l’Unità 5.4.13
No di Renzi al governo Bersani
Il sindaco incontra Veltroni
Bufera nel Pd: «Parla come il Cav»
vuole stoppare il segretario perché ostacola le sue ambizioni
Zoggia: «Governi lui assieme a Berlusconi»
Crocetta: «È chiaro che vuole sfasciare il Pd»
La Stampa 5.4.13
La rabbia del segretario “Matteo teme il mio successo”
Pierluigi Bersani, segretario del Pd, messo sotto accusa da Matteo Renzi, sindaco di Firenze
Lo sfogo con i fedelissimi: ha paura che riesca a formare un esecutivo
di Federico Geremicca
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Corriere 5.4.13
Accuse al Rottamatore di «ragionare come Berlusconi»
L'ira dei bersaniani contro Renzi
E il fantasma scissione veleggia il Pd
Nel partito si formano nuovi equilibri: Veltroni e i «giovani turchi» riprendono i contatti con il sindaco
di Maria Teresa Meli
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Repubblica 5.4.13
Indignazione al quartier generale del partito per gli attacchi del sindaco: “I passaggi li detta la Costituzione”
Gelo di Bersani: “Matteo è un qualunquista ora l’intesa sul Colle può portarci al governo”
di Goffredo De Marchis
ROMA — Al quartier generale del Pd raccontano che «c’è una certa indignazione per le parole di Renzi », che la reazione di Bersani è stata assai dura: «Fa solo demagogia e sparge qualunquismo a buon mercato». Vuole andare a votare? «Prima bisogna comunque eleggere il presidente della Repubblica. Non è la politica che perde tempo. È la Costituzione che lo dice».
La bacchettata di Napolitano al sindaco è stata accolta con un sorriso di compiacimento. Ma per la nascita del governo di cambiamento, per l’ascesa del segretario a Palazzo Chigi i problemi restano tutti lì. Ci si gioca l’intera posta nella partita del Quirinale. «Sul nome del Colle — dicono adesso a Largo del Nazareno — bisogna costruire le basi di un governo solido. Non possiamo più stare fermi alla “non maggioranza”, alle uscite dall’aula che consentono di avviare la legislatura. Dobbiamo uscire da questo schema». Non è un’apertura al governissimo. Ma da giorni il vertice del Pd ha preso atto del «fallimento della scorsa settimana ». Comincia a farci i conti. Monitorando anche la discussione interna ai 5stelle.
È una correzione in corsa che andrà sviluppata nei colloqui di questi giorni, compreso quello con Silvio Berlusconi, previsto per la prossima settimana. Già martedì però si riuniscono i gruppi parlamentari del Pd e Bersani è chiamato a presentarsi con una proposta di alleanze definita. Perché le insidie si nascondono anche nel suo partito. Il segretario ha chiesto «sacrifici enormi», come riconosce lui stesso al suo gruppo dirigente sparigliando sulle presidenze delle Camere e su altri ruoli istituzionali. E sa che da più parti si moltiplicano le lamentele per la mancanza di collegamenti tra i collaboratori più stretti del leader e la pancia del Pd. Occorre quindi rassicurare, dare garanzie, respingere gli attacchi dei renziani e i malumori di altre correnti. Il voto per il capo dello Stato è una lotteria a scrutinio segreto e i franchi tiratori possono rovinare anche il piano più organizzato. «So che è già partito un treno di obiezioni. Si muove con tre vagoni — ha spiegato il leader ai suoi interlocutori —. Il bombardamento quotidiano di Renzi, l’argomento che l’ostacolo sono io e mi devo fare da parte e il tema “del Pd che esplode”».
È una questione di tenuta. «Le spalle sono larghe», assicurano i fedelissimi. Ma il nervosismo si vede a occhio nudo. Martedì, ai gruppi, la strada non sarà in discesa. E qualcuno sta pensando di far sentire la voce di chi si lamenta per «un Bersani che fa tutto da solo, confrontandosi soltanto con i suoi amici e con Enrico Letta». Lo farà, forse, con una lettera aperta. In questi giorni, Bersani non sente né D’Alema (che ieri è partito per gli Stati uniti), né Veltroni. I giovani turchi non vengono consultati, interrotti i contatti tra Vasco Errani e Renzi per ovvi motivi, resta il filo diretto con Franceschini. I capigruppo Zanda e Speranza fanno il possibile per compattare l’esercito di 400 parlamentari, ma la missione è tutt’altro che semplice.
Il confronto con Mario Monti però è stato un toccasana. Bersani ha incassato il via libera incondizionato del premier. «Ormai con Scelta civica siamo una cooperativa », ha annunciato ai suoi fedelissimi tornando a Largo del Nazareno. Sui voti dei montiani al Senato, si può contare. Non ci saranno rilanci sulle larghe intese. Anche Monti seguirà lo schema del doppio binario. È un tassello che va al suo posto. Ma non basta.
il Fatto 5.4.13
Guerra a sinistra
Renzi vuole giocarsi il Colle. I bersaniani: “Sei come B.”
di Fabrizio d’Esposito
Come spesso capita nel centrosinistra, è l’ex dc Beppe Fioroni, ala cattolica del Pd, a sviscerare il vero nodo della nuova guerra tra Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi. Fioroni cita Fabrizio De Andrè e dice: “La linea di Matteo? Come cantava De Andrè ‘danno buoni consigli quelli che hanno smesso da poco di dare cattivi esempi’. Cercare di far saltare la scelta di un presidente condiviso con diktat come ‘o governissimo o voto’, tirare sempre l’idea dell’inciucio è un atteggiamento irresponsabile, se questa fosse la tentazione”.
Il senso è questo: le ultime uscite del sindaco di Firenze, prima “la politica sta perdendo tempo”, poi “accordo con il Pdl o voto subito, basta con umiliazioni dai grillini”, vengono decifrate da bersaniani e non come il tentativo di Renzi di entrare a piedi uniti nella trattativa tra il segretario e Berlusconi per un nome condiviso al Quirinale. Non a caso, il timing della sua offensiva è stato calcolato dopo l’apertura del leader democrat al Cavaliere sulla successione a Giorgio Napolitano. Il Rottamatore vuol contare in questa partita e si fa anche l’ipotesi che possa far parte dei grandi elettori toscani e guidare la sua pattuglia di cinquanta parlamentari nelle votazioni che cominceranno il 18 aprile. Cinquanta teste che potrebbero amputare la minaccia bersaniana di far eleggere, dal quarto scrutinio in poi, il capo dello Stato “da una sola parte”, cioè il centrosinistra. Non solo. L’ansia un po’ scomposta di Renzi, che ha pure causato la reazione furibonda di Napolitano sulla perdita di tempo, “non è vero” ha replicato il presidente della Repubblica, l’ansia, dicevamo, trova una ragione anche nella strategia del segretario del Pd. In pratica, Bersani non molla e punta ancora al governo di minoranza e con un nuovo capo dello Stato, non più in semestre bianco come Napolitano e con pieni poteri di scioglimento del Parlamento, è convinto di farcela. In questo modo, al prossimo giro di consultazioni, con la pistola dello scioglimento anticipato sul tavolo, verranno fuori bluff e timori degli altri partiti. Il fidatissimo Davide Zoggia lo spiega apertamente: “Noi siamo molto fiduciosi sulla possibilità che nasca il governo del cambiamento”. Zoggia sconfessa e massacra Renzi, e con lui tanti altri bersaniani che paragonano sic et simpliciter il sindaco di Firenze al Cavaliere. Dice: “Berlusconi ripete ossessivamente che o si va col Pdl o si va al voto. Se Renzi si vuole accomodare e fare il governo con il Pdl non è la linea scelta dal partito”.
LA LINEA di frattura nel Pd, apertasi con lo scontro alle primarie, dipende quindi dal grande gioco del Quirinale. E se davvero Bersani dovesse varare il suo esecutivo di minoranza, l’onere della tanto evocata scissione, ipotesi di nuovo gettonatissima, toccherebbe a Renzi, il quale ha puntato le sue fiches sul voto anticipato nella finestra estiva, tra fine giugno e inizio luglio. Gli scenari che ruotano attorno a lui sono diversi e in ogni caso i fedelissimi del segretario del Pd dicono: “Se va via, prenderebbe la metà dei voti che invece avrebbe con il centrosinistra”. Viceversa, se a perdere sarà Bersani, la guerra condurrà all’implosione del Pd. Alcune componenti, tipo i “giovani turchi”, considerano impossibile la convivenza con Renzi nello stesso partito.
Ma per delineare un quadro più realistico è necessario appunto attendere la partita per il Colle. Ieri Bersani ha visto Monti per affrontare la questione del metodo sul nome condiviso. Il leader democrat avrebbe avuto anche la sensazione che l’attuale premier non abbia del tutto abbandonato il sogno di andare al Quirinale (promessa che lo stesso Bersani fece a Monti qualora fosse rimasto riserva della Repubblica senza salire in politica). La prossima settimana dovrebbe poi esserci l’atteso faccia a faccia con il Cavaliere. Stando ai boatos bipartisan, il candidato più quotato al momento resta Franco Marini, altro cattolico del Pd e che l’ex ministro berlusconiano Rotondi voterebbe sin dal primo scrutinio. Poi il solito Amato. Quasi nulle, invece, le speranze per D’Alema, il cui nome viene fatto a ripetizione per bruciarlo. Bersani assicura che adesso ricercherà solo il metodo. Per i nomi c’è tempo. Anche perché, ha confidato, “bisognerà tenere conto della nuova fase del paese”. È il metodo Grasso, che potrebbe portare ovunque.
La Stampa 5.4.13
La sinistra tra Fonzie e Nanni Moretti
Eterno Happy Days Renzi-Fonzie? Nanni Moretti disse che erano in realtà D’Alema e Veltroni a passare i pomeriggi su Happy Days
di Jacopo Iacoboni
Ci risiamo: la sinistra e Fonzie. Matteo Renzi, come sapete, è andato ad Amici vestito col chiodo, i jeans attillati e le scarpe nere abbastanza a punta, e tutti a dire ecco Fonzie. Ma Fonzie, converrà ricordarlo, a torto o a ragione resterà agli annali come l’idolo di un altro leader: Massimo D’Alema. L’intuizione la ebbe Nanni Moretti, che lo conosceva bene. Nel ’97, girando una scena di Aprile sul litorale di Brindisi dove poche settimane prima c’era stata l’ennesima tragedia di una nave carica di immigrati albanesi, se ne partì con una delle filippiche più divertenti della sua carriera: «Il fatto che in questi giorni qui in Puglia non sia venuto neppure un dirigente della sinistra non è un sintomo della loro assenza politica, ma soprattutto della loro assenza umana, proprio non gliene importa niente... io me li ricordo, negli anni settanta, a Roma, la Fgci... (scandito con disprezzo morettiano), i giovani comunisti romani stavano tutti i pomeriggi a guardare Happy Days, Fonzie», e mentre lo dice Nanni fa due volte il celebre gesto di Fonzarelli, «ehi» coi due pollici alzati. «Questa è la loro formazione: politica culturale, morale».
Con chi ce l’aveva è chiaro, i capi della Fgci a metà degli anni settanta furono Massimo D’Alema, e a Roma Walter Veltroni. Moretti sfottendoli avviava quella parabola contro «quei dirigenti coi quali non vinceremo mai» conclusa col grido di piazza Navona; salvo poi rientrare all’ovile pure lui, è storia di oggi, e mettersi a sostenere Bersani. Ma nel ’97 il regista coglieva invece un nervo vivo, quella frivolezza cultural-sentimentale tutta Fonzie (o Ricky Cunningham) e biliardino che sarebbe stata per anni la cifra profonda della sinistra italiana. Ne nacque dibattito surreale.
Nove anni dopo intervenne l’attore di Fonzie, Harry Winkler, «non sa parecchie cose, Moretti. Happy Days è tutt’altro che qualunquista», disse. Si mosse Michele Serra. Traccheggiando: «Prima che qualche malintenzionato si impossessi di un quesito così nevralgico per le sorti della sinistra italiana, facciamolo nostro. Dichiarando subito che noi stiamo con entrambi. Con Moretti e con Fonzie», cioè anche con D’Alema-Veltroni. Apprendemmo che, mentre Robin Williams in Mork di Ork era un sincero democratico, «Fonzie ci pareva soprattutto un divertentissimo cazzaro». E tuttavia, amato da Schroeder e Bush junior; e pure dal vecchio Gerald Ford, che ne saccheggiò l’immagine per i manifestini elettorali del ’74, Fordzie, un’America che uscendo dal Vietnam aveva voglia di Fonzarelli, non più di Saigon.
