martedì 23 aprile 2013

l’Unità 23.4.13
La frustata di Napolitano
«Basta tatticismi, subito il governo e le riforme. Se i partiti saranno sordi, ne trarrò le conseguenze»
Avverte: ora basta con tatticismi, bisogna fare le riforme e le alleanze non sono un orrore.
«Meno male che Giorgio c’è», Berlusconi tesse le lodi del presidente
E per il governo tra Amato e Letta spunta il nome di Renzi
Il sindaco disponibile per Palazzo Chigi, l’«avversario» Orfini lo candida
«In Italia è ora del presidenzialismo»
Colle intercettato, distrutti i file



l’Unità 23.4.13
La base in fermento: riprendiamoci il Pd
Majorino: «Nessuno pensi di cavarsela con un po’ di maquillage»
Incontri e assemblee a Milano e a Torino: governo a tempo solo per le riforme e congresso subito
di Laura Matteucci


Chiedono un congresso immediato in grado di rigenerare, anzi rifondare il partito, che non vogliono vedere diviso perché «un’altra casa non c’è». Di governissimo non vogliono sentire parlare, e se proprio governo di larghe intese dev’essere, che non abbia un profilo politico e duri giusto il tempo di chiarire con quale riforma elettorale tornare alle urne. Accenti diversi, qualche elasticità in più o in meno in termini temporali e di urgenze da affrontare ma la sostanza non cambia: e da Milano a Torino, passando per Bologna, la base militante del Pd ha l’aria di essere più compatta della dirigenza. Non è (solo) questione di web. A Torino, l’altra sera, l’hanno chiamato il “giuramento della Pallacorda”: 250 autoconvocati che, al di là del titolo immaginifico che hanno dato all’incontro rievocando la Rivoluzione francese, si sono ritrovati d’accordo su tre punti fondamentali, che sono appunto quello del «no al governissimo», congresso aperto e immediato e reset della classe dirigente. Hanno aderito tutti, di tutte le età: bersaniani, renziani, ex pidiessini, ex margheritini, nativi Pd, giovani turchi, cani sciolti, semplici simpatizzanti. «Mica siamo una corrente, e di sicuro non vogliamo “ghigliottinare” nessuno dice Fabio Malagnino, che è nella direzione provinciale e tra i promotori dell’assemblea Questa è quella che io chiamo l’ira dei buoni: quelli che per anni si sono fatti un mazzo così, hanno partecipato a mille iniziative, organizzato primarie, che si sono spesi volontariamente per il partito. E che adesso se lo vogliono riprendere, non riconoscendosi più in una dirigenza completamente slegata dalla realtà e dalla sua base».
Non è più solo Occupy Pd, l’occupazione delle sedi del partito a Torino, Padova, Bari e in alcune città toscane, è di più: quello è un movimento nato dai giovani, adesso le età si mescolano con un’unica voce. All’inizio era un mormorio, poi, con la campagna elettorale, la sconfitta, la proposta Marini, la non-proposta Rodotà e il siluramento di Prodi, è diventato un boato. E se il presidente Napolitano, ieri nel suo discorso di re-insediamento, ha inchiodato tutti alle proprie responsabilità, loro concordano, e non intendono sfuggire: «Si faccia un governo a tempo per la riforma elettorale, lo sblocco dei fondi per le imprese e per la cassa integrazione riprende Malagnino e poi si torni al voto». Il punto, ormai, è la credibilità futura e l’esistenza stessa del partito.
Mentre a Torino si riunivano quelli della Pallacorda, a Milano era la volta (e la rivolta) dei circoli provinciali. Stessa rabbia, stesso clima. Roberto Cornelli, segretario metropolitano, il suo no ad un governo Pd-Pdl l’ha già dichiarato, «perché convinto che il cambiamento scaturisca attraverso una forte impronta di innovazione alle politiche economiche e sociali». «A questo punto dice qualsiasi governo nasca, abbia il carattere della temporaneità e dell’emergenza. Prima del Pd c’è comunque il Paese, con la sua drammatica crisi economica ed istituzionale». Piuttosto, è al prossimo congresso, che si augura convocato in tempi brevissimi, che affida ogni speranza di rinnovamento: «Chi parla di scissione sbaglia, non è quello che la nostra gente desidera. Semmai il problema è recuperare lo scoramento e il disorientamento dei democratici. C’è bisogno di rilanciare il progetto del Pd con un rinnovamento che superi le vecchie logiche. Non si tratta di rottamare, ma uno scarto generazionale può indurre a dividersi sulla politica e non su antichi rancori».
RIGENERAZIONE TOTALE
Sulla stessa linea Pierfrancesco Majorino, assessore di Milano (ai Servizi sociali) per il Pd: «Mi auguro dice si riprenda subito la strada del rinnovamento, che non ho nemmeno capito se sia stata davvero tentata. Dalle elezioni e dalle ultime vicende noi usciamo massacrati: non serve e non basta azzerare i vertici, qui ci vuole una rigenerazione totale, nessuno pensi di cavarsela con un po’ di maquillage». Il parlamentare milanese del Pd Lele Fiano si riconosce «totalmente» nella linea indicata dal presidente Napolitano, che ieri ha ascoltato in diretta: «Io sono un uomo di sinistra e di principi premette Non è questione di inciucio, ma di portare a termine quelle tre-quattro cose fondamentali che servono al Paese. Per questo non c’è alternativa al fatto che, per un periodo breve, due delle tre forze maggioritarie nel Paese collaborino». E per quanto riguarda il partito, «la fase congressuale che si aprirà e porterà ad un rinnovamento non mi terrorizza dice Dobbiamo affrontare le modalità di decisione, perché a volte vengono prese da gruppi troppo chiusi, troppo ristretti. Ma di sicuro, non può esistere un grande Paese europeo senza un grande partito progressista».

