domenica 7 aprile 2013

l’Unità 7.4.13
In rete la «base» avverte: niente alleanza con il Cav


Perplessità, dubbi e proteste in rete per la proposta di Franceschini di dialogare col Pdl: quasi duecento post sulla pagina Facebook dell’ex capogruppo prendono di mira un’eventuale alleanza con il partito di Berlusconi. Peppe Ruggeri esprime la preoccupazione di molti: «Con Berlusconi abbiamo dato abbastanza per il bene del Paese. Cercate di supportare Bersani invece di fare sempre la classica guerra fratricida di sinistra», è il suo invito. Chiara Locatelli non ci crede. Si chiede anzi se non sia un tardivo pesce d'aprile.

l’Unità 7.4.13
Democratici, si formano i fronti del congresso
L’area di sinistra si organizza per raccogliere la sfida di Renzi sulla leadership
di M. Ze.


Per ora sono incontri informali, piccoli capannelli nei corridoi di Montecitorio dove il tempo è sospeso in attesa di un governo. Giovani turchi, parlamentari della sinistra Pd (e vendoliani) si confrontano in vista del congresso di autunno ma anche qui vai a capire che succede... se si fa un governo Bersani che non muore nel giro di una stagione, se un governo del Presidente, di transizione oppure si torna al voto. Non è ininfluente per il destino del congresso quello che accadrà da qui ad allora. L’obiettivo di molti, soprattutto chi teme un Pd schiacciato sulle posizioni renziane, è il partito unico con dentro Vendola, Giuliano Pisapia, aperto al civismo e ai movimenti. Di sinistra. Una forte e massiccia componente di sinistra da contrapporre a Matteo Renzi dato fortissimo nei sondaggi.
Nichi Vendola l’altro ieri ha detto che i tempi sono maturi per un rimescolamento con il Pd, ma il contenitore deve essere pensato per tenere il passo con questo tempo così lontano dal Lingotto, dal Novecento, un tempo stravolto dalla crisi economica, della democrazia, della politica. Superata la sinistra liberista, superati gli estremismi a vocazione minoritaria, c’è bisogno di un nuovo orizzonte.
Un progetto che si è affacciato più volte nel dibattito in questi anni, che oggi rilanciano i giovani turchi Matteo Orfini e Andrea Orlando e non dispiace a molti altri. «È il momento di mescolarsi. Serve un partito riformista moderno, che dia un colpo decisivo alla vecchia morfologia politica di questi anni dice Vincenzo Vita È l’unico modo per rispondere alle proposte di Matteo Renzi in modo non conservativo o inutilmente arroccato».
«C’è una spinta molto forte ad accelerare i tempi di discussione su come si va al congresso racconta un democrat che renziano non è e quello su cui molti di noi sono d’accordo è che non si può andare in ordine sparso».
Bisogna arrivarci, ragiona la sinistra Pd, con un’idea di partito ben chiara, con una piattaforma programmatica alternativa a quella del sindaco fiorentino e con una leadership. Fabrizio Barca, tanto per fare nomi, non ha nascosto la sua intenzione di mettersi in gioco. A chi gli chiedeva se intendeva fare «il curatore fallimentare» del Pd, ha risposto che «i curatori fallimentari servono quando ci sono aziende fallite, non vedo aziende fallite. Il Pd è un partito, quello a cui corre la mente di una persona di sinistra come me».
Cesare Damiano, parlando dell’attuale ministro, lo ha definito «un ottimo politico che può diventare un punto di riferimento di sinistra» e lo stesso Beppe Fioroni (i cui rapporti con Renzi sono pari a zero) lo ritiene una risorsa.
Sul fronte renziano per ora non si sbilanciano sul congresso. «Capiamo bene quale deve essere il profilo che vogliamo dare al partito, poi si può parlare di nomi», dice Simone Bonafé. In realtà il futuro del sindaco e il suo ruolo al congresso sono legati ai fatti di queste prossime settimane. Se nasce un governo che scavalla l’anno di vita allora sarà inevitabile dover passare per il congresso d’autunno e decidere se giocarsi la segreteria del partito (a cui il sindaco non tiene particolarmente) sapendo di essere un candidato fortissimo, o puntare sulla leadership chiedendo una modifica dello Statuto che sleghi il destino del segretario (che Renzi lascerebbe a uno dei suoi) da quello della premiership. Se si andasse al voto in autunno sarebbe il congresso stesso a saltare, invece. Smentiscono seccamente da entrambi i fronti le voci di un patto di desistenza tra la sinistra Pd e Renzi che vedrebbe il sindaco candidato alla premiership e il partito con un segretario come Barca.
Walter Verini, veltroniano che alle primarie si è schierato con Bersani (mantenendo una posizione molto critica verso il segretario), dice che il punto non è se aprire a Vendola perché «nel Pd, nato per unire tutte le culture riformiste, per essere il partito del nuovo secolo e non del Novecento, di centrosinistra e non di sinistra, è evidente che c’è spazio per Vendola». Per Vendola, «ma anche per Pietro Ichino e le altre forze riformiste moderate, mentre dal 2009 a oggi abbiamo assistito al progressivo allontanamento di queste culture e il risultato è l’emorragia di milioni di voti». Quello che sembra chiaro, per ora, è che i blocchi di partenza si stanno delineando.

La Stampa 7.4.13
Il Pd già in fase-congresso I popolari ora attaccano
L’area Franceschini-Fioroni bypassa il segretario, in vista del voto per il Quirinale
di Fabio Martini


Senza un governo e con un Presidente della Repubblica ancora da fare, di punto in bianco nel Pd si è avviato un frenetico rimescolamento interno, come se si fosse aperto un congresso anticipato. Dopo le brucianti esternazioni nei giorni scorsi di Matteo Renzi (poco gratificante nei confronti di Bersani e auspice di larghe intese), ora è la volta dell’ex segretario del partito Dario Franceschini, che ha platealmente aperto ad un governo con i voti del Pdl, dunque su una linea diversa da quella di Pier Luigi Bersani. Una svolta importante perché è stata preannunciata, due giorni fa, dallo stesso Franceschini a Bersani in un incontro senza testimoni e che le due parti hanno successivamente confidato esser stato «molto franco». Svolta importante perché se ne è reso protagonista Franceschini uno dei capofila degli ex popolari (Letta, Bindi, Fioroni, Marini), che dopo una lunga stagione di compatto allineamento al segretario, sembrano essere usciti dal loro “letargo” politico. Svolta significativa perché sposta il baricentro del partito su un’ipotesi politica (una maggioranza col Pdl) che dentro il Pd finora è stata sostenuta con sfumature diverse da personaggi tra loro diversi - D’Alema, Renzi, Veltroni, Fioroni - che al momento opportuno potrebbero far “massa critica” e spostare tutto il Pd su una posizione dialogante.
D’altra parte quello di Franceschini è un riposizionamento che guarda all’interno del partito ma che ha riflessi importanti anche nella discussione in corso sul Quirinale e per il nuovo governo. Nella sua intervista al “Corriere della Sera”, Franceschini ha sostenuto che è ora di finirla col «complesso di superiorità» della sinistra verso Berlusconi»: finché il leader è il Cavaliere, bisogna «dialogare» con lui e dunque con gli attuali rapporti di forza non si può non tentare «un governo di transizione», perché «o si accetta un rapporto col Pdl o non passerà nessun governo».
E per il Quirinale, Franceschini ha tracciato un identikit («una persona con un’esperienza politica e parlamentare») che corrisponde a Franco Marini, non esclude Giuliano Amato e per il momento non comprende Romano Prodi. Certo, gli ex popolari hanno una spiccata preferenza per Marini (già leader della Cisl, poi segretario del Ppi e quindi presidente del Senato) e non soltanto per affetto per il loro ex leader: «Attenzione alla fase sociale che stiamo vivendo - dice Beppe Fioroni - quel che è accaduto a Civitanova Marche, prima e dopo, dice che la tensione sta crescendo sopra il livello di guardia e da questo punto di vista non andrebbe sottovalutata l’importanza di avere al Quirinale una personalità che è stato per tanti anni un punto di riferimento per i lavoratori italiani».
E in effetti la mini-contestazione nei confronti del presidente della Camera e quella analoga verso il presidente del Senato all’Aquila, documentata dal Tg5, sono sintomi significativi perché lambiscono anche personaggi “nuovi”. Dice Riccardo Nencini, segretario del Psi: «In questi giorni si stanno moltiplicando i segnali di insofferenza verso l’indecisionismo della politica, che ho potuto personalmente verificare: dopo Franceschini, prima o poi arriveranno, se non tutti quasi tutti». Nencini, legato ad un rapporto di lealtà con Bersani, di più non dice, ma nel Pd, oltre a Franceschini, c’è anche un dalemiano atipico come Nicola Latorrre ad aprire al Pdl: «Il Pd deve smettere di demonizzare Renzi. Ora serve un accordo con il Pdl». Un rimescolamento di posizioni che fa dire ad un battitore libero come Pippo Civati: «Sono un po’ stupito da tanto situazionismo. Tra dieci giorni andiamo a votare il capo dello Stato e se va avanti così ci arriviamo stremati: non mi sembrano i giorni migliori per anticipare il nostro congresso».

l’Unità 7.4.13
Nichi Vendola
«L’orizzonte è il socialismo europeo. E una chiara volontà di uscire
dal trentennio liberista. Renzi? Gli chiedo di essere più innovatore»
«Rimescoliamo la sinistra. Ma senza governo Bersani, il Pd rischia il caos»
intervista di Rachele Gonnelli


Un «rimescolamento», così Nichi Vendola ha risposto all’invito di Matteo Orfini a oltrepassare le porte del Pd. Rimescolamento, precisa, non vuol dire inventare una nuova «Cosa» a sinistra e neppure ripartire dai nomi. «Sarebbe comico cominciare una discussione dai nomi». «Il problema sostiene il governatore della Puglia è ripartire dall’analisi della crisi, recuperare un giudizio condiviso sugli ultimi trent'anni di rivoluzione liberale nella prospettiva di un socialismo del futuro, keynesiano e ambientalista, che non sia una variante effervescente dell’egemonia dei mercati finanziari».
Un socialismo epurato dal blairismo?
«Non voglio sfregiare gli album di famiglia, però quel ciclo si è concluso e il problema ora è: può esistere la prospettiva di Stati Uniti d’Europa, cioè di una forte democrazia europea, mutilando il Vecchio continente del suo welfare? O si può intendere che le politiche economiche e sociali delle destre europee hanno spinto le nostre società entro un precipizio recessivo che oggi mescola drammaticamente la crisi sociale con la crisi democratica, povertà, violenza razzista, nazionalismo, localismi, corporativismo. Siamo di fronte al pulviscolo di quello che fu una narrazione civile e una proposta politica». Questa casa comune dei progressisti in cui Sel potrebbe occupare una stanza, in Europa avrebbe come riferimento i socialisti, dico bene?
«Dove si gioca la partita? Lo vorrei dire anche ai compagni delle formazioni della sinistra radicale: dove si combatte? Noi sappiamo che è globale il problema della ricostruzione della sinistra. E coincide con il tema della ricostruzione dell’Europa. Di una sua anima, del suo essere un paradigma di civiltà. Penso che le forze del socialismo europeo siano il luogo in cui far convivere le tante culture politiche, che lì possano competere sul piano delle idee invece che sul piano elettorale. C’è una tendenza minoritaria, chiusa in un minimalismo di partito che rischia di essere mero fenomeno ornamentale. Ma anche una cultura minoritaria in un contenitore grande diventa contaminazione e lievito. Del resto chi, su quale atollo di questo universo frastagliato, può dirsi sicuro di avere gli strumenti adeguati per rappresentare la politica del futuro? Più utile che suddividerci in tanti comitati elettorali, può essere alimentarci reciprocamente come parte di una intelligenza collettiva. Pensando ai grandi partiti progressisti nel mondo e non solo in Occidente, anche in America latina dove una sinistra iperideologica e vissuta per tanto in clandestinità è stata in grado di smetterla di essere prigioniera di formazioni ideologizzate, creando partiti post ideologici in cui la cultura politica si è arricchita. È preferibile l’ininfluenza piuttosto che giocare in mare aperto? Certo, a determinate condizioni».
Quali? E soprattutto con quali i tempi: sembra un processo lungo.
«Né lungo, né breve. Non si deve applicare uno schema scolastico. La linea politica è un’idea che puoi fare agire in qualsiasi momento della giornata. Si fa avanti un’ipotesi di scissione nel Pd? Se dovessi fare un discorso tutto interno a interessi di bottega, dovrei dire che questa prospettiva mi favorirebbe. Invece non lo auspico. Lo sforzo deve essere più grande. Per questo dico a Renzi che l’innovazione non è metodologica, pratichiamola». Cosa dice a Renzi? Mica ho capito. «Perché all’elezione del nuovo presidente non possiamo avvicinarci con lo stesso spirito con cui è stata costruita l’operazione di grande pulizia che ha portato all’elezione di Laura Boldrini e Pietro Grasso? La stessa ispirazione, non da battaglia navale delle posizioni politiche ma ascoltando le ferite, il dolore che si leva nel Paese. Il Capo dello Stato non può essere il garante delle nomenklature, deve essere costruito come il punto più alto di abbraccio del popolo italiano. È garante dell’unità del Paese, tanto spesso delegittimata e minacciata. È custode dei valori della Costituzione, bombardati da vent’anni. Apriamo il cuore alla ricerca».
È in questo spirito che Bersani vedrà Berlusconi?
«L’incontro è da rubricare tra gli ordinari rapporti tra forze politiche. Sarebbe curioso se il capo del centrosinistra non parlasse con il capo del centrodestra. Altra cosa è immaginare un patto impensabile e indecente, come se il Quirinale possa diventare una specie di trofeo di caccia». Renzi non è l’unico disposto a un governissimo. E a Bersani c’è chi, anche nel Pd, imputa l’attuale stallo. Tu invece continui a sponsorizzarne la premiership?
«Con tutto il rispetto per i dirigenti del Pd la legittimazione di Bersani è più larga del recinto degli eletti. È bene sapere che discutere della leadership di Bersani rischia di essere un depistaggio rispetto all’analisi del passaggio che stiamo vivendo in un contesto tanto caotico. La possibilità di incontro tra istanze riformiste e istanze radicali, di uno scambio culturale e politico di saperi ed esperienze che può consentire l’avvio di una fase inedita nella storia del Paese. Un riformismo audace, non subalterno al volto feroce del liberismo con la maschera della modernità». Dicevamo delle condizioni per questo rimescolamento o casa comune.
«Il Pd per come si vede in questo passaggio è una galassia di protagonismi, di linee politiche. E c’è una sorta di galleggiamento in questo mare di contraddizioni. Ma questo è anche il problema dell’Italia. Il più grande deposito di risorse democratiche e civili e ora con altri depositi di contraddizioni e ambiguità. Ci sono dei nodi che bisogna sciogliere. Il Pd è dentro una fase congressuale, suvvia. Quando il segretario del partito e capo della coalizione di maggioranza segue un’ipotesi A e i suoi leader seguono l’ipotesi B è chiaro che la principale salta in aria. Non sto criticando, sto constatando».
Un congresso ora non aumenterebbe il caos?
«Non un congresso classico. Ci sono dei passaggi di fronte al precipitare degli eventi per cui un gruppo dirigente prende una posizione e ciò incide. Se Bersani riesce a fare un governo e apre una prospettiva nel Paese, il Pd diventa un’altra cosa, per me molto più interessante. Ma non vale farla facile come una fusione, sarebbe un fatto solo di ceto politico. Lo dico nella modestia delle proporzioni. Sel ha problemi analoghi al Pd, deve decidere come mettersi a disposizione per una sinistra di governo capace di essere interlocutrice delle giovani generazioni».
Fabrizio Barca è un nome che le starebbe bene alla guida?
«Barca ci sta per consegnare un manifesto politico, una sollecitazione culturale e una riflessione a cavallo della sua esperienza di governo. Sarebbe fargli torto mettere da parte il suo contributo e parlare di lui. Lui poi conosce la stima di cui gode in tutto il mondo della sinistra, e non solo».

Repubblica 7.4.13
Il leader Sel Nichi Vendola: pronti a mescolarci con il Pd, potremmo rappresentare una ricchezza
"Non ci sono alternative al segretario la nostra gente non capirebbe l´inciucio"
Matteo mi ha deluso, pensa che non sia possibile fare altro che un governissimo o le elezioni anticipate
La partita politica del centrosinistra è disturbata da un congresso dissimulato dei democratici
di Giovanna Casadio


ROMA - «Non ci sono alternative a un governo Bersani. La partita politica del centrosinistra è continuamente disturbata da un dissimulato congresso del Pd». Nichi Vendola, il leader di Sel, boccia del tutto la proposta di dialogare con il centrodestra.
Vendola, in mancanza di una maggioranza al Senato, il centrosinistra dovrebbe prendere in considerazione un governo di transizione?
«Facciamo un passo alla volta, ora siamo dinanzi alla doppia e più importante sfida: da un lato, consentire l´immediato inizio dei lavori parlamentari, e quindi bisogna far partire le commissioni alle Camere, perché l´avvitamento della politica ha bisogno di essere affrontato rimettendo la politica davanti ai problemi reali. Dall´altro lato, apprestiamoci all´elezione del nuovo inquilino del Quirinale, sapendo che al vertice dello Stato bisogna guardare proprio con lo sguardo dell´Italia addolorata e indignata, che ha bisogno di tornare a credere in un progetto condiviso».
E quali sono i suoi nomi per il Colle?
«Non li faccio ora. Però "no" a un presidente della Repubblica che sia il garante delle nomenklature, sì a una biografia che dia una carica di speranza al paese. Ecco, darsi un orizzonte chiaro, aiuta a vivere più lucidamente i passaggi tattici».
C´è un´alternativa al governo del cambiamento che vuole Bersani?
«No, dal mio punto di vista non c´è. Il nuovo capo dello Stato non può che ripartire dall´incarico a Bersani. Lo dico con tutto il rispetto per chi ha altre opinioni, inclusi gli autorevoli dirigenti del Pd, Matteo Renzi e Dario Franceschini. Tuttavia nessuna opinione è più autorevole di quella espressa da 3 milioni di elettori delle primarie. Sa cosa mi ha deluso di Renzi?».
Cosa?
«Matteo pensa che ci sia una specie di "ora x" per il cambiamento e che oggi non sia possibile fare altro che immaginare il governissimo con il Pdl o le elezioni anticipate, perché "tertium non datur". Questo suo realismo rischia di replicare vecchi copioni, e impedisce al centrosinistra di mettere in campo l´innovazione e l´audacia di cui c´è bisogno persino a livello della manovra politica».
Niente quindi governo del presidente, oppure di scopo o di transizione?
«Voglio dire una cosa a tutti noi, al Pd: guardiamo questo ventennio lucidamente. La nostra gente ci ha progressivamente abbandonati; una sinistra del disincanto e del rancore è confluita in parte nei 5Stelle o non va più a votare. La sinistra è inciampata nell´inciucio, per indicare un fenomeno antico ma anche moderno ovvero il trasformismo e la subalternità culturale al modello liberista. Possibile che anche ora entriamo in questa strettoia esattamente con le vecchie scarpe che ci hanno portato a precipitare tante volte? Altro che governissimo!».
Ma se non ci sono alternative al governo Bersani, si va più in fretta alle urne?
«Oppure si fa il governo».
Mescolarsi con il Pd: il suo partito è d´accordo?
«Abbiamo bisogno di maggiore ricchezza. Alla "mia" sinistra ricordo che in un soggetto grande e plurale una tendenza minoritaria diventa stimolo, spina nel fianco. La battaglia per gli Stati uniti d´Europa, nel Partito per il socialismo europeo, potrebbe essere il primo banco di prova».
Si sta perdendo tempo non varando un governo?
«Nel perdere tempo, c´è l´attività di alimentare polemiche inutili. Si cominci a fare lavorare il Parlamento».

La Stampa 7.4.13
Sale la voglia di intesa Pdl-Pd Bersani indebolito dai suoi
Al via la settimana decisiva: incontro tra i leader, e nome condiviso per il Colle
di Federico Geremicca


Secondo i più ottimisti, il grosso sarebbe ormai fatto, e resterebbe solo il problema di mettersi d’accordo su un po’ di nomi: sul nome, cioè, del futuro Presidente della Repubblica, su quello dell’uomo che dovrà guidare il prossimo governo e - addirittura sulla definizione con la quale battezzare l’esecutivo che verrà. Gli ottimisti, infatti, danno ormai per scontato che la linea indicata da Bersani dopo il voto (o un governo del cambiamento o meglio le elezioni) sia ormai minoranza nel Pd e che ora, dunque, si possa andare rapidamente verso un qualche governo (c’è però appunto il problema di dargli un nome...) sostenuto da democratici e Pdl assieme. L’elezione di un Presidente della Repubblica non “divisivo” sarebbe contemporaneamente - secondo i molti che cominciano a vedere vicina l’uscita dallo stallo la premessa e la conferma che l’intesa è ormai a un passo.
Ma in campo non ci sono solo gli ottimisti, perchè il fronte di quanti pensano che lo stallo sia tutt’altro che rimosso è ancora ampio. Questo fronte è animato soprattutto dai “fedelissimi” di Bersani: che continuano a ripetere che i voti del Pd non possono tornare a sommarsi a quelli del Pdl (come per il governo Monti) pena una sicura, nuova delusione elettorale. Il punto, però, è che il fronte dei sostenitori della linea del segretario sembra andare assottigliandosi ogni giorno di più: non ne fanno più parte leader del calibro di D’Alema, Veltroni, Bindi, Marini, Fioroni, Finocchiaro e - da ieri - Dario Franceschini. Matteo Renzi, naturalmente, non ne ha mai fatto parte, eppure non è granchè ottimista: «Non credo - confessava qualche giorno fa - che Bersani possa fallire, perchè immaginare una sua non riuscita nel tentativo di fare un governo significa immaginare la sua morte politica».
Ottimisti e pessimisti (il discrimine è la partenza della legislatura) continuano dunque a fronteggiarsi alla vigilia dell’avvio di una settimana nella quale tutti i nodi (o quasi tutti) dovranno esser sciolti, visto che a metà di quella successiva (il 18) il Parlamento comincerà a votare per l’elezione del nuovo Capo dello Stato. Entrambi i fronti, per altro, non hanno difficoltà ad individuare nell’annunciato faccia a faccia tra Bersani e Berlusconi il luogo e l’occasione per un chiarimento ed una decisione ormai non più rinviabili. La novità, rispetto ad ancora qualche giorno fa, è che il segretario del Pd sembra arrivare a quest’appuntamento notevolmente indebolito, per lo scarso successo raccolto sulla linea «o governo di cambiamento o elezioni» e per il lento ma progressivo sfarinamento dell’ampia maggioranza che lo ha fino ad ora sostenuto all’interno del Pd.
Quante possibilità ci sono che nell’atteso faccia a faccia la coppia Ber-Ber riesca a trovare un’intesa? A questo punto, non poche: elezioni anticipate già a giugno, infatti, sembrano sempre più una jattura per il Paese, e la forza delle cose insomma - sembra ormai spingere decisamente verso un accordo. Il patto che i due leader tenteranno di stringere - anche per stoppare l’irruzione in campo di Matteo Renzi, vista da entrambi come il fumo negli occhi - dovrà però esser tale da non mortificare né l’uno né l’altro. Si tratterà di individuare un Presidente della Repubblica il cui nome non costituisca una chiara sconfitta per alcuno dei due, e quindi un premier stavolta super partes davvero. Non sarà facile, ma non è certo impossibile.
Resterà, poi, la faccenda del nome del governo da varare: non potrà chiamarsi “governissimo”, perchè Bersani non potrebbe accettarlo; ma nemmeno “tecnico”, perchè Berlusconi ne reclama uno “politico”. Se nascerà, allora, si chiamerà di scopo, “del Presidente” oppure di “transizione”, come suggeriva ieri Dario Franceschini. Perchè la sostanza è certo la cosa più importante: ma in faccende così, anche il come presentarla può essere decisivo...

La Stampa 7.4.13
“Il Cavaliere vuole trattare ma Quirinale e governo sono due cose diverse”
Fassina: “Dopo l’elezione un governo ci sarà”
Il tentativo che Bersani porta avanti per quanto abbia poche possibilità, ne ha certamente più di tutte le altre
Fassina non esclude che tornare alle urne possa essere un male minore
intervista di Alessandro Barbera


Onorevole Fassina, ora anche Berlusconi ha i suoi otto punti. Che ne pensa? Un programma di governo o l’inizio della nuova campagna elettorale?
«Ma che elezioni. Berlusconi è uscito allo scoperto un’ora dopo la conferenza stampa del governo nel tentativo di offuscare un decreto - quello sul pagamento degli arretrati della pubblica amministrazione - molto positivo per l’Italia».
Secondo lei dunque il Cavaliere teme le urne e vuole trattare?
«Eccome. Berlusconi sta cercando di mescolare le carte, di fare un unica grande trattativa che tenga insieme governo e nuovo presidente della Repubblica. Mi permetto di dire che seguire questo percorso sarebbe un grave danno per il Paese. Una cosa è discutere con il Pdl un nome di garanzia per tutti, altra cosa è il governo».
Nel suo partito non tutti sembrano pensarla come lei. Anzi, la sensazione è che la gran parte del gruppo dirigente ormai la pensi in modo diverso e si sia convinto che non ci sono alternative alla trattativa con Berlusconi. Non è così?
«Non mi pare che nessuno nel mio partito stia proponendo un governo politico col Pdl».
Lo chiamano governo di transizione, nei fatti è un governo di tutti. Anche perché l’alternativa sono le elezioni. Crede ancora a soluzioni diverse?
«Il tentativo che Bersani porta avanti, seppure in forme diverse aperta a tutte le forze politiche, per quanto abbia poche possibilità, ne ha certamente più di tutte le altre. Dopodiché vedremo in quale contesto ci troveremo dopo la nomina del capo dello Stato».
Che vuol dire? I lettori potrebbero non comprenderla. Vuol dire che dopo la nomina del successore di Napolitano si spalancheranno le porte per un governo?
«È evidente che la soluzione per la presidenza della Repubblica favorisce od ostacola un clima di collaborazione e di disponibilità fra le forze politiche. Dopo quella elezione un governo dovrà uscire dal cilindro. Se fosse un governo diverso da quello a guida Bersani, sarebbe inevitabilmente di corto respiro e ci porterebbe alle elezioni entro un anno».
Fassina, questa intervista avremmo potuto farla un mese fa. Non crede che nel frattempo siano cambiate un po’ di cose?
«E infatti non è successo nulla. È chiaro che siamo ad un passaggio che in qualche modo azzera il percorso fin qui fatto e potrebbe consentire una ripartenza che può dare qualche chance ad un governo diverso».
La nomina del nuovo Capo dello Stato non sarà una pedina di scambio come dice lei, ma non può essere nemmeno un moltiplicatore di voti. I numeri in Parlamento sono sempre gli stessi. I grillini non diranno mai sì ad un governo con voi, il Pdl invece sì.
«I numeri del Parlamento sono sempre gli stessi, e tuttavia le convergenze sul nome possono creare le condizioni perché dopo il governo ci sia. Di forze in Parlamento ce ne sono molte: i grillini, Monti, la Lega».
Cioé lei ci sta dicendo che la trattativa unica per Presidente e governo la fa, ma non con Berlusconi, con il quale evidentemente faticate a trovare un nome condiviso. Proviamo a fare qualche nome che lei gradisce?
«Niente giochini, non partecipo al totonomi».
Non crede che il ritorno al voto sarebbe una iattura? Il Paese si può permettere questo clima di incertezza?
«Bisogna scegliere il male minore. A novembre 2011 facemmo la scelta della governabilità, non è detto che questa volta la scelta giusta sia quella».