Ora tocca a Renzi salire sulla motocicletta, davvero come Fonzie, e sorpassare in tromba tutto questo.
Repubblica 5.4.13
Patto Bersani-Monti per il nuovo presidente
Pd e Scelta civica contano su 570 “grandi elettori”, sufficienti per l’elezione
di Francesco Bei
ROMA — Parte la trattativa sul Quirinale. Ieri il faccia a faccia tra Bersani e Monti, lunedì (forse) quello con Berlusconi «in campo neutro», ovvero in Parlamento. Il segretario del Pd non rinuncerà a chiedere udienza anche a Grillo. Per quasi due ore Pierluigi Bersani e Mario Monti siedono uno di fronte all’altro nello studio del premier a palazzo Chigi. Era da tempo che non accadeva e l’atmosfera è rilassata. «Quasi di connivenza », scherza chi ha assistito almeno a parte della conversazione. Si parla di tutto, ma il tema vero è ovviamente il Quirinale. E tra i due leader si arriva a siglare un vero e proprio «patto di consultazione » in vista delle prossime mosse.
In sostanza ora centrosinistra e Scelta Civica marceranno insieme, potendo così arrivare a un pacchetto di 570 grandi elettori, sufficienti dopo il terzo scrutinio a portare al Colle un loro candidato. E tuttavia «il metodo» che Monti e Bersani condividono è un altro: «Cercheremo convergenze ampie ». Significa che, almeno all’inizio, si farà un tentativo di coinvolgimento del centrodestra. «Nonostante i continui attacchi che ricevo da personaggi come Brunetta e Gasparri — spiega il premier — dobbiamo sforzarci di procedere in una logica di inclusione». Un discorso che, per Monti, dovrebbe valere anche per il dopo, ovvero per il governo. Ma su questo punto le strategie dei due divergono e non si scostano dalle posizioni ormai fossilizzate da settimane. E tuttavia anche sul Quirinale la disponibilità al dialogo espressa dal segretario del Pd incontra alcuni limiti. A Monti Bersani anticipa infatti che la trattativa con Berlusconi «va portata avanti, ma su un nome potabile». Potrà pur essere «un moderato», ma senza farsi dettare condizioni dal Pdl. «Tocca noi avanzare una proposta — ripete il leader Pd — , ovviamente in “cooperativa” con voi di Scelta Civica ». Di nomi si è parlato eccome, ma i due leader hanno avuto l’accortezza di appartarsi da soli. Alla fine l’identikit che ne esce, così come viene riferito agli uomini del Nazareno è quello di una personalità «rigorosa», ma che non sia «ostile, fino a prova contraria, nei confronti del Pdl». Un profilo che si attaglia a molti dei candidati in pectore, da Giuliano Amato a Massimo D’Alema, da Franco Marini fino a Luciano Violante e Pietro Grasso. E proprio Grasso potrebbe rivelarsi utile, se non altro perché la sua elezione al Colle libererebbe il posto da presidente del Senato per un esponente del Pdl (il “saggio” Quagliariello).
Se sul Quirinale l’intesa Monti-Bersani sembra solida, è quando si passa a discutere di quello che accadrà dopo che le strategie non coincidono più. Il premier infatti ribadisce che anche per il governo l’unica soluzione è quella di un pieno coinvolgimento del Pdl. Mentre il segretario Pd resta scettico.
«Ma scusa — è lo sfogo che viene riproposto a Monti — l’esperienza con Berlusconi l’abbiamo pagata sia io che te alla elezioni e non abbiamo risolto niente. Avremmo dovuto cambiare l’Italia e invece, per colpa del Pdl, siamo rimasti fermi. Io non mi ci voglio più trovare in una situazione in cui non solo non si cambia nulla ma alla fine il Cavaliere ti lascia sempre con il cerino in mano».
A difendere questa frontiera, quella del governo del “cambiamento”, Bersani non è solo. Anche Sel a un governo con Berlusconi non ci starebbe mai. Per questo, secondo Nichi Vendola, già dall’elezione del successore di Napolitano sarebbe opportuno lasciar perdere le tentazioni delle larghe intese e riproporre invece il metodo Boldrini-Grasso. Con un outsider, che scompagini i giochi e lanci un ponte verso i Cinquestelle. «Con questi ragazzi di Grillo — confida Vendola in un Transatlantico deserto — noi ci parliamo. Molti di loro ci hanno votato in passato. Alcuni sono persino venuti da me a raccontarmi che avevano ricopiato le mie poesie sul diario ai tempi del liceo». Certo, il leader di Sel è consapevole che nel Pd, dopo l’affondo di Renzi, è in corso un congresso sotto mentite spoglie. E la partita del Quirinale rischia di spaccare definitivamente il partito. «Ma come diceva Pasolini, “piange ciò che muta, anche per farsi migliore”. In queste due settimane siamo entrati in un’acceleratore che cambierà per sempre non solo il Pd ma tutta la politica italiana». Vendola non è l’unico a prevedere lacerazioni tra i democratici. Sul fronte opposto, quello che guarda alla larga coalizione con il centrodestra, anche Beppe Fioroni mette in guardia chi immagina candidati che possano risultare troppo «divisivi» e ostili pregiudizialmente al Pdl: «Un presidente condiviso sarebbe la prima vera riforma italiana. Ma un presidente da combattimento provocherebbe un Big Bang nel Pd dalle conseguenze micidiali».
Tra candidati che finiscono sott’acqua e altri che si affacciano, ieri è stata la giornata in cui un partito è venuto alla scoperto ufficialmente con una proposta: i socialisti di Riccardo Nencini, alleati del Pd, hanno riunito la Direzione votato Emma Bonino for president. Sotto traccia si fanno altri nomi di outsider. A sorpresa spunta quello del filosofo Massimo Cacciari, attento al fenomeno grillino.
Repubblica 5.4.13
Pisapia: non mi candido alle primarie, resto a Milano
“Pierluigi alle Camere con 5 punti ma al Quirinale Rodotà o la Bonino”
intervista di Alessia Gallione
MILANO — Indica una priorità: «L’elezione, possibilmente con un’ampia maggioranza, di un presidente della Repubblica che sia una figura di garanzia per tutti, come ad esempio, Emma Bonino o Stefano Rodotà». Una scelta che, per Giuliano Pisapia, non potrà essere presa sull’onda dell’emergenza e neppure «essere condizionata da “trattative” sul governo». La strada che traccia è chiara. E bisogna fare in fretta perché, avverte il sindaco di Milano, «il Paese rischia di scoppiare ». Subito dopo l’elezione per il Colle, «Bersani si presenti alle Camere con 5 punti programmatici e su quelli chieda la fiducia a ogni singolo parlamentare ». Se quel tentativo fallisse, non resterebbe che il voto. Nessuna alternativa, tanto meno «alleanze con il Pdl o un governo dei tecnici».
Come vede l’impasse che si è creata e come se ne può uscire?
«Dobbiamo salvare l’Italia, garantire il presente e il futuro dei giovani e di chi, giovane, non lo è più. È indispensabile che vengano affrontati, rapidamente, interventi che portino alla crescita e a nuova occupazione, uniti a giustizia sociale ed equità».
I “Saggi” sono una risposta?
«Napolitano ha creato le condizioni per evitare un rischio enorme, cioè che la scelta del prossimo presidente della Repubblica, potesse essere determinata o addirittura condizionata dalla decisione, pur urgente, di affidare un incarico di governo. Sarà fondamentale indicare una persona che abbia la fiducia del Paese e un consenso più ampio possibile, non solo del centrosinistra. A quel punto, se non si dovesse uscire da questo ginepraio, un Capo dello Stato nel pieno dei suoi poteri potrebbe indire nuove elezioni o, ma è solo un’ipotesi di scuola peraltro prevista dalla Costituzione in casi come questo, sciogliere una sola Camera. Con un presupposto indispensabile: una nuova legge elettorale».
Per il Quirinale ha nomi in mente?
«È importante dare un forte segnale di cambiamento rispetto al passato. Mi permetto di fare due nomi, che mi sembrano esempi eccellenti per la loro esperienza istituzionale e garanzia per tutti. Come del resto è stato Napolitano che va ringraziato per il grande lavoro fatto per il Paese, con equilibrio e senso dello Stato. Sono tanti gli uomini e le donne di grande livello, ma per rispettare la parità di genere cito Bonino e Rodotà».
Dopo il Colle, quale dovrebbe essere il percorso?
«Si dovrebbe permettere a Bersani di andare in Parlamento a presentare un programma di scopo: 4 o 5 punti urgenti, non formule generiche ma disegni di legge precisi e, sulla base di quelli, verificare se ci sarà la fiducia. Ogni singolo parlamentare, ogni gruppo dovrebbe assumersi la responsabilità di dire sì o no. Sarebbe un governo a tempo. Se non ci sarà la fiducia, non vedo altra alternativa alle elezioni anticipate ».
È un modo per “stanare” i grillini?
«Quando ci sono decisioni che riguardano il bene del Paese non può esserci il vincolo dell’appartenenza partitica, ogni parlamentare si deve assumere le proprie responsabilità».
Nessuna alleanza con il Pdl, quindi?
«È improponibile. Non è un problema di principio, ma le grandi coalizioni possono coesistere su punti precisi, fiducia reciproca, condivisione di valori e obiettivi. Questo non può esserci con il Pdl. Al primo disegno di legge su temi delicati, dall’economia alla giustizia, finiremmo in un immobilismo dannosissimo per il Paese».
Se si arrivasse al voto, lei si candiderebbe come “anti-Renzi”?
«No, io ho preso l’impegno di fare il sindaco. E Milano è fondamentale per l’Italia. Sollecitazioni ne sono arrivate, ma non sarebbe serio lasciare la mia città. Condivido pienamente la posizione di Renzi sul fatto che il futuro candidato premier debba essere scelto con le primarie. Da parte mia mi impegnerò al massimo perché il centrosinistra, guidato da chi vincerà le primarie, governi il Paese».
Bersani dovrebbe continuare a rimanere in campo?
«Mi sembra che lui stesso abbia detto che la sua occasione era questa. Dimostrare la capacità di avere anche un ruolo diverso sarebbe un segnale di cambiamento. In ogni caso le sue qualità e la sua esperienza potranno essere utili».
Questo stallo quali ripercussioni ha sui Comuni?
«Per gli enti locali il momento è disastroso, anche per colpa di chi prima ha negato la crisi e poi approvato tagli insostenibili. È fondamentale avere un governo solido con cui discutere. Faccio solo due esempi importanti per Milano: noi stiamo contrastando con ogni mezzo una multa europea da 360 milioni di euro che riteniamo del tutto ingiustificata peraltro si riferisce alle passate gestioni - e che sta mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro in un’azienda come Sea Handling. Senza l’appoggio dell’esecutivo, però, il Comune da solo non ce la può fare. E poi c’è Expo, che può essere un’occasione di rilancio per l’Italia: se non si comprende che è un tema nazionale non potrà essere il successo auspicato. Infine, i pagamenti delle pubbliche amministrazioni: Milano è in regola, ma darebbe a molti Comuni la possibilità di pagare i debiti e rilanciare economia e occupazione».
l’Unità 5.4.13
Grillo teme la ribellione e convoca i parlamentari
5 Stelle a rapporto da Grillo. In segreto
Oggi l’incontro con i parlamentari M5S per far rientrare nei ranghi i dissidenti
Top secret il luogo, niente diretta streaming
di Andrea Carugati
ROMA Il partito della trasparenza a 5 stelle si vedrà oggi con il Capo supremo Beppe Grillo che, dopo giorni di invettive e scomuniche via web, ha deciso di incontrare la truppa dei parlamentari (molti li ha visti una volta e solo di sfuggita) per serrare le fila e mettere fine ai distinguo e ai malumori sulla linea oltranzista del dopo elezioni.
Nebbia fitta sul luogo dell’incontro, nessuna diretta streaming, un parlamentare spiega che «nella mail che abbiamo ricevuto c’è scritto che la località è segreta». Si parla di alcuni pullman in partenza stamattina dalla Capitale, con destinazione ignota alla maggiori parte dei passeggeri. Il tutto, naturalmente, per evitare la scomoda presenza dei giornalisti. Le ipotesi sono le più disparate: si è parlato dell’Aquila, dove molti grillini stasera saranno impegnati nella fiaccolata per l’anniversario del terremoto. Ma anche di una località nei dintorni di Roma.