l’Unità 23.4.13
Al circolo fiorentino tanta rabbia e dolore, mai rassegnazione
di Valeria Fedeli


NON CI SARANNO SCISSIONI. Il Partito Democratico non è nato per dare nuova casa a gruppi dirigenti che non riuscivano a vincere da soli, ma perché al paese serviva la casa dei riformisti e degli innovatori. Negli ultimi giorni abbiamo dato pessima prova di noi, abbiamo mostrato all’Italia egoismi, ipocrisie, tradimenti, abbiamo rischiato di gettare via la fatica, la passione, la dedizione, la fiducia di tante e tanti. Ma il Pd non siamo solo noi. Il Pd sono gli iscritti, i militanti, i cittadini elettori per conto dei quali agiamo. Come quelli che ho incontrato domenica 21 aprile, al circolo San Bartolo a Cintoia a Firenze. Nonostante una certa stanchezza, lo stress, la delusione e, perché no, la rabbia per quanto accaduto nel Pd tra giovedì e sabato, non avrei mai rinunciato al rispetto dell’impegno preso di partecipare all’iniziativa di tesseramento.
Ero sollevata di aver votato ed eletto il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, cui dovremo a lungo dire grazie, ma sul treno che mi conduceva a Firenze, interrogandomi su cosa avrei trovato, sapevo che mi sarei confrontata con la stessa rabbia, giustificata, della nostra gente, ma temevo, ancor di più, la rassegnazione, l’abbandono il «non c’è più niente da fare».
Poi ho incontrato uno dopo l’altro i democratici del circolo. Uno di loro che gentilmente mi aspettava in stazione, mi ha raccontato delle lettere ricevute, di protesta sì, ma anche di sollecitazione alla discussione su cosa davvero fosse successo e su come rilanciare il partito. E poi, arrivata al circolo, in attesa di cominciare, ho trovato una giovane con gli occhi pieni di lacrime e ho provato a confortarla parlandole delle lacrime che hanno riempito anche i miei di occhi e di altri che partecipavano all’assemblea quel 19 sera al Capranica, ascoltando Bersani, dopo che 101 democratici avevano tradito a sangue freddo Romano Prodi e dopo che il giorno prima analoga situazione si era determinata sul voto a Franco Marini. Al circolo c’erano democratiche e democratici offesi, umiliati, traditi nella fiducia che ci avevano concesso. Ma la cosa straordinaria era che i loro animi fossero rivolti al futuro.
La sala si è poi riempita, abbiamo discusso e ragionato ed in effetti c’era rabbia, c’era delusione, c’era dolore, c’era smarrimento. Ma, per fortuna, quel che temevo di più non c’era affatto, anzi. C’era anche speranza, si ascoltava e respirava quella convinzione che il Pd «ci» sopravviverà. Si, saprà sopravvivere anche alle miserie di alcuni. Sbagliavo, quindi, a temere, a non riporre fiducia nell’intelligenza e nella generosità del corpo vero del nostro partito, forse perché troppo impressionata dalle immagini di quella donna che bruciava la tessera. Pensate, due compagni sono arrivati ed hanno rinnovato la tessera dopo molti anni. Mi sono quasi commossa. Tornano ad aiutare il partito nel momento in cui lo vedono in difficoltà.
Quelle democratiche e quei democratici del Circolo San Bartolo a Cintoia ci dicono che non hanno alcuna intenzione di arrendersi. E che questa ferma volontà prescinde, meglio essere chiari, dai gruppi dirigenti che sono e devono sempre essere sostituibili, ma si poggia sul progetto originario del Partito democratico. Incontrare gli iscritti e i militanti mi ha convinta ancor di più che è da lì che dobbiamo ripartire. Che la vitale necessità di riflessione su questi giorni ma anche sui mesi che abbiamo alle spalle, dalla vittoria di Bersani alle primarie, dall’utilizzo delle stesse per la scelta dei parlamentari intese come l’unica risposta alla crisi di rappresentanza dei partiti, fino all’intensità, l’efficacia e il tasso di coinvolgimento reale di tutto il Partito nella campagna elettorale se non viene ancorata alla prospettiva strategica da dare al Partito, all’idea stessa di Partito, alla sua capacità di rappresentare davvero valori, interessi, aspirazioni di un fronte ampio di popolazione; se non si riparte dalle ragioni e dalle necessità per l’Italia, di costruire un grande partito riformista in grado di governare, in nome del cambiamento necessario per fronteggiare le grandi e inedite sfide del nuovo secolo, se non ci si muoverà in questa prospettiva vi è il rischio di una discussione monca, o addirittura percorsa da strumentalità legate agli interessi particolari di gruppi e gruppetti.
Questo significherà coinvolgere davvero la nostra gente, rendere ognuno protagonista della discussione e delle scelte dalle quali dipenderà il destino del Partito. È il momento per tutti noi di raddoppiare l’impegno disinteressato, la convinzione, la passione, la voglia di esserci che ci trasmettono quei due nuovi democratici che si sono iscritti a San Bartolo e tutti gli altri che alla fine della riunione hanno confermato l’iscrizione per il 2013, per ripartire e farlo al più presto. Dobbiamo fare il congresso. Un congresso serio, politico, scontrandoci, ma per uscire poi con una linea chiara, una leadership riconosciuta, una proposta al paese. Dobbiamo stare insieme per scelta, per convinzione, per cambiare l’Italia, non certo per convenienza. Per questo serve una base larga che partecipa e decide. Dobbiamo ritrovare etica, responsabilità, trasparenza, comunanza di vedute, solidarietà reciproca, rispetto delle regole.
Eravamo nati per questo. Per essere un partito nuovo, plurale, aperto, riformista, capace di leggere e rispondere ai bisogni e alle aspettative delle persone, a partire dai più deboli. . E lo dobbiamo fare per l’Italia. Per il Paese di oggi, con i drammi della povertà, della mancanza di lavoro, del precariato, delle imprese che non ce la fanno, dello sviluppo che non c’è. E per il Paese di domani. Se ascolteremo il cuore e la testa dei nostri militanti ed elettori questo percorso sarà ancora possibile.
* vice presidente del Senato