Corriere 7.4.13
Pd, il pressing interno su Bersani apre un varco al governo di scopo
Segretario più isolato. Renzi: come finirà? In tanti non vogliono le elezioni
di Monica Guerzoni


ROMA — A quaranta giorni dal voto, il Pd è a un punto di svolta. L'apertura di Dario Franceschini a un esecutivo di transizione con il Pdl ha rivelato come il «piano A» di Bersani — governo di minoranza e convenzione per le riforme — non regga più l'onda d'urto delle pressioni interne. Ormai tutti i capicorrente hanno dato il via libera, più o meno esplicitamente, a un accordo con Berlusconi per un governo di scopo, che faccia le riforme prioritarie e scongiuri il voto anticipato. E a questo punto il segretario, sempre più isolato, non sembra avere altre strade che accordarsi con il Cavaliere o trascinare il Paese al voto. Beppe Fioroni riassume così lo stato d'animo prevalente nel partito: «Buon senso ci guidi. Prima presidente di larghe intese condiviso, poi governo espresso dalla stessa maggioranza».
Tre giorni fa, quando Matteo Renzi disse al Corriere «intesa con Berlusconi o voto», nel Pd si scatenò l'inferno. Ma adesso il clima è cambiato. «Non so se la soluzione di un governo Pd-Pdl sia quella che davvero i dirigenti romani sceglieranno — ragiona il sindaco di Firenze —. Ma le elezioni non le vogliono in tanti...». Hanno paura di lei? «Non credo alla fantapolitica — sdrammatizza Renzi —. È difficile che uno come me, che sta lontano da Roma, possa capire come andrà a finire». In realtà Renzi lo ha capito benissimo, ha afferrato per primo come Bersani e Berlusconi siano vicini alla stretta di mano che suggella il patto e ha provato a stopparlo, prima che sia tardi. E però, denunciando che il Pd «sta perdendo tempo», ha suonato la sveglia a Bersani. Prova ne sia il fatto che Davide Zoggia e Miguel Gotor, due tra i dirigenti più vicini al leader, si affrettano a riportare la «conversione» di Franceschini nel solco della linea ufficiale: no al governissimo, sì al dialogo con Berlusconi.
Anche Enrico Letta, che ha un ruolo chiave di cerniera con le opposizioni interne, condivide l'apertura di Franceschini e pensa che il Pd debba smetterla con i complessi di superiorità. E poiché Veltroni, D'Alema e Anna Finocchiaro sono (da tempo) sulla stessa lunghezza d'onda, Bersani ha fretta di uscire dall'angolo. «Se dimostra di avere in pugno il rapporto con Berlusconi senza darlo a vedere — suggerisce Marco Follini — taglia le ali agli oppositori interni e può anche spuntarla». Il Secolo XIX ha chiesto a Rosy Bindi se il Pd non si senta ostaggio del segretario e la presidente ha risposto «Bersani non sa più che fare e il partito è fermo, senza prospettiva». La Bindi ha smentito con forza il colloquio «mai avvenuto», ma nel Pd ne è nato un caso che conferma come la pentola a pressione rischi di esplodere. Per non bruciarsi, il leader si sta muovendo. Chi spera in un passo indietro sembra destinato a restare deluso. «C'è fibrillazione, è vero — ragiona Bersani con i suoi —. Ma il Pd reggerà, perché il governissimo non lo vuole nessuno e nemmeno il voto. Ci sono spazi significativi perché il tentativo riesca». Stato d'animo dovuto alla convinzione che il prossimo capo dello Stato non potrà che «ripartire da chi ha più numeri». E, dunque, da Bersani...
Il segretario accelera, tanto che ieri si era sparsa persino voce di un possibile incontro segreto nel weekend a metà strada tra Piacenza e Arcore. Ma al Nazareno smentiscono e assicurano che l'ex premier e il segretario non si vedranno prima di giovedì, a Montecitorio e con tutti i crismi dell'ufficialità. L'intensità con cui Letta e Migliavacca trattano con il Pdl perché «la chimica» del primo e cruciale incontro tra i duellanti produca miracoli, conferma come tutto si sia messo in movimento. «Arriveremo lì dove si doveva arrivare tre settimane fa» sospira il socialista Marco Di Lello. Il fattore Renzi è stato determinante, sia Bersani che Berlusconi hanno interesse a disinnescare il sindaco di Firenze... Ma il renziano Roberto Reggi tifa contro l'accordo: «Il tentativo di Bersani è morto». Il problema, come il leader temeva, è la base. Sul web gli elettori democratici sono in rivolta, hanno fiutato «l'inciucio» e avvertono Bersani: «L'accordo con Berlusconi è un suicidio».

Corriere 7.4.13
Speranza, il capogruppo Pd alla Camera
«Cavaliere legittimato, non ha voti di serie B. È giusto confrontarsi»
Ma serve un governo di cambiamento
intervista di Monica Guerzoni

qui

Corriere 7.4.13
Perché la «ditta» Pd deve cambiare
di Antonio Polito


Il titolo dell'Unità che ha scatenato una lite nel Pd svela, forse inconsapevolmente, il nocciolo della questione. Il giornale accusava infatti Renzi di aver detto «No al governo Bersani». Ma che cos'è esattamente il «governo Bersani»? Andrebbe chiarito, perché all'inizio era un accordo con Grillo su otto capitoli di programma; a metà era diventato un tentativo di spaccare il Movimento di Grillo ottenendo il voto di un gruppo di dissidenti; alla fine era la richiesta a Berlusconi — pur senza mai nominarlo — di consentire la nascita di un governo di minoranza; in ogni momento ha presunto un sostegno di Monti che non è mai stato né contrattato né promesso. Nel caso dovesse risorgere dallo stato di crio-conservazione in cui si trova, in quale di queste incarnazioni si presenterebbe per farsi dire di no dal giovane e scalpitante sindaco fiorentino?
La verità è che il «governo Bersani» è uscito battuto dalle urne, e il Pd non uscirà dalle sue angosce finché non ne prenderà atto e non affronterà seriamente, come si faceva un tempo, l'analisi del voto. Quel progetto politico si basava infatti sul tentativo di vincere le elezioni con un fronte unito delle sinistre, sperando che il Porcellum facesse il miracolo di trasformare una minoranza in una maggioranza, grazie alla debolezza del fronte opposto. Ma la sinistra da sola in Italia non può vincere perché è da sempre una minoranza troppo piccola. Togliatti e Nenni, che pure non erano Bersani e Vendola, ottennero appena un po' di più di loro, sfiorando il 31% nel 1948; Berlinguer, che pure era Berlinguer, superò al suo apice il 33%. Le elezioni del 2013 sono state la più sferzante conferma di questa legge della politica italiana, perché anche di fronte a un tracollo della destra l'elettorato ha preferito creare un terzo polo pur di non consegnare il governo alla sinistra.
Il gruppo dirigente che si raccoglie intorno a Bersani ha invece letto il voto come il segno di una epocale svolta a sinistra dell'elettorato italiano, che avrebbe premiato Grillo solo perché il Pd era stato troppo timido nel suo pur antico anti-berlusconismo. Non si spiegherebbe altrimenti perché ha prima offerto al Movimento 5 Stelle la testa di Berlusconi (ineleggibilità vent'anni dopo e arresto appena possibile), e perché oggi punti a tornare nella direzione da cui proviene fondendosi con Vendola e affidandosi a Barca. Per questo è importante l'intervista al Corriere con cui ieri Franceschini ha rotto l'unanimismo di facciata nel Pd e il lungo silenzio di quella corrente dei Popolari che un tempo ne rappresentava il centro. Non solo e non tanto perché dice ciò che è ovvio, e cioè che i numeri consentono soltanto un dialogo con Berlusconi (esattamente ciò che ha detto Renzi, ma scommettiamo che oggi l'Unità non lo tratterà allo stesso modo). Ancor più rilevante è che Franceschini interpreti lo stato d'animo del Paese come una disperata richiesta di buon governo cui il Pd non può sottrarsi, combattendo l'estremismo invece di rincorrerlo. Il futuro del Pd è in un sistema bipolare in cui l'avversario lo scelgono gli elettori, non nella supponenza di rappresentare l'unico elettorato moralmente degno. Grillo non è il suo alleato naturale, ma la talpa che gli scava il terreno sotto i piedi.
La Rete e le sue minoranze attive non equivalgono al Paese, il quale non premierà chi è più zelante nel dannare il nemico, ma chi è più efficace nel salvare la casa comune. Pd e Pdl sono condannati a ricostruire insieme una democrazia funzionante, o a perire nel rogo del sistema democratico. Il giaguaro non è stato smacchiato e anzi è comparso pure un altro gattone dotato di artigli affilati. Se il Pd è un partito e non una «ditta» la cui ragione sociale è la mera prosecuzione della specie di chi lo dirige, è ora di riconoscere come stanno le cose e di cambiare tattica e strategia, o di cambiare leadership.

Repubblica 7.4.13
Il Pd si divide sul governissimo e sul web scatta la rivolta "Niente accordi con Berlusconi"
Franceschini: dialogo con il Pdl. Renzi: nessuno vuole votare
Fioroni: una linea di buonsenso. Ma da Puppato a Casson: chiusura assoluta
di Silvia Buzzanca


ROMA - Dario Franceschini rimescola ancor di più le carte nel Partito democratico. Che litiga, interpreta e si divide. L´ex capogruppo parla della necessità di dialogare con Silvio Berlusconi, di «superare il complesso di superiorità per cui se l´avversario ti piace ci parli, altrimenti non ci parli nemmeno». Parole che vengono lette come uno stop a Pier Luigi Bersani, al suo progetto per un «governo di cambiamento».
Ma Franceschini dice anche di essere d´accordo con il segretario sul no al governissimo, perché in Italia «non ci sono le condizioni», ma «chiusa la possibilità di un rapporto con Grillo, per sua scelta, i numeri dicono che o si accetta un rapporto con il Pdl, o non passerà nessun governo». Indica però una terza via, una via d´uscita all´impasse, ovvero «un esecutivo di transizione che prenda le misure necessarie per dare ossigeno all´economia mentre in Parlamento si fanno le riforme istituzionali».
L´intervista al Corriere della Sera fa discutere il Pd, le sue diverse anime, riapre i giochi e delinea nuovi scenari. A cominciare da quelli di Renzi. Il sindaco di Firenze comincia ad avere dubbi su un voto molto rapido. Ieri infatti commentava: «Le elezioni mi sa che non le vogliono in tanti». Secondo il primo cittadino fiorentino, «noi dobbiamo abituarci alla serenità, alla serietà e alla coerenza. Io non so se la situazione di un governo Pd-Pdl sia quella che davvero i dirigenti romani sceglieranno».
Sul versante dei bersaniani si da un´altra lettura dell´intervista. Davide Zoggia, infatti, fa notare che l´ex capogruppo si muove nel solco indicato dal segretario: «Dialogare con tutte le forze politiche disponibili al cambiamento e aprire una nuova fase di riforme». Ma, continua Zoggia, Franceschini, «escludendo il governissimo, rimarca il solco che il segretario Bersani considera strategico sia per individuare una personalità condivisa per il Quirinale, sia per dare un governo al paese».
Altra corrente, altra versione. Beppe Fioroni, esponente dell´area ex popolare del Pd, legge le parole di Franceschini come un salutare ripensamento. «Buon senso ci guidi. Prima presidente di larghe intese condiviso, poi governo espresso dalla stessa maggioranza. Questa è la normalità», scrive su Twitter. E conclude, «questo percorso politico per noi sembra evento straordinario, frutto di laceranti riflessioni e conversioni per molti. Facciamolo senza parlare». Avrebbe invece parlato Rosi Bindi, per ammettere al Secolo XIX che sì, Bersani tiene in ostaggio il partito. «E´ così purtroppo, Bersani non sa più che fare e il partito è fermo, senza prospettiva», avrebbe detto. Ma la Bindi ha smentito, il giornale ha confermato.
Ma parla anche la senatrice Laura Puppato. «Le ipotesi che si stanno facendo di un governo con il Pdl non corrispondono al mandato ricevuto e sono una catastrofe politica per l´Italia e per il Pd», spiega la parlamentare veneta. Un pensiero condiviso da un altro senatore veneto: Felice Casson. «Vedremo se sarà possibile ragionare in maniera più allargata - dice - ma ribadisco che se c´è Berlusconi la chiusura non potrà che essere assoluta».
Una posizione che trova molti consensi sulla Rete. Con minacce del tipo: «Ok fate accordi col nano e vedrete cosa faremo delle nostre tessere Pd». O «Se vi alleate con Berlusca la tessera elettorale ve la spedisco direttamente in ufficio». O inviti perentori: «Con Berlusconi abbiamo dato abbastanza per il bene del paese. Finitela con la classica guerra fratricida di sinistra».

Repubblica 7.4.13
L’altolà di Bersani ai fan del piano B "Non intendo accettare i ricatti di nessuno"
Il leader è sicuro: il partito sarà dalla mia parte anche stavolta
Pierluigi ripete: "Solo un governo di cambiamento può connettersi al disagio sociale"
Largo del Nazareno avverte: "In un teorico esecutivo del presidente Pierluigi non entra"
di Goffredo De Marchis


ROMA - Al confronto con Berlusconi per il Quirinale, Bersani si prepara così, ragionando con i suoi collaboratori: «Il problema è che l´Italia capisca che non accettiamo ricatti da nessuno e non ci mettiamo settarismo verso nessuno». È una risposta che non vale solo per il Cavaliere, ma è rivolta anche al Pd. Il suo partito infatti arriva diviso alla partita per l´elezione del nuovo capo dello Stato. Diviso rispetto alla posizione e al ruolo del segretario. Con un fronte, ogni giorno più largo, che gli chiede una trattativa seria, senza riserve e senza retropensieri, con il Pdl. Evitando di giocare su due tavoli: quello del centrodestra e quello del rapporto con Beppe Grillo. Anche mettendo da parte, stavolta definitivamente, la candidatura dello stesso Bersani per Palazzo Chigi.
A dieci giorni dal primo voto dei grandi elettori per il Colle, si è creato un oggettivo asse tra Matteo Renzi, Enrico Letta, Walter Veltroni, Massimo D´Alema e Dario Franceschini, asse che chiede al segretario di cambiare linea. Non per arrivare al governissimo (forse solo la proposta del sindaco di Firenze gli si avvicina), ma per abbandonare definitivamente la pista del Movimento 5stelle e "abbracciare", nel modo più indolore possibile, il Cavaliere. «Esecutivo di transizione» è la formula usata ieri da Franceschini in un colloquio con il Corriere. «Piazzare una bella pietra sopra alla non maggioranza», precisa il vicesegretario Letta che di Bersani in questo momento è il principale confidente. Il segretario ascolta, registra, osserva i movimenti sotterranei e in superficie del partito. Già dopodomani, alla riunione dei gruppi parlamentari (un esercito di oltre 400 persone), è atteso da un passaggio molto delicato. Poi, a metà settimana, è previsto il faccia a faccia con Berlusconi. Ai dubbi e ai dissensi interni, Bersani dovrà rispondere precisando bene il percorso. E le tappe che lo hanno preceduto. Ieri è emersa anche la fronda di Rosy Bindi, con un´intervista al Secolo XIX smentita, ma confermata dal quotidiano.
Sarà inevitabilmente una discussione vera. Nel partito, il dibattito, più che aperto, è spalancato. Renzi appare tutt´altro che solo. E a Largo del Nazareno non si aspettano un abbassamento di toni. «L´agitazione è fisiologica, destinata ad aumentare non a diminuire», dicono. Del resto, anche i bersaniani ci mettono del loro lanciando per il futuro il nome di Fabrizio Barca in funzione anti-rottamatore. Ma i collaboratori più stretti riportano le parole esatte del segretario: «Del Pd, della sua tenuta non mi preoccupo. Lo conosco bene. Al momento giusto il partito c´è. E ci sarà anche questa volta».
I suoi fedelissimi giurano che la linea non muterà, che le correzioni, nella sostanza, non saranno rilevanti. «Alla fine, sulla proposta di fondo, tutti vedono che non ci sono alternative», spiegano. Solo un governo di cambiamento «può connettersi con il disagio sociale. Il governissimo non esiste perché non reggerebbe l´impatto della crisi. Per questo, il Pd deve rimanere aperto, orecchio a terra. Nessuno ha mai proposto un esecutivo organico coi grillini. Ma l´assetto politico attuale non è definito una volta per sempre. Non sappiamo ancora come evolverà la dinamica dei 5stelle». Governo del cambiamento continua a fare rima con Bersani premier, con un tentativo che non è tramontato. Se fosse possibile un esecutivo diverso avrebbe già visto la luce. «Invece non si scorge all´orizzonte e con evidenza non è nemmeno pronunciabile». Eppure se ne vedono i contorni, magari sfumati, magari lontani. A Largo del Nazareno parlano di «casi molto teorici». Ma per il bene della ditta, tanto cara a Bersani, non si considera lesa maestà, «il fatto che il Pd si tenga un margine».
Anche lo schema per la presidenza della Repubblica non varia: «La strada della larga condivisione resta quella primaria - è la posizione di Bersani -. Se Berlusconi non fa ricatti e accetta la rosa del centrosinistra, l´accordo si fa. Alla luce del sole. La discussione del Pd c´entra ben poco in questo caso. Dipende tutto dal capo del Pdl». In quella rosa, i nomi spaziano da Giuliano Amato a Massimo D´Alema a Franco Marini a Emma Bonino che da sempre ha un feeling con Bersani. Gli "ambasciatori" del Pd, o più precisamente del leader sono impegnati nel lavoro preparatorio del vertice col centrodestra. Tenendo insieme sia il voto sul capo dello Stato sia il dopo, ossia l´esecutivo. «Il Pdl e la Lega - spiega uno di loro - preferiscono non mettersi di traverso a un governo dal profilo politico, piuttosto che ingoiarne uno tecnico o del presidente». Ma se la risposta del Cavaliere è no, si cambia strategia per il Quirinale. «Si parte da un accordo imbullonato con Mario Monti». Che ha come favorito per la corsa al Quirinale Romano Prodi (guardando ai 5Stelle) e, forse, il rilancio dello stesso professore della Bocconi.

Repubblica 7.4.13
Il pressing dei big su Pierluigi "Non si può insistere solo sul tuo nome nel partito bisogna aprire una fase 2"
L’assalto delle correnti dai renziani ai Giovani turchi
Il segretario accusato di riunirsi nel bunker E Veltroni gli rinfaccia: nel 2009 fui costretto a lasciare la segreteria
di Giovanna Casadio


ROMA - Da qualche giorno le riunioni di Bersani con i collaboratori più fidati - Migliavacca, Errani, Zoggia - sono soprannominate "il bunker". Dov´è Bersani? Nel bunker: è la risposta aspra che, con un sorrisetto, i Democratici consegnano ai cronisti. Nel "bunker" si decide la linea, che è quella di andare fino in fondo verso il "governo di cambiamento" guidato dal segretario. Ma fuori dal bunker, si salda un fronte di correnti e di dirigenti del Pd pronti ad archiviare le mosse bersaniane: non c´è solo un governo Bersani, va aperta una fase 2.
Matteo Renzi, il "rottamatore" è in campo, apertamente e le bordate alla linea di Pierluigi Bersani sono quotidiane. Ma pure Dario Franceschini ha tratto il dado. Sostiene, l´ex segretario, che è tempo di prendere atto che Berlusconi ha milioni di voti, un´intesa con il Pdl va trovata, e soprattutto che ci vuole «un governo di transizione». Un modo per dire a Pierluigi e al suo entourage, che intestardirsi non vale e che è tempo di abbandonare il "piano A", cioè il governo del cambiamento, dal momento che i numeri non ci sono e non ci saranno. Lo smottamento è in atto. Benché i bersaniani neghino, minimizzino, raccontino dei contatti continui tra Dario e Bersani, il Pd è alla svolta forse più drammatica dei suoi 7 anni di vita e della sua scommessa politica, che è stata quella di unire ex Pci ed ex Dc, immaginando un partito popolare progressista.
Enrico Letta, il vice, difende Franceschini. Ritiene che Dario non abbia affatto preso posizione contro Bersani, ma stia tentando di spostare un po´ in avanti la timidezza del mondo bersaniano. L´«arroccamento», dicono i renziani. «La mia lealtà a Pierluigi è piena», ha ripetuto Letta. Che però, se il governo del cambiamento non si potesse fare, allora pensa a un governo del presidente. Si racconta di un D´Alema, che di Bersani è stato il "grande elettore" alla segreteria, in dissenso totale con la ridotta in cui si trova oggi il Pd. Comunque, D´Alema è negli Usa, già alla scorsa Direzione del partito aveva dato forfait per impegni all´estero. Veltroni è stato subito per un´altra rotta: il governo del presidente. E ha ricordato pubblicamente, con perfida bonomia, che a costringerlo a lasciare la segreteria del Pd nel 2009, dopo la sconfitta del centrosinistra alle regionali in Sardegna (e il Pd era al 33%), fu proprio Pierluigi... Insomma, la ruota gira: con il partito al 25% e lo stallo politico, Bersani veda un po´. Fioroni, leader dei Popolari, è fan delle larghe intese. A fare cerchio attorno al segretario sono ora i "giovani turchi". «Un´area elastica», la definisce Stefano Fassina, che ne fa parte ma non ha condiviso alcune fughe in avanti, come il documento dell´altroieri che chiede la costituzione subito delle commissioni parlamentari. «Troppi posizionamenti... non siamo mica un´armata Brancaleone, stiamo andando un po´ oltre, uno si sveglia e fa una cosa. Sono un bersaniano "senza se e senza ma", però comprendo che se Pierluigi non va a Palazzo Chigi, una fase sarà finita. È fisiologico». Rincara Francesco Verducci: «L´ipotesi di larghe intese non risolve lo stallo, lo aggrava. Si lavora per Bersani pancia a terra». Un altro dei leader della "gauche" del Pd, Matteo Orfini è sarcastico: «Quello che ha detto Dario? Irrilevante. Finirà in minoranza in Direzione. Certo ne discuteremo, laicamente, sia di quanto afferma Franceschini che di quanto sostiene Renzi. Con il Pdl non si fa nessun accordo». La "gauche" e i liberal renziani si trovano a sorpresa sulla stessa lunghezza d´onda: «Nel partito troppi hanno paura delle urne», ripetono. Loro, no. A temere un collasso del Pd è il sindaco di Bologna, Virginio Merola, per il quale gli strattoni dei renziani e quelli dei "giovani turchi" rischiano di provocare un crollo, una falla insanabile. Lo spettro della scissione, evocato spesso a sproposito, non è mai stato così concreto.

Corriere 7.4.13
L'amara solitudine di Napolitano e le ferite della democrazia
di Paolo Franchi


Immalinconito. Deluso. Amareggiato. Nei giorni scorsi gli aggettivi utilizzati per descrivere lo stato d'animo del vecchio presidente si sono sprecati. Forse, anzi, sicuramente non andavano molto oltre la superficie delle cose. Però in qualche misura hanno colto nel segno. Giorgio Napolitano si è sempre rappresentato, con un pizzico appena di autoironia, come un «atarassico», che ha scoperto giovanissimo (parola di Curzio Malaparte) la propria capacità di non perdere la calma «neppure dinanzi all'Apocalisse», sotto i bombardamenti che martoriavano la sua Napoli. Per una vita, ben prima di salire al Quirinale, ha sempre dosato quasi maniacalmente non solo le parole, ma pure i punti e le virgole di interventi, articoli e interviste. Significherà pure qualcosa, allora, il fatto che a caldo, sul Corriere del primo di aprile, parlando con Marzio Breda, sia ricorso a un lessico per lui a dir poco inusuale. Constatando amaramente che il suo mandato rischia di finire «in un modo surreale». E collocando «tra il geniale e il demente» i sospetti e le dietrologie di cui era stato fatto oggetto.
C'è però un sostantivo, solitudine, che probabilmente rende meglio di tanti aggettivi la condizione di un presidente lasciato solo, appunto, e messo nemmeno troppo velatamente sotto accusa dai partiti. Da quegli stessi partiti che erano saliti al Colle per testimoniargli la loro incomunicabilità, i loro veti reciproci, e dunque la loro impotenza. Si è discusso molto, e si è fatta anche della comprensibile ironia, sui saggi, o sui facilitatori, o sugli esperti, chiamati da Napolitano a istruire con lui la pratica delle riforme e degli interventi possibili, da consegnare ormai tra pochi giorni al suo successore. E, come se non bastasse, ci si è messa di mezzo pure la surreale caduta di Valerio Onida nella trappola della Zanzara, quasi a dimostrazione del fatto che, da noi, la farsa trova il modo di andare in scena anche nelle ore più gravi, quasi fosse una componente insopprimibile del carattere nazionale. Può darsi benissimo, anzi, è altamente probabile, che la decisione di Napolitano sia più un modesto placebo che un antidoto efficace. Ma rappresentarla, ora apertamente, ora tra le righe, come una specie di golpe bianco, o come un ultimo sconfinamento in una sorta di presidenzialismo sui generis, questo no, non si può e non si deve, o non si dovrebbe, fare. E soprattutto non avrebbero dovuto farlo, non foss'altro per decenza, le tre minoranze di dimensioni più o meno simili lasciate sul campo dal terremoto elettorale, nessuna delle quali è in condizione né di vincere la guerra né di porre condizioni realistiche per stipulare qualcosa di simile a una tregua: tre minoranze che si marcano rumorosamente a distanza, come se avessero smarrito ogni capacità di ascolto e di comunicazione con le speranze e (soprattutto) con le angosce di un Paese peggio che impaurito.
Non è solo un (comprensibilissimo) stato d'animo, la solitudine del presidente. Lo stile aiuta, certo, anche perché non è qualcosa di affettato e di esibito, ma un abito mentale: e tanto più risalta quando tutto attorno dilagano, all'apparenza almeno incontrastate, l'improvvisazione e, spesso, la volgarità. Ma nessuno stile al mondo può bastare, da solo, a mettere in secondo piano il fatto che questa che si sta consumando può rapidamente diventare, se già non lo è, una tragedia repubblicana. Napolitano, il primo (e probabilmente l'ultimo) former communist al Quirinale, non è - non è mai stato - il presidente che viene dal freddo. È stato, ed è, uno dei rappresentanti più significativi della storia migliore e della cultura politica della Prima Repubblica, che tutto fu, fuorché presidenzialista. Sin dall'inizio del suo mandato, si era posto come obiettivo, nella speranza che a conseguirlo concorressero «un sussulto di operosità riformatrice e anche un moto di rinnovamento dei partiti», il superamento di un bipolarismo tanto rissoso e selvatico quanto inconcludente, e l'avvento di una democrazia dell'alternanza finalmente matura. Ben prima di questo tristissimo sabato di Pasqua ha dovuto riconoscere che si trattava di «aspettative troppo fiduciose o avanzate». Ma non per questo the quiet power broker, il posato mediatore dotato insieme di grande realismo e di «una ricca cultura barocca» di cui ha detto il New York Times, le ha abbandonate al loro destino. Nemmeno quando, nel novembre del 2011, ha portato a Palazzo Chigi Mario Monti. Adesso, spes contra spem, terrà botta fino all'ultimo per tenere aperta la possibilità di un esito non catastrofico della crisi. Ma deve prendere atto che, sotto questo profilo, il settennato si conclude, e non certo per sua responsabilità, nel modo più amaro. Ne è ferito, ovviamente. È la democrazia italiana, però, che rischia di esserne ferita ben più gravemente, perché una democrazia può sopportare traumi feroci, ma difficilmente sopravvive in un deserto di fiducia e di speranza nel futuro. Forse viviamo già in tempi irrimediabilmente post democratici, nei quali alla politica poco o nulla si addicono il senso e la dimensione del tragico. Già questa è una tragedia, per l'uomo del Novecento (non è una parolaccia) che, seppure governando le passioni, e facendo ampio ricorso all'understatement, in un angolo almeno di sé questo senso e questa dimensione li ha sempre serbati. Nulla è più lontano da Napolitano del catastrofismo. Ma sessant'anni fa a spingerlo irresistibilmente in politica è stata, come per tanti altri della sua generazione, la volontà di far fronte a una catastrofe nazionale. Per una vita intera non lo ha dimenticato. E lo ricorda benissimo, c'è da esserne certi, anche oggi.

Repubblica 7.4.13
Inventarsi un Presidente e inventarsi un Governo
di Eugenio Scalfari


POCHI punti che è bene chiarire subito a titolo preliminare. 1. Napolitano ha accelerato, non ritardato, il percorso che porta verso uno sbocco costituzionale. Per sua volontà, prontamente recepita dalla presidente della Camera, le votazioni per il nuovo inquilino del Quirinale cominceranno il 18 aprile, undici giorni da oggi. Senza questa decisione le votazioni sarebbero cominciate verso la fine del mese.
2. Il comitato di consulenza nominato dal Presidente ha soltanto l´incarico di preparare un memorandum che delinei alcune soluzioni per i più urgenti problemi costituzionali, istituzionali, economici, sociali. Dovrà consegnare quel documento non oltre il 16 aprile. Se il Presidente ne riterrà congruo il contenuto, lo consegnerà al suo successore il quale potrà metterne a frutto le proposte oppure cestinarle a suo piacimento.
3. Il Ragioniere generale dello Stato e i suoi più stretti collaboratori, da quando nacque il governo Monti nel novembre 2011 fino ad oggi hanno fatto tutto quanto potevano per bloccare o rallentare provvedimenti destinati alla crescita dell´economia, fino al decreto – finalmente varato in queste ore – sul pagamento dei debiti della pubblica amministrazione alle imprese fornitrici.
L´obiettivo della Ragioniera generale è stato di mantener ferma la politica di Tremonti del "nulla fare e nulla muovere". Il ministro dello Sviluppo, Corrado Passera, ha cercato di superare quegli ostacoli ma senza riuscirvi. È dovuto intervenire direttamente Napolitano e la questione, del massimo rilievo per l´economia italiana, è stata finalmente risolta.
4. Matteo Renzi accusa la politica in genere e il segretario del suo partito in particolare, di perdere un tempo prezioso.
E di allontanare quello che secondo lui è il solo sbocco possibile ed urgente e cioè lo scioglimento delle Camere appena elette e, per quanto riguarda il Pd, nuove primarie per designare il candidato premier. Non ha detto però, il sindaco di Firenze, con quale legge elettorale si dovrebbe votare. Sempre con il "Porcellum" così com´è? E non ha detto neppure chi sarebbe il responsabile del tempo perduto.
Forse allude a Bersani? Ma dimentica che Bersani non ha alcun potere di perdere o di guadagnar tempo: lo scioglimento delle Camere auspicato al più presto da Renzi (e da Berlusconi) è nelle mani del prossimo Capo dello Stato, per la nomina del quale – come indicato al punto 1 – Napolitano ha accorciato e non rallentato il tempo.
5. La maggior parte degli osservatori stranieri e delle autorità internazionali ritiene che nuove elezioni in Italia sarebbero esiziali per l´economia italiana e di conseguenza per quella europea e americana.
Napolitano ed anche Bersani la pensano allo stesso modo. Renzi invece ritiene che elezioni a breve siano la sola e vera soluzione. Lascio ai lettori di giudicare chi sia nel vero e chi nel falso.