Il clima da spy story è facilmente spiegabile. Ieri nella truppa è scoppiata un’altra “bomba”. Il parlamentare siciliano Tommaso Currò, intervistato dalla Stampa, ha sparato a zero sul quartier generale, utilizzando parole blasfeme sull’opportunità di un confronto col Pd visto che «la sensibilità è comune su molti temi». Una bestemmia per il comico genovese. Anche perchè Currò, 39enne di Catania, laureato in Fisica, attivista dal 2011, ha spiegato che «io non sono uno schiaccia bottoni per conto di Grillo e Casaleggio, sono un cittadino che vuole prendersi le sue responsabilità e dialogare». E ancora: «Non credo che siamo pronti per governare da soli. Bisogna comprimere il potere dei comunicatori ed espandere quello dei parlamentari. Altrimenti la nostra diventa solo propaganda. E a me la propaganda puzza di fascismo». C’è n’è in abbondanza per parlare di intelligenza con il nemico “Pdmenoelle”. E anche per qualche provvedimento disciplinare.
Ieri non è successo nulla, pare che Grillo intenda regolare i conti direttamente oggi. Durante l’incontro che dovrà servire per “educarne 160”, per mettere all’indice l’esempio cattivo della «scilipotizzazione». Currò però non ci sarà. Sarà impegnato in una iniziativa pubblica in Sicilia con altri parlamentari. «Un impegno preso da tempo con la sua base elettorale», spiegano dal suo staff. Ma non è l’unico che darà “buca” al capo. Altri parlamentari hanno già preso altri impegni. C’è chi, ad esempio, non vuole perdersi la fiaccolata all’Aquila «che è più importante dell’incontro con Beppe».
Lo stesso Grillo aveva profetizzato qualche forma di diserzione all’indomani delle elezioni. «Almeno il 15% di voi potrebbe tradirmi, l’ho già messo nel conto», disse ai primi di marzo ad alcuni suoi parlamentari.
Ieri l’intervista di Currò è piovuta come una clava sui parlamentari. «La sua è una posizione nota e isolata», ragiona Andrea Cecconi. Più dura la marchigiana Patrizia Terzoni: «La sua mozione dialogante l’abbiamo discussa in assemblea. E ha preso 4 voti. A che serve continuare a ripeterla? Abbiamo deciso a maggioranza e questa linea deve valere per tutti». E ancora: «Io Grillo l’ho visto una volta, ma condivido quello che scrive sul blog. Sono le idee del movimento. Se avessi altre idee non mi sarei candidata...».
Altri, a mezza voce, spiegano che il deputato catanese «ha qualche ragione, ma ha sbagliato i tempi». Altri ancora si guardano intorno, aspettando di vedere se la fronda assumerà una qualche consistenza, confidando i dubbi solo agli amici più fidati, per evitare di finire nel tritacarne. Molti temono le urne, visto che i sondaggi sono in calo (una rilevazione Emg per La7 spiega che il 20% degli elettori grillini vorrebbe la fiducia a un governo Pd, e che solo il 74% degli elettori di febbraio rivoterebbe i 5 stelle, che scenderebbero al 21%).
Molto diffuse le perplessità su come è gestita la comunicazione, tema di cui hanno discusso ieri i senatori. Il “coperchio” escogitato da Grillo e Casaleggio, nominare il coordinatore Claudio Messora al Senato (ieri si è affiancato per la Camera Nicola Biondo, collaboratore siciliano dell’Unità), finora non sembra aver funzionato. I grillini lamentano di finire sui giornali solo per le polemiche, e non per l’attività svolta in Parlamento. «Non ho mai detto che Bersani era meglio di Monti. Voi giornalisti avete tradotto male, Grillo non ha smentito me ma una notizia falsa», ha protestato ieri il capogruppo Vito Crimi. «Il clima tra noi è perfetto, e non è affatto vero che ho pensato di dimettermi...».
Grillo, intanto, dal suo blog, torna a picchiare contro i giornalisti: «È colpa loro se molti italiani vivono in un gigantesco Truman Show. È un’informazione di regime, simile alle purghe staliniane». Segue la proposta di vendere due canali Rai e di tenerne solo uno «senza pubblicità». «La Rai è un servizio pubblico indecente, il megafono dei partiti», tuona. Risponde l’Usigrai: «Ma Grillo di cosa parla? I canali Rai non sono 3 ma 14...».
il Fatto 5.4.13
Oggi vertice con Grillo
5 Stelle bendati alla meta (e in rotta con i comunicatori)
di Paola Zanca
I pullman accendono i motori stamattina alle 9.30. Sono lì, roboanti su piazzale Flaminio, alle spalle di piazza del Popolo. Uno alla volta, i 163 eletti Cinque Stelle salgono a bordo. Per andare dove? Non lo sanno nemmeno loro. Come a mosca cieca cercheranno di toccare Beppe Grillo. Lui li aspetta in una località segreta, forse subito fuori Roma, forse a l'Aquila. L'ultimo messaggio lo ha lasciato ieri sul blog. “Una parte della popolazione italiana vive in un gigantesco Truman show, la cui responsabilità va attribuita per intero ai giornalisti italiani”. I parlamentari si rasserenino. Parla della Rai ostaggio dei partiti, non di loro, seduti su un pulmann che non sanno dove va. Lo ha fatto per evitare che la stampa li segua fin lì, nel conclave più atteso da quando il boom li ha portati in Parlamento. Il primo chiesto dagli eletti in persona, amareggiati perchè Grillo li ha cacciati in questo caos e poi è sparito. E quando appare, lo fa solo per smentire o richiamare all’ordine le schegge impazzite. Ieri è stata la volta di Tommaso Currò, il deputato siciliano che a La Stampa ha detto che con il Pd bisogna confrontarsi, altrimenti l’occasione del Movimento è già perduta. Ma per lui, non servono pubbliche reprimende. Grillo se ne guarda bene, ai deputati viene consigliato di buttare giù un comunicato stampa di condanna ma alla fine non se ne fa nulla. Sono arrabbiati, i colleghi di Currò. Offesi, perfino, perché “se uno dice che non è uno ‘schiaccia bottoni’, praticamente sta dicendo che gli altri lo sono”, tuona Alessandro Di Battista.
EPPURE, più che la rabbia prevale la preoccupazione. E più che Currò, fa paura quello che gli gira intorno. Ricordano che il giorno in cui Currò, in assemblea, anticipò l’intemerata finita sui giornali, un collega si alzò a stringergli la mano, altri quattro o cinque cominciarono ad applaudire, fermandosi appena realizzato il gelo generale. La conta è cominciata. Dicono che siano al massimo 9, i dissidenti veri, quelli disposti a parlare con il Pd. Nell’elenco finiscono subito Matteo Dell’Osso e Girolamo Pisano, i due che quel giorno, come Currò, votarono contro l’A-ventino. Ma intorno c’è un’altra zona grigia, quella che con i democratici non parla, ma vuole far uscire dal Movimento proposte concrete e nomi da candidare al governo. Qui i nomi salgono almeno a 30. C’è il veronese Tancredi Turco, per esempio, convinto che “siamo ancora in tempo. Proporre dei nostri nomi - dice - avrebbe un impatto mediatico fortissimo e costringerebbe il Pd a trattarci alla pari”. C’è la senatrice Alessandra Bencini, la sola (su 53) a confessare che se dovesse votare contro Bersani avrebbe dubbi e difficoltà. C’è Mara Mucci, uscita piuttosto provata dalla riunione di due giorni fa, quella in cui si è deciso per l’ennesima volta, che di nomi sul tavolo non se ne mettono. Ci sono i senatori che votarono Grasso e che potrebbero di nuovo trovarsi a scegliere il meno peggio (da Francesco Campanella a Mario Giarrusso). Ci sono i friulani Aris Prodani e Walter Rizzetto, astenuti sul tema.
Oggi, immaginano che Grillo la fatidica domanda la farà. “C’è qualcuno che non è d’accordo”. L’ha già fatta alla prima riunione, nell’albergo romano. Allora nessuno alzò la mano. Adesso, chissà.
Di certo, a Beppe parleranno della “comunicazione che non ingrana”. Dopo i malumori per l’arrivo di Nik il nero e le lamentele dei deputati per l’abbandono della Camera (ora è arrivato Nicola Biondo) ieri, al Senato, i toni contro Claudio Messora si sono fatti piuttosto accesi. Non piacciono i modi del blogger/consulente spedito da Casaleggio a normalizzare gli eletti. “È tutto troppo centralizzato”, dicono. Per questo ieri, nelle commissioni, hanno deciso che le comunicazioni sull’attività svolta, le faranno da soli. Claudia Mannino ha cominciato ieri sera alle 20.15: “Ragazzi - scrive su Facebook - visto che il blog ritarda nel pubblicare l’articolo relativo agli importanti obiettivi raggiunti oggi in Ufficio di Presidenza... ecco il Comunicato Stampa! ”.
Corriere 5.4.13
La quota degli insoddisfatti oscilla tra 30 e 40 su 163 onorevoli
Cinquestelle, resa dei conti
Grillo affronta i «ribelli» Nove pronti a votare la fiducia
I parlamentari con un bus in un posto segreto
di Alessandro Trocino
qui
Repubblica 5.4.13
Il governatore siciliano Crocetta: Grillo punta a un abbraccio Pd-Pdl, per questo l’area del dissenso cresce
“Li conosco, un deputato M5S su tre è pronto a un governo di innovazione”
di Emanuele Lauria
PALERMO — Lui, l’inventore del modello Sicilia, i grillini li conosce bene. Ne vede molti ogni giorno a Palermo, parla con altri a Roma. E oggi Rosario Crocetta è sicuro: «Mi risulta direttamente che l’area del dissenso, fra gli esponenti di 5stelle, si allarga: il 30 per cento dei parlamentari oggi non capisce la linea di Grillo, quella del no a oltranza al dialogo ». Ecco perché il presidente della Regione siciliana è convinto che «alla fine il governo partirà: non credo che si tornerà alle urne». Ma in caso contrario, rivela Crocetta, lui è pronto a presentare proprie liste (quelle del Megafono) in tutt’Italia. E non esclude di proporsi, in forza anche del suo feeling con il popolo grillino, a eventuali primarie del centrosinistra. «Io faccio il governatore. Ma se qualcuno ritiene che possa fare altro...».
Presidente, pare sia l’ora dei pontieri fra Pd e M5S.
«Cominciamo col dire che il ponte non esiste. Grillo sta forzando dentro il suo movimento. Non vuole il dialogo perché lavora a un accordo Pd-Pdl. Così può tenere la linea di opposizione più gradita, costruirsi l’avversario ideale. Così facendo, è evidente, allarga l’area del dissenso interno».
Questo le risulta direttamente?
«Sì, direttamente. Parlo con tanti grillini. E i perplessi, sulla linea dura, non sono certo solo siciliani. Diciamo che c’è un trenta per cento che non è d’accordo con la posizione oltranzista del leader. Parlamentari che, per gran parte, di fronte a un programma innovatore, a cose concrete, non si tirerebbero indietro. Non è poco... Spero che il Pd non molli e porti avanti una proposta riformatrice. Il governo partirà. E poi vedremo se i grillini resteranno sull’Aventino o se, come in Sicilia, non si mostreranno accorti e attenti nel valutare caso per caso i provvedimenti utili».
Sempre con Bersani premier?
«Sì. L’alternativa, in ogni caso, non può essere Renzi: sarebbe una catastrofe, sfascerebbe il partito. In assenza di Bersani, i nomi andrebbero trovati fuori dal recinto stretto del Pd: penso a figure istituzionali come Grasso o la Cancellieri».
Lei si spende, intanto, per convincere le anime smarrite di M5S. Ha un mandato del Pd?
«No, guardi, sono un volontario, mi piace risolvere i problemi e sento tanta gente, di 5stelle e non solo. Poi, per carità, parlo quasi quotidianamente con Migliavacca, di tutto...»
Dicono che se si tornasse al voto lei vorrebbe scendere in campo da protagonista.
«Di certo presenterò liste del Megafono in tutt’Italia, per dare una mano al centrosinistra. Se allude ad altro, cioè a una mia candidatura ad eventuali primarie, le dico che sono stato eletto per fare il governatore. Poi, se qualcuno ritiene che possa fare altro, vedremo...».
Intanto sta recuperando Ingroia.
«L’ho incontrato oggi, per un caffè. Mi piacerebbe portare nel mio Megafono quell’area della sinistra da lui rappresentata. È un grande magistrato, se lui è disponibile potrei utilizzarlo anche in Regione»
Licenziati dalla giunta Battiato e Zichichi, ha nominato assessore al Turismo la sua assistente, Michela Stancheris. Non è un’inversione a U?