l’Unità 23.4.13
Rifondare la politica: la sfida di Barca
di Laura Pennacchi


IL GOVERNO CHE SI FORMERÀ IN SEGUITO ALLA RIELEZIONE DI GIORGIO NAPOLITANO ALLA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA AVRÀ L’URGENTE INCOMBENZA DI CONTRASTARE L’AUSTERITÀ AUTODISTRUTTIVA IMPOSTA DALLA GERMANIA DELLA MERKEL A TUTTA EUROPA, LA QUALE SI STA TRASFORMANDO IN ITALIA IN UN VERO E PROPRIO DRAMMA ECONOMICO-SOCIALE. Alle pressanti sollecitazioni della Cgil, che già in gennaio ha lanciato la proposta di un nuovo “Piano del Lavoro”, si affiancano quelle di quanti reclamano una aggressività e una audacia riformistica nelle risposte da adottare molto maggiore di quella che potrebbe essere praticata da qualunque governo rispondente alla logica delle «larghe intese». Per fronteggiare la «trappola della liquidità» in cui siamo caduti la quale fa sì che le risorse monetarie create dalle politiche «non convenzionali» della Bce non prendano la via degli investimenti dei quali, tuttavia, avremmo necessità nei soli due anni prossimi per ben 150 miliardi di euro, secondo le stime di Prometeia Roubini indica il sovvenzionamento di «un massiccio programma rivolto ai giovani», Quadro Curzio propone di mobilitare le riserve auree e altri suggeriscono misure comunque non tradizionali (come l’emissione diretta di obbligazioni da parte delle imprese).
Ha molto a che fare con tutto ciò con il coacervo di problemi e di proposte che si agita dentro di noi e intorno a noi l’idea lanciata da Fabrizio Barca di una rivitalizzazione della democrazia e di una rifondazione della politica affidata a uno «sperimentalismo democratico» che collochi a sinistra, dove le pulsioni autodissolutorie del Pd rischiano il non ritorno, una forma-partito rinnovata, trasformata in veicolo di quella straordinaria «mobilitazione cognitiva» larga, diffusa, articolata in reti plurime, di cui l’economia e la società italiana hanno disperato bisogno.
Sarebbe, quindi, un errore vedere in tale idea solo una proposta di «metodo» e non cogliervi l’intrinseco intreccio tra aspetti di «metodo» e aspetti di «contenuto», tra «prassi» e «progetto», tra filosofia pratica e filosofia teoretica, mostrato, del resto, dai significativi e insistiti richiami a grandi maestri eterodossi della sinistra democratica moderna, da Amartya Sen a Albert Hirschman.
Viceversa, è vitale concorrere a esplicitare e sviluppare tale intreccio tra «metodo» e «contenuti». Per parte mia faccio due esempi. Il primo riguarda un elemento che Barca considera comune sia al filone istituzionale socialdemocratico sia al «minimalismo» dello Stato minimo neoliberista, cioè l’eccessivo affidamento su un sapere accentrato e appannaggio di pochi, per i socialdemocratici dello Stato e delle sue burocrazie, per i neoliberisti dei tecnici e delle oligarchie. Ora (a parte l’errore di mettere le cose sullo stesso piano, dimenticando le grandi tradizioni mutualistiche, associative, cooperative del socialismo, della socialdemocrazia e delle pratiche politiche ispirate dalla religiosità, cattolica e non), una critica (giusta) agli eccessi di statalismo della socialdemocrazia deve fare i conti con la perdurante necessità palesata in tutta la sua drammaticità proprio dalla crisi globale da cui l’Italia rischia di essere travolta di una guida, di un indirizzo, di una regia e perfino di un big push (di una grande spinta) i quali non possono che essere pubblici e statuali, una statualità ricercata a livello sovranazionale, cioè europea, ma pur sempre statualità. Una statualità e un operatore pubblico idonei a costruire le politiche macroeconomiche espansive necessarie per quel pieno impiego di cui proprio Barca chiede il rilancio.
Il secondo esempio di possibile sviluppo dell’intreccio tra «metodo» e «contenuti» concerne l’urgenza di strutturare un’ambiziosa elaborazione sul «nuovo modello di sviluppo» idoneo a farci uscire dalla crisi e dalla recessione, esplicitando e approfondendo il corpo di valori, di idealità, di finalità da cui la nuova forma-partito vorrà essere animata, coltivando così, insieme a una visione complessiva di economia e di società, la propria identità, uscendo dalle reticenze, le timidezze, le ambivalenze che hanno condannato il Pd all’inadeguatezza e all’impotenza. In più luoghi della sua “memoria” Barca evoca preferenze collettive che vanno progressivamente elaborate, discusse, definite. Ma il punto problematico sta proprio qui, perché nella straordinaria complessità della formazione e dell’aggregazione delle preferenze nelle differenziate società contemporanee viene rimessa in discussione la stessa nozione di «preferenza». In particolare si segnala che i suoi attributi e i suoi requisiti possono spiegare scelte elementari del tipo «scelgo di mangiare pane invece di mele» ma sono del tutto inesplicativi di dinamiche di scelte più complesse, del tipo «scelgo di non mangiare né pane né mele e di destinare le risorse corrispondenti ad aiuti per coloro che muoiono di fame».
Per dare conto sia delle forme di azione in cui vi è separazione fra le preferenze e le scelte (si può scegliere anche ciò che non si preferisce), sia dei comportamenti che si mettono in atto quando si è di fronte ad alternative incommensurabili (prive di un denominatore comune), proprio Sen ha proposto di utilizzare la nozione di «metapreferenza» in quanto in grado di esplicitare un «metaordinamento», ovvero un «ordinamento di ordinamenti di preferenze». In effetti per descrivere le scelte che derivano da un set di priorità politiche o da particolari convinzioni o da giudizi morali o da un insieme di interessi di gruppo tutte situazioni in cui i fini sono perseguiti come valori in sé e non sono quindi niente affatto sussumibili alle preferenze occorrono strutture assai più elaborate, le quali consentano di configurare le situazioni scelta anche come ponderazione e confronto di «valori».
Indagare sui significati e le relazioni tra eguaglianza, libertà, fraternità rimane decisivo. Assumere una nozione debole di eguaglianza delle opportunità o una nozione forte di «eguaglianza delle capacità fondamentali» fa molta differenza. L’equità non è sostitutiva dell’eguaglianza come sosteneva la Terza Via blairiana e sostengono i “minimalisti” neoliberisti e centristi bensì una proprietà del principio di eguaglianza prescelto: infatti, quando il principio di eguaglianza si fa più esigente le norme di giustizia sono improntate a una maggiore equità.