* * *
Per il resto, la situazione politica è nel buio pesto. Tre partiti hanno ottenuto consensi più o meno di un terzo ciascuno. Il residuo 10 per cento è andato ai montiani.
Rispetto alle passate elezioni politiche il partito di Berlusconi ha perso 6 milioni di voti, la Lega si è dimezzata, il Pd ha perso 3 milioni e mezzo. I montiani hanno guadagnato il 2 per cento rispetto all´Udc e al partito di Fini che avevano l´8 e ora sono scomparsi. Il movimento di Grillo ha ottenuto 8 milioni di voti, nel 2008 non esisteva.
Il voto è sempre più mobile "qual piuma al vento. Muta d´accento e di pensier". Il populismo è aumentato; sommati insieme il Pdl, la Lega e il Movimento 5 Stelle si arriva ad oltre la metà dei voti espressi, raccolti con populismo di vari colori ma di identica tonalità.
Il tasto sul quale l´attuale populismo martella è quello della legalità violata. Il fatto che Berlusconi usi anche lui quel tema è sorprendente.
Grillo lo si può capire; non si capisce però il motivo per cui non cerca il modo corretto di favorire il ripristino della legalità. Da solo, con il 25 per cento dei consensi, non ce la può fare, ma vuole impedire qualunque collaborazione con le altre forze politiche. Questa posizione priva di logica viene però imposta agli eletti, pena la loro espulsione dal movimento.
Chi predica ad ogni pie´ sospinto moralità e legalità dovrebbe stare molto attento ai significati di queste affermazioni e di queste icone e dovrebbe ripassarsi con spirito critico alcuni precedenti storici.
Robespierre e Saint-Just predicando una astratta e assoluta moralità e interpretando a loro modo la legalità distrussero la democrazia costituzionale dell´Ottantanove trasformandola in una dittatura basata sui tribunali rivoluzionari, sul terrore e sulla ghigliottina. Stalin fece altrettanto su scala enormemente più vasta, accusando i suoi avversari di ruberia, complotto, tradimento del socialismo. Hitler usò altri argomenti: secondo lui la legalità e la moralità la violavano gli ebrei, gli zingari e altre pericolose minoranze da sterminare.
Ovviamente questi precedenti storici hanno tutt´altra dimensione rispetto a quanto accade oggi in Italia, ma la dinamica è quella di estirpare il riformismo democratico e procedere verso sistemi con forti connotazioni dittatoriali. Berlusconi da un lato, Grillo e Casaleggio dall´altro, sono proprietari in senso tecnico oltre che pratico dei rispettivi partiti e dettano legge ai loro aderenti secondo la formula "con me o contro di me".
Grillo vuole l´abolizione dell´articolo della nostra Costituzione che garantisce la libertà degli eletti dal popolo "senza vincolo di mandato".
Berlusconi non ha bisogno di questo perché il partito è suo e senza di lui non vivrebbe. La libertà di scelta dei singoli parlamentari – semmai – gli è servita per comprarne alcuni a suon di milioni.
Comunque: le quattro forze politiche che rappresentano la totalità dell´attuale Parlamento non riescono a trovare una formula che dia vita ad una solida maggioranza. Ognuna gioca da sola, magari corteggia le altre (salvo Grillo che si ritiene autosufficiente e condanna i suoi eletti allo zitellaggio obbligatorio) a patto che si pieghi ai suoi disegni.
Questo è lo stallo, finora insuperabile. La gente, i cittadini, sono furibondi e disperati; delle forze politiche e delle istituzioni se ne infischiano, le disprezzano e le ritengono irrilevanti, ma reclamano provvedimenti di salvataggio economico e sociale che soltanto un governo sostenuto da una solida maggioranza potrebbe decidere, fermo restando che l´Italia non è un´isola migrabonda ma fa parte dell´Europa nel quadro d´una economia globale dove le merci, i capitali, le persone si muovono secondo le convenienze.
Questa realtà gran parte delle persone la dimentica. I furbi ci speculano sopra e si arricchiscono; i gonzi la subiscono protestando e soffrendo. Molti non votano alle elezioni lasciando mano libera ai furbi; gli altri votano in modo tale da aver determinato lo stallo suddetto.
Capisco che il quadro non è confortante, ma è colpa di ciascuno di noi e su quella colpa occorrerebbe riflettere con spirito critico.
* * *
Il futuro Presidente della Repubblica dovrà anzitutto fare le sue consultazioni e poi nominare un governo che abbia solida maggioranza. Un governo di scopo, con pochi obiettivi istituzionali ed economici da realizzare.
Walter Veltroni ha ricordato in alcune interviste recenti come esempio da imitare il governo Ciampi nominato da Scalfaro. La nomina – va ricordato – venne proposta da Giuliano Amato che in quel momento era proprio lui alla guida del governo ma riteneva opportuno cederla a persona più adeguata alle circostanze che anche allora erano di stallo e di gravi pericoli economici.
Scalfaro accettò il consiglio ma volle che fosse lo stesso Amato a proporlo a Ciampi in un incontro a tre, così avvenne e così quel governo che giustamente viene indicato come esempio, fu installato.
Purtroppo una persona come Ciampi oggi non c´è.
Bisognerebbe inventarla, ma non è affatto facile. Una cosa però mi sembra certa: non c´è spazio per un governo guidato da un dirigente di partito. Da questo punto di vista non condivido la tenacia con la quale Bersani ripropone la sua candidatura (e ancor meno quella di Renzi a sostituirlo nella stessa impresa).
Bersani è stato molto coraggioso nel tentare un governo di cambiamento ed ha spiazzato molti portando alla guida delle Camere personaggi fuori dai partiti e provenienti da altre esperienze civili. Ma ora il suo tentativo di ottenere una seconda investitura non è a mio avviso realizzabile e sarebbe destinato ad un fallimento.
Quand´anche riuscisse ad ottenere la fiducia con l´aiuto di qualche voto fluttuante, non durerebbe che poche settimane e comunque non sarebbe in grado di recuperare la credibilità necessaria per rassicurare l´Europa e i mercati.
Il futuro Capo dello Stato dovrà dunque inventarsi un governo di tipo nuovo, che rappresenti la società civile ma i cui componenti e chi lo guida abbiano non solo competenze e moralità ma anche fiuto politico.
Non sarà una scelta facile e il nuovo Presidente dovrà seguire quel governo da lui inventato passo dopo passo, accreditarlo in patria e all´estero, vigilare che gli scopi assegnatigli siano raggiunti presto e bene a cominciare dalla riforma del Senato e soprattutto da una nuova legge elettorale (forse il "Mattarellum" che si può ripristinare con un solo articolo che dichiari abolita la legge attuale e faccia rivivere quella precedente?).
Purtroppo per noi, oltre a non avere un Ciampi a disposizione, non abbiamo neppure un Napolitano e questo è ora il vuoto e l´incognita più disperante. La ricerca comincerà tra undici giorni e speriamo sia proficua, sebbene i nomi attualmente in circolazione siano in gran parte inadatti e di pura fantasia per quanto riguarda quel tipo di responsabilità. L´identikit ideale per il Quirinale oscilla tra le figure di Einaudi, Pertini, Ciampi, Napolitano. Io un nome in testa ce l´avrei ma non ho alcun titolo per proporlo e quindi non lo dico.

Post scriptum. Il suicidio di un´intera famiglia a Civitanova Marche per disperazione dovuta alla povertà senza uscita, colpisce il cuore di tutta la nazione e reclama con la massima urgenza e il massimo impegno la solidarietà sociale, pubblica e privata, necessaria per arrestare una china divenuta tragica. Forse siamo usciti dal baratro economico ma certamente siamo entrati in un baratro sociale. Bisogna uscirne a tutti i costi, pena il disfacimento del Paese. Ogni altra questione diventa a questo punto subordinata.

il Fatto 7.4.13
La marcia scomposta del Pd verso Berlusconi
Bersani lo incontra giovedì
Franceschini incalza e mette all’angolo il leader: senza dialoco col Pdl nessun governo
di Wanda Marra


Sono mesi che il Partito Democratico non fa una segreteria. E nelle ultime due direzioni ha blindato all’unanimità una linea - quella del governo del “cambiamento” di Bersani - che ormai è abbondantemente superata dai fatti. Mentre il segretario si prepara all’incontro con Silvio Berlusconi giovedì, mentre Matteo Renzi scende in campo per la premiership con l’artiglieria pesante, Fabrizio Barca si mette a disposizione per la segreteria e i dirigenti del partito si lasciano andare a dichiarazioni più o meno controllate, più o meno strategiche sulle ineluttabili convergenze col Pdl, i Democratici parlano solo nelle proprie correnti, in incontri informali e caminetti ristretti. O sui giornali. Nessuna linea politica condivisa, nessun punto della situazione. Un Bersani sempre più isolato, “eroso” da sinistra e da destra, sta trattando per trovare un nome “condiviso” con il Pdl per il Colle. Né Bonino, né Prodi, ma una figura che possa andar giù a Berlusconi (un Amato, un D’Alema, un Marini). In modo da poter poi arrivare a formare un governo “col consenso” del Pdl. Sull’interpretazione e i confini di quest’operazione si gioca la battaglia interna.
LA GIORNATA di ieri segna un passo verso Berlusconi. Artefice Dario Franceschini, che pur tra le righe manda a dire al segretario: senza un rapporto col Pdl non si va da nessuna parte; se lo fai tu, ti appoggio, se no sono pronto ad appoggiare qualcun altro, e magari a passare con Renzi. Le interviste che segnano la giornata di ieri sono due, una (smentita) di Rosy Bindi al Secolo XIX e una di Franceschini al Corriere della Sera. “Bersani tiene in ostaggio tutto il partito. Non sa più che fare, e il Pd è fermo senza prospettive”, le frasi della presidente democratica, riportate dal quotidiano genovese. Un attacco frontale, senza appello. Tanto che la Bindi si affanna a smentire: “Non c’è stato alcun colloquio con il Secolo XIX, le frasi virgolettate non sono mie”. Fornisce dettagli: “Sono stata fermata per strada da un signore che non ricordavo neppure fosse un giornalista, il quale mi ha subissato con le sue considerazioni e i suoi giudizi sulla situazione politica a cui non ho replicato”. “Smentita diplomatica”, replica il quotidiano: “Michele Fusco ha incontrato la presidente Bindi in via di Ripetta a Roma. Hanno scambiato una serie di considerazioni, alcune fatte dal giornalista, altre dall’esponente del Pd”. Controreplica la portavoce della Bindi: “Non c’è stato alcun colloquio, nè nel senso etimologico della parola né in quello giornalistico”. Un episodio che la dice lunga sulla confusione che regna nel Pd in questi giorni. E chiunque abbia incontrato la Bindi nelle ultime settimane ha notato un’aria non esattamente soddisfatta su come stanno andando le cose. L’intervista che agita le acque del partito è però quella di Franceschini. “Ci piaccia o no, gli italiani hanno scelto Berlusconi. È con lui che bisogna dialogare”. Per “un governo di transizione”. Per inciso, più o meno quello che vuole Renzi, che punta a un esecutivo breve in modo da potersi presentare al voto a ottobre. Non a caso, rispetto alle critiche al sindaco di Firenze, Franceschini chiarisce: “Chiusa la possibilità di un rapporto con Grillo, i numeri dicono che o si accetta un rapporto col Pdl, o non passerà nessun governo”. Entusiasmo nel Pdl, dalla Carfagna alla Santanchè. Per i bersaniani commento ufficiale affidato a Davide Zoggia, che si affretta a interpretare: “Bene Franceschini, no al governissimo”. Ma “dialogo e confronto”. Per dirla con Stefano Fassina: “Si lavora per il coinvolgimento del Pdl”. In realtà, Franceschini si gioca la sua partita nel Pd e facendolo spinge il segretario a fare un altro passo verso Berlusconi, in un percorso che lui ha già segnato. Ma provando ad allargarne i confini. Magari anche fino alle larghe intese. E senza Bersani. “Se così fosse, ha cambiato idea”, chiosa Orfini, annunciando battaglia.
IRONICA la fotografia di Renzi: “Le alternative sono tre: governo Pd-Pdl, Pd-M5S o elezioni. Il governo Pd-M5S, Grillo non vuole; le elezioni mi sa che non le vogliono in tanti. Su un governo Pd-Pdl staremo a vedere”. “Divisi si perde”, si intitolava l’editoriale della newsletter di Areadem a firma Roberto Cuillo di venerdì. Come dire: Bersani ha sbagliato ad attaccare in quel modo il sindaco di Firenze. Antonello Giacomelli, tra i suoi fedelissimi, chiarisce su Twitter: “L’intervista di Dario non divide, ma unisce il Pd”. A metà pomeriggio Silvio Berlusconi tira fuori le sue 8 idee per il governo: non sono certo gli 8 punti di Bersani. Tra l’altro c’è anche l’abolizione del finanziamento ai partiti, che ormai Bersani è l’unico a non chiedere, pur se ammette che va rivisto. Ma Franceschini lo prende sul serio e al Tg1: “Sono idee da mettere sul piano del confronto, anche se c’è molta propaganda”.

La Stampa 7.4.13
Uno spettro si aggira per la Casilina: il comunismo
Rizzo e i delegati da Russia, Ucraina, Grecia
In una saletta da 300 posti riappaiono riti di un tempo che fu
di Mattia Feltri


L’«Internazionale» L’incontro si chiama proprio così, e vuole far ripartire anche in Italia Comunisti sinistra popolare - Partito comunista

Il comunismo riparte dalla Casilina, e non sembri offensivo. In una saletta cinematografica, una cosetta da meno di trecento posti fra palazzoni e cavalcavia che evocano proletariato, si sono radunati a pugno in alto quelli ci credono ancora. Non li si chiami reduci: l’offesa è sanguinosa. Sono il nuovo, come dice Marco Rizzo, segretario dei Comunisti sinistra popolare - Partito comunista che presto conterrà il nome alle due ultime leggendarie parole. Sono lì i compagni di Russia, di Ucraina, di Francia, di Spagna, di Grecia, convenuti in un incontro che si chiama Internazionale, uno dei mille accenni alla gloriosa e sanguinosa vicenda novecentesca. Ma non c’è da attendersi un indugiare fieristico alla nostalgia, non ci sono vaschette variopinte di spillette, non scaffali di t-shirt del rivoluzionarismo sudamericano; l’obiettivo, effettivamente ambiziosetto, non ammette fronzoli: uscire dalla Nato, uscire dall’Ue, uscire dall’euro. E per raggiungerlo è necessario raccontarsi bene in faccia a quale storia si crede e da quale si viene: una storia che comprende in pieno quella della Rivoluzione d’Ottobre e dell’Unione sovietica. Nientemeno. Ancora oggi. Perché il problema, spiega Rizzo prima dei lavori pomeridiani (seguiti a un comitato centrale mattutino, perché il rimando irrinunciabile ai bei tempi c’è ed è di natura procedurale e lessicale) non fu «il fallimento del comunismo, che non fallì, ma il fallimento della sua revisione, cominciata da Krushev». E dunque Giuseppe Stalin, i gulag, la Lubianka e così via furono mali necessari in un paese di giovane rivoluzione, assediato prima dalle potenze mondiali e poi dal nazismo. Il comunismo è giovane, decrepito è il capitalismo che ha secoli di vita ed elenchi di vittime ben nutriti.
Ecco, le premesse sono queste. Il resto è conseguenza. E saranno proprio le parole d’ordine teoricamente più muffite a infiammare la piccola platea: composta, attenta, non giovanissima ma c’erano pure ragazzi, soltanto qua e là caricaturali in qualche berretto alla Lenin, in qualche baffone staliniano (i più agée), in qualche mise guevarista. Quelle rare romanticherie sono nulla a paragone della battaglia del popolo nordcoreano, di cui sarebbe atteso l’ambasciatore. Macché, la guerra incipiente - naturalmente voluta dall’imperialismo mondiale e appoggiata dalla stampa venduta e maledetta (unico punto di contatto col grillismo, considerato strumento del capitale) - lo costringe al lavoro. Ma manda un saluto commosso. «Quel popolo ha un fucile col tappo», dice Rizzo. Perché qui la convinzione incrollabile è che il problema siano le provocazioni della Corea del Sud e degli Stati Uniti, interessati a incenerire uno dei pochi paradisi rimasti del socialismo reale.
Anche questi venti bellici ripropongono l’urgenza dell’antica battaglia. A dare la linea basterebbe, in effetti, il primo intervento, quello di Tamila Yabeova, presidente dell’ Unione dei comunisti ucraini. La necessità ultima - dice - è di affrontare la crisi, così simile a quella che portò alla Prima guerra mondiale, con la dittatura del proletariato. Basta parlamentarismo. Basta mediazione. Basta con i numerosi partiti comunisti (sedicenti, sottintende) i quali non si riconoscono più nella prospettiva rivoluzionaria e ormai vivono nell’illusione del potere liberatorio delle schede elettorali. «La realtà è che nessuno ha stabilito quali sono i limiti della prospettiva rivoluzionaria», dice la Yabeova. Andiamo a rivederli noi, dice. Spostiamoli un po’ più in là. Costi quel che costi. Arrivano i primi boati di un pubblico misurato perlomeno negli atteggiamenti. Però ora la gente vibra, si alza, ondeggia, saltella, urla, si infuoca, alza il pugno. Succederà qualche altra volta, nel corso del pomeriggio. Per esempio quando il vicesegretario del partito comunista operaio russo, Alexander Cherepanov, i riformisti li chiama collaborazionisti, i borghesi li chiama negazionisti. È una visione irrimediabile della società, il solito meccanismo che non può che condurre alla denuncia del nemico del popolo, con le ovvie ripercussioni. E poi col capitalismo (lo dice anche Carmelo Suarez, segretario del Partito comunista dei popoli di Spagna) non si discute nemmeno più, figurarsi se ci si tratta. Le democrazie sono marce, dicono: non ci serve il vostro voto, ci servono le vostre teste. Qui sono verità rivelate che implodono nella sala, divampano anche nei volti teneri delle ragazzine, ora in piedi, col solito pugno mentre intonano l’Internazionale.

Corriere 7.4.13
Liti e sgambetti Primarie al veleno in scena a Roma
di Alessandro Capponi


ROMA — Presentate come «una festa» rischiano di trasformarsi in una «rissa»: accuse, veleni, patti più o meno espliciti con esponenti esterni al partito. Le primarie di Roma per scegliere il candidato di centrosinistra vedono in corsa sei candidati: i tre favoriti, Ignazio Marino (sostenuto da Goffredo Bettini, da Sel e gradito a Stefano Rodotà), David Sassoli (da Dario Franceschini e da una buona parte di dalemiani, vicinanza con l'Udc cittadino, buon feeling con l'imprenditore Alfio Marchini, candidato alle Comunali di fine maggio), l'ex ministro Paolo Gentiloni (endorsement di Matteo Renzi e dell'ex sindaco Walter Veltroni), e i tre che sembrano avere minori possibilità di successo, l'ex assessore provinciale Patrizia Prestipino (Pd), Gemma Azuni (consigliere comunale di Sel) e il ventottenne Mattia Di Tommaso (Psi). Polemiche nelle due settimane di campagna elettorale non sono mancate ma nelle ultime ore sono deflagrate: dai manifesti abusivi affissi da David Sassoli (con tanto di richiesta di esclusione dalla competizione) fino all'episodio di ieri mattina al dibattito organizzato dalla fondazione Italianieuropei. Marino non va — «preferisco stare tra la gente» — e, attraversando il centro della città in bicicletta, passa davanti al teatro. Sassoli dice chiaramente che «se divento sindaco non collaborerò» con Marino. Andrea Peruzy, segretario generale di Italianieuropei: «Spiace che si sia sottratto al dibattito». Si è rotto qualcosa tra il senatore e la fondazione? «Forse qualcosa di neurologico, nella sua testa...». Per la fondazione «quello di Marino è uno sgarbo agli altri candidati e anche alla fondazione». Pd, Sel e Socialisti scelgono anche i 15 candidati per le presidenze dei Municipi: sembra questione meno importante ma i ricorsi sono stati moltissimi, un candidato si è rivolto al Tar. Impossibile fare previsioni dell'affluenza: i precedenti raccontano di 42 mila e 170 mila votanti. Ignazio Marino si augura di vedere ai 240 seggi sparsi in città «150 mila persone»: del resto, sul voto strutturato, di partito, da più parti nelle ultime ore si dà in vantaggio David Sassoli. Così la partecipazione, qualora ci fosse, rischia di essere decisiva: in caso di flop sarà comunque difficile rimproverare i romani, lasciati quasi all'oscuro dell'appuntamento.

Repubblica 7.4.13
E le primarie per il sindaco di Roma finiscono in un tutti contro tutti
La corsa a tre Marino, Sassoli e Gentiloni
Il centrosinistra punta a raggiungere quota 100 mila votanti
Molti temono una spaccatura e un passaggio di voti moderati verso Marchini
Sassoli: "Finite le primarie non collaborerò con alcuni dei miei avversari di oggi"
di Mauro Favale


ROMA - Alla fine, litigano pure per una bicicletta, quella scelta da Ignazio Marino per chiudere la campagna elettorale «tra la gente» mentre gli altri 5 candidati alle primarie del centrosinistra per il sindaco di Roma sono chiusi in un teatro per un dibattito organizzato dalla dalemiana fondazione ItalianiEuropei. Sul palco una sedia vuota, fuori, davanti al teatro che s´affaccia su Piazza del Gesù, Marino con la sua bici e un gruppo di ciclisti a passeggio per la città. «Vergogna, è una provocazione», dicono da dentro. «Ma no, voleva essere uno scherzo», ribadisce lo staff del senatore.
E invece è la scintilla che accende l´ultimo fuoco arrivando a un passo da una spaccatura dentro al Pd che, comunque vada, non lascia presagire niente di buono in vista delle Comunali del 25 e 26 maggio. Il clima è da tutti contro tutti: le ore che hanno anticipato l´apertura delle urne (questa mattina a partire dalle 8) i sei candidati le hanno passate alla ricerca di endorsement eccellenti: Matteo Renzi e Walter Veltroni per Paolo Gentiloni, Stefano Rodotà, Goffredo Bettini e Antonio Ingroia per Marino, Matteo Orfini, Paola Concia e una folta pattuglia di consiglieri comunali per David Sassoli. Agli altri tre sfidanti, Patrizia Prestipino, Gemma Azuni e Mattia di Tommaso restano le briciole. In ogni caso, la gara per decidere il candidato che sfiderà Gianni Alemanno, il grillino Marcello De Vito e l´imprenditore Alfio Marchini, sembra ormai una corsa a tre: Marino e Sassoli i favoriti e Gentiloni che sogna il sorpasso all´ultima curva.
Tra di loro il clima è tesissimo: Marino e Gentiloni contro Sassoli per «le centinaia di manifesti abusivi affissi in città», Sassoli e Gentiloni contro Marino perché la sua candidatura, appoggiata anche dai movimenti per la casa, «è troppo identitaria». Marino contro Sassoli perché «è meglio che resti al Parlamento europeo per aiutare Roma da lì». Per arrivare, infine, allo scontro di ieri. Tutto per colpa di una bicicletta, appunto. Il senatore passa davanti al teatro, «scampanella - raccontano i presenti - si ferma, fa il segno della vittoria con le dita, una foto davanti al logo della fondazione» e poi va via. Silvio Di Francia, ex assessore, sostenitore di Gentiloni, specifica: «Marino voleva entrare ma le bici che erano con lui bloccavano la circolazione e qualcuno gli ha fatto sapere che il dibattito era ormai finito». Andrea Peruzy, presidente di ItalianiEuropei, si dice «rammaricato per l´atteggiamento di Marino. Forse - sostiene ironico - ha qualche problema neurologico». La stoccata finale la dà, durante il dibattito, Sassoli che prima attacca le proposte del senatore su liberalizzazione delle droghe leggere e reddito minimo garantito («Misure che non realizza certo il Comune») e poi dichiara: «Una volta finite le primarie non collaborerò con alcuni dei miei avversari di oggi». In serata, poi, assicura: «Mi riferivo alla composizione della squadra di assessori, dopo le Comunali, se sarò eletto sindaco. In ogni caso, la mia collaborazione dopo le primarie è assicurata».
La frase, però, non fa altro che alimentare le voci che circolano in questi giorni in città e che, in caso di vittoria di Marino alle primarie, vedrebbero pezzi di elettorato del Pd voltare le spalle al senatore e appoggiare l´outsider Marchini, l´imprenditore "calce e martello", figlio di una famiglia di costruttori vicini al Pci. Voci, appunto, che segnalano però la tensione per una sfida che, temono in molti, potrebbe rivelarsi un boomerang.
Marino non commenta, dal suo staff parlano di «un gesto ingenuo, non voleva provocare nessuno. Ma il fatto che sia stato preso così male denota una certa agitazione». Al momento, in ogni caso, a preoccupare il centrosinistra ci sono i numeri dell´affluenza: il Pd ha distribuito nei oltre 240 seggi tra circoli e gazebo, circa 100.000 schede. Scendere sotto sarebbe un brutto segno. Un pessimo lasciapassare per il candidato a cui toccherà il compito di riconquistare il Campidoglio alle "secondarie".

l’Unità 7.4.13
Eurostat
Spesa per cultura e scuola: siamo ultimi nella Ue


Forse all’estero la posizione che colpisce di più è quella dell’Estonia, il Paese dell'Unione Europea che spende più in cultura, ma l’ultimo posto dell’Italia fra i 27 Stati membri è una ferita che ci riguarda tutti. È quanto emerge da uno studio dell'Eurostat, che analizza la divisione funzionale della spesa pubblica nei paesi del Vecchio continente. Dai dati relativi al 2011 emerge come il 5% della spesa pubblica estone sia dedicata al comparto «ricreazione, cultura e religione», numeri che pongono Tallin al vertice di una classifica che vede, appunto, l'Italia fanalino di coda, con appena l'1,1% della spesa totale dedicata a tali voci. Male come noi soltanto un altro Paese che pure qualche “piccolo” contributo lo ha dato al sapere dell’umanità, la Grecia con l'1,2%. I due Paesi mediterranei risultano staccati notevolmente anche dai terzultimi della lista, Germania e Irlanda, che investono in cultura l'1,8%. Atene e Roma, le due culle della cultura occidentale, condividono inoltre il fondo della lista dei Paesi che spendono più in educazione. In questo caso l'Italia è penultima (8,5% della spesa totale) e la Grecia ultima (7,9%). Anche qua Germania terzultima, l'unica altra nazione con una quota di investimenti pubblici in educazione che non arriva alla doppia cifra (9,4%). Le classifiche che vedono l'Italia in posizione più avanzata sono invece quelle che riguardano la spesa sanitaria e la spesa in protezione sociale. In entrambi i casi il nostro Paese si piazza al settimo posto, con percentuali sul totale pari rispettivamente al 14,7% (come la Francia) e al 41%.

l’Unità 7.4.13
Fuga dalla crisi, nel 2012 +30% gli italiani emigrati
Boom di espatriati, non si vedeva da decenni
Più uomini che donne, moltissimi i trentenni: scelgono l’Europa, in particolare la Germania
di Marco Ventimiglia