«La Stancheris conosce tre lingue, le procedure parlamentari dell’Ue, dà del tu ai commissari europei. È bergamasca? No, è una cittadina del mondo. E poi sfatiamo un tabù: gli assessori non devono essere nemici, io ho bisogno di amici. Perché sono un povero disgraziato che deve difendersi dai poteri forti della Sicilia. A partire da quelli criminali».
Corriere 5.4.13
Cercasi addetto stampa, a 2,5 euro all'ora
Lo scivolone del deputato 5 Stelle
L'Ordine dei giornalisti reagisce: «Non vogliono solo servi, ma anche schiavi sottopagati»
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Corriere 5.4.13
E il leader tentò di brevettare la parola «Dio»
MILANO — La parola «Dio scritta in stampatello, riprodotta in qualsiasi colore e dimensione». Un marchio da registrarsi sotto le voci «servizi personali e sociali per il soddisfacimento di bisogni personali» o «servizi medici, servizi per l'agricoltura, orticoltura, silvicoltura». La domanda fu respinta. A presentarla fu, come scrive il blog Nonleggerlo citando il giornalista Pietro Salvatori, Beppe Grillo nel 2007; ed è ancora presente sul sito dell'Ufficio brevetti e marchi del ministero dello Sviluppo (il numero è GE2003C000100).
l’Unità 5.4.13
Beppe Grillo, i suoi elettori e i suoi eletti
risponde Luigi Cancrini
psichiatra e psicoterapeuta
Caro Grillo sono un elettore di centrosinistra che ha scelto il M5S perché ha portato nuove idee nella politica italiana. Cosa penso ora? Che dobbiate proporre un nome fuori dai partiti per fare un governo e che le redini del gioco dovrebbe averle il movimento e non te, Beppe. Ma non eri mica il portavoce? A me sembra che usi il tuo blog come il balcone di Piazza Venezia. Hai già fatto tanto, sei nella storia. Ma oggi la voce che abbiamo bisogno non è più la tua.
Tommaso Merlo
Una voce isolata? Può darsi. Il problema del rapporto fra Grillo, i suoi elettori ed i suoi eletti, tuttavia, è un problema serio per chi invoca trasparenza per gli altri ma assai poca ne ha per sé. Gli scandali come quello di Lusi e Fiorito, dice Michele di Salvo in una intervista a l’Unità, «sono emersi perché esisteva un tesoriere, esistevano delle regole cui attenersi nella spesa dei fondi mentre quella di Grillo è un’associazione non riconosciuta, non soggetta al vincolo della trasparenza di bilancio, senza tesoriere, in cui nessuno può sapere come Grillo abbia amministrato, come ha documentato incassi e spese, dove siano finiti quei soldi e a quanto ammontano». Se a questo si aggiunge ora che il blog cui Grillo affida la sua attività politica è anche una macchina che produce molti soldi, come ben documentato nella stessa intervista, la domanda sui vantaggi, economici e d’immagine, che esso procura propone un problema serio sulle ragioni per cui chi dissente deve essere scomunicato. Nei tanto vituperati partiti tradizionali si discute, i tesorieri rischiano, i congressi servono al ricambio della dirigenza. Nel M5S (come nel Pdl) quelli con cui si fanno i conti sono dei padroni cui di tutto si deve rendere conto ma che non devono rendere conto a nessuno di ciò che fanno. Sarebbe questo il nuovo? Davvero vale la pena di rifletterci. Prima che sia tardi.
l’Unità 5.4.13
Scandalo Idi, in manette padre Franco Decaminada
Il manager accusato di appropriazione indebita. Sottratti all’ospedale 4 milioni di euro
di Angela Camuso
ROMA Torna alla ribalta con un arresto eccellente, quello di padre Franco Decaminada, 68 anni, lo scandalo sul dissesto finanziario dell’Idi, l’Istitito Dermopatico dell’Immacolata Concezione con sede a Roma. Della grande struttura sanitaria, già da tempo all’attenzione della pubblica opinione per la forte mobilitazione del personale dipendente in attesa degli stipendi, il sacerdote finito ieri ai domiciliari era amministratore di fatto, in qualità di consigliere delegato, insieme ad altri due imprenditori a cui stata notificata ieri la medesima ordinanza di custodia cautelare: Antonio Nicolella, anche lui ai domiciliari e Domenico Temperini, finito invece dietro le sbarre. L’accusa, scrivono gli inquirenti, è di appropriazione indebita, sino al 2012 in danno della «Provincia Italiana della Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione», ente ecclesiastico, giuridicamente riconosciuto, con oltre 1500 dipendenti e un buco di bilancio di 600mila euro che è proprietario, oltre che dell’Idi, anche dell’ospedale romano San Carlo di Nancy e della casa di cura Villa Paola.
Il lavoro della procura di Roma ha consentito di accertare la sistematica spoliazione delle casse dell’ente per un totale di 14 milioni di euro circa. Nell’ordinanza notificata sono indicate innumerevoli girandole societarie finalizzate ad occultare denaro. Una parte di quei soldi (910mila euro) sarebbero stati reinvestiti da Padre Decaminada per l’acquisto e la ristrutturazione di una villa ad Orbetello (località Bandinella del comune di Magliano) del valore di un milione e mezzo di euro e ora sotto sequestro. Tuttavia sono molteplici, secondo gli inquirenti, le modalità con cui le casse della «Provincia Italiana» sarebbero state svuotate, peraltro anche quando la crisi finanziaria che investiva gli istituti ospedalieri era ampiamente manifesta.
La Guardia di Finanza è riuscita ad esempio a ricostruire operazioni di prelevamento di contante dalle casse dell’Idi giustificati da «rimborsi spese» non documentati o, più frequentemente, totalmente ingiustificati. Padre Decaminada in tal modo risulta essersi appropriato di oltre 2 milioni di euro, mentre l’imprenditore Temperini avrebbe effettuato prelievi non giustificati per oltre 350mila euro. Altro sistema collaudato per drenare denaro era quello delle false fatturazioni: la EleaS.p.a. e la Elea FP S.c.a.r.l., società riconducibili a Temperini, risultano in particolare aver ricevuto dalla Provincia Italiana della Congregazione circa 11,5 milioni di euro a fronte di fatture fittizie. Parte di quel denaro, circa 4,5 milioni di euro, sarebbe poi confluito, attraverso l’emissione di documenti contabili altrettanto fittizi, sui conti correnti di un’ulteriore società intestata a prestanome ma di fatto riconducibile al medesimo Temperini. Da quest’ultima il denaro, poi, sarebbe stato veicolato, mediante bonifici prelievi in contanti, sempre a favore dell’imprenditore, grazie alla complicità a volte della ex moglie, altre della compagna o del padre nonché a favore dell’imprenditore Nicolella e dello stesso Decaminada, direttamente o attraverso una sua società, la Punto Immobiliare s.r.l., formalmente intestataria dell’immobile di Orbetello. Nel tentativo, secondo l’accusa, di ostacolare le indagini, padre Decaminada, una volta saputo di essere sotto inchiesta, aveva donato le quote della Punto Immobiliare s.r.l. alla Provincia Italiana ma tale azione invece che avvantaggiare la sua posizione l’ha aggravata, visto che il gip ne ha ordinato l’arresto proprio per il pericolo di inquinamento.
Nessun commento è stato fatto dalla Santa Sede riguardo all’arresto del religioso concezionista a lungo alla guida dell’Idi e dei suoi collaboratori. Oltretevere tuttavia si ricorda che lo scorso 19 febbraio il cardinale Giuseppe Versaldi, presidente della Prefettura degli Affari economici della Santa Sede, è stato incaricato da Benedetto XVI di guidare la Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione. Decaminada, ieri mattina si trovava in casa di amici e parenti a Soiano sul Lago di Garda, in provincia di Brescia. È stato trasferito nella capitale.
il Fatto 5.4.13
Il peggio della diretta
Sassoli, il candidato abusivo a sua insaputa
di Luigi Galella
È come nella Lettera rubata di Edgar Allan Poe: è sulla scrivania, davanti agli occhi di tutti, ma nessuno la scorge. Dev'essere forse per questo, per la natura duplice e ingannevole dell'apparire - che cela ciò che mostra - che il popolare conduttore del Tg1, David Sassoli, dopo innumerevoli presenze in tv nelle fasce serali di maggior ascolto, presago dell'anonimato, ha avvertito come urgente e necessaria l'esigenza di “manifestarsi”, foderando di sé la città di Roma, per le primarie del centrosinistra e l'elezione del primo cittadino. È anche vero che i volti dei mezzibusti, oltre a scomparire apparendo - a molti riesce alla perfezione - si eclissano del tutto quando dal video letteralmente si assentano. Pochi spettatori se ne avvedono o li rimpiangono, ma nei cuori degli ex rimane la sensazione di un vuoto da colmare. L'europarlamentare del Pd si sarà detto probabilmente che se non ricorreva alle maniere forti, per rinnovare la memoria pubblica del suo volto, c'era il rischio che pochi si ricordassero di lui. Dopo tanta assenza dalla tv bisognava agire massicciamente, trasformando le mura della città in video, e così proditoriamente è stato.
Con prontezza “Striscia la notizia” (Canale5, martedì, 20.30), che sul civismo ha costruito le fondamenta del programma – la satira è il belletto – ha subito rilevato la strafottenza del candidato, che in barba alle norme, anche quelle interne alle stesse primarie, ha sepolto la capitale di cartelloni, molti dei quali abusivi.
CENTO QUELLI multati dai vigili, per complessive 41.200 euro. Così Jimmy Ghione ha intervistato gli altri due competitori, Ignazio Marino e Paolo Gentiloni - quest'ultimo ha fatto ricorso al comitato che sorveglia le regole del partito - e quindi lo stesso responsabile dell'affissione selvaggia, che si è difeso utilizzando il poco nobile metodo Scajola, cui com'è noto acquistano le case a sua insaputa: “Ho chiesto spiegazioni... ci siamo affidati a persone a cui c'eravamo raccomandati di metterli bene... ” Evidentemente, nottetempo, contravvenendo alle disposizioni ricevute, orde di allegri attacchini, forse addirittura volontari, si sono sbizzarriti a ricoprire ben bene ogni spazio disponibile. “C'eravamo raccomandati... ”
Le parole di Sassoli tradiscono un senso recondito, come nell'interpretazione psicanalitica di Jacques Lacan della Lettera rubata. “Metterli bene”, i manifesti della propria faccia, in bella mostra, col volto in primo piano rugoso e sorridente e la scritta “Vince Roma”, uno allineato all'altro, ripetuti più e più volte, come le icone seriali di un'opera di Andy Warhol. Abusivi, com'è abusiva l'immagine che deborda. Col rischio che sia proprio l'estrema visibilità, ancora, a denunciarne l'invisibilità. E che attraverso l'uso smodato e incontrollato dell'apparire, dell'apparenza, non si faccia altro che definire, con esito paradossale, l'esatto valore dei propri misurati confini.
Ghione mostra a Sassoli una chicca dello scorso novembre: un suo tweet che annunciava l'edificante proposito di “una campagna elettorale pulita, non con i manifesti ma tra la gente e sul web”. Ultime sbrigative parole di chiarimento del candidato, candide e rivelatrici: bisognava informare i cittadini.
Corriere 5.4.13
Parolacce e pugni sbattuti
Pannella «sbrocca» a La Zanzara e spacca lo studio radiofonico
La furia del radicale con parolacce e pugni sbattuti sul tavolo dopo che il conduttore osserva: «Avete preso lo o,3%»
qui
Repubblica 5.4.13
L’amaca
di Michele Serra
Anche il vecchio Billy Bragg, storica voce del proletariato inglese (una specie di Ken Loach della canzone), se la prende con Paolo Di Canio, “il fascista”. Per Di Canio quasi mi dispiace, la sua protervia politica rasenta l’ingenuità, ho un elenco lungo un chilometro di sportivi ben più sgradevoli e impresentabili di lui. Ma spero che la sua contrastata avventura sulla panchina del Sunderland serva a capire, non solamente a lui, che il fascismo, nell’Europa democratica, non è un’opzione politica. È un tabù.