il Fatto 23.4.13
Diciamo no e non saremo soli
di Antonio Padellaro


Nel film Sogni d'oro, Nanni Moretti dice a una platea di spettatori: “siete un pubblico di merda”, al che tutta la sala si alza in piedi gridando entusiasticamente: “pubblico di merda, pubblico di merda”. Una scena che ne ricorda un'altra, quella vista ieri a Montecitorio con Napolitano bis che mazzolava a tutto spiano parlamento e partiti con accuse di inettitudine e corruzione mentre dall'emiciclo si levavano (con la sola eccezione di M5S) festosi e prolungati applausi. Tutto come previsto. Giù in basso, adorante e con lunga coda di paglia la peggiore classe politica del globo, incapace perfino di eleggere un nuovo capo dello Stato. Lassù (dopo aver detto no infinite volte alla rielezione), l’anziano capo dello Stato che sfodera il suo diktat, così riassumibile: o si fa il governo delle grandi intese con Berlusconi o si va a nuove elezioni, ma in questo caso io mi dimetto subito e vi lascio in un mare di guai. Napolitano ha avuto anche parole di apprezzamento per la scelta che ha portato il movimento di Grillo nelle istituzioni parlamentari. Ma il successivo monito sul ricorso alla piazza non è piaciuto affatto ai 5Stelle che ora parlano di un presidente “non più arbitro”. Non sorprende invece l'euforia di Berlusconi che si vede servire su un piatto d'oro un governo su misura, con ministri di sua proprietà e un programma già incardinato dai famosi saggi intorno alla riforma della giustizia modello Arcore, a cominciare ovviamente dal bavaglio sulle intercettazioni. Ben al coperto dietro Napolitano, il Caimano potrà contare sulla assoluta benevolenza di quasi tutta l'informazione che difficilmente oserà criticare gli atti del nuovo governo che il monarca del Colle ha già solennemente battezzato di “salvezza nazionale”, come se fossimo in guerra. In questo un po’ sconcio coro di alleluja noi, inutile dirlo, non ci saremo. Troviamo indecente che i dirigenti Pd abbiano accettato al Quirinale il presidente dell’inciucio con la destra piuttosto che far convergere i voti su Rodotà, la personalità giusta per aprire la strada a una maggioranza del vero cambiamento che M5S non avrebbe potuto rifiutare. Troviamo insopportabile che sempre grazie a Napolitano venga steso un tappeto rosso ai piedi dell’uomo del bunga bunga che ha sputtanato l’Italia nel mondo portandola quasi al fallimento. No, non ci sentiamo soli perché contro la restaurazione della politica più marcia c’è una ripulsa che si allarga a macchia d’olio e che già mobilita la base del Partito Democratico e dei sindacati non gialli. Pensiamo che oggi più soli e più isolati dal mondo reale dovrebbero sentirsi piuttosto i pretoriani dell’informazione, sentinelle dell’eterna casta. Affidandosi con i loro padroni a un signore di 88 anni a cui tremava la voce per l’enorme responsabilità che si è preso.

