mercoledì 8 maggio 2013

Blitz Quotidiano 7.5.13
“Pd suicida in un governo sbagliato”

Congresso e primarie
di Sergio  Cofferati

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Cofferati: ''Segretario Pd senza primarie? Un suicidio''

Duro attacco dell'ex segretario della Cgil ai vertici del Partito democratico per il dopo-Bersani: "L'ipotesi di sottrarre ai nostri simpatizzanti, elettori e iscritti la possibilità di decidere sul segretario rappresenterebbe un errore grave configurabile come una sorta di suicidio da parte del Partito. Il Pd", dice Cofferati, "dovrebbe invece riavvvicinare le persone dopo gli errori che abbiamo commesso
(da Repubblica)

Con il video
Repubblica 7.5.13
Cofferati: "Questo Pd va verso il suicidio".
Trattative per evitare il caos in assemblea
Duro attacco dell'ex segretario Cgil. Intanto Bersani prova a tenere colloqui informali per evitare che si ripeta l'esperienza del voto per il presidente della Repubblica

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Corriere 8.5.13
Pd diviso al vertice decisivo Cofferati: si va al suicidio
Barca: meglio un reggente. Letta sabato all'assemblea
di Alessandro Trocino


ROMA — «Se lasciamo tutto com'è, la base impazzisce. Perché sembrerebbe che non è successo niente. Ma anche se scegliamo un segretario subito, sarebbe un cambiamento così forte, senza alcuna discussione, che il partito potrebbe non reggere». Fabrizio Barca non vuole sbilanciarsi sui nomi dei possibili successori di Pier Luigi Bersani. Però una sua idea ce l'ha ed è quella di un reggente, una figura pro tempore: «Una persona che investa sul governo, perché è pur sempre un esecutivo a guida Pd, ma nel contempo prepari le basi per una discussione vera dentro il partito». Riflessioni che arrivano nell'imminenza di una scelta. Oggi alle 18 si tiene il coordinamento del Partito democratico, incontro tra i big che provano a trovare un accordo per evitare l'ennesima spaccatura, in vista dell'assemblea di sabato. Tra le scelte possibili, un padre nobile, figura istituzionale, di mediazione tra le varie anime, o un giovane rinnovatore.
Ma la prima scelta ancora da compiere è proprio quella a cui accennava Barca: segretario (reggente) di transizione o segretario vero. Per la prima ipotesi si schiera con forza anche Sergio Cofferati. Che lancia un grido d'allarme e di dolore: «La patologia del Pd si sta allargando: da autolesionismo sta diventando propensione al suicidio». Per l'ex sindacalista, questa «propensione» si vede nell'ipotesi di non anticipare il congresso (si dovrebbe tenere a ottobre-novembre) e di «non individuare uno o tre reggenti per la gestione del congresso». La strada verso cui si va, dice Cofferati, ovvero quella del segretario subito, «è distruttiva». Ancora peggio l'ipotesi di separare da statuto candidato premier e segretario: «Sarebbe un clamoroso arretramento della democrazia diretta, con un segretario eletto dagli iscritti».
Ma forse la strada temuta da Cofferati non sarà quella scelta. Sembra favorita per ora l'ipotesi di una figura che traghetti il partito verso il congresso. Il nome più ricorrente è quello di Anna Finocchiaro. Oggi si terranno altre riunioni tra giovani turchi, l'ala sinistra del partito, e i renziani. Nel toto-reggente ci sono molti nomi: Claudio Martini, Vannino Chiti, Pierluigi Castagnetti e Roberto Speranza. Tra le cose da scegliere c'è anche quella sull'organizzazione del partito. Oggi è in mano a Nico Stumpo, ma i renziani vorrebbero un fedelissimo del sindaco di Firenze, Luca Lotti.
In caduta libera, invece, le quotazioni di Guglielmo Epifani (eletto alla presidenza della commissione Industria) e di Gianni Cuperlo, sostenuto dai dalemiani, ma pronto al passo indietro: «Sul mio nome non c'è unità». Del tutto improbabile anche la permanenza di Bersani. Intanto sale la protesta della base, che si è autoconvocata per sabato sotto le insegne di Occupy Pd. Giornata che dovrebbe vedere la presenza del premier Enrico Letta.

«Incontro alla Laterza. C’è anche Stefano Rodotà. E salva pochissimo dell’attuale sistema dei partiti: “Sono divenuti oligarchia”»
Repubblica 8.5.13
L’ex ministro sferza i democratici: la base rischia d’impazzire
Il politologo Ignazi: prendo la tessera e ti aiuto
Barca: solo un traghettatore salva il partito
di Tommaso Ciriaco


ROMA — Dopo tre ore di confronto intenso e un po’ amaro sul Pd che verrà, Fabrizio Barca si tuffa per un attimo nella cronaca. L’assemblea nazionale incombe e c’è da scegliere la nuova guida. L’ex ministro ci pensa un attimo, poi si schiera con chi reclama un reggente. Nomi non ne fa, «non so, davvero», ma la direzione di marcia è chiarissima: «Se lasciamo tutto com’è, la base impazzisce perché sembra che non sia successo niente. Se scegliamo il segretario, facciamo un cambiamento così forte che il partito potrebbe non reggere». Quindi la soluzione ponte, la migliore: «Una persona che investa sul governo e permetta al Pd di restare vivo, preparando il terreno per una discussione vera». Che prepari, chissà, la scalata dell’ex ministro al quartier generale dem.
La sede della casa editrice Laterza è immersa nel cuore dei Parioli. C’è il politologo Piero Ignazi, che a sorpresa incorona Barca: «Fabrizio, ti aiuterò e per la prima volta dopo quarant’anni prenderò la tessera». E c’è una fetta importante della sinistra romana, da Walter Tocci a Goffredo Bettini. Non mancano il ministro Carlo Trigilia e i parlamentari Miguel Gotor, Corradino Mineo e Alessandra Moretti. A loro Barca consegna la sua idea (ancora in progress) di Pd.
Tutto, in fondo, sembra ridursi a una domanda: «Perché il Pd e la sua classe dirigente dovrebbero decidere di cambiare, se da questa situazione traggono vantaggi rilevanti?». La risposta è cruda: «Perché se la maggioranza degli associati pensa che questo partito è sbagliato, lo cambia. E poi per la pressione che arriva da fuori, dalle associazioni». Segue l’ultimo avviso ai naviganti: «Una classe dirigente può sostenere: “Penso ai prossimi cinque anni”. Oppure gli può venire il dubbio che salti tutto. E allora ha una motivo per cambiare...».
Se possibile, chi interviene dopo Barca è ancora meno clemente. Come Tocci, che guarda al congresso: «O si ha energia per il cambiamento, o sarà la destrutturazione ». Per poi aggiungere, dissacrante: «Oggi quello dei Parioli è un quartiere rosso, mentre perdiamo voti popolari...». Ma anche Bettini non si risparmia: «Quale risultato più grave potevamo avere alle elezioni? Dobbiamo arrivare a superare gli steccati tra partiti di centrosinistra». E Sandra Bonsanti (Libertà e Giustizia): «Perché è così difficile che il potere abbandoni il potere?».
C’è anche Stefano Rodotà. E salva pochissimo dell’attuale sistema dei partiti: «Sono divenuti oligarchia». Lo sguardo è rivolto soprattutto al web, l’invito è quello di distinguere: «Per liberarsi del fantasma di Grillo si dice che nulla va bene della Rete». Il giurista, però, si tira fuori dal dibattito interno al Pd. Ma sul monito di Cofferati dice: «Bisogna ragionare seriamente, perché se la gente se ne va perché non ha possibilità di confronto...».
L’ultima parola spetta a Barca. Promette un partito «leggero e non pesante», perché non serve «una macchina da guerra ma un laboratorio di idee». E l’immagine conclusiva tiene assieme passato e futuro: «Ci servono un po’ di raggi di quel sol dell’avvenire, ma anche sapere cosa fare su termovalorizzatori e ius soli...».

La Stampa 8.5.13
Rodotà rilancia sui beni comuni. Nasce la Contro-Convenzione
“Monitoraggio” in difesa della Costituzione
di Giuseppe Salvaggiulo


Per navigare nella magmatica terra di mezzo tra insorgenze Pd, Sel, particelle sparse di sinistra e Movimento 5 Stelle, bisogna riporre le bussole dei partiti e leggere il punto sei dell’ordine del giorno della riunione ristretta della Costituente dei beni comuni, domani al teatro Valle di Roma: «Azione di monitoraggio della Convenzione costituente (Contro-Convenzione) ». Firmato: «Il presidente, Stefano Rodotà». In mezzo a tante chiacchiere costituenti sotto l’egida delle larghe intese, tra poche ore sarà operativa una contro-convenzione agguerrita, con giuristi - una decina di docenti tra cui Mattei, Gambaro, Lucarelli, Nivarra, il giudice di Cassazione Papi Bronzini, il presidente emerito della Corte costituzionale Paolo Maddalena - ed Edoardo Reviglio, capo-economista della Cassa depositi e prestiti, più Salvatore Settis, archeologo e storico dell’arte, ex direttore della Normale, riferimento per migliaia di associazioni per le battaglie in difesa di paesaggio e beni culturali.
Non solo. Mentre i partiti manifestano poche idee e confuse, la contro-convenzione s’insedia con un duplice ed esplicito mandato: monitorare e «controdedurre» rispetto al lavoro dell’asse Pd-Pdl, ma anche prefigurare una riforma compiuta, in senso «alternativo», su diversi temi - ambiente, beni culturali, servizi pubblici.
Il nuovo progetto di Rodotà, che salda l’accademia con movimenti e comitati, agirà su diversi piani. Assemblee itineranti nei luoghi più simbolici dell’emergenza democratica (alla prima, sabato scorso a L’Aquila, c’erano 500 persone arrivate dappertutto). Lavoro redigente per scrivere disegni di legge «chiavi in mano». Monitoraggio di quello che Rodotà ha paventato come «un assalto alla Costituzione». Tutto non come operazione-spot o riposizionamento politicista, ma nell’ambito del lavoro collettivo sui beni comuni, avviato nel 2007 dalla commissione di studio presieduta da Rodotà e proseguita con i referendum sull’acqua pubblica del 2011.
Spiega il giurista Ugo Mattei, impegnato fin dall’inizio: «Per cinque anni, dopo i lavori della commissione, abbiamo chiesto invano una delega al Parlamento per arrestare la svendita dei beni comuni. Ora l’abbiamo ottenuta direttamente dai movimenti, più rappresentativi di nominati con una legge anticostituzionale. La nostra Commissione è la vera Costituente».
L’iniziativa è destinata a parlare, con linguaggio più autorevole di prediche o maldestri tentativi di scouting, al Movimento 5 Stelle. Rodotà, Mattei e Lucarelli sono alcuni degli esperti interpellati nelle scorse settimane dai parlamentari grillini per creare un gruppo di «contro-saggi», assieme agli economisti Bagnai e Brancaccio. A coordinare l’iniziativa era stata chiamata Loretta Napoleoni. Poi il progetto è stato frenato, anche se non definitivamente accantonato.

l’Unità 8.5.13
Pd, l’intesa non c’è Assemblea a rischio
Bersani incontra Cuperlo: «Bisogna cercare la soluzione più condivisa»
Ma l’accordo ancora non si trova e il candidato non fa passi indietro
Oggi il coordinamento con i segretari regionali
di  Simone Collini


ROMA Altre ventiquattr’ore passate con un nulla di fatto. Neanche un faccia a faccia tra Pier Luigi Bersani e Gianni Cuperlo è servito a far fare passi avanti. E se entro stasera i membri del coordinamento Pd e i segretari regionali non troveranno un’intesa sul dopo-Bersani, l’Assemblea nazionale inizialmente prevista per sabato scorso e poi convocata per sabato prossimo potrebbe nuovamente slittare. Oppure, ipotesi emersa nei giorni scorsi, poi accantonata e che però ora riprende quota, i mille delegati convocati a Roma (dovrebbe esserci anche il premier Enrico Letta, interessato ad avere un Pd forte) potrebbero dare soltanto mandato alla commissione per lo statuto di lavorare sulle modifiche da apportare alla carta fondamentale del partito (in primis, non far più coincidere la figura del segretario Pd con quella del candidato premier) rinviando invece la decisione sulla nuova guida a un altro appuntamento.
Far perdurare lo stallo non sarebbe di certo un buon segnale e Bersani è il primo a voler sciogliere in fretta il nodo del suo successore (era contrario anche al primo rinvio dell’Assemblea). E però il segretario dimissionario che a quanti continuano a chiedergli di restare al suo posto fino al congresso di ottobre continua a rispondere, almeno per ora, che non se ne parla è anche il primo a voler evitare un bis di quanto accaduto durante le elezioni per il Capo dello Stato. Andare alla conta su un nome che non sia condiviso da un po’ tutte le anime del Pd rischia di creare lacerazioni poi difficili da gestire, soprattutto in un momento come questo, con un partito costretto a un governo insieme al Pdl e il malumore sui territori che non fa che aumentare (e le nomine Pdl alle presidenze di commissioni e giunte parlamentari, da quella di Formigoni a quella di Cicchitto, da Capezzone a Matteoli a La Russa, non hanno aiutato). Lacerazioni, teme Bersani, che non solo sarebbero dannose per il Pd ma avrebbero pericolose conseguenze anche sulla tenuta del governo Letta.
È questo il ragionamento che il segretario dimissionario ha fatto a Cuperlo, che dalemiani e cosiddetti giovani turchi vorrebbero come prossimo segretario e che però viene osteggiato da veltroniani e da una parte di ex-popolari (non Matteo Renzi, che ha fatto sapere non porrà veti e però ha chiesto di mettere un suo uomo di fiducia, probabilmente Luca Lotti, all’Organizzazione del partito). Nel corso del colloquio nel suo ufficio, Bersani ha detto a Cuperlo che per mettere al riparo il Pd da fratture e anche il governo da possibili scossoni all’Assemblea nazionale va eletta una figura largamente condivisa. Cuperlo si è detto d’accordo e condiviso la necessità della più larga convergenza, ma se il segretario dimissionario sperava in un passo indietro del suo interlocutore, il colloquio non è andato come previsto. Il coordinatore del Centro studi del Pd per il resto della giornata ha avuto infatti diversi altri colloqui, e agli interlocutori non ha confermato la voce circolata nel pomeriggio di una sua rinuncia alla segreteria. Semplicemente, Cuperlo aspetta di vedere se nelle prossime ore emergeranno figure capaci di raccogliere un consenso superiore al suo. Sul suo nome sembra convergere la maggior parte dei segretari regionali. E se qualcuno in queste ore frena sostenendo che è «un dalemiano», lo stesso Massimo D’Alema in più di un colloquio ha liquidato la questione con questa battuta: «Non andrebbe bene perché ha lavorato con me quattordici anni fa? Ma se poi ha lavorato con tutti i segretari che ci sono stati!».
I nodi dovranno essere sciolti alla riunione di oggi, per siglare un’intesa che regga al voto dell’Assemblea. Al quartier generale del Pd arriveranno questa sera i membri del coordinamento (organismo di cui fanno parte i big rappresentativi di un po’ tutte le anime del partito) e i segretari regionali. Tra i nomi per così dire di mediazione, alla vigilia dell’appuntamento, si fanno quelli di Anna Finocchiaro (invisa però ai renziani, che propongono Vannino Chiti) di Roberto Speranza (se però venisse scelto lui si riaprirebbe la partita per il capogruppo alla Camera), di Sergio Chiamparino (apprezzato dai veltroniani) Pierlugi Castagnetti, Claudio Martini e diversi altri. Una quantità di nomi che testimonia il fatto che l’intesa è lontana. E se non venisse trovata neanche alla riunione di oggi? Restano due ipotesi: si rinvia la scelta per il dopo-Bersani o si congelano le dimissioni dell’attuale segretario. Il diretto interessato, riguardo quest’ultima ipotesi, frena e invita tutti ad «avere cautela» nell’attribuirgli frasi di un certo tipo o nel fare «illazioni» su quel che penserebbe. Per ora ha risposto no a tutte le richieste che gli sono arrivate di restare al suo posto. Bisognerà vedere quali sarebbero però le alternative.