Da noi, specie nella capitale con i muri tappezzati di fascisterie, e in quello stadio che è spesso una selva di saluti romani, gli ultimi anni sono serviti a rendere familiare e dunque digeribile ciò che nel resto del continente puzza di deportazione, di guerra e di macerie fumanti. Quando Di Canio faceva il saluto romano alla curva laziale si poteva anche fare finta di niente e pensare che tanto, un’ora dopo, sarebbero tutti andati dalla sora Lella a fasse ’na magnata. Ma a Londra, in Francia, in Germania, in Scandinavia, non sono solo gli ebrei come David Miliband a considerare come un oltraggio razziale il saluto romano. In Italia l’antifascismo, grazie alla devastazione culturale e politica del berlusconismo, è diventato modernariato. Altrove, è ancora memoria cocente della dittatura che ha incenerito mezza Europa.
La Stampa 5.4.13
Fecondazione eterologa ricorso alla Consulta: “La legge nega la famiglia”
Milano, i giudici danno ragione a una coppia: un diritto la realizzazione della propria vita
Dall’introduzione della norma, nel 2004, i supremi giudici hanno valutato 18 casi
di Fabio Poletti
I principi ai quali si sono appellati i giudici di Milano sono il diritto all’eguaglianza tra le coppie, il diritto all’autodeterminazione e il diritto alla salute
Più che un dubbio costituzionale, quella dei giudici di Milano è una certezza. La legge 40 che vieta la fecondazione eterologa «mina la vita delle famiglie, condiziona le possibilità delle coppie eterosessuali sterili o infertili, interviene sulle possibilità di realizzazione della propria vita famigliare».
Sono passati nove anni dalla sua introduzione, le polemiche non sono mai finite ma soprattutto non si è trovato un indirizzo comune a questa legge che mette il naso nella vita delle coppie alla disperata ricerca di un figlio. I ricorsi davanti alla Consulta dal 2004 a oggi non sin contano più, con questo siamo arrivati a diciotto. Ma ogni volta la Corte Costituzionale si è fermata davanti a una sentenza della Corte Europea che aveva dato torto a una coppia di austriaci, senza entrare nel merito della legislazione italiana. Ora i giudici di Milano, dopo tre anni di battaglie legali e di principio, danno ragione a una coppia che non potendo andare all’estero per motivi economici - come fanno molti tanto che è stato coniato il termine turismo procreativo - si è appellata alla magistratura per rivendicare un diritto, quello a poter procreare anche avvalendosi della fecondazione etorologa ancora illegale.
I giudici della Prima sezione civile del Tribunale di Milano - non nuova a ricorrere alla Corte Costituzionale - hanno accolto una richiesta di una coppia affetta da azoospermia completa. L’appiglio giuridico che entra nel merito della legge 40, questa volta, è il principio cardine del diritto all’eguaglianza tra le coppie, il diritto fondamentale all’autodeterminazione e il diritto alla salute.
Ovviamente soddisfatti gli aspiranti genitori oggi quarantenni che da cinque stanno cercando di avere un figlio e che parlano attraverso l’avvocato Massimo Clara: «La Consulta per la prima volta deve entrare nel merito di un diritto che la legge 40 non riconosce. Potrebbe essere l’occasione per rendere giustizia a chi da tempo cerca di provare ad avere un figlio in Italia». Ci spera e tanto anche l’altro legale della coppia, Maria Paola Costantini: «Entro la fine dell'anno anche in Italia le coppie potrebbero avere acceso alla fecondazione eterologa e questo consentirà una maggiore tutela della salute e anche della protezione del minore».
Se molti aspiranti genitori sperano che questa sia la volta buona per adeguare la legislazione italiana a quella di altri Paesi, il mondo politico si divide in modo trasversale. Paola Binetti, deputata di orientamento cattolico nelle fila di Scelta Civica tuona contro i giudici: «E’ l’ennesimo attacco alla legge 40 che vuole solo tutelare l’unità della coppia». Di legge «illiberale e discriminatoria» parla invece Alessandra Mussolini del Pdl. In linea con Anna Finocchiaro del Pd: «La decisione dei giudici di Milano è un passo in avanti». Ma in netto contrasto ad esempio con Eugenia Roccella anche lei del Pdl: «La fecondazione eterologa apre la strada al commercio di gameti e oovociti».
Corriere 5.4.13
La strage alla prima di “Batman”
La psichiatra un mese prima dell'attacco
«Holmes è un pericolo, va fermato»
La denuncia emersa nelle udienze preliminari dopo la richiesta di pena di morte
qui
l’Unità 5.4.13
Francia
Sì del Senato alle nozze gay, la protesta in piazza
Il Senato francese ha dato il via al dibattito sul progetto di legge che consentirebbe i matrimoni omosessuali e le adozioni di bambini da parte di coppie dello stesso sesso. La discussione della riforma, approvata alla Camera il 12 febbraio, durerà sino al 13 aprile. Esponenti e gruppi contrari alla legge hanno organizzato proteste vicino alla sede del Senato a Parigi, il palazzo del Luxembourg. Ispiratore della protesta il collettivo La Manif pour tous (Manifestazione per tutti), all’origine dei cortei anti nozze gay del
13 gennaio e del 24 marzo. È nato anche il movimento Hommen (che si ispira a quello femminile Femen), i cui membri portano maschere e manifestano a torso nudo. Le proteste si scontrano però con la maggioranza dell’opinione pubblica. Secondo l’ultimo sondaggio Csa, reso noto ieri, i francesi sono favorevoli al matrimonio tra omosessuali: il 53% di loro approva il testo di legge, mentre i contrari sono complessivamente il 42%, mentre molti di più dubitano su adozione e concepimento di figli.
l’Unità 5.4.13
La sentenza che rivoluziona il mercato dei farmaci
Il no dell’Alta Corte indiana alla Novartis per il brevetto del farmaco antitumorale riconosce come prioritario il diritto universale alla salute
di Pietro Greco
Quando, lunedì scorso 1 aprile, la Corte Suprema dell’India ha respinto il ricorso della Novartis, la multinazionale svizzera del farmaco, a difesa del brevetto sul Glivec, un farmaco antitumorale, ha fornito due motivazioni affatto diverse, ma entrambe di valore generale: il «diritto alla salute della popolazione» viene prima del diritto delle imprese al guadagno; il farmaco su cui si chiede la copertura brevettuale non è innovativo. È per queste due ragioni che la Corte Suprema dell’India riconosce il diritto delle industrie locali a produrre e a vendere un «farmaco generico» che contiene il medesimo principio attivo e ha la medesima capacità terapeutica del Glivec. Nello specifico, il «diritto alla salute della popolazione» è assicurato dal fatto che un mese di trattamento con il farmaco generico costa circa 175 euro, mentre un mese di trattamento con il farmaco della Novartis costa 2.600 euro: 15 volte di più. Il «farmaco generico» abbassa radicalmente l’accessibilità a una cura capace di salvare la vita a chi è ammalato di un tipo di leucemia mieloide cronica e, quindi, rende effettivo il «diritto alla salute».
Quanto invece al brevetto, la Corte Suprema dell’India sostiene che il Glivec su cui la Novartis ha chiesto il brevetto non è innovativo. Ma è la stessa molecola che ha goduto di copertura brevettuale per vent’anni e ora, in base alle norme internazionali, ha perso il diritto ad averla. In pratica, secondo il massimo tribunale indiano la Novartis cerca di spacciare per nuovo un farmaco vecchio.
La Corte, come sempre succede in tribunale, si è pronunciata su un fatto specifico. Ma le due motivazioni hanno un significato molto più generale. La prima riguarda il riconoscimento che la salute è un diritto universale e primario dell’uomo. Altri diritti, come quello al legittimo guadagno di un’impresa, vengono dopo. I neoliberisti, in genere, inorridiscono di fronte a questa visione che antepone i diritti collettivi a quelli individuali. Ma, proprio nel campo della salute, sono almeno dodici anni che questa (sacrosanta) asimmetria è riconosciuta nella prassi. E miete successi. Un anno paradigmatico è stato il 2001, quando un altro tribunale, in Sud Africa, in nome del diritto alla salute negò il diritto delle multinazionali a vendere a prezzi di mercato inaccessibili alla popolazione locale il cocktail anti-Aids e autorizzò la produzione di un analogo «farmaco generico». Molti gridarono alla violazione delle leggi di mercato.
Ma proprio alla fine di quell’anno il paese portabandiera del libero mercato, gli Stati Uniti, che dopo l’attacco alle Torri gemelle dell’11 settembre avevano subito un altro attacco terroristico con spore di antrace, in nome del diritto alla salute minacciarono di negare il riconoscimento del brevetto a un’industria tedesca, se non avesse fornito vaccini a basso costo e in tempi rapidi. Entrambe le azioni andarono a buon fine. Oggi l’Unaids, un’agenzia delle Nazioni Unite, ottiene da Big Pharma il cocktail anti-Aids a prezzi scontati dell’80% per poter contrastare l’epidemia da Hiv nei paesi più poveri e gli Stati Uniti hanno ottenuto il vaccino anti-antrace come richiesto.
Il diritto alla salute è parte importante (la parte più importante, forse) di una costellazione di domande di diritti – che potremmo definire di cittadinanza scientifica – che stanno emergendo con chiarezza in tutto il mondo e che potremmo riassumere come la richiesta di riconoscere come diritti universali la partecipazione ai benefici della scienza e alle definizione delle politiche scientifiche. È singolare, come ha notato Stefano Rodotà, che questi nuovi diritti di cittadinanza vengano riconosciuti con maggiore prontezza in quelli che una volta venivano chiamati paesi in via di sviluppo piuttosto che nei paesi di più antica industrializzazione e di più solida democrazia. Ma questo fa parte di una certa incapacità dell’Occidente a cogliere le novità della nostra era, informata dalla scienza.
La seconda motivazione addotta dalla Corte Suprema dell’India rimanda proprio alle politiche di innovazione. Nel caso specifico, alle politiche di innovazione nel settore farmaceutico. La popolazione mondiale cresce e la piramide demografica si trasforma. Insomma abbiamo bisogno di nuovi farmaci, per curare sia nuove malattie, sia vecchie malattie che hanno una nuova incidenza. Il sistema con cui per alcuni decenni si sono prodotti nuovi farmaci – e che ha portato alla formazione di «Big Pharma», un gruppo ristretto di imprese multinazionali – non funziona più. Lo dimostrano alcuni recenti rapporti. Uno, il Global Pharmaceutical Market Report & Forecast: 2012-2017, sostiene che l’attuale mercato dei farmaci, che ammonta a circa 900 miliardi di dollari l’anno, è destinato a crescere nel prossimo quinquennio al ritmo del 5% annuo e che, nel 2017, ammonterà ad almeno 1.100 miliardi di dollari. Tuttavia si modificherà la struttura di questo mercato. La domanda di farmaci, infatti, crescerà soprattutto nei paesi a economia emergente. La cui incidenza, nel mercato mondiale, potrebbe passare dall’attuale 15% al 30%. Nel medesimo tempo verrà a scadenza la copertura brevettuale di molti farmaci: per 29 miliardi di dollari nel 2013, per 40 miliardi di dollari nel 2014. La gran parte del mercato di questi farmaci di marca verrà sostituita da farmaci generici, a più basso costo.
Il che creerà (sta già creando) non poche difficoltà a «Big Pharma». Ma le difficoltà maggiori sono quelle documentate in un altro rapporto – Beyond the Shadow of a Drought, redatto nei mesi scorsi da tre esperti americani: Jeff Hewitt, David Campbell e Jerry Cacciotti – che indica tre punti di crisi del sistema. Primo. Siamo passati dall’«età dell’oro» dell’innovazione all’«età della scarsità». Con una perdita della capacità di produrre nuovi farmaci che è caduta del 40%. Nel corso dell’«età dell’oro», che copre gli anni dal 1996 al 2004, la FD&A, l’agenzia americana che autorizza la vendita di nuovi farmaci, ha approvato l’introduzione sul mercato di 36 nuove formule ogni anno. Nell’«era della scarsità», compresa tra il 2005 e il 2020, la FD&A ha autorizzato la vendita di soli 22 nuovi farmaci l’anno. Le industrie faticano a innovare. E reagiscono nel modo denunciato dalla Corte Suprema indiana, cercando di estendere il brevetto scaduto a vecchi farmaci ritoccandoli in componenti non essenziali.