il Fatto 23.4.13
Quirinale: l’evento storico
risponde Furio Colombo


CARO COLOMBO, perchè questa prima volta in cui un presidente della Repubblica si ricandida e viene rieletto non vi sembra un evento storico?
Marcella

ERRORE. L'evento è certamente storico. Una parte rilevante del Parlamento ( due terzi, i due maggiori partiti,i due principali contendenti delle ultime elezioni ) è salita al Quirinale per dire solennemente: noi non vogliamo più scegliere, non vogliamo più decidere, non vogliamo più votare un presidente della Repubblica o un governo. Fate voi. Il problema è che non sappiamo chi sono i "voi." Qualcuno infatti ha messo alla finestra la figura di Napolitano, con tutto il peso della sua storia e il significato della sua figura. Vista da lontano e da chi è stato tagliato fuori dalla grande e strana e improvvisa composizione di un quadro del tutto alterato rispetto al risultato delle elezioni, la figura di Napolitano riportato alla finestra sembra un ostaggio, uno scudo umano messo in mezzo, tra destra e sinistra, per far passare indenne Berlusconi. Una manovra così costa molto. Costa la fiducia nella democrazia. Costa il coinvolgere impropriamente nella mischia la sola istituzione che deve essere condivisa. Costa il nome, l'immagine e la credibilità del Partito democratico, che da oggi è un'altra cosa (pur aspettando di sapere se e quale parte di esso si dichiarerà estranea e ne uscirà relativamente intatta). Infatti la grande finzione è che sia in discussione la decisione di rieleggere Giorgio Napolitano. No, è discussione il perchè si è scelto quel percorso. Esso forza, in modo automatico e indissolubile, l'associazione, distruttiva per il centrosinistra, di Pd e Pdl. E pone tutto il potere nelle mani del Pdl. Facile e desolante capire che questa è la conseguenza inevitabile. Il meccanismo obbligato che fa tenere alla finestra l'ex presidente della Repubblica: rende d'ora in poi impossibile opporsi alle volontà e interessi e protezioni richieste dal Pdl. Ogni mossa in dissenso farebbe infatti crollare l'intera dolorosa costruzione e sarebbe interpretata " contro" il presidente - ostaggio. Dunque si torna alla domanda che ho fatto prima. Chi sono coloro che hanno voluto questo colpo durissimo alle istituzioni, che rovescia il risultato elettorale ed elimina il Pd dalla scena politica italiana?

il Fatto 23.4.13
L’intervista a Barbara Spinelli
“Parte del Pd è ricattabile Il Caimano va verso il Colle”
di Silvia Truzzi


Barbara Spinelli, per cinquanta giorni il Pd ha detto di non voler fare un accordo con Berlusconi. Poi ha cercato l'intesa con il Pdl per il Colle e ora parteciperà a un governo “di larghe intese”. A quale Pd dobbiamo credere?
Quando ci sono simili contraddizioni conta il risultato. La scelta di Marini, chiara apertura all'intesa con Berlusconi, ha rivelato che c'era del marcio nelle precedenti proposte a Grillo. Io ero a favore d’un accordo Pd-M5s, ma quel che è successo significa che in parte mi illudevo sulle reali intenzioni del Pd. Bene ha fatto Grillo, forse, a essere diffidente.
Civati ha detto: "I traditori diventeranno ministri".
Condivido il laconico giudizio, come molti suoi giudizi. I traditori, anche se hanno democraticamente votato, faranno il governo.
La base del Pd si è fatta sentire. Alcuni commentatori hanno criticato l'idea che la politica si faccia “con i social network”: tra questo e il non ascoltare i propri elettori e dirigenti - sono state occupate sedi del Pd in mezza Italia - c'è una bella differenza.
Sono anni che il Pd non ascolta i cittadini, il popolo tout court. Vorrei ricordare due atti simbolici. Il primo fu di Napolitano: “Non sento alcun boom di Grillo”, e invece il boom c’era, eccome. Il secondo è della senatrice Finocchiaro. Dopo il voto a Marini, davanti alla base in rivolta, ecco l’incredibile frase: “Ma che vogliono? Io non vedo la base! ”. Il Pd non vede il Paese. Perché questa criminalizzazione poi, della rete? Dire che è tutta colpa dei social network, dire che i nuovi parlamentari sono “inadeguati” (parola di Bindi): qui è l’irresponsabilità denunciata ieri da Napolitano. Inadeguati a che? A che magnifica e progressiva condotta del Pd?
Che fine faranno le promesse sull'ineleggibilità di Berlusconi?
Non bisogna mai fasciarsi la testa prima di rompersela. Se si vuol mettere in risalto il tradimento Pd, bisogna far finta che abbiamo preso sul serio le dichiarazioni di tanti di loro, in favore della ineleggibilità. Si rimangeranno anche questa promessa? Continueranno a screditarsi, grottescamente.
Oltre a non ascoltare la base, il Pd non ha dato retta anche a molti dei propri parlamentari.
Non ha ascoltato Sel, con cui era alleato. Ma neanche i due padri fondatori della sinistra del dopo Muro di Berlino: Stefano Rodotà e Romano Prodi. Il parricidio in politica può esser positivo, ma bisogna che i figli costruiscano il nuovo. In questo caso hanno ucciso i padri per mettere il regno nelle mani di Berlusconi. L’età non basta. Questa storia finisce con la polverizzazione del Pd. Peggio: con la plausibile vittoria Pdl alle prossime elezioni, e Berlusconi capo dello Stato dopo Napolitano.
Il professor Rodotà ha scritto su Repubblica che bisognerebbe interrogarsi sui motivi per cui personalità della sinistra siano state snobbate pubblicamente dagli attuali rappresentanti della sinistra.
Questa è la domanda. Siamo immersi nel romanzo di Saramago, La cecità: il Pd non vedendo il Paese non ha visto nemmeno le persone del proprio campo che negli anni hanno stabilito un contatto con le Azioni Popolari dei cittadini. Quando le Quirinarie le hanno scelte come propri simboli, il Pd ha detto: sono persone di Grillo, non ci umilieremo assoggettandoci. Follia. Tra l’altro: perché non li hanno fatti sin da principio loro, quei nomi?
Nella scelta fra trattare con Grillo per Rodotà - un uomo sulla cui fedeltà alle istituzioni e alla Carta non c'è alcun dubbio - e trattare con Berlusconi, si è optato per la seconda strada. Inspiegabile.
Una parte del Pd è forse ricattabile, a cominciare dalla vicenda Monte dei Paschi di Siena. Non è meno forte quella che chiamerei “schiavitù volontaria”. C'è stata una pressione forte anche dagli attuali vertici d’Europa: la vittoria del M5s ha creato solidarietà attorno al vecchio establishment contro il cosiddetto populismo di Grillo: ne ha profittato il vero populista, Berlusconi. Ma lui è già metabolizzato. Rodotà non sarebbe stato solo uno dei migliori garanti delle istituzioni, ma – come Prodi – uno dei più autorevoli garanti dell'europeismo. Non dimentichiamo che è l’estensore della Carta europea dei diritti: vincolante per tutti i Paesi membri. Non esiste solo il plebiscito dei mercati. C'è anche un'Europa più democratica verso cui tanti vogliono andare.
Il professor Rodotà ha anche detto, rispondendo a Eugenio Scalfari, che se vogliamo fare esami di costituzionalità dobbiamo passare al vaglio tutti i partiti, non solo il M5s. Bisogna guardare alla Lega secessionista, al Pdl delle leggi ad personam. D'accordo?
Sì. Se si parla di incostituzionalità di Grillo e poi si avalla l’accordo con Berlusconi, vuol dire che la costituzionalità è vana esigenza. D’altronde vorrei sapere cosa precisamente sia incostituzionale nel M5s.
Perché se Berlusconi parla di golpe, come ha fatto due giorni prima delle votazioni per il Colle, nessuno dice nulla e se lo fa Grillo si grida all'eversione?
Quante volte abbiamo sentito questa parola detta da Berlusconi! Se lo fa lui è normale amministrazione, se lo fa Grillo è eversivo.
Scalfari ha scritto che non gli è proprio venuto in mente il nome di Rodotà per il Quirinale.
Non so Scalfari. Mi interessano i politici. Se aspiri all’inciucio, il nome di Rodotà certo non ti viene in mente.
Sul sito del Corriere della Sera il più votato come premier ideale è Rodotà. Sul sito della Stampa - dove tra tanti, il nome del professore non c'è - il più votato è "nessuno di questi". Come lo interpretiamo?
Come prova che la maggioranza delle persone non vuole l'accordo con B. Napolitano aveva più volte detto di escludere la propria ricandidatura.
Mi scandalizza meno questo del fatto che il Capo dello Stato sostenga da tempo, con tenacia, le larghe intese.

il Fatto 23.4.13
Large malintese
Repubblica, il Fondatore restò solo
di Marcello Santamaria


Aria pesante a Repubblica. Da resa dei conti. Non bastavano le spaccature fra alcune grandi firme, l'estate scorsa, sulle telefonate Napolitano-Mancino contro le indagini sulla trattativa Stato-mafia e sul conflitto alla Consulta contro la Procura di Palermo (da una parte Eugenio Scalfari, difensore d'ufficio dell'amico Presidente, dall'altra i cronisti come Bolzoni e gli editorialisti Gustavo Zagrebelsky, Barbara Spinelli e Franco Cordero). Stavolta c'è una guerra fratricida ancor più sanguinosa, visto che non solo contrappone Scalfari a uno storico collaboratore del quotidiano di largo Fochetti come Stefano Rodotà, ma investe la linea politica del giornale su un punto ben più cruciale delle indagini palermitane: l'inciucio prossimo venturo fra Pd e Pdl nel governo di larghe intese patrocinato da Napolitano. Scalfari è decisamente a favore, mentre altre firme molto popolari come Curzio Maltese, Michele Serra e Concita De Gregorio non fanno mistero della loro contrarietà, avendo più volte invitato il Pd a confluire insieme ai 5 Stelle sulla candidatura di Rodotà al Colle.
IERI RODOTÀ ha replicato aspramente alle critiche politiche e alle offese personali rivoltegli domenica da Scalfari, con una lettera formalmente elegante ma sostanzialmente durissima. Scalfari avrebbe preteso che lui rifiutasse la candidatura per i 5Stelle, definiti addirittura “un movimento incostituzionale”?
“Ma, se vogliamo fare l'esame del sangue di costituzionalità, dobbiamo partire dai partiti che saranno nell'imminente governo o maggioranza”: dalla Lega al Pdl, quelli sì incostituzionali per le loro posizioni politiche, oltrechè per il Porcellum. Invece “le dichiarazioni di appartenenti al M5S non si sono mai tradotte in atti che possano essere ritenuti incostituzionali, e il loro essere nel luogo costituzionale per eccellenza, il Parlamento, e il confronto e la dialettica che tutto ciò comporta, dovrebbero essere considerati con serietà nella ardua fase di transizione politica e istituzionale che stiamo vivendo”. E poi la sua non era “una candidatura studiata a tavolino e usata strumentalmente da Grillo”, ma è nata “da mesi e non soltanto in rete” anche da “appelli” di esponenti della cultura e della società civile. “Piuttosto ci si dovrebbe chiedere come mai persone storicamente appartenenti all'area della sinistra (Rodotà cita gli altri nomi usciti dalle Quirinarie, da Zagrebelsky a Caselli alla Bonino, ndr) siano state snobbate dall'ultima sua incarnazione e abbiano invece sollecitato l'attenzione del Movimento 5Stelle”. E aggiunge che “proprio questa vicenda ha smentito l'immagine di un Movimento autoreferenziale, arroccato” visto che “i responsabili parlamentari e lo stesso Grillo hanno esplicitamente detto che la mia elezione li avrebbe resi pienamente disponibili per un via libera a un governo”, ma “questo fatto politico nuovo è stato ignorato perchè disturbava la strategia rovinosa, per sé e per la democrazia italiana, scelta dal Pd”. Quando a Scalfari, poteva essere “meno sprezzante” con lui, o magari accorgersi che continuando a ripetere a macchinetta il nome di Napolitano “poneva una pietra tombale sull'intero Pd, ritenuto incapace di esprimere qualsiasi nome per la presidenza della Repubblica”.
COLPITO E AFFONDATO, Scalfari balbetta una risposta in cui dice di aver sollecitato Bersani, tramite Zanda, acontattare Rodotà nei giorni della corsa al Quirinale. Poi sostiene che un governo Pd-M5S sarebbe stato “severamente sanzionato dall'Europa” e dalla “speculazione”. Infine difende l'inciucio in arrivo come un governo di “convergenze parallele”, paragonando Pd e Pdl a Berlinguer e a Moro. E accusa Rodotà di non aver “annunciato il suo ritiro” alla notizia del ritorno dell'amato Napolitano. Anzi, di Napolitano e di Amato. Chissà che ne diranno i lettori: quelli che possono esprimersi nei social network legati a Repubblica sono quasi tutti per Rodotà. E contro l’inciucio.

il Fatto 23.4.13
Finalmente insieme applausi e lacrime tra B. e democratici
Berlusconi fa il gesto di dirigere l’orchestra, Fioroni si spella le mani a forza di applaudire, e anche i leghisti pensano al prossimo governo
di Antonello Caporale


Quando gli ha detto che sono imperdonabili, versione appena più soft di impresentabili, un lungo battimani, delle decine con cui hanno accompagnato le parole del presidente, ha nuovamente scosso cravatte e gonnelle. Beppe Fioroni, deputato dichiaratamente sadomaso, si è ustionato le dita per la forza impressa al clap clap. Il più bello spettacolo del mondo, e da sinistra come da destra finalmente un coro unanime, un tributo condiviso, una scena di gioia e non di dolore, di solidarietà e non di divisione.
MALGRADO il cerone nelle dosi identiche del secolo scorso, Silvio Berlusconi è parso ringiovanito di vent'anni e col dito del maestro d'orchestra ha musicato le parole di Napolitano. Seguiva il discorso con il trasporto di una canzone dell'amato Trenet, col cuore in gola, l'indice ondeggiante e gli occhi lucidi: “Le mie ragazze mi hanno salutato cantando Meno male che Silvio c'è. Ho detto loro di cambiare nome: Meno male che Giorgio c'è”. Entusiasta, commovente. Non si è risparmiato con i ritratti della memoria: “Francamente, neanche Pico della Miranda sarebbe riuscito a formare un governo senza i voti necessari”. Francamente si chiamava Mirandola, ma è stata l'emozione. Quasi come quella di Dario Franceschini che ieri l'altro se l'è vista brutta al ristorante per via di un incrocio teppistico e oggi ha respirato: “Un gigante, è un gigante”. In effetti la prescrizione alle larghe intese ha trovato un seguito immediato. Ecco Latorre con Fitto, laggiù a destra, appena usciti dall'aula, a verificare l'accordo. Magnifico Latorre: “Sono vent'anni che inciuciamo”. E magnifico, c'è da dirlo? Silvio, di nuovo ganzo, sorridente, pronto a fare già ora un pensierino a ciò che avverrà da qui a due anni: la successione al Quirinale. Re Giorgio è stato chiaro: finchè le forze mi sorreggeranno. Quando taglierà il traguardo dei novanta, cioè tra pochissimo, potrebbe trovare un ragazzo di nemmeno ottanta a sostenere lo sforzo di unire il Paese. Per unirlo serve un governo e nuovi orizzonti, nuove parole: “Basta inciucio, chiamiamola collaborazione”. E d'un tratto, sotto il gazebo, la prima indiscutibile prova collaborativa: la portavoce pro tempo-re di Bersani, la carina Alessandra Moretti un po' sciupata nell'umore per via delle brutte giornate che l'hanno vista protagonista, verifica, in un vertice con Daniela Santanchè, portabandiera dell'altra parte, i primi caratteri di un lavoro comune, solidale, costruttivo. “Noi siamo un po' diversi da loro”, dice la Bindi, acciaccata dagli eventi e persa nei suoi brutti pensieri. Non sembrerebbe, volendo essere pignoli, che l'impressione sia quella giusta. C'è Formisano, un ex dipietrista passato alla nuova stagione, che ascoltando e valutando ritiene inesorabile il superlativo: “È un gigante e di più”. Col papagno, quel senso triste che segue alla pennica, l'umore fragile di Pier Luigi Bersani. Si accomiata sibilando: “Discorso davvero eccezionale”.
NON È VISPO come quell'altro, che infatti si intrattiene con Barbara D'Urso, fa la fila dei tg, allunga il passo da uno studio all'altro. Corteo di cronisti sorridenti e disponibili, corteo di amazzoni felicissime. Dorina Bianchi: “Embè? ”. La filiforme Ravetto: “Senza di lui dove saremmo? ”. Non sarebbe di sicuro in Parlamento la sua badante, l'onorevole Maria Rosaria Rossi che cura l'agenda del cuore e in questi ultimi giorni è stata vista anche in compagnia di Dudù, la cagnolina di Francesca Pascale, fidanzatina del Capo.
Che spettacolo, e quanti sorrisi, e che bello vederli finalmente liberi di assecondare il senso per le Istituzioni. “Faremo un governo”, dice il leghista Bonanno. Figurarsi, Quagliariello è già ministro, anche Violante forse. Più preoccupata la pattuglia dei fedeli a Enrico Letta. Si dice che non possa raggiungere lo scranno da premier, forse sarà solo ministro. Vedremo. Comunque è una giornata diversa questa, e non solo e non tanto perchè c'è la fanfara e i commessi in grande uniforme e le freccie tricolori. Ma perchè si vede una via d'uscita: “per il bene del Paese dovremo fare un governo”. O con i cinquestelle oppure io non ci sto”, dichiara Matteo Orfini, uno dei pochi che non gradisce. Ma non ha capito niente, “Napolitano è il più giovane tra di noi”, assicura Casini.
ALTRO CHE GRILLINI! In effetti spaesati, fuori sincrono. Oggi riunione in streaming per decidere l'espulsione del deputato Mastrangeli, incolpato di bulimismo televisivo. È un processo ma sembra qualcosa di più vicino a Uomini & donne, il talk dei cuori solitari. “Ma ti sembra, ma siamo in Corea del nord? ”, dice un cittadino a una cittadina. Stridono con la realtà e con il gusto vero della vita.

il Fatto 23.4.13
Et voilà: le intercettazioni con Mancino “bruciate”
di Sandra Rizza


Alla fine ha vinto Giorgio Napolitano. Dopo mesi di polemiche e un’inutile battaglia giudiziaria, il gip di Palermo Ricciardo Ricciardi ha cancellato per sempre i file audio con le quattro telefonate tra il capo dello Stato e l’ex ministro Nicola Mancino, intercettate nell’ambito dell’indagine sulla trattativa mafia-Stato. La procedura di distruzione, durata pochi minuti, si è svolta ieri mattina nel bunker dell'Ucciardone, alla presenza del giudice Ricciardi (che a febbraio aveva già decretato la distruzione dei file, in base alla sentenza della Consulta sul conflitto di attribuzione sollevato dal Colle), di un cancelliere e di un tecnico chiamato per eseguire le operazioni sul server della Procura. Ricciardi ha tagliato con delle forbici il cd su cui erano incise le registrazioni, poi il tecnico ha provveduto alla cancellazione dei file.
LA DATA DELLA DISTRUZIONE, fissata in un primo momento per l’11 marzo, era stata rinviata in attesa della pronuncia della Cassazione, chiamata in causa dagli avvocati di Massimo Ciancimino che avevano giudicato “abnorme’’ il decreto di Ricciardi, perchè in aperta “violazione del diritto alla difesa’’ del loro assistito. La Suprema Corte, però, nei giorni scorsi ha dichiarato inammissibile il ricorso di Ciancimino dando così il via libera alla cancellazione. La distruzione delle intercettazioni, si legge nelle motivazioni della Cassazione, era necessaria per sanare “un vulnus costituzionalmente rilevante”: la ragione sta nel fatto che i “principi tutelati dalla Costituzione non possono essere sacrificati in nome di un’astratta simmetria processuale”. Poco prima di distruggere i file, Ricciardi ha rigettato l’istanza di Salvatore Borsellino, che aveva chiesto di conoscere le telefonate top secret per difendersi da una querela presentata nei suