il Fatto 29.4.13
La rivolta sul Web
“Avete fatto rinascere la Dc”
La
Democrazia Cristiana è rinata, bravi complimenti e addio! ”. Enrico
Letta presenta i suoi ministri e sulla pagina Facebook del Pd gli
elettori reagiscono così. Il commento “sobrio” ma chiarissimo è di Irene
Crobu. Poi c’è qualcuno decisamente meno misurato. “Andatevene
affanculo voi e il Pdl”, scrive Antonio Vincenti. “Nell’anniversario
della morte di Gramsci.... VERGOGNATEVI! Il mio voto non lo avrete MAI
PIÙ! ”, parola di Gabriella Santuliana. “Vergogna”: una sola parola da
Gaia Barbara Almiento. Tira le conclusioni Daniele Mocci: “Non rinnoverò
la tessera”. Matteo Milani si dedica all’analisi della compagine di
governo: “Uno dei peggiori governi della storia repubblicana, con un po’
di cosmesi mascherata da rinnovamento. Bel lavoro della famiglia
Letta”. Annamaria Gonella avverte: “Non è per fare questo governo che
siete stati votati, ce lo ricorderemo la prossima volta”. Mentre Andrea
Portante la mette sull’intelligenza degli elettori: “Ma pensate
veramente che siamo tutti pirla? Ma pensate di prendere ancora i nostri
voti al prossimo giro? Non mi importa se vi vergognate o no. Non avrete
MAI più il mio voto, a cominciare dalle comunali a ROMA”. Passa mezza
giornata, arriva la sparatoria. I toni si fanno meno aspri. Ma la
condanna resta. Maurizio Ferrari: “Mi dispiace per i carabinieri che
sono persone che lavorano, ma se doveva suicidarsi non aveva più niente
da perdere queste condizioni le hanno create i nostri politici non
nominati dal popolo (sovrano) ”. E Uccio Pino Maria Cupeta: “Dai,
cogliete la palla al balzo per giustificare l’inciucio, sciacalli! ”.
Daniele Casciani ribadisce: “Traditori del mio voto!!! Vergogna!!! ”. Fa
una considerazione sul futuro Hamilton Moura Filho Desivel: “Il Pd è
morto dobbiamo creare un nuovo partito Letta è di destra caz....! “.
Tutt’altra musica sulla pagina Facebook di Enrico Letta. Background
diverso, attese pure. E si vede. Per tutti, Pietro Carella: “Auguri
presidente che sia un esempio della buona politica in questo momento
così difficile”.
Intanto, sulla sua pagina Facebook Pier Luigi
Bersani scrive: “Questo governo ha freschezza e solidità. Saprà
affrontare le difficoltà e le sfide che il Paese ha di fronte”. “Alfano
me lo chiami freschezza? ”, replica pronto Ciccio Di Stefano. “Il pudore
del silenzio, grazie”, chiosa Gianfranco Cozzobue.
l’Unità 29.4.13
Cgil al governo: no a cambiali in bianco
Il sindacato guidato da Susanna Camusso chiede una svolta nella politica economica
Cig in deroga ed esodati le prime emergenze
Imu da rimodulare, esentare solo la prima casa
Domani i Direttivi unitari con Cisl e Uil. Poi la firma sulla rappresentanza con Confindustria e imprese
di M. Fr.
ROMA Nessuna cambiale in bianco. E la richiesta di un deciso cambio di rotta rispetto ai governi precedenti. La Cgil misurerà il governo Letta esclusivamente da quanto lavoro e crescita ci saranno nel programma. Nel giorno in cui il sangue ha bagnato il giuramento e il primo Consiglio dei ministri e alla vigilia di una settimana molto importante per il ritorno dell’unità sindacale con Cisl e Uil, Corso Italia chiede come priorità di risolvere le emergenze sul tappeto, esodati e finanziamento degli ammortizzatori sociali (cassa e mobilità in deroga in primis) e porre fine all’austerity per rilanciare politiche di espansione.
La Cgil chiede però che il governo appena insediato si concentri anche sulle emergenze di medio periodo, fra
le quali l’occupazione giovanile e quella degli over-50, anche queste lasciate in eredità dei governi Berlusconi e Monti. Va trovata una soluzione anche alla povertà crescente in ampie fasce, che sono rappresentate dai redditi dal lavoro intermittente, da disoccupazione e da cassa integrazione, ma che riguarda anche gli occupati stabili alle prese con un potere d’acquisto in crescente erosione.
BONANNI: BENE L’ESECUTIVO
È il momento, secondo la Cgil, di cambiare una politica fiscale poco attenta alle condizioni delle persone ed una politica economica che ha avuto l’austerità come unica stella polare. Viene rilanciata la proposta già fatta sull’Imu: nessuna abolizione come propone il Pdl, ma l’esclusione dall’imposta per i possessori della sola prima casa, spostando parte della tassazione sulla seconda e terza casa e su altri fabbricati in modo progressivo. In questo modo, i risparmi potrebbero essere destinati all’occupazione, dando anche un segnale di inversione delle politiche fiscali, in una direzione di maggiore redistribuzione.
Se l’unità sindacale sarà ribadita domani con la riunione dei Direttivi di Cgil, Cisl e Uil e il varo dell’accordo sulla rappresentanza che in settimana sarà sottoscritto con Confindustria, le parole degli altri sindacati sono sulla stessa lunghezza d’onda. Il leader Cisl Raffaele Bonanni non si sottrae a un commento diretto sulla composizione dell’esecutivo Letta. «È un governo innovativo, il neo ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, potrà gestire benissimo il dicastero. Toccare la riforma Fornero? Sì, si può, ma le norme sul mercato del lavoro non possono creare occupazione, l’occupazione la fa la buona economia», risponde Bonanni. Parlando invece del ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, il leader Cisl auspica che dia «un’impronta fortissima sulla questione fiscale: Il fisco deve essere occasione per rivitalizzare l’economia, portare a rilevanza penale l’evasione fiscale, spostare parte del fisco da tassazione diretta a indiretta», ha aggiunto.
Rispetto al dramma di ieri mattina davanti a palazzo Chigi, Bonanni commenta: «È un episodio da condannare senza se e senza ma. La risposta ai gravi problemi economici, al disagio sociale del Paese e ai bisogni urgenti della gente può venire solo dalla politica, dall’impegno delle istituzioni e dalla collaborazione di tutte le forze responsabili. Per questo continua Bonanni tutti devono abbassare i toni, per evitare che si verifichino nel Paese altri episodi di violenza. Dobbiamo affrontare il problema della disoccupazione e le gravi emergenze sociali con più concertazione, assumendoci ciascuno la propria parte di responsabilità per fare uscire il paese dalla crisi», chiude Bonanni.
CENTRELLA (UGL): FINALMENTE
Il sindacato più contento della nascita dell’esecutivo Letta è però l’Ugl. «Finalmente l’Italia ha un governo, al presi-
dente del Consiglio rinnoviamo la fiducia e l’apprezzamento per aver accettato una grande responsabilità», dichiara il segretario generale Giovanni Centrella. «Ci riserviamo però di valutarlo alla prova dei fatti, vista la complessità e l'urgenza dei tanti problemi da risolvere». Per Centrella «da domani tutti saranno chiamati a dare risposte immediate ai cassintegrati, agli esodati, ai lavoratori, ai pensionati, ai disoccupati mettendo mano agli errori delle riforme del governo Monti e aprendo il cantiere di una vera riforma fiscale, con l'introduzione del quoziente familiare e con una sensibile riduzione delle tasse su lavoratori, pensionati e imprese che hanno saputo resistere alla crisi».
Corriere 29.4.13
E il politologo loda Emma Bonino su Radio Vaticana
MILANO — Nella formazione del governo «sono state fatte scelte importanti». E tra queste scelte «positive» c'è anche Emma Bonino come ministro degli Esteri. Lo ha detto su Radio Vaticana — non il «pulpito» più naturale per lodare una storica radicale come Bonino — il politologo Antonio Maria Baggio, docente all'Università Sophia di Loppiano (Firenze) e vicino al movimento dei Focolari. «Vorrei sottolineare, per esempio, l'inserimento della signora Bonino — ha detto l'esperto — nel governo, posta in un luogo come gli Esteri, che lei ha sempre vissuto in chiave soprattutto di diritti umani e di diritti dei popoli piuttosto che di rapporti tra gli Stati. Anche questa, vorrei sottolineare, è una scelta che a me sembra positiva». Per il politologo cattolico il governo «nell'insieme è un'equipe efficiente che ha saputo mettere le persone giuste nel posto dove possono rendere».
Repubblica 29.4.13
La rivincita della balena bianca da Letta a Franceschini e Alfano
Il ritorno al potere dei democristiani
Nel nuovo governo l’ultima generazione dc
di Filippo Ceccarelli
E
POI ci sarebbe quest’altra cosetta: che sono tornati i democristiani. E
rispetto alla pretesa novità, lo si dice sapendo che qualsiasi
scetticismo è pienamente giustificato.
PER anni e anni, infatti,
tutta una generazione di giornalisti politici cresciuti a pane e Zac,
Fanfani e Andreotti, De Mita, Forlani e Donat Cattin, altro non ha fatto
che interpretare ogni movimento, o spostamento, o passaggio come un
rientro in campo, finalmente, della politica, e cioè della Dc. Era un
po’ la nostalgia a generare l’equivoco. Ma bastava una rimpatriata di
reduci alla Domus Mariae, una ben augurante fibrillazione
pseudocentrista o anche solo un vago documento del professor Pellegrino
Capaldo perché le trombe, fin lì riposte nei loro polverosi contenitori,
tornassero a squillare il ritorno dello scudo crociato, perepèperepè.
Nel
frattempo Bossi faceva sconquassi, Berlusconi ingaggiava drammatiche
gare di burlesque con il mondo intero, D’Alema e Veltroni si
contendevano i vari partiti che cambiavano nome, Casini lasciamo
perdere, ma la Dc non tornava per niente, morta e sepolta com’era nel
giardino dei ricordi e anche dei rimpianti — per quanto Marco Follini,
cui si deve una rassegna di quattro o cinque libri di argomento
democristiano, non si stancasse di ripetere: «Attenzione, la Dc non c’è
più, ma i democristiani ci sono ancora». Eccome, ovvero: appunto. Per
mettere le mani avanti si può attenuare l’impatto dicendo che sono
tornati di moda. Uno di loro, Enrico Letta, sta da ieri a Palazzo Chigi.
Un altro, Matteo Renzi, si sta per prendere il Pd. Un altro ancora,
Alfano, già delegato del Movimento giovanile per la Sicilia e così
seguace di Martinazzoli da essersi recato sulla tomba dell’ultimo
segretario democristiano, è al Viminale.
Non a torto, nel suo
caso, c’è chi sostiene che il lungo bagno nelle acque berlusconiane, dal
lodo ad personam alle usanze cortigiane con tanto di melopea idolatrica
“Meno male che Silvio c’è” abbia cancellato nel giovane Angelino ogni
imprinting democristoide.
E tuttavia fra i vantaggi e i viziacci
di quella particolarissima specie antropologica era senz’altro da
annoverare una certa efficace, per non dire opportunistica adattabilità.
Per cui se mai un giorno il ministro dell’Interno riuscirà a restituire
al Cavaliere la libertà di andarsene a costruire ospedali in giro per
il Terzo Mondo, come spesso annunciato, c’è da scommettere che l’avrà
fatto in modo molto, ma molto democristiano. Quanto al presidente del
Consiglio in attesa di fiducia, l’altra sera a Porta a porta Follini si è
meravigliato di sentirsi attribuire una frase che non ricordava: «Letta
è l’ultimo frutto del grande albero democristiano ». Ma al netto della
retorica da talkshow, la sottoscrive aggiungendo che vede in lui un
tratto umano e soprattutto, in un tempo di autodidatti, una scuola
politica.