Il fatto che una notizia non rappresenti una sorpresa, non significa che non possa addolorarci. Ed è proprio questo il sentimento che sorge nell’apprendere del boom di espatri in corso dall’Italia. È quanto emerge dai dati dell'Anagrafe Italiani all'estero (Aire) depositati presso il ministero dell'Interno, secondo cui nel 2012 la crescita degli emigranti è stata pari addirittura al 30%, passando dai 60.635 espatri del 2011 a 78.941. In particolare, per quanto riguarda la fascia d'età 20-40 anni, l'aumento degli emigranti è stato pari al 28,3%. Ed ancora, in 22 anni hanno lasciato l'Italia oltre 2 milioni di persone.
LOMBARDIA IN TESTA
I dati dell’Aire fotografano sotto molteplici aspetti le dinamiche di questa autentica ondata di emigrazione. E così si apprende che la Germania resta la prima meta di espatrio. In maggioranza a fare le valigie sono gli uomini: il 56%, contro il 44% di donne. Sostanzialmente in linea con i dati generali, come detto, la fascia dei più giovani, cresciuta in un solo anno del +28,3%. I 20-40enni italiani emigrati sono passati dai 27.616 espatri del 2011 ai 35.435 del 2012, alimentando quella che viene ormai definita «la fuga dei talenti» dalla Penisola (che ha costituito lo scorso anno il 44,8% del flusso totale di espatrio). Anche in questo caso prevalgono gli uomini (57%), sulle donne (43%), come pure prevale la fascia 30-40enni (20.650 espatri) su quella 20-30enni (14.785). I trentenni si confermano quindi la fascia d'età più propensa all'espatrio. A livello generale, la Lombardia si rivela la regione che maggiormente alimenta l'emigrazione dall'Italia: ben 13.156 lombardi hanno trasferito la propria residenza all'estero nel 2012, davanti ai veneti (7.456), ai siciliani (7.003), ai piemontesi (6.134), ai laziali (5.952), ai campani (5.240), agli emiliano-romagnoli (5.030), ai calabresi (4.813), ai pugliesi (3.978) e ai toscani (3.887).
Ragionando in termini di destinazione, il 62,4% degli emigrati nel 2012 ha scelto l'Europa come continente di destinazione (per un totale di 49.307), seguita dall'America Meridionale (14.083), dall'America Settentrionale e Centrale (7.977) e da Asia-Africa-Oceania (7574). Per quanto riguarda i singoli Paesi, la Germania è appunto la prima meta di destinazione (10.520 di italiani l'hanno scelta), seguita da Svizzera (8.906), Gran Bretagna (7.520), Francia (7.024), Argentina (6.404), Usa (5.210), Brasile (4.506), Spagna (3.748), Belgio (2.317) e Australia (1.683). Andando più nel dettaglio, la regione primatista nell'espatrio dei 20-40enni si conferma sempre la Lombardia, con 6.111 emigrati, seguita da Veneto (3.277) e Sicilia (3.110). Quarto il Piemonte (2.718), quinto il Lazio (2.542), sesta la Campania (2.421), settima l'Emilia-Romagna (2.195), ottava la Puglia (2.036), nona la Toscana (1.711), decima la Calabria (1.693). Il continente preferito dai 20-40enni italiani quale destinazione di approdo resta l'Europa, che nel 2012 ha assorbito ben il 69,2% del flusso di espatri degli under 40 (24.530 emigrati). A seguire l'America Meridionale (4.837), l'America Settentrionale e Centrale (3.110), e Asia-Africa-Oceania (2.958). E la Germania si conferma la nazione più attrattiva anche nei confronti dei giovani italiani tra i 20 e i 40 anni: nel 2012 si sono trasferiti in terra tedesca 5.137 di loro. Al secondo posto la Gran Bretagna (4.688), seguita dalla Svizzera (4.103). Quarta la Francia (2.946), sesti gli Usa (2.192), settima la Spagna (2.081), ottava l'Argentina (2.058), nono il Brasile (1.768), decimo il Belgio (1.012).
A partire dal primo luglio 1990 sono ben 2.320.645 gli italiani complessivamente espatriati dal nostro Paese, 595.586 dei quali appartenenti alla fascia 20-40 anni. Il dato non ha mai smesso di crescere a partire dal 2006, quando il loro numero superava di poco i due milioni. Ma l'incremento degli espatri nel 2012 (+30,1%) rappresenta un vero e proprio boom, mai verificatosi nei precedenti sei anni: la crescita più forte si era infatti registrata nel 2008 (76.088 espatri, +10% sull'anno precedente). Neppure nella fascia 20-40 anni, la più giovane e produttiva, si era mai registrato un incremento così rilevante: anche qui il record era riconducibile al 2008, con un +12% rispetto al 2007. Infine, gli italiani complessivamente residenti all'estero al 31 dicembre 2012 ammontavano a 4.341.156, in crescita di 132.179 unità rispetto all'anno precedente.

l’Unità 7.4.13
Nel «condominio» a 5 stelle la fronda non si spegne
Dopo il summit con Grillo i ribelli non arretrano:
«Se c’è l’inciucio Pd-Pdl noi finiamo fuori da ogni gioco E finora abbiamo ottenuto solo che restasse Monti...»
di Andrea Carugati


Nel day after del surreale summit con i parlamentari all’agriturismo «La quiete», trasformato in una sorta di «zona rossa» per scacciare i giornalisti e lavarsi i panni sporchi in casa, Grillo deliberatamente parla d’altro: del caso Mps, uno dei cavalli di battaglia della sua campagna elettorale.
Insomma, finge di non curarsi dei postumi dell’incontro, di quel pranzo «conviviale» che non tutti hanno digerito allo stesso modo. E infatti il giorno dopo la truppa sembra tutt’altro che placata. Molti tengono le bocche cucite, altri, come il senatore Mario Michele Giarrusso (uno di quelli che aveva votato Grasso rischiando un provvedimento disciplinare) , lodano su Facebook il caro leader: «Beppe è stato davvero un grande, ci ha fatto tutti a nostro agio». Altri ancora, come la romagnola Giulia Sarti, staccano i cellulari. Del resto, venerdì grillo si è rivolto proprio a lei durante l’assemblea: Cara Giulia, se la maggioranza decide una cosa bisogna adeguarsi, anche se va contro quello che pensi...». Cartellino giallo. Anche Mara Mucci, di Imola, immortalata in lacrime dopo una tesa riunione a Montecitorio in cui aveva chiesto di «fare un passo concreto verso una reale proposta di governo», risponde di malavoglia al telefono: «Mi scusi, oggi devo stare col bambino...».
E tuttavia i punti di vista non ortodossi continuano a spuntare come funghi, rompendo le spesse mura del timore e dell’imbarazzo. Ad esempio il senatore Marino Mastrangeli (già reo di aver partecipato a un talk show su Canale 5), che ieri ha proposto di sottoporre al voto degli attivisti via Internet tutte le decisioni politiche, compresa la possibilità di dialogare con altri partiti. «Non basta un voto a maggioranza di noi parlamentari. Noi siamo dei semplici esecutori del mandato che ci hanno conferito cittadini e attivisti», ha spiegato all’Huffington Post. Mastrangeli ha proposto anche di dare voce alla trentina di parlamentari che dissente da Grillo e Casaleggio. «Non stiamo parlando di una singola voce isolata, ma di almeno una trentina. È impensabile non dargli voce, stiamo parlando dell’ABC della democrazia».
Una proposta a titolo personale. Anche perchè l’aria che tira intorno ai dissidenti più esposti è assai meno tollerante. Ad esempio Tommaso Currò, il catanese che per primo ha detto pubblicamente in un’intervista alla Stampa che «dovevamo dialogare col Pd, per governare da soli non siamo pronti».
Nella sua Sicilia gli attivisti si sono divisi, come conferma la pioggia di commenti sul suo profilo Facebook. Tanti già lo chiamano «traditore», altri ne lodano il coraggio. Ma il clima si è fatto pesante. «Curro? Ma chi è?», taglia corto Grillo. Il deputato ora prevede una difficile navigazione dentro il gruppo 5 stelle alla Camera, alcuni boatos lo darebbero in uscita. Ipotesi che lui respinge, pur avendo disertato il summit con Grillo. Consapevole di essere in minoranza, insiste: «Bisogna farsi promotori di una iniziativa per un governo con nomi nuovi e un programma condiviso. Mi auguro che Beppe possa ragionarci su insieme a tutti noi...non abbiamo i numeri per governare da soli, dobbiamo spingere per un rinnovamento dentro il Pd». Sulla stessa linea anche il friulano Walter Rizzetto, che ha addirittura spiegato che «dovevamo governare con Bersani». E ora solidarizza con Currò: «Se la prenderanno con lui, lo emargineranno. Aria di caccia alle streghe, non mi piace».
Currò aveva parlato di eccesso di propaganda, Rizzetto di caccia alle streghe. Sono voci interne. Di pochi, per ora. Ieri si è fatto avanti anche Girolamo Pisano, deputato campano (uno dei pochi che alla Camera non aveva condiviso la mozione del “no a tutto”), per dire che Currò qualche ragione ce l’ha. «Se stai dentro il palazzo devi cercare soluzioni condivise. E se si fa l’inciucio PdPdl noi finiamo fuori da ogni gioco. E se si torna a votare vince Renzi». Una preoccupazione che molti eludono con un’alzata di spalle. Roberto Fico, ad esempio, altro trenta-quarantenne con buone basi politiche, spiega: «Noi siamo una cosa nuova. E senza fare accordi costringeremo gli altri partiti a seguirci, come stiamo facendo sui tagli alla politica». Fico, già indicato dai 5 stelle, come candidato alla presidenza della Camera, è uno dei “pretoriani della rivoluzione”. Ma Pisano non arretra: «La gente ti premia se costruisci qualcosa. Non è possibile essere sempre contro». Andrea Cecconi, giovane deputato marchigiano, la vede così: «Ma insomma, siamo 163. Che cosa c’è di strano se una decina di noi la pensa diversamente? Non succede anche in una assemblea di condominio? Non li possiamo mica costringere...».
E una discussione reale, anche sincera, di un gruppo prevalentemente giovane che si è trovato catapultato al centro della vita politica nazionale senza esperienza nelle istituzioni. Una discussione che Grillo non è riuscito a congelare. Nonostante il time -out sul nuovo governo fino all’elezione del nuovo Capo dello Stato. Lui, del resto, ha già messo nel conto di perdere circa il 15% dei parlamentari: tra venti e trenta. E venerdì alla Quiete l’ha ribadito con sprezzante distacco: «Se vuoi votare la fiducia al Pd e te ne vuoi andare, vai. Io ti voglio bene lo stesso».
Un modo per banalizzare il tormento di tanti. Per mostrare una faccia benevola verso il dissenso, mentre in realtà il Capo è già pronto a «ritirare l’uso del simbolo» a chi dovesse sgarrare. Eppure le voci critiche non si spengono: «Finora abbiamo ottenuto solo il congelamento del governo Monti. E tutti quelli che critichiamo stanno ancora là», si è sfogato ieri Lorenzo Battista, senatore di Trieste. «La sua conclusione è eloquente: «La verità è che al Senato abbiamo preso troppi voti e ora bisogna recuperare un po’ di buon senso...».

il Fatto 7.4.13
Il senatore Marino Mastrangeli
“Voteremo online anche l’alleanza con il Pd”
di Emi. Liu.


Lui dice che fin dall’inizio, in cima alla sua agenda, c’è stata la democrazia diretta. In altre parole, chiedere l’opinione degli iscritti su tutto, comprese la strategia politica da adottare in Parlamento, ed eventuali aperture al Pd. È Marino Mastrangeli, senatore eletto nel Lazio, che parla.
Lei è favorevole all’alleanza con il Pd?
No, ma credo dovrebbe essere una di quelle cose da decidersi insieme alla base, attraverso un referendum online. Appena sarà pronta la piattaforma che permetterà di votare.
Quando dovrebbe essere attivata?
Ne parliamo da tanto, e finalmente siamo vicini all’obiettivo. Nell’incontro di venerdì, infatti, Beppe Grillo ci ha assicurato che ancora due settimane e il software dovrebbe essere pronto sul sito. Intanto, cominciamo votando il candidato presidente della Repubblica.
Quindi ci saranno dei referendum online. Di cosa si discuterà?
Di tutto, dalla a alla z. Gli iscritti potranno votare qualunque cosa, che ovviamente non sia già scritta nel programma e nel non statuto. Perché noi siamo un movimento per la democrazia telematica e diretta. Significa che se io, senatore, voglio alzare la gamba sinistra, prima devo domandarlo agli iscritti. Siamo nati per questo
Chiederete l’opinione anche su eventuali aperture al Pd?
Certo. Oggi noi eletti, io compreso, siamo convinti nel dire no a una fiducia preventiva a Bersani e a un governo targato Pd. Ma domani, quando avremo il software, saranno gli iscritti a decidere. E, personalmente, sono sicuro che bocceranno qualunque ipotesi di fiducia o alleanza con altri partiti.
Cosa pensa del suo collega Tommaso Currò, che chiede un confronto con il Pd?
Non mi meraviglia. È il bello della democrazia: c’è chi la pensa diversamente da te. Niente di strano. Currò ha un opinione distante dalla mia, ma comunque rispettabile.

Repubblica 7.4.13
La senatrice Bencini: non sono andata all’incontro con Grillo perché i bambini non stavano bene
"Dobbiamo dare delle risposte al Paese dire no a tutto mi mette a disagio"
Per me non è facile, mi sento come una canna al vento: nella vita sono pragmatica, vorrei essere risolutiva


ROMA - Alessandra Bencini crede nel dialogo, pensa che sia un diritto dissentire, avverte forte la responsabilità di senatrice. È toscana e grillina. Ed è gentile, tanto da considerare scortese non rispondere, anche quando preferirebbe evitare: «Cosa devo dirle? Non è facile, mi sembra di essere un po´ come una canna al vento. Non mi sento stabile. Non parlo del mio essere nel movimento. Io nella vita sono pragmatica e vorrei delle certezze, come le vogliono gli italiani. Vorrei essere risolutiva, dare risposte concrete al Paese».
Lei votò, unica senatrice, una mozione per il dialogo. Venerdì ha disertato la riunione con Grillo. Assenza politica?
«No. I bambini non stavano bene. Mica non volevo vedere Grillo, anzi mi avrebbe fatto piacere. E comunque i miei colleghi, mi hanno raccontato».
Non sarebbe stato utile andare? Qualcuno ha chiesto una rosa di nomi per il governo.
«Forse poteva essere utile. Però saremmo stati sempre in minoranza, anche con la mia presenza. Siamo sempre un numero minore».
Dicono che voglia dire addio al movimento?
«No, non voglio dire addio. Con i ragazzi si sta bene. All´incontro di ieri volevo esserci. Serviva anche a fare gruppo. Sottolineo l´importanza dello stare insieme, di continuare a credere in quanto abbiamo creduto nel meetup. Posso anche avere un altro pensiero. Io ho un mio cervello pensante, ci si confronta e si decide. Mi sento libera di esprimermi, non ho paura di esprimermi. Nessuno mi ha dato addosso».
È forse l´intransigenza fine a se stessa che la mette a disagio.
«Non so se viverlo come un disagio. Magari sono io. Ci incolpano di non aver fatto nulla di costruttivo. Nel movimento c´è chi mi ricorda che siamo arrivati ora, non siamo noi la forza che ha sfasciato il Paese. Io li ascolto, mi dicono che sono gli altri che ci vogliono far sentire in colpa. Mi fanno ragionare. Se 19 su 20 la pensano diversamente da me, magari sono io che ho un gap da colmare».
Eppure sembra a disagio.
«Non so che dirle. Intanto vediamo se si trova un buon nome per il Presidente della Repubblica. Noi proporremo il nostro nome».
E se dovessero emergere altre personalità di valore?
«Noi proporremo il nostro nome. Se poi venisse disatteso, si guarderà alle altre forze e vedremo come valutare. Ci confronteremo. Per correttezza comunque se ne dovrà riparlare».
E se invece non ci sarà altra strada che il ritorno alle urne?
«Beh, almeno spero che si possa pensare a una legge elettorale».
Dice il Movimento che volete distruggere le forze politiche tradizionali.
«Nel senso che vogliamo cambiare il gioco della politica, far sì che non sia solo di lobby e interesse personali. Io sento tanto questa responsabilità, vorrei dare risposte concrete».

Corriere 7.4.13
L'«altalena» a 5 stelle: 4 punti in 40 giorni
E gli italiani si dividono sui saggi: per il 54% sono una perdita di tempo
di Renato Mannheimer


Cosa succede al Movimento 5 Stelle? Molti osservatori hanno rilevato, in questi giorni, alcune avvisaglie di una crisi interna al movimento. Legate sia all'insoddisfazione, più o meno manifesta, di alcuni dei parlamentari eletti verso lo stile di direzione di Grillo e Casaleggio, sia a quella, più generale, di parte dell'elettorato verso le più recenti scelte politiche dell'M5S. Come si è già sottolineato, infatti, una quota significativa di votanti per Grillo alle ultime elezioni ritiene che il movimento dovrebbe assumere un atteggiamento di maggiore apertura nei confronti del Pd, se non, addirittura, concordare un'alleanza di governo con quest'ultimo. Ancora, un sondaggio pubblicato qualche giorno fa mostra come ben un elettore di Grillo su quattro si dichiara oggi insoddisfatto della sua scelta.
Tutto ciò ha avuto un effetto significativo sul trend delle intenzioni di voto. Come si ricorderà, immediatamente dopo le elezioni, l'M5S fece registrare una impennata di consensi. Dal 25,6% ottenuto nelle consultazioni del 24-25 febbraio, il movimento di Grillo riceveva già il martedì successivo, 27 febbraio, quasi il 29% dei voti. Si tratta del noto effetto «bandwagon» (salire sul carro del vincitore) che porta molti cittadini a simpatizzare da subito per un partito che abbia avuto successo alle elezioni (e spesso a sostenere di averlo votato anche se così non è stato). Nei giorni successivi, però, anche a seguito delle scelte dell'M5S così come sono state riportate dai giornali (non a caso, fortemente contestati da Grillo e Casaleggio) è iniziato un trend calante nelle opzioni di voto espresse nei sondaggi. Il 7 marzo il consenso si era ridotto di un punto. Il 21 marzo si attestava al 26%. Oggi è inferiore al 25%, vale a dire sotto di quasi un punto rispetto all'esito elettorale di febbraio. Gli insoddisfatti sono soprattutto coloro che hanno votato l'M5S per protesta: questi ultimi sembrano essersi in parte diretti verso il Pd o di nuovo orientati all'astensione.
Naturalmente non è detto che questo calo di consensi si rifletta necessariamente nell'esito di una elezione «vera». Come si è visto a febbraio, la campagna elettorale può incidere, specie negli ultimi giorni, su di una grande quantità di elettori. Questi dati indicano però come le scelte di Grillo non aumentino i consensi per il suo movimento, ma anzi paiano tendere a eroderli.
Tra le tante esternazioni di Grillo che hanno suscitato perplessità anche tra i suoi stessi elettori va ricordato anche l'atteggiamento, da alcuni ritenuto offensivo, verso il presidente della Repubblica.
Napolitano, infatti, gode ancora oggi di un amplissimo consenso (74%) tra la popolazione. Anche tra gli elettori dell'M5S la grande parte (60%, un dato inferiore a quello rilevabile tra i votanti per gli altri partiti, ma rappresentativo comunque della maggioranza) giudica positivamente l'operato del capo dello Stato.
È vero che egli è stato, specie nell'ultimo anno, spesso criticato per le sue scelte, dalla designazione di Monti sino alla nomina dei «saggi». Quest'ultima decisione, in particolare, ha diviso molto gli italiani. Poco più della metà (54%) la considera, come peraltro molti commentatori hanno sostenuto, una «inopportuna perdita di tempo». Ma un altro 43%, viceversa, ritiene che, malgrado tutto, si tratti di una «buona iniziativa».
Naturalmente, le opinioni variano in relazione all'orientamento politico. La gran parte (60%) degli elettori del centrosinistra e del centro valuta positivamente la scelta del Presidente. Ma anche tra costoro, poco meno del 40% appare critico. L'opposto accade tra gli elettori del centrodestra, ove il 68% giudica inopportuna la decisione di Napolitano e il 30% la definisce invece positiva.
Insomma, la decisione di affidarsi alla consulenza dei «saggi» divide l'opinione pubblica. Anche questa scelta, assieme a quella di affidare a Monti l'incarico del governo, ha comportato una progressiva attenuazione della popolarità di Napolitano, passata dall'88-90% del 2010-2011 al 79% dei mesi scorsi, sino al 74% di oggi. Ciononostante, il presidente della Repubblica rimane una delle poche istituzioni politiche nelle quali gli elettori nutrono ancora fiducia. Napolitano continua a costituire forse l'unico punto di riferimento apprezzato dalla maggioranza degli elettori. Compresi quelli dell'M5S.

La Stampa 7.4.13
Caso Abu Omar
Cia, l’Italia meta abituale dei voli segreti
Il fascicolo della causa legale incentrato sui voli della Cia
di Paolo Mastrolilli


A quel punto l’avvocato Jeffrey Heller decide che vuole vederci chiaro. Si rivolge in maniera brusca a Mahlon Richards, presidente della Richmor Aviation, che organizzava i voli segreti della Cia per le «extraordinary rendition», e gli chiede: «Lei sa dove volava tra il maggio e il novembre del 2002 l’aereo in questione? ». Risposta di Richards: «In ogni posto del mondo». Allora Heller lo incalza: «Sì, ma dove andò quell’aereo? ». Richards sa che mentire in un tribunale americano significa finire in galera, e quindi si arrende: «Andò in Italia, a Roma. In Afghanistan. Ovunque».
Questo scambio di battute, avvenuto nella primavera del 2011 davanti alla Corte Suprema dello stato di New York, cambia la storia del coinvolgimento dell’Italia nelle «extraordinary rendition», ossia i contestati arresti, rapimenti e trasferimenti di decine di presunti terroristi nelle prigione segrete della Cia, dove venivano interrogati per evitare altri attentati come quelli dell’11 settembre 2001.
Le parole di Richards, insieme a vari documenti di cui scriveremo tra breve, dimostrano che il nostro Paese era una meta abituale di queste operazioni decise dall’amministrazione Bush, ben prima della cattura di Abu Omar avvenuta a Milano il 17 febbraio del 2003.
La Cia stabiliva i passeggeri e le rotte, ma non gestiva i voli. Per organizzarli si rivolgeva a diversi contractor, tra cui la DynCorp. Questa compagnia a sua volta si appoggiava ad altri intermediari, in una catena di subappalti che faceva perdere le tracce dell’operazione.
Uno degli intermediari è la Sportsflight di Don Moss, cliente dell’avvocato Heller, che chiede alla Richmor Aviation di Mahlon Richards di mettere a disposizione un Gulfstream a dieci posti per alcuni voli segreti. L’aereo appartiene al co-proprietario della squadra di baseball dei Boston Sox, Phillip Morse, e i suoi viaggi sono identificati con la sigla N85VM. Uno di questi voli porta Abu Omar al Cairo, e forse trasporta altrove anche Khalid Sheikh Mohammed, mente dell’attacco alle Torri Gemelle. I piloti devono essere pronti a decollare con preavviso di 24 ore, per raggiungere qualunque angolo del mondo: in sostanza, vivono all’aeroporto. In cambio, però, non si fanno mancare nulla: presentano rimborsi spese per panini che costano anche 20 dollari, e le bottiglie di vino con cui li accompagnano non vanno mai sotto i 40 dollari.
Col tempo, però, i rapporti si fanno tesi, e la Richmor fa causa alla Sportsfligth, accusandola di aver violato il contratto. Richards sostiene che Moss gli deve oltre un milione di dollari in missioni prenotate, organizzate, e mai compiute. Nel gennaio del 2010 un giudice dello Stato di New York gli dà ragione, condannando Sportsflight a pagare 1,6 milioni. A quel punto, marzo del 2011, la causa finisce in appello alla Supreme Court di Albany, Third Department. Il muro del segreto cade. Circa 1.700 pagine di documenti e fatture vengono presentate dalle parti, e gli interrogatori davanti al giudice Paul Czaka si fanno serrati.
Per provare che non è stata pagata, la Richmor fornisce due fatture che riguardano l’Italia, di cui «La Stampa» è in possesso. Il primo volo, dal 3 al 7 maggio del 2004, segue questa rotta: Washington, Palma de Majorca, Rabat, Napoli, Tripoli e Tenerife. Il secondo decolla il primo marzo 2003 e arriva il 3, passando da Washington, Roma, Islamabad, Dubai e Glasgow. Roma è una sosta importante, al punto che i quattro passeggeri del volo Cia pernottano nella capitale italiana al costo di 568 dollari, più 775 dollari per la gestione tecnica dello scalo. Chi c’è a bordo di quegli aerei e cosa avviene durante le soste in Italia? Anche da noi c’è una struttura segreta per gli interrogatori? Richards risponde che non lo sa: decideva tutto la Cia, a loro arrivava solo l’ordine con la rotta da seguire.
La parte più interessante, però, arriva quando l’avvocato Heller interroga il presidente di Richmor, avversario del suo cliente Don Moss. Heller vuole dimostrare che la Sportsflight era completamente all’oscuro della dinamica dei voli, e quindi innocente sul piano dei pagamenti. L’interrogatorio va così: Heller: «Ci spiega cosa erano i voli rendition? »
Richards: «È un volo dove il governo pensa che ci sia un cattivo ragazzo e lo prende».
Heller: «Un cattivo ragazzo. Un rapinatore di banche, o altro? ». Richards: «Terroristi». Heller: «E lei sa dove volava tra il maggio del 2002 e il novembre del 2002 l’aereo in questione?».
Richards: «In ogni posto del mondo».
Heller: «Sì, ma dove andò quell’aereo?
Richards: «Andò in Italia, a Roma. In Afghanistan. Ovunque».
Heller: «Un rendition flight. Lei ha detto cattivi ragazzi. Andavano a Roma e prendevano qualunque ragazzo cattivo, o uno in particolare? ».
Richards: «Noi non avevamo informazioni su chi loro (gli agenti Cia ndr) facevano volare e chi prendevano».
Le risposte di Richards non ci interessano solo per la loro teatralità, ma anche perché dimostrano che la storia del coinvolgimento del governo italiano nelle “rendition” dell’amministrazione Bush è ancora tutta da scoprire. Il presidente della Richmor è in tribunale, e sa che mentire è un reato punito molto seriamente negli Stati Uniti. Quando l’avvocato Heller gli chiede dove andavano i voli segreti della Cia, il primo Paese che gli viene in mente è proprio l’Italia. Anzi Roma, la capitale, dove i passeggeri passano anche la notte. Le ricevute fornite che riguardano il nostro Paese sono due, per fini processuali, ma è ovvio sospettare che i passaggi siano stati molti di più. Infatti sono anche le date a colpire. Il rapimento di Abu Omar avviene il 17 febbraio del 2003 a Milano, e noi lo consideriamo un episodio isolato gestito dalla Cia, con la collaborazione dei servizi italiani. La domanda di Heller a Richards, però, è molto precisa: vuole sapere con esattezza dove era andato il volo N85VM tra il maggio e il novembre del 2002, ossia quasi un anno prima del caso Omar.
La risposta di Richards, dopo un primo debole tentativo di aggirare l’ostacolo, è altrettanto netta: «Andò in Italia, a Roma». Ma la ricevuta numero C43318, quella del volo con sosta nella nostra capitale, è datata 3 aprile 2003, ossia dopo il rapimento di Omar. La numero C52743, quella di Napoli, è addirittura del maggio 2004. Prima o poi, allora, qualcuno dovrà rispondere a queste domande: tra il maggio del 2002 e il maggio del 2004, quanti voli segreti della Cia sono passati dall’Italia? Autorizzati da chi, e per fare cosa?

il Fatto 6.4.13
Gran Loggia a Rimini
Massoni: la ’ndrangheta è cosa nostra
di Gianni Barbacetto


Grembiulini, collari, medaglie, squadre, compassi, anelli, libri, orologi, simboli esoterici, teschi, spade fiammeggianti, cravatte, spillette: il merchandising massonico manda in visibilio i delegati della Gran Loggia e le loro signore, qui al Palacongressi di Rimini. Stupenda la borsa in cuoio porta-grembiulino, su misura ma del tutto simile, all’esterno, a una borsa normale (“Per garantire la riservatezza”, sorride il venditore che me la mostra). Ma mentre qui proseguono i lavori dell’annuale incontro del Grande Oriente d’Italia, la più numerosa obbedienza massonica italiana, fuori di qui scalpitano i dissidenti, gli oppositori, gli espulsi.
L’anno prossimo scadrà il mandato di Gustavo Raffi, Gran Maestro del Goi ininterrottamente da ben 15 anni, e in molti aspettano la loro rivincita morale. Tra questi, Amerigo Minnicelli, avvocato, iscritto alla loggia di Rossano, in Calabria, intitolata a un suo antenato, l’eroe dei Mille Luigi Minnicelli. “Sono stato espulso dal Goi nell’ottobre scorso”, racconta, “perché ho denunciato le infiltrazioni della ’ndrangheta nel Grande Oriente. I mafiosi arrestati sono stati solo sospesi dall’attività massonica, in attesa che la giustizia faccia il suo corso, io invece sono stato buttato fuori”. La vicenda ha il suo avvio nel luglio 2011, quando viene arrestato Domenico Macrí, accusato di essere l’“intermediario d’affari” che ha riciclato attraverso la Banca di Credito Sanmarinese una quindicina di milioni di euro provenienti dal narcotraffico riconducibile alla cosca dei Mancuso di Limbadi. Macrí è un faccendiere calabrese, ma è anche un massone iscritto all’Oriente di Città di Castello e assiduo frequentatore della Serenissima Gran Loggia Repubblica di San Marino. Minnicelli si allarma. Non è l’ultimo arrivato nella massoneria: ha scalato i gradi di Apprendista, Compagno e Maestro, è diventato Oratore e Maestro Venerabile, ha svolto le funzioni di Grande Dignitario quale Giudice della Corte Centrale del Grande Oriente. Vive in Calabria, conosce la ’ndrangheta e ne teme le infiltrazioni. Sa che i massoni calabresi arrestati per mafia negli ultimi anni sono molti. Sa anche di arrestati o indagati la cui appartenenza massonica è ignota perfino agli investigatori. Sa che i magistrati hanno scritto che nella nuova ’ndrangheta esiste “un livello superiore”, un “gruppo di riferimento composto da una serie di individui legati da un unico comune denominatore: l’appartenenza alla massoneria”.
ALLORA PASSA ALL’AZIONE. Nel sito massonico da lui diretto, GoiSeven, pubblica nell’agosto 2011 un articolo che firma con il suo nome, Amerigo: “Perché sui gravissimi fatti di San Marino non ha parlato il sempre loquace Gran Maestro? ”. Forse perché esiste un “collegamento con qualche altro personaggio calabrese che si vuole tenere nell’ombra? ”. Poi riporta una frase pronunciata da un autorevole “fratello” durante una riunione: “Siamo seduti su un braciere ardente”. Intendendo dire che nelle logge calabresi aperte in territori di ’ndrangheta “sarebbe entrato di tutto e di più, senza alcun controllo”.
La reazione è dura: Minnicelli riceve una “Tavola d’accusa” che porta a un processo massonico concluso nell’ottobre 2012 con la sua espulsione. Per aver pubblicato “in forma anonima” un testo in cui si lanciano gravi accuse al Gran Maestro e al presidente del Consiglio circoscrizionale della Calabria. “Anonimo? Ma se sono l’unico Amerigo del Goi! E poi il sito è regolarmente registrato a mio nome”, reagisce Minnicelli, che ora ha fatto ricorso presso la giustizia “profana” (cioè il tribunale civile di Roma) per essere reintegrato. “Non ho affatto offeso la massoneria, l’ho anzi difesa, lanciando l’allarme contro le infiltrazioni mafiose. La verità è che il Gran Maestro Raffi, che all’inizio del suo mandato ha avuto un ruolo positivo, ha poi via via trasformato in senso autoritario la sua gestione del Goi. All’esterno mostra grandi enunciazioni e grandi aperture, all’interno invece pugno di ferro ed emarginazione di chi dissente. Dispotismo, familismo, affarismo ed espansione delle logge e delle iscrizioni senza riguardi verso chi è dove: compresa la criminalità organizzata? ”.
A Minnicelli fa eco un altro massone, con base a Roma, che ci chiede di non fare il suo nome per non mettere in difficoltà i suoi amici rimasti dentro il Goi: “Io me ne sono andato qualche mese fa, dopo aver tentato invano di cambiare le cose. Come me hanno fatto altri 150 fratelli delle logge romane, che sono stati espulsi oppure sono usciti, dopo aver fatto opposizione e, in alcuni casi, anche battaglie legali. Raffi si presenta come innovatore, aperto, democratico, perfino di sinistra. In realtà è autoritario e di destra, così noi massoni democratici abbiamo dovuto andarcene”. Ma in questi mondi nulla è come appare e molto è diverso da come viene raccontato. L’unica cosa certa è che tra un anno, in loggia, i giochi si riaprono.