il Fatto 8.5.13
Nuovo segretario
L’inerzia del Pd: congelare Bersani
di Wanda Marra


Bersani si è preso la responsabilità di arrivare all’elezione di Napolitano, nonostante fosse già dimissionario? E allora, non vedo perché non dovrebbe prendersi anche quella di traghettare il Pd fino al congresso”. Dario Ginefra, deputato pugliese, ragiona. “Tutto dipende dalla relazione che farà sabato, se vuole arrivare alla conta, con tutti i rischi del caso, oppure se indica una direzione”. Martedì pomeriggio, con il super caminetto convocato per oggi (i vertici del partito con i segretari regionali) per stringere un accordo che eviti lacerazioni nell’Assemblea di sabato, il Pd brancola nel buio. Fino alle tre della notte di lunedì i parlamentari si sono preoccupati di chiudere la trattativa sulle presidenze delle Commissioni. E mentre bloccano Nitto Palma, le idee sul partito sono poche, confuse, e contraddittorie . Sabato si deve eleggere un segretario, o almeno un facente funzione, che deve rispondere a una serie di requisiti: garantire che non si candiderà al congresso, quello vero, in autunno; accettare che nel frattempo si proceda alla modifica dello Statuto che porta alla distinzione tra candidato premier e segretario; mettere d’accordo tutti. In una parola, avere il minor numero di ambizioni personali possibili e garantire equilibri e correnti. Inutile dire che una figura così non c’è. O almeno, non s’è ancora trovata. Guglielmo Epifani, neoeletto alla commissione Affari produttivi, casomai sarebbe interessato a fare il segretario. E a questo punto è fuori, causa veti incrociati. Gianni Cuperlo anche puntava a una segreteria vera. E anche lui è pronto al passo indietro, causa mancata unità sul suo nome. Ieri Pier Luigi Bersani ha fatto una serie di colloqui alla ricerca di una figura adatta. A Cuperlo ha chiesto appunto di farsi da parte. “Serve un nome di reggenza”, gli avrebbe detto. E si racconta che avrebbe aggiunto: “Se serve, lo faccio io”. Ufficialmente ha smentito: “Resto segretario? Quante illazioni”. Chi gli sta intorno dice che non ne avrebbe voglia, visto anche quanto è arrabbiato con il Pd. Ma se glielo chiedono tutti, chissà.
ANCHE SE nel partito molti guardano sgomenti a un’ipotesi del genere, alla fine potrebbe essere la soluzione più indolore: si congelerebbero le dimissioni e non bisognerebbe neanche rivotarlo. Così si eviterebbe pure il rischio di mancanza del numero legale, sabato. Paura che circola, visto che molti delegati non parteciperebbero per protesta. D’altra parte, l’entusiasmo è sotto i tacchi. “Bisognerebbe capire segretario o reggente di cosa”, la butta in battuta Walter Verini. Mentre Beppe Fioroni che chiede l’anticipo del congresso a prima dell’estate osserva: “L’assemblea sarà difficile da gestire”. “Il congelamento di Bersani non esiste”, è perentorio Matteo Orfini. I nomi che si fanno in alternativa sono quello di Vannino Chi-ti, di Pierluigi Castagnetti, di Claudio Martini. Soprattutto di Anna Finocchiaro, che potrebbe essere l’alternativa voluta da D’Alema a Cuperlo, e alla quale sarebbe difficile dire di no. Persino da parte di Renzi, che si è ufficialmente disinteressato alla partita (almeno per ora, sabato arriverà con relazione esplosiva). Anche lei però è appena stata eletta presidente della Commissione Affari costituzionali del Senato. La realtà è che i posti di potere - quelli veri - i Democratici se li sono spartiti al governo, e poi nelle Commissioni. Il partito in questa fase è un progetto in crisi profonda, che interessa poco a tutti. Anche agli elettori, a giudicare dai sondaggi che girano: ieri la rilevazione Ipr Marketing per il Tg3 dava il Pd al 22%, dietro Pdl e Movimento Cinque Stelle. Gli Occupy Pd sabato arriveranno con gli striscioni: “Reset classe dirigente”

Corriere 8.5.13
Bersani punta su Finocchiaro. Gli altri big non mettono veti
di Maria Teresa Meli


ROMA — Anna Finocchiaro: è questo il nome sponsorizzato da Pier Luigi Bersani per la successione a se stesso. È una donna e quindi è più difficile per chiunque opporsi alla sua candidatura a segretaria del Pd. Ha un'immagine non male (soprattutto se ci si dimentica delle famose foto in cui fa la spesa all'Ikea con la scorta che le porta il carrello e le buste). Così stasera nel caminetto che si riunirà a largo del Nazareno alle sei, il segretario dimissionario proporrà Finocchiaro.
Le reazioni degli altri? Massimo D'Alema, come sempre più spesso gli accade in questo periodo, diserterà l'incontro. Ha un ottimo motivo per farlo: una «due giorni» a Firenze con il presidente della Commissione europea Barroso. Non mancherà invece all'assemblea, anche se arriverà tardi, con un volo dalla Spagna. Il «suo» (o almeno così era stato dipinto) candidato, Gianni Cuperlo, è stato bocciato da Bersani, ma D'Alema, da uomo di partito qual è, non pronuncerà una parola contro questa decisione, né tanto meno contro la scelta di individuare la guida del Partito democratico nella Finocchiaro.
Walter Veltroni, che al caminetto ci sarà, non farà barricate. Ha già detto il suo «no» nei confronti di Gianni Cuperlo, difficile che ne pronunci altri. Beppe Fioroni ha spiegato come la pensa, anche al segretario dimissionario, direttamente: «Se non scegliamo un candidato condiviso, io mi alzo e dico "niente da fare", indiciamo il congresso il 30 giugno, non si può continuare così». Ma anche per Fioroni, che è d'accordo sulla candidatura di un segretario di «sinistra», dire di no ad Anna Finocchiaro è impossibile. Lo stesso vale per Rosy Bindi: l'ipotesi di una donna alla leadership del Pd mette la presidente dimissionaria nell'impossibilità di polemizzare con Bersani.
Poi ci sono i «giovani turchi», ma anche loro, che hanno già stoppato Finocchiaro alla presidenza del Senato, non possono fare le barricate su un'ipotesi del genere. Il premier Enrico Letta insieme a Dario Franceschini ha cercato fino all'ultimo di evitare la nomina di un segretario vero e proprio, ma poi si è dovuto arrendere. Anche perché molti dei suoi sono convinti che Finocchiaro sarà una soluzione pro-tempore. E sbagliano, perché lei non ha la minima intenzione di non ricandidarsi al congresso.
Chi manca all'appello? Solo Matteo Renzi. Il sindaco rottamatore non andrà al «caminetto». Del resto, non è la prima volta che il primo cittadino del capoluogo toscano diserta questi appuntamenti. Lo ha sempre detto che non gli piacciono le «riunioni segrete» e che preferisce gli incontri ufficiali e le trattative «alla luce del sole». Come D'Alema, Renzi parteciperà invece all'assemblea nazionale di sabato, e non è escluso che intervenga dal palco. Comunque, anche se i rapporti tra il sindaco e l'ex capogruppo del Pd al Senato sono tutt'altro che ottimi (lei gli ha dato del «miserabile», addirittura), Renzi ha spiegato ai suoi che non intende entrare nella «querelle» sulla segreteria: «Io non porrò veti». Non vuole farsi mettere in mezzo, né essere tirato in ballo per giustificare, magari, una scelta al ribasso.
Renzi sembra sempre più orientato a lasciarsi le mani libere. Oggi incontrerà Bersani, prima del caminetto, per sottolineare che le beghe del Pd non lo riguardano. Poi andrà all'Anci, dove confermerà che non vuole candidarsi alla presidenza dell'associazione dei Comuni. Quindi tornerà a Firenze, per fare il sindaco, lontano dalle traversie di questo Pd in affanno per l'alleanza con il Pdl.
Solo Goffredo Bettini, in questo frangente, ha l'autonomia e l'autorevolezza per fare una controproposta: «Andiamo da Chiamparino e chiediamogli di superare le sue resistenze e di accettare la candidatura: solo lui potrebbe risollevare il Pd».

Repubblica 8.5.13
Se la sinistra abbandona i diritti nel deserto
di Barbara Spinelli

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Repubblica 8.5.13
L’equivoco della pacificazione
di Gad Lerner


FRA i compiti attribuiti dai sostenitori della “pacificazione nazionale” al governo Letta-Alfano primeggia l’archiviazione di quella che deprecano come la peggior malattia della sinistra: l’antiberlusconismo.
Per uscire dalla paralisi che attanaglia il paese, i “pacificatori” si augurano che venga dato a Berlusconi il riconoscimento politico negatogli fin qui da cattivi maestri che per loro convenienza, e accanimento personalistico, sarebbero giunti a snaturare le finalità storiche della sinistra.
In effetti Berlusconi merita di essere riconosciuto per quello che è, tanto più oggi che la sua forza lo rende indispensabile al governo del paese. Ma se anche potessimo mettere tra parentesi la questione giudiziaria che lo attanaglia e le sue pretese di immunità, dare il giusto riconoscimento politico a Berlusconi può davvero limitarsi a una presa d’atto del suo consenso elettorale? Davvero l’antiberlusconismo può essere liquidato come uno stato d’animo immaturo, esacerbato, settario?
Colpisce che simili argomenti si facciano strada anche dentro al Pd, dove personalità distanti fra loro, da Emanuele Macaluso a Mario Tronti, si ritrovano unite nel lamentare “la centralità dell’antiberlusconismo” come unico collante di un partito disunito. Eredi della realpolitik di vecchia scuola comunista — in non casuale sintonia col risorto pragmatismo governativo di matrice democristiana — essi ci sollecitano ad accettare Berlusconi come legittimo rappresentante della destra italiana, ci piaccia o non ci piaccia dotata di radici profonde nella nostra società. Vero. Ma si tratta per l’appunto della nostra società che per vocazione storica e per urgenze contemporanee la sinistra dovrebbe proporsi di trasformare. Con processi di redistribuzione del reddito, di rilancio economico e di riforme istituzionali che inevitabilmente mettono in discussione i suoi interessi consolidati.
L’antiberlusconismo, quindi, da tanti liquidato come uno stato d’animo nevrotico, merita invece di essere riconosciuto come conseguenza necessaria di un’analisi del sistema italiano. Anche a prescindere dalla personalità fortissima cui da un ventennio lo intestiamo.
Stiamo parlando di un sistema in grave declino che ha visto acuirsi al suo interno le distorsioni del libero mercato, accrescersi i fatturati dell’economia criminale e dilagare la tolleranza di pratiche illegali, consorterie opache, rendite di posizione, conflitti d’interesse. Non si tratta di un fenomeno solo italiano, ma nel nostro paese s’è imposto in misura tale da provocarne il dissesto e un impoverimento drammatico.
Adoperando un linguaggio marxista caro a Tronti, sarebbe poi così lontano dal vero definire il berlusconismo come malattia degenerativa del capitalismo italiano, con riflessi diretti sugli apparati dello Stato e sulla rappresentanza democratica? Ripeto. Non si tratta di indugiare sul ruolo di una singola figura, benché protagonista. Quante volte, sottovoce, abbiamo sentito dire: quando Berlusconi uscirà di scena tutto sarà più semplice. Ne siamo proprio sicuri? Cosa ci fa supporre che un Pdl nelle mani del suo plenipotenziario Verdini si avvierebbe verso la normalizzazione? Il berlusconismo è anche una forma di potere impersonale, una fisionomia assunta da comparti significativi dell’economia e dell’oligarchia, che non si esaurisce nel suo leader.
Per questo l’antiberlusconismo va riconosciuto come un’analisi del sistema italiano, presupposto di un’azione politica di cambiamento che non si riduca a manutenzione dell’esistente.
È interessante, a tal proposito, notare come Berlusconi abbia voluto enfatizzare l’analogia fra la sua vicenda e quella di Andreotti. In una fase storica precedente, anche l’andreottismo si configurò come sistema in grado di tenere assieme — all’ombra dei suoi misteri — interessi all’apparenza distanti come il Vaticano, gli apparati dello Stato, la cultura di massa, insediamenti di economia criminale. Si caratterizzò cioè come una forma del potere, al pari di quel che divenne il berlusconismo in seguito. Se proprio vogliamo sottolineare la diversità fra i due fenomeni, ricordiamo che l’andreottismo rappresentava solo una componente della Dc con cui Berlinguer tentò l’esperimento dell’unità nazionale, rimanendo per lo meno a parole asserita la lealtà del Divo Giulio ai principi costituzionali. Il berlusconismo viceversa si è impossessato di un intero versante politico e con esso di una parte vitale del sistema. Ciò che rende irrealistico un suo coinvolgimento in progetti di riforma strutturale, destinati a scontrarsi col suo istinto di sopravvivenza.

l’Unità 8.5.13
Carla Cantone
La segretaria dello Spi-Cgil: «Il tema del reggente non mi appassiona, sabato non sarò all’Assemblea. Circoli e iscritti vanno coinvolti di più»