I maestri di Letta sono stati: Nino Andreatta, Romano
Prodi e lo zio Gianni. I primi due, c’è da dire, anche piuttosto
puntuti, mentre a proposito del terzo è irresistibile rammentare che
qualcosa del conte zio dei Promessi sposi Letta senjor ce l’avrebbe
pure: “Un certo credito”, senza dubbio; “ma nel farlo valere — osserva
Manzoni — e nel farlo rendere con gli altri, non c’era il suo compagno”.
Là dove il punto decisivo sta nel garbo rotondo, nel tocco delicato,
nell’inventiva suadente che pare di cogliere nella composizione del
presente governo.
Ovvio che in Letta junior si coglie un salto
evolutivo. Non tanto nelle sbandierate passioni pop o in quel gioco,
Subbuteo, che al limite può considerarsi come l’aggiornamento del
vecchio calciobalilla dell’oratorio. Né pare troppo significativo che
sia lui che Renzi abbiano impegnato l’aggettivo “sexy” in politica (il
sindaco di Firenze per il titolo di un libro che poi fu cambiato; il
presidente per auspicare un certo tipo di Pd). È che il “giovane”
Enrico, più di tanti suoi predecessori, è assai proiettato sulla
politica internazionale, parla le lingue, è anche spiritoso, pure con
lampi che non si vorrebbero qui definire di lieve cinismo, ma insomma
dai quali, non sembri casuale il ritorno anche di Manzoni, “traluce dei
padri la fiera virtù”. A tutto ciò si aggiunge — e fa grande effetto in
un tempo di cialtroni maleducati — la competenza e la cortesia. L’una e
l’altra si sposavano, nella variante esistenziale democristiana, con
l’essere, come si diceva con mille sottintesi, “navigati”. Letta pure lo
è. Basti pensare su quanti pochi nemici può contare; o anche al
rapporto di rivalità con Franceschini, cui ha riconosciuto un posto
strategico nel suo governo.
Esistevano del resto dc caldi e dc
freddi. Lui appartiene alla seconda specie. Sorvegliato, misurato,
disponibile, ma parecchio determinato. Solo in secondo momento si
prenderà atto che può anche essere spregiudicato. Non lui come persona,
ma le circostanze le opportunità che gli si prospettano. Per quanto
riguarda l’arte specifica di fregare gli avversari i canoni
democristiani prevedevano di non fare mai qualcosa contro qualcuno, ma
di operare affiché altre entità lo facessero, però mai fino in fondo. A
tale proposito, e parziale conferma del revival, si coglie l’occasione
non solo per segnalare che è appena uscito un aureo libricino di
Giuliano Ramazzina, dal significativo titolo “Muoia Sansone ma non i
dorotei” (Marcianum),
ma anche per ricordare un’indimenticabile
formula del giornalista Giuseppe Crescimbeni secondo il quale «i
democristiani ti accecano, ma dopo — e qui si fermava in una pausa molto
teatrale — ti passano il cane lupo”. Come dire: la vita, pur con tutti i
suoi guai, prosegue. Ecco, sostiene Follini, per vent’anni si è
combattuta in Italia una guerra senza vincitori e troppi vinti.
Capricci, ostentazioni, risse, trasgressioni di ogni sorta. C’era da
celebrare un rito di pacificazione. Serviva un democristiano, Letta, e
un comunista, Napolitano. Gli impicci restano, ma la suggestione, pensa
un po’, sconfina addirittura nella speranza.
Repubblica 29.4.13
Diventeremo tutti berlusconiani?
di Ilvo Diamanti
DIVENTEREMO
tutti berlusconiani? Difficile non chiederselo, mentre assistiamo
all’avvio del nuovo governo, che oggi otterrà la fiducia. Berlusconi non
ne fa parte. Ma la sua presenza è visibile. Attraverso i ministri della
sua “parte”. Per primo, il fedele Angelino Alfano. D’altronde, questo
governo rispecchia la prospettiva che egli stesso aveva auspicato e
perseguito, fin dai giorni successivi al voto.
Una maggioranza di
“larghe intese”, che istituzionalizzasse l’alleanza costruita da
Napolitano intorno a Monti e ai tecnici, nel novembre 2011. Oggi quella
maggioranza si ripropone, per iniziativa, ancora, del Presidente. Ma si
tratta di un governo “politico”, per quanto spinto (come nel 2011)
dall’emergenza. Alla guida di Enrico Letta, leader del Pd. Con il
sostegno determinante del Pdl. Oggi, di nuovo il primo partito in
Italia, secondo i sondaggi. Mentre il Pd è in caduta. Sceso al di sotto
del 25% (secondo Ipsos). Se si votasse presto, il centrodestra
“rischierebbe” di conquistare la maggioranza in entrambe le Camere,
anche con questa orribile legge elettorale.
Berlusconi, dunque,
incombe di nuovo, sulla politica italiana. Come avviene da vent’anni.
Eppure sei mesi fa, appena, tutti davano la sua avventura politica
praticamente conclusa. I suoi stessi leader (si fa per dire, perché nel
centrodestra il leader è uno solo) l’avevano abbandonato. Invocavano le
primarie del centrodestra. E si guardavano intorno, alla ricerca di una
via di fuga. Io stesso consideravo il “berlusconismo”, il modello
politico e culturale imposto da Berlusconi, in declino. Non ho cambiato
idea. Il berlusconismo interpreta il mito dell’imprenditore del Nord che
si è fatto da sé. La promessa del successo possibile per tutti. Narrata
attraverso i media e la “sua” televisione. È il “sogno italiano” negli
anni della crescita e del benessere. Che egli ha rappresentato anche
mentre declinava, negli anni Duemila. Quell’epoca è finita. Arcore e le
sue ville in Sardegna non possono più disegnare l’ambiente della sua
fiction. E l’immagine degli imprenditori, oggi, non è più associata al
“miracolo” economico degli anni Ottanta e Novanta. Ma al dramma del
suicidio per disperazione.
Anche il “partito personale”,
l’invenzione del Cavaliere: da Forza Italia al Pdl, dopo il 2008 ha
iniziato a perdere consensi. Dieci anni, o quasi, di governo e di
declino economico e sociale ne hanno ridimensionato il consenso. Così
alle elezioni recenti il Pdl ha perduto circa 6.300.000 elettori. E si è
ridotto a circa metà, rispetto al 2008.
Eppure Berlusconi non è
finito. È sopravvissuto al berlusconismo. Meglio dei suoi stessi
antagonisti. Oggi in profonda crisi, assai più di lui.
Com’è avvenuto? E perché?
Quanto
al “come”, direi che Berlusconi ha perso le elezioni ma ha vinto il
dopo-elezioni. Perché il Pd, guidato da Bersani, il vincitore
predestinato con largo anticipo, in effetti, non ha vinto. Ma ha cercato
di agire da vincitore. Come se avesse vinto. Per quasi un mese, ha
inseguito il progetto di un governo improbabile. Insieme al M5S, di
Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. I quali non possono governare con
i “nemici”. I principali partiti della Seconda Repubblica. Dopo aver
condotto una campagna elettorale contro di loro. Il Pdl e il Pd senza
“l”. Non possono. Perché un terzo dei loro elettori provengono da
centrodestra e un terzo da centrosinistra. Qualunque scelta, per il M5S,
sarebbe lacerante. Per cui ha condotto, sin qui, una guerra di
logoramento. Avvicinandosi al Pd, per poi respingerlo. In diretta
streaming. Visto che il suo governo ideale è proprio questo. Le “larghe
intese” fra i “nemici”. Contro cui mobilitarsi. Dentro e fuori il
Parlamento. Almeno per ora. Fino a quando, cioè, una parte dei suoi
elettori non comincerà a interrogarsi circa l’utilità del proprio voto.
Com’è avvenuto in Friuli Venezia Giulia, alle recenti elezioni
regionali.
Così Berlusconi, è divenuto, di giorno in giorno, più
ineludibile. Impossibile cancellarlo dall’orizzonte politico, per il Pd.
Il non-vincitore costretto ad agire “come se” lo fosse. “Come se”
potesse decidere con chi governare. Mentre, di giorno in giorno, il
ruolo di Berlusconi cresceva. Mentre Berlusconi poteva permettersi
atteggiamenti da leader responsabile. Pronto a fare la propria parte.
Fino al punto di concedere alla “sinistra” tutte le presidenze. Della
Camera e del Senato. Perfino la presidenza della Repubblica (Napolitano
non ha mica una storia di destra…). E, infine, la presidenza del
Consiglio.b Per il Bene del Paese.
Così Berlusconi ha vinto il
dopo-elezioni. E il centrosinistra l’ha perso. Anche se ha ottenuto
tutte le cariche più importanti. Perché ha dovuto “arrendersi” al suo
avversario storico. Il Pd: per la prima volta, ha formato una
maggioranza “politica” con gli uomini del Pdl. Cioè, di Berlusconi.
Certo, Enrico Letta ha scelto ministri giovani. Molte donne. Un po’ di
tecnici di valore. Un po’ di politici di nuova generazione. Ma, insomma,
lui, Silvio: incombe. E per il Pd conta quanto – e forse più – che per
il Pdl. Perché Berlusconi è, ancora oggi, il leader verso cui gli
elettori del Pd nutrono maggiore sfiducia: 94%.
La sfiducia verso
Berlusconi, l’anti-berlusconismo: sono un marchio impresso nell’identità
del centrosinistra fin dalle origini della Seconda Repubblica. Il
centrosinistra. Condannato, da Berlusconi, a rimanere comunista. Dopo la
caduta del muro e la fine del comunismo. Condannato a restare
antiberlusconiano, anche dopo la fine del berlusconismo. Oggi sembra
incapace di liberarsi da questa eredità.
Anche e soprattutto
perché il Pd non è mai riuscito ad affermare una propria, specifica,
identità. È un partito né-né. Né socialdemocratico né popolare. Semmai
post. Dove coabitano, senza amore, postcomunisti e postdemocristiani (di
sinistra). Un partito im-personale. Che utilizza le primarie per
selezionare leader poco carismatici e lasciar fuori quelli più pop
(olari). Un “partito ipotetico”, ha scritto Eddy Berselli nel 2008.
Rassegnato a perdere, anche quando vince – o quasi. Perché coltiva il
mito della sconfitta– e dell’opposizione. In fondo, anche Berlusconi,
per il Pd e la Sinistra, è un mito. Negativo, ma non importa. Perché i
miti, si sa, non muoiono. Per non morire berlusconiani, dunque, non c’è
alternativa. Occorre costruire un’alternativa: “senza” Berlusconi.
“Oltre” Berlusconi. Solo a questa condizione è possibile sopravvivere a
Berlusconi. Il Pd, per questo, deve cambiare in fretta. Individuare e
comunicare una propria, specifica identità. Con poche parole e una
leadership forte. Prima delle prossime elezioni. Non gli resta molto
tempo.
il Fatto 29.4.13
Ad personam
Amnistia e indulto, grimaldelli per salvare B.
di Marco Palombi
Il governo è fatto, la fiducia in Parlamento quasi una formalità, resta sempre quel problemino. Quale? I processi di Silvio Berlusconi, attualmente statista. Tralasciando quello per le intercettazioni Unipol (condanna a un anno in primo grado), a preoccupare davvero il Cavaliere sono due procedimenti: quello sulla compravendita di diritti tv (anche qui primo grado chiuso “in svantaggio” di quattro anni) e quello per concussione aggravata e “altro” nell’affaire Ruby, non lontano dalla sentenza. LA FACCENDA non è tanto il rischio di andare effettivamente in prigione - nel breve periodo quasi inesistente tra indulto del 2006 e veneranda età dell’interessato (vedi legge ex Cirielli) - quanto quella brutta abitudine dei magistrati di comminare pene accessorie, in particolare l’interdizione dai pubblici uffici: per i diritti tv già gli hanno dato cinque anni, di cui tre indultati, che rischiano di diventare definitivi ad inizio 2014 e impedire all’ex premier di candidarsi in caso di elezioni. Ovviamente non tutti si sono distratti in queste settimane e l’ostacolo che si frappone tra il Belpaese e le sue magnifiche sorti, e progressive, è ben presente a più di qualcuno. Ieri, per dire, Giuliano Ferrara ha dimostrato di ricordarselo pubblicando una sorta di arringa finale su Il Giornale. Titolo: “Ora i giudici devono deporre le armi”. Svolgimento: “Una condanna risulterebbe ad un numero impressionante di cittadini semplicemente ingiusta, il timbro finale di una storia accanita di eccessi legalistici e di tentativi maldestri di mascariamento”, “un modo per prolungare l’intenibile guerricciola civile contro persone simbolo”. Conclusione: “Assolvete dunque, in nome e per conto dell’etica della responsabilità”. Purtroppo per il Cavaliere, però, infinite cantonate sui tentativi di appeasement con la magistratura tramite i buoni uffici di quel presidente della Repubblica o vicepresidente del Csm o Guardasigilli hanno dimostrato che questa strada non sempre funziona: basti ricordare il Berlusconi che rinfacciava al Quirinale la garanzia sulla non bocciatura del lodo Alfano da parte della Consulta. E allora? I migliori avvocati del nostro, come si sa, stanno nelle commissioni Giustizia, e non in Tribunale, e potrebbero sfruttare il nuovo clima di concordia per risolvere (di nuovo) il problema con una bella legge. E ce n’è una sola, data l’eterogeneità delle accuse a Berlusconi, che possa funzionare: concessione di amnistia e indulto. Questa via, peraltro, ha il pregio di permettere ai berluscones di mimetizzarsi nella sacrosanta battaglia di quei parlamentari - tutti di estrazione radicale o comunque vicini al partito del neoministro Bonino – che fanno una sacrosanta battaglia sulle condizioni carcerarie nel nostro paese: 139,7 detenuti ogni 100 posti, oltre 65mila il numero totale, il 30% tossicodipendenti, il 40% in attesa di giudizio definitivo.