Repubblica 7.4.13
Lo stupro impunito del branco di Montalto "Io, stanca di combattere per avere giustizia"
Sei anni dopo nuovo stop al processo. La rabbia della ragazza: "Mi hanno rubato la vita"
Nessuno dei suoi aguzzini, o dei loro genitori, mi si è avvicinato per dirmi mi dispiace
Mia figlia aveva solo 15 anni, da allora ha cambiato città, smesso di studiare e perso venti chili: non vive più
di Maria Novella De Luca


MONTALTO DI CASTRO «Mi hanno preso la vita e rubato il futuro, ho sperato ogni giorno di avere giustizia, ma se avessi saputo che finiva così non li avrei mai denunciati. Ora sono stanca, non ho più la forza di combattere», racconta oggi M. L´hanno chiamato lo "stupro di Montalto di Castro", dal nome di quel paese tra Lazio e Toscana che ha continuato testardamente a difendere i suoi "bravi ragazzi", che nella notte tra il 31 marzo e il primo aprile del 2007 abusarono selvaggiamente di M., Maria, un nome che non è il suo ma le assomiglia. Oggi dopo sei anni e due processi, quella ferocia di gruppo è diventata il paradigma di quanto in Italia la violenza sessuale resti di fatto ancora impunita. E le vittime relegate nell´ombra di vite spezzate.
"Aveva la minigonna", fu l´incredibile capo d´accusa del paese schierato in piazza davanti alle telecamere di Canale 5 per insultare Maria, che aveva la media del 9 a scuola, e quella sera di marzo aveva accettato dalla sua amica del cuore l´invito ad una festa in una discoteca di Montalto di Castro. Qualcuno poi l´aveva convinta ad uscire dal locale, per prendere un po´ d´aria nella pineta, gli altri erano sbucati dal buio. Il resto è incubo, vergogna, paura, l´avevano lasciata lì pesta, sanguinante, con le calze rotte. Per quindici giorni Maria si tiene il segreto, poi in lacrime racconta tutto al preside del liceo di Tarquinia che allora frequentava, e che l´aveva convocata per capire perché quell´allieva così brillante non facesse altro che piangere in classe. Sei anni e due processi dopo, nonostante la richiesta di 4 anni di carcere avanzata dal Pubblico ministero, e pur riconoscendo che il racconto di Maria è del tutto veritiero, il 26 marzo scorso il tribunale per i minori di Roma ha deciso per la seconda volta di affidare i colpevoli - alcuni lavorano, altri sono diventati padri, mai nessuno ha chiesto scusa a Maria - ai servizi sociali. Sospendendo così ancora una volta il processo.
E allora bisogna salire su una strada ripida alle porte di Tarquinia, trenta chilometri da Montalto di Castro, attraversare un ballatoio rigoglioso di fiori curati, e sedersi accanto ad Agata, la madre di Maria, 59 anni, quattro figli, Salvatore, Gianluca, Cinzia e Maria, gemelle, emigrata qui dalla Sicilia 23 anni fa, un marito camionista, lei stiratrice in lavanderia. E c´è tutto il dolore di una madre nei grandi occhi azzurri di Agata, un pudore violato, «per farla visitare la portai dalla ginecologa che l´aveva fatta nascere, ma alle cinque del mattino, per non incontrare nessuno».
Nel salotto che odora di pulito, con le foto in cornice e i buoni mobili di famiglia, Agata racconta. «Quello che hanno fatto a Maria lo sento ogni giorno sulla mia pelle, sono ferite aperte, era poco più che una bambina, oggi vive quasi nascosta, a casa di un´amica dove fa la baby sitter, ha smesso di andare a scuola, è l´ombra della bella ragazza che era, ha paura del buio, da quella notte maledetta non ha mai più messo una gonna, e in tutti questi anni nessuno dei suoi aguzzini, o dei loro genitori, mi si è avvicinato per dirmi mi dispiace, mio figlio ha sbagliato. Anzi, durante le udienze i ragazzi ridevano». Ci avevano già provato i giudici, nel 2009, a recuperare gli otto del branco, alla fine rei confessi, difesi da buoni avvocati e con famiglie abbienti alle spalle. Addirittura il sindaco di Montalto di Castro, Salvatore Carai, ancora oggi iscritto al Pd, contro ogni procedura aveva prelevato dalle casse comunali 40mila euro per difendere i violentatori. Una "messa in prova" fallita, durante la quale uno degli otto era stato addirittura arrestato per stalking contro la fidanzata, tanto che la Corte di Cassazione aveva revocato quel provvedimento, imponendo un nuovo processo di primo grado.
Continuerebbe a combattere Agata, vorrebbe impugnare quella "messa in prova" che non ha reso giustizia a sua figlia. Insieme a lei, da sempre, un´altra donna tenace, Daniela Bizzarri, ex consigliera delle Pari Opportunità di Viterbo. Una solidarietà che diventa amicizia. «L´affidamento ai servizi sociali di questi ragazzi, oggi tutti maggiorenni, si è già rivelato un fallimento la prima volta. Perché riproporlo e far passare il concetto che lo stupro è un delitto minore? Così passa il messaggio dell´impunità». E basta affacciarsi in uno dei tanti chioschi semiaperti sul litorale di Montalto, per capire perché Agata e Maria si sentano sole. «C´avete rotto i co..., è stata una ragazzata, e se l´hanno fatto vuol dire che lei li incoraggiava. Lasciateci vivere». Agata liscia con gesto di sempre la tovaglia inamidata sul tavolo. «Quelli vanno in giro, sono liberi, li vedi nei bar, si sono sposati. Maria ha perso venti chili, è dovuta andare via, a lei chi restituirà il futuro? Per questo vorrei ancora avere giustizia». Ma è Maria invece che come tante altre donne vittime di stupro, ha deciso di ritirarsi. Delusa. Stanca. «Non posso sostenere un nuovo processo - sussurra - ad ogni udienza sto male, vomito, ricominciare daccapo, vedere le loro facce... Li dovevano condannare, ma mi basta che i giudici mi abbiano creduto, che io sono una ragazza perbene. Ora cerco soltanto un po´ di pace».

La Stampa 7.4.13
Nuova legge in Kansas: stop agli sgravi fiscali a chi favorisce le interruzioni di gravidanza
Fra Obama e la Chiesa Usa scontro aperto sull’aborto
Riforma sanitaria, i vescovi rilanciano la sfida sui costi dei contraccettivi
di Maurizio Molinari


L’arcidiocesi di New York e lo Stato del Kansas rilanciano l’offensiva anti-abortista in coincidenza con la sentenza federale che consente a ogni donna di acquistare in farmacia la pillola del giorno dopo.
L’arcidiocesi di New York vuole ottenere dall’amministrazione Obama i documenti della Casa Bianca inerenti alla copertura sanitaria dei contraccettivi inserita nel testo della riforma approvata nel 2010. Sebbene la Casa Bianca affermi che dai costi di tale copertura sono esentati gran parte dei dipendenti degli istituti religiosi, l’arcidiocesi vuole avere rassicurazioni legali in merito temendo di incorrere in multe fino a 200 milioni di dollari annui rifiutando di effettuare tali versamenti per ragioni etiche. Da qui la richiesta dei «documenti originali del presidente e dei suoi consiglieri» che un giudice di Brooklyn ha avvalorato ma a cui ora la Casa Bianca si oppone legalmente, affermando che trovarli sarebbe «un fardello eccessivo per il governo».
La scelta dell’amministrazione Obama di non rendere pubblici i documenti sulla copertura sanitaria dell’aborto inseriti nella riforma è destinata a sollevare forti polemiche da parte degli anti-abortisti.
Ma la Casa Bianca deve difendersi anche da un’altra offensiva, che arriva dal fronte degli Stati perché il Parlamento del Kansas ha approvato una dura legge anti-aborto che, dopo la promulgazione del governatore, entrerà in vigore il 1 luglio. Il testo afferma che «la vita inizia al momento del concepimento», proibisce l’assegnazione di fondi pubblici e sgravi fiscali a chiunque favorisca aborti, vieta le interruzioni di gravidanza che nascono dalla volontà di scegliere il sesso del bambino e ordina ai distretti scolastici di non distribuire alcun tipo di materiale favorevole alla contraccezione. Al pari di simili leggi approvate nelle ultime settimane in North Dakota e Arkansas, queste norme si presentano come una sfida diretta alla sentenza della «Roe vs Wade» con cui nel 1973 la Corte Suprema di Washington legalizzò l’aborto. A spingere gli antiabortisti a moltiplicare gli affondi è la convinzione che il governo federale stia tentando di consolidare legalmente l’interruzione della gravidanza con decisioni al riparo dai riflettori. Ad esempio, quando venerdì il giudice distrettuale Edward Korman ha ordinato alla «Food and Drug Administration» - l’Ente federale che veglia su medicinali e cibi - di rendere accessibile alle «donne di ogni età» la pillola del giorno dopo, il ministero della Giustizia di Eric Holder ha evitato di presentare ricorso affermando di voler «valutare ogni opzione».
In assenza di un appello, la pillola per l’interruzione della gravidanza diventerà accessibile in ogni farmacia anche alle minori di 16 anni. «Si tratta di una decisione che mette a rischio la salute di milioni di ragazze - tuona Anna Higgins, portavoce del “Family Research Council” - che potrebbero essere forzate a prendere la pillola contro la loro volontà».

Corriere 7.4.13
I postcomunisti tedeschi contro la Casa della Barbie
«Simbolo del consumismo sessista»
L'ira della Linke per il progetto di un parco divertimenti nel cuore di Berlino
di Paolo Lepri


BERLINO — L'appuntamento è fissato per il 16 maggio, il giorno dell'apertura. Ci sarà un sit-in, non un'occupazione. I giovani della Linke, il partito di sinistra che affonda parte delle sue radici nella Germania di una volta, quella della Stasi e delle Trabant, non vogliono che la «casa dei sogni» di Barbie, realizzata a grandezza naturale nei dintorni di Alexanderplatz, diventi il luogo di una «propaganda sessista». E si stanno organizzando, anche con una pagina Facebook che ha avuto già qualche centinaio di adesioni. Non l'hanno detto, ma il loro obiettivo è evitare che le bambine paghino un biglietto di 22 euro per pettinare le bambole, come si direbbe da noi.
Nella Dircksenstrasse, la strada che dal megacentro commerciale Alexa corre verso Jannowitze Brücke (una delle «stazioni fantasma» della metropolitana che furono chiuse dopo la costruzione del Muro), un quartetto di annoiati vigilantes fa la guardia al regno del consumismo in rosa che sta per essere finito di costruire. Tutto è quasi pronto, come si dice sempre. Saranno 2.500 metri quadrati di frivolezze, tutti dedicati alla bambola di plastica venduta in oltre un miliardo di esemplari nel corso della sua ormai ultracinquantenaria esistenza. Le piccole visitatrici potranno aprire gli armadi di Barbie, sfilare su una passerella con i suoi vestiti, truccarsi nella stanza dei cosmetici, partecipare a corsi di pasticceria, esibirsi nel karaoke.
Tutto questo è abbastanza per fare dire a Franziska Sedlak, militante della Linke, che la «casa dei sogni» è il simbolo dell'oppressione femminile. «Si suggerisce che il solo ruolo delle donne sia quello di essere belle, portare scarpe con i tacchi alti e avere sempre nel forno una torta da cuocere. Modelli di comportamento trasmessi durante l'infanzia possono esercitare un'influenza durante tutta la vita», ha spiegato Sedlak alla Tageszeitung. «Quando abbiamo sentito parlare di questa iniziativa è stato subito evidente che bisognava opporsi», ha aggiunto il portavoce dell'organizzazione, Michael Koschitzki. Al di là di questi proclami, è anche vero che secondo quanto ha concluso uno studio dell'Università del Sussex, giocare con Barbie rende le bambine insoddisfatte del proprio aspetto fisico. Meditate, genitori. E come si difendono i promotori di questa gigantesca carnevalata? Christopher Rahofer, responsabile della ditta di marketing che ha ottenuto la licenza dalla Mattel (il colosso dei giocattoli che produce Barbie), ha dichiarato a Der Spiegel che si tratta di «un'esperienza interattiva» e non di «una mostra educativa». Possiamo scommettere che non sarà un sit-in a fermarlo. La «casa dei sogni» rimarrà qualche mese a Berlino e poi, per il sollievo della Linke, dovrebbe trasferirsi in altre capitali europee. Intanto, la vice presidente del partito, Sahra Wagenknecht, ha stupito un po' tutti quando ha detto che in casi di emergenza come quello di Cipro non bisognerebbe toccare i conti correnti di chi ha fino a 300 mila euro ma solo quelli di «milionari e miliardari». Come Barbie, insomma.

Repubblica 7.6.13
Germania, scontro sull’ora di ginnastica
Il candidato Spd: "Maschi e femmine separati per rispettare gli islamici". Merkel s’oppone
La cancelliera tedesca: "Con la divisione a scuola si torna indietro di 150 anni"
di Andrea Tarquini


BeRLINO - L´ora di educazione fisica a scuola irrompe come teme centrale nello scontro della campagna elettorale già in atto per le politiche del 22 settembre. E le posizioni di Angela Merkel e dello sfidante socialdemocratico Peer Steinbrueck sembrano inconciliabili. La lezione di ginnastica separata per maschi e femmine di religione islamica, ha detto la cancelliera, è un segnale completamente sbagliato nella politica di integrazione dei migranti e dei loro figli. Di parere opposto Steinbrueck: la separazione tra sessi all´ora di educazione fisica, secondo lui, può essere una soluzione per evitare che i genitori musulmani dichiarino i figli in malattia, imponendo loro di non andare a scuola in quel giorno.
Non bastano le divergenze di fondo sul salvataggio dell´euro o sulla politica economica: adesso anche fare ginnastica insieme o separati a scuola diventa spartiacque tra il centrodestra di Angela Merkel al potere e le opposizioni di sinistra. Merkel, rientrata ieri a Berlino dalle vacanze pasquali a Capri, è stata chiarissima: «Se decidiamo di separare gruppi di persone da altri gruppi di persone a scuola, realizziamo il contrario dell´integrazione».
La cancelliera insiste per un´integrazione spinta negli usi e costumi della gioventù tedesca, tra i quali rientra anche - ma non sempre, anzi con varie eccezioni - l´ora comune di educazione fisica per i due sessi. Vuole un´integrazione nella cultura dominante, tenuto conto che l´uguaglianza tra donna e uomo e il no alla discriminazione della donna sono scritti nella Costituzione federale. Steinbrueck intende invece venire incontro a valori e tradizioni dei migranti di religione musulmana. In primo luogo i circa tre milioni di "concittadini di origine turca", come li chiamano qui. Forse spera anche di attirare i loro voti il 22 settembre.
«Io non dico sì in ogni caso alla lezione d´educazione fisica separata», ha spiegato Steinbrueck, «ma credo che in alcuni casi possa essere una soluzione. Molti genitori musulmani risolvono il problema dichiarando malati i loro figli, e ancor più spesso le loro figlie, nel giorno dell´ora di ginnastica, e questa non può essere una soluzione valida».
Ancora una volta, in pochi mesi, Steinbrueck (dopo la richiesta di stipendi più alti per il cancelliere, e lo screzio con Napolitano per aver definito ‘clowns´Berlusconi e Grillo) appare a molti vittima di un autogol. Lo contestano anche dai ranghi della Spd. «Bisogna dare ai giovani un orientamento sociale moderno, a fianco oppure in contrapposizione con le tradizioni familiari», ha detto il popolare Heinz Buschkowsky, sindaco socialdemocratico di Neukoelln, il quartiere di Berlino con la più alta concentrazione di abitanti di origine turca. «Da noi scuole maschili e femminili separate esistevano 150 anni fa, è assurdo rimettere di tanto indietro l´orologio della Storia».
Pure, la separazione nell´ora di ginnastica esiste in due Bundeslaender, Baviera e Baden-Wuerttemberg, i più ricchi del paese. «Ma Steinbrueck non ha un´idea di cosa sia la politica d´integrazione, ragazzi e ragazze in Germania devono crescere insieme», ha detto il ministro dell´Interno bavarese, Joachin Herrmann, cristianoconservatore, «e con tutto il rispetto e la tolleranza verso l´Islam non possiamo mettere in discussione l´uguaglianza tra i sessi». E ovviamente si schiera con Merkel la responsabile governativa della politica d´integrazione, Maria Boehmer: «Steinbrueck si sbaglia, classi miste e lezioni di ginnastica miste aiutano l´integrazione multietnica nel nostro paese». Prima della polemica sull´ora di ginnastica, nei sondaggi Merkel stracciava Steinbrueck con consensi del 60 per cento contro il 25, vedremo come lo scontro sull´educazione fisica sarà accolto dagli elettori.

l’Unità 7.4.13
Il potere e la massa
A confronto i libri di Cacciari e De Giovanni
L’uno parte da Rousseau, per analizzare quel fenomeno complesso che ha soppiantato il popolo
L’altro muove da più lontano: ovvero dal concetto paolino di «katéchon»
di Vincenzo Vitiello


DUE LIBRI ESSENZIALI PER COMPRENDERE QUESTO NOSTRO MONDO. PUBBLICATI L’UNO A RIDOSSO DELL’ALTRO, Alle origini della democrazia di massa. I filosofi e i giuristi (Editoriale Scientifica, Napoli, 2013) di Biagio de Giovanni, e Il potere che frena (Adelphi, Milano 2013) di Massimo Cacciari, distanti per stile, metodo di analisi, temi ed autori di riferimento, s’incontrano in un punto, fondamentale: quello della «mediazione». Ma il punto d’incontro è anche quello che segna la massima distanza.
De Giovanni parte da Rousseau, per analizzare quel fenomeno complesso che ha fatto irruzione nell’età moderna: la «massa» – la massa non il «popolo»; Cacciari muove da più lontano: dal concetto paolino di katéchon (da cui il titolo del libro), per disegnare, per tratti essenziali, la storia teologico-politica dell’Occidente. Inizio dal secondo testo per porre a fuoco il tema.
LA RIVELAZIONE DEL MALE
Nella II Lettera ai Tessalonicesi (scritta non da Paolo, ma certamente nel suo spirito) il potere che frena segna la penultima età della storia del mondo: l’età dominata dall’uomo dell’iniquità, che pretende sostituirsi a Dio, l’età del male assoluto, che solo Cristo distruggerà. Cosa frena il katéchon? Cosa arresta? La rivelazione piena dell’Empio, del Male assoluto. Ritarda quindi anche l’apocalisse, la rivelazione del Signore, la sconfitta dell’iniquo. È allora a servizio del Male il potere che frena? Troppo semplice. Il potere che frena ha certamente rapporto col male assoluto, ma non è riducibile a suo strumento. Serve, infatti anche il Bene, impedendo che nell’attesa dell’ultimo, dell’éschaton, gli uomini che hanno scelto Cristo si considerino già puri, perfetti, al riparo dell’Empio. Il katéchon è strumento del potere tout-court. Meglio, è il potere: sia quello che deriva immediatamente dall’alto, che è a servizio dalla Universale Legge di Dio, sia quello che nascendo dal basso, dalla volontà e dall’intelligenza dell’uomo avverte la necessità di un Ordine superiore, universale. Le due Città, la Celeste e la terrena non sono separate. Il katéchon è ciò che le tiene insieme. Ma per tenerle in uno deve partecipare di entrambe. La «mediazione» è questa «doppiezza» che si espande in tutta la storia, caratterizzando le istituzioni nei loro rapporti esterni come al loro interno. L’Impero non regge senza il potere che frena l’anomìa, che dà stabilità alle sue leggi, che s’oppone a quanto gli è esterno e lo minaccia; ma neppure regge se non dà spazio al nuovo, se in qualche modo non cede al potere avverso, aprendosi all’altro. Invero, col dare spazio al potere avverso, all’anomia del cambiamento, all’altro da sé, il potere che frena si difende dall’avversario che gli è cresciuto dentro, e cioè, da se stesso, dal puro esercizio del potere d’arresto che porta alla morte. Il medesimo va ripetuto riguardo alla Chiesa, che dev’essere al contempo nel secolo e contro, dovendo far uso del potere dell’Avversario per contrastarlo e vincerlo. Non possiamo qui soffermarci sulle varie figure della storia teologico-politica tracciata da Cacciari; ciò che in questa sede ci interessa rilevare è che, in questa fenomenologia del potere illustrata per exempla, il katéchon scandisce il ritmo del tempo storico, l’Evo, l’Aión dell’Occidente, definendone gli orizzonti, le epoche. Sino..., sino al suo tramonto.
Al tramonto del katéchon, della «mediazione» con cui inizia il pieno disvelamento dell’homo iniquitatis, l’età della pura anomìa, dell’assenza di legge, che è insieme l’età della tirannia, della legge del più forte. Difficile leggere queste pagine senza che ci sorgano innanzi le più desolanti immagini del nostro tempo, in particolare del «qui ed ora» del nostro Paese. La conclusione di Cacciari è amara: «Prometeo si è ritirato – o è stato di nuovo crocefisso alla sua roccia. E Epimeteo scorrazza per il nostro globo, scoperchiando sempre nuovi vasi di Pandora». I nomi di antiche mitologie alludono a un ricorso storico? La domanda è legittima, non differenziandosi poi tanto l’età di Epimeteo dal «bazar di costituzioni» come Platone definiva quella forma degenere di vita politica, «donde nasce la tirannide».
Alla scrittura nervosa di Cacciari: periodi brevi, connessioni inattese e ribaltamenti continui del fronte dell’argomentazione, affermazioni decise – «il katéchon sa che questa Ora è l’ultima, e non ce ne saranno altre» –, fa da contrasto il periodare disteso, calmo di de Giovanni: ampia trama argomentativa, analisi dettagliate di testi, insistiti confronti tra autori diversi, scelte ermeneutiche cautamente presentate come soggettive prospettive di lavoro.
S’avverte la lunga frequentazione di testi giuridici, e la passione per il diritto come luogo privilegiato dell’esperienza di vita. Ed infatti nel rapporto tra filosofi e giuristi la ragione, per de Giovanni, sta più dalla parte di questi, che non di quelli. La ‘ragione’, vale a dire: la capacità di riconoscere il potere di mediazione delle forme che danno stabilità ed ordine all’ingens sylva della vita immediata. È questo il centro focale dell’amplissimo panorama storico e teorico di questo libro, in cui sono esaminate e discusse non solo le grandi figure del pensiero filosofico e giuridico dal Settecento ad oggi – sino Foucault e a Heller, per intenderci –, ma anche autori minori, e quando non minori trascurati, come Santi Romano, che de Giovanni studia in rapporto diretto con Kelsen, confrontando la dottrina istituzionalista del diritto con quella formalista: «in Romano – conclude – l’identità tra Stato e diritto era pensata in modo tale da escludere ogni visione statalistica e legalistica del diritto stesso. In Kelsen, in fondo, il diritto produce lo Stato e solo lo Stato. Ma per ambedue il diritto è potenza produttiva, creatrice di realtà».
LA COMUNITÀ DI CIVES
Di quale realtà? La realtà della trasformazione della «massa» informe in popolo, in comunità di cives. Trasformazione possibile solo per il potere della forma che dà ordine e stabilità al magma della vita. L’“algido formalismo” della Dottrina pura del diritto superato e vinto in virtù dell’informe ricchezza della vita che agita la «massa»? È l’opposto, il disordine della materia, che accende la potenza della forma, che mette in opera il potere che frena?
De Giovanni ha ben presente il pericolo della democrazia di massa, il cesarismo (già denunciato da Max Weber, al quale dedica un capitolo fondamentale del libro), insito nella concezione organica dello Stato, e cioè nel rifiuto della rappresentanza politica; apre infatti l’Introduzione con queste parole: «Il dispotismo non è il rovescio patologico della democrazia, ne è piuttosto (...)un compagno che sta annidato nel suo stesso principio». Anche qui s’ode la voce del nostro tempo. Ma se così stanno le cose, come ancora aver fiducia nel katéchon delle forme giuridiche? Talora nella pagina di de Giovanni s’affaccia l’idea che la forma sia già in potenza nell’ingens sylva della massa. È la concezione classica di storia e di politica, che qui ricorre: l’idea del circolo virtuoso tra physis e telos, natura e ragione, materia e teleologia. Ma è compatibile la massa descritta in tutto il libro da de Giovanni con questa idea, e con la prassi che questa idea fonda e presuppone: la mediazione?
I giorni che stiamo vivendo danno una risposta fortemente negativa.