«La sinistra riparta dal lavoro Il congresso va anticipato»
intervista di Massimo Franchi


ROMA «Sabato non sarò a Roma. Scelgo di rimanere qua alla nostra festa perché non mi appassiona chi farà il reggente. Mi interessa di più il dibattito politico in vista del congresso che dovrà farsi al più presto». Carla Cantone risponde da Palermo dove da oggi è in programma la festa nazionale di LiberEtà, il mensile dello Spi Cgil, con lo slogan «Rigenerazione, il futuro in testa» che verrà chiusa sabato assieme a Susanna Camusso.
Cantone, da membro dell’Assemblea nazionale del Pd non pensa che sabato si decida molto del futuro del partito? «Credo che chiunque sarà eletto abbia come compito principale quello di indire il congresso nei tempi più veloci possibili. Sarà lì che la discussione dovrà ripartire coinvolgendo realmente i circoli, gli iscritti per una discussione profonda, per una grande partecipazione nella quale la sinistra dovrà tornare a farsi sentire per scrivere e guidare l’inizio di questo secolo, superare le umiliazioni perpetrare alle generazioni in questi ultimi venti anni. Penso ad una sinistra riformista in grado di sottoscrivere un nuovo contratto sociale perché la sinistra non esiste senza idee e innovazione e vive solo se nel fare questo non perde i suoi valori di riferimento». In queste settimane però l’unica novità politica è la rottura a sinistra: la coalizione Bene Comune si è spaccata e Sel è all’opposizione del governo Letta... «Bisognerebbe invece evitare le spaccature, bisognerebbe che la sinistra ritorni ad essere fortemente radicata fra le persone. Una sinistra che punti a conquistare i giovani, perché se c’è un dato che esce da queste elezioni è che non siamo riusciti a conquistarli, e rimotivi adulti e anziani. E lo può fare solamente ripartendo dal lavoro come punto centrale, la coesione sociale e generazionale come valore fondante».
Come si lega il destino della sinistra e del Pd con il governo Letta? Lei come lo giudica?
«Lo giudicheremo sui fatti, ma devo ammettere che ho una grande paura. La paura è che un governo composto da partiti con strategie in forte contrapposizione diventi un governo di grandi fraintendimenti. Come può un governo come questo ridare speranza a chi con il voto ha chiesto il cambiamento? Assolutamente no. E dico purtroppo, perché avevamo sognato, sperato in un governo ben diverso da questo. Io quindi del governo Letta, che pure è fatto anche da degnissime persone, molte anche amiche del sindacato e della Cgil, non posso aspettarmi molto. Mi accontenterei che risolvesse due o tre cose per poi ripresentarsi al voto con un Pd e una sinistra che possa spiegare i motivi di questa strana alleanza, ma allo stesso tempo rilanciando le politiche che si era impegnato a fare in campagna elettorale, magari tornando di più in mezzo alla persone, ai lavoratori e ai pensionati per discuterle e spiegarle».
Due o tre cose? Ce le può elencare? Quali sono le priorità per lei?
«Di sicuro rifinanziare la cassa in deroga è l’emergenza immediata. Poi la legge elettorale e una riforma fiscale che ridia fiato a lavoratori, pensionati e imprese. I salari non sono stati tutelati e le pensioni in particolare negli ultimi 15 anni hanno perso il 35 per cento del potere d’acquisto».
Solo questo? Non pensa che il governo punti invece ad un orizzonte più lungo?
«Se si mettono in testa di assumere la questione sociale come asse portante dell’azione di governo, non mi preoccupo se dureranno anche sei mesi di più. Ma se l’agenda non sarà questa, se i provvedimenti non saranno dedicati alla giustizia sociale e al lavoro, allora è meglio che chiudano il libro, il diario di giornata subito. E che si torni al voto». Nessuno in queste settimane parla di pensioni e pensionati. Vi sentite snobbati?
«Noi sindacati dei pensionati unitariamente, assieme a Fnp Cisl e Uilp, continuiamo a chiedere lo sblocco delle rivalutazioni sulle pensioni, il rifinanziamento del fondo sulla non autosufficienza. Temo però che questi temi non siano al centro di un governo di grande coalizione. Se posso dare un consiglio a Letta, gli direi di tenere in conto i 12 milioni di pensionati che in questi decenni sono stati pesantemente colpiti dai governi Berlusconi e poi da quello Monti. Ignorarci o considerarci poco sarebbe un grave errore politico». Passiamo a voi, a Palermo tenete la festa del vostro mensile LiberEtà. Perché proprio in Sicilia?
«Perché lo Spi è un sindacato di lotta e di memoria. E la Sicilia è il territorio ideale per ribadirlo. Serve la lotta per estendere i diritti e serve la memoria per non consentire a nessuno di mettere in discussione le conquiste del passato, per cui in tanti sono morti lottando contro il terrorismo e la mafia per garantire a tutti democrazia e giustizia. In questo inizio di secolo pieno di nebbia, spettinato, molto disarticolato ci vogliamo impegnare per ridare fiducia alle persone e alla politica: per questo abbiamo scelto lo slogan «Rigenerazione» che ci accompagnerà».
Intanto a livello sindacale si è ritrovata l’unità. È soddisfatta?
«È stato importantissimo ritrovare con Cisl e Uil un rapporto forte partendo proprio da un argomento così delicato come le regole sulla rappresentanza. Ora speriamo che Confindustria non rovini tutto imponendo condizioni irricevibili per sottoscrivere l’accordo». Sabato 18 maggio sarete in piazza con la Fiom. C’è chi parla di un’asse in vista del congresso della Cgil...
«Niente di tutto questo. Noi abbiamo partecipato a tutte le manifestazioni organizzate dalle varie categorie: edili, chimici, pubblici, commercio. Lo Spi è sempre a fianco di chi lotta. I metalmeccanici in questi anni sono stati taglieggiati da crisi e licenziamenti. In questo senso ci mescoleremo con loro».

l’Unità 8.5.13
Lo schema che imprigiona la sinistra
di Franco Cassano


Sicuramente la mutilazione della «vittoria» del 25 febbraio è la madre di quelle successive e di quelle, ancora più dolorose, che potrebbero seguire. Credo che per evitare questa spirale sia necessario spostare il piano della riflessione sul voto.
Collocandola all’interno di un arco temporale più lungo e sottraendosi alla tentazione di una spiegazione iper-politicista. A dilettarsi in questo gioco, infatti, c’è già un’enorme armata di specialisti, dai politici ai giornalisti, tutti appassionati di tattica e strategia, tutti seguaci di Sun Tzu o Machiavelli. Accade così che troppo spesso gli insuccessi elettorali vengano imputati a limiti e difetti delle strategie adottate, aprendo ciclicamente, all’indomani delle sconfitte, l’antico gioco crudele delle rese dei conti e dei capri espiatori. Non intendiamo certo negare che la dimensione soggettiva e le scelte fatte abbiano avuto un ruolo rilevante nel determinare i rapporti di forza tra gli schieramenti, ma pensiamo anche che troppo facilmente nella costruzione del ragionamento sia stato rimosso un dato che, come accadeva per la lettera rubata di Poe, abbiamo di fronte agli occhi, ma ci rifiutiamo di vedere.
L’unico pregio del recente risultato elettorale è proprio quello di aver reso ancor più evidente questo dato e impossibile la sua rimozione: da tempo il centrosinistra possiede un bacino elettorale ristretto e non espansivo, e il voto di febbraio dimostra che neanche i fenomeni di radicalizzazione prodotti dalla crisi riescono a modificare tale situazione a suo favore. Non si tratta certo di una novità: anche se sistematicamente ignorato, questo convitato di pietra esiste da molti anni, e tutte le ricerche sul comportamento elettorale degli italiani hanno ripetutamente segnalato che la base sociale della coalizione di centrosinistra è caratterizzata dalla sovra-rappresentazione di tre aree sociali: quella del lavoro dipendente prevalentemente pubblico, e sempre più quella dei pensionati (ben il 37 per cento il 25 febbraio!) e quella delle figure dotate di un alto livello di istruzione.
Si tratta di una base sociale fortemente legata al sistema del welfare, la cui composizione è in buona misura il riflesso dell’espansione della sfera dei diritti che si produsse negli anni settanta. In altre parole il centrosinistra rappresenta oggi quella vasta area sociale del lavoro dipendente, che riuscì in quegli anni a costruire un complesso di garanzie capace di sottrarla all’incertezza e alle intemperie del mercato. Se ci si sofferma su questa composizione dell’elettorato del centrosinistra non si può non cogliere lo scarto esistente tra l’immagine che esso ha di sé e la sua condizione reale. In contraddizione con la narrazione che gli è cara, esso si trova, specialmente nel settore pubblico, in una condizione molto diversa da quella ritratta nel «Quarto stato» del famoso quadro di Pellizza da Volpedo. Certo, attraverso le sue lotte esso ha realizzato conquiste cruciali per la civiltà di un popolo, ma non riesce neanche ad avvertire come esse, in una situazione drammatica come quella che attraversa il Paese, possano apparire ad altri come un privilegio, una sottrazione corporativa all’incertezza generale.
La maggior parte di coloro che non vengono raccolti da questa rete giocano infatti un’altra partita e finiscono per approdare altrove. La figura dominante nell’area sociale esterna al centrosinistra è infatti quella del lavoratore autonomo, che va dal padrone in senso classico al professionista, all’artigiano, al commerciante: è il mondo delle partite Iva e del capitalismo personale, un mondo spesso vitale, ma sistematicamente allergico alle regole. La linea di demarcazione tra lavoro dipendente e lavoro autonomo lascia quindi fuori del centrosinistra la grande maggioranza di questo popolo, che in Italia è particolarmente esteso. Non solo: anche l’area del lavoro dipendente privato, molto più esposta di quello pubblico alle vicende del mercato, sembra esodare almeno in parte dal bacino elettorale del centrosinistra e assestarsi in quello del centrodestra.
Tutti sappiamo che in alcune aree del nord è esistita a lungo una sorta di doppia militanza, iscrizione alla Cgil, voto alla Lega, e che da tempo la classe operaia ha smesso di votare prevalentemente a sinistra.
All’interno dei due schieramenti lo Stato si configura in modo diametralmente opposto: se dal lato del centrosinistra esso appare come lo strumento per la difesa dei diritti e della legalità e per la maturazione civile del Paese, dal lato del centrodestra esso appare invece come un’entità nemica che, aumentando la pressione fiscale e i controlli, viola la libertà della proprietà e dell’impresa. Questa allergia unifica figure molto diverse, dai comitati di affari e le fameliche cordate che si assiepano intorno agli appalti pubblici alle imprese esposte sul mercato internazionale, al piccolo esercizio commerciale, assillato dalla precarietà e dalla concorrenza «sleale» degli ipermercati. Questo popolo si protegge con strategie ben diverse da quelle codificate nel popolo di centrosinistra, e sogna una mobilità sociale che, non essendo più garantita dal tradizionale canale dell’istruzione, sembra potersi incarnare molto di più nel successo dei divi dello sport e dello spettacolo. L’antistatalismo di questo popolo viene da lontano, ma Berlusconi ha saputo utilizzarlo a lungo come collante egemonico, occultando il proprio personale conflitto di interessi nel quadro di un neoliberismo all’italiana, preoccupato molto più di privatizzare e condonare che di mettere in grado di competere.
La Seconda Repubblica è fondata su questo bipolarismo prima sociale che politico, sull’opposizione tra questi due popoli e sulla ridefinizione della destra e della sinistra che si produce intorno a questo passaggio. Si afferma così una composizione sociale dello scontro che non consente mai al centrosinistra di conquistare una maggioranza stabile per governare: esso rappresenta sicuramente la parte più «civile» e presentabile del Paese, ma ne costituisce una minoranza.
È da questo scarto e da questa impotenza che è nata quella polemica morale sulle tare civili del carattere degli italiani che ha caratterizzato la lotta politica in modo sempre più acuto nell’ultimo decennio e che ha fatto divenire un bestseller il Discorso di Leopardi di quasi due secoli fa. Ma anche quando il cappio egemonico di Berlusconi si allenta ed egli appare corrispondere sempre più all’immagine morettiana del «caimano», la maggioranza degli italiani non si fida dei suoi avversari politici. E anche quando la crisi strozza il Paese, radicalizzando aree estese di entrambi i blocchi sociali, dai giovani disoccupati o precari, estranei per sempre al sistema delle garanzie, alle piccole imprese decimate dalla contrazione dei mercati e del credito, questo inasprimento non incontra il centrosinistra, ma la protesta avventurista ed ambigua del grillismo (il 37% degli studenti e il 39% dei lavoratori autonomi).
Il corollario politico che si può ricavare dall’analisi proposta è molto semplice: è necessario disincagliare lo scontro politico tra destra e sinistra da una configurazione che è stata costantemente sfavorevole alla sinistra. In questo gioco si corre il rischio di perdere sempre e di frenare lo sviluppo stesso del Paese. Ma questo passaggio sarà possibile solo a due condizioni: da un lato il centrodestra dovrà mettersi alle spalle la leadership pesantemente personalistica che lo ha dominato in questo ventennio, il vero ostacolo ad ogni stabile collaborazione istituzionale, dall’altro il centrosinistra dovrà prendere atto della limitatezza difensiva della propria base elettorale, spingerla a mettersi in gioco e ripensare seriamente a quali sono le condizioni necessarie per costruire un sistema di protezione sociale capace di coprire tutti in modo più equo. Due missioni che allo stato delle cose sembrano impossibili.
Riducendo la nostra idea ad una formula necessariamente sommaria potremmo esprimerla così: è necessario riconnettere quanto prima e con grande decisione cultura e produzione, ricerca scientifica e presenza nello scenario globale, riconoscendo che un sistema di protezione sociale non può conservarsi se un Paese sta declinando. La contrapposizione che ha segnato la vita della Seconda Repubblica ha impedito che impresa e cultura interagissero in modo fecondo: da un lato un’impresa a basso contenuto tecnologico, incapace, tranne alcune eccezioni, di inserirsi con successo nel regno delle lavorazioni di punta, dall’altro una cultura diffidente e capace di vedere nella produzione solo il pericolo della devastazione, come se per sperimentare nuove forme di compatibilità sociali ed ambientali non fosse necessaria più ricerca. Questa polarizzazione tra il mondo della produzione e quello del sapere è stata sia la conseguenza, che la causa della progressiva perifericizzazione del nostro Paese, di quello che non è azzardato chiamare declino.
Solo partendo dal superamento di questa polarizzazione è possibile rilanciare un’idea ambiziosa dell’Italia, sparigliare il gioco perverso in cui essa sembra avvitata, facendone una protagonista dello scenario politico europeo, un soggetto vitale del mondo globale. Ma per far questo il Paese ha bisogno di innescare circoli virtuosi e non contrapposizioni che balcanizzano le risorse. Questo scarto in avanti non verrà certo dalle dinamiche spontanee dei mercati, ma solo se la politica saprà pensarlo come una priorità assoluta. Non si tratterà di schierarsi pro o contro il mercato, ma di indicare come stare nel mercato, di produrre quelle decisioni forti che sono necessarie per contrastare la perifericizzazione del Paese. Solo allora ci saremo affacciati nella Terza Repubblica.

l’Unità 8.5.13
Una sinistra piedi per terra
di Pietro Spataro


Con la forza della disperazione Elena ci sbatte in faccia la realtà. Dice, in diretta tv, dietro il cancello della sua fabbrica in crisi: «Non abbiamo nemmeno dieci euro per pagare i ticket».
Poi aggiunge: «State distruggendo la nostra dignità, si sono spenti tutti i nostri sogni...». È una storia, una delle tante, di un Paese che vive in modo drammatico un passaggio difficile e che misura la distanza tra la realtà e l’immaginazione, tra la vita vera e le alchimie di certi discorsi pubblici. Sembra di vedere un’Italia sottosopra, dentro la quale le immagini reali sbiadiscono: chi ha perso il lavoro o non lo trova, chi ha chiuso la sua azienda e chi ha scoperto una condizione che allude a un moderno esodo. In questa lunga transizione italiana si sono persi i punti cardinali. Il voto di febbraio non ha fatto che accentuare questa anomalia. A una campagna elettorale che pure aveva messo al centro i problemi del Paese con la speranza di un cambiamento possibile, è seguita la stagnazione con le sue piccole guerre di posizione e i tranelli, in segreto o in diretta streaming. Il governo Letta è il risultato di necessità di questo stallo. Per il nuovo premier e per il Pd sia nel governo che in Parlamento, dove ha la maggioranza la scommessa si gioca sulla capacità di rimettere il Paese con i piedi per terra. O si riesce o si fallisce. E si riesce solo se si è capaci di parlare a quelle come Elena. Se ci si sporca le mani con la realtà e si trovano le soluzioni giuste per ridare fiato al riscatto nazionale. La sinistra è nata per questo, non per farsi imbrigliare nei giochi di società dei salotti buoni, dove non siedono mai né i disoccupati, né gli esodati, né gli imprenditori falliti. Se l’unico metro per definirsi sinistra diventa il pur importante destino giudiziario di Berlusconi o le sue vicende personali, non ci sarà rifondazione che possa fermare il declino. La sinistra ha un senso perché deve rappresentare un blocco sociale, ma se quel blocco sociale si assottiglia, se nella comunità progressista non entrano nuove figure e nuovi mondi non sarà possibile ritrovare la strada. Qui sta il cuore del rilancio del Pd: bisogna affrontare il tema dello «scarto tra l’immagine che si ha di sé e la condizione reale» di cui parla Franco Cassano in queste pagine, oppure si continuerà a girare a vuoto. Bisogna domandarsi e poi darsi risposte credibili perché molti giovani non scelgono la sinistra, perché i lavoratori autonomi se ne tengono alla larga e tanti operai preferiscono altre strade per esprimere il loro disagio. Perché, alla fine, questi soggetti non si fidano e la sinistra rischia di restare senza popolo.
Forse la sinistra ha smesso di ascoltare le voci dei suoi referenti sociali (quelli vecchi e quelli nuovi) e ha preferito cullarsi nell’immaginazione del potere. A volte ha pensato che bastasse qualche abile mossa per condurre alla vittoria. In altre occasioni ha creduto che un buon leader potesse sistemare ogni cosa. E in questo viaggio ha perduto il senso del reale e non è stata capace di produrre idee forti per il futuro del Paese che contrastassero il pensiero unico liberista. Non è stata in grado di fronteggiare il cambiamento che la globalizzazione e il dominio della finanza hanno prodotto sulle dinamiche sociali. È un deficit serio di egemonia politica e culturale. Non a caso lo scontro che si è aperto nel Pd riparte dalla domanda iniziale: chi siamo e che cosa vogliamo?
Questo è il vero nodo che la sinistra deve sciogliere. Evitando di oscurarlo per il bene del partito o costringendo alla convivenza posizioni contrastanti attraverso gli equilibrismi. Deve rimettere il Paese con i piedi per terra, usando la propria forza nel governo e in Parlamento per ottenere risultati visibili e imporre i temi del lavoro, dell’emergenza sociale, del destino dei giovani. E rimettere il Pd con i piedi per terra. Al di fuori di questo l’esperienza della sinistra rischia di diventare una nobile testimonianza. Ma la sinistra non è nata per testimoniare, anzi contro il «settarismo dei testimoni» ha condotto le sue più belle battaglie. È nata, invece, per cambiare un mondo disordinato con le armi della giustizia sociale e dell’uguaglianza, dando rappresentanza agli ultimi, conducendo sulla scena la forza di cambiamento di chi lavora, produce, porta nuove idee. Non ci sarà mai funzione nazionale del Pd senza una nuova «immersione sociale» e una altrettanto nuova capacità progettuale. Ecco, vorremmo che l’assemblea nazionale del Pd discutesse anche di questo e non si dividesse solo in una battaglia sui nomi. Nomina sunt consequentia rerum, dicevano i latini. Dietro i nomi devono esserci le cose. Altrimenti, non basterà un bel nome a far ritrovare la spinta per rialzare la testa.

Repubblica 8.5.13
Fausto Bertinotti
di Alessandra Longo


Prendere le distanze, «anche emotivamente», dalle elezioni politiche nazionali (ma non da quelle locali). Nell’ultimo numero di «Alternative per il socialismo», Fausto Bertinotti, già leader di Rifondazione, affronta alla radice il caos postelettorale con una proposta shock. Titolo della riflessione: «Le elezioni non sono la soluzione. La sinistra è il problema». Niente di antidemocratico, naturalmente. Ma Bertinotti arriva ad una conclusione «dolorosa»: «Le elezioni in Italia sono giunte ad una drastica discontinuità con tutta la loro storia del dopoguerra. Per la sinistra esse oggi non sono più agibili né univocamente, rispetto ad un progetto politico, né unitariamente». E allora? Meglio investire su «un nuovo soggetto politico» che mettere anima e corpo nei futuri test nazionali.

La Stampa 8.5.13
Si riapre il capitolo senatori a vita. Berlusconi punta alla nomina
di Antonella Rampino

Il Colle: la questione non è all’attenzione del Presidente. Grasso: non servono

La formula di rito, tra i berluscones, è che Berlusconi «non disdegnerebbe una nomina a senatore a vita». E adesso la scomparsa di Giulio Andreotti riporta all’attenzione proprio l’augusto laticlavio. Volgarizzando, si potrebbe dire che non c’è solo un posto libero, ce ne sono addirittura tre, perché Giorgio Napolitano scelse a suo tempo di non procedere alle due nomine che erano nella facoltà presidenziale. La cosa, assicurano al Quirinale, al momento non è alla sua attenzione, il presidente appena rieletto non ha ancora mutato il parere che aveva espresso - proprio con La Stampa - di non procedere alle due nomine che ancora aveva a disposizione nel suo precedente settennato. Allora, la causa scatenante fu che si era alla fine del mandato, e adesso specularmente il punto è che forse è troppo presto, si è giusto all’inizio del nuovo. Ma, allora come oggi, resta anche una motivazione essenzialmente politica: evitare le reciproche recriminazioni di Pdl e Pd, i due contrapposti schieramenti che, per quanto legati in una qualche comunanza dal sostegno al governo Letta, di certo oggi non sarebbero inferiori ad allora. Evitare di mandare in fibrillazione ulteriormente il clima politico, in una fase delicatissima qual è quella dell’avvio dell’attività di governo, e dei primi importanti provvedimenti che dovrà prendere per i cittadini. Perché il punto è sempre quello. Chi si autocandida a senatore a vita è Silvio Berlusconi. E non da oggi: i primi accenni al desiderata vennero fatti dai notabili berlusconiani, nelle loro numerose visite al Colle, sin dai lontani giorni dell’ottobre e del novembre 2011. I giorni in cui si decideva il famoso «passo indietro» di Berlusconi, le dimissioni da Palazzo Chigi per lasciare il passo a Mario Monti - investito come si ricorderà proprio in quei giorni del laticlavio, col quale Napolitano irradiò su di lui tutta la propria autorevolezza istituzionale e politica. Ebbene, pare che il Cavaliere coltivi ancora quel progetto, e che i suoi continuino a farsene portatori, come se potesse un «salvacondotto». Mentre invece, semmai, proprio il caso di Andreotti dimostra il contrario: nonostante fosse senatore a vita - e incastonato indubitabilmente nella storia della nazione con ben sette governi a sua guida - è stato comunque incriminato e processato. E peraltro, da senatore a vita, si difese nel processo, e non dal processo.
Che poi la questione dei senatori a vita sia scottante, in questa fase ma non solo, lo dimostra un episodio accaduto proprio ieri, e alla seconda carica dello Stato. Pietro Grasso, in un’intervista a «Radio Anch’io» ha rilasciato una dichiarazione perlomeno infelice. Tra la disanima della «corruzione che affossa l’Italia e inquina le istituzioni», il voto di scambio «che è ripugnante» ha decretato sic et simpliciter pleonastici i senatori a vita. «Se ne può fare a meno» ha detto, «anche perché si tratta di una nomina che risale al periodo regio». Al Colle assicurano che la cosa non ha neanche provocato un’alzata di ciglio presidenziale. Del resto, Napolitano sa bene che la seconda e la terza carica dello Stato provengono dalla cosiddetta società civile, e che i delicati equilibri delle istituzioni conservano ancora per loro qualche mistero, la conoscenza delle questioni può essere imperfetta, e in un’intervista indiretta poi, una espressione infelice può scappare... E chissà poi quanti sono gli italiani a sapere che il citato «periodo regio», nelle parole di Grasso, ha poco a che vedere con l’istituzione del laticlavio a vita. Che, per paradosso dato il caso in questione, fu deciso dopo adeguato dibattito alla Costituente proprio per dare presenza nelle assemblee parlamentari ai nomi illustri della società civile, tanto che tra i primi ai quali venne proposto vi fu Arturo Toscanini. Che poi rifiutò, Ma questa è un’altra storia.

Corriere 8.5.13
Grasso «contro» i senatori a vita. L'irritazione del capo dello Stato
di Marzio Breda


«Per quanto mi riguarda, dei senatori a vita si può certamente fare a meno... anche perché si tratta di una nomina che risale al periodo regio». È drastico il giudizio con cui Pietro Grasso liquida una prerogativa del capo dello Stato. Potrebbe sembrare uno scivolone tra i tanti che si ascoltano nei talk show politici, quando uno, infervorandosi, parla senza troppe cautele. Solo che Grasso è il presidente del Senato e con quella sua «voce dal sen fuggita» durante un'intervista a Radio Anch'io (su Rai Radiouno) si è avventurato in uno spazio che non gli compete invadere e che non sembrerebbe conoscere fino in fondo.
Ciò che ha provocato una certa irritazione al Quirinale, dove tuttavia si è preferito lasciar correre, evitando commenti pubblici. Una sortita, quella di Grasso, ispirata forse al desiderio di offrire un obliquo appoggio alle istanze di chi (il Movimento 5 Stelle) chiede un forte rinnovamento dell'accesso alla politica, ma sbagliata in radice.
In primo luogo per quel cenno alla stagione della monarchia, quando in realtà era «l'intero Senato italiano» a essere di nomina regia e ad vitam: una prassi prevista dallo Statuto Albertino e che non fu interrotta neppure durante il fascismo, per quanto anche Palazzo Madama sia stato investito dalla crisi dell'istituto parlamentare provocata dal regime mussoliniano.
Ma nell'esternazione di Pietro Grasso c'è un altro aspetto che può essere considerato inutilmente controversiale (improvvido, stando al lessico con cui si esprimerebbe il Colle), dal punto di vista del capo dello Stato. Ossia il passaggio nel quale, secondo Grasso, la carica di senatore a vita — prevista dall'articolo 59, comma 1, della Costituzione — viene descritta alla stregua di un ferrovecchio istituzionale, di cui «si può certamente fare a meno». Ora, basterebbe leggersi i verbali dei lavori preparatori della Costituente per sincerarsi dello spirito che ispirò la scelta di fare della Repubblica una «fonte di onori», oltre che «di doveri». Ecco spiegata la decisione di onorare cinque grandi italiani che abbiano «illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario», attribuendo loro il laticlavio senatoriale.
L'albo d'oro di Palazzo Madama (che naturalmente non comprende i senatori a vita «di diritto», cioè gli ex capi dello Stato) va da Toscanini a Paratore, da Parri a Montale, da Valiani a Bo, da Bobbio a Levi Montalcini e Luzi... Un elenco nel quale si coglie il tentativo di arricchire la nostra Camera Alta con il meglio di quella che oggi sarebbe chiamata società civile. Designazioni che si sono via via succedute, mantenendo sempre entro la soglia totale di cinque presenze in Senato il numero di questi parlamentari ad honorem. Soltanto Sandro Pertini decise di interpretare la norma costituzionale in senso estensivo, partendo dal presupposto che a ciascun presidente della Repubblica fosse possibile nominare cinque senatori. Dopo di lui, lo stesso fece Francesco Cossiga, che ne nominò motu proprio anch'egli cinque in due mesi (quattro dei quali in un giorno: Agnelli, Andreotti, De Martino e Taviani), suscitando polemiche per quello che fu ritenuto dal leader del Pci Alessandro Natta «un insopportabile atto d'imperio».
Insomma: qualche obiezione si è magari concentrata sull'opportunità politica di «allargare» il campo delle opzioni; qualche polemica ha riguardato il modo in cui è stato esercitato quel potere; nessuno però lo ha mai messo apertamente in discussione, né si è sognato di svuotare — neppure con sbrigative battute — una prerogativa sancita dalla Costituzione. Per riformare la quale, non a caso, è necessaria una legge costituzionale.