IN PARLAMENTO, peraltro, ci sono già due ddl sul tema: uno del prodiano Sandro Gozi alla Camera, uno in Senato firmato da Luigi Manconi del Pd e Luigi Compagna del Pdl (in prestito al minigruppo sudista), l’uomo che la scorsa legislatura tentò di restaurare l’immunità parlamentare con un altro ddl bipartisan. Del primo ddl ancora non è disponibile il testo, del secondo sì e la soluzione sarebbe davvero radicale: amnistia per i reati commessi fino al 14 marzo 2013 (esclusi alcuni, ma non quelli che riguardano Berlusconi), più un indulto di quattro anni con automatica cancellazione “per intero per le pene accessorie temporanee”. Insomma, dovessero condannarlo nel frattempo (e quindi l’amnistia va a vuoto), arriva la seconda lama dell’indulto. C’è un problema. Amnistia e indulto, da Costituzione, si approvano coi due terzi dei voti nelle due Camere: per un ddl senza il Cavaliere dentro i numeri probabilmente ci sono, in questa formulazione “corretta” col famoso salvacondotto è assai difficile.
il Fatto 29.4.13
Il ricatto del Pdl
L’acrobata Letta sospeso sul filo dell’Imu
di Giorgio Meletti
L'unica spiegazione ragionevole, o se preferite l'unica attenuante per la guerra dell'Imu, è la battaglia in corso per la spartizione di una quarantina di poltrone da viceministro e sottosegretario. I più agguerriti sparano salve di cannone per posizionarsi, per alzare il prezzo. Il più rumoroso come sempre è Renato Brunetta. L'economista veneziano, rimasto fuori del governo perché sta talmente sulle scatole a tutti che con lui Enrico Letta rischiava di andare sotto nel voto di fiducia, ieri di prima mattina ha dato il suo avvertimento, dotato di un certo peso visto che è a capo del grppo Pdl alla Camera: "Cancellazione dell’Imu sulla prima casa e sui terreni agricoli, nonchè restituzione di quanto pagato lo scorso anno sono fondamentali. O ci sarà questo preciso impegno da parte del presidente del Consiglio, o non voteremo la fiducia al governo”.
DALLO STAFF del premier arrivano segnali di prudenza: l'argomento Imu difficilmente potrà essere ignorato nel discorso sulla fiducia di questa mattina, ma sarà sicuramente l'ultimo a essere limato da Enrico Letta, la cui abilità sarà messa a dura prova dallo sforzo di tenere in equilibrio una cosa assai complicata.
LE CIFRE sono chiare: il nuovo governo deve trovare alla svelta almeno 1,5 miliardi per gli ammortizzatori sociali che hanno esaurito le dotazioni finanziarie, un altro paio di miliardi per bloccare l'aumento dell'Iva dal 21 al 22 per cento previsto per il 1 luglio prossimo. Poi c'è l'appuntamento con l'altra stangata fiscale innescata dal governo Monti, la Tares: per disinnescarla e almeno rinviarla bisogna trovare subito un miliardo. Poi servono un paio di miliardi per non mandare a casa i precari della Pubblica amministrazione che scadono a giugno. Poi resta sempre da risolvere il problema degli esodati, su cui è complicato fare cifre.
In queste condizioni per Letta sarà molto difficile assumere impegni precisi per l'Imu prima casa. Vale 4 miliardi, e per abolirla e al contempo rimborsare quella del 2012, come promesso da Silvio Berlusconi in campagna elettorale, servirebbero 8 miliardi. Non se ne parla proprio. Il punto di mediazione che Letta può tentare è quello di rilanciare un pezzo della proposta avanzata in campagna elettorale da Pierluigi Bersani. Il Pd voleva dare una franchigia di 500 euro (contro gli attuali 200), in modo tale che chi aveva da pagare un'Imu prima casa entro quella cifra ne veniva automaticamente esentato, mentre chi stava sopra aveva comunque uno sconto di 500 euro.
Con questa misura verrebbero a mancare, secondo i calcoli Pd 2,5 dei 4 miliardi di gettito, in parte compensabili da un inasprimento dell'imposta sui grandi patrimoni, quelli con valore catastale superiore ai 1500 euro. Questa ipotesi di recupero è per un verso ottimistica, per un altro verso indigesta per il partito di Berlusconi e Brunetta. Si parla invece delle misure di recupero avanzate in campagna elettorale da B., come le maggiori imposte su gioco d'azzardo, alcolici e sigarette, per un paio di miliardi di euro. Qui c'è però da fare i conti con un fenomeno ormai noto, le maggiori imposte frenano i consumi, e quindi anche il gettito non sarebbe quello sperato.
LETTA NON PUÒ d'altra parte esordire in Parlamento annunciando all'Europa e ai mercati finanziari la ferma intenzione di aprire una nuova voragine nei conti pubblici per fare contenti Berlusconi e Brunetta.
Verosimilmente sarà costretto a scegliere una posizione di attesa, rinviando le scelte nette a un momento successivo in cui gli sconti sull'Imu vengano annegati in una più complessiva manovra di rilancio dell'economia fatta anche di sollievo fiscale. Il drammatico calo dei consumi, diventato elemento centrale della recessione, dovrà essere affrontato con qualche cosa che somigli al reddito di cittadinanza reclamato a gran voce dal Movimento 5 Stelle ma sul quale anche il nuovo ministro del Lavoro Enrico Giovanninini ha mostrato qualche apertura.
Rimane dunque il vero, drammatico punto di caduta su cui il nuovo premier sarà misurato: se tutto ciò di cui ha bisogno il Paese si traduce in minori entrate fiscali o maggiori spese, l'unica soluzione sarà un taglio della spesa pubblica drastico ma che non colpisca gli strati più deboli. Proprio ciò su cui il governo di Mario Monti e il mitico tagliatore Enrico Bondi hanno fallito su tutta la linea.
il Fatto 29.4.13
Sottosegretari
Poltrone, la carica dei trombati
Adesso tutti a dire che un sottosegretario abile e furbo “vale più di un ministro di peso”, ma è solo un modo per stemperare una delusione cocente, che solo in alcuni casi (pochi, pochissimi a sentire le indiscrezioni dell’ultim’ora) potranno essere temperate da una nomina a sottosegretario. O a viceministro. E poi bisognerà vedere pure quale. Chi non se ne riesce a fare una ragione della trombatura arrivata quasi sulla salita del Quirinale, è Renato Brunetta. Il Cavaliere ha difeso con il suo corpo la nomina dell’ex ministro a responsabile del dicastero dell’Economia, ma Napolitano è stato spietato; niente ex ministri politici. Lasciata in un angolo anche Daniela Santanchè. Che l’ha presa male. Vada pure il vedersi superare da Nunzia De Girolamo, che sicuramente non sa nulla di Agricoltura ma è moglie di Francesco Boccia, il primo cavaliere di Enrico Letta, però la Lorenzin è stato un duro colpo. Un “affronto” che potrebbe essere compensato da un sottosegretariato “di spessore”. Berlusconi la vorrebbe viceministro allo Sviluppo Economico, per blindare i suoi interessi da uno spaesato Zanonato che poco capisce, soprattutto di tv. Un ruolo di primo piano, dunque, per la prima delle “amazzoni”, così come il Pdl ambirebbe a tenere sotto controllo l’azione di Anna Maria Cancellieri alla Giustizia infilando a via Arenula uno come l’ex ministro Nitto Palma. Ma se lui dovesse cadere per l’ennesimo veto sugli ex ministri, allora da Palazzo Grazioli proporrebbero Augusta Iannini, moglie di Vespa, ex capo di gabinetto del ministero e ora all’Authority per la Privacy. Chissà se Letta potrebbe accettare. Qualcosa, poi, dovranno trovare per Mara Carfagna e Anna Maria Bernini, quest’ultima caduta ad un passo dalla meta e con poca, pochissima voglia di lasciar correre.
CERTO, PERÒ, Enrico Letta di problemi ne avrà soprattutto a sistemare i tanti delusi del suo partito. O di quel che ne resta. Ci sono ancora diversi “lettiani”, come Marco Meloni, Alessia Mosca e Paola De Micheli, da sistemare, ma quel che più teme – forse – il neo premier, è di subire l’assalto da parte di quelle correnti Pd lasciate a secco. Stefano Fassina, per dirne uno. Si sentiva già ministro del Lavoro e poi ecco sbucare (quasi) dal nulla un “tecnico” come Giovannini. Forse il sottosegretariato al ministero di via Veneto glielo daranno. E con lui i “turchi” potrebbero essere sistemati. Che fare, però, dei “dissidenti” tipo Zoggia e Puppato che, alla fine, hanno deciso di votare la fiducia al governo? Sono ore frenetiche per gli aspiranti numeri due: per uno strapuntino di successo fanno di nuovo capolino vecchie conoscenze come Giorgio Merlo, ex parlamentare di lungo corso piddino non più ricandidato, ma uomo macchina di Franco Marini. Non disdegnerebbe la promozione Giacomo Portas che, da leader dei Moderati, afferma ogni due per tre la propria granitica fedeltà alla coalizione. Stessa musica per Riccardo Nencini, leader dei Socialisti, trombato sulla soglia del ministero dell’Ambiente. L’Agricoltura è poi l’ambito sul quale ha puntato gli occhi Massimo Fiorio, astigiano, tre legislature sul groppone, che potrebbe però subire la concorrenza di un concittadino illustre, il dietologo-nutrizionista Giorgio Calabrese. Non ha mai smesso del tutto di pensare a un suo ritorno ministeriale anche Gianfranco Morgando, ex sottosegretario a Industria (con D’Alema) e Tesoro (nell’Amato II), mentre è data quasi per certa Ilaria Borletti Buitoni alla Cultura. Chi coltiva poi il sogno di un vice-ministero allo Sviluppo economico (o, in subordine alle infrastrutture) e’ il neo parlamentare di Scelta Civica Paolo Vitelli. Il patron dell’Azimut non fa mistero che nelle condizioni d’ingaggio, da parte dell’ex premier Mario Monti, ci fosse proprio la promessa di un incarico di primo piano. I bocconi amari per Letta junior, par di capire, non sono affatto finiti…
il Fatto 29.4.13
Gli uomini del presidente
Conflitti d’interesse: governissimo da record
di Davide Vecchi
Milano Giovani, donne e conflitti d'interesse. Il neonato governo Letta ha diversi record. Due legati ad anagrafe e genere, un terzo per essere riuscito a esprimere ministri che rappresentano interessi altrui, ciascuno decisamente in conflitto con le deleghe ottenute. Da Angelino Alfano a Flavio Zanonato, in rigoroso ordine alfabetico.