Biagio De Giovanni, Alle origini della democrazia di massa. I filosofi
e i giuristi Editoriale Scientifica
La democrazia nasce dall'eguaglianza ma di eguaglianza può anche morire
Biagio de Giovanni in questo libro appena pubblicato si confronta con il lato oscuro
di un ideale che può indurre al conformismo e all'isolamento dei «devianti»

Massimo Cacciari Il potere che frena Adelphi
Con quale sistema politico può trovare un compromesso il paradossale monoteismo cristiano, la fede nel Deus-Trinitas? Con la forma del-l'impero o, invece, con quella di un potere che frena, contiene? Oppure occorre cercare una contaminazione tra le due?

l’Unità 7.4.13
Un pugno ai nazisti
Il pugile sinti che sfidò il Reich ora è un simbolo in Germania
Lo ridussero in povertà, lo gettarono nel fango e lo uccisero: ma oggi è lui a vincere sulla storia
Tradotto anche in Italia il libro di Roger Repplinger che racconta la vita
di Johann Trollmann, a cui il regime tolse i trofei vinti sul ring perché non era «ariano» Fino alla morte in un lager
di Roberto Brunelli


JOHANN COPRÌ IL PROPRIO CORPO DI FARINA, BIANCA COME LA FLACCIDA PELLE DEI SUOI AGUZZINI. SI ERA ANCHE TINTO I CAPELLI DI UN COLORE BIONDO ACCESO. Gli avevano intimato di stare fermo, di non muoversi, di non «danzare», come faceva lui sul ring, lo avevano minacciato, insultato, offeso. Era stato predestinato alla sconfitta: dalla faccia oscura della Germania, che aveva appena preso il potere. L'ariano Gustav Eder è l'uomo scelto per farla finita con la carriera troppo luminosa, troppo rapida, troppo fastidiosa di Johann: lo colpisce come un sacco di patate, lo massacra, lo abbatte, alzando quest'immensa nuvola di farina bianca che avvolge tutt'e due e si espande sopra, sotto e intorno al ring. Una nuvola mitologica, l'inizio della vendetta della storia. Perché quella farina e quei bizzarri capelli color oro erano una provocazione, un affronto nei confronti dell'«uomo ariano» e della iconografia nazista, una beffa spudorata nei confronti della folle magniloquenza del Terzo Reich, un atto di smisurato coraggio da parte di un piccolo grande uomo che sapeva che sarebbe stato fatto a pezzi, privato del suo titolo, umiliato. «Vogliono l'ariano? Avranno l'ariano».
Era un pugile, Johann Trollmann, e che pugile. Il migliore dei suoi anni: si muoveva a scatti, colpiva velocissimo. Ma era «uno zingaro», e questo i nazisti non lo tolleravano. Era «effeminato», così dicevano, perché aveva osato piangere quando aveva vinto il titolo nazionale dei pesi medi, contro un bestione «ariano» molto più grosso di lui, tale Adolf Witt. Poi lo mandarono in guerra, lo precipitarono ai margini, lo ridussero in povertà, lo gettarono in un Lager e lo ammazzarono: ma oggi è lui a vincere sulla storia, oggi – dopo tanti anni di colpevole oblìo – il riscatto è iniziato. Per sé, ma non solo.
«Rukeli», questo il suo nome: perché Trollmann era di etnia sinti. Il suo peccato originale era stato quello di conquistare la cintura della sua categoria nel 1933, anno dell'ascesa al potere di Hitler. Due volte vittima: in quanto sportivo e in quanto zingaro. Ne scrisse l'Unità, tre anni fa, quando a Berlino nel quartiere di Kreuzberg, a due passi da dove aveva combattuto contro Wittveniva inaugurato il monumento che gli avevano dedicato gli artisti del «Movimento Nurr», capeggiati da Alekos Hofstetter: un ring inclinato, candido come la farina. Solo un piccolo, ma significativo, risarcimento nei confronti di un uomo e di un popolo gettati negli abissi dell'Olocausto quasi senza che la cosiddetta società civile ne abbia preso nota. Prima di allora, c'era stato solo il bel libro di Roger Repplinger, non a caso intitolato Buttati giù, zingaro: ma al grande pubblico la storia di Trollmann era praticamente sconosciuta, anche in Germania. A parte un'imbarazzata cerimonia, nel 2003, con cui la cintura di campione veniva restituita ai parenti di Rukeli, assenti i vertici dell' Unione pugilistica tedesca, la vita e la carriera del «pugile danzante» erano stato inghiottite dal buio del Terzo Reich: come, del resto, quella di centinaia di migliaia di cittadini rom e sinti declassati a «razza inferiore», pari agli ebrei, a cominciare dal 1942, e da allora gettati insieme a loro nei campi.
Per quel che riguarda Rukeli, dopo essersi ridotto a combattere in qualche fiera di paese, fu richiamato dalla Wehrmacht per venire infine – in quel fatidico 1942 – arrestato e internato nel Lager di Neuengamme, vicino Amburgo.
Nel libro di Repplinger (finalmente edito anche in Italia, Edizioni Upre Roma, 292 pp, 12 euro), la vicenda di Trollmann si intreccia con quella di Tull Harder, celebre centravanti della squadra di Amburgo e della Nazionale tedesca: Harder è lo speculare opposto di Rukeli. Aderisce entusiasticamente al nazismo, si arruola nelle Ss e presto viene destinato a esercitare le sue qualità, molto apprezzate dai superiori, nei Lager. Finirà nello stesso campo di Trollmann, e la suggestione vuole che sia proprio lui l'assassino del pugile. In realtà, quel che successe a Neuengamme non è certo. Quel che si sa è che, avendo scoperto che quel deportato sinti ormai ridotto all'ombra di se stesso era stato un campione di boxe, quasi ogni giorno gli infilavano i guantoni, urlavano «e adesso difenditi, zingaro» e lo massacravano di botte. Finché, un giorno, nel '43, Johann-Rukeli crollò nel fango, senza vita.
Il parallelismo tra Harder e Rukeli dice molto di come sia stata scritta la storia di rom e sinti dopo la guerra: processato dopo il conflitto (era stato il comandato di un sottocampo nei pressi di Hannover, dove miglaia di ebrei polacchi furono resi schiavi e poi portati alla morte), l'ex stella del calcio dichiarò di non saperne nulla degli orrori perpetrati nel suo stesso Lager. Si beccò quindici anni, ma già prima del 1952 fu un uomo libero, con tanto di pensione. Ma oggi è il fantasma di Johann Trollmann a ballare ancora con noi. Sì, è Rukeli l'eroe.

l’Unità 7.4.13
8 aprile il giorno dell’orgoglio rom
Eppure molti di loro neanche lo sanno. Per questo è ancora più importante ricordare. A Milano incontri e feste
di Dijana Pavolovic


L’8 DI APRILE SI CELEBRA IL «ROMANO DIVES», LA GIORNATA INTERNAZIONALE DEL POPOLO ROM, in ricordo del primo congresso mondiale dei Rom svoltosi a Londra nel 1971. Quel congresso stabilì, come denominazione ufficiale della nazione Romanì il nome «Rom», letteralmente «uomo» o «popolo degli uomini», inclusivo di tutti i gruppi variamente denominati e presenti nel mondo (Sinti, Manouches, Kalderash, Lovara, Romanìchéls, Vlax, Domari, Nawar, ecc..). Quel giorno i rappresentanti del popolo
rom scelsero un inno nazionale – la bellissima canzone Djelem Djelem, composta nel 1969 da Zarko Jovanovic e una bandiera con una ruota indiana rossa, simbolo del nostro viaggio perpetuo, su uno sfondo per metà verde, a simboleggiare la terra coperta d’erba, e per metà azzurro, a simboleggiare gli spazi infiniti del cielo.
In quel congresso si costituì la Romanì Union, la prima organizzazione mondiale dei Rom e il riconoscimento nel 1979 da parte dell’Onu fa di questa giornata l’ammissione del nostro popolo disperso e senza patria al consesso mondiale delle nazioni con la propria dignità. Eppure parlando con i rom delle comunità di Milano mi sono accorta che la maggior parte di loro non conosceva questa giornata. In Italia l‘emarginazione delle comunità rom ha prodotto non solo condizioni di vita pessime ma anche, il che è ben più grave, la perdita della consapevolezza di se e della dignità della propria identità. Inoltre le istituzioni non dimostrano un grande interesse per occasioni come questa e infatti sono ben poche le amministrazioni che hanno riconosciuto la Giornata dell’8 aprile, nonostante che sarebbe un’opportunità importante per dare senso di appartenenza, oltre che di rispetto, alle comunità rom e sinte.
Ed è per questa ragione che oggi in Italia è più che mai fondamentale festeggiare l’8 aprile insieme ai rom e ai giovani delle comunità in modo da restituir loro l’orgoglio di essere quello che sono e di non vivere la propria identità con imbarazzo e addirittura vergogna.
Ed è proprio con questo spirito che a Milano la Giornata dell’8 aprile è dedicata a un eroe zingaro: Johann «Rukeli» Trollmann, il pugile danzante, il campione tedesco che danzava come da secoli danza il nostro popolo per schivare i pugni che la storia da sempre ci infligge, e che sfidò il Terzo Reich ridicolizzando le leggi razziali e pagando con la vita il suo orgoglio. Per due giorni, domenica sera e lunedì mattina incontri, presentazioni, cinema, cucina tipica e musica zigana di ieri e di oggi, con vecchi e giovani maestri. (il programma completo su facebook Museo del viaggio). Una due giorni patrocinata dal Comune di Milano e in collaborazione con Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali) organizzata dall’associazionismo rom e sinto presente sul territorio realizzando quell’incontro tra istituzioni e comunità, tra «rom» e «gagi» che sappia offrire ragioni di conoscersi e riconoscersi per una speriamo non troppo futura convivenza di reciproco rispetto.

l’Unità 7.4.13
Immigrati il lessico della paura in un libro
di Flore Murard-Yovanovitch


QUALE EREDITÀ HA LASCIATO L’ULTIMO VENTENNIO DI NARRATIVA PUBBLICA DISTORTA DELL’IMMIGRAZIONE, incentrata su una minacciosa invasione, nelle teste dei più giovani? Quale grumolo culturale ha radicato il lessico securitario e criminogeno sullo «straniero» nell’immaginario collettivo? Nasce da questa domanda l’ultima fatica di Giulio Di Luzio, Clandestini. Viaggio nel vocabolario della paura edita da Ediesse (Collana Materiali, 2013). Dopo Brutti, sporchi e cattivi, il giornalista si addentra questa volta nello studio delle parole, che lentamente hanno innervato un lessico ordinario della paura, per smontarlo dalla A alla Z e munire ragazzi e docenti delle scuole di un antidoto.
Per descrivere i flussi migratori, il ritornello è quello dell’«emergenza», «allarme sociale», «assedio», «ondata», espressioni sempre più belligeranti, che col piccolo schermo sono entrate con forza in milioni di case di italiani. Riconducono sempre alla cornice interpretativa della pseudo invasione e alla necessità di «arginare», «controllare», «espellere». Poi ci sono stereotipi, luoghi comuni, cliché negativi quando non proprie e vere caricature: «vu cumprà», «extracomunitari», «islamisti», «nomadi», «baby gang», «ghetti»... Il copione mediatico di un pseudo soggetto ostile, pronto a commettere reati o ad uccidere, che Di Luzio smonta pezzo per pezzo per sradicare le infondate equazioni che ne sono alla radice: l’infondata equazione tra immigrazione e criminalità, tra «irregolarità» e delinquenza che tutti rapporti, dati e statistiche smentiscono. In quel’ alfabeto, si riscopre anche come l’ostilità dei media sia anche variabile: «albanesi» di ieri, «rumeni» di oggi, con l’interessante analisi del processo storico di criminalizzazione del migrante, iniziato in Italia proprio con il termine «albanese». Ma la parola più pronunciata e abusata, che ha imposto una vera e propria egemonia culturale, è ovviamente quella di «clandestino». Un termine che evoca segretezza, vite condotte nell’ombra e nell’illegalità, e che negli ultimi decenni ha subito la maggiore alterazione semantica fino a trasformarsi in una quasi categoria antropologica a sé. Anche se la parola non significa niente, oltre che irregolare, e che si potrebbero usare le categorie giuridiche di «richiedente asilo», «rifugiato politico», «migrante economico» e il lessico dell’asilo, della tutela, del diritto internazionale. Di recente, però, è nata la «Carta di Roma» – il protocollo deontologico per un’informazione corretta sui migranti adottato nel 2008 da Fnsi e Ordine – , che invita a bandire il lessico xenofobo e ad usare termini giuridici appropriati, per scovare e sradicare il razzismo fino al cuore delle parole.

Corriere 7.4.13
Se l'Italia non è più una terra promessa
Dal 2011, gli stranieri nel nostro Paese non crescono. Zero opportunità
di Danilo Taino


Se pensate che siano il capitalismo e i mercati finanziari a mettere nell'angolo l'Italia, qua trovate qualche ragione per ricredervi. Il Paese è infatti diventato meno attraente non solo per capitani d'industria, grandi manager e banchieri. Lo è sempre meno anche per i poveri del pianeta: gli immigrati hanno smesso di considerare l'Italia una terra promessa. I dati dell'Istat indicano che nel 2011 (ultima statistica disponibile) gli ingressi ufficiali hanno registrato una contrazione del 13,8% rispetto all'anno precedente: si è trattato di 386 mila persone che hanno acquisito la cittadinanza contro le 82 mila che si sono cancellate. Già questa tendenza è indicativa di quanto la recessione pesi (a dimostrazione, tra l'altro, che i flussi migratori hanno radici nell'andamento delle economie). A maggior ragione se il dato è confrontato con quello di altri Paesi: sempre nel 2011, gli ingressi in Germania sono aumentati di 85 mila unità, a 489 mila, rispetto all'anno prima (fonte Eurostat); in Francia di 16 mila, a 267 mila.
La statistica dell'Istat, però, fotografa il numero di nuove registrazioni ufficiali, quindi considera pure i movimenti degli immigrati che già erano in Italia e sono passati da irregolari a regolari o da regolari ma non residenti a residenti. Se invece si analizza l'intero universo degli immigrati, regolari e non, si può dire che già nel 2011 il flusso verso l'Italia si era fermato. La Fondazione Ismu (centro di Iniziative e studi sulla multietnicità) ha calcolato che, nell'anno, il complesso degli immigrati presenti sul suolo italiano sia passato da 5 milioni e 403 mila a 5 milioni e 430 mila. Solo 27 mila presenze in più, lo 0,5%. Il Dossier Statistico di Caritas-Migrantes, d'altra parte, calcola che gi immigrati siano aumentati di 43 mila unità tra il 2010 e il 2011, a poco più di cinque milioni. Nello stesso periodo, gli irregolari — stima l'Ismu — sarebbero diminuiti del 26%, a 326 mila unità: qualcuno se n'è andato, altri si sono regolarizzati.
I dati relativi al 2012 saranno disponibili solo verso la fine di quest'anno ma gli esperti si aspettano che, visto l'andamento dell'economia italiana, per la prima volta il serbatoio di immigrati diminuisca. E che probabilmente continui a farlo anche nel 2013. Alcuni la considereranno una buona notizia: in tempi di disoccupazione elevata, sono posti di lavoro che si liberano. Non era però questo che fino a poco tempo fa pensavamo del futuro delle generazioni a venire: badanti per anziani baby-boomer, confezionatori di polpette in rosticceria, raccoglitori di pomodori in Campania. Soprattutto, non avevamo sospettato di dovere rovesciare il paradigma: di doverci preoccupare perché nemmeno gli immigrati, gli extra comunitari, considerano l'Italia il Paese in cui investire. Agenzia di rating Migrants & Poors.

Corriere Salute 7.4.13
La nostra vera identità
Secondo le ultime ipotesi la coscienza è sempre l’ultima a sapere le cose
Le nostre decisioni, ciò che sentiamo, la consapevolezza di noi stessi sono frutto di eventi e fenomeni su cui abbiamo un controllo solo parziale
Il ruolo della nostra storia, degli altri e perfino della nostalgia
la coscienza di Sé Di che cosa è fatta E come capiamo chi siamo


Non ce lo chiediamo tutti i giorni, ma ogni tanto farebbe bene domandarsi chi siamo. Per esempio, da un punto di vista psicologico siamo più simili a una collana di perle o a una corda? La collana è fatta di elementi che cambiano restando però sempre uguali e che sono tenuti insieme da un filo continuo, mentre una corda è costituita da fibre che stanno saldamente insieme, anche se non c'è nessuna fibra che corra per intero lungo tutta la corda. L'esperienza comune porta a credere che l'identità personale sia più simile a una collana di perle con il suo filo unico e continuo, ma le prove che vengono dalla ricerca sembrano indicare che assomigliamo di più a una corda.
Quindi, nel tempo non ci sono componenti della nostra vita mentale che persistono costanti. E non solo: singole componenti di noi stessi possono manifestarsi autonomamente e prendere decisioni, che erroneamente crediamo essere state prese dal nostro Sé completo.
A questo complesso argomento dell'identità personale e della sua costanza o incostanza nel tempo ha dedicato recentemente ampio spazio la rivista New Scientist.
Se dunque la ricerca ha dimostrato che la nostra identità è più che altro un insieme non continuo di componenti, qualcosa deve tenere insieme tutti questi pezzi, altrimenti non potremmo percepirci come persona unica; qualcosa ci tiene insieme dal punto di vista psicologico, integra tutte le informazioni che provengono dall'interno del corpo e dal mondo esterno, oltre che dalla nostra storia personale, illudendoci di essere un'identità unica. È questo «qualcosa» che «tiene insieme» a costituire ciò che chiamiamo la nostra personalità, il Sé, l'identità, che è anche l'agente che pensa i nostri pensieri e compie le nostre azioni. Si tratta del risultato di un'azione complessa di cui quasi mai ci rendiamo conto, e che dipende dal buon funzionamento del cervello.
Ma c'è di più. Oltre all'illusione del Sé esisterebbe anche l'illusione di essere gli autori coscienti delle nostre azioni, che invece sarebbero determinate da imperscrutabili meccanismi inconsci, come peraltro già Freud aveva intuito. Dicono in proposito gli psicologi Daniel Wegner e Thalia Wheatley dell'University of Virginia, autori di un classico articolo pubblicato sulla rivista American Psychologist: «Credere che i nostri pensieri coscienti siano la causa delle nostre azioni è un errore basato sull'esperienza illusoria della volontà».
E poi, dato che sembra non esserci limite all'incertezza, forse non esiste neanche il presente, che è proprio il tempo nel quale percepiamo la nostra identità corrente. Diversi studi sulla percezione hanno dimostrato che c'è un piccolo ma significativo scarto tra gli eventi del mondo che ci circonda e la nostra percezione.
Un esperimento, chiamato flash lag illusion (l'illusione del flash che resta indietro) dimostrerebbe che il presente che percepiamo è solo una ricostruzione di qualcosa che è appena passato. L'esperimento viene realizzato con un disco rotante sul quale è disegnata una freccia con la punta rivolta verso il bordo del disco. Vicino al disco c'è una luce che si accende ogni volta che passa la punta della freccia e che dovrebbe quindi essere percepita esattamente al suo passaggio. Invece, quello che succede è che la luce viene percepita in ritardo rispetto al passaggio della punta della freccia. Il fenomeno è stato studiato da David Eagleman del Baylor College of Medicine di Houston, in Texas, e da Terrence Sejnowski del Salk Institute for Biological Studies di La Jolla, in California. Dato che non è possibile pensare che la nostra mente possa estrapolare il futuro, la spiegazione che i ricercatori danno del fenomeno è che il cervello usa il passato immediato per costruire quello che percepiamo come presente. Viviamo un passo indietro a ciò che realmente accade.
Un rinforzo alla costruzione del Sé viene però dalla relazione con gli altri, come afferma lo psicologo Bruce Hood dell'University of Bristol, autore del libro The Self Illusion: «In quanto esseri umani abbiamo una radicata tendenza a interagire con gli altri e questo ci aiuta a scoprire chi siamo». E per poter interagire adeguatamente è prima necessario aver ben fissato i confini della propria identità. Operazione che non riesce del tutto alle persone che soffrono di autismo, le quali mostrano un ritardo nel riconoscere sé stessi allo specchio, ma hanno anche la tendenza a costruire un minor numero di ricordi autobiografici.
Un'ipotesi neurofisiologica oggi accreditata è che chi soffre di autismo possa avere un malfunzionamento di un'area della corteccia cerebrale prefrontale destinata proprio a questo tipo di compiti, ma contemporaneamente anche a quello di comprendere le azioni degli altri.
L'importanza dell'interazione sociale nella costruzione e nel mantenimento del Sé è tale che lo psicologo Antonio Damasio, dell'University of Southern California, ha coniato l'espressione The social me («Il me sociale»). Visto che una funzione primaria dell'autoidentità è costruire relazioni, ne consegue che le caratteristiche del Sé dipendono in gran parte dall'ambiente in cui esso vive. E ci sono prove sperimentali del fatto che esistano differenze marcate nelle identità che si sviluppano in contesti culturali differenti. Ad esempio, gli orientali tendono a focalizzare le loro memorie personali su fatti storici e di rilevanza sociale, mentre gli occidentali danno maggior peso a eventi personali e di raggiungimento di specifici obiettivi. Una differenza che testimonia come in diverse culture si formino Sé diversi, ciascuno con un suo bagaglio di memorie autobiografiche che contribuiscono a tenere insieme l'identità personale.
Interessanti ricerche sono state realizzate a proposito di quella che può essere considerata un tipo particolare di memoria autobiografica associata a un forte sentimento: la nostalgia. Secondo un gruppo di ricercatori statunitensi guidati da Constantine Sedikides, dell'University of Southampton, il sentimento della nostalgia avrebbe come scopo principale il mantenere una condizione psicologica di continuità del Sé. Chi vive il proprio passato con quel tipico senso agrodolce che dà il ricordo nostalgico, sta in realtà dando valore alle proprie identità passate e anche alle persone, ai luoghi e agli eventi della sua vita trascorsa.
Un'operazione al servizio dell'unità del Sé. «La nostalgia viene dispiegata al servizio di un incremento della continuità del Sé — dicono i ricercatori statunitensi —. Attraverso le fantasticherie nostalgiche la persona va avanti e indietro tra i suoi Sé individuali e collettivi, nello sforzo di esplorare e comprendere in maniera significativa non solo la propria rilevanza per le vite degli altri, ma anche il posto tenuto dagli altri nella propria vita».
Una funzione psicologicamente decisiva, che contribuisce a tenere insieme le varie identità che l'individuo sviluppa nel corso della sua vita e al tempo stesso a proteggere la salute psichica. È stato infatti dimostrato che quando il Sé interiore diventa troppo frammentato, possono insorgere manifestazioni patologiche di depersonalizzazione, ma anche, più semplicemente, episodi di ansia, depressione e difficoltà di integrazione sociale.

Corriere Salute 7.4.13
Dissociazione
Sentire estraneo il proprio stato mentale. O irreale il corpo
Gli psichiatri e i misteri della «spersonalizzazione»


Affascinante, ma spiazzante per chi la sperimenta, la depersonalizzazione è una situazione caratterizzata da una profonda alterazione della normale autocoscienza.
«La persona affetta da depersonalizzazione lamenta spontaneamente che la sua attività mentale, il suo corpo e l'ambiente circostante si sono modificati nella loro qualità, diventando irreali, remoti e automatizzati» spiegano il dottor Mauricio Serra e il dottor Anthony David dell'Institute of Psychiatry del King's College di Londra, autori di un articolo sull'argomento pubblicato sulla rivista Consciousness and Cognition.
L'esperienza è talmente strana che, per spiegarla, chi ne è colpito deve usare metafore. Dicono ancora i due psichiatri inglesi: «Per esempio, il paziente racconta di sentirsi "in una bolla", o di essere separato dal mondo da una barriera invisibile come un vetro, una nebbia o un velo». Altre volte le metafore si riferiscono al cambiamento dello stato di coscienza, per cui la sensazione riportata è di sentirsi come in un sogno, storditi.
Descrizioni della depersonalizzazione divenute classiche nella letteratura psichiatrica indicano la presenza di almeno quattro componenti: il sentirsi tagliato fuori dall'ambiente circostante (derealizzazione), la difficoltà a ricordare e immaginare, l'incapacità di provare emozioni, e la sensazione di uscita dal proprio corpo. La depersonalizzazione è tuttavia diversa dagli stati psicotici, perché chi ne soffre è consapevole che gli sta succedendo qualcosa di anomalo.
Secondo il dottor Giovanni Liotti, della Scuola di Psicoterapia cognitiva di Roma, esperto di depersonalizzazione e disturbi dissociativi, nonché autore di un articolo in proposito recentemente pubblicato sul Journal of Trauma & Dissociation: «È clinicamente utile distinguere tra loro da un lato la derealizzazione, e dall'altro due aspetti della depersonalizzazione: la depersonalizzazione psichica, che è il sentire il proprio stato mentale come estraneo, e la depersonalizzazione somatica, che è l'avvertire il proprio corpo, o parti di esso, come deformato e irreale. Infatti, alcuni pazienti riferiscono solo sintomi di derealizzazione, altri solo di depersonalizzazione psichica, e altri ancora di depersonalizzazione somatica, mentre è più raro che un paziente riferisca tutti e tre i tipi di sintomi. Ciò suggerisce che queste diverse forme della dissociazione siano conseguenza di cause diverse».
«Si sa già, da recenti ricerche della psichiatra Dafne Simeon, della Mount Sinai School of Medicine di New York, — prosegue Liotti — che mentre la dissociazione strutturale della personalità (l'esempio più grave è la personalità multipla, definita oggi disturbo dissociativo dell'identità) è di solito la conseguenza di maltrattamenti fisici o sessuali subiti nell'infanzia e adolescenza, la depersonalizzazione è più spesso conseguenza di esperienze relazionali avverse che non implicano violenze corporee, ma piuttosto umiliazioni, gravi trascuratezze, o il vivere in un ambiente familiare gravato da costante paura. In due diverse ricerche che hanno seguito dall'infanzia alla prima età adulta molti bambini e i loro genitori, le esperienze dissociative erano più fortemente collegate a una forma di relazione genitore-bambino nota come attaccamento disorganizzato, piuttosto che a traumi fisici o sessuali. L'attaccamento disorganizzato, induzione involontaria di uno stato di paura nel bambino da parte di genitori vulnerabili, ipercritici e trascuranti ma non necessariamente violenti, ha diverse varianti, alcune correlabili a derealizzazione, altre alle due forme di depersonalizzazione, psichica e somatica».
La depersonalizzazione è collegata anche ad anomalie presenti in due differenti network cerebrali, quello fronto-limbico e quello parietale. La prima causerebbe la derealizzazione, la seconda la sensazione di uscita dal corpo.
Secondo il dottor Giovanni Liotti: «Un ulteriore contributo delle neuroscienze alla comprensione della depersonalizzazione è la cosiddetta "teoria polivagale" derivante da studi sul coinvolgimento del sistema nervoso vegetativo nelle risposte ai traumi, condotti dal professor Stephen Porges, direttore del Brain-Body Center dell'University of Illinois a Chicago. Nella risposta del bambino ai traumi, ma anche alla trascuratezza da parte dei genitori, può verificarsi la stimolazione del nucleo dorsale del nervo vago, parte importante del sistema nervoso vegetativo».
«Ne consegue — continua Liotti — uno stato di prostrazione, ai limiti della perdita di coscienza, nella quale non si ha più la possibilità di muoversi e di agire verso qualsiasi scopo si abbia in mente. In un tale stato si perde, sia pur momentaneamente, l'esperienza fondante del senso di Sé nota come agency (agentività), perdita che potrebbe giocare un ruolo chiave nella genesi dei sintomi di depersonalizzazione».

Corriere Salute 7.4.13
Chi sceglie al supermercato?
Crediamo di seguire le nostre convinzioni. Ma non è sempre così
Spesso razionalizziamo «a posteriori»


Il termine «Sé» è quello con il quale gli psicoanalisti, ma anche gli psicologi a orientamento cognitivo o sociale, indicano l'identità di una persona. Si tratta di un concetto banale soltanto in apparenza, dal momento che, invece, per gli esperti il Sé può avere varie sfaccettature, alcune delle quali sconosciute a noi stessi.
Molti danno al Sé un significato fenomenico, o esperienziale («come mi sento», «che cosa provo», «che cosa penso»), però vi sono aspetti di noi stessi di cui non siamo assolutamente consapevoli. Solo per fare un esempio: chi decide che cosa compriamo quando siamo al supermercato?
Siamo noi a decidere, in base alla nostra libera scelta, oppure entrano in gioco meccanismi non direttamente gestiti dalla nostra persona?
«Da diversi studi realizzati sul campo, è emerso che spesso le persone al supermercato non comprano affatto i prodotti per le giustificazioni che riferiscono se vengono interrogati in merito — spiega il dottor Paolo Migone, psicoterapeuta e codirettore della rivista «Psicoterapia e Scienze Umane» —. Li comprano invece molto di più in conseguenza del posto in cui quei prodotti sono collocati negli scaffali. Tutto questo ha ovviamente grosse implicazioni per il mercato, come sanno bene gli esperti di marketing, e dimostra anche che non abbiamo una piena gestione delle nostre scelte. In altre parole, molti credono di essersi orientati su un oggetto per un motivo, ma il vero motivo della scelta è, in realtà, un altro.
Lo stesso meccanismo può realizzarsi anche per temi decisamente più importanti: per esempio, sappiamo che molti di coloro che si definiscono convinti antirazzisti, o privi di pregiudizi verso le donne o i gay, in determinate situazioni sperimentali mostrano di possedere invece tali pregiudizi. È possibile farli emergere attraverso la rilevazione di segnali biologici di attivazione dell'organismo. Ad esempio, viene rilevato un aumento della conduttanza cutanea, cioè una maggiore sudorazione della pelle, che tradisce l'affiorare di ciò che si sarebbe voluto nascondere. Con un gioco di parole, si potrebbe dire che il corpo non mente. Le persone sono convinte di avere una certa costellazione di pensieri, attitudini e convinzioni, ma nel loro profondo, spesso, le cose sono molto diverse».
Dunque, stando agli studi di psicologia cognitiva e sociale che si sono accumulati negli anni su questo tema, si può affermare che la percezione conscia del nostro Sé può essere falsa, e che a determinare le nostre azioni sarebbe invece un Sé più vero, più profondo, viscerale, nutrito da pregiudizi e abitudini.
«La nostra coscienza serve spesso per razionalizzare a posteriori decisioni già prese da noi stessi, ma in modo inconsapevole — aggiunge Migone —. E ogni azione o pensiero che abbiamo, tra l'altro, avviene sempre dopo uno specifico evento cerebrale che si può registrare. Potremmo dire che gli esseri umani nelle loro decisioni sono strettamente dipendenti dagli eventi biologici che si verificano all'interno del cervello qualche frazione di secondo prima».
A complicare le cose, oggi il termine Sé, fra l'altro, viene utilizzato dagli psicologi in modi anche molto diversi, così come al concetto del Sé si riferiscono anche altri termini.
Di recente per indicare il nucleo della persona, viene usato un termine poco conosciuto all'esterno della cerchia degli addetti ai lavori. È la parola agency, che si potrebbe tradurre con agentività.

Corriere La Lettura 7.4.13
L'uomo non è fatto solo di geni
Perché non è accettabile l'attuale pretesa delle scienze biologiche di avere il monopolio nel definire la condizione della nostra specie
di Adriano Favole


Le recenti dimissioni di Marshall Sahlins, uno dei più noti antropologi culturali americani, dall'Accademia nazionale delle scienze Usa sono in primo luogo il frutto dell'ammissione di Napoleon Chagnon in quel consesso e, in secondo luogo, una clamorosa protesta contro l'Accademia stessa per la sua collaborazione con l'esercito americano in ricerche condotte nelle aree di guerra. Contro i metodi utilizzati da Chagnon tra gli yanomamö dell'Amazzonia e contro le teorie sociobiologiche della violenza maschile innata espresse nel suo saggio The Yanomamö: The Fierce People, Sahlins si era già pronunciato in varie occasioni. Figura piuttosto controversa (Edoardo Viveiro de Castros lo accusa di praticare un'«antropologia pseudoscientifica» che ha rafforzato «i peggiori pregiudizi contro i popoli nativi»), Chagnon fu oggetto di contestazione da parte degli stessi yanomamö; le sue teorie avrebbero fornito una giustificazione alle violenze perpetuate nei confronti delle popolazioni amazzoniche.
L'aventino di Sahlins ha anche un obiettivo più vasto: segnalare il disappunto verso il ritorno prepotente di una sorta di monopolio delle scienze biologiche (dalla genetica alle neuroscienze) nella definizione della condizione umana (per riprendere l'espressione di Hannah Arendt), con la conseguente marginalizzazione di scienziati sociali e umanisti.
Non si tratta, va detto, di una polemica contro la scienza, bensì contro certi suoi abusi politicamente strumentalizzati. Già in un'opera del 1976 (Una critica antropologica della sociobiologia, Loescher), Sahlins si era scagliato contro il determinismo genetico e, di recente, è tornato a criticare l'idea stessa di una natura umana egoistica e violenta (Un grosso sbaglio, Elèuthera, e La natura umana è solo delle scimmie, «Studi culturali», vol. 3, 2012).
Il recente volume di Edward O. Wilson, il fondatore della sociobiologia, La conquista sociale della terra (Cortina), è destinato a aggiungere nuovo pepe a una vecchia (ma non logora) diatriba. Wilson ha rivisto, e non poco, le sue teorie degli anni Settanta. Al centro del processo evolutivo che ha portato all'Homo sapiens, l'entomologo americano pone oggi il concetto di «eusocialità». L'essere umano, al pari di api, formiche e termiti, ha «scoperto» nel tempo il vantaggio adattivo di comportamenti di solidarietà e di altruismo con gli altri membri del gruppo. Tuttavia, mentre negli insetti si registra una netta separazione tra la competizione individuale che oppone gli individui che si riproducono (le api regine, per esempio) e i comportamenti gregari e volti solo al gruppo di individui-robot che non possono riprodurre i loro geni (le api operaie), l'eusocialità umana è un processo che si sviluppa a più livelli. Nell'uomo convivono l'istinto egoistico di riproduzione individuale e l'istinto «altruistico» di riproduzione e successo del gruppo. Questa duplice selezione dà vita a forti tensioni in una specie, l'Homo sapiens, geneticamente ibrida e «chimerica» (è un'espressione dello stesso Wilson), dilaniata tra egoismo e condivisione.
Si potrebbe pensare, a un primo sguardo, che Wilson abbia accolto le critiche che gli antropologi culturali, sulla scorta dei loro dati etnografici, opposero a metà degli anni Settanta all'idea della natura umana egoista e della «selezione di parentela» (la teoria secondo cui l'altruismo si spiega solo con la volontà di favorire la riproduzione di individui che hanno un corredo genetico simile). In realtà non è così. L'idea della doppia selezione nasconde (ma neppure troppo) una concezione insieme egoista e tribalista dell'essere umano. Per Wilson, «il tribalismo è un tratto umano fondamentale» e «la guerra è una maledizione ereditaria». L'uomo rinuncia all'egoismo individuale solo per massimizzare i vantaggi del proprio gruppo ai danni di altri. La storia dell'umanità è uno scontro ininterrotto tra tribù. Per argomentare le sue tesi, Wilson guarda agli insetti, ai primati, alla paleoantropologia, ma, significativamente, dedica poca e superficiale attenzione agli studi degli antropologi culturali. Perché questa «disattenzione»? Una spiegazione malevola è che nell'etnografia Wilson troverebbe fenomeni difficilmente compatibili con la sua teoria della selezione individuale e di gruppo. Come spiegare infatti tutto quel variegato insieme di scambi, collaborazioni, condivisioni e addirittura simbiosi che uniscono molte società umane?
Il Wilson di oggi non nega il ruolo della cultura nella costruzione dell'essere umano: anzi, è stato uno dei fondatori della cosiddetta teoria della coevoluzione geni-cultura. Il problema però — e qui sta, secondo me, la chiave della protesta di Sahlins — è che questa sorta di sacro Graal che è la natura umana continua a essere per Wilson e molti altri studiosi del versante biologico un terreno profondo, indagabile unicamente con i metodi delle scienze «esatte». Ma vien da chiedersi: davvero si può definire la condizione umana senza riferimenti a tutti quei saperi e comportamenti appresi che si inscrivono sì nella mente del singolo interagendo con le sue predisposizioni innate, ma non entrano a far parte del suo corredo genetico? Davvero i dati a nostra disposizione ci dicono che fu la violenza e non la cooperazione e gli scambi tra individui, ma anche tra gruppi, la chiave del successo evolutivo?
Al tramonto del post-modernismo, le sirene della verità scientifica tornano a farsi sentire, come ci ricorda in filosofia l'ontologia di Maurizio Ferraris (che non a caso ha recensito il libro di Wilson su «La Repubblica» con grande favore). In un clima scientifico in cui la verità sull'uomo sembra essere appannaggio dei laboratori genetici e delle tecnologie dei neuroscienziati, ha ancora senso chiedere a uno yanomamö, a un pigmeo o a un antropologo che si occupa delle loro culture che cosa è l'essere umano? Per Sahlins sì, ed è forse per questo che si è dimesso da un'Accademia per la quale le teorie di Chagnon giustificano a piene mani la collaborazione con gli eserciti.

Corriere La Lettura 7.4.13
Populisti per paura del nuovo
Denunciano le trame occulte di ricchi e potenti ma il loro autentico nemico resta la modernità
di Sergio Romano


Uno studioso del fenomeno (Ludovico Incisa di Camerana nel Dizionario di politica a cura di Bobbio, Matteucci e Pasquino) sostiene che il populismo è soprattutto una «sindrome», vale a dire uno stato d'animo caratterizzato da sintomi, percezioni, emozioni. Non esiste una ideologia del populismo, non esiste un «manifesto dei populisti», non esistono programmi organici per un futuro populista. La sindrome è fondata su due convinzioni: che il popolo sia depositario della verità e che sia, al tempo stesso, vittima di raggiri, inganni, persecuzioni. Sempre secondo Incisa, il populismo è una religione neopagana in cui il Popolo è Dio e adora se stesso.
Ma accanto al popolo-Dio vi è Satana che cerca di sfruttarne le virtù e di usarle per i suoi fini. Nella sacre rappresentazioni populiste Satana veste abiti diversi. Può essere, a seconda delle circostanze, lo Stato dei padroni e dei politicanti, la grande finanza, il complesso militare-industriale, i «savi di Sion», la massoneria, i «poteri forti». Generalmente il populismo sonnecchia docilmente, salvo risvegliarsi per brevi periodi nelle chiacchiere delle osterie, dei bar e degli stadi. Ma risale impetuosamente alla superficie e assume maggiori proporzioni quando Satana, con gli abiti della modernità, irrompe nella vita sociale, ne modifica gli equilibri, mette in pericolo la condizione economica di alcuni ceti.
Quasi tutti i fenomeni populisti dell'Ottocento e della prima metà del Novecento sono collegati all'industrializzazione e alle sue conseguenze. Vi fu un populismo americano dopo la guerra di Secessione, quando la costruzione delle ferrovie ruppe le enclave rurali e cambiò il volto del Paese. Vi fu un populismo russo (i narodniki, gli slavofili), quando l'impero zarista attraversò, qualche anno dopo, una fase di promettente crescita economica. Vi furono nuovi fenomeni populisti negli Stati Uniti (il nativismo) quando l'impetuoso sviluppo dell'industria americana richiamò masse d'immigrati provenienti soprattutto dalla Cina, dal Giappone, dall'Europa meridionale e orientale. Il «popolo» si sentì minacciato e attribuì subito la responsabilità delle proprie sventure a un nemico: i baroni americani con i denti d'acciaio, i banchieri e gli ebrei arrivati dall'impero zarista dove i pogrom di Kišinëv, Odessa, Kiev e Bialystock furono fenomeni populisti, anche se spesso orchestrati e manipolati dalla polizia e dai servizi segreti. Negli anni seguenti furono in parte populisti, negli Stati Uniti, anche il movimento «America First», contro l'ingresso del Paese in guerra nel 1917, e la «Red Scare», la paura dei rossi, che esplose contro comunisti e anarchici dopo la fine della Grande guerra.
In Europa, negli anni Venti e Trenta, il populismo venne catturato e addomesticato dai partiti e dai movimenti autoritari. Il caso del fascismo è particolarmente interessante. Mentre il dannunzianesimo ha una forte componente estetizzante e la Carta del Carnaro (la costituzione scritta da Alceste De Ambris nel 1920 per la Libera Città di Fiume) è un raffinato testo politico, Mussolini non esita a raccogliere e sfruttare tutti gli umori populisti che circolano nel Paese alla vigilia della Grande guerra e dopo la fine del conflitto. Vi è un ammiccamento populista nella testata del suo giornale («Il Popolo d'Italia») e i suoi primi messaggi politici, agli inizi del 1919, non sono indirizzati a una classe sociale, ma al «popolo delle trincee». Vi è molto populismo, durante il regime, nell'esaltazione della vita rurale, nella battaglia del grano, nei raduni «oceanici» di piazza Venezia, nei dialoghi con la folla, nella denuncia della plutocrazia «giudaica», nelle grandi iniziative popolari come quella di Italo Balbo per il trasferimento di trentamila coloni italiani in Libia.
Ma il fascismo fu un movimento gerarchico, poté contare su una nutrita pattuglia di intellettuali, volle creare lo «Stato nuovo» e realizzò alcune delle sue istituzioni. A differenza del populismo, il fascismo sapeva che il popolo non è un insieme indistinto. È composto da classi sociali, distinte per mestiere e livello di vita, che il leader vuole costringere a collaborare nell'ambito di un sistema corporativo dove tutti, imprenditori e operai, saranno «produttori». Il nazionalsocialismo esaltava la forza del popolo (Volk) e aveva un giornale ufficiale, diretto da Alfred Rosenberg, che si chiamava «Osservatore del Popolo» («Völkischer Beobachter»). Ma il popolo del Führer era una razza armata, pronta a distruggere o asservire i popoli minori, a combattere e a morire per un Reich millenario. Il comunismo, non appena Lenin conquistò il potere, liquidò con la violenza tutti i suoi concorrenti prerivoluzionari, dagli Sr (i Socialisti rivoluzionari) ai menscevichi e agli anarchici. Stalin sapeva che il popolo dei movimenti populisti russi era quello delle campagne e trattò i contadini, quindi, alla stregua di nemici dell'unico popolo riconosciuto dal regime: la classe operaia. Quelli che sopravvissero alle carestie e alle deportazioni divennero impiegati dei kolkhoz. Avevano un retroterra populista anche i regimi di Antonescu in Romania, di Perón in Argentina e di altri caudillos latino-americani sino a Hugo Chávez. Non fu populista invece il franchismo spagnolo, nel quale alcuni alleati del regime (la Chiesa, le forze armate, l'aristocrazia) appartenevano ancora all'Ancien Régime. E non fu populista, per ragioni in parte simili, nemmeno il regime del maresciallo Pétain, creato nella Francia di Vichy dopo la sconfitta del 1940.
Come i populismi dell'Ottocento e della prima metà del Novecento, anche quelli apparsi tra la fine del secondo millennio e l'inizio del terzo sono il risultato di un grande processo modernizzatore. La globalizzazione abbatte le frontiere, favorisce la libera circolazione delle merci, del denaro, della forza-lavoro, e mette a dura prova le vecchie economie nazionali. La rivoluzione informatica cambia il modo di lavorare, distrugge vecchi mestieri e ne crea di nuovi, accelera prodigiosamente la diffusione delle idee, dei miti, delle proteste populiste. La rivoluzione sessuale e le applicazioni della biotecnologia cambiano i tradizionali rapporti fra i sessi e rendono possibili nuovi modi di nascere, procreare, morire. Ciascuna di queste innovazioni può essere percepita, a seconda della circostanze, come straordinaria occasione o grande minaccia.
Questa triplice rivoluzione — globalizzazione, informatica, bioetica — colpisce società in cui vi è stata, nei decenni precedenti, una forte promozione sociale. Alle occupazioni più umili, ma pur sempre necessarie, provvedono quindi legioni di nuovi arrivati usciti dai barrios e dalle favelas dell'America Latina, dalle periferie delle città nordafricane, dalle campagne dell'Africa nera, dalle megalopoli asiatiche. Nel giro di due decenni le democrazie industriali dell'Occidente accolgono e assorbono, alla meglio, parecchi milioni di immigrati (nell'Unione Europea più di 33 al 1° gennaio 2011), molto spesso musulmani nel caso dell'Europa, latino-americani in quello degli Stati Uniti. I nuovi arrivati sono spesso visti e rappresentati come un corpo estraneo, una minaccia all'identità e alla tradizione dei «nativi».
Per meglio fare fronte alla concorrenza dei nuovi capitalismi, l'Unione Europea ha realizzato due grandi riforme: il mercato unico e la moneta comune. Ma questa strategia della modernità ha avuto l'effetto di raffigurarla, agli occhi di molti europei, come la sorella gemella della globalizzazione. Le prime rivolte «no global» coincidono spesso con i vertici della World Trade Organization (l'Organizzazione per il commercio mondiale), costituita per diventare, nelle intenzioni dei fondatori, l'Onu dell'economia di mercato. Sono manifestazioni metanazionali ispirate da una ideologia ambientalista. Ma in una fase immediatamente successiva cominciano ad apparire o a risorgere, in quasi tutti i Paesi dell'Ue, partiti che si proclamano «difensori del popolo» contro le minacce dell'economia globale e la tecnocrazia di Bruxelles. Oggi il populismo euroscettico può contare su una galassia di forze politiche che rappresentano insieme più di un quinto dell'opinione pubblica dell'Ue: il Partito austriaco della libertà, diretto a suo tempo da Jörg Haider; il Partito popolare danese fondato nel 1995 da Pia Kiærsgaard: il Partito dei veri finlandesi di Timo Soini; il Fronte nazionale di Marine Le Pen in Francia; Alternative für Deutschland in Germania; il Partito della libertà di Geert Wilders nei Paesi Bassi, il partito Diritto e giustizia dei gemelli Jaroslaw e Lech Kaczynski in Polonia (Lech fu presidente della Repubblica e morì in un incidente aereo nell'aprile del 2010); il Partito per l'indipendenza del Regno Unito di Nigel Farage; i Democratici svedesi di Jimmie Åkesson, il partito Jobbik di Gergely Pongrátz in Ungheria e per certi versi anche Fidesz di Viktor Orbán nello stesso Paese. Alcuni appoggiano il governo e influiscono sulla sua politica, altri sono all'opposizione e non tutti, comunque, sono egualmente populisti o razzisti. Ma tutti pescano i loro voti fra coloro per cui la globalizzazione e l'integrazione europea sono i nuovi «nemici del popolo».
Esiste poi un altro fenomeno che soffia sul fuoco del populismo. La Rete, vale a dire il maggior simbolo della modernità, è ormai il veicolo che più contribuisce a diffondere le paure del «popolo buono» e le sue fantasticherie sulle bugie e i raggiri dei suoi diabolici nemici. Grazie alla Rete sappiamo che l'attacco alle Torri Gemelle è un'operazione montata dalla Cia e che il Pentagono non è mai stato distrutto. Grazie ai blog e alle reti sappiamo che gli incontri annuali di Bilderberg, (un'associazione fondata dal principe Bernardo d'Olanda nel 1954) e quelli della Trilaterale (il club euro-americano-giapponese creato da Giovanni Agnelli, Henry Kissinger e David Rockfeller 40 anni fa) sono le occasioni che permettono ai potenti della Terra di tessere le loro trame e meglio dominare il mondo degli umili, dei perseguitati, dei servi della gleba. Mancano le prove e i documenti, ma la loro assenza, per il populismo della Rete, è la migliore conferma dell'esistenza del Male. Quanto più è difficile trovare le prove di un complotto, tanto più i congiurati dimostrano, agli occhi di una opinione pubblica populista, la loro diabolica abilità.
Esiste anche un populismo degli intellettuali, molto più raffinato e seducente. Ve ne sono tracce (cito a caso) in alcuni testi di Giuseppe Mazzini, nelle poesie di Walt Whitman, negli scritti di Ezra Pound sull'usura, nei romanzi di Knut Hamsun, nell'abbondante letteratura sull'«identità» e le «radici», molto alla moda negli ultimi decenni. E vi è un populismo colto, infine, anche in certi inviti all'indignazione che hanno ultimamente riempito la Puerta del Sol a Madrid, Wall Street a New York e il sagrato della cattedrale di San Paolo a Londra.
Di fronte a queste ondate di rabbia popolare gli Stati democratici sembrano a tutta prima sconcertati e impotenti. Ma negli ultimi anni sono spesso riusciti ad assorbire i contestatori, a «imborghesirli», a inserirli nel sistema. Come usa dire all'inizio di certi film, ogni riferimento al Movimento 5 Stelle, in questo articolo, è puramente casuale.

Corriere La Lettura 7.4.13
Gli strumenti per orientarsi nel caos Italia
di Antonio Carioti


Nel quadro di generale difficoltà delle democrazie europee l'Italia è forse un caso limite. Per gli studiosi si tratta di un fertile campo d'indagine e i primi frutti delle loro ricerche possono aiutare a orientarsi in un contesto eccezionale, sia per la portata dell'insorgenza populista, sia per la crisi galoppante dei partiti. Già, i partiti: un tempo erano il perno del sistema. Ora invece anche chi continua a considerarli indispensabili, come il politologo Piero Ignazi nel saggio Forza senza legittimità (Laterza), sottolinea che la loro credibilità è in caduta libera, mentre altri, come Marco Revelli in Finale di partito (Einaudi), li vedono ormai al capolinea, nella convinzione che solo nuove forme di mobilitazione dal basso possano rivitalizzare la partecipazione popolare. Di certo entrambi gli schieramenti che si sono alternati al governo in Italia negli ultimi vent'anni appaiono in uno stato di salute precaria, anche perché, secondo diversi autori, risulta difficile distinguerli l'uno dall'altro sul piano dei comportamenti e anche degli ideali. È la tesi affermata da Piero Sansonetti, sin dal titolo, nel pamphlet La sinistra è di destra (Bur), cui si associa il saggio Contro riforme (Einaudi) di Ugo Mattei, ideologo dei «beni comuni», che accusa l'Ulivo e il Pd di aver operato un «costante tradimento» dei valori costituzionali attraverso una politica economica privatizzatrice di stampo neoliberale. Non a caso tra le prossime uscite di un editore votato alla denuncia come Chiarelettere ci sono due libri di critica corrosiva al centrosinistra (Rossi di Ferruccio Pinotti e Stefano Santachiara) e a uno dei suoi leader più influenti, Massimo D'Alema (Il peggiore di Giuseppe Salvaggiulo e Ferruccio Sansa). Se Atene piange, Sparta non ride, poiché il parziale recupero elettorale non basta certo a nascondere i guai del centrodestra. Oltre all'impietosa rassegna delle sue magagne contenuta nel libro di Antonio Polito In fondo a destra (Rizzoli), ne dà conto in un'analisi di prossima uscita per Marsilio, dal titolo Il Cavaliere, la destra e il popolo, Giovanni Orsina, che fa risalire l'esaurimento della fase espansiva del berlusconismo già al 2006, quando il suo messaggio è passato «dal sogno alla paura», cioè dalla promessa di più libertà e benessere agli allarmi contro la sinistra livellatrice e classista. Invece Filippo Astone, nel saggio La disfatta del Nord (Longanesi) in uscita l'11 aprile, inserisce il declino di Berlusconi nel complessivo fallimento della classe dirigente che si era candidata a guidare l'Italia in nome delle regioni più ricche, di cui la Lega rappresentava la punta avanzata. Più specificamente al Carroccio è poi dedicata l'indagine di Gianluca Passarelli e Dario Tuorto Lega & Padania (Il Mulino), che dà ampiamente la parola alle camicie verdi. Com'è ovvio però il grande fenomeno nuovo da esplorare è il Movimento 5 Stelle. Alla pionieristica inchiesta di Matteo Pucciarelli L'armata di Grillo (Alegre), di taglio giornalistico, si aggiungono contributi d'impianto politologico: Il partito di Grillo di Piergiorgio Corbetta ed Elisabetta Gualmini (Il Mulino); Politica a 5 Stelle di Roberto Biorcio e Paolo Natale (Feltrinelli). Si tratta però di lavori precedenti al boom elettorale grillino, su cui avvia la riflessione la rivista «ComPol» in un numero monografico a cura di Ilvo Diamanti e Paolo Natale, mentre Filippo Tronconi dell'Istituto Cattaneo pubblicherà uno studio sulla provenienza del voto al M5S nel prossimo fascicolo del «Mulino». Arriva intanto il primo pamphlet contro il comico genovese, Grillo vale uno di Mauro Carbonaro (Iacobelli), assieme a E io non ci sto (Longanesi) del presidente siciliano Rosario Crocetta, artefice della prima esperienza di collaborazione tra centrosinistra e 5 Stelle. Per quanto riguarda poi il peso dei nuovi media sul voto, offre dati interessanti l'ebook Social Winner, a cura di Riccardo Luna e Marco Pratellesi (Il Saggiatore). Nel contempo lo stallo uscito dalle urne sollecita una riflessione sui meccanismi elettorali, che lo studioso George G. Szpiro esplora nel saggio La matematica della democrazia (Bollati Boringhieri).

Repubblica 7.4.13
Ho incontrato la donna kamikaze
Sotto il burqa
di Monika Bulaj


"È accaduto in un giorno di sole e di polvere a Kabul, dentro un piccolo santuario in cui non si respirava..." Lo straordinario racconto della fotografa polacca che partita per l´Afghanistan in cerca del sacro incrocia il volto più crudele della guerra

