere bersagliati: con voi non vinceremo mai, andate a casa, buffoni. Legittime contestazioni politiche. Ora lo scatto lessicale, quel «traditori» che sovrappone un giudizio morale a quello politico. Ed è come se si fosse compiuta una piccola nemesi. I primi comunisti definivano «socialtraditori» i socialisti come Giacomo Matteotti che non volevano sottostare ai diktat di Mosca; venti anni dopo, per un dirigente del Pci come Pietro Secchia, era stato proprio il suo partito a «tradire» la Resistenza, non prendendo il potere con le armi. Ed è anche a quel rimpianto che si collegarono i brigatisti, arrivando ad assassinare i «traditori del proletariato»: comunisti come Guido Rossa, riformisti come Walter Tobagi, Ezio Tarantelli, Vittorio Bachelet, Massimo D’Antona, Marco Biagi.
Certo, l’aggressività di questi giorni verso i dirigenti del Pd trova alimento in qualcosa che non ha precedenti: il cambio di linea politica - in 12 ore si è passati dal «mai con Berlusconi» al governo con i ministri del Pdl - è stato così brusco da non essere accompagnato neppure dal rituale «contrordine compagni». In altre parole, nessuno al vertice del Pd si è preoccupato di motivare le ragioni politiche della svolta. Un black out che sta producendo smarrimento tra elettori, militanti, dirigenti locali ed è naturale che il dissenso nei loro confronti si stia caricando di aggressività.
Ma il lessico dei contestatori viene da lontano. E, sia pure, per effetto di foto sbiadite, in qualche modo appartiene all’album di famiglia della sinistra italiana. E’ curioso ma il primo ad utilizzare il termine traditori è stato colui che si sarebbe rivelato l’intellettuale più geniale della sinistra italiana, Antonio Gramsci. Nel 1920, ancora socialista, il giovane sardo tiene una rubrica su «L’Ordine Nuovo» che si chiama «Traditori sociali», con la quale tiene sotto i tiro i detestati riformisti del suo partito. Lì ci sono le premesse di un episodio poco noto ma straordinario. E’ l’anno 1930. Sandro Pertini, condannato dal Tribunale Speciale viene spedito nel carcere di Turi, dove è recluso anche Gramsci. In cortile Pertini si avvicina: «Mi scusi, lei è l’onorevole Gramsci, vero? ». E Gramsci: «Che fai, mi dai del lei? Non sei un antifascista anche tu? ». «Sì, mi chiamo Sandro Pertini, ma sono socialista…». «Perché dici “ma”»? «Perché per voi comunisti quelli come me sono dei “social-traditori”». Gramsci sorride amaramente: «Lascia perdere, quell’insulto è un’aberrazione, io non l’approvo».
Ma di lì a poco, il Pci di Togliatti sposa la linea di Stalin e i socialisti in esilio diventano addirittura «socialfascisti». Anche se l’episodio politicamente più significativo di criminalizzazione del dissenso interno si consuma nel 1951: due deputati emiliani del Pci che avevano fatto la Resistenza, Valdo Magnani e Giuseppe Cucchi, vengono espulsi soltanto per aver espresso diffidenza verso l’Urss di Stalin. Memorabile resterà la scomunica pronunciata da Togliatti («anche nella criniera di un nobile cavallo possono trovarsi due o tre pidocchi»), anche se restano esemplari le raccomandazioni di alcuni dirigenti del Pci, a cominciare da quella di Antonio Roasio: «Dobbiamo farli odiare da tutti».
Una qualche eco di quel linguaggio verrà ritrovata nei comunicati delle Br da parte di una personalità che conosce la storia della sinistra come Rossana Rossanda: «Chiunque sia stato comunista negli Anni Cinquanta riconosce di colpo il linguaggio delle Br. Sembra di sfogliare l’album di famiglia: ci sono tutti gli ingredienti che ci vennero propinati nei corsi di Stalin e Zdanov. Il mondo, imparavamo allora, è diviso in due. Da una parte sta l’imperialismo, dall’altra il socialismo». Il mondo diviso in due dei terroristi che infatti indicano la Cgil e il Pci come i «traditori del proletariato». Ed è in quel clima che matura un episodio che ha lasciato il segno nella memoria degli attuali dirigenti del Pd: il 17 febbraio del 1977, alla Sapienza a Roma il leader della Cgil Luciano Lama viene fatto oggetto, da parte degli autonomi, di una durissima contestazione che assume il sapore di una dissacrazione.

La Stampa 3.
5.13
“Peggio della morte Quegli sfregi al vetriolo sono l’abisso dell’odio”
La psicoterapeuta: “Ma sono rari i casi al maschile”
di Maria Corbi


Un volto cancellato, la propria identità violata per sempre, l’acido che corrode la pelle e l’anima. «Una condanna peggiore della morte», spiega Maria Rita Parsi, psicoterapeuta, che ha tra le sue pazienti molte donne picchiate dai compagni, «ferite duramente nel corpo». «Ma lo sfregio con il vetriolo è l’abisso dell’odio», dice. In Occidente è un orrore che abbiamo importato da Paesi che considerano le donne dei beni di proprietà dei padri, dei fratelli e dei mariti.
«L’aumento dei casi si deve non solo a una situazione di disagio collettivo che aumenta i disagi individuali e la frustrazione di menti psicolabili, ma anche all’effetto scia, all’emulazione», spiega la Parsi che ricorda con dolore Fakhra Younas, ballerina pakistana sfigurata dal marito che le ha gettato l’acido sul suo bellissimo volto mentre dormiva. «In Italia ha subito 39 operazioni e poi un anno fa non ce l’ha più fatta e si è suicidata buttandosi dalla finestra», ricorda la Parsi. E questo nonostante fosse seguita da un equipe di psicanalisti.
«È molto difficile superare una violazione irreparabile della propria identità». Nel suo libro, «Il volto cancellato», Fakhra ha urlato tutta la sua disperazione. «Una ferita che non ha guarigione», insiste la Parsi. «La distruzione della bellezza. L’aguzzino che urla “ti cancello”».
Una punizione che importiamo dall’Asia, dal Pakistan, dall’India, riservata di solito alle donne e che invece da qualche tempo ha tra le vittime anche uomini. Come il romano sfigurato, probabilmente, da una ex. O come, a Mosca, il direttore del Bolshoi aggredito con l’acido per una storiaccia di invidie e rancori tra ballerini.
«La molla che fa scattare il carnefice è sempre il possesso, l’invidia, la volontà di cancellare l’altro come oggetto di desiderio», spiega la Parsi.
«Non vi è solo la volontà di annientare l’altro ma di farlo soffrire a lungo e lentamente. Di sottoporlo alla pena perpetua e infernale della mostruosità», continua l’esperta.
«È vero che ci sono ormai tra le vittime anche uomini, ma lo sfregio con gli acidi rimane una punizione riservata soprattutto alle donne. Perché da sempre la bellezza è considerato un potere femminile. E allora si indebolisce, si priva della forza chi non ubbidisce, chi rivendica la propria indipendenza. «Non a caso Dostoevskij diceva che sarà la bellezza a salvare il mondo».
L’ennesima variante del femminicidio, la più crudele. «C’è una profonda invidia della libertà femminile, e si vuole ridurre le donne in qualche modo in schiavitù, privandole della libertà, della bellezza o della stessa vita».
«Le donne sono cambiate continuala Parsi - ma gli uomini no, anzi, hanno fatto un passo indietro». Sotto accusa quegli uomini che resistono nei loro vecchi ruoli, che pretendono di avere il controllo. «L’emancipazione e la liberazione femminili vengono vissute con rabbia, come eventi che determinano in loro una profonda instabilità. Hanno perso la donna ancella e non ce la fanno. Tanto che nei luoghi geografici dove questi ruoli sono cambiati, in Nord Europa, la violenza sulle donne ha numeri molto inferiori».