Repubblica 8.5.13
Berlusconi, effetto-grandi intese sul patrimonio
Mediaset e Mediolanum  in volo da fine febbraio
Il valore delle quote nel portafoglio del Cavaliere è salito da 1,8 a 2,37 miliardi: +30% in due mesi
L'effetto larghe-intese regala 570 milioni a Berlusconi
Dal giorno del giuramento di Letta il numero uno di Fininvest si è messo in tasca 22 milioni al giorno
di Ettore Livini

qui

Corriere 8.5.13
Letta convoca i ministri in un'abbazia
La voglia di «fare spogliatoio» e lo spettro di Todo Modo
di PIierluigi Battista


Lo «spogliatoio», il cui spirito macho-goliardico è stato incautamente evocato dal premier Enrico Letta, sembra davvero una concessione ai gaudenti alleati del centrodestra. Perché nelle abbazie come quella di Spineto, dove i ministri troveranno a giorni coatto rifugio con ispirazione bipartisan, si trova solitamente più a suo agio la sinistra. Quella più pervasa di spirito penitenziale. E dove «lo spogliatoio» stona, perché tra quei bellimbusti il mito della squadra soppianta quello della comunità virtuosa.
Poi è anche vero che la destra ha sempre vissuto con un certo complesso di inferiorità questa perenne tentazione teorico-monastica della sinistra. Per anni hanno fantasticato di una «Gargonza di destra», cercando di emulare la sinistra che nello spirito riflessivo e nell'aura medievaleggiante di Gargonza andò nel 1997 alla ricerca del segreto dell'Ulivo. Ma forse, nello «spogliatoio» della destra, non ricordavano che a Gargonza non fu una passeggiata di meditazione ma uno scontro durissimo in cui forse per la prima volta nella storia della Seconda Repubblica venne indicato lo spettro dell'«antipolitica». Sì, proprio dell'«antipolitica», molti anni prima dell'esplosione grillina. Con Umberto Eco che sollecitava i partiti ad aprirsi ai benefici effetti della «società civile» e Massimo D'Alema che, per stupire e irritare i neo antipolitici, arrivò provocatoriamente, e forse ispirato dall'aura religiosa di quel luogo carico di dottrina, a definire la politica come una «branca speculativa delle professioni intellettuali».
La sinistra penitenziale, appunto. La destra, malgrado una certa inclinazione clerical-papista, ha preferito altri luoghi, lontani da abbazie e monasteri. Fa forse eccezione Gubbio, la scuola di formazione politica di Forza Italia che ha avuto come scenario un ex monastero dedicato a San Nicola. Ma Pontignano, nel senese, era stata un'altra adunata neo-spirituale della sinistra nel 1995, mentre An preferiva le terme di Fiuggi. Nella Seconda Repubblica, perché nella Prima e persino nei primissimi vagiti della rinascita democratica post-fascista e ancora monarchica, il primato della politica in monastero o in convento era, naturalmente, la Democrazia Cristiana. La nuova Dc, ancora negli anni della guerra, costruì uno dei suoi primi mattoni nell'eremo dei monaci benedettini di Camaldoli, dove i giovanissimi «Laureati Cattolici», tra cui Andreotti e Moro, si abbeveravano alle fonti della dottrina sociale della Chiesa come fondamento del nuovo partito sistematizzato in un celebre «Codice». Sempre nei pressi di un'abbazia, stavolta quella di Vallombrosa, il gruppo democristiano di Amintore Fanfani, cominciò a preparare nel '57 la svolta post-centrista che avrebbe portato al centrosinistra assieme ai socialisti. Ma fu proprio quella mania dc di rinchiudersi in monasteri, abbazie e conventi a ispirare la penna di Leonardo Sciascia con «Todo modo». Solo che in quel contesto di esercizi spirituali in un eremo in cui frotte di democristiani lasciano per qualche giorno i simboli del potere mondano per immergersi nella meditazione devota, proprio in quel contesto sciasciano si allunga l'ombra del delitto e del complotto. Sciascia lasciava tutto sospeso nell'ambiguità, ma il film che ne avrebbe ricavato Elio Petri nel '75 diede a «Todo Modo» una valenza anti democristiana che scatenò polemiche violentissime. Fino a che, dopo l'agguato di Via Fani del '78, l'eccessiva somiglianza tra il personaggio interpretato da Gian Maria Volontè e Aldo Moro non produsse una specie di interdizione di un film diventato profeticamente maledetto. Non c'era ancora lo spirito di «spogliatoio» ad allietare abbazie e monasteri. E nemmeno il caos organizzato dei media scatenati.

Corriere 8.5.13
Attenti al trappolone
di Giovanni Sartori


Il primo maggio nel mio editoriale avevo deliberatamente ignorato la proposta dei «saggi» di creare un nuovo organo costituente battezzato Convenzione per le riforme addetto, appunto, a rivedere e rifare la nostra Costituzione. L'avevo ignorata perché mi interessava spiegare come ci potevamo facilmente liberare del Porcellum sostituendolo con uno dei due sistemi elettorali più accreditati e ben riusciti dell'Occidente: il sistema maggioritario a doppio turno della Francia, oppure il sistema tedesco. Ad entrambi si sarebbero poi dovute aggiungere strutture costituzionali che avrebbero richiesto più tempo; ma intanto il rischio di restare con il Porcellum sarebbe sparito. Perché i sistemi elettorali sono, in Italia, materia di legge ordinaria, e quindi disgiungibili da riforme costituzionali i cui tempi possono essere lunghi e soprattutto facilmente allungabili. Ma oramai questa malefatta — la convenzione per le riforme — è fatta. E mi incombe ora di spiegare perché sia da temere.
In Italia non siamo alla prima prova. Si cominciò nel 1985 con la commissione Bozzi, che combinò poco o nulla. Venne poi, nel 1997, la Bicamerale presieduta da D'Alema che lavorò seriamente ma che alla fine Berlusconi fece affondare. Seguì poi la cosidetta Costituzione di Lorenzago, opera svelta di quattro gatti ma fortemente voluta e sostenuta da Bossi e Berlusconi. Per respingerla (come meritava) si dovette combattere un referendum che la bocciò nel giugno 2006. Quindi oggi siamo alla quarta prova di rilievo: e si pensa a una commissione di ben 75 membri (tanti quanti furono i costituenti del 1946-48) costituita da delegazioni di partito, più qualche esterno al Parlamento.
Sia chiaro: anche se mi contenterei di una decina di ritocchi alla Costituzione vigente, io non sono contrario ad adottare, alla grande, il semipresidenzialismo francese fondato su elezioni a doppio turno, o il sistema federale tedesco. Anzi, mi batto per una di queste due formule da un decennio o anche due. Il punto è che le buone Costituzioni debbono essere stese da giuristi e costituzionalisti. La Costituzione di Weimar fu scritta da Preuss, quella della V Repubblica francese da Debré, e così via. Le assemblee di politici non sanno e nemmeno vogliono stendere una buona Costituzione che è tale per tutti. L'America Latina ha scritto e riscritto da un secolo a questa parte decine di Costituzioni che sono l'una peggio dell'altra. Sarebbe lo stesso oggi, in Italia. Infinitamente meglio, allora, adottare una Costituzione già collaudata e sicuramente funzionante.
E vengo al trappolone. Berlusconi sostiene il governo Letta finché gli farà comodo, e cioè finché la sua popolarità anti Imu (e simili) non abbia raggiunto un livello di sicurezza a prova di bomba. Intanto la commissione per le riforme resterà impigliata nel dibattere le riforme costituzionali. E al momento giusto per lui, «Re Berlusconi» farà cadere il governo Letta, chiederà nuove elezioni che stravincerà da solo tornando a votare con il Porcellum. Il trappolone è perfetto. I suoi hanno già detto che si dovrà discutere la forma dello Stato prima o comunque insieme alla riforma elettorale. Così potranno tirare per le lunghe finché Berlusconi non sarà pronto a farsi rivotare con la legge truffa di Calderoli. Come dicevo, un trappolone perfetto. Un vecchio proverbio diceva che il mondo è fatto a scale, c'è chi scende e c'è chi sale. Nel mio scenario il nostro Cavaliere sale, continua a salire.

Corriere 8.5.13
Giustizia, tensione Pdl-Pd Nitto Palma bocciato due volte
Casson guida la fronda: ora un nostro candidato
I commissari pd al muro contro muro Mineo: quel nome un dito nell'occhio
di D. Gor.


ROMA — Il nome di Francesco Nitto Palma era risultato indigesto fin dall'inizio sia alla sinistra del Pd che a Sel e anche al Movimento 5 stelle. E ieri, quelli di loro che sedevano in commissione Giustizia del Senato per eleggerne il presidente, lo hanno dimostrato bocciandolo due volte. In barba all'accordo, che si diceva di ferro, sottoscritto fra Partito democratico e Pdl.
È simbolo troppo eclatante degli interessi berlusconiani in materie giudiziarie, affermano alcuni dei senatori che, votando scheda bianca, hanno fatto rinviare tutto a oggi. Lo aveva spiegato esplicitamente il pd Corradino Mineo, suonando da subito la carica anche senza sedere nella seconda Commissione: «Nitto Palma è stato uno degli alfieri che Berlusconi ha usato per destrutturare sistematicamente ogni giustizia giusta nel nostro Paese. Metterlo alla guida della commissione Giustizia è come mettere un dito negli occhi ai cittadini».
Così, accordi o non accordi sottoscritti ai vertici, i commissari al lavoro impongono due fumate nere. Con un piccolo giallo, perché alla prima votazione le bianche sono 14, mentre alla seconda scendono a 13. Dal momento che il Pd ha 8 componenti, Sel 1 e M5S 4, chi ha fatto mancare (e poi invece riconfermato) il sostegno al candidato pdl? Il rappresentante del Gruppo per le Autonomie, uno dei due di Scelta civica o chi altro?
Comunque 13 bastano a bloccare tutto. «Non abbiamo nessuna pregiudiziale sul fatto che sia una personalità del Pdl e presiedere la Commissione, soltanto ci aspettavamo che il Pdl ci facesse un nome condiviso. E lo aspettiamo ancora», commenta Rosaria Capacchione del Pd. Felice Casson è dello stesso parere, anche se in serata manifesta la volontà di arrivare oggi con un candidato pd. E si alza il livello dello scontro.
In realtà, all'inizio nessuno sembrava davvero intenzionato a dare a Berlusconi uno schiaffo definitivo tale da mettere a rischio la tenuta del governo. E da area pd si faceva notare che anche ieri non si era forzato più di tanto, non era stato opposto un altro nome a quello di Nitto Palma… Ma oggi, almeno alla terza votazione la linea dovrebbe cambiare. Poi, alla quarta, che prevede il ballottaggio, potrebbe anche passare l'uomo indicato da Berlusconi: magari azzoppato, ma pur sempre nuovo capo di quella Commissione.
Scelta civica intanto fa sapere che, se il Pd non appoggerà Nitto Palma, allora ritirerà anche il suo sostegno. Mentre per Sel Loredana De Petris, presidente del gruppo Misto al Senato, lancia un'altra sfida sulla presidenza della Giunta per l'immunità parlamentare al Senato: «Ecco che con la Giustizia vengono al pettine le contraddizioni di certe alleanze impossibili. Ora il Pd come si comporterà con la nostra Giunta? Spetterebbe a noi, in quanto opposizione: il Pd preferirà consegnare anche questa a chi è vicino a Berlusconi, magari alla Lega?»

Repubblica 8.5.13
Civati: “Il no a Nitto Palma una riduzione del danno
Tanti bocconi amari per il governissimo, ma per il Pd c’è un limite di dignità da non varcare”
“Impossibile votare chi appoggiò la rivolta di Milano”
intervista di Umberto Rosso


Ci sono cambiali pesanti da pagare. Temo che i mal di pancia si trasformino in voti contro l’esecutivo Letta
Si abbassa la nostra soglia di tolleranza. Su giustizia, corruzione e conflitto di interessi non accettare cedimenti

ROMA — «Almeno, il no a Nitto Palma è una riduzione del danno. Troppi bocconi amari il governissimo ci costringe ad ingoiare. E tanti, temo, ne verranno. Però, per il Pd c’è un limite di dignità da non varcare».
Cosa rischia il Pd, onorevole Pippo Civati?
«Che i mal di pancia si trasformino in voti apertamente contro l’esecutivo Letta. E non mi vengano a parlare di “spiacevoli sorprese” per le presidenze di commissione ».
A cosa si riferisce?
«Ma come si fa a votare Formigoni all’Agricoltura? Quasi non ci credevo. Due sere prima, Report aveva fatto a pezzi il suo gigantesco sistema di potere lombardo, poi come se niente fosse eccolo eletto a Palazzo Madama. Forse non bastava avere al governo già altri due di Comunione e Liberazione, Lupi e Mauro».
Prezzi da pagare per l’accordo di governo col Pdl?
«Purtroppo, ed era del tutto prevedibile. Cambiali pesanti, tanto da pensare di spedire una come la Biancofiore alle Pari Opportunità. Ovvio, poi, il patatrac. Ma del resto se Berlusconi può candidarsi a guidare la convenzione per le riforme, tutto è possibile».
In commissione Giustizia il Pd però ho votato no a Palma.
«Giustissima la linea di Casson e degli altri senatori. Palma è l’uomo, anzi il magistrato, che appoggiò i parlamentari pdl che hanno invaso il Palazzo di giustizia di Milano. Spero solo che il no alla sua presidenza della commissione, tenga».
Pensa che possa passare comunque?
«Registro che, progressivamente, la soglia di tolleranza del Pd si va abbassando nei confronti del centrodestra».
Il Pdl accusa il Pd di non aver rispettato i patti, minaccia ripercussioni sul governo.
«Non sono la persona adatta a rispondere. Per me, il governissimo di Letta dovrebbe andare via prima possibile. Magari dopo aver realizzato e portato a casa tutto il meglio possibile per il paese. Efficacissimo ma che duri pochissimo».
E intanto?
«Su giustizia, corruzione e conflitto di interessi il Pd non accetti cedimenti. Almeno su questi punti riduciamo il danno del governo delle larghe intese».
Anche qui teme compromessi al ribasso?
«Trecento parlamentari hanno aderito ieri all’iniziativa contro la corruzione lanciata da don Ciotti e Libera con i “braccialetti bianchi”. A vedere tanta partecipazione, non dovrebbero esserci problemi a stroncare il voto di scambio. O no?».

«Il Pd ama essere ricattato e magari cederà»
Repubblica 8.5.13
I soliti ricatti
di Curzio Maltese


Lì dove il Pdl vorrebbe piazzare Nitto Palma. Così è stato cancellato a un tratto il clima di pacificazione nazionale fra destra e sinistra tanto invocato da Berlusconi e dai cantori al seguito. I toni sono subito tornati quelli da piccola guerra civile, con Gasparri che grida al tradimento di un non ben precisato patto e Schifani che minaccia addirittura la caduta del governo. Ammesso che si possa considerare una minaccia.
Nessuna sorpresa, in tutti i sensi. Non meraviglia che il nome di Nitto Palma, figura forse non esemplare di magistrato politicizzato — esistono anche a destra — e di ex guardasigilli, abbia provocato qualche crisi di coscienza fra i votanti del Pd. Tanto meno stupisce che la destra berlusconiana possa evocare (già!) la fine della maggioranza sul tema della giustizia, guarda caso. Il più importante per Berlusconi, insieme all’andamento delle aziende, le quali però da quando c’è il governissimo hanno guadagnato un bel trenta per cento in Borsa. Così, dopo aver fatto incetta di dicasteri chiave nel nuovo governo, a cominciare dagli Interni occupati da Alfano, il Cavaliere si è lanciato con scatto da vero caimano sulle più importanti commissioni parlamentari. E la giustizia, per lui, è la più importante di tutte. Se il Pd non cede sul nome di Palma, il governo Letta rischia di non finire l’estate. Questo è il ricatto. Il primo probabilmente di una lunga serie. Con tanti saluti all’emergenza disoccupati, esodati, cassintegrati, ai poveri giovani precari, ai piccoli e medi imprenditori in difficoltà e a tutta l’umanità dolente della quale è bello riempirsi la bocca nei salotti televisivi.
Il Pd ama essere ricattato e magari cederà, ma non è questo il punto. La questione è se e quanto un governo nato dall’emergenza ed eletto da nessuno, con la missione quasi impossibile di uscire da una lunga crisi, possa e debba venir condizionato dagli interessi personali del suo azionista di minoranza. Quanto l’agenda di Enrico Letta, modellata sull’urgenza assoluta di riforme economiche e istituzionali, possa e debba tener conto dell’agenda parallela di Berlusconi, con i soliti temi e problemi di sempre, le solite poltrone dove piazzare le stesse facce.
Sinistra e destra si sono messe insieme, così hanno detto, per fare ciò che non sono riuscite a fare quando erano separatamente al governo. Ridurre le tasse e gli sprechi di danaro pubblico, riformare le istituzioni e provare per una volta a lanciare una seria politica industriale che manca da un ventennio. Già sulla base di questo nobile proposito è difficile, soprattutto per il Pd, far accettare un’alleanza anomala e contro natura democratica. Per giunta un’alleanza fra sconfitti, visto che i due partiti maggiori alle ultime elezioni hanno perso insieme oltre dieci milioni di voti. Ma se poi al programma ufficiale si sostituisse la pura e semplice occupazione di potere da parte della stessa nomenclatura che gli italiani a febbraio hanno cercato pur confusamente di spedire a casa, allora saremmo al delirio. La strada del governo Letta sarà forzatamente un cammino di compromessi. Ma, se esiste un terreno sul quale è impossibile per l’opinione pubblica di sinistra accettare il minimo compromesso con Berlusconi, questo è proprio la giustizia.

La Stampa 8.5.13
Cittadinanza, la lezione dall’estero
di Giovanna Zincone


L’ annuncio della ministra Kyenge di volere facilitare l’acquisizione della cittadinanza per i bambini nati in Italia ha suscitato anche reazioni negative. Eppure, riaprire la discussione su una possibile riforma, partendo dai minori, significava muovere da quello che era apparso come un punto di potenziale consenso politico nella scorsa legislatura. Allora, infatti, dopo poche sedute di discussione sulla riforma della cittadinanza in Aula, si decise di riportarla in Commissione, una sede dove è meno difficile trovare accordi per trovare un’intesa proprio sui minori. Sul rendere più facile l’acquisizione della cittadinanza per i bambini nati in Italia, su una qualche forma di ius soli, si erano espressi con favore o almeno con interesse anche esponenti del centro-destra. Peraltro, anche più di recente, appartenenti al Pdl, a Fratelli d’Italia e qualche leghista hanno firmato un manifesto di Telefono Azzurro che sponsorizzava la cittadinanza per i figli di immigrati nati in Italia. A cosa si deve dunque la sollevazione anti ius soli di questi giorni? A repentini ripensamenti o a un banale fraintendimento?
Si pensa forse che ius soli voglia dire che basta essere nati in un Paese per diventarne automaticamente cittadini? In Europa non significa questo. Lo ius soli semplice, all’americana, adottato peraltro anche in altri Paesi «nuovi», cioè popolati dall’immigrazione, nel vecchio continente non c’è proprio. E nessuno lo vuole, neanche in Italia. Per ius soli in Europa si intende la possibilità che la cittadinanza alla nascita possa essere riconosciuta ai figli di stranieri stabilmente residenti nel Paese. Non solo, nel Vecchio Continente si parla pure di ius soli quando i nati sul territorio nazionale, anche se i loro genitori non hanno i requisiti dir esidenza richiesti, possono diventare cittadini dopo un certo numero di anni passati nel Paese e comunque prima della maggiore età. Si è infine diffuso a macchia d’olio nel continente, un altro istituto che appartiene alla stessa categoria: il modello francese del doppio ius soli, secondo il quale è automaticamente francese il figlio nato in Francia da uno straniero a sua volta nato in Francia. Un qualche tipo di ius soli condizionato è previsto dunque dalla stragrande maggioranza dei Paesi membri dell’Unione Europea. Ed è quanto hanno proposto diversi progetti di riforma italiani. In vari stati, il criterio di un certo tempo di residenza e, più spesso, quello dello studio nelle scuole del Paese, favoriscono quei minori che non possono contare sullo ius soli. È una pista che potremmo seguire anche noi. Qualunque siano gli strumenti che si vogliano adottare, basta smettere di essere tanto eccentricamente più severi rispetto ad altri stati europei.
Sebbene, infatti, la cittadinanza costituisca una materia sulla quale i singoli membri dell’Unione non sono disposti a cedere sovranità, quegli stessi Paesi dovrebbero evitare differenze eccessive, visto che lo status di cittadino di un singolo Stato costituisce condizione sufficiente per avere accesso alla cittadinanza dell’Unione con tutti i diritti che ne conseguono. Fortunatamente, i Paesi membri stanno un po’ convergendo. Sullo ius soli, ad esempio, Stati tradizionalmente più severi come la Germania hanno introdotto la possibilità per i figli di stranieri lungo-residenti di diventare cittadini alla nascita, mentre ordinamenti giuridici più flessibili, come la Gran Bretagna, che non prevedevano criteri aggiuntivi, hanno imposto il requisito della carta di soggiorno a tempo indeterminato per i genitori. Lo ius soli di stile europeo è nato dalla concretezza dei problemi più che da approcci ideologici. Non si capisce quindi perché questo ius soli all’europea sia percepito da qualcuno in Italia come un innesto eversivo o semplicemente un’idea campata in aria.
Certo, in materia di cittadinanza è bene discutere per trovare accordi ad ampio raggio. I criteri che selezionano chi ha diritto a far parte a pieno titolo di una comunità rappresentano regole fondamentali della convivenza pubblica. La questione va presa sul serio. Il che implica porsi due interrogativi preliminari: in che tipo di comunità politica vogliamo vivere, e in quale mondo stiamo vivendo. Il doppio binario di questi ragionamenti ci obbliga a estendere la discussione sulla cittadinanza al di là dello ius soli. Allargare il dibattito di solito complica le cose, ma in questo caso può chiarirne i termini.
Se vogliamo mantenere in Italia un modello di convivenza pubblica di tipo liberaldemocratico, dobbiamo adattare le nostre istituzioni ai tempi: non possiamo accettare uno scollamento crescente tra appartenenza alla società e membership dello Stato. Non possiamo ammettere che, a causa di una normativa sulla cittadinanza tra le più severe d’Europa, anche per quanto riguarda i tempi di naturalizzazione degli adulti, restino esclusi come membri a pieno titolo dello Stato italiano milioni di individui che risiedono stabilmente nel nostro Paese, che qui lavorano, spesso con mansioni pesanti. Non possiamo continuare a declassare civilmente i loro figli che frequentano numerosi le nostre scuole. La storia delle istituzioni liberaldemocratiche italiane sta facendo in questo modo un salto all’indietro nel tempo: una fetta cospicua di lavoratori è esclusa dalla comunità pubblica.
Ammodernare la cittadinanza, anche inserendo elementi di ius soli non significa, però, sbarazzarsi dello ius sanguinis. Anzi, uno ius sanguinis ben temperato va tenuto da conto. È uno strumento comodissimo e, infatti, tutti gli stati, anche quelli in cui predomina lo ius soli, continuano a farne buon uso. Serve in particolare proprio nel mondo contemporaneo in cui sempre più famiglie si muovono. Per chi lavora per un certo periodo di tempo all’estero è fondamentale poter trasmettere la propria cittadinanza ai figli nati nel Paese straniero, e non dobbiamo dimenticare che gli italiani continuano a emigrare. In particolare la nostra emigrazione in Germania è aumentata nel 2012 del 40%. E i nostri emigrati sono sempre più spesso giovani e quindi potenziali genitori ai quali lo ius sanguinis è utile.
Per finire torniamo agli Usa e allo ius soli puro. Lì quell’istituto incontra sempre più critiche e si moltiplicano le proposte di revisione. Tuttavia, quello ius soli esagerato è temperato da un meccanismo di contenimento che può suggerire qualcosa a noi italiani. Mi riferisco alla trasmissione della cittadinanza per discendenza, cioè per ius sanguinis, all’estero. Chi ha ottenuto la cittadinanza Usa per nascita, se poi non passa una parte significativa della sua vita negli Stati Uniti, non può trasmettere a sua volta la cittadinanza ai figli. La regola vale in generale per i bambini nati all’estero da cittadini americani che non abbiano mantenuto rapporti significativi con il Paese. Inserire qualche legame culturale come requisito per consentire ai discendenti di chi sia emigrato definitivamente dall’Italia di ereditare la cittadinanza sarebbe un altro strumento utile per superare l’attuale sistema, che rende cittadini ed elettori persone che possono non avere alcun legame reale con il nostro Paese. Questa è l’altra faccia dello scollamento tra appartenenza alla società e membership dello Stato che si dovrebbe superare.
Una seria manutenzione del nostro regime liberale serve proprio, se non vogliamo che degeneri in un vecchio organismo stizzoso e idiosincratico. Perciò, possiamo continuare anche in questa legislatura a lasciar marcire la questione della riforma della cittadinanza in cantina?

Repubblica 8.5.13
Germania, immigrati al top dal 1995.
E' boom di flussi dall'Italia: +40%
I nuovi tedeschi sono 10 anni più giovani della media nazionale e hanno la laurea
di Andrea Tarquini

qui

La Stampa 8.5.13
Nel 2012 26 mila casi
Esercito Usa violenze sessuali in aumento del 30 per cento


WASHINGTON Il numero di militari americani che sostiene di aver subito violenze sessuali è salito di un terzo negli ultimi due anni. In particolare nel 2012 circa 26.000 membri delle Forze Armate hanno confessato in un sondaggio anonimo di aver subito «contatti sessuali non desiderati». Nel 2010 erano stati 19.300.
Lo rivela un rapporto del dipartimento della Difesa, secondo il quale nel 2012 sono state registrate 3.374 violenze sessuali, un numero maggiore rispetto al 2011, quando ne furono riportate 3.192. I risultati dell’indagine del Pentagono, arrivano appena due giorni dopo l’arresto di Jeffrey Krusinski, un ufficiale alla guida di un programma di prevenzione agli abusi nell’esercito. Il militare, che era ubriaco al momento dell’arrivo della polizia, è accusato di aver molestato ripetutamente una donna in un parcheggio.
«Questo arresto - ha affermato al Washington Post il senatore democratico Carl Levin, presidente della commissione sulle Forze Armate - dimostra lo sforzo che sta facendo il dipartimento della Difesa per contrastare la piaga delle violenze sessuali nell’esercito».

Corriere 8.5.13
Dieci anni recluse vicino a casa Una ragazza ha avuto una figlia
Amanda, Michelle e Gina erano sparite da adolescenti
Il male quotidiano a fianco del carceriere
Dalle cene al bucato, quelle vite al buio e in silenzio con l'ossessione della fuga
di Paolo Di Stefano


L'unica verità è che da ieri tre ragazze (ex ragazze) sono libere dopo dieci anni di segregazione. Ma dietro questa verità c'è una realtà incredibile, anzi tante realtà incredibili, e per questo persino affascinanti, anche se raccontano storie folli come quella di Michelle, Amanda e Gina. È già incredibile quando c'è di mezzo una sola persona (chi ha dimenticato il caso di Natascha Kampusch?), figurarsi poi se le ragazze rapite e rimaste prigioniere per anni sono tre. Per quanto, dopo, si cerchi di ricostruire le dinamiche, di mettere insieme i tasselli, di sondare le psicologie, di analizzare i contesti sociali, capire è impossibile. Provi l'empatia, provi a metterti dalla parte dell'aguzzino e non ce la fai, ti respinge il solo pensiero di abitare una mente il cui scopo è quello di tenere in ostaggio una, due, tre adolescenti di varia età per impossessarsi dei loro corpi e dei loro pensieri: un dominio che è anche dipendenza da se stesso, dalle proprie assurde fantasie, dal terrore che le sue vittime possano sfuggirgli, morire, ricordare, immaginare una vita fuori di lì al punto da volerla riconquistare.
Bisogna fare un immane sforzo mentale per riuscire a immaginare come quella convivenza, prodotta da un gesto folle e violento, possa essersi trasformata (inevitabilmente) in quotidianità: una quotidianità per forza banale e insieme estenuata, che si prolunga per un decennio. La normalità dell'orrore: i pranzi e le cene consumati al buio, i piatti da lavare, il bucato, le tende sempre abbassate perché i vicini non curiosassero, le voci soffocate, forse le grida, le violenze, il sonno di quasi quattromila notti. E la bambina? Angelica testimone di una parvenza di vita familiare. Nata ostaggio, comunque figlia, anche se figlia della peggiore delle colpe, figlia senza colpa.
Un rapimento innesca sempre dinamiche ambigue, confusioni di ruolo in uno spazio chiuso, un sovrapporsi di identità: è la sindrome di Stoccolma. Il carcerato non può più fare a meno del suo carceriere, ne diventa complice fino a far credere a quest'ultimo di essere ormai al sicuro da ogni ribellione. Eppure Natascha una mattina è riuscita a fuggire. E anche Amanda Berry è fuggita, con in braccio sua figlia. Con la sua fuga ha liberato quattro persone. Ci si chiederà: possibile che in dieci anni non si sia mai presentata prima un'occasione giusta per scappare e chiedere aiuto? Giusta per chi? Per noi che ce lo domandiamo dopo? O per chi se lo chiedeva durante: forse ci avranno pensato ogni giorno, Michelle Amanda e Gina, alla loro libertà. Forse no, forse la davano per persa definitivamente, forse fingevano di non desiderarla. Si può vivere per dieci anni dentro una casetta buia con l'ossessione costante di scappare? Forse. O forse no.
Quel che non ha bisogno di nessun «forse» è la sconcertante evidenza che si ripete ogni volta di fronte al «mostro» della porta accanto (e del giorno dopo): i vicini e gli amici che lo descrivono come una persona normale, quasi a scusarsi di non aver notato nessun indizio sospetto. Quella fila di casette basse di legno bianco, quasi ammassate l'una all'altra da togliersi reciprocamente il respiro, può apparire, il giorno dopo, come il paesaggio spettrale di un thriller di quart'ordine. Ma prima? Chissà quanta gente in dieci anni è passata di lì, quanti vicini sono entrati e usciti dalla casetta di fianco senza lasciarsi sfiorare dal dubbio su quelle tende abbassate, su quelle porte sempre chiuse, su quella gente muta che abitava poco più in là. Chissà quante volte passiamo di fianco alla tragedia, la sfioriamo senza percepirne nemmeno l'eco lontanissima. Ma sarà una colpa? Forse la confusione riguarda anche noi, che scambiamo facilmente, ad occhi apparentemente ben aperti, l'infelicità quotidiana per normalità. Forse, un altro «forse». La verità, per il momento, è un'altra: somiglia alla felicità di quattro vite ritrovate, e fa rima con libertà.

Repubblica 8.5.13
Quei mostri “normali” della porta accanto
di Joe R. Lansdale


QUELLO che è successo in Ohio è incredibile. È incredibile che tre donne siano state ritrovate vive dopo una reclusione così lunga. In questi casi è plausibile che le vittime abbiano sofferto della cosiddetta Sindrome di Stoccolma, come del resto è già successo qualche anno fa negli Stati Uniti con il caso di Jaycee Lee Dugard, rapita nel 1991 all’età di 11 anni in California e ritrovata ben 18 anni dopo. Le persone molto giovani possono essere manipolate più facilmente e quindi, a volte, può essere addirittura superfluo tenerle segregate.
Non sempre i mostri hanno le sembianze dei mostri. Perciò non me la sento di incolpare la polizia o i vicini di casa che non si sono accorti di niente per molti anni. Fino a ieri. Purtroppo, a volte la soluzione è più vicina e semplice di quanto si pensi. È vero che a Cleveland, a poca distanza dalla casa dell’aguzzino, nel 2009 si era scoperto un caso simile e molto più tragico, quello della “Casa degli orrori” di Anthony Sowell. Ma non cercherei un filo rosso in comune. È qualcosa che può accadere ovunque, non solo negli Stati Uniti. E lo abbiamo già visto.
Ho letto che uno dei rapitori citava Dio su Facebook e che era un simpatico bassista. Ma queste sono etichette che non contano, perché spesso se le affibbiano i criminali stessi per sentirsi innocenti. Dietro questa maschera c’è semplicemente il desiderio di dominare qualcun altro. Di solito si tratta di uomini che abusano di donne, ma non è sempre così. Al momento non sappiamo ancora bene come siano andate le cose in Ohio. Ma una cosa è certa: siamo davanti a una personificazione del male, di quel male che si sente razionale e che considera corrotto il resto del mondo. E non c’è niente di peggio.
(testo raccolto da Antonello Guerrera)

La Stampa 8.5.13
Perché l’Asia ci condanna a un ruolo da comprimari
di Bill Emmott


Perplessi. Sconcertati. Sprezzanti. Compassionevoli. Ma alla fine, non veramente interessati. E’ questo il genere di parole e di frasi che mi è venuto in mente quando, nel corso di una visita a Delhi, ho chiesto a banchieri, funzionari, diplomatici e giornalisti che cosa ne pensassero della crisi europea.
Sono stato in India per tenere una conferenza sulle tendenze economiche globali a un pubblico prevalentemente asiatico, che s’incontrava a Delhi per la riunione annuale della Banca asiatica di sviluppo, l’agenzia di prestito pubblico regionale. Da patriota europeo avrei voluto essere positivo sull’Europa e scoprire che al pubblico importava dove stiam oandando. Sono stato deluso su entrambi i fronti.
In parte perché, com’è naturale, le preoccupazioni locali oscurano sempre quelle globali. L’India è in difficoltà per la deludente crescita economica, gli scandali legati alla diffusa corruzione, un governo inefficace e una sensazione generale di disfunzione politica. Un po’ come l’Italia, in effetti, tanto più che il ruolo politico di primo piano di Sonia Gandhi sollecita il paragone. Dietro al disinteresse per l’Europa, tuttavia, c’è di più che semplici preoccupazioni locali.
Alcuni di questi motivi hanno a che fare con quella parola tedesca, Schadenfreude, il piacere che si prova per le difficoltà altrui. Gli indonesiani, in particolare, ricordano ancora con amarezza una fotografia che risale alla crisi finanziaria Est-asiatica del 1997-98, quando l’allora capo francese del Fondo monetario internazionale, Michel Camdessus, si fermò davanti al presidente di quel Paese, a braccia conserte, come un conquistatore imperiale, insistendo affinché gli indonesiani accettassero l’austerità fiscale come unica possibile soluzione.
La via d’uscita dalla crisi finanziaria dell’Est asiatico in conclusione dipese da alcuni Paesi asiatici che ignorarono o evitarono le prescrizioni fiscali del Fondo monetario internazionale, cercando di chiudere o rimettere in sesto le banche in difficoltà il più rapidamente possibile. La Corea del Sud, la Thailandia, l’Indonesia, la Malesia e altri passarono ancora anni difficili ma poi si ripresero alla grande.
Certo, furono aiutati da un’economia globale in piena espansione e in particolare dalla rapida crescita delle vicine Cina e India. Nel caso dell’Indonesia, l’instabilità politica e la guerra civile hanno fatto sì che ci sia voluto molto più tempo prima che la stabilità, e in effetti la democrazia, si affermassero e l’economia recuperasse. Tuttavia, quest’esperienza della propria crisi finanziaria, appena 15 anni o giù di lì, implica che gli asiatici sentano poca simpatia per la situazione in Europa.
Ammirano di più il modo in cui l’America, ampiamente accreditata come avviata a un inevitabile declino dopo il fallimento di Lehman Brothers del 2008, si è ripresa, ha ripulito le sue banche e ora è sulla via della ripresa, con un tasso di disoccupazione sceso a un livello di oltre un terzo inferiore a quello della zona euro (7,5% contro il 12,1%), una rivoluzione energetica in atto, e persino il settore manifatturiero in fase di recupero.
Sì, l’America ha un sacco di debito federale, ma il dollaro resta globalmente dominante e l’importante caso della California ha mostrato agli altri intorno alle coste del Pacifico come uno stato americano che appena un anno fa sembrava finanziariamente in bancarotta e politicamente paralizzato possa improvvisamente riprendere la rotta e persino equilibrare le sue finanze pubbliche. Allora, dove è l’equivalente europeo? La Grecia? No. L’Italia? No. La Spagna? No. Forse l’Irlanda, ma è troppo piccola per essere significativa, le sue dimensioni sono all’incirca quelle di un sobborgo di Pechino o Delhi.
No, in Asia la storia europea è molto più difficile da raccontare di quella americana. È difficile spiegare perché gli europei, governo britannico incluso, pensino che la contrazione fiscale universale, indipendentemente dai fondamentali economici di ciascun Paese, possa condurre alla rinascita. Appare evidente agli asiatici come questo, unito a una moneta unica in una zona commerciale strettamente integrata, abbia ogni probabilità invece di rafforzare reciprocamente la recessione, che è proprio quello che sta accadendo.
Il visitatore europeo risponde che c’è qualche speranza che quest’implacabile politica di austerità possa essere modificata dopo settembre, una volta che il cancelliere tedesco Angela Merkel sia stata rieletta o inaspettatamente sconfitta. Dopo tutto, il presidente Enrico Letta ha chiesto un cambiamento in questo senso. Ma non appare convincente in un momento in cui nel nostro continente le forze politiche in ascesa sono partiti anti-europei come il Movimento Cinque Stelle, Alternativa per la Germania e l’UK Independence Party, che si presentano come distruttori piuttosto che salvatori.
Ancora più difficile da spiegare è perché le economie europee abbiano, in molti casi da forse 20-30 anni, perso la capacità di evolvere e di adattarsi in modo flessibile ai cambiamenti della tecnologia, ai mercati globali e ai gusti dei consumatori, mentre l’America ha mantenuto quella capacità. Si usava rispondere che l’Europa rispetto agli americani ha privilegiato la stabilità sociale e così abbiamo organizzato le nostre società ed economie di conseguenza. Ma anche da un punto di osservazione distante, come Delhi, un asiatico vede che non vi è traccia di disordine sociale sul fronte americano dell’Atlantico mentre se ne scorgono molti segnali in Europa.
Se questo era il nostro sogno europeo, quindi, i miei interlocutori asiatici non ci hanno mai creduto troppo: sono usciti dalla povertà da troppo poco tempo per avere molta fiducia nel welfare e nella presenza forte del governo, anche se i politici indiani si avvicinano di più a questo modello. Ora, però, guardano l’Europa e si chiedono se il sogno non potrebbe presto trasformarsi in un incubo dove il contratto sociale diventa conflitto sociale e la conciliazione nazionale si dissolve tra reciproche recriminazioni.
No, no, ha detto questo visitatore europeo. Come l’Italia, l’Europa forse è in coma, ma può risvegliarsi. La volontà di fare in modo che avvenga rimane forte, e le caratteristiche che in passato hanno fatto dell’Europa il leader mondiale – inventiva, volontà di abbracciare le nuove idee, capacità di dialogo, desiderio di esplorare il mondo – esistono ancora. Noi, come l’America, dobbiamo accettare un relativo declino dal momento che il meraviglioso sviluppo di Asia, Africa e America Latina lo rende aritmeticamente inevitabile. Ma non c’è ragione per cui dovremmo affrontare un assoluto declino, né esiste alcun motivo per cui l’Europa non debba rimanere tra i leader politici, tecnologici e culturali del mondo.
Forse, dicono i miei amici asiatici. Speriamo. Ma alla fine, come risulta evidente nella maggior parte delle discussioni in Asia, a loro non importa. Sì, visiteranno l’Europa per la sua storia e la sua cultura. Ma manderanno i loro figli più brillanti nelle università americane, piuttosto che in quelle europee che giudicano di secondo o terz’ordine. O li faranno studiare a casa nelle università asiatiche che stanno migliorando in fretta. L’Europa? Come cantava Doris Day: «Que serà, serà». "Traduzione di Carla Reschia"

Repubblica 8.5.13
Firenze
Al convegno c’è Tariq Ramadan, i ministri francesi se ne vanno


PARIGI — Due ministri del governo socialista francese hanno disdetto la loro partecipazione alla conferenza internazionale “The State of Union”, organizzata nei prossimi giorni a Firenze. Manuel Valls, titolare dell’Interno, e Najat Vallaud-Belkacem, alle Pari Opportunità, hanno dato forfait quando hanno scoperto che nel panel era presente anche il controverso intellettuale Tariq Ramadan, accusato di fiancheggiare l’estremismo islamico. Una
decisione “spiacevole”, secondo un portavoce dell’Istituto universitario di Fiesole che aveva invitato i due politici francesi. Ramadan, che insegna ad Oxford, godrebbe di una “reputazione accademica indiscussa”. Alla conferenza, dedicata alla crisi finanziaria, parteciperanno il presidente della Commissione europea Barroso e l’ex ministro britannico Miliband. (a.g.)

La Stampa 8.5.13
Louvre record: 9,7 milioni di visitatori quasi quanto tutti i musei italiani


Anche nel 2012 il Louvre (foto) si è confermato il re dei musei, con 9.720.260 visitatori, quasi un milione in più rispetto al 2011. Mentre in Italia il pubblico è in calo un po’ ovunque e penalizza soprattutto i musei del contemporaneo, con una lista che vede come sempre al top gli Uffizi, superati solo dagli extraterritoriali Musei Vaticani, i soli come sempre ad entrare nella top ten della classifica stilata dal Giornale dell’Arte insieme con The Art Newspaper . Dopo il Louvre, il Metropolitan Museum di New York, con 6,1 milioni di visitatori. Tra gli altri musei in crescita di pubblico, la Tate Modern di Londra (5,3 milioni di ingressi) e il National Palace di Taipei (4,3 milioni). Ma la presenza degli italiani, nella classifica mondiale dei primi cento, è quasi tutta in discesa, con le sole eccezioni del Palazzo Ducale di Venezia (1,3 milioni, 33° posto) e della Galleria dell’Accademia di Firenze (1,2 milioni, 39°). Nel complesso, i musei italiani hanno perso oltre 700 mila visitatori, passando a 10.072.267. Nella classifica nazionale si segnala in particolare la crescita della Reggia di Venaria Reale, che entra nella top ten al settimo posto (era all’11°).