IL VICEPREMIER e ministro dell’Interno, si sa, è fidatissimo uomo di Silvio Berlusconi a cui deve la sua ascesa politica. Da ministro della Giustizia concentrò i suoi sforzi, assieme a Niccolò Ghedini, nel tentativo (poi fallito) di cucire addosso all’allora premier il Lodo Alfano e il legittimo impedimento. Ora che siede al Viminale ha un potere d’intervento diretto sulla sicurezza. Dalla lotta all’immigrazione a quella alla criminalità organizzata. Lui che, siciliano, da giovane deputato dell’Ars e pupillo di Gianfranco Micciché, nel 1996 baciò Croce Napoli (capomafia di Palma di Montechiaro) al matrimonio della figlia. E quando nel 2009 presa una posizione netta contro Cosa Nostra dicendo “la mafia fa schifo”, scatenò la protesta dei picciotti in carcere. Lo ha raccontato, nel processo a Totò Cuffaro, il pentito Ignazio Gagliardo. “Abbiamo visto Alfano parlare in tv e dire che la mafia fa schifo. Ciccio Mormina, Pasquale Fanara, Limblici e Vella Francesco dissero che era un pezzo di merda. A questo punto Giovanni Alongi, rappresentante della famiglia di Aragona, disse: 'Il padre di Angelino mi ha chiesto voti per Angelino”. Accuse di pentiti, per carità. E il Viminale, fra l’altro, gestisce il programma di protezione. I poteri del ministero dell’Interno sono molteplici. A lui, per dire, rispondono i commissari prefettizi che lui stesso nomina. A breve sul tavolo di Alfano arriverà la relazione conclusiva di Enrico Laudanna, il commissario prefettizio nominato al Comune di Siena dopo lo scandalo Mps. In quei documenti sarà ricostruito il legame tra la banca e la politica cittadina.
Altro devoto al Re di Arcore è Maurizio Lupi che si è visto affidare il ministero delle infrastrutture e trasporti. Dicastero ora fondamentale per il Nord, in particolare per Milano e la Lombardia in attesa di numerosi via libera alle autostrade per l’Expo e per la nuova pista di Malpensa. Ma soprattutto è stato affidato a un esponente di Comunione e Liberazione, rimasta orfana nei Palazzi a seguito dell’addio di Roberto Formigoni, dopo 17 anni, dal Pirellone. Il movimento fondato da Don Giussani ha anche un altro ministro: Mario Mauro alla Difesa. Cl, in pratica, ha un ministro in meno di quanti ne ha espressi Scelta Civica e la metà della componente tecnica: 3 dicasteri e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Qui è seduto Filippo Patroni Griffi, che oltre a essersi guadagnato a pieno titolo l’ingresso nella Casta, comprandosi una casa vista Colosseo a prezzo agevolato, è anche considerato rappresentante dei “poteri di Stato”. Magistrato, Uomo di fiducia del Capo dello Stato, è cresciuto nel Palazzo. Capo dell’Ufficio legislativo del ministero della funzione pubblica dal governo tecnico Ciampi del 1993 ha ricoperto lo stesso incarico in diversi dicasteri fino al quarto esecutivo Berlusconi, terminato nel 2011.
ALTRO TECNICO è Fabrizio Saccomanni, titolare dell’Economia, legittimo erede del banchiere Corrado Passera. Anche Saccomanni, del resto, arriva dai palazzi della finanza. Direttore generale di Bankitalia, ha avuto incarichi, fra gli altri, alla Bce, al fondo monetario internazionale. Anche lui stimato da Napolitano. Così come Carlo Trigilia, esperto meridionalista, nel governo in quota Pd come ministro della Coesione territoriale è molto legato a Giuliano Amato e da Massimo D’Alema. A quest’ultimo è legato nell’esperienza della Fondazione Italianieuropei, di cui è membro. Del Pd è anche Flavio Zanonato, ministro allo sviluppo economico. Inciampato anni fa in un’inchiesta per tangenti della cooperativa rossa Cles. Diventato sindaco a Padova, nel 2006 costruì il “muro di via Anelli” per isolare un quartiere problematico della città. La recinzione è ancora lì, lui è diventato ministro.
Corriere 29.4.13
Fassina: capisco la scelta di tenermi fuori
Ha prevalso la continuità con Monti
di Monica Guerzoni
ROMA — «Sono preoccupato».
Il governo Letta non le piace, onorevole Stefano Fassina?
«È un buon compromesso per avviare la Terza Repubblica. Il frutto politico più rilevante potrebbe essere la legittimazione reciproca tra parti che si sono contrapposte negli ultimi vent'anni, con il contributo di una generazione più giovane».
Lei era in corsa, perché il suo nome è stato depennato dalla lista dei ministri?
«Cosa sia successo non lo so, ma ho dormito lo stesso. C'è un enorme lavoro da fare anche sul versante del partito, mi concentrerò su quello».
Davvero non è deluso?
«Non voglio sottrarmi, ma penso che Enrico Letta abbia dovuto comporre un puzzle difficilissimo e che il risultato sia un buon compromesso. Ci sono tante donne...».
Non penserà che siano troppe, vero?
«Al contrario, ritengo che bisognerà arrivare al cinquanta per cento. Nella situazione data Letta ha fatto un lavoro straordinario. Dopodiché la squadra economico-sociale è un elemento che mi preoccupa molto».
Direbbe così anche se ne facesse parte?
«Non ne faccio parte perché credo sia prevalso un segno di continuità col governo Monti, che una figura come la mia non poteva garantire. Il mio profilo non sarebbe stato coerente con quel team economico-sociale. Capisco la scelta di tenermi fuori».
Saccomanni non le ispira fiducia?
«Non voglio fare nomi. È una percezione, vedo un rischio... Spero che sin dai primi atti, in particolare dalla necessaria nota di aggiornamento al Def, i rischi di continuità sulle politiche di austerità e lavoro siano fugati. E spero che in Europa vada un ministro del Tesoro profondamente convinto della necessità di cambiare rotta».
Insomma, lei vede poco Pd e poca sinistra.
«Vedo poca rappresentanza di quel cambiamento di rotta sulla politica economica che abbiamo portato avanti in questi anni, prima in solitudine e oggi con tanti compagni di strada in Europa. Quella linea non è adeguatamente rappresentata».
Cosa teme?
«Se volessimo raggiungere il pareggio di bilancio nei tempi previsti ci sarebbero altre manovre pesanti da fare, altri disastri sociali e il debito pubblico salirebbe ancora. Se non vogliamo fare ulteriori danni all'economia bisogna rinegoziare a Bruxelles i nostri obiettivi di deficit».
Darà battaglia sui provvedimenti?
«Si presenteranno degli ostacoli, a cominciare dalla restituzione dell'Imu. Le divergenze con il Pdl sono tante, non è stato un capriccio puntare al governo di cambiamento. Non ci sono state le condizioni e sosterremo Letta, con lealtà e convinzione. Però rimaniamo una Repubblica parlamentare e col gruppo del Pd contribuiremo a definire misure utili a risolvere le emergenze».
Se Letta la chiamasse come viceministro o sottosegretario?
«Voglio concentrarmi sulla ricostruzione morale e intellettuale del Pd. Per me è questa la priorità».
Da reggente? O da segretario eletto con le primarie?
«Discussione prematura. Non ho in mente nulla, sono uno che fa sempre gioco di squadra anche quando altri non lo fanno. L'assemblea nazionale deciderà le soluzioni e i tempi del congresso. L'importante è che il percorso si avvii sui binari giusti, poi la parte dei singoli è secondaria».
Orlando è ministro, lei e Orfini no... Che succederà nei «giovani turchi»?
«Il gruppo, inopportunamente definito così, è stato un'esperienza importante per dare visibilità a un punto di vista sull'agenda Monti. Ma ora siamo in un'altra fase».
Vuol dire che è ora di superare le correnti?
«Dopo le dolorosissime vicende che hanno portato alla caduta di Marini e Prodi ritengo necessario da parte di tutti superare le appartenenze e misurarsi coi problemi profondissimi del Pd. Il correntismo storico, al quale si sono aggiunti ultimamente altri pezzi, è la causa principale di quello che è avvenuto».
il Fatto 29.4.13
T’adoriam Letta divino
Giornali & proiettili: la stampa di Letta e di governo
di Marco Travaglio
Hanno ragione il presidente ridens Piero Grasso e i noti moderati Alemanno, La Russa, Storace, Barani, Maroni, Prestigiacomo, Sallusti, Gasparri e la sua signora Gasbarra: serpeggia, anzi tracima in Italia un eccesso di opposizione che può armare la mano di qualche testa calda. Basta aprire un giornale o un tg a caso per imbattersi in orde di giornalisti ipercritici, addirittura feroci contro il governo Napoletta e i partiti che lo compongono. Un coro pressochè unanime di attacchi forsennati che è francamente difficile distinguere dalle pallottole. Tanto da far sospettare che lo sciagurato attentatore, ieri mattina, prima di aprire il fuoco sul Parlamento fosse passato in edicola o almeno reduce da una full immersion negli speciali televisivi degli ultimi giorni. Ne pubblichiamo qui una piccola antologia, sempre ribadendo il monito del Capo Supremo affinchè la stampa smetta di “rinfocolare” e inizi a “cooperare”. Letterman Show. “Il governissimo delle facce nuove”, “Napolitano, missione compiuta”, “Letta, 77 ore per disinnescare la guerra civile Pd-Pdl”, “Saccomanni, il tecnico che non fa sconti alla finanza mondiale”, “La missione di Giovannini: rilanciare l'occupazione”, “Farnesina in festa per l'arrivo della Bonino” (La Stampa). “Governo Letta: record di donne, supertecnici e quarantenni” (il Messaggero). “Più donne e giovani, la squadra di Letta”, “Letta è premier: donne e giovani. Provo una sobria soddisfazione”, “Ritorno alla realtà”, “Sul governo il sigillo del Colle. E si apre il cantiere delle riforme”, “Campane a festa per D'Alia” (Corriere). “Governo giovane e in rosa”, ”Straordinari doveri”, “Quagliariello: ‘E ora pacificazione’”, “Su Interni e Giustizia la mossa decisiva” (Avvenire). “La nuova generazione”, “Le signore della competenza”, “Ecco il governo Letta, giovani e donne” (Repubblica). Ancora nessuna notizia dei bambini.
Pigi Lettista. “I due partiti maggiori che si accingono a formare un governo presieduto da Letta stanno compiendo un atto coraggioso. Sanno che per loro questa è l'ultima chiamata. Sanno che non possono fallire” (Pierluigi Battista, Corriere, 25-4). Combattenti di terra, di mare e dell'aria! Camicie nere della rivoluzione e delle legioni! Uomini e donne d'Italia, dell'Impero e del regno d'Albania! Ascoltate! Un'ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L'ora delle decisioni irrevocabili. La parola d'ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all'Oceano Indiano: vincere!
Stefano Menichetta. “In questi giorni si sconta l’antica cessione di autonomia in favore di un ceto intellettuale che del radicalismo tendente al giustizialismo fa la propria ragion d’essere. I Travaglio, i Padellaro, i Flores che... annullano la persona di Enrico Letta perché ‘nipote’ sono personaggi che fanno orrore. Il loro linguaggio suscita repulsione. Il loro livore di sconfitti mette i brividi. Ma in condizioni normali il loro posto dovrebbe essere ai margini, in quell’angolo della società e del dibattito pubblico dove sempre si collocano gli odiatori di professione. Solo qui capita che da quell’angolo si riesca a condizionare gli umori della sinistra italiana che... ha sempre cercato di parlare e di ragionare di politica, lasciando ai neofascisti la necrofilia e l’intimidazione. Ha problemi grossi da risolvere, Letta. Ma sembrano inezie se paragonati alla guerra contro i battaglioni della morte che dobbiamo vincere noi” (Stefano Menichini, Europa, 26-4). E vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all'Italia, all'Europa, al mondo.