Secondo. Ogni nuovo farmaco genera sempre meno valore. Nell’«età dell’oro» ogni nuovo farmaco nei cinque anni successi all’immissione sul mercato produceva 515 milioni di dollari, oggi ne produce 430: una perdita secca del 15%. Terzo. La ricerca scientifica ha subito una secca perdita di produttività. Nell’«età dell’oro» le imprese nei primi 5 anni dopo la messa a punto di un nuovo farmaco ricavavano 275 milioni di dollari per ogni miliardo di dollari investito in R&D. Ora ne ricavano appena 75 milioni. La perdita secca di produttività è stata addirittura del 70%. Tanto più grave se si considera che gli investimenti mondiali in R&D sui farmaci sono raddoppiati in assoluto, passando da 65 a 125 miliardi di dollari. È anche vero che in passato le grandi imprese private non brillavano per capacità innovativa: scoprivano nei propri laboratori solo il 10% dei nuovi farmaci e acquistavano il restante 90% delle nuove formule dai laboratori finanziati con fondi pubblici. Ma oggi il sistema non regge più. Sono in crisi sia il monopolio, sia la capacità di innovazione sia la produttività dell’innovazione. Per questo, come ha scritto su Science, Garret A. FitzGerald, dell’Institute for Translational Medicine and Therapeutics, del Perelman School of Medicine Translational Research Center di Filadelfia, occorre ripensarlo, quel sistema, daccapo. Non è facile dire come. Ma la Corte Suprema dell’India ci offre alcuni spunti.
In primo luogo occorre un sistema che metta al centro il malato e non il cliente. E che, dunque, assicuri il diritto alla salute di tutti, non il guadagno di alcuni. Il mercato può essere uno strumento, non il fine dell’industria del farmaco. Anche perché è dimostrato che il mercato non è il motore dell’innovazione. È semmai il tempio del restyling delle vecchie formule. Il vero motore dell’innovazione resta quello dei centri finanziati con fondi pubblici, dove nell’«età dell’oro» come nell’«età della scarsità» si sono messi a punto nove nuovi farmaci su dieci.
l’Unità 5.4.13
Spriano, quando il Pci smise di essere «sacro»
A Roma la celebrazione del massimo studioso del partito di Gramsci e di Togliatti
Quella scommessa sulla «diversità»
di Bruno Gravagnuolo
Spriano storico e militante. Un titolo quello scelto da Fondazione Gramsci e Dipartimento Storia Culture e Religioni alla Sapienza, che può sembrare una contraddizione in termini. E che invece, a venticinque anni dalla morte, rende appieno il profilo e l’apporto del grande studioso, nato a Torino il 30 novembre del 1925 e scomparso a Roma il 26 settembre 1988. Una «contraddizione» che è un corollario politico e culturale di quella fantastica «giraffa», cioè il Pci, di cui Paolo Spriano si sentiva insieme parte e «controparte». Narratore partecipe e contraltare critico. Senza il cui apporto avremmo avuto a riguardo storiografia monca, oppure agiografica. Laddove invece Spriano fu la negazione di ogni agiografia sul Pci, del quale fu sì lo storico, ma niente affatto lo storico «ufficiale».
Ecco, a volerlo condensare, è stato questo il succo del Convegno di ieri nell’Aula del Senato accademico dell’Università in piazzale Aldo Moro.
Una celebrazione critica e sobria che ha scavato a fondo nella biografia dello storico, colonnello azionista di Giustizia e Libertà nella Resistenza, poi giornalista a l’Unità di Torino, accademico, direttore del Gramsci e massimo studioso del Pci e dintorni: Gobetti, Gramsci, Togliatti, la Torino Operaia e socialista, i comunisti europei e Stalin, e le passioni della generazione che aderì al Pci.
Alla presenza di Giorgio Napolitano, amico di Spriano, che ha seguito per intero i lavori, c’erano storici come Gian Pasquale Santomassimo, Leonardo Rapone, Albertina Vittoria, Aldo Agosti oltre a Giuseppe Vacca, presidente della fondazione Gramsci e al vicedirettore Francesco Giasi. Convegno sobrio si diceva, ma implicitamente polemico con chi di recente ha riciclato la versione dello Spriano «storico ufficiale» o «addomesticatore» di fonti, come è accaduto nella querelle sul Gramsci in carcere e sulla «famigerata» lettera di Grieco del 1928. È invece è l’esatto contrario. Per-
ché Spriano, con i mezzi che aveva allora, illuminò le svolte e i tornanti più drammatici della storia del Pci. Contribuendo a palesare per intero il dissidio Gramsci-Togliatti del 1926. E quello più generale del prigioniero con la linea staliniana del «socialfascismo» (inclusa la persecuzione nella persecuzione: quella subita dal recluso da parte dei suoi compagni in galera). E il tutto senza nessun giustificazionismo o provvidenzialismo, e anzi con vigore e rigore documentario e anche divulgativo (come ha mostrato il filmato tratto dalle teche Rai a cura di Sara Chiaretti). Dunque con Spriano fine della «storia sacra» del Pci, secondo un tema chiave variamente declinato al convegno. E quindi storia secolarizzata e critica. Parlata e scritta su vari registri: giornalistici, archivistici, testimoniali, con l’uso di fonti orali oltre che documentarie. Un modo di far storia liberatorio, e in quanto tale inviso alla vecchia guardia del Pci. A parte Togliatti, che viceversa incoraggia e «autorizza» la revisione storiografica dello studioso. Quanto ai nuclei esistenziali e politici dello Spriano uomo di passioni, eccone qulcun altro. Intanto la Torino Operaia, fulcro del movimento operaio novecentesco e matrice del Pci stesso. Tramite Gobetti, antenato giovane di Gramsci, la cui impronta liberale Spriano riversa nella sua idea del Pci (ne hanno parlato Giasi e Rapone). Dello Spriano narratore s’è già detto. Ma andrebbe aggiunto il polemista, il latinista che amava l’erudizione alla Natta nel Pci. E poi ci fu lo Spriano tessitore di rapporti culturali, nel crocevia decisivo dell’Einaudi. Con Calvino e Valiani ad esempio. E ne ha parlato Vacca, annunciando che la moglie di Spriano, Carla, ha donato tutte le residue carte al Gramsci, tra breve consultabili. Infine, raccontato da Agosti, ci fu lo Spriano che dissente sui carri a Budapest nel 1956. Ma poi «rientra». E scommette fino alla sua morte su quel Pci, malgrado tutto «diverso». Come la sua storiografia.
Corriere 5.4.13
Artemidoro, le vie del falso sono finite
Un libro rilancia argomenti smentiti da tempo. Ma i trucchi si possono smascherare
di Luciano Canfora
Circola da qualche settimana un libro bluff. Doveva contenere gli atti di un convegno sulla cosiddetta «mappa» del falso Artemidoro (Guadalquivir? Rodano? Cipro capovolta? Delta del Nilo?). Invece il libretto è uscito, dopo tre anni, farcito di pezzi nati dopo, e che con la materia del convegno poco hanno a che fare (Intorno al Papiro di Artemidoro. II. Geografia e Cartografia, curato da C. Gallazzi, B. Kramer, S. Settis, edizioni Led, pp. 304, € 38). E fin qui pazienza. Ma il bello è che le parti nuove rifilano al lettore menzogne vecchie. Ciò al solo fine di resuscitare un morto: il papiro, appunto, del falso Artemidoro. Queste parti nuove, più che un bluff, sono dunque uno scandalo.
Peccato che una collaboratrice dell'«Espresso» giorni fa sia caduta in trappola e abbia preso il tutto per buono, compresa la falsa notizia secondo cui un consenso generale, ben oltre le Alpi e fin quasi alle Piramidi, innalzerebbe osanna al falso papiro. Questa falsità fu già smentita nella seduta dedicata al falso Artemidoro nel congresso papirologico di Ginevra (agosto 2010), allorché risuonarono i nomi dei seguenti studiosi che sulla autenticità avevano dichiarato il loro scetticismo: G. Aujac, N. Wilson, H. Maehler, R. Janko, S. Colvin, P. Van Minnen, G. Cruz Andreotti, etc.
A tacer della grafite, riscontrata nell'inchiostro e autentico macigno contro la presunta autenticità, due fenomeni condannano senza appello il gramo papiro (già liquidato in verità da Maurizio Calvesi su questo giornale, il 7 aprile 2008, quando scoprì che il proemio di Karl Ritter, 1817, era la fonte diretta della prima colonna di testo): il fotomontaggio dell'agglomerato di partenza da cui il papiro sarebbe stato estratto, come Atena dalla testa di Zeus (il famigerato Konvolut), e l'imbarazzante prassi del falsario di scrivere e disegnare intorno ai buchi dei pezzi di papiro che aveva ramazzato e messo insieme. Entrambi i disastri meritano un breve racconto.
Partiamo dal fotomontaggio. I lettori di questo giornale sanno — grazie ad un risolutivo intervento del dottor Silio Bozzi — che la carta fotografica Fujicolor su cui è sviluppata l'unica immagine esistente del Konvolut fu prodotta a partire dal 1985, mentre il papirologo Grimm e il compianto Shelton videro il papiro disteso e in pezzi separati già nel 1980/81. Come dire che l'improbabile agglomerato (Konvolut) composto di pezzi ancora impastati e brutalmente accorpati è nato dopo che il papiro era già stato tirato fuori dal «Konvolut»! Il fenomeno si spiegherebbe solo se il tutto fosse avvenuto a velocità superiore a quella della luce onde riuscire a marciare, magari in astronave, a ritroso nel tempo. Oltre tutto è stato dimostrato da qualche anno che le lettere alfabetiche occhieggianti sul Konvolut e miranti a far credere agli sprovveduti che quello è l'involucro-matrice del falso Artemidoro sono state aggiunte dopo sulla foto dell'informe ammasso e perciò travalicano allegramente le sottostanti fratture (si veda Fotografia e falsificazione, Aiep, Repubblica di San Marino, 2011, pp. 15-21). Nel nuovo libro-bluff della Led, un Baumann, esperto in Photoshop, solleva perplessità e però ignora del tutto gli studi risolutivi contenuti nel citato volume Fotografia e falsificazione. Orbene, chi è Baumann e perché è stato tirato in questa storia a rischio della sua reputazione? Fu uno studioso di Colonia a convocarlo, dopo aver tentato invano di coinvolgere la polizia scientifica tedesca. Risultato: il Baumann, in sostanza, se la cava dicendo di non avere una chiara opinione al proposito e candidamente ostenta di non aver letto la bibliografia principale.
E veniamo alla «bucologia». Quello che un dì fu presentato come esemplare «de luxe» proveniente recta via da Alessandria è diventato — via via che lo smascheramento del falso si attuava — dapprima un prodotto scadente pieno di errori, poi l'opera di uno che non conosceva bene il greco (come se in Egitto il greco non fosse la lingua dominante negli ambienti interessati a far copiare testi greci!), infine un oggettaccio su cui l'ignorantissimo copista si ostinò a vergare lettere saltellando tra un buco e l'altro. Un tempo risuonava lo slogan: «Una risata vi seppellirà». Ma qui si tratterebbe di riseppellire un già trapassato, tirato fuori dal meritato sepolcro come papa Formoso.
La teoria bucologica del recentissimo volume-bluff Led si scontra con un dato ancor più distruttivo: il fatto è che anche numerosi disegni che vorrebbero rappresentare arti umani girano intorno alle lacune e ai danneggiamenti del supporto. Se uno completasse l'arto seguendo le linee del disegno abbozzato ne risulterebbero zamponi, o meglio caviglioni immani e colli taurini dalla dirompente comicità.
L'accanimento terapeutico, si sa, è una pratica iniqua. Ma applicata ad un papiro già svergognato e già sotterrato fa venire alla mente raffronti esilaranti. Vien da pensare a quel film in cui il principe De Curtis svolgeva il ruolo di un vecchietto ormai suonato, ma testardo, refrattario, dopo la guerra, a prendere atto del tracollo della moneta, e che perciò, tetragono, continuava a pagare in centesimi il suo paziente barbitonsore; si incaricavano i congiunti, per giusta pietas, di rifondere il benemerito artigiano della somma a lui spettante. Chi sa se questa barba avrà termine, una buona volta.