Ho incontrato la donna kamikaze un giorno di sole e di polvere, in un piccolo santuario, oltre una piccola porta di legno, in una strada che non saprei ritrovare nel labirinto della vecchia Kabul. Mi si è avvicinata tra una folla di donne, accanto al sarcofago di un santo, una tomba di marmo coperta di tessuti con scritture dorate. Da quel momento non ho avuto pace, lei mi segue ancora nel pensiero. Non so se sia viva o morta. Le sfuggo e la cerco, mi spaventa e mi attrae. La ritrovo negli sguardi di tante donne in Afghanistan. Immagino la sua ombra magra, allucinata, sgomitare nelle strade intasate, infilarsi tra i carretti e il filo spinato, saltare sugli autobus in partenza infilandosi tra le porte appena socchiuse.
È successo dopo mesi di viaggio dal confine dell´Iran a quello cinese sulle nevi del Pamir, un viaggio compiuto da sola, affidandomi al buon senso della gente del posto ed evitando con cura i luoghi pattugliati dai militari. Cercavo luoghi sacri, taumaturghi erranti, nomadi e storie di donne, e in quella porticina che dà sulla strada della vecchia Kabul vedo entrare donne, fagotti plissettati che vanno sotto il nome di burqa. La soglia è piccola, devo chinarmi, l´ambiente è soffocante ma si riempie di altri corpi ancora. Dentro è penombra ma fuori il sole è allo zenith, i muezzin chiamano alla preghiera di mezzogiorno. L´ora in cui Kabul respira di sollievo. L´incubo quotidiano è finito. Qui i kamikaze si fanno esplodere al mattino. Lo fanno per arrivare in paradiso all´ora di pranzo, in tempo per banchettare col Profeta.
Sono vestita all´afgana, ho una veste lunga e nera, col velo che copre i capelli ma lascia libero l´ovale della faccia. Sotto ho il mio taccuino e la mia Leica. Non oso toccarli. Le donne mormorano preghiere, scoprono i volti bruciati dal sole d´alta quota, si tolgono il burqa, mostrano bellezza e sofferenza, si cercano, si toccano, liberano tra loro una complicità sensuale. Poi, dopo qualche minuto, una bambina col velo bianco, la divisa della scuola, mi nota, tocca il mio viso e si mette a piangere. «Perché piangi?» le chiedo in lingua dari. «Perché sei straniera e porti il velo, come noi». È allora che la diga si rompe, la voce corre, sono una cristiana che ama l´Islam, e tra le altre donne si innesca una reazione a catena fuori misura. Il mio corpo è già reliquia, vi strisciano contro, lo baciano, vi depongono caramelle e banconote per santificare qualcosa di loro e poi infilarsela nelle tasche o nei reggiseni. Cercano barakà, la benedizione, perché sono un´ospite e mi sono fidata. Piangono, asciugano le lacrime, si soffiano il naso nei burqa, mi infilano le dita inanellate nei capelli, mi sfiorano la guancia col dorso delle mani. Una di loro esige da me la grazia speciale di avere figli. Come in un sogno. Sono in ostaggio, ma non mi oppongo, mi affido. Sono in imbarazzo, ma sorrido. Tutto quello che ho cercato in mesi di lavoro mi piomba addosso all´improvviso. Dal ruolo di testimone invisibile a quello, non voluto, di protagonista al centro di un culto. "Volevi gli uomini di Dio? Guaritori erranti? Donne in estasi?" chiedo a me stessa quasi ad alta voce. "Eccoti accontentata...". Credendo che io stia pregando le donne alzano le mani al cielo.
Tra le tante che mi stanno addosso ce n´è una che non sorride né piange. Il suo velo è buttato senza cura sopra i capelli maltinti di hennè. Un corpo magro, le sopracciglia accentuate da un segno maldestro di kajal. Cerco di sottrarmi al suo contatto fisico. Ma lei mi stringe verso il muro, come per isolarmi dalle altre e si sbottona il vestito per mostrarmi qualcosa. Mi aspetto una ferita, e invece vedo il suo corpo magro impacchettato in una maglia di cilindri verticali legati da fili elettrici.
Non capisco, forse non voglio capire. Penso alle armi di un agente segreto, all´autodifesa di una donna più emancipata. Ma le cose che ha intorno alla pancia non sono pistole, è dinamite. Sembra un´insegnante delle elementari invecchiata troppo presto. Quanti anni avrà: trenta? Cinquanta? Da dove viene? Dove sta andando? Perché mostra proprio a me la sua macchina di morte? Fingo di non aver capito. Le chiedo: «Dove sono i tuoi figli?». Il modo con cui volta la testa mi gela. Vuol dire che non ne ha più. Forse sono morti. Smetto di chiedere. Le domande si fermano sulle labbra. Ho paura, guardo altrove. Dico a mia volta: «Man se farzand daram», ho tre figli maschi. È la frase che meglio mi protegge in questo Paese. Il mio mantra, il mio lasciapassare, il mio elmetto in kevlar, la mia personale guardia del corpo. La donna che fa figli maschi qui è una donna vera, rispettata. Nella valle di Khost, durante un matrimonio, mi hanno quasi festeggiata per questo. Ora la pelle della donna è sudata, pallida, gli occhi sono folli, stanchi, freddi, asciutti. Sento il suo gomito ossuto, i muscoli duri delle cosce.
La guerra ha portato a questo. La morte è un affare fiorente in Afghanistan. La carne umana è in vendita, diventa arma che si fa esplodere. Stragi a opera di kamikaze. Rapimenti di bambini e di adulti sospettati di avere risparmi. Omicidi su richiesta. «Duemila dollari - mi hanno detto amici afgani - sono la tariffa per uccidere qualcuno, e tutti sanno come trovare un sicario». Anche i kamikaze fanno lo stesso, per comprare la casa alla famiglia o saldare un debito. Economia di guerra, non martirio.
Sento ogni fibra del mio corpo e ho la certezza incosciente che non accadrà nulla. Eppure temo che le parole possano svegliare qualcosa, far tremare la corda di un nervo, spezzare il filo della sua follia. Così cerco di esprimere uno sguardo indifferente per sorvolare la sua faccia piatta piena di rughe, le mezzelune nere delle unghie, la cintura sfatta della borsetta, l´odore del sapone e l´acido del suo respiro. Intorno le altre donne non si sono accorte di nulla. Continuano a ignorare il santo per guardare me, affascinate, piangendo.
Esco a fatica. Lei mi segue, mi aderisce come un´ombra. Fuori, una barriera di burqa in nylon con macchie di respiro all´altezza delle labbra. Anche queste mi stringono. «Guardatela - dice una di loro - una issawì che ama l´Islam! Una haredzì che ama l´Afghanistan!». Issawi vuol dire "seguace di Issa", il Cristo. Haredzi significa straniero. Ecco, io sono questo per loro. Infedele e straniera, eppure ho una faccia, odore, occhi, voce. Sono occidentale, eppure non sono chiusa in un blindato, non sto dietro il mirino di un mitra.
Mi allontano senza salutare, come per dire "non c´entro", "non c´ero". Non dico nemmeno "Khoda Hafez", che Dio si ricordi di te, l´arrivederci degli afgani. Ma lei mi segue. Cammino lentamente per comunicare una tranquillità che non ho, lo faccio con passi lunghi, per seminarla. Ne esce una camminata abnorme. Scherzo con venditori ambulanti, mi infilo nella folla senza voltarmi e senza fretta apparente, per non far vedere che la mia è una fuga. Passo davanti agli ultimi Sikh della città che, con dadi e conchiglie, predicono il futuro alle musulmane al riparo di grandi ombrelli. Stavolta mi giro, lei non c´è. E Kabul ridiventa reale, con la sua puzza di fogna, le grida dei bambini di strada che danno manate sui blindati che passano come sul culo degli asini, il ronzio degli elicotteri d´assalto che volano così bassi che il soffio delle loro eliche spaventa i pappagalli verdi sugli eucalipti. Kabul, con i carillon dei gelatai ambulanti che strillano Per Elisa e Jingle Bells, vittoria sui divieti talebani contro la musica.
Cerco di mimetizzarmi nel passo disinvolto delle donne afgane, un linguaggio mimetico del corpo che ho imparato ad assumere in fretta, anche per la mia incolumità. Ma stavolta la paura si è insinuata in me senza che me ne rendessi conto, è già diventata riflesso fisiologico. Bagnerò il mio letto quella notte, e da allora non riuscirò a dormire che a brevi intervalli.
Ora riconosco i luoghi. Torno d´istinto nel quartiere dei musicisti, dove ho il mio dentista privato. Un santuario con chiodi magici piantati sullo stipite della porta, ogni chiodo guarisce un dente. Poi trovo un barbiere con una foresta di capelli abramitica che mi invita a bere un tè e mi svela allegramente di avere interpretato Osama Bin Laden in un film. L´Afghanistan è così, dalla tragedia alla farsa nel giro di un´ora.
Non so più dove ho fatto quel terribile incontro. Il mio sentimento per quella donna è un grumo fatto di pietà, condanna e paura. So che se la denunciassi non mi crederebbero, oppure partirebbe una rappresaglia di sangue. Sparisce l´ultimo raggio porpora sulle cime immacolate dell´Hindukush. Le luci tenui nelle case d´argilla si accendono sui colli che ora paiono il presepe di Betlemme. Un asino porta in salita una donna incinta con un´ombra accanto. Pare quella di Giuseppe, il falegname. E intanto la donna imbottita d´esplosivo, da qualche parte, si toglie la "cintura del martirio", come la chiamano gli estremisti dell´Islam, e srotola per terra la trapunta colorata nella sua casa senza figli. Ma non dorme.

Repubblica 7.4.13
Così mi misuro le emozioni
Lo stress è il primo killer della vita moderna
di Riccardo Luna


Un dito poggiato sullo smartphone. Oppure un bracciale intorno al polso. Raccogliendo i dati inviati dal nostro corpo saranno loro a dirci, ovunque ci troviamo, qual è il livello di stress e quali i rimedi immediati da adottare. è questa l´ultima frontiera del self-tracking

Sul telefonino si è appena aperta una finestrella con un messaggio. "Ehi! È ora di ricontrollare il tuo livello di stress". L´ultimo check non era andato benissimo. Poggiando l´indice sulla fotocamera dello smartphone per un minuto, era emerso che in effetti "you may be experiencing some stress". Sì, un po´ stressato lo sono. E così mi era stato subito consigliata la visione di una clip di "scene verdi della natura". Seguiranno "l´onnipotenza dell´acqua" e "la foresta prende vita". Una sorta di terapia yoga fatta attraverso lo schermo dell´iPhone. L´obiettivo è arrivare rapidamente allo stadio "you are feeling balanced" e poi al nirvana dei nostri giorni: "You are in sync". Che vuol dire "sei in sintonia con mondo", ma suona come se avessi appena sincronizzato te stesso come si fa appunto con un telefonino.
Questa cosa che può apparire stravagante assai è l´ultima frontiera per combattere lo stress: si chiama Gps for the Soul, ovvero "bussola per l´anima", uno strumento per tenere sotto controllo le emozioni negative. È la app lanciata qualche settimana fa dalla giornalista-imprenditrice Arianna Huffington, direttore dell´Huffington Post Media Group: sviluppata in collaborazione con i ricercatori di Hearthmath, misura il battito cardiaco e le sue variazioni, ricavandone, con un algoritmo, il nostro indice di auspicato benessere.
La app della Huffington non è affatto isolata. Anzi, per la verità utilizzare il telefonino o un sito web come terapia antistress sembra la moda del momento. Il fenomeno si inserisce in quello che negli Stati Uniti prende il nome di self-tracking, ovvero monitoraggio di se stessi, per arrivare a un quantified-self, ovvero a un insieme di indicatori che ci aiutino a migliorare le prestazioni. Nello sport è uso comune: braccialetti o cinturini che misurino per tutto il giorno i nostri movimenti, indicando le calorie bruciate, sono gadget diffusissimi. Ma un conto è tenere traccia del movimento che facciamo, grazie a un accelerometro, tutt´altro discorso è misurare lo stress. Il battito cardiaco e le sue variazioni sono una strada possibile.
Prima della Huffington, per esempio, la app Azumio faceva (e fa) praticamente la stessa cosa. Dalla Svezia poi è arrivata Viary, una app che chiede ai pazienti in cura per la depressione di annotare quello che fanno nei vari momenti della giornata: pare che il 73 per cento di quelli che l´hanno utilizzata non fossero più depressi al termine della cura (ma stare tutto il giorno a prendere appunti non è pratico). È stato quindi il turno di Mequilibrium, una piattaforma web per il coaching psicologico online che si avvia risolvendo un test della personalità che divide il mondo in cinque categorie rispetto allo stress. Infine è notevole l´approccio del progetto Ginger.io: promosso da un gruppo di ricercatori del Mit e disponibile solo su Android, calcola il nostro livello di stress da come ci comportiamo con il nostro telefonino; e quindi, quanto rapidamente digitiamo i tasti, il tono di voce, il numero di messaggi ai quali rispondiamo. Funzionerà? Lo sapremo presto.
Intanto il progetto sulla carta più innovativo è quello di una startup tutta italiana. Si chiama Empatica, e ha alle spalle tre giovani genietti: Matteo Lai, Simone Tognetti e Maurizio Garbarino. Si sono incontrati nel 2011: Lai è un architetto cresciuto alla scuola del Senseable City Lab di Carlo Ratti, Tognetti e Garbarino avevano appena concluso un dottorato su come legare i segnali fisiologici che manda il nostro corpo alla misurazione delle emozioni. Le applicazioni di questo filone sono infinite e quasi tutte molto remunerative: ai tre ricercatori, per esempio, venne offerto di usarla per il neuromarketing e aiutare una multinazionale a vendere più detersivi. Ma loro avevano in mente un utilizzo socialmente utile. E si sono buttati sullo stress che comunque non è un mercato piccolo, visto che solo negli Stati Uniti ne soffrono 28 milioni di persone. Sono quindi partiti da studi scientifici molto seri, per arrivare alla conclusione che il nostro stress può risultare da una interpolazione di quattro dati: il battito cardiaco e la sua variazione, ma anche la conduttività della pelle e la temperatura corporea. La tecnologia per misurare questi parametri esiste, ma è in clinica o negli ospedali. Siccome i pazienti non vivono in ospedale, da qui l´idea di un braccialetto, simile a quelli che misurano le calorie perdute tanto di moda, ma che misuri lo stress e lo trasmetta al telefonino.
Il primo prototipo è stato presentato un anno fa ad Amsterdam in una grande conferenza sull´innovazione, The Next Web. Quel giorno la blogstar Robert Schoble ha chiamato sul palco Matteo Lai che gli ha passato il braccialetto. Schoble l´ha indossato e per fare lo spiritoso ha chiesto a Lai: «E quindi adesso se io ti chiedessi se tu vuoi andare nel quartiere a luci rosse tu avresti un picco di stress?». Lai fu pronto a ribattere: «Sì, ma il braccialetto ce l´hai tu e quindi sono io che te lo chiedo». Un grafico trasmise alla platea il picco di imbarazzo di Schoble e il nome di Empatica fece il giro del mondo.
Ora arriva il braccialetto vero. Si chiama E2 e al momento è destinato solo a ospedali e centri di ricerca. Ma intanto i tre ricercatori (in attesa di finanziamenti, destino comune a troppi prima di "fuggire" all´estero) hanno in corso una sperimentazione che è davvero la frontiera più estrema. Usare il braccialetto per i dipendenti delle grandi aziende, in modo da monitorare il loro livello di stress sul lavoro e, visto che lo stress è causa di malattie, suggerire percorsi alternativi. Il test è stato avviato per la validazione scientifica: dovesse funzionare, i costi sociali del lavoro sarebbero molto più bassi. Almeno si spera. C´è poi quel piccolo problemino che si chiama "privacy": è pensabile mettere un braccialetto ai dipendenti per misurarne le emozioni? No. E ancora no. Ma le frontiere della privacy si sono così spostate in questi anni che Empatica scommette che quel no possa domani diventare un sì.

Repubblica 7.4.13
Quel problema lungo 350 anni risolto da Wiles genio matematico
di Piergiorgio Odifreddi


Giovedì 11 aprile compie sessant´anni il più famoso matematico del mondo: l´inglese Andrew Wiles, che nel 1993 finì sulla prima pagina del New York Times per aver risolto il più famoso problema matematico del mondo: la congettura di Fermat, enunciata sul margine di un libro dall´avvocato Pierre de Fermat nel 1637.
Come si vede, tra l´enunciazione del problema e la sua soluzione passarono più di 350 anni, e lo scacco temporale era parte del fascino della sfida. Ma la parte preponderante era costituita dallo scacco intellettuale, provocato dal fatto che l´intera comunità matematica pareva impotente di fronte a un problema che si poteva enunciare in maniera elementare, comprensibile anche a un bambino.
Tutti sanno, ad esempio, che 3 al quadrato fa 9, 4 al quadrato fa 16, e 5 al quadrato fa 25. E tutti possono notare che 9 più 16 fa appunto 25. Cioè, esistono due interi (3 e 4) i cui quadrati, sommati fra loro, danno come risultato il quadrato di un altro intero (25). La domanda che Fermat si pose fu: esistono due interi che elevati al cubo, e sommati fra loro, danno come risultato il cubo di un altro intero?
La sua congettura fu che la risposta era no. E non solo per i cubi, ma nemmeno per le quarte potenze, o le quinte, o qualunque altra potenza che non fossero i quadrati. Semplice da dire, appunto, ma difficile da dimostrare. La dimostrazione del 1993 di Wiles era sbagliata, fra l´altro. Ma lui riuscì a correggerla nel 1995: troppo tardi, per vincere la medaglia Fields, che si dà solo fino a quarant´anni. Ma non troppo tardi per passare alla storia, e diventare tanto famoso, da ricevere questa settimana auguri da ogni parte del globo: Italia compresa, come si vede.

Repubblica 7.4.13
Quando si può imparare dalla paura
di Fabrizio Ravelli


La paura è sempre più merce corrente nel mercato delle nostre vite. Una merce in grado di condizionare stati d´animo, condizioni psicologiche, scelte politiche, progettazione di quartieri, proliferazione di apparati tecnologici, amministrazione della giustizia, conduzione delle carceri. E perfino di forzare i limiti della democrazia. L´ossessione della sicurezza, che nasca o meno da pericoli reali, produce frutti avvelenati: rifiuto del diverso, richiesta di repressione, razzismo. «La paura dei barbari è ciò che rischia di renderci barbari», scriveva Tzvetan Todorov. Dove barbaro non è solo chi viene da un paese lontano, parla un´altra lingua, professa un´altra religione, ma anche chi – banalmente – nasce nel quartiere sbagliato, si comporta male, trasgredisce le regole.
Adolfo Ceretti e Roberto Cornelli, docenti di criminologia all´università di Milano Bicocca, affrontano in maniera profonda e trasparente (Oltre la paura, Feltrinelli) le questioni aperte dalla pervasività della paura, e i suoi effetti su criminalità, società e politica. Si tratta di uno studio molto lontano dalla pedanteria professorale, anzi appassionato e leggibilissimo. Ceretti e Cornelli scandagliano i fondali della nostra sempre più difficile convivenza partendo sempre dall´esame dettagliato di casi specifici. Per approdare a riflessioni che non escludono un valore potenzialmente positivo della paura, quando sia consapevole e inclusiva. Che le nostre vite siano meno sicure rispetto al passato è un dato ampiamente discutibile, e gli autori non trascurano di esaminare le ricerche che lo dimostrano. Ma che l´ossessione securitaria ed emergenziale sia in grado di condizionare il mood della società, questo è evidente. «Per troppi decenni – scrivono gli autori – si è accettato passivamente il leitmotiv secondo cui la sicurezza non sarebbe né di destra né di sinistra. Rimandando a una situazione di emergenza, si ritiene che la sicurezza sia un concetto a-politico... qualcosa che viene prima della politica e che richiede a essa semplice riconoscimento e tutela. Al contrario, la sicurezza costituisce il concetto politico della modernità... Riconoscerne la politicità apre spazi di riflessione e di azione alternativa al solco tracciato dalla logica individualistica dell´immunità».
O dell´immunizzazione: gli impresari politici della paura – e in Italia ne abbiamo luminosi esempi – puntano a una criminologia della vita quotidiana che prevede autosegregazione blindata e neutralizzazione o disinfestazione dei virus che aggrediscono la sicurezza dei cittadini. Noi e loro. Noi contro di loro. Il nemico è bersaglio di discriminazioni e atti di intolleranza, ma più della sporadica esplosione di violenza razzistica ciò che registriamo è la pervasività di slogan razzisti, che acquistano naturalezza, diventano socialmente accettabili e anestetizzano i valori che si ritenevano prevalenti e scontati. Un razzismo "light", una sorridente "discrimination with a smile" che però condiziona le istituzioni e orienta le politiche.
Di qui, succede che «la discriminazione prende forza addirittura dalla legge, piegata all´obiettivo di distinguere tra coloro che godono di diritti e gli altri che ne godono in misura minore o non ne godono affatto». Vedi, per esempio, l´introduzione nel codice penale della "aggravante della clandestinità", poi provvidenzialmente bocciata dalla Corte costituzionale. Di qui, anche il proliferare di norme penal-amministrative create da enti locali che finiscono per colpire ogni comportamento ritenuto antisociale: dall´uso delle panchine alla vendita di kebab. Una sorta di "criminalizzazione del fastidio", e una immunizzazione dal "contagio" del degrado.
Gli autori, ovviamente, non sono anime belle e conoscono la realtà. E arrivano a mettere in evidenza come le "passioni tristi" generate dalla paura possano essere riconosciute e rivestite di significato. La paura, quando ammette che i conflitti sono inevitabili, può essere positiva. Indurre riflessioni. E portare a riscoprire, ben al di là della tutela dei diritti, la dignità sociale del rispetto e della fraternità. Sì, quella che stava insieme a libertà e uguaglianza ma è finita ai margini.

Repubblica 7.4.13
Gli occhi dell´Uomo vitruviano di Leonardo nascondono il coraggio invincibile del futuro
di Melania Mazzucco


Torniamo a Roma, alla corte di papa Leone X – l´amico degli scrittori, il protettore di Raffaello, il mecenate prodigo, il cacciatore miope. Tra i pittori che ospita in Vaticano, dal 1513, c´è anche Leonardo da Vinci. Al servizio di Giuliano de´ Medici, alloggia in un appartamento al Belvedere. Lo accompagna la fama di genio universale, ma la sua creatività declina. Inquieto, malaticcio, non più giovane, a disagio in una città estranea, Leonardo non conclude neanche un´opera. Prosegue i suoi studi sul movimento, sull´anatomia, sull´idraulica (progetta di risanare le paludi pontine); disegna alluvioni, addomestica lucertole e fabbrica "palloncini" con le budella di montone. Quando il papa gli commissiona finalmente un quadro, Leonardo risponde che comincerà a distillare oli ed erbe per preparare la vernice. Comprendendo che mai lo realizzerà, Leone X esclama: «ohimè, costui non è per far nulla, da che comincia a pensare alla fine innanzi il principio dell´opera!».
La molteplicità degli interessi di Leonardo, che è la prova del suo genio, è anche il suo limite. Sa troppe cose e cerca di sapere quelle che ignora. Tutto lo interessa, lo assorbe, lo appassiona: il cuore di un bue e il cadavere di un centenario, il feto nell´utero e il sorriso ineffabile di Giovanni Battista, le macchine, le maree, i colori. È dispersivo, disordinato, inconcludente; sembra mancare di una dote necessaria: la sintesi. Da vecchio, lui che ha studiato e sperimentato ogni cosa, giungerà a concludere di aver sprecato il suo tempo (!). Ma è vero che realizza solo un´infima parte di ciò che potrebbe. Gli appunti che dissemina sui fogli non diventano libri. Scoperte e intuizioni annotate in caratteri sinistrorsi restano private. Eppure, nella sua affascinante produzione grafica, c´è un disegno che è l´esempio più perfetto della sintesi. Di arte e scienza. Di pensiero e immagine. Di spirito e materia, linea e parola.
È chiamato "l´Uomo vitruviano", perché sul foglio Leonardo ricorda Vitruvio e si propone di rappresentare visivamente il canone delle proporzioni ideali del corpo umano che lo stesso Vitruvio, vissuto nel II secolo d. C., aveva elaborato nel libro III del suo De Architectura. Che il corpo umano, inscrivibile nel cerchio e nel quadrato, sia figura geometrica per eccellenza è per Vitruvio una verità funzionale: il complesso calcolo di proporzioni e misure delle parti del corpo gli serve come paradigma per la creazione di un´architettura armonica.
Quel libro, Leonardo forse non l´aveva neppure letto. "Omo sanza lettere", non conosceva il latino: cominciò a studiarlo solo a quarant´anni. Del trattato parlavano tutti, comunque, da quando era stato citato da Leon Battista Alberti, pubblicato da Sulpicio di Veroli e studiato dal frate matematico Luca Pacioli. E l´architetto Francesco di Giorgio Martini ci si era appena confrontato quando nel 1490 a Pavia Leonardo ebbe a che fare con lui e quando forse realizzò questo disegno. Non sappiamo se quel passo lo interessò come architetto, come pittore, o solo come essere umano.
L´immagine la conoscete tutti. È un´icona della civiltà occidentale. È riprodotta sul recto delle monete italiane da un euro. Sulle divise degli astronauti della NASA, che la portano nel cosmo durante i loro viaggi. Su cartoline, magliette, francobolli. Il foglio originale è custodito dal 1822 alle Gallerie dell´Accademia di Venezia – protetto dalla luce e dagli sbalzi atmosferici. La carta è fragile: viene esposto periodicamente. L´immagine, a penna e inchiostro – assediata dalla microscopica scrittura leonardesca – raffigura un uomo nudo, inscritto contemporaneamente (è la geniale trovata di Leonardo) nel cerchio e nel quadrato. Le figure geometriche che Platone riteneva le più perfette, e che nel Rinascimento simbolizzavano lo spirito e la materia.
Però dire "un uomo" è in un certo senso un´imprecisione. Infatti, pur avendo una sola testa e un solo membro, l´uomo ha quattro gambe, e quattro braccia. È come se lo vedessimo in movimento, o su due fotogrammi sovrapposti: a gambe divaricate con le braccia aperte sopra le spalle; a gambe chiuse (la sinistra ruotata) con le braccia a croce perpendicolari al busto. L´ombelico rappresenta il centro dell´uomo inscritto nel cerchio (l´origine della sua parte spirituale); i genitali il centro dell´uomo inscritto nel quadrato (l´origine della parte fisica). Il microcosmo del corpo umano è riflesso del cosmo, è la misura di tutte le cose.
Vi risparmio i calcoli e le proporzioni di Vitruvio. Che Leonardo riporta, con qualche variante, nella parte destra del foglio. Con una minuziosità delirante e quasi poetica, indica quale deve essere la giusta distanza fra capelli e mento, mammelle e testa, gomito e spalle, piede e ginocchio, e via dicendo. Non so se davvero queste misure potessero servire a costruire templi, o se qualche essere umano corrisponda a un simile ideale matematico di perfezione. Mi ricordo che una volta da ragazzina, col decametro, mi misurai l´ampiezza delle braccia distese, dalla punta dell´indice destro a quello sinistro. Poiché corrispondeva alla mia altezza – come prescrive Leonardo – mi illusi che sarei diventata un esemplare perfetto, speranza che purtroppo presto si rivelò illusoria.
Comunque l´elemento più affascinante dell´Uomo vitruviano per me non è la teoria filosofica, cosmologica e umanistica che sottintende, né il corpo dell´uomo, per quanto statuario: è il viso. Non astratto, anzi, individualizzato come un ritratto. Duro e virile benché adorno di capelli medusei, quasi femminei. Non giovane, già segnato da rughe d´espressione. E soprattutto gli occhi: fissi davanti a sé eppure non rivolti allo spettatore, ma al di sopra di lui – verso l´orizzonte, lo spazio, la posterità. Occhi penetranti, intelligenti, indagatori. Non sono gli occhi sognanti dei personaggi di Leonardo, né di Leonardo stesso – almeno, non quelli che si è dato negli autoritratti o che aveva ricevuto dalla natura: soffriva di disturbi alla vista, e li proteggeva con vezzosi occhiali dalle lenti azzurre. Ma sono i suoi occhi interiori: quelli con cui guardava il mondo. L´Uomo vitruviano, nudo e disarmato, trasmette qualcosa di invincibile: il coraggio del futuro.

Repubblica 7.4.13
Solo chi non conosce se stesso e la propria identità pensa di non aver sfruttato le occasioni del passato
Li chiamiamo rimpianti ma le scelte sbagliate sono la nostra vera vita
di Umberto Galimberti


Un giorno Merleau-Ponty andò a trovare il suo amico Jean-Paul Sartre in una clinica dove il filosofo era ricoverato per aver rotto una gamba durante un´escursione in montagna. «Se avessi preso una guida ora non saresti in queste condizioni» disse Merleau-Ponty. «Ma secondo te, io sono uno che va in montagna accompagnato da una guida?» fu la risposta di Sartre. Già, se Sartre avesse avuto un carattere più prudente e più accorto, forse si sarebbe fatto accompagnare da una guida. Ma Sartre non aveva quel carattere, e perciò l´ipotesi di farsi accompagnare da una guida era del tutto esclusa dalla tipologia della sua personalità. Che cosa c´è qui in gioco e, più in generale, in tutti quei giochi che talvolta facciamo quando diciamo «se allora avessi fatto…», «se in quella circostanza avessi detto…»? In questo gioco c´è niente di meno che il conflitto tra identità e libertà.
Non abbiamo tra le mani tutte le scelte possibili, ma solo quella scelta compatibile con la nostra identità. Per questo siamo riconoscibili e gli altri si fidano di noi, perché, dopo averci conosciuto, si aspettano da noi una serie di comportamenti e di azioni coerenti con la personalità che abbiamo manifestato. Allo stesso modo quando ci riferiscono malefatte di persone che conosciamo e stimiamo, stentiamo a crederci, perché da quel tipo di personalità non ci si aspetta azioni riprovevoli. La nostra identità è il principio della nostra riconoscibilità e della reciproca fiducia, che è poi il fondamento delle relazioni sociali.
Se la mia identità non generasse una serie di scelte coerenti con essa, sarei imprevedibile, come imprevedibile è il comportamento dei bambini che ancora non hanno un´identità, o degli adolescenti a cui è concesso di essere contraddittori nei loro comportamenti, perché ancora non sanno chi sono e cosa vogliono diventare. Non è un caso che proprio nell´adolescenza si affollano i "se" e i "ma" circa la direzione da prendere in ordine al proprio avvenire, dove i progetti si confondono con i sogni, i sogni con la passione di un giorno, le trasgressioni col desiderio di rifondare il mondo, finché non si affaccia la dura realtà, a cui gli adulti talvolta li richiamano, stimolando in loro la parte eroica per sfidare la realtà, oppure l´acquiescenza per assecondarla.
È possibile qui scegliere quali delle due vie seguire? No. La scelta è già iscritta nella propria identità. E quando da adulti, con il rimpianto di non poter tornare indietro, diciamo «se avessi preso quell´altra strada» o «se avessi fatto quell´altra scelta», queste frasi meritano una traduzione che non facciamo mai, perché è duro riconoscerlo. La traduzione è: «Se avessi un´altra identità, un altro carattere, un´altra personalità, allora…». E siccome l´identità, il carattere, la personalità non si possono cambiare come gli abiti, nella vita abbiamo fatto quel che siamo.
Rimpianti, malinconie, nostalgie, che sono il nutrimento di tutti i "se", dicono solo che non ci conosciamo, e ancora viviamo il delirio dell´onnipotenza, come se a noi tutto fosse stato possibile, quando invece l´unica possibilità era fare quel che eravamo. Ogni rimpianto ha del patetico e soprattutto denuncia una radicale ignoranza di sé. E allora tornano utili i due moniti dell´oracolo di Delfi che Platone erge a principi dell´etica: «Conosci te stesso» (perché se non ti conosci fai scelte che non si accordano con la tua personalità), e poi, dopo esserti conosciuto, realizza ciò che sei "secondo misura", (perché puoi essere un poeta, ma magari non come Dante, puoi essere un pittore, ma magari non come Michelangelo), e se non conosci la misura vai incontro alla rovina.
È bello sentire i racconti degli anziani che, al confine della loro esistenza, affollano i loro discorsi con una serie infinita di "se" e di "ma". Stanno cercando tutte le vite che nella loro immaginazione potevano vivere e non hanno vissuto. Stanno recuperando tutti gli aspetti della loro personalità rimasti a livello embrionale, e ora fanno la comparsa nella loro memoria, più attenta all´antico che al recente, quasi a compensare l´unilateralità della loro vita, a cui la nostra società li ha obbligati. In questo caso i "se" e i "ma" sono un recupero di sé, un dare compiutezza alla propria esistenza. Mentre ai giovani va ricordato quel monito di Nietzsche: «Diventa ciò che sei» e io aggiungo «senza se e senza ma».