Beppe Lettergnini. “L'incarico a Letta non ha ancora 48 ore e già si sentono i soliti commenti bellicosi, le consuete dichiarazioni stentoree... Questa è l'ultima spiaggia della Penisola: più in là c'è solo il mare in tempesta e un azzardo pericoloso. I saggi nominati dal presidente Napolitano si sono rivelati concreti. In poco tempo hanno prodotto poche pagine di buone idee: nel Paese pleonastico, una piccola rivoluzione... L'Italia ha voglia di novità. È primavera: bisogna cambiare aria nelle stanze e nel cervello... Enrico Letta è un uomo competente, calmo e relativamente giovane” (Beppe Severgnini, Corriere, 26-4). Ma anche marito premuroso, padre esemplare e soprattutto nipote.
Aldo Cazzulletta. “Non ha citato Kennedy – ‘la fiaccola è stata consegnata a una nuova generazione... ’ - ma ha detto più o meno le stesse cose, Napolitano. Le ha dette mentre affidava l'incarico di formare il ‘suo’ governo a un uomo di cui potrebbe essere il nonno”. Il posto di zio era già impegnato. “L'Italia, paese considerato gerontocratico, fa un salto in avanti inatteso e si colloca all'avanguardia in Europa... A Palazzo Chigi arriva il ragazzo che amava il Drive In e gli U2” (Aldo Cazzullo, Corriere, 25-4). Largo ai giovani, pancia in dentro e petto in fuori.
Alessandro Salletta. “Complimenti Gina, al secolo Gianna Fregonara (giornalista del Corriere, ndr), candidata first sciura del Paese. Per l'incarico al marito, ovvio, ma soprattutto perchè sono certo che se oggi Enrico Letta è sulla soglia di Palazzo Chigi dietro c'è lo zampino della moglie, la Gina appunto. E senza presunzione, mi prendo un piccolo, assolutamente casuale merito per averla spinta con qualche sotterfugio a Roma tra le braccia del suo futuro marito che all'epoca dei fatti né io né lei conoscevamo... Tornava sempre con la notizia giusta e si aprì la strada con le sue capacità. Anni dopo non tornò più, aveva trovato la notizia del fidanzato giusto. Tale Enrico Letta. E dopo non poca sofferenza, come nelle favole, vissero felici e contenti e con tre figli. Brava Gina, non ci deludi mai” (Alessandro Sallusti, il Giornale, 25-4). Anche il povero Sallusti, negli ultimi giorni, ha passato notevoli sofferenze, soprattutto alla lingua: molto capiente, ma non abbastanza per abbracciare, oltre al Pdl e al suo padrone, anche tutto il Pd e persino Monti e i suoi. Come fare? Alla fine ha optato per un trapianto di lingua, e ora ne ha due. L'articolo sopra citato è stato scritto con la seconda (il finale della fiaba è custodito nell'apposito dossier “Fregonara” e sarà divulgato se, Dio non voglia, il marito non facesse il bravo).
L'Epifania. “Il Pd ritrovi coraggio” (Guglielmo Epifani, l'Unità, 23-4). “Il Pd ritrovi la sua funzione” (Guglielmo Epifani, l'Unità, 28-4). Ogni cinque giorni, Guglielmo Epifani occupa uno spazietto in basso a sinistra sulla prima pagina dell'Unità per rammentare al Pd qualche oggetto smarrito da ritrovare. Prossime puntate: “Il Pd ritrovi le chiavi di casa”, “Il Pd ritrovi il calzino sinistro”, “Il Pd ritrovi l'auto posteggiata in doppia fila e rimossa dai vigili”. Seguirà, con comodo, “Il Pd ritrovi i suoi elettori”.
Antonio Socciletta. “L'arte del compromesso ci salverà dai moralisti. In un'omelia del 1981 Ratzinger elogiava la mediazione come strumento della politica. Contro le ideologie che esaltano lo Stato assoluto. Oggi tre politici cattolici, Enrico Letta, Angelino Alfano e Mario Mauro, portano avanti i valori di dialogo e razionalità che furono di De Gasperi... Un nuovo umanesimo e un nuovo rinascimento potrebbero essere l'orizzonte e l'ambizione di questa pacificazione nazionale. Se non fallisce e non viene sabotata” (Antonio Socci, Libero, 27-4). Dio lo vuole. E anche Ratzinger. E De Gasperi. Ma pure Lorenzo il Magnifico.
Claudio Sardoletta. Prima della cura: “Continuiamo a pensare che le larghe intese costituiscano un pericolo, che la riproposizione di uno schema simil-Monti abbia troppe controindicazioni dopo quanto è successo, che la frattura politica apertasi nella società richieda una competizione trasparente e differenze leggibili tra destra e sinistra” (Claudio Sardo, l'Unità, 23-4). Dopo la cura: “Il governo di Enrico Letta nasce da uno stato di necessità e da una grave sofferenza politica... Il governo Letta, così nuovo e così difficile, è un'opportunità per la sinistra” (Claudio Sardo, l'Unità, 28-4). Che s'ha da fa' per campa'.
Claudio Sardomuto. “Nel suo governo non ci sono i protagonisti del conflitto politico di questi anni... Letta è riuscito a mettere insieme una squadra di ministri giovani e a sottrarsi ai veti di Berlusconi, promuovendo un rinnovamento generazionale che, magari, potrà aiutare persino l'evoluzione democratica del partito della destra” (C. Sardo, 28-4). Alfano, Lupi, Quagliariello e De Girolamo, tutti aderenti alla celebre mozione parlamentare “Ruby nipote di Mubarak”, sono notoriamente estranei al conflitto politico di questi anni. E comunque, vivaddio, sono così giovani. Giovinetta, giovinetta, primavera di belletta.
M'hai detto un Prospero. “D'Alema è temuto dalla destra, che lo indica come il simbolo del nemico irriducibile, che è meglio tenere alla larga perchè richiama una storia, rievoca una tradizione, risveglia delle memorie che è preferibile spegnere per sempre. Eppure un politico dell'esperienza internazionale di D'Alema avrebbe potuto contribuire all'azione incisiva di un governo che non può rinunciare a definire dei momenti di svolta nelle politiche prevalenti nello scacchiere europeo. Un ponte solido verso la sinistra europea” (Michele Prospero, l'Unità, 28-4). “La squadra ha perso qualcosa in competenza e valore aggiunto rinunciando a un ministro degli Esteri come Massimo D'Alema” (C. Sardo, l'Unità, 28-4). Ecco l’unico difetto nel governo Letta: manca D'Alema. Il Lettaggero. Il direttore del Messaggero Virman Cusenza, giornalista ma soprattutto sarto, confeziona per il nuovo governo un abitino su misura. Titolo: “Un cambio di stagione”. Svolgimento: “Non c'è commento migliore al governo appena nato della foto che ritrae Giorgio Napolitano mentre stringe le mani di Enrico Letta. Ed è difficile capire dove cominci la stretta del primo e finisca la presa del secondo, come padre e figlio sinergicamente s'affidano l'un l'altro prima delle navigazioni impegnative della vita”. Corbezzoli, gliele ha cantate chiare. Del resto, di fronte a quelle mani di fata, la prima domanda che si ponevano pensosi tutti gl'italiani era appunto questa: chissà dove comincia la stretta del primo e finisce la presa del secondo? Ah saperlo. Ma anche: va bene il padre, va bene il figlio, ma dove sarà mai lo zio? A pag. 3 Alberto Gentili colma anche questa la-cuna: lo zio non c'è, ma c'era fino a qualche minuto prima a reggere la coda al Cainano, poi gli ha telefonato: “Sei stato bravo, Enrico, e sei molto maturato”. Ecco, a 47 anni il pupo ha messo su i primi dentini e sta per smettere di gattonare. Per il resto, avverte il Cusenza, “il richiamo al 1946 non è casuale”: “Il nuovo governo Letta è chiamato” a “una piccola grande rifondazione del concetto di buon governo perchè almeno generazionalmente sono venuti meno io muri e gli steccati che hanno avvelenato gli ultimi decenni, con la violenza e l'odio e la loro interminabile scia di sangue”. Insomma quella di De Gasperi che nel '46 governò con Togliatti è “un'impresa simile (al netto del conflitto mondiale) ” a quella di Alfano che governa con Letta (al netto dei processi a B.). Lo dice anche Letta al Messaggero: “Oggi si chiude la guerra dei vent'anni. Ora siamo all'armistizio. La speranza è che scoppi la pace”. Amnistia, si chiama amnistia. Eugenio Lettari. Scalfari è il più entusiasta, fin dal titolo dell'editoriale: “Un medico per l'Italia”. Non si sa a chi si riferisca, ma si sa a chi non si riferisce: Alfano, che essendo soltanto il ministro dell'Interno e il vicepresidente del Consiglio, non merita neppure una citazione. “Nelle circostanze date è un buon governo. Enrico Letta aveva promesso competenza, freschezza, nomi non divisivi. Il risultato corrisponde pienamente all'impegno preso, con un'aggiunta in più: una presenza femminile quale prima d'ora non si era mai verificata... Se i fatti corrisponderanno alle parole molte sofferenze saranno lenite e molte speranze riaccese”. Rimosso Alfano - ma anche Lupi, De Girolamo, Lorenzin e Quagliariello, la banda fresca e non divisiva della nipote di Mubarak - Scalfari ammira molto la “competenza” dell'avvocato De Girolamo in tema di agricoltura, o della signora Lorenzin (maturità classica) in materia di Sanità, o di Andrea Orlando (maturità scientifica, ex responsabile giustizia del Pd) in fatto di Ambiente. Però non ne cita nessuno, per precauzione. preferisce citare “Camillo Prampolini” (non è uno scherzo, davvero, anche se nessuno capisce che diavolo c'entri). Poi tributa il consueto omaggio a Sua Castità Napolitano: Suo malgrado, ha dovuto restare al Quirinale. Suo malgrado, ma per fortuna del Paese”. Egli, ça va sans dire, “conosce benissimo i limiti e i doveri che la Costituzione li prescrive”: infatti li ha violati tutti nel giro di qualche giorno. A questo punto, Scalfari elenca i “molti precedenti” del governo Napoletta nella storia della Repubblica. Che poi sono due. Il primo è primo il patto Moro-Berlinguer per la non sfiducia ad Andreotti a metà anni 70, che però non c'entra nulla, visto che il Pci non aveva ministri, nemmeno quando nel ‘78 votò per qualche mese la fiducia. Il secondo è il governo Badoglio del 1944, dove sì c'erano nello stesso governo ministri comunisti e democristiani: ma nemmeno quello è un precedente, perchè l'Italia era ancora una monarchia, oltre a essere ancora in guerra. Insomma, i “molti precedenti” non esistono. Meglio tornare a Re Giorgio, “un presidente al di sopra delle parti” che, “salvo Ciampi, non è mai esistito” perchè “garantisce tutti, ma garantisce soprattutto il Paese”. Ma garantisce soprattutto B. Giuliano Lettara. “Ora i giudici devono deporre le armi” (Giuliano Ferrara, il Giornale, 28-4). Wow, era ora! Ferrara, sempre così informato, ci farà sapere quanto dura l'armistizio, e soprattutto la decorrenza e la scadenza. Insomma, da quando a quando c’è licenza di delinquere. Così magari, prima che i giudici riprendano le armi, gli sfiliamo il portafogli o gli svaligiamo la casa.
La Stampa 29.4.13
Pd, verso un rinvio dell’assemblea per il nuovo leader
Troppe tensioni sul “reggente” e sulla segreteria. Le correnti vogliono trattare fino all’11 maggio
I vertici del Pd sono dimissionari e le tensioni all’interno del partito restano molto alte
Prima del segretario Bersani si era dimessa il presidente Rosi Bindi
di Carlo Bertini
Superata la pratica del voto di fiducia a Letta che potrebbe rivelarsi meno drammatica del previsto, se non indolore, con poche defezioni e molti maldipancia, il Pd rischia di finire nel pantano sulla scelta del sostituto di Bersani. Anche perché dai territori - cioè dall’Emilia - arriva un forte pressing per anticipare il congresso a fine giugno, mentre quel che resta della dirigenza romana fa muro di gomma. Il nodo è politico, nella base si sono aperti dei quesiti strutturali, «siamo ancora un partito di sinistra dopo aver fatto un accordo di governo col Pdl? », che molti ritengono vadano risolti prima che si apra la stagione delle feste di partito.
Per giunta, dopo l’esclusione dal governo dell’area che detiene la golden share, cioè gli ex Ds, «se non mettiamo subito al timone del Pd uno di sinistra scoppia una rivoluzione», ammette un ex Dc consapevole del rischio. Ma sul nome e sul cordone sanitario di maggiorenti che dovrebbe affiancarlo, non c’è ancora alcun accordo; insomma per evitare di sommare tensioni a tensioni oggi alle assemblee dei gruppi si deciderà se rinviare l’assemblea federale prevista sabato prossimo di una o due settimane.
Le correnti infatti sono troppo impegnate a gestire il «disagio» per trovare il tempo di discutere subito su chi e come gestirà la «ditta» fino al congresso. Sul fatto che debba essere uno di sinistra non ci sono obiezioni, perfino renziani ed ex Ppi concordano. Allo stato Epifani sembra avvantaggiato su Fassina, ma il governatore della Toscana Enrico Rossi esce allo scoperto «non è il momento di stare alla finestra, sarei un pavido», quindi a sinistra c’è molto fermento. In queste ore si discute non solo sul nome e sui poteri del «reggente», che a norma di statuto deve essere eletto dall’assemblea che convoca il congresso; ma si discute pure su quello che l’ex Ppi Fioroni (che ambisce a fare il vicesegretario) definisce un «coordinamento politico con incarichi a tutte le varie anime che dovrebbe affiancare un segretario eletto con pieni poteri come lo fu Franceschini dopo le dimissioni di Veltroni». Senza contare che la Bindi avverte che «se dovessimo trovarci di fronte a un derby Renzi-Barca, lavorerò ad una terza candidatura che rappresenti il profilo ulivista del Pd». Nomi non ne fa, forse per tenerli coperti, o per mancanza di idee precise in proposito.
In tutto ciò, la rinuncia di Renzi a correre per la segreteria non va giù a molti dei suoi deputati: che in camera caritatis lo mettono in guardia dai rischi di non conquistare il partito e di ambire solo alla premiership. E che proprio per questo stanno discutendo se puntare sul nome di Chiamparino, che proviene dall’area ex Ds, per la reggenza del partito.
Comunque sia fino a domani tutti vogliono vedere come reggerà la «macchina» alla prova della fiducia e il buon senso consiglia di rinviare un appuntamento denso di incognite come l’assemblea: i mille delegati finora hanno ricevuto solo un «preavviso» e molti si aspettano che la data venga spostata all’11 maggio per far stemperare il clima. Sulla fiducia, i dissidenti hanno fatto marcia indietro, i prodiani Zampa e Gozi e la Puppato hanno sfornato un documento che segnala un’adesione sofferta al governo Letta. La sinistra del Pd soffre perché teme la sfida che i vendoliani sono pronti a sferrare in Parlamento in tandem con i grillini. La composizione del governo ha aperto infatti nuove ferite nelle correnti: i renziani, ma non Renzi che se ne tiene fuori, sono infuriati per lo scarso peso dei ministeri assegnati e vogliono trattare sulle deleghe. Malgrado ciò, dopo aver sondato i segretari regionali più influenti, i capigruppo confidano in una tenuta con pochi voti contrari o astensioni di sorta. Anche i giovani deputati sono pronti a dire sì, perché «gli spari sotto Palazzo Chigi dimostrano quanto ci sia bisogno di ricostruire nel Paese un clima positivo», dice il neo parlamentare Marco Di Maio.
Corriere 29.4.13
Barca: questo è un esecutivo necessario
«Il governo frutto dell'insuccesso pd Io e Renzi siamo complementari»
Barca: non penso di correre per la segreteria, il sindaco ha leadership
«Questo governo? Mi pare il risultato reso necessario dall'insuccesso del Pd»: così al Corriere l'ex ministro Fabrizio Barca.
di Aldo Cazzullo
Fabrizio Barca, come le pare il nuovo governo?
«Mi pare il risultato reso necessario dall'insuccesso del Pd. Nell'"atto eccezionale" della rielezione di Napolitano era implicito il riconoscimento che, pur essendo usciti dall'emergenza finanziaria, non siamo usciti dall'emergenza civile ed economica, sottolineata da un evento grave come l'attacco a Palazzo Chigi. Diciamo che il patto Pd-Pdl era nelle cose. Del resto, il Paese ha chiesto con urgenza un governo».
Ha colpito il tweet con cui lei, nelle ore della rielezione di Napolitano, ha giudicato incomprensibile la scelta del Pd di ignorare la candidatura Rodotà.
«Nel momento in cui la strada verso il governo di larghe intese appariva ormai inevitabile, ho creduto necessario richiamare il Pd all'enormità dell'errore commesso con la bocciatura di Prodi. Un errore di una gravità senza precedenti. Guardare oltre, al nuovo governo, non può essere per il Pd il modo per mettere da parte un problema che lo riguarda».
L'apertura ai Cinque Stelle era sincera? È mai stata presa davvero in considerazione la candidatura di Rodotà?
«Col senno del poi, mi sembra che non tutto il partito abbia esperito davvero il tentativo».
E Bersani?
«Bersani si è confermato uomo di straordinaria trasparenza. Nella sua coscienza si vede come in uno specchio».
Se lei fosse parlamentare, voterebbe la fiducia al governo Letta?
«Non farei mancare il mio contributo: in queste circostanze, o una coalizione è coesa, o non è. Ma nello stesso tempo richiamerei il partito alla terribile responsabilità assunta da chi ha affossato Prodi. Ed è incredibile che, a distanza di giorni, non uno dei 101 franchi tiratori sia venuto allo scoperto».
Pensa di candidarsi alle primarie per la segreteria del Pd, in autunno?
«Non penso proprio. Ci sono altri modi per contribuire a evitare in futuro altri errori, e per sostenere il partito in cui sono appena entrato nel doppio impegno che lo attende: le riforme istituzionali, a cominciare da una legge elettorale che restituisca ai cittadini la possibilità di esprimere una preferenza; e gli strumenti per fronteggiare una crisi gravissima delle imprese e del lavoro».
Qual è la sua opinione di Renzi?
«Un'opinione molto forte. Renzi è uomo di estrema correttezza. Quando fa una battaglia, tutti sanno che l'ha fatta. Non è uno che si trincera nel segreto».
A parte il metodo, come giudica la sostanza?
«Renzi ha capacità di leadership e di catalizzare coalizioni molto forti. Nel viso e nella parola mi ricorda lo spirito evocato da Saviano per spiegare come si è vinto il referendum in Cile: con il sorriso, senza retorica, guardando avanti, stimolando le energie di un Paese che crede di potercela ancora fare».
Renzi è l'uomo giusto per restituire all'Italia fiducia in se stessa?
«Io penso di sì: rompere le croste, liberare le potenzialità, sollecitare il cambiamento. Detto questo, non è facile superare le resistenze con cui si è scontrato anche il governo Monti. Abbiamo una macchina pubblica arcaica. Il blocco è a Roma, nell'amministrazione centrale».
Quindi lei e Renzi non siete alternativi ma complementari?
«Questa è la mia percezione, questo è il mio augurio».
Lei è stato ministro nel governo dei tecnici. Salutato dal Paese con sollievo all'inizio, ma poco rimpianto alla fine.
«È vero, si è passati da un eccesso di entusiasmo, da una luna di miele un po' cieca, a giudizi molto severi. La verità è che, rientrata con l'estate l'emergenza finanziaria, si è persa la spinta propulsiva, è finita la fase ascendente. Abbiamo smesso di normare e ci siamo limitati ad attuare. Ma il governo è durato sino all'ultimo giorno: abbiamo appena fatto la variazione di bilancio per portare mezzo miliardo all'Aquila, individuato il sito dove ricostruire la Città della scienza, rimosso il commissario che non ha prevenuto l'esondazione del Crati...».
Resta il fatto che un governo senza partiti non ha funzionato.
«Per questo, nella "Memoria" che ho appena pubblicato, ho parlato di partito-palestra. È evidente che oggi gli italiani vogliono sapere se c'è ancora la Cassa integrazione in deroga, se ci sono i fondi per l'infanzia e gli anziani non autosufficienti. Ma qualsiasi governo deve avere alle spalle un partito che non si ritrova ogni cinque anni per la campagna elettorale, ma che è al lavoro sempre, che sa scegliere le persone, che si occupa dell'inceneritore costruito male, dei nidi di infanzia cattivi, del sindaco che non ha strutturato bene l'Imu. I partiti dovrebbero essere il ponte tra lo Stato e la società. Oggi il ponte è crollato. Il triangolo è rotto. Sono entrato nel Pd per dare una mano a farne un partito-palestra. E per aiutare il leader che verrà».
Repubblica 29.4.13
Rossi: “Non voglio fare il segretario o il reggente, ma la situazione della sinistra è drammatica. Fare l’amministratore non basta”
“Anch’io in campo per la ricostruzione troppi indisciplinati scelti con le Primarie”
di Simona Poli
FIRENZE — «Segretario io? No, davvero non ci penso. Ho un contratto con i cittadini della Toscana, sono il loro presidente e intendo onorare l’impegno. Però non è il momento di stare alla finestra, la situazione della sinistra è troppo drammatica perché ci limitiamo a fare solo gli ammini-stratori ».
Enrico Rossi è stato fedelmente al fianco di Bersani, nel bello e nel cattivo tempo. Adesso ha voglia di giocare un ruolo di primo piano.
Si candida alla guida del Pd sì o no?
«Io non voglio fare il segretario e neppure il reggente, ho già troppo da lavorare come presidente di Regione. E poi sono convinto che chi ha un incarico istituzionale debba portarlo fino in fondo, senza troppe chiacchiere. Ma come tanti altri che hanno a cuore il futuro del Pd anch’io voglio dire la mia e intervenire nella discussione nazionale. Se non lo facessi mi sentirei un pavido».
Che partito ha in mente? Quello di Renzi o quello di Barca?
«Quello di Rossi, direi. Un partito che ha il coraggio di affrontare le critiche, di parlare con la gente che ci contesta.
Mentre ero a Roma a votare il presidente della Repubblica mi sono fermato in piazza di fronte a un gruppo di gente infuriata, mi sono preso addosso le loro infamie e ho perso la voce a forza di urlare. I politici non devono aver paura di questo, anche tra di noi dobbiamo imparare a parlare di più».
Non vi siete già scannati abbastanza?
«Intendo una discussione costruttiva, non gli insulti. Superiamo la logica delle correnti e la visione leaderistica che ci ha portati fin qui, facciamo invece proposte e confrontiamoci apertamente. Credo che uno dei punti chiave di svolta sia la separazione tra segretario di partito e candidato premier, perché la coincidenza dei due ruoli condiziona troppo la costruzione del Pd. E’ un errore, ce ne siamo accorti troppo tardi».
Questo lo sostiene anche Barca. Ma non è così in Gran Bretagna per esempio.
«Noi però siamo ancora fragili, il Pd va in parte ricostruito, serve un impegno a tempo pieno per farlo. Non va bene questo eccessivo schiacciamento sulle istituzioni. Non voglio certo inseguire Grillo ma è pur vero che un partito deve sapersi mischiare con i movimenti, le associazioni, la realtà insomma. Un partito deve avere l’ambizione di rappresentare tutti i cittadini in una società complessa e il Pd deve dare voce ai più deboli, agli ultimi della fila, oltre a dare risposte sui temi del lavoro e delle riforme istituzionali».
Il Pd non è riuscito a votare neanche il proprio candidato al Quirinale. Ci sono 101 franchi tiratori senza volto.
«E questo pone il problema della selezione di una classe dirigente che, prima di candidarsi alle primarie, dovrebbe essere scelta dentro al partito e seguire precise regole di disciplina interna. Basta insultarsi gli uni con gli altri, il tema oggi è come tenere in vita una sinistra dopo i disorientamenti che abbiamo avuto. Io credo ancora nelle ragioni fondative del Pd, che mette insieme le culture dell’emancipazione, quella post comunista e quella cattolico democratica, e le proietta oltre il Novecento».
Renzi e Barca insomma possono stare nello stesso partito?
«Devono starci. Mi batterò perché questo accada».
Repubblica 29.4.13
Emanuele Macaluso: il Pd ha cancellato quella storia, dei Togliatti e degli Amendola non si parla più
“Ma i big ex Pci sono scomparsi”
di Tommaso Ciriaco
ROMA — Massimo D’Alema fuori dal governo, neanche un ministero per Walter Veltroni, lontano da Palazzo Chigi pure Pierluigi Bersani. A prima vista, una débacle per i massimi eredi di Botteghe Oscure.
Direttore Emanuele Macaluso, come la mettiamo? Non c’è posto per i big ex comunisti nel governo.
«Non è tanto un problema di provenienza dal Pci - basti pensare a Napolitano - ma di comportamenti che hanno avuto i singoli big. Non c’è da stupirsi. Nel Pd sono confluiti Ds e Margherita, ma tra i Ds c’è sempre stata una guerriglia interna. D’Alema, Veltroni...».
Ed è finita con un governo in cui non c’è traccia dei massimi dirigenti Pci-Pds-Ds.
«Sono scomparsi i big. Il Pd ha cancellato quella storia. Nella Margherita, invece, tutto sommato c’è sempre stata una certa solidarietà».
Allarghiamo lo sguardo agli ultimi vent’anni.
«La cosa più grave è il fatto che una storia, più che le persone, sono state cancellate. Perché se si pensa alla storia della Dc, si parla subito di De Gasperi o Moro. Ma il Pci? Togliatti è stato cancellato. Di Terracini, Pajetta, Amendola non se ne parla più, anche loro cancellati. Come se non fossero stati protagonisti della Resistenza, della Costituente, della Repubblica».
Tornando al governo Letta, cosa ha pesato? Le divisioni?
«E’ un fatto politico, una generazione ha mostrato di non essere in grado di reggere più la situazione. Il criterio è stato quello di saltare una generazione, quelli che hanno avuto un ruolo. Vale anche per Berlusconi e Schifani».
Resta un dato: se si esclude D’Alema - che non corse però da candidato premier - nessun ex Pci è diventato premier.
«Però c’è uno che è diventato Presidente della Repubblica e che ha avuto riconoscimenti straordinari... E poi Ingrao e Iotti Presidenti della Camera. C’è stata una fedeltà istituzionale e democratica del Pci riconosciuta già allora. E poi c’è stato D’Alema a Palazzo Chigi, Veltroni vicepremier, Fassino alla Giustizia. Da questo punto di vista il riconoscimento è stato totale».
E ora l’esecutivo guidato da Letta.
«Un’operazione molto giusta. C’è adesso una nuova generazione, anche di giovani cattolici. E poi c’è Carrozza, eletta nel Pd. C’è Bray, che viene da sinistra. Certo, sono scomparsi i big».
il Fatto 29.4.13
Nichi Vendola
“Il Pd ha tradito le urne riabilitando Berlusconi”
di Caterina Perniconi
Ha
il cellulare in mano Nichi Vendola e mentre legge i commenti alla
sparatoria davanti a Palazzo Chigi si imbatte in quello di Gianni
Alemanno, che demonizza chi critica le istituzioni. Ci mette un attimo a
scrivere un tweet: “Un disperato o pazzo spara ed è tutta colpa di chi
dissente, di chi non si piega all’inciucio. Non sentite puzzetta di
regime? ”.
Vendola, è nato un governo di regime?
Il
giornalismo “embedded”, arruolato, è la dimostrazione dell’efficacia di
un tentativo propagandistico come quello messo in piedi intorno
all’esecutivo di Enrico Letta. Dovevamo seppellire la seconda
Repubblica, e invece...
E invece?
Il centrosinistra ha avuto
paura di confrontarsi con il cambiamento e si è infilato nella macchina
del tempo tornando alla prima Repubblica, evocando addirittura il
compromesso storico.
C’era un’altra strada?
Certo che c’era.
Non è vero che ci siamo fatti umiliare da Grillo. Per carità, lui è
colpevole di fissità politica, e ora farà i conti con chi lo vede come
complice di quel che è successo. Ma dovevamo sfruttare il segnale
offerto dal Movimento 5 stelle con i dieci candidati al Quirinale tutti
provenienti da una cultura di centrosinistra. Se Letta con uno sforzo di
fantasia ha reso spendibili alcune facce nuove del suo governo, noi
eravamo nelle condizioni di spendere persone molto più forti e credibili
per formare un esecutivo.
Tipo?
Società civile diversa da
banchieri, imprenditori e filantropi. Se Pd e Grillo si fossero
accordati su uno dei due nomi da votare al Quirinale, Prodi o Rodotà,
ora le cose sarebbero molto diverse.
Camionate di senno di poi, direbbe Bersani.
Ma
come si fa a fare un governo con chi ha fatto la riforma Gelmini? Come
si fa a riabilitare Berlusconi che ora passa per un leader responsabile?
Mi spieghi anche come si fa a invertire la rotta di un partito di 360 gradi.
Basta
essere un partito irrisolto. Il Pd non è mai nato, ci sono troppe linee
politiche, è un congresso permanente dei partiti precedenti. Sul voto
per il Capo dello Stato mi sembrava che fosse la vendetta delle sorti
dei congressi del Pci e della Dc.
Ora stanno tradendo lo spirito del patto fatto con gli elettori?
Peggio,
stanno riabilitando Berlusconi e il berlusconismo, un cancro che è
entrato in tutti noi, nel tessuto sociale, con la crisi dell’istruzione e
l’esaltazione della televisione e della redistribuzione verso l’alto di
poteri e ricchezze.
Ma lei, violando il patto fatto con la carta
d’intenti del centrosinistra di seguire le decisioni votate a
maggioranza, non ha fatto lo stesso?
Io non ho tradito nulla.
L’impegno di Sel è vincolato dentro l’impianto del centrosinistra e non
neghiamo la nostra natura contraria alla destra perché il Pd decide di
farci un governo insieme.
Ma avevate già votato Rodotà.
Abbiamo
votato Prodi. E ci siamo dovuti difendere dalle accuse di aver tradito.
Ma non siamo noi quelli che cambiano idea, ci mettiamo la faccia sulle
scelte. Quando in campagna elettorale ho parlato delle mie questioni
personali, non era per strumentalizzarle. Ma posso sapere perché devo
guardare agli Obama e agli Hollande come modelli lontani e non sperare
di potermi sposare con il mio compagno anche in Italia? Nel suo ultimo
libro Rodotà spiega perché si ha diritto ai diritti, io volevo lui come
presidente della Repubblica.
Invece ha avuto Napolitano e il programma dei saggi.
La
tecnica dei tecnici e la saggezza dei saggi sono stati la formula per
commissariare la politica, considerata una cosa immonda. Con la campagna
sulla casta hanno messo tutti sullo stesso piano togliendo dal banco
degli imputati l’oligarchia politico finanziaria. Ma i politici sono
solo i maggiordomi della vera casta.
Ha in programma una serie di iniziative per aprire un nuovo cantiere della sinistra. Sicuro che ci siano ancora segni di vita?
La
sinistra è maggioranza nel Paese. 27 milioni di persone hanno detto no
alla privatizzazione dei beni pubblici, come l’acqua, il territorio e la
giustizia. Subito dopo alle primarie nei Comuni chiave hanno vinto i
Pisapia, i De Magistris, i Rossi Doria, gli Zedda. Queste vittorie erano
una minaccia.
Per chi?
Per il centrosinistra che come dice
il protagonista del film “Viva la libertà” ha paura di vincere. E per i
poteri forti che lo hanno capito subito, stoppando l’uscita a sinistra
dalla crisi del berlusconismo.
Ha letto il documento di Fabrizio Barca? Assomiglia più al suo programma che a quello dei democratici.
Siamo
in due luoghi differenti ma impegnati sullo stesso cammino. Io però non
voglio lucrare sugli altri. Spero di avere forza costruttiva, di
incalzare il governo sul merito.
Quindi non proporrete una legge sul conflitto d’interessi per non spaccare il Pd?
La
proporremo quanto prima. Voglio sperare che mantengano una libertà di
movimento e non trasformino l’Italia nell’anomalia planetaria di destra e
sinistra che si sciolgono l’una nell’altra.
il Fatto 29.4.13
Conferenza internazionale
Il Papa sveli i casi di pedofilia aprendo gli archivi diocesani
di Marco Politi
Dublino Papa Francesco recentemente ha ricevuto il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede per invitarlo ad “agire con decisione” in tema di abusi sessuali. Ha dato istruzione di proteggere i minori, aiutare le vittime, intervenire con i “procedimenti dovuti contro i colpevoli”, sollecitare le iniziative degli episcopati. Sono indicazioni pubblicate in prima pagina dall’Osservatore Romano. Un segnale importante. Non c’è dubbio che Francesco voglia una Chiesa più autentica e trasparente. Bisogna vedere come le sue istruzioni saranno concretizzate.
CON I RAPPORTI ufficiali sugli abusi pubblicati negli anni scorsi l’Irlanda ha giocato un ruolo enorme nel costringere il Vaticano ad adottare una nuova strategia rispetto al passato, espressa dalla Lettera agli Irlandesi di Benedetto XVI del marzo 2010. Dentro la Chiesa, e fuori, gli abusi sui minori hanno una storia secolare. Già nell’anno 306 il concilio di El-vira in Spagna condanna gli “stupratori di fanciulli”: a loro niente comunione neanche in punto di morte. Papa Pio V (in un’epoca in cui non si distingue tra rapporti omosessuali con adulti e con minori) in un enciclica del 1568 è durissimo: i colpevoli vanno degradati, privati dello status sacerdotale quale che sia il loro rango, consegnati al potere civile per soffrire le pene peggiori, morte compresa. È stato così? No. La ricerca recentissima di due studiosi dell’università di Napoli dedicata al “Clero criminale” (Michele Mancino, Giovanni Romeo, ed. Laterza) dimostra che proprio nell’epoca riformatrice del Concilio di Trento i preti colpevoli sono trattati sempre con molto maggiore riguardo dei laici colpevoli e anche quando alcuni vescovi rigorosi tentano di comminare condanne esemplari, le autorità ecclesiastiche in seconda istanza hanno svuotato sistematicamente le sentenze. L’istituzione ecclesiastica ha sempre protetto se stessa. Ancora nel 1985 il cardinale Ratzinger in una lettera al vescovo di Oakland sulla riduzione allo stato laicale di un prete, che ha abusato di due ragazzi, soppesa i pro e i contro dell’espulsione rispetto alle reazioni della comunità parrocchiale. In diciannove righe di testo non si menzionano mai le vittime. La sua Lettera del 2010 è una svolta avvenuta sotto lo choc delle vicende in Irlanda, Germania, Belgio, Austria. Sono convinto che Benedetto XVI sia maturato. Il documento è molto importante per l’evoluzione della Chiesa rispetto a questo tema. Il Papa riconosce che non sono state applicate le leggi canoniche, accusa i vescovi di mancanza di leadership, dice che i colpevoli devono sottomettersi alle leggi statali e soprattutto pone l’accento sulle vittime. “Voi siete stati traditi e non siete stati ascoltati”, dichiara papa Ratzinger.