Corriere 5.4.13
Dubbi e certezze sullo strano rotolo
di Antonio Carioti
Il «papiro di Artemidoro» è un reperto lungo due metri e mezzo e largo 32,5 cm, di cui abbiamo circa 50 frammenti. Su un lato (il recto) contiene un testo greco, una carta geografica e alcune raffigurazioni di mani, piedi e volti. Sull'altro lato (il verso) troviamo immagini di animali. Ne parlarono per la prima volta Claudio Gallazzi e Bärbel Kramer nel 1998 sulla rivista «Archiv für Papyrusforschung». Gli stessi due studiosi, insieme a Salvatore Settis, ne attestarono l'autenticità, datando il reperto intorno al I secolo a.C. e attribuendo il testo all'antico geografo Artemidoro di Efeso. Sulla base di queste conclusioni, la Fondazione per l'Arte della Compagnia di San Paolo di Torino acquistò il papiro nel 2004 per 2.750.000 euro. Nel 2006 si tenne una mostra del reperto a Palazzo Bricherasio (Torino), ma vennero sollevati forti dubbi circa la sua autenticità dalla rivista «Quaderni di Storia», il cui direttore Luciano Canfora avanzò la tesi che si trattasse di una contraffazione realizzata da un abile falsario greco dell'Ottocento, Costantino Simonidis. Da allora si è sviluppato un vivace dibattito. Oltre a una serie di incongruenze linguistiche del testo, Canfora ha messo in luce la mancanza di documentazione circa lo smontaggio dell'ammasso papiraceo (il Konvolut), da cui sono stati tratti i vari pezzi del rotolo. Inoltre alcuni storici dell'arte, come Maurizio Calvesi, hanno eccepito che i disegni raffigurati sul papiro non possono essere di autori antichi, rilevando anche l'assonanza tra una parte del testo e un'opera di Karl Ritter, geografo tedesco dell'Ottocento. Altri elementi riguardanti l'unica foto esistente del Konvolut, resa pubblica nel 2008, fanno ritenere che si tratti di una manipolazione. Tali obiezioni però non convincono i fautori dell'autenticità del papiro, che confermano la loro tesi nel libro di cui Canfora si occupa nell'articolo qui accanto.
Repubblica 5.4.13
La nostra Repubblica fondata sulla cultura
Ecco perché leggere un libro è alla base della democrazia
La Costituzione italiana tutela la libertà dell’arte e della scienza
Ma oggi tecnologie e mercato mettono in crisi l’autonomia dell’intellettuale
di Gustavo Zagrebelsky
LA SOCIETÀ non è la mera somma di molti rapporti bilaterali concreti, di persone che si conoscono reciprocamente. È un insieme di rapporti astratti di persone che si riconoscono come facenti parte d’una medesima cerchia umana, senza che gli uni nemmeno sappiano chi gli altri siano. Come può esserci vita comune, cioè società, tra perfetti sconosciuti? Qui entra in gioco la cultura. Consideriamo l’espressione: io mi riconosco in... Quando sono numerosi coloro che non si conoscono reciprocamente, ma si riconoscono nella stessa cosa, quale che sia, ecco formata una società. Questo “qualche cosa” di comune è “un terzo” che sta al di sopra di ogni uno e di ogni altro e questo “terzo” è condizione sine qua nond’ogni tipo di società, non necessariamente società politica. Il terzo è ciò che consente una “triangolazione”: tutti e ciascuno si riconoscono in un punto che li sovrasta e, da questo riconoscimento, discende il senso di un’appartenenza e di un’esistenza che va al di là della semplice vita biologica individuale e dei rapporti interindividuali. Quando parliamo di fraternità (nella tradizione illuminista) o di solidarietà (nella tradizione cattolica e socialista) implicitamente ci riferiamo a qualcosa che “sta più su” dei singoli fratelli o sodali: fratelli o sodali in qualcosa, in una comunanza, in una missione, in un destino comune.
Noi siamo immersi in una visione orizzontale dei rapporti sociali. Ma, ciò significa forse che non abbiamo più bisogno di un “terzo unificatore”, nel senso sopra detto? Per niente. Anzi, il bisogno si pone con impellenza, precisamente a causa dei suoi presupposti costituzionali: la libertà e l’uguaglianza, i due pilastri delle concezioni politiche del nostro tempo, che se lasciati liberi di operare fuori di un contesto societario, mettono in moto forze egoistiche produttive di effetti distruttivi della con-vivenza.
Non si può convivere stabilmente in grandi aggregati di esseri umani che nemmeno si conoscono facendo conto solo su patti degli uni con gli altri, come pensano i contrattualisti. A parte ogni considerazione realistica, una volta stabilita una regolazione contrattuale degli interessi in campo, a chi o a che cosa ci si potrebbe richiamare per richiedere l’adempimento degli obblighi assunti, ogni volta che l’interesse mutato spingesse qualcuna delle parti a violarli? Ogni contratto, senza una garanzia terza, sarebbe flatus vocis. Per molti secoli, questa garanzia era riposta nella religione; oggi, nell’età della secolarizzazione, non può che essere la cultura.
«L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento », dice l’art. 33, primo comma, della Costituzione. Questa norma di principio è da considerare la base della “costituzione culturale”, così come esiste una “costituzione politica” e una “costituzione economica”, ciascuna delle quali contribuisce, per la sua parte, alla costruzione della “tri-funzionalità” su cui si regge la società, secondo quanto già detto. La Costituzione, senza aggettivi, è la sintesi di queste costituzioni particolari. Innanzitutto, dicendosi che l’arte e la scienza sono libere e che libero ne è l’insegnamento si dà una definizione. L’attività intellettuale non libera, cioè asservita a interessi d’altra natura non è arte, né scienza: è prosecuzione con altri mezzi di politica ed economia. Si dirà, tuttavia: non è arte la scultura di Fidia, perché al servizio della gloria di Pericle? Non è arte la poesia di Virgilio, perché celebrativa della Roma di Cesare Augusto? E non è arte quella di Michelangelo, commissionata da Giulio II e Paolo III? La loro non è arte perché voluta, comandata, perfino imposta da altri, che non l’artista? Naturalmente no. Ma non è arte per la componente priva di libertà, esecutiva del volere del committente; è arte, per la parte che l’artista riserva alla sua libera creazione. Cose analoghe si possono dire per le opere dell’ingegno al servizio dell’economia, cioè della pubblicità di prodotti commerciali. Anche a questo proposito, l’impasto di attività esecutiva e di attività creativa è evidente. Il rapporto tra l’una e l’altra è variabile.
Normalmente, prevale l’aspetto strumentale: far nascere bisogni, orientare il consumo, combattere la concorrenza, promuovere le vendite: tutte cose che riguardano gli stili di vita, le aspettative, i sogni, ecc. In certo senso, formano cultura, e nel modo più efficace possibile. Ma, per questo aspetto, non sono esse stesse espressione della libertà della cultura; sono invece funzione dell’economia. Non rientrano nella definizione costituzionale. Vale anche qui, però, la forza purificatrice del tempo. A distanza d’anni, quando s’è persa la nozione dell’interesse originario, anche le opere di pubblicità possono depurarsi dal loro aspetto strumentale ed essere rivalutate e apprezzate nel loro valore artistico. Non si tratta, comunque, di teorizzare una “cultura per la cultura”, senza contenuto, come pura evasione. La cultura come cultura ha una sua funzione e una sua responsabilità sociale, come s’è detto: una funzione che esige libertà. Sotto questo aspetto, il verbo “essere” che troviamo nella norma costituzionale assume il significato non d’una definizione, ma d’una prescrizione: “la cultura deve essere libera”. La difficoltà nasce dal fatto che deve essere libera, ma non può vivere isolata.
La prima insidia, qui, sta nella tentazione della consulenza. Il nostro mondo è sempre più ricco di consiglieri e consulenti e sempre meno d’intellettuali. Questa – del consulente – è la versione odierna dell’“intellettuale organico” gramsciano, una figura tragica che si collegava alle grandi forze storiche della società per la conquista della “egemonia”: un compito certo ambiguo, ma indubbiamente grandioso. I consiglieri di oggi sono gli imboscati nell’inesauribile miniera di ministeri, enti, istituti, fondazioni, aziende, ecc., che si legano al piccolo o grande potere, offrendo i propri servigi intellettuali e ricevendo in cambio protezione, favori, emolumenti. La stessa cosa può ripetersi per i consulenti che vendono le proprie conoscenze alle imprese, per testarne, certificarne, magnificarne e pubblicizzarne i prodotti. Naturalmente, consiglieri e consulenti non sono affatto cosa cattiva in sé, ma lo sono quando sono essi stessi che si offrono e accettano di entrare “nell’organico” di questo o quel potentato. L’uomo di cultura diventa uomo di compiacenza.
La seconda insidia all’autonomia della funzione intellettuale è la tentazione di cercare il successo in questa, per poi spenderlo nelle altre funzioni. Ciò che è giusto in una sfera, può diventare corruzione delle altre sfere. Così, l’affermazione nella sfera dell’economia non deve essere usata strumentalmente per affermarsi nel campo della politica o in quello della cultura; l’affermazione nella sfera politica non deve essere il ponte per conquistare posizioni di potere nella sfera economica o in quella culturale; l’attività nella sfera culturale non deve corrompersi cercando approvazione e consenso, in vista di candidature, carriere e benefici che possono provenire dalla politica o dall’economia.
Merita qualche parola anche il binomio “libertà della cultura” e “democrazia”. La società del nostro tempo, dove le conoscenze sono sempre più approfondite e settorializzate; dove, quindi, è inevitabile delegare ad altri la conoscenza che ciascuno di noi, da solo, non può avere: in questa società dove pressoché tutte le decisioni politiche hanno una decisiva componente scientifica e tecnica, massimo è il bisogno di fiducia reciproca. Per prendere decisioni democraticamente e consapevolmente in campi specialistici, chi non sa nulla deve potersi fidare di chi detiene le conoscenze necessarie. Non in nome della Verità, che non sta da nessuna parte, ma in nome almeno dell’onestà, che può stare presso di noi. Se non ci si potesse fidare gli uni degli altri e, in primo luogo, di coloro che per professione si dedicano a professioni intellettuali, la cultura come indispensabile luogo “terzo” di convergenza e convivenza sarebbe un corpo morto.
Di quali mezzi si avvale oggi la cultura? Semplificando: chat o book? Dov’è la radice della differenza? È nel fattore tempo, un fattore determinante nella qualità di tutte le relazioni sociali. La chat e i suoi fratelli – blog, twitter, social forum, newsgroup, mailing list, facebook, messaggi immediati d’ogni tipo – appartengono al mondo dell’istantaneità; i libri al mondo della durata. I messaggi immediati appartengono alla comunicazione; i libri, alla formazione. La comunicazione vive dell’istante, la formazione si alimenta nel tempo. La comunicazione non ha onere d’argomentazione e non attende risposte. Il suo fine è dire e ridire su ciò che è stato detto, per aderire o dissentire, senza passi in avanti. Il libro – saggio, romanzo, poesia; cartaceo o elettronico - appartiene a un altro mondo. Nasce e vive in un tempo disteso, di studio e riflessione. Se sul bancone d’una libreria incontri L’uomo senza qualità o Moby Dick, innanzitutto è come se ti chiedessero: sai quanto tempo ho impiegato a essere pensato e scritto? E tu, quanto tempo e quanta concentrazione pensi di potermi dedicare? L’invasione degli instant books è la conseguenza della medesima risposta a entrambe le domande, rivolte agli autori e ai lettori: poco, molto poco, forse sempre meno tempo e meno concentrazione.
Ma, allora, è chiaro che la sopravvivenza del libro non è una rivendicazione a favore d’una élite di pochi fortunati lettori. La diffusione della lettura non appartiene al superfluo d’una società non solo, com’è ovvio, perché ha a che vedere con la diffusione dell’istruzione. Siamo, infatti, pienamente nel campo della cittadinanza, cioè della condizione di partecipazione attiva, consapevole e responsabile a quanto c’è di più decisivo per la tenuta della compagine sociale, cioè la partecipazione a una delle tre “funzioni sociali”: la funzione politica di fondo, meno visibile ma, in realtà, nel formare mentalità, più determinante della stessa azione politica in senso stretto, la quale, nella prima trova i suoi limiti e i suoi fini. Si tratta, per l’appunto, della cultura.
Repubblica 5.4.13
Il potere del lettino l’inconscio diventa show
La psicanalisi non è più un tabù. Anzi, è diventata un fenomeno emergente
E il successo di “In treatment” su Sky lo dimostra
di Massimo Recalcati
Andare dallo psicoanalista non è più “una roba per matti”. Il dialogo analitico è diventato di tale interesse da aver prodotto un serial tv, “In treatment”, in onda in questi giorni su Sky. Con un obiettivo ambizioso: mettere una cinepresa nella stanza dell’analisi, nel luogo più privato e inaccessibile
Dove il medico deve mantenere la situazione il più stabile possibile di fronte al maremoto della vita interiore. Dove non c’è giudizio né castigo. Perché non si processa nessuno. E neanche lo si confessa
SBARCA in questi giorni su Sky Cinema la versione italiana della serie americana di In treatment con Sergio Castellitto nei panni dello psicoterapeuta. L’obiettivo è ambizioso: mettere una cinepresa nella stanza dell’analisi, nel luogo più intimo, più privato, più inaccessibile; dove le vite umane si raccontano, si aprono e si rivelano.