La Stampa 3.
5.13
Isabel Allende
La mia famiglia divorata dalla droga
Incontro con la scrittrice che rivela una terribile tragedia: i figli del marito morti di overdose, la nipote tossicodipendente
di Paolo Mastrolilli


«Quattro settimane fa abbiamo perso Harley, il figlio di mio marito. È morto di overdose». Così, con questo pugno diretto sulla bocca dello stomaco, Isabel Allende cambia tutto. Nella sala dove è venuta a presentare il suo romanzo cala prima il gelo, poi la commozione, infine il compatimento. Capisci cosa intende lei, quando dice che «i miei libri li chiamano " realismo magico", ma sono realtà. Radicati nella realtà».
La vita stavolta ha giocato uno scherzo tragico a Isabel, perché Maya’s Notebook (HarperCollins), già pubblicato in Italia ( Il quaderno di Maya, Feltrinelli) ma solo ora uscito negli Usa, racconta la storia di una ragazza tossicodipendente. Maya Nidal cresce a Berkeley con i nonni, perché il padre fa il pilota di aerei ed è sempre in viaggio, e la madre danese lo ha lasciato. Nini, la nonna, è emigrata dal Cile all’epoca del colpo di Stato contro Allende, cugino del padre di Isabel: «È piccola e cattiva come me», scherza la scrittrice. Popo, il nonno, è un astronomo afro-americano, dolcissimo e innamorato della nipote. Quando muore di cancro, Maya perde la strada: alcol, droga, crimine. Una spirale che la porta a Las Vegas, dove viene violentata e reclutata da una banda di spacciatori. La nonna però la ritrova e la spedisce nell’arcipelago cileno di Chiloé, tanto magnifico quanto desolato, per aiutarla a ricostruirsi la vita.
I critici dicono che questo libro è una rottura col passato per lei, perché non è un romanzo storico.
«È vero. Ero stanca di questi libri che richiedono anni di ricerche, per essere completati. Volevo scrivere qualcosa di più leggero, che potesse basarsi solo sul flusso della mia ispirazione. Alla fine non è uscito leggero».
Come le è venuto in mente di scrivere di adolescenti drogati?
«I ragazzi intorno a me erano così. Mio figlio Nicolas ha perso tutti i capelli per cercare di proteggere mia nipote, Nicole, che ha il corpo di Jennifer Lopez e il cervello di una bambina di otto anni. Io ero terrorizzata, perché vedevo tutti i pericoli che minacciavano i miei nipoti: violenza, droga, alcol, e ora anche Internet. Ho preso spunto da loro, e purtroppo dai figli del mio marito americano: tre, tutti tossicodipendenti».
In una scena del libro, Maya sta morendo di overdose sul pavimento di un bagno pubblico, ma poi qualcosa la salva.
«Sente una voce che le dice: " Respira, Maya, respira! ". Allunga lo sguardo verso lo spazio aperto tra la porta del bagno e il pavimento, e vede le scarpe del nonno Popo: è sua la voce che la riporta in vita».
Perché è una scena così importante?
«Non l’ho inventata, è vera. Qualche tempo fa Harley, il mio figliastro, stava morendo di overdose sul pavimento di un bagno pubblico. Sua sorella, Jennifer, era morta nella stessa maniera anni prima. Harley stava perdendo conoscenza, quando aveva sentito una voce che gli diceva: " Respira, Harley, respira! ". Era la voce di Jennifer. Il ricordo della sorella lo aveva salvato. Dopo si era rimesso, pensavamo di averlo recuperato. E invece, quattro settimane fa, è arrivata una chiamata dal portiere della sua casa... ».
Quando arriva in Cile, Maya riscopre anche la storia della sua famiglia, fuggita dopo il golpe di Pinochet. I suoi connazionali l’hanno criticata, dicendo che questa roba non c’entra niente con la vicenda di droga e adolescenti americani al centro del romanzo. Proprio non riesce a scordarla?
«E perché dovrei? Perché dovremmo? Qualcuno forse sostiene che sarebbe ora di dimenticare l’Olocausto. Io probabilmente non sarei nemmeno una scrittrice, senza il golpe: sarei una giornalista in Cile. Scappai in esilio in Venezuela, dove facevo l’insegnante. Avevo quarant’anni e sentivo che la vita mi stava sfuggendo, senza aver combinato nulla. La Casa degli spiriti nacque così, scrivendo la sera in cucina dopo aver pulito i piatti. Ma una volta aperto il mio petto, tutto quello che c’era è uscito. Ora non riesco più a occuparmi di cose che non abbiano alcun legame con i temi sociali, politici, con la realtà».
Lei ha perso anche una figlia, Paula, e ne ha scritto. Perché?
«Era l’unica maniera per non morire anch’io. La vedo ancora camminare per strada: vedo una ragazza con i jeans e la coda di cavallo, e penso che sia Paula. Scrivere mi è servito a ricordare la sua agonia, capirla e accettarla. Mia madre mi ha detto: piangere un figlio è come camminare da sola, nel buio. È doloroso come niente altro, ma alla fine, passo dopo passo, arriva la luce. A quel punto nulla può più farti male, e questo è il grande regalo che mi ha lasciato Paula».
Cosa suggerisce, ai genitori che si trovano davanti al dramma della tossicodipendenza dei figli?
«Niente. E cosa potrei suggerire? Solo la speranza che ai loro figli succeda quello che nel romanzo capita a Maya: cominciare a vedere la bellezza della vita, per quanto complicata. Interessarsi alle persone che ci stanno intorno, con le loro storie straordinarie. Capire la prima legge della natura, che è quella della reciprocità: devi dare, tanto quanto prendi. E così, finalmente, smettere di guardarsi l’ombelico e vivere».

Corriere 3.5.13
L'assessore e il suicidio sulle orme di Magri


Daniela Cesarini, 66 anni, ex assessore ai Servizi sociali del Comune di Jesi e candidata sindaco del Prc alle elezioni amministrative del 2012 ha scelto la data simbolica del 25 aprile per poter morire in Svizzera con la tecnica del suicidio assistito. Cesarini, con problemi motori sin dalla nascita, ha salutato i parenti, dicendo che avrebbe fatto una vacanza per il ponte ed è partita per la Svizzera. I familiari avrebbero appreso della sua morte solo il 30 aprile, attraverso una lettera inviata dalla clinica a un'amica della donna. Daniela Cesarini era stata una colonna portante del circolo del Prc a Jesi, sempre in prima fila nella difesa dei diritti dei lavoratori e delle pari opportunità. Alcuni anni fa aveva perso il marito, stroncato da una lunga malattia, e lo scorso 4 gennaio era morto il figlio Diego Piersantelli, 29 anni, andato in coma dopo una festa di Capodanno e trasportato agonizzante in ospedale dagli amici. Come Cesarini, il 28 luglio del 2011 aveva scelto di morire in Svizzera tramite suicidio assistito anche Lucio Magri, fondatore del manifesto e storico leader della sinistra.

Repubblica 3.5.13
Il suicidio assistito in Svizzera della pasionaria rossa di Jesi nel giorno della Liberazione
L’ex assessore Prc aveva perso un figlio. L’sms con le parole di Guccini
di Jenner Meletti


JESI (ANCONA) — Una vita «a muso duro, un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro». Anche Daniela Cesarini, 66 anni, come Pierangelo Bertoli, ha vissuto su una carrozzella. «Eppure era la più forte di tutti noi e ci sgridava anche. Nessuno ostacolo ci deve fermare. Se li supero io, voi che scuse potete trovare?». Si piange quasi di nascosto, in questa che era diventata l’ultima casa di Daniela, che il 25 aprile è andata a morire a Basilea, con un “suicidio assistito”.
Circolo Karl Marx, quartiere San Giuseppe. La donna in carrozzella nel suo appartamento non aveva più nessuno. Il marito Amedeo se n’era andato nel 2008, dopo una lunga malattia. Il figlio Diego è andato in coma l’ultimo dell’anno, è morto dopo quattro giorni. «Non è vero — gridava la mamma — che si era drogato. Non ci sono ancora gli esiti dell’autopsia. Non infangate un bravo ragazzo». Adesso, nel circolo di Rifondazione, vicino a un ritratto di Karl Marx, c’è un nuovo messaggio, stampato su un foglio 4 per 4 e guardato come fosse una reliquia. È una frase di una canzone di Francesco Guccini. «Ognuno vada dove vuole andare / ognuno invecchi come gli pare / ma non raccontare a me cos’è la libertà». Daniela Cesarini ha voluto andare in Svizzera per liberarsi dal troppo dolore accumulato. «Il messaggino è arrivato a tre di noi, proprio il 25 aprile. Forse l’ha mandato quando era già stesa nel lettino». Hanno quasi timore a parlare, i suoi compagni, Rossana Montechiani, Sergio Ruggieri e Stefano Mezzeccheri. «Se ci vedesse qui, a parlare con un giornalista, ci sgriderebbe. “Cosa state a dichiarare? Fate, fate e state zitti”. Arrivava qui, al circolo, perché faceva politica e soprattutto insegnava matematica ai figli degli immigrati. Aveva organizzato le “Ripetizioni popolari”, diceva che tutti i bambini hanno diritto a un futuro decente».
Invece lei, la signora che da quarant’anni faceva politica prima nel Pci e poi in Rifondazione ed era stata consigliere comunale e assessore, ha pensato purtroppo di non avere futuro. «Eravamo — dice Rossana Montechiani — amiche e compagne da sempre. Eppure lei aveva una corazza inattaccabile dentro la quale viveva assieme al suo dolore. Non voleva mai parlare della sua disperazione». Tutti sapevano cosa le era successo ma nessuno poteva cercare parole di consolazione. «Era una donna — dice Simona Marini, assessore dei Verdi, che era in giunta con lei nel 1998 — legnosa e testarda, dura e caparbia. Ma poi capivi che era soprattutto generosa e che si batteva non per sé ma per gli altri. L’ho vista ridere poche volte, ma quando lo faceva, era un inno alla vita».
È arrivato a Capodanno, il dolore che non si può sopportare. La telefonata dall’ospedale, il figlio Diego è in coma. «Miscuglio di alcol e cocaina», scrivono sicuri i giornali della città. «Non è vero, ancora non si sa nulla», protesta lei. La cerimonia funebre non si fa in chiesa ma allo stadio, perché Diego, 28 anni, era un tifoso della curva jesina. «Era davvero — raccontano sotto il ritratto di Marx — un bravo ragazzo. Cercava un lavoro e anche lui era un nostro compagno, come suo padre, del resto. In politica Daniela non accettava compromessi. Era assessore ai Servizi sociali ma si dimise subito quando la giunta decise di costruire una centrale turbogas. Promettevano 264 posti di lavoro, hanno assunto 13 persone in tutto. Come sempre, aveva ragione lei».
L’unico pezzo di famiglia rimasto è suo cugino, Paolo Filonzi, stessa età di Daniela. «È stata colpita dalla poliomelite poco dopo la nascita — racconta — e ha avuto un’infanzia difficile, ma i suoi genitori sono stati bravissimi: la portavano dappertutto. “Non c’è un posto dove tu non possa andare — così le dicevano — non c’è una cosa che tu non possa conquistare”. E lei ce l’ha fatta». La laurea in Economia e commercio, una borsa di studio in Statistica per 5 anni poi per 35 anni il lavoro in banca, all’ufficio studi. «Per lei non è stato facile — dicono al circolo — avere un figlio, eppure c’è riuscita. E Diego per lei era tutto».
Guardano il foglio con la canzone di Guccini. «È chiarissimo, non c’è bisogno di spiegare nulla. Ha scelto il giorno del 25 Aprile, il giorno della Liberazione. Più chiaro di così…». Come sempre, Daniela che aveva i capelli quasi a spazzola e si arrabbiava se qualcuno in segno di affetto le accarezzava la testa, ha fatto tutto da sola. «Mi ha portato le chiavi di casa — racconta il cugino Paolo — il 22 aprile, dicendo che andava a fare un piccolo viaggio e io non mi sono meravigliato, lo faceva spesso. Prendeva treni e aerei come tutti, non voleva assistenza. Ho saputo della sua morte solo il 30». Mercoledì, ad un’amica di Daniela, arriva una lettera da Basilea. È firmata da una dottoressa. Racconta che la sera del 22 la donna è arrivata nella città svizzera ed ha chiesto il suicidio assistito. «Per due giorni la signora Cesarini è stata interrogata da psicologi ed ha confermato, in piena lucidità, la propria decisione». L’urna con le ceneri arriverà nei prossimi giorni. Verrà sepolta accanto alla tomba del figlio. «Ognuno vada dove vuole andare…». Ma nel circolo Karl Marx si continua a piangere.

Corriere 3.
5.13
«Io sono il Signore Dio tuo» inizia così il buon cammino
Il primo imperativo del Decalogo fonda la via della salvezza
di Armando Torno


Tavole della Legge, Comandamenti, Decalogo: sono espressioni diverse per indicare i precetti che Mosè ricevette sul Sinai, base dell'alleanza tra Dio e Israele. Il termine più usato in dizionari e repertori, Decalogo, in greco significa dieci (déka) parole (lógos). Una consuetudine, accettata anche se non filologicamente ineccepibile, ama tradurlo con la locuzione «I Dieci Comandamenti»; tuttavia una ragione c'è, e va cercata nel fatto che in ebraico «parola», davar, è sinonimo di comandamento. Mosè rimase «con il Signore quaranta giorni e quaranta notti senza mangiar pane e senza bere acqua» (Esodo 34,28). Oggi sono considerati riferimenti giuridici ed etici, oltre che religiosi; costituiscono il codice morale di gran parte dell'umanità. O, per dirla con Hermann Cohen, fondatore della scuola di Marburgo e figura di spicco del neokantismo, si possono intendere come una sorta di equazione assoluta donata all'uomo (in Scritti ebraici, Berlino 1924).
Nella Bibbia si trovano due versioni con lievi varianti delle «dieci parole». Si leggono nell'Esodo (20,1-17) e nel Deuteronomio (5,6-21). La tradizione cattolica nel presentarle si discosta da ebrei ed evangelici. Già Agostino operò una distinzione nel Decalogo che lasciò una duratura traccia: divise i tre Comandamenti iniziali dai successivi sette, attribuendo ai primi i doveri verso Dio e ai successivi quelli verso gli uomini. Ma tali considerazioni continuarono per secoli. Per offrirne un esempio, diremo che un filosofo e teologo quale Duns Scoto, il Doctor Subtilis morto a Colonia nel 1308, sostiene che i Comandamenti della seconda tavola, ovvero dal quarto al decimo, non si dovrebbero ritenere inerenti alla legge naturale (in Reportata parisiensa; ribadisce in Scriptus Oxoniense). Di contro Tommaso d'Aquino, che affronta l'argomento nella Summa Theologiae, è convinto che tutti i precetti del Decalogo appartengano alla legge di natura.
La trascrizione del testo delle Tavole riportato nei catechismi cattolici è frutto di interventi maturati nel tempo. Significativo è il contributo di Alfonso Maria de' Liguori e l'influenza che esercitò dal XVIII secolo. Il santo partenopeo intese i Comandamenti come il sommario della teologia morale: per tale motivo cercò di compendiare in ogni proposizione un aspetto di vita. Il caso più evidente è nel sesto precetto, «non commettere adulterio»; egli preferì il più ampio «non commettere atti impuri». Sant'Alfonso desiderava investire tutta la sessualità. Lui stesso, d'altra parte, osservò regole rigidissime per trattare codesta materia: è noto che le pagine sulla morale matrimoniale, presenti nella sua opera, le vergò in ginocchio per non cadere in tentazione.
Si può affermare che ogni epoca abbia bisogno di ripensare e far rivivere nel proprio tempo i Comandamenti. Gianantonio Borgonovo, biblista e autore del saggio Torah e storiografie dell'Antico Testamento (Elledici 2012), ci confidava a proposito delle attuali riletture: «La ripresa di queste riflessioni trova significato nel valore di mitzwà, ovvero una tensione di mezzo tra l'amore di Dio che precede ("Io sono il Signore Dio tuo che ti ha fatto uscire dalla terra d'Egitto, dalla casa degli schiavi...") e l'amore che segue il Comandamento stesso e che diventa legge, sentenza, decreto». Per questo ebraista il Decalogo ha in sé una sorta di energia infinita, che «da una parte va all'originaria rivelazione del Sinai (Horeb) e dall'altra chiede di essere ogni volta attualizzata nell'oggi».
Ora tornano in distribuzione I Comandamenti editi dal 2010 (Il Mulino). Sono commentati, chiosati, fatti rivivere da teologi, filosofi, biblisti ma anche da economisti e giuristi (Non rubare, ottavo volume, è trattato da Paolo Prodi e Guido Rossi). Il primo di essi, Io sono il Signore Dio tuo, parole che introducono le Tavole della Legge, è firmato da Piero Coda e Massimo Cacciari. Il percorso tracciato parte dalla semantica del Nome per giungere alle riflessioni sul Deus-Trinitas. Da un lato si esamina, tra l'altro, l'autopresentazione di Dio di Esodo 3,14 «Io sono colui che sono» (ehjeh asher ehjeh), e che Piero Coda mostra nelle diverse interpretazioni non escludendo quella nata dalla versione greca della Bibbia dei Settanta (ego eimi ho on: si potrebbe addirittura tradurre «Io sono l'Essente»); dall'altro ci si chiede chi sia «l'Uno dell'Esodo». In tal caso Massimo Cacciari indica percorsi che aiutano il lettore ad avvicinarsi al «segreto del Nome divino», anche se resta «inafferrabile e ineffabile». «Non interessa tanto il Nome — scrive — ma ciò che l'Essere di Dio può. La sua natura è di essere, non di essere nominato, e di essere ponendo "fuori" di sé tutta la propria potenza».
In margine a Coda e Cacciari notiamo che per meglio cogliere il significato della frase «Non avere altri dèi di fronte a me» (Esodo 20,3; Deuteronomio 5,7), il primo ordine di Dio del Decalogo, è consigliabile affidarsi a una considerazione di Martin Buber: «La dottrina della unicità ha la sua ragione vitale non nel fatto che ci si formi un giudizio sul numero di dèi che ci sono e si cerchi magari di verificarlo, bensì nella esclusività che regge il rapporto di fede, come esso regge il vero amore tra uomo e uomo; più esattamente: nel valore e nella capacità totale insiti nel carattere esclusivo... L'unicità nel "monoteismo" non è, dunque, quella di un "esemplare", ma è quella del partner nella relazione interpersonale, finché questa non viene rinnegata nell'insieme della vita vissuta» (Königtum Gottes, Opere II, Monaco di Baviera 1964). Non è dunque avventato credere che il concetto fondamentale espresso da questo primo Comandamento sia di carattere esistenziale: è una scelta radicale che guida la vita. D'altra parte, il suggerimento di Buber ci aiuta a meglio comprendere la traduzione delle parole 'al-panaj, che si potrebbero rendere «oltre a me», «di fronte a me», «al mio fianco», «contro di me», «a mia onta» e altro, portandoci anche lontano dal comando di Dio.
Ricordiamo infine che questa serie di commenti alle Tavole della Legge è di undici volumi e non dieci. L'ultimo, Ama il prossimo tuo (Enzo Bianchi e Massimo Cacciari), è dedicato al Comandamento cristiano per eccellenza, già comunque presente nel Levitico: «Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso» (19,18). Con Cristo diventa la sintesi delle leggi che parlano della relazione con l'altro. Il Vangelo di Giovanni riporta: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati» (15,12); Paolo, nell'Epistola ai Romani, precisa: «Infatti il precetto: non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: amerai il prossimo tuo come te stesso» (13,9).

Corriere 3.5.13
Il fascino perverso della volontà generale
Così Rousseau è finito nella Rete
di Antonio Polito


Si invita spesso a moderare i toni. Bisognerebbe moderare anche i contenuti. Da qualche tempo è infatti in corso una formidabile polemica antiparlamentare nel nostro Paese, che non ha niente a che vedere con l'antipolitica e che è invece iperpolitica. Questa campagna, non nuova alla storia nazionale (fu violenta nella fase finale del regime liberale pre-fascista), è nata a destra.
Negli ultimi vent'anni il rumore di fondo del berlusconismo è stata l'accusa al sistema parlamentare di non lasciare libero il manovratore, la pulsione verso forme più semplificate e personalistiche di delega, l'evocazione del popolo sovrano contro le istituzioni di garanzia, Quirinale e Consulta in testa. A questa pressione, più volte definita «cesarista», la sinistra aveva finora opposto una difesa strenua e persino acritica del regime parlamentare così come disegnato nella «Costituzione più bella del mondo».
Ma qualcosa è cambiato negli ultimi tempi. Una forma diversa eppure ugualmente virulenta di antiparlamentarismo sta dilagando anche nella parte più colta e influente della intellettualità di sinistra. Essa ha riscoperto la «volontà generale», antico mito giacobino di derivazione rousseauiana; e la mette in opposizione all'esercizio delegato della sovranità popolare che avviene in Parlamento «nelle forme e nei limiti della Costituzione», come recita il primo articolo della nostra legge fondamentale. Ad affascinare le élite intellettuali di oggi — esattamente come scriveva Hannah Arendt a proposito di quelle del primo Novecento — è di nuovo «il radicalismo in quanto tale». Per loro le regole della democrazia sono un'ottima cosa, certo; ma ancor più importante è la virtù. La volontà generale deve essere virtù in azione, diceva Rousseau.
È in nome della «volontà generale» che ormai si contesta apertamente la legittimità del governo appena formato in Parlamento perché ignora la vera espressione del corpo elettorale, se solo si contassero anche gli 11,5 milioni che si sono astenuti per rassegnazione o rabbia, e si sommassero agli otto milioni e mezzo che per le stesse ragioni hanno votato Grillo. È in nome della «volontà generale» che si intima ai partiti di non contraddire il volere delle opinioni pubbliche, di cui naturalmente si ritiene di essere interpreti autentici. È in nome della «volontà generale» che Grillo vorrebbe un vincolo di mandato per i parlamentari, perché l'eletto del popolo è un suo dipendente, non un suo rappresentante (per Rousseau, come ha ricordato Giovanni Belardelli su questo giornale, i deputati non erano i rappresentanti del popolo, ma i suoi «commissari»).
Ma ciò che dice Grillo è ormai diventato senso comune nel mainstream della sinistra. Non si spiegherebbero altrimenti le voci autorevoli che gridano «fuori i nomi dei 101 traditori», i parlamentari del Pd che non hanno votato Prodi nella quarta votazione per il Quirinale. Incuranti del fatto che la Costituzione all'articolo 83 esplicitamente protegga il voto segreto dei grandi elettori proprio al fine di sottrarli alla pressione delle segreterie dei partiti, della piazza o dei media. Per quanto abietta possa essere stata la motivazione del voto di ciascuno di quei 101, il risultato complessivo del loro agire è per definizione costituzionalmente saggio. Di certo lo è stato in passato, quando i franchi tiratori, tra gli applausi della sinistra, impedirono a Fanfani, ad Andreotti, a Forlani di salire al Quirinale. Romano Prodi, è perfino ovvio dirlo, sarebbe stato un ottimo Presidente; ma lo sarebbe stato con il voto dei rappresentanti di meno del 30% dell'elettorato italiano. E se anche l'avessero votato tutti i parlamentari del Pd avrebbe avuto bisogno comunque di una decina di franchi tiratori di altri gruppi, la cui libertà di voto segreto sarebbe stata invece difesa e onorata, così come accadde a quei grillini che elessero Grasso alla Presidenza del Senato a scrutinio segreto. (La scelta per acclamazione di Prodi nel gruppo parlamentare del Pd è solo la conferma che l'acclamazione non è prassi democratica, perché serve a nascondere ipocritamente il dissenso che si è poi espresso nello scrutinio segreto).
Ciò che più colpisce è che questi paladini della «volontà generale» avrebbero voluto da un presidente della Repubblica a loro gradito nientemeno che «la chiusura della stagione berlusconiana», mandato politico che di certo non rientra tra i poteri assegnati oggi dalla Carta al Capo dello Stato. Si ha così l'impressione che sia in corso, in importanti ambienti intellettuali di sinistra, una conversione strisciante al presidenzialismo, ritenuto ormai l'ultima arma utile per chiudere i conti politici del ventennio. Potrebbe anche essere una buona cosa. Se infatti a sinistra la «Costituzione più bella del mondo» diventa riformabile, se si accetta che la rappresentanza deve reggersi su identificazioni più forti e dirette tra eletto ed elettore di quelle che oggi offra il regime parlamentare, potrebbero anche aprirsi le porte per una riforma presidenzialista che rinnovi la democrazia senza ucciderla. Purché la scelta diretta del Presidente sia basata sul suffragio universale nell'urna elettorale, certificato dalle Corti d'Appello, e non sul sondaggio di quattromila e passa militanti, certificati sul web da una società di Casaleggio.

Repubblica 3.5.13
Assemblea all’Eliseo con Sel, Ingroia, dissidenti del Pd e grillini. Il giurista: la Convenzione è un attacco alla Costituzione
Rodotà compatta i “delusi” della sinistra
di Liana Milella


ROMA — È il trionfo di Rodotà. Un teatro Eliseo strapieno in ogni ordine di posti. La rivista Left “celebra” il presidente mancato con uno slogan che attrae — “La rivoluzione della dignità” — e un parterre che disegna già il volto della sinistra a sinistra del Pd. C’è lui, il garante della Costituzione, pronto a schierarsi subito, e con durezza, contro la Convenzione. Ne parla come di un mostro politico e giuridico («È un cattivo servizio alla politica, è un attacco ai principi costituzionali, non solo non la voglio guidare, ma mi auguro che non funzioni»).
Gli sta seduto da una parte Maurizio Torrealta, il giornalista animatore di Left, dall’altra Rocco Crimi, il capogruppo di M5s al Senato, che è andato a casa sua per proporgli la candidatura: «Non lo conoscevo, ma mi sono innamorato della persona perché gli ho visto luccicare gli occhi all’idea che in tanti sul web avessero indicato proprio lui». Alla fine si scambiano pure un abbraccio con bacio. Un posto più in là c’è il pd Pippo Civati che piglia, ma con moderazione, le distanze dal suo partito, nel quale resta salvo chiedersi «che cosa farà in questo governo perché ancora non si è capito». Un’altra sedia e tocca a Gennaro Migliore di Sel, critico sul «malaugurato esecutivo Pd-Pdl», pronto a sfidare il Pd sulla cittadinanza agli stranieri.
Cofferati, Walter Tocci, le donne della Fiom, l’operaio di Pomigliano Antonio Di Luca che diventa l’idolo dello stesso Rodotà. «Mi sono emozionato quando ha parlato, perché le sue parole sono le mie, quel “costituzionalismo della vita materiale e dei bisogni” che ho sempre teorizzato ». L’elogio che il giurista fa della Carta è potente, ne cita articoli fondamentali come il 32 sul diritto alla salute e il 36 sul lavoro. Lì parte l’ovazione, come quando esalta il ruolo della Fiom perché «ci sta dando la lezione di andare davanti al giudice e non sotto casa di Marchionne». Non si tira indietro Rodotà: «Ho avuto un riconoscimento e voglio andare avanti su questa strada». Via lastricata dalla polemica aspra con il Pd per la sua scelta di non votare lo stesso Rodotà e soprattutto per aver fatto il governo dell’inciucio. Marco Revelli: «L’elettorato del Pd ha votato per eliminare B. e ora se lo trova titolare della golden share sul governo». Cofferati: «Il governo delle larghe intese è l’opposto di quello che il Pd voleva». Tocci: «Hanno tirato in tribuna un calcio di rigore al 90°. Con Rodotà sarebbe stato come con Boldrini e Grasso». Ingroia, «magistrato ancora per poco»: «Berlusconi è un impudente a proporsi come padre Costituente dopo essere stato il principale autore degli attacchi alla Carta».

Repubblica 3.5.13
Assalto alla Costituzione
di Stefano Rodotà


COME, e da chi, sarà governato questo paese nella fase che si è appena aperta? La prima risposta è tutta politica e deve partire dalla constatazione che Berlusconi è il vincitore della partita sulle macerie del Pd.
E, in quanto tale, non sarà solo il lord protettore di questo governo, ma il depositario di un potere di vita e di morte. La seconda riguarda il modo stesso in cui il governo si è costituito e si è presentato: un governo “per sottrazione”, non tanto per l’esclusione di pezzi del vecchio personale politico (in realtà, una vera “rottamazione” riguardante il solo Pd), quanto piuttosto per il silenzio su una serie di questioni evidentemente ritenute “divisive” (l’orrenda parola che connota sinistramente il nuovo lessico politico). La terza risposta è istituzionale ed è affidata all’invenzione di una Convenzione che dovrebbe, nelle parole del presidente del Consiglio, farci uscire dalla Seconda e traghettarci nella Terza Repubblica. La quarta, ma in verità la prima, è quella sociale, che riassume le urgenze dell’economia e il dramma delle persone.
Partiamo, allora, proprio da quest’ultimo tema. Sono stati descritti, in questi anni, alcuni caratteri che veniva assumendo la società italiana, caratterizzata da una serie di fratture profonde, non riferibili soltanto alla sfiducia crescente verso politica e istituzioni, ma soprattutto alla progressiva lacerazione del tessuto sociale. Ma queste rilevazioni oggettive non sono mai state prese seriamente in considerazione. Poiché l’unica bussola è stata quella dell’economia, e il mercato è vissuto come un’invincibile legge naturale, tutto il resto è stato ritenuto “sacrificabile”. E infatti la parola “sacrifici” è stata correntemente usata con allarmante leggerezza, senza essere capaci di rendersi conto che così veniva messa a rischio la coesione sociale e s’inoculava il virus della violenza. Quella inammissibile dell’aggressione armata, ma pure quella terribile del “tempo dei suicidi”, accompagnate dall’aumento dei reati documentato da commercianti e imprenditori come effetto del disagio che spinge all’illegalità chi vede in ciò una via obbligata per la sopravvivenza. E’ giusto, allora, invocare misura nel linguaggio, invito che tuttavia dovrebbe essere rivolto a tutti coloro che nel corso degli anni si sono fatti seminatori di discordia e imprenditori della paura. Ma è doveroso un riconoscimento a chi incanala la protesta sociale nelle forme della legalità. Penso alla Fiom, tante volte aggredita, che ha scelto la via giudiziaria per affermare i diritti dei lavoratori. Siamo ormai di fronte ai drammi dell’esistenza, e la capacità di governo dei processi sociali si misurerà proprio in questa dimensione, che non può essere dominata dalla prepotenza dell’economia. Se la politica vuole ritrovare il filo costituzionale perduto, deve pur ricordare che la Costituzione parla di “esistenza libera e dignitosa” collegata alla retribuzione, sì che né il lavoro può essere considerato una merce, né l’azione pubblica può essere pensata solo come rimedio per le situazioni di povertà, pur essendo evidente che interventi in quest’ultima direzione siano urgenti. La discussione generale sul reddito di cittadinanza non può essere elusa in una prospettiva che guarda a un nuovo welfare, così come il mondo del lavoro non può essere lasciato privo di una legge sulla rappresentanza sindacale.
Legalità e Costituzione ci portano al non detto del programma di governo, al suo essere prigioniero della logica della sottrazione. Non una parola del presidente del Consiglio sui diritti civili, terreno sul quale in tutto il mondo si discute, si sperimenta, si innova, si legifera. I prossimi anni saranno quelli di un isolamento civile del nostro paese? Eppure, davanti a Governo e Parlamento stanno questioni ineludibili. La legge sulla procreazione assistita, la più ideologica e sgangherata tra i tanti mostri legislativi partoriti dalle maggioranze di destra, è stata fatta a pezzi dalla Corte costituzionale e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo: coerenza vorrebbe che si abbandoni la logica proibizionista, che ha prodotto un turismo procreativo che discrimina le donne in base alle loro risorse finanziarie, e si approdi ad una legge essenziale, rispettosa del diritto all’autodeterminazione e di quello alla salute, come la Corte costituzionale ha detto chiaramente. Il presidente della Corte ha recentemente ricordato una sentenza della Consulta che ha riconosciuto alle coppie di persone dello stesso sesso il diritto fondamentale a veder riconosciuta la loro situazione, rinviando correttamente al Parlamento la definizione delle modalità del riconoscimento. Può il Parlamento lasciare senza garanzie un diritto fondamentale delle persone? Possono gli eletti del Pd dimenticare che questo era un aspetto assai sbandierato del loro programma e compariva tra gli 8 punti di Bersani? Si potrebbe continuare, ma bastano questi esempi per mostrare che cosa si sacrifichi sull’altare delle larghe intese. Conosco la vecchia obiezione. I diritti sono un lusso in tempi di crisi, Bertolt Brecht fa dire a Mackie Messer, nell’Opera da tre soldi, “prima la pancia, poi vien la morale”. Ma la dignità delle persone, il rispetto dovuto a ciascuno sono ormai un elemento costitutivo delle società democratiche. Possiamo dimenticarlo, sia pure per un momento? Peraltro, la cancellazione della dimensione dei diritti contraddice la dichiarata attenzione per l’Unione europea, dove ormai la Carta dei diritti fondamentali ha lo stesso valore giuridico dei trattati e afferma chiaramente l’indivisibilità dei diritti.
Le convenienze purtroppo spingono in questa direzione, e tuttavia questo erode la legittimità del governo e la credibilità del Pd, cosa che dovrebbe preoccupare assai, e spingere ad azioni concrete, quei parlamentari che hanno manifestato critiche e preoccupazioni. E che dovrebbero essere memori, di nuovo, degli 8 punti di Bersani, dove comparivano la legge sui conflitti d’interesse e sull’incandidabilità, sul falso in bilancio e sulla prescrizione dei reati. Tutti temi che, malinconicamente, sembrano archiviati.
Qui nasce un ulteriore, significativo problema politico. I gruppi di opposizione hanno responsabilmente parlato della loro volontà di valutare nel merito, senza pregiudizi, i singoli provvedimenti del governo. E tuttavia il ruolo dell’opposizione non può ridursi al gioco di rimessa. Utilizzando anche le norme regolamentari che assegnano spazi garantiti per la discussione delle loro proposte, i gruppi d’opposizione presenteranno certamente proposte proprie, tra le quali con ragionevole probabilità compariranno alcune almeno tra quelle ricordate. Saranno valutate dalla maggioranza di governo con lo stesso spirito costruttivo manifestato dalle opposizioni? O questa si trincererà dietro un rifiuto pregiudiziale, vedendo in quelle proposte l’intenzione di mettere in difficoltà il governo?
Ma il punto più inquietante della linea istituzionale enunciata dal presidente del Consiglio risiede nella proposta di istituire una Convenzione per le riforme. Preoccupa il collegamento tra riforma elettorale e modifiche costituzionali, che contraddice la proclamata urgenza del cambiamento della legge elettorale e rischia, in caso di crisi, di farci tornare a votare con il porcellum (legge che contiene un clamoroso vizio d’incostituzionalità). Preoccupa la spensieratezza con la quale si parla di mutamento della forma di governo. Preoccupa lo spostamento in una sede extraparlamentare di un lavoro che – cambiando il titolo V della Costituzione, l’articolo 81, le norme sul processo penale – le Camere hanno dimostrato di poter fare, con il rischio di avviare un improprio processo costituente “suscettibile di travolgere l’insieme della Costituzione” (parole di Valerio Onida nella relazione dei “saggi”). Inquieta la pretesa di Berlusconi di vedersi attribuire la presidenza di questa Convenzione, dopo essere stato l’artefice di una riforma costituzionale clamorosamente bocciata nel 2006 da sedici milioni di cittadini.
Rispetto a questa linea si manifesteranno certamente le opinioni critiche in quel mondo della sinistra che, in questi anni, ha cominciato a ricostruire una vera linea di politica costituzionale, consapevole dei problemi della democrazia rappresentativa, ma convinta che la via d’uscita non sia quella dell’accentramento dei poteri e della cancellazione dei diritti. Molte forze vitali sono già in campo, e non mancheranno di far sentire la loro voce.

Repubblica 3.5.13
Pd, la sindrome del rigetto
di Gad Lerner


L’EPISODIOdi lotta di classe intrapresa nel Pd dai volontari del servizio d’ordine torinese, che al corteo del 1° maggio si sono rifiutati di garantire la tutela dei parlamentari, va al di là della dialettica base-vertice.
Iquadri più “fidati” della sinistra torinese – invitando i dirigenti a farsi proteggere dalla polizia anziché dalla struttura militante che in passato tutelò la sicurezza di personalità minacciate dai terroristi come Ugo Pecchioli e Luciano Violante, e che scortava Giorgio Amendola anche quando egli richiedeva “sacrifici senza contropartite” ai lavoratori – denunciano un’incompatibilità culturale senza precedenti: quasi che oggi esistessero non uno, ma due Partiti democratici. Mai prima d’ora avevano rotto una silenziosa disciplina. Si sono dichiarati al servizio dei lavoratori in corteo, ma non di chi dovrebbe rappresentarli. Hanno marciato con gli iscritti autonominatisi “Resistenti democratici” dietro a uno striscione inequivocabile: “No all’inciucio Pd-Pdl”; e con loro invocavano “Congresso libero e subito!”.
Guai a confondere questi militanti del movimento operaio con gli antagonisti che issavano uno striscione recante l’effigie di Luigi Prieti, detestabile apologia della violenza armata. Né li possiamo ascrivere al novero dei grillini che teorizzano l’indifferenza fra destra e sinistra. Diversamente che nel passato, quando si fronteggiarono in varie modalità riformisti e rivoluzionari, moderatismo e estremismo, stavolta la voragine si è aperta dentro al partito, o meglio fra partito e popolo democratico. A Torino come nel resto d’Italia.
È come se i dirigenti del Pd non avessero ben valutato le conseguenze delle procedure democratiche con cui avevano chiamato fino a pochi mesi fa l’elettorato e i tesserati alla partecipazione attiva. Dibattito libero, frequente ricorso alle primarie per sciogliere i nodi politici e selezionare i dirigenti. Con la democrazia non si scherza. Il rigetto diviene inevitabile e incontrollabile quando i dirigenti, anziché rivendicare uno spazio di autonomia decisionale, tramano nell’ombra; e una parte cospicua di loro vota contro Prodi al Quirinale, già considerando obbligata nei fatti l’alleanza di governo col Pdl che respingevano a parole. Doppiezza inaccettabile dacché l’epoca del centralismo democratico è archiviata. Un partito fondato sulla sovranità dei cittadini elettori non può tollerare un cambio repentino di strategia, votato da una Direzione durata meno di tre ore.
Così l’imboscata dei 101 franchi tiratori, nessuno dei quali ha avuto il coraggio di motivare la propria scelta, e la conseguente nascita del governo di coalizione con la destra berlusconiana, ripropongono la categoria (impolitica?) del tradimento. Di ben altro spessore fu il travagliato dibattito sul “compromesso storico” che, a partire dal 1973, preparò nel vecchio partito di massa il varo del governo di larghe intese, tre anni dopo. Le lacerazioni che pure allora si produssero nel popolo di sinistra, in particolare sui temi dell’austerità e dei sacrifici richiesti alle classi lavoratrici, furono certo dolorose. Ma le accuse di svendita e di “imborghesimento” — di tradimento, insomma — giunsero quasi solo dall’estrema sinistra: i militanti del Partito comunista non dubitavano dell’onorabilità dei loro dirigenti, garantita da biografie gloriose e stili di vita condivisi.
Oggi la percezione è drammaticamente mutata, come rivela anche l’ammutinamento di Torino. Non basta il prestigio di Napolitano – l’unico che ha parlato chiaro – a convincere i militanti che si possa/debba rifare il compromesso storico, con Berlusconi al posto di Moro. Non bastano le mezze frasi di D’Alema per giustificare l’affossamento della candidatura di Prodi. Illudersi che la politica segua il suo corso e che alla fine la base “digerirà” anche questo passaggio, significa ignorare non solo le tensioni sociali ma anche le legittime aspettative di condivisione che lo stesso Pd – novello apprendista stregone – ha sollecitato. Come si fa a predicare l’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione e al tempo stesso rinnegare una linea politica democraticamente assunta?
“Congresso libero e subito!”, chiedevano il 1° maggio i rivoltosi di Torino. Lo si convochi immediatamente, prima dell’estate, riconoscendo non solo legittima ma preziosa questa richiesta che – per quanto ancora? – giunge dai quadri più generosi, quelli che sacrificano le notti per vigilare sulle feste del partito e che fino a ieri si sentivano in dovere di proteggere i dirigenti, meritevoli di rispetto sia pure nel dissenso. Quel patrimonio di rispetto è stato dissipato, il che renderà ancora più denso di incognite il percorso congressuale. Rimetterà in discussione la tenuta del governo Letta? È probabile. Di certo non sarà indulgente con i responsabili del disastro. Ma chi si illudesse di ridimensionare il travaglio in corso a malcontento sopportabile, non si rende conto che in poche settimane il Pd rischia di perdere il suo popolo. E la sua anima.

Repubblica 3.5.13
Amoricidio
Alle radici della violenza contro le donne
Come e perché la responsabilità dell’assassinio viene spostata dal carnefice alla vittima L’inchiesta-denuncia di Loredana Lipperini e Michela Murgia
di Elena Stancanelli


Quando un uomo uccide una donna compie un femminicidio. Abbiamo battezzato questo crimine con una parola goffa. Lo sappiamo: pazienza. Serviva un termine esatto, per dare specificità a un crimine che si stava nascondendo tra gli altri. Esistono i morti per mafia, le vittime della strada, gli infanticidi... Da adesso chi scanna la moglie, la compagna, la fidanzata è un femminicida. Un nome è una cornice, chiama attenzione. L’attenzione è il tema del pamphlet scritto da Loredana Lipperini e Michela Murgia, pubblicato da Laterza nella collana Idòla. Un energico pamphlet che fin dal titolo — iconico e irrituale: Ho ucciso perché l’amavo. (Falso!) — svela il suo carattere intemperante, verso la volgarità ideologica, verso la disattenzione colpevole, soprattutto dei giornali. «L’ex confessa: l’amavo più della mia vita», «pronuncia il nome dell’ex fidanzato: strangolata per gelosia», «L’ho uccisa durante un lungo abbraccio» «Lo tradiva, perde la testa e le dà fuoco» e ultimo e sublime per la sua ossimorica insensatezza: «L’ha uccisa perché non voleva perderla». Sono titoli apparsi in questi anni, soprattutto negli ultimi due, da quando il femminicidio ha assunto proporzioni che chiamano allarme. Le due scrittrici, con voce limpida e un’oratoria inoppugnabile, per un centinaio di pagine smontano teoremi, svelano schemi mentali ammuffiti, ribadiscono cifre. Nel 2012 sono state ammazzate cento donne. È un numero che conosciamo, l’abbiamo scritto, gridato per strada, l’abbiamo recitato e ballato perché fosse chiaro a tutti. Una donna uccisa ogni tre giorni. Per dare un’idea della progressione, Murgia e Lipperini scrivono che, nel 1991, l’11 per cento delle persone uccise in Italia era donna, mentre adesso siamo intorno al 25. Una vittima su quattro. Una donna che muore «in famiglia », colpita da chi aveva amato, da chi dichiarava e dichiarerà inseguito di amarla perdutamente.
La prima cosa da fare, spiegano le due scrittrici, è eliminare dal contesto dell’omicidio la parola amore. Nei titoli dei giornali, ma anche nella nostra testa, perché un reato è anche l’humus culturale nel quale cresce. Amore, gelosia, abbandono. Ogni volta che scriviamo di un uomo che non ha retto alla separazione, i cui nervi hanno ceduto all’idea di non poter star più con quella donna e quindi l’ha ammazzata, compiamo a nostra volta un crimine: spostiamo la responsabilità dal carnefice alla vittima.
L’azione è il coltello, la corda, la pistola. È lui che ammazza, non lei che se ne va. Nelle nostre società — dal punto di vista legale e anche morale — non ci sono circostanze che consentono l’omicidio. Da quando, nel 1981, è stato abolito il delitto d’onore rimane soltanto la legittima difesa. Soltanto se si tratta di decidere tra la tua vita e quella di chi ti sta attaccando, nella nostra civiltà è lecito uccidere. Niente pena di morte, prese di distanza dai poliziotti violenti, una scarsa seduzione nei confronti delle armi. Eppure, quando si tratta si donne, la reprimenda sociale sfuma leggermente. Secondo Murgia e Lipperini questo avviene, soprattutto, per una distorta e impresentabile idea di possesso: tu sei mia, e come tale dispongo di te. Se scappi, ti uccido. Neanche le bestie, neanche i cani.
Per smontare questo schifoso teorema occorre un tempo, lo sappiamo. Ma è necessario che in questo tempo non si pensino le cose sbagliate. Sono le donne, di nuovo, è il femminismo ad aver colpa, qualcuno dice e scrive. Quella smania di libertà e indipendenza che umilia i maschi. Costa a me, deve essere costato a Murgia e Lipperini riportare un ragionamento così rozzo, prendere atto di una inerzia terribile che, innestandosi su una generale crisi, genera mostri. Uomini che non ci aspetteremmo più di incontrare, pensieri che speravamo dissolti. Invece no, e quindi con pazienza torniamo a spiegare che le società si muovono, gli esseri umani progrediscono, le donne aspettano ancora diritti. Che non esiste, non è mai esistito, quel luogo edenico di armonia tra i sessi, dove ognuno compiva il suo dovere in letizia. Quella famiglia, quei ruoli erano il frutto di una sottomissione da una parte e di un comando dall’altra. Che ogni convivenza è un accordo tra le parti, e qualsiasi conflitto, chiunque riguardi e di qualsiasi natura, non è di per sé un abominio. Dovrebbe anzi essere un laboratorio, un modo per capire e crescere. Se questo diventerà impossibile, se i maschi non sapranno reggere lo scontro con le femmine per spartirsi compiti e premi, vorrà dire che nasceranno società separate, comunità omosessuali, come in alcune specie animali. I cinghiali, per esempio, vivono così. Se non riusciremo più a convivere ci separeremo, andando a vivere in due territori diversi, che varcheremo soltanto per procreare, come fanno i cinghiali. I quali, come è noto, non praticano l’omicidio su base sessuale, come del resto la maggior parte degli animali.