NEL LUGLIO 2010 l’ex San-t’Uffizio ha emanato norme più severe. La prescrizione decorre venti anni dopo la maggiore età (più a lungo che in molti Stati), cardinali e patriarchi possono essere processati, è perseguito l’abuso su malati mentali e il possesso di materiale pedopornografico, possono far parte dei tribunali diocesani anche semplici fedeli: uomini e donne. Nel 2012 è stato organizzato dal Vaticano un convegno all’università Gregoriana per sensibilizzare i vescovi di tutto il mondo. Insomma c’è stato un cambiamento strategico inimmaginabile ancora dieci anni prima. Ma è una strategia incompiuta. Che cosa non funziona? I pontefici incontrano singole vittime, ma non le loro associazioni. Non è stato emanata l’istruzione ad aprire gli archivi diocesani dove giacciono i casi di tante vittime ignote. Non è stato ordinato ai vescovi di denunciare sempre i criminali all’autorità giudiziaria. Manca inoltre la trasparenza sulla sorte e la destinazione dei colpevoli. L’Italia rappresenta il punto debole della strategia di tolleranza zero. È la terra dove ha sede il governo centrale della Chiesa, i pontefici sono “primati d’Italia”, il presidente della conferenza episcopale italiana è nominato dal Papa (e non eletto come ovunque nel mondo), le sue relazioni all’episcopato sono visionate anticipatamente in Vaticano. La Chiesa italiana dovrebbe essere all’avanguardia. Invece sta nelle retrovie. L’ex “promotore di giustizia” del Sant’Uffizio monsignor Scicluna ha lamentato il persistere di una “cultura del silenzio”. L’episcopato italiano non ha un vescovo responsabile del dossier abusi a livello nazionale, non ci sono referenti diocesani, non c’è una commissione investigativa indipendente, non c’è una commissione per i risarcimenti, non c’è nemmeno un numero verde a cui le vittime possano rivolgersi. Un prete siciliano don Di Noto, impegnato contro la pedopornografia su internet, ha proposto di istituire nelle diocesi un “vicario per bambini”. È stato ignorato. Tema di questa conferenza è il concetto di accountability, cioè la “responsabilità di dovere rendere conto”. Per essere di esempio alla Chiesa universale le cose devono cambiare in Italia.
il testo è l’intervento dell’autore alla prima conferenza internazionale sugli abusi sessuali del clero, riunita a Dublino da Snap (Survivors’ Network of Abused by Priests)
Corriere 29.4.13
La rivoluzione di Xi e signora Il lusso in Cina non tira più
Le griffe europee accusano un forte calo di profitti
di Guido Santevecchi
PECHINO — «I giorni del miracolo cinese? Sono finiti». L'allarme suona tra i grandi marchi internazionali del lusso, che in questi anni di crisi in Occidente hanno resistito bene grazie al mercato della Repubblica Popolare diventata seconda economia del mondo. Da giugno dell'anno scorso è stata registrata una frenata che in alcuni settori ha toccato il 30-40 per cento. I motivi sono complessi: vanno dal rallentamento fisiologico nella crescita della Cina, fino alla nuova situazione politica, con «l'effetto Xi e signora».
Il primo segnale è venuto l'anno scorso a giugno: le vendite nell'alta moda e luxury goods hanno cominciato a declinare. Perché? «Erano i giorni in cui la leadership di Pechino preparava il grande ricambio al vertice, con l'elezione del nuovo politburo e del segretario generale del partito comunista», dice Lelio Gavazza, esperto del settore e membro di Osservatorio Asia. «In pratica, c'era incertezza su quali funzionari fossero destinati a salire e quali a scendere, quindi i cinesi non sapevano chi dovessero ingraziarsi facendo regali costosi».
Poi è cominciata l'era di Xi Jin- ping e come primo atto il nuovo segretario generale, nonché capo dello Stato, ha lanciato una campagna anti-corruzione e contro le «spese stravaganti» dell'enorme apparato burocratico del Paese. E la frenata si è consolidata. Nel primo trimestre del 2013 la crescita del Prodotto interno lordo si è fermata al 7,7%. Era stata del 7,9% nel trimestre precedente. La flessione dello 0,2% ha mandato in fibrillazione gli uffici studi. Secondo il dottor Lu Ting della Bank of America Merril Lynch «il fattore che più ha inciso sulla flessione» sarebbe proprio la nuova moderazione dei funzionari di partito e pubblici: «10 milioni di loro hanno carte di credito governative con le quali in media spendevano 5.800 dollari l'anno. Il totale fa 58 miliardi di dollari».
Possibile che sia bastato il richiamo all'ordine del presidente, per quanto carismatico possa essere, a tagliare gli acquisti nella gran palude della burocrazia? Il monito di Xi Jinping ha scatenato i cittadini comuni, soprattutto quelli della classe media, che si sono messi a caccia di corrotti e spendaccioni. Due casi di questi giorni: il segretario del partito in una zona terremotata del Sichuan è stato fotografato nelle zone del disastro, non aveva l'orologio, ma sul polso c'era un'impronta chiara. I bloggers hanno fatto ricerche e hanno rilanciato immagini in cui il compagno Fang Jiyue sfoggiava (pare) un Vacheron Constantin da 20 mila euro. Un altro episodio da caccia alle streghe anti-corruzione, che ricorda anche la Rivoluzione Culturale: il boss del partito in una città del Jiangsu sorpreso mentre faceva baldoria in un locale notturno, che ha preso un megafono, si è inginocchiato e ha invocato pietà. Lo hanno rimosso comunque.
Ma il malcostume occupa solo una frazione del mercato. Un altro problema è che ai cinesi cominciano a piacere nuovi marchi del lusso oltre a quelli europei, sta emergendo il created in China da stilisti locali. E qui entra in gioco la moglie del presidente Xi, l'affascinante signora Peng Liyuan, che sta facendo da traino mostrandosi in pubblico con i suoi vestiti disegnati a Shanghai.
Daniel Jeffreys, direttore di Quintessentially Magazine, bibbia del fashion per milionari, racconta di aver fatto un sondaggio: oltre il 70% dei loro clienti pensa che entro cinque anni il created in China sfiderà le griffe straniere. Ma i cinesi hanno il know how, la conoscenza per produrre in proprio in questo campo? «Presto — prevede Jeffreys — Pechino dovrà giocare secondo le regole, mettendo fine all'industria del falso: a quel punto milioni di lavoratori e artigiani che ora replicano Gucci, Dior, Louis Vuitton, dovranno essere riciclati e produrranno oggetti e abiti di qualità pensati qui».
Ultimo problema: i cinesi sanno che molti gadget occidentali vengono venduti sul loro mercato a prezzi gonfiati. Il Wall Street Journal accusa Mercedes, Bmw e Audi di far pagare in Cina le loro berline di alta gamma il 64% in più rispetto agli Usa. Auto che pure sono prodotte da operai cinesi, in fabbriche cinesi. Giocano sui prezzi anche le griffe: per esempio la borsetta Joy Boston di Gucci qui costa 881 euro, in Europa 545 (+62%); la Speedy di Louis Vuitton a Pechino viene 746 euro, nella Ue 540 (+34%):
Addio vecchia Europa? «No, i cinesi hanno cominciato a viaggiare, 100 milioni di turisti quest'anno: con le nostre capacità e i prezzi che nelle nostre boutiques sono più competitivi, possiamo convincerli a comprare da noi quegli orologi, scarpe, borse, vestiti che fino ad ora hanno trovato solo in Cina», prevede Osservatorio Asia.
Corriere 29.4.13
L’Italia dell'auto seduce la Cina
Freemont e 500 star a Shanghai. Folla agli stand Ferrari e Maserati
di Guido Santevecchi
SHANGHAI — C'era un bell'ingorgo sulla strada a sei corsie per il salone dell'auto di Shanghai (chiuso ieri): traffico imbottigliato e tutti a piedi per un chilometro fino ai cancelli. Ed era solo il giorno dedicato alla stampa (nei nove giorni per il pubblico un milione di visitatori). Tanto per capire l'importanza e l'imponenza di questo evento nella Cina terra-promessa per l'industria mondiale. Un mercato che è già il primo del pianeta con i 19 milioni di veicoli venduti nel 2012; ma atteso a una crescita incoraggiante (per i produttori) che dovrebbe raggiungere nel 2020 i 31 milioni di immatricolazioni in un solo anno, delle quali 22 milioni per auto. Con oltre il 70% delle vendite tenuto da marchi internazionali.
Per giorni, i quotidiani locali sono stati occupati massicciamente dalla campagna pubblicitaria dei tedeschi. Al salone lo stand della Volkswagen sembrava quasi un parcheggio tanti erano i modelli allineati. Una percentuale di rilievo sulle 1.300 auto esposte da 2mila costruttori di 18 Paesi. Ma in questo mare germanico le isole italiane erano ben visibili e sistemate in modo strategico, per fare sistema: lo stand della Fiat di fronte a quello della sorella Chrysler, quello della Ferrari non distante dalla Maserati. E lo sforzo è stato premiato: Volkswagen, Bmw, Mercedes, Porsche hanno sponsorizzato una raffica di inserti, i nostri marchi hanno conquistato recensioni, dal China Daily al Wall Street Journal.
La Fiat ha presentato la sua Viaggio made in China, nella nuova fabbrica di Changsha costruita in joint venture con la Gac, che impiega 3.500 lavoratori, una decina di ingegneri italiani, e ha una capacità di 160 mila vetture l'anno, aumentabile fino a 300 mila. E questi numeri fanno capire le ambizioni.
Guardando la Viaggio, il presidente di Fiat China Franco Amadei sorride: «Non è perché sono italiano, ma guardi le linee e le curve, c'è il nostro stile di disegno, da quello della Fiat a quello dell'Alfa, e qualcuno ci dice che nel muso si riconosce qualcosa della Maserati». La Viaggio verrà appoggiata da una rete di concessionari e di assistenza che potrà contare su circa 300 punti in Cina, allargandosi nelle città cosiddette di seconda e terza fascia, vale a dire quelle più «piccole» e lontane dalle megalopoli Pechino, Shanghai, Chongqing. Da ottobre ne sono già state vendute oltre 28 mila, a un prezzo abbordabile per la classe media della Repubblica Popolare: meno di 15 mila euro. Di nicchia dovrebbe essere la Fiat 500, importata.
La novità, qui, è la Freemont, che punta a entrare nel settore dei suv, quello che in Cina sta crescendo più rapidamente: +43% nel primo trimestre del 2013, rispetto al +17% dell'intero settore. Chrysler ha portato la Jeep Cherokee, che entro il 2014 verrà assemblata nello stabilimento Fiat Gac di Changsha.
Ed ecco il settore supercar, presidiato da Maserati, che ha presentato la nuova Ghibli, a un prezzo inferiore ai 100 mila euro, per sfidare Bmw e Mercedes come auto per flotte aziendali: «Perché la battaglia non si vince attirando negli showroom singoli acquirenti dotati di un bel libretto degli assegni», dicono alla casa fondata cent'anni fa a Bologna dai cinque fratelli Maserati e acquistata dalla Fiat nel 1993.
La Ferrari invece resta un sogno per pochi. Ma nemmeno troppo pochi: nel 2012 nella Greater China (oltre alla Cina, Hong Kong, Macao e Taiwan), ne sono state consegnate quasi 800 — 784 per la precisione —, di cui quasi 600 a cittadini della Repubblica Popolare. Oltre un decimo della produzione di Maranello arriva qui. Chi sono i ferraristi cinesi? «Imprenditori in ascesa, artisti, attori, poco più che trentenni, in genere più giovani di dieci anni dei nostri clienti occidentali, perché qui il successo e la ricchezza arrivano prima», ci spiega Amedeo Felisa, amministratore delegato global. E gli fa piacere ricordare che «in Cina c'è la più alta percentuale di ferrariste donna» (anche se al suo fianco Edwin Fenech, capo del quartier generale del Cavallino a Shanghai, sussurra che «qualche importante cinese magari intesta l'auto alla moglie»).
Il gioiello è LaFerrari, l'ultima nata prodotta in soli 499 esemplari, 50 dei quali destinati all'Impero di Mezzo.
Ora anche la Ferrari punta a farsi conoscere nelle città dell'interno, seguendo la promessa del governo di Pechino di far alzare il tenore di vita delle province più lontane. E ha una strategia per competere con Rolls Royce e Bentley: «Quelle sono vetture da far guidare all'autista con la divisa, noi vogliamo far capire a chi si può permettere una grande auto che bisogna apprezzare il piacere di tenere il volante, di sentire la potenza e il suono del nostro motore».