C’è stato un tempo in cui la psicoanalisi come disciplina e ancora di più come pratica della cura era vista come la peste. Andare dallo psicoanalista era considerata una roba per matti. Non so se questo tempo sia davvero finito, come alcuni sostengono, ma dobbiamo registrare che il dialogo analitico è diventato oggetto di interesse tale (e, dunque, mi chiedo, di addomesticamento?) da produrre un serial televisivo di grande successo. Sbarca, infatti, in questi giorni sugli schermi televisivi di Sky Cinema la versione italiana della fortunata omonima serie americana di In treatment con Sergio Castellitto nei panni dello psicoterapeuta e con la regia di Saverio Costanzo. L’obiettivo è ambizioso: mettere una cinepresa nella stanza dell’analisi, nel luogo più intimo, più privato, più inaccessibile; dove le vite umane si raccontano, si aprono, si rivelano nella loro intimità più scabrosa e bizzarra, dove parlano del loro dolore più sordo, dove si mettono a nudo. Sono vite diverse l’una dall’altra, vite particolari.
Non la vita in generale, non le sue strutture e le sue proprietà ontologiche universali, sulla quale può riflettere la filosofia, ma la vita nella sua incomparabilità più particolare, nella sua stramba originalità, la vita nel suo nome proprio, nella sua anomalia, nella sua stortura, la vita di Alice, di Sara, di Andrea, di Pietro. Questo taglio — che riflette pienamente il lavoro che avviene nella stanza dell’analisi — è quello che ha incollato gli spettatori di tutto il mondo alla prima e fortunata serie americana.
L’inquadratura fissa, stabile, senza variazioni del setting, della stanza dell’analisi e dei movimenti lenti e ripetitivi del terapeuta, ritrae con una certa efficacia la dimensione silenziosa e operaia del nostro lavoro: aprire e chiudere la porta, accogliere e congedare il paziente, sedersi e ascoltare, fissare l’appuntamento per la seduta successiva. Mantenere il setting il più stabile possibile di fronte al maremoto della vita interiore; preservare la sua cornice come un contenitore sicuro di fronte alle instabilità inquiete di chi si muove al suo interno. Il dettaglio del soprammobile dell’onda blu in perenne movimento contenuta in un scatola di plastica può rendere in modo plastico questa strana mistura che caratterizza il lavoro dell’analisi. Il mondo fuori è in movimento, la seduta delle 18 comporta sempre un certo ritardo a causa del traffico romano, le condizioni atmosferiche cambiano, al sole tiepido di primavera subentra la pioggia fredda di una sera d’autunno, cadono e si ricompongono i governi, ma la stanza dell’analisi deve preservare una costanza che non si lascia intaccare dal mondo esterno e dai suoi eventi.
Non c’è continuità tra la percezione ordinaria del tempo e ciò che accade nel tempo della seduta. È un’esperienza comune a tutti i pazienti. Il tempo della seduta non è mai un tempo cronologico, ma un tempo che può dilatarsi o restringersi, un tempo vissuto che rifiuta ogni misurazione quantitativa. Nello scorrere di questo tempo soggettivo rispetto al quale il tempo dei nostri orologi resta fatalmente esteriore, un posto centrale è occupato dalla presenza del terapeuta. Cosa la qualifica? Essa offre alle anime perse che le si rivolgono un ascolto totalmente inedito. È il punto sul quale è nata storicamente la psicoanalisi: l’offerta dello psicoanalista è innanzitutto l’offerta di un ascolto. Per questo, anche in questa serie televisiva, il ritratto dell’analista è giustamente il ritratto di un uomo silenzioso. Non si tratta di una posa sadica. Se l’analista deve poter custodire il silenzio, come afferma Lacan, è perché attribuisce un valore assoluto alla parola del paziente. Per questo l’ascolto dell’analista non assomiglia in nulla, diversamente da quello che pensava Foucault, a quello di un confessore o di un giudice.
Nell’ascolto dell’analista non c’è giudizio morale, non c’è prescrizione di castigo, non c’è valutazione, non c’è misurazione e non c’è nemmeno pretesa di guidare le vite che ad esso rivolgono la loro parola. Lo diceva bene Lacan: uno psicoanalista non è un direttore di coscienza, non avanza la pretesa di condurre le vita ma deve limitarsi — il che non è poco — a condurre la cura. Dove si può trovare ancora oggi un ascolto così?
Quale parola interessa maggiormente all’analista? È questa domanda che ci rivela il grande assente della stanza dell’analisi di In treatment: è il divano che fu il protagonista dell’innovazione freudiana. Nel setting classico il paziente parla sdraiato sul divano e l’analista lo ascolta da dietro. Nessun divano in questa stanza d’analisi. Non è un dettaglio. È l’andazzo della psicoterapia contemporanea che ha assorbito la rivoluzione freudiana in un vis-à-vis empatico che cancella il carattere spigoloso dell’esperienza del divano. Anche in questa serie siamo per lo più di fronte a dialoghi tra Io senza sorprese, senza urti, senza grandi scompaginamenti perché non vige la sola regola alla quale Freud aveva attribuito un valore fondamentale. La presenza del divano coincide infatti con questa regola, quella dell’associazione libera («Mi dica tutto quello che le passa per la testa») che mette in movimento il soggetto dell’inconscio sospendendo le censure logiche e morali che solitamente organizzano il discorso cosciente e la dimensione comune del dialogo. È proprio su questo punto che si può cogliere tutta la differenza che passa tra una psicoterapia e una psicoanalisi. In questa serie televisiva le vite che si rivolgono al terapeuta parlano dei loro problemi più attuali, delle loro urgenze più assillanti (un tentativo di suicidio dissimulato, la scelta di una coppia se abortire o tenere un figlio, la difficoltà a occupare una professione che implica l’oltrepassamento della Legge quando dovrebbe tutelarne la funzione, l’innamoramento incontenibile per l’analista...).
Quello che non appare mai — il grande assente sulla scena — è l’inconscio. Forse perché si ritiene che anch’esso abbia fatto il suo tempo? Che esso sia un pezzo del museo delle cere dell’Ottocento? Ma non è forse questo il soggetto al quale tutti gli sforzi
dell’analista dovrebbero rivolgersi per farlo parlare? E dove parlerebbe in modo privilegiato il soggetto dell’inconscio se non attraverso il sogno? Ebbene, se non ricordo male, non c’è un solo sogno raccontato dai protagonisti di questa serie. La regola dell’associazione libera non è attivata. Il dialogo viene tutto centrato sull’attualità, come se queste vite fossero prive di storia. La dimensione verticale del passato non appare. Allora anche il luogo comune e assai inflazionato dell’innamoramento per l’analista è restituito seguendo le leggi di Sex and the City piuttosto che quelle assai più contorte del transfert analitico. Idem per la seduta (questa davvero inverosimile) di supervisione che ripropone il cliché dell’analista detective che spia i pensieri reconditi del terapeuta che ad essa si sottopone, magari forzandolo ad ammettere che l’innamoramento che la paziente (Sara) gli ha dichiarato in seduta lo aveva effettivamente turbato. La dimensione dell’interpretazione viene schiacciata brutalmente su quella dell’illazione. Mi hai chiesto una supervisione proprio adesso, dopo tutti questi anni, come mai? Ammetti che è perché sei rimasto turbato dalle avances della tua giovane paziente! Quando manca il soggetto dell’inconscio e la ricerca del carattere indistruttibile del desiderio, la tragedia delle vite rischia di trasformarsi in farsa. Perché l’inconscio è quel luogo dove bisogna andare se si vuole davvero vedere qual è la pasta di cui siamo fatti, se si vuole, come disse una volta Lacan a un esterrefatto Umberto Eco, «mangiare il nostro Dasein (Esserci)!».
Repubblica 5.4.13
L’attore è l’analista nella fiction diretta da Saverio Costanzo
Castellitto: “Il mio terapeuta è un Masterchef dell’anima”
di Silvia Fumarola
«Non sono mai andato in analisi», dice Sergio Castellitto «credo che in tutti questi anni mi abbia psicanalizzato il mio lavoro». Nella versione italiana di In treatment, successo di Sky diretto da Saverio Costanzo (in onda fino al 17 maggio, cinque giorni a settimana) è lo psicoanalista Giovanni Mari, che dal lunedì al venerdì accoglie nel suo studio ovattato i pazienti. «Iena buona» lo definisce l’attore «perché si nutre anche un po’ di loro, è una specie di Masterchef dell’anima». Nel Grande cocomero di Francesca Archibugi, del 1993, aveva interpretato un neuropsichiatra infantile. Castellitto, come vede il ruolo dello psicoanalista?
«Come un confessore che riesce, tramite gli altri, a scoprire qualcosa di sé, gli angoli bui: si specchia nei pazienti. Mari è in crisi con la moglie, è un padre e un uomo pieno di conflitti».
La psicoanalisi l’abbiamo conosciuta attraverso le nevrosi di Woody Allen, spesso in chiave ironica, e lo sguardo di Igmar Bergman. Qui si supera il tabù più grande, si “spia” la seduta col terapeuta.
«È affascinante perché non ci sono flashback, tutto è costruito con l’immaginazione, attraverso il fiume di parole. L’attenzione del pubblico è massima, ognuno costruisce la sua storia e fa i conti con se stesso: “anch’io ho tradito”, “anch’io avevo paura”».
Pensa davvero che recitare sia un po’ come andare in analisi?
«Ripeto, non ho mai fatto analisi ma parlare tanto di sé, come fa chi va da un terapeuta, significa mettere in scena il proprio ego. C’è un legame stretto ».
Lo sceneggiatore Furio Scarpelli era diffidente nei confronti della psicoanalisi, la riteneva «una delle trappole del narcisismo».
«La penso esattamente come lui. Nell’analisi c’è un forte senso di vanità, lo stesso che caratterizza gli attori: sei al centro della scena».
Detto così sembra facile ma chi va dall’analista, narcisista o no, sta male. E sa che ha bisogno d’aiuto.
«Sicuramente. Ho letto i libri di James Hillman, spiegano bene alcuni meccanismi. Mi sembra di aver capito che al centro dei pensieri ci siano sempre le stesse cose: infanzia, sesso, paura della morte. Non vado in analisi perché parlo con mia moglie Margaret, tra noi c’è una fiducia completa. A molti non piace, sono quasi infastiditi. L’amore è un lavoro, una continua costruzione».
Però l’intimità o la confidenza estrema non sono la stessa cosa dell’analisi.
«Io trovo le risposte, per Margaret è lo stesso. Non siamo perfetti, litighiamo anche. Ma siamo veramente uniti».
I suoi figli soffrono per il vostro rapporto così esclusivo?
«Non è esclusivo, i miei quattro figli sono inclusi: siamo un’agorà».
Ma lei che padre è?
Ride. «Un padre che dice: “Questa casa non è un albergo...”. E loro mi rispediscono la frase via sms. E ripeto quello che diceva mio padre: “Spegni la luce!”, che mi sembra anche un fatto di buona educazione visti i tempi».
Si dice, semplificando al massimo, che i laici vadano in analisi mentre per i cattolici c’è la confessione.
«Capita anche ai non credenti, in momenti particolari, di voler sfuggire al traffico e al caos, e di entrare in chiesa a cercare il silenzio. Vedo lo studio di Mari, anche per le luci morbide, i rumori esterni attutiti, le librerie di legno, come un grande confessionale. Anche senza l’elemento religioso».
Girare In treatment è una prova attoriale: un ciak dura oltre venti minuti.
«Ci siamo riusciti perché abbiamo provato tantissimo, è una messinscena teatrale. Avviene tutto lì in quel momento. Le emozioni sono intense. L’analista ascolta: in una società in cui tutti dicono la loro ma si è persa la capacità di ascoltare, una rivoluzione».
La maternità, il senso di colpa, il bisogno d’amore, le difficoltà dell’adolescenza: la vita non fa sconti. Chi è il suo paziente preferito?
«Mari è “innamorato”, è quasi un transfert al contrario, di Alice, la giovanissima ballerina autolesionista che ha un rapporto difficile con la madre».
La sceglie perché è una sfida?
«Perché rappresenta la scommessa più interessante dal punto di vista umano: è adolescente, parla di un dolore presente. Va salvata perché i nodi non diventino macigni, com’è accaduto agli adulti. È l’unica che scardina le difese dell’analista, gli toglie la maschera, obbligandolo a ripensare se stesso come padre e come marito. Gli altri pazienti rivivono i traumi del passato: lei ha una possibilità».