Repubblica 8.5.13
Se la Bibbia degli psichiatri ci fa diventare tutti pazzi
La quinta edizione del Dsm, il manuale americano delle malattie mentali, cataloga oltre 400 disturbi
Troppi e con sintomi comuni, secondo un’altra corrente di scienziati: “Metà mondo sarebbe da curare”
di Anais Ginori


PARIGI Come diceva il Dottor Knock: «I sani sono dei malati senza saperlo». Il personaggio del testo teatrale di Jules Romains, pubblicato nel 1923, riusciva a convincere un intero villaggio di epidemie immaginarie. La sua teoria potrebbe tornare utile ora che sta per uscire la quinta edizione del Dsm (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), ovvero la “Bibbia della psichiatria”. Utilizzato da più di mezzo secolo per la diagnosi nella pratica clinica quotidiana, il Dsm-V cataloga adesso oltre 400 disturbi psichici più o meno gravi. Non è solo la quantità che scatena polemica, ma alcune delle nuove patologie descritte con sintomi che molti di noi potrebbero riconoscere.
«Metà dei francesi scopriranno di avere turbe psichiche», ironizza Patrick Landman, autore di Tristesse Business, saggio per denunciare il “disease mongering”, l’incremento di malattie mentali attraverso il Dsm con lo scopo di favorire l’industria farmaceutica. Lo psicanalista e psichiatra francese guida in patria la protesta degli esperti, sintetizzata con una domanda in prima pagina del Parisien qualche giorno fa: «Siamo tutti pazzi? ». Nel Dsm aggiornato, in uscita il 20 maggio, compare ad esempio il disturbo di “iperfagia incontrollata” per chi mangia troppo spesso un alimento come la cioccolata. Le donne che hanno sbalzi d’umore una volta al mese potrebbero essere affette da “disturbo disforico premestruale” mentre quelle che curano ossessivamente la propria pelle soffrono di “skinpicking”. Dal lutto agli accessi di collera, sono molte le emozioni della vita normale trasformate in nuove, presunte patologie. Al di là delle ironie, il dibattito aperto è serio e tocca l’eterna rivalità tra un approccio comportamentalista, prediletto dall’Associazione americana di psichiatria che cura il Dsm, e quello ispirato alla terapia psicanalitica, seguito per esempio in Francia. Molti esperti riconoscono l’utilità del manuale che è stato pubblicato la prima volta nel 1952 (allora c’erano solo 60 patologie) e nei decenni successivi ha avuto il merito di coniare una terminologia condivisa, seguendo le evoluzioni della società: nel 1973 fu finalmente eliminato il riferimento all’omosessualità come patologia psichica.
L’elaborazione della quinta edizione è il frutto di un lungo scambio di opinioni nella comunità scientifica. È stata introdotta la dipendenza psicologica non legata a sostanze, come il gioco d’azzardo. Durante la stesura del manuale si è discusso anche della dipendenza da sesso e Internet, citati però solo in appendice. Sono stati scelti criteri più selettivi per il disturbo bipolare mentre è stato inserito il “disturbo narcisistico di persona-lità”, escluso dalla precedente edizione. «È un manuale che permette a un medico di diagnosticare in sette minuti una sedicente depressione », commenta Maurice Corcos, autore di L’Homme selon le Dsm. Le nouvel ordre psychiatrique.
I nemici francesi del manuale statunitense denunciano l’eccessiva semplificazione delle diagnosi, e quindi anche delle terapie. Anche negli Stati Uniti ci sono voci critiche. Lo psichiatra newyorchese Allen Frances ha contribuito alla precedente edizione del manuale per poi dissociarsi. Dopo la pubblicazione del Dsm-IV, nel 1994, sostiene infatti Frances, i casi di disturbi bipolari sono raddoppiati, mentre quelli di autismo sono stati moltiplicati per venti. In realtà, osserva lo psichiatra americano, non sono i casi ad aumentare ma le diagnosi, proprio a causa dell’ampiezza del sistema di catalogazione. Un altro “pentito” è il francese Boris Cyrulnik, che aveva partecipato alla terza edizione. Studioso del concetto di “resilienza”, lo psichiatra ora sostiene: «Non possiamo pensare di curarci solo perché qualcosa nella nostra vita va storto».

Repubblica 8.5.13
La nostra vita trasformata in patologia
di Massimo Recalcati


Ecco arrivare la tanto agognata uscita della quinta versione del Manuale statistico dei disturbi mentali la cui prima edizione risale al 1952. Ad esso e alla problematica più generale della nozione di diagnosi in psichiatria è dedicato l’ultimo fascicolo, curato da Mario Colucci, della rivista aut aut diretta da Pier Aldo Rovatti che da tempo fa riferimento all’opera e alla pratica di Franco Basaglia. È stato Basaglia a sottoporre a una critica severa lo strumento della diagnosi mostrando come in esso non si manifestasse tanto un’esigenza terapeutica, ma l’esercizio abusivo di un potere che classificando i folli e separandoli dai cosiddetti normali, perseguiva l’obiettivo di escludere dalla vita della città tutto ciò che rischiava di comprometterne l’equilibrio. E nella misura in cui la diagnosi demarcava il confine tra il normale e l’anormale, da strumento necessario della cura diveniva fatalmente ciò che tendeva a generare lo stigma della malattia.
A questo paradosso della diagnosi nemmeno il DSM V — animato come i precedenti manuali dalla pretesa di fornire una descrizione asettica dei disturbi mentali come fatti in sé, realtà che prescinde dalla sua interpretazione — può sfuggire. Ma ci sono delle differenze. Nelle analisi di Basaglia la diagnosi rispondeva a un’esigenza di ordine disciplinare in una società che coltivava paranoicamente il miraggio di una netta distinzione tra il normale e il patologico. La difesa della normalità avveniva, di conseguenza, aumentando la soglia che separa il normale dal morboso. Il dominio del DSM non risponde più a questa logica perché punta a una patologizzazione del normale, cioè a un’estensione invasiva del disturbo mentale che connota come “disturbi” comportamenti che si ritenevano sino ad ora normali. All’uso violento e stigmatizzante della diagnosi propria della psichiatria manicomiale, si sostituisce una medicalizzazione diffusa della vita. I dati sono impressionanti: tra il 1987 e il 2007 nella popolazione degli Stati Uniti la percentuale dei diagnosticati afflitti da problemi psichiatrici è passata da uno ogni 184 ad uno ogni 76. Un esempio di questa patologizzazione della vita è la depressione. Sino al DSM IV questa diagnosi non poteva essere applicata se un soggetto aveva vissuto esperienze di perdita — per esempio un lutto — che potevano innescare stati di ritiro e di tristezza. Ora non è più così e la prescrizione dell’antidepressivo non si negherà a nessuno. In questo modo le frontiere del mercato degli psicofarmaci e delle polizze assicurative si dilateranno ulteriormente mostrando che ciò che deve essere commercializzato non è più, come si esprimeva Watters, «la molecola, ma la malattia».

La Stampa TuttoScienze 8.5.13
Di qui i buoni, di là i cattivi: il verdetto della neuroetica
Come decidiamo e perché? La nuova disciplina mette a nudo il nostro lato oscuro
Disciplina di frontiera la neuroetica irrompe nella quotidianità e impone una nuova logica per affrontare le idee classiche di bene e di male
di Francesco Rigatelli


Una nuova disciplina esce dal laboratorio ed entra nella quotidianità: la neuroetica. Nel suo nome si riuniscono all’Università di Padova, da oggi a venerdì, alcuni dei maggiori studiosi italiani e stranieri, per un convegno che porti alla fondazione della prima società scientifica italiana in materia.
«La neuroetica nasce dall’incontro tra le neuroscienze sociali e le questioni tradizionali dell’etica - anticipa Michele Di Francesco, professore di Filosofia della Scienza e preside della facoltà di Filosofia del San Raffaele -. E’ un ambito di ricerca interdisciplinare: si riflette sulle implicazioni morali delle scoperte neuroscientifiche, ma si afferma anche l’idea di chiamare neuroetica il contributo che la scienza del cervello dà alla soluzione degli stessi problemi etici. Le basi sociali dell’uomo e degli animali, infatti, si possono spiegare meglio con la conoscenza del cervello e dell’intera struttura biologica».
Per Di Francesco si può dire che la «neuroetica sia la filosofia delle neuroscienze, che non riguardano più solo gli addetti ai lavori. Ovviamente ci sono tante posizioni. Alcuni filosofi ritengono che sia possibile operare in modo riduzionistico, fondando l’etica sulla biologia, altri che queste scoperte siano importanti, ma che tra un giudizio di valore e una scoperta cerebrale resti una differenza. Il convegno di Padova proverà una sintesi. Certo è che l’attivazione di specifiche aree emotive del cervello, quando si prende una decisione morale, è provata».
Al convegno sarà anche anticipato uno studio di neurofisiologia sul «razzismo implicito»: un team guidato da Eraldo Paulesu e Marcello Gallucci, docenti di Psicobiologia e Psicometria all’Università di Milano Bicocca, ha usato la risonanza magnetica funzionale per misurare in soggetti di «pelle bianca» la risposta cerebrale alla visione di uno stimolo nocivo (per esempio una siringa), diretto verso soggetti bianchi o neri: «I risultati suggeriscono che alcune regioni del cervello rispondono di più quando gli stimoli sono diretti verso i bianchi, evidenziando una propensione a una maggiore empatia per i membri del proprio gruppo razziale. L’effetto era tanto più forte quanto più forte era la propensione implicita o esplicita al razzismo: il dato, quindi, suggerisce che quest’ultimo è il frutto di una commistione tra reazioni automatiche e scelte deliberate ed entrambe le componenti vengono assorbite dal cervello in profondità. Il che vuol dire che il razzismo implicito può essere, almeno in parte, controllato coscientemente».
Dal diritto all’economia, intanto, sono molti i settori in cui si tenta l’applicazione della neuroetica. Giuseppe Sartori, professore di Neuropsicologia a Padova, si occupa di neuroscienze forensi: «Hanno a che fare con lo studio del cervello in relazione a problematiche giudiziarie - spiega -. Per esempio, in campo penale, a questioni legate a reati di sangue. Esiste un istituto, il vizio di mente, cioè una riduzione della capacità in seguito a un disturbo psichico, su cui i pareri sono soggettivi. Nello stesso processo si possono scontrare opinioni opposte. C’è dunque il problema di migliorare le valutazioni. La complicazione è che la maggior parte di questi vizi sono di origine psichiatrica e non neurologica e, dunque, si possono simulare: conoscere com’è organizzato il cervello permette di studiare in modo più oggettivo l’eventuale simulazione. Per farlo esistono tecniche di neuroimmagine che visualizzano il cervello e analizzano le variazioni delle malattie psichiatriche. Ma il sistema giudiziario recepisce con lentezza queste innovazioni». E conclude: «Si può discutere quanto debbano contare nel parere finale, ma di certo migliorano le metodologie tradizionali».
Di neuroeconomia, invece, si occupa Stefano Cappa, professore di Neuropsicologia al San Raffaele: «Si parla tanto di irrazionalità dei mercati e ora si può approfondire a livello neuronale cosa succede. E capire significherà favorire comportamenti positivi piuttosto che negativi: chi ha forti tendenze emotive sarà bene che non si occupi di economia». Michele Di Francesco PROFESSORE DI FILOSOFIA DELLA SCIENZA E PRESIDE DELLA FACOLTÀ DI FILOSOFIA DELL’UNIVERSITA’ VITA­SALUTE SAN RAFFAELE DI MILANO

Repubblica 8.5.13
Fondi giù, sponsor in fuga il Festival di Roma ora rischia la chiusura
Gli enti pubblici verso il disimpegno
di Franco Montini


ROMA Voci allarmanti sulla sopravvivenza del Festival di Roma mentre il direttore Marco Muller è in giro per il mondo alla ricerca di film ed ospiti. L’ottava edizione del Festival Internazionale del Film di Roma è in programma dal 8 al 17 novembre, ma a sei mesi dall’inaugurazione tutto è avvolto nella nebbia, a cominciare dalle risorse economiche a disposizione di una manifestazione il cui costo finora si è aggirato attorno ai 12 milioni di euro. Il preventivo 2013 non solo non è stato ancora discusso e approvato: semplicemente non esiste. Infatti non è ancora chiaro quanto potranno e vorranno versare Regione Lazio, Comune e Provincia di Roma, ovvero i tre soci pubblici della Fondazione da cui dipende il festival.
L’assemblea dei soci fondatori è convocata per il 15 maggio, ma quali impegni si potranno assumere in una situazione politica completamente mutata rispetto allo scorso anno e ancora in piena evoluzione? La Provincia è commissariata e in procinto di essere sciolta e il Comune è alla vigilia delle elezioni per il sindaco. Intanto alla Regione Lazio non c’è più la presidente Polverini, principale sponsor di Muller, e il nuovo governatore Nicola Zingaretti si è già espresso in maniera molto critica sul lavoro del direttore. «Il festival di Roma, così com’è — ha dichiarato Zingaretti in campagna elettorale — non ci interessa». A rincarare la dose dopo le elezioni, è intervenuta Lidia Ravera, neoresponsabile della Cultura della Regione, che ha parlato di una situazione debitoria spaventosa e annunciato che non intende penalizzare manifestazioni e imprese del Lazio per risanare il festival. Inoltre Zingaretti è molto irritato con Paolo Ferrari, presidente della Fondazione Cinema per Roma, per essersi prestato ai giochi della Polverini, chiedendo esplicitamente la nomina del rappresentante della Regione Lazio nel cda della Fondazione alla vigilia delle nuove elezioni. Risultato: due giorni prima che Zingaretti venisse eletto, con un provvedimento politicamente discutibile, la Polverini, già dimissionaria, ha nominato Leonardo Catarci, ovvero il suo responsabile della comunicazione, e ha innescato un ulteriore contenzioso perché, contestando regolarità della designazione, Zingaretti ha già annunciato ricorso al Tar. Che la Regione possa defilarsi dal festival a questo punto è qualcosa di più di un’ipotesi.
Ma sul versante degli investimenti privati, che in passato hanno garantito al festival il 70% delle risorse a disposizione, la situazione è ancora più preoccupante. Mentre il contratto di Stefano Micucci, che in questi anni ha curato la ricerca degli sponsor, è scaduto il 31 dicembre e non è stato rinnovato, la Banca nazionale del lavoro, principale partner del festival, pur intenzionata a confermare l’impegno, avrebbe deciso una decurtazione di risorse di circa il 10%. E intanto è molto improbabile la partecipazione di due degli altri sponsor principali della passata edizione, Lancia e Cubovision/Telecom, anche perché i risultati ottenuti nel 2012 sono stati giudicati molto deludenti. Insomma nel migliore dei casi è prevedibile che i fondi a disposizione del Festival di Roma saranno quest’anno drasticamente ridotti, obbligando ad organizzare un’edizione ridimensionata.
Ma sui possibili cambiamenti di rotta finora non circola alcuna ipotesi e i collaboratori del festival e i dipendenti della Fondazione sono in attesa di direttive, mentre anche dal mondo del cinema, lo scorso anno, impegnato a lanciare appelli e raccolte dei firme a favore di Muller, emerge un assordante silenzio. L’impressione, insomma, è che l’interesse nei confronti del festival stia scemando e, con soci fondatori sempre più distanti e sponsor in fuga, ci si chiede se l’edizione di quest’anno ci sarà oppure
no.

Repubblica 8.5.13
Sale in Festa, film a 3 euro per otto giorni in tutta Italia


ROMA —Il cinema come grande divertimento popolare. E per invogliare e stimolare il piacere di vedere un film in sala è stata organizzata la Festa del Cinema: otto giorni, da domani a giovedi 16 maggio nelle sale di tutta Italia il biglietto costerà 3 euro, e 5 euro per i film in 3D. La riduzione è valida anche per le nuove uscite, compreso per un giorno l’attesissimo Il grande Gatsby di Baz Luhrman con Leonardo di Caprio, Carey Mulligan e Tobey Maguire, che aprirà Cannes. Non solo: la festa sarà allietata da varie e numerose iniziative complementari, che comprendono concorsi a premi, retrospettive, animazione per bambini. In alcuni casi sono coinvolti anche nomi noti. A Roma, ad esempio, Claudia Gerini, Maria Grazia Cucinotta e Giancarlo Giannini si improvviseranno cassiere, maschere e venditori di pop corn. (f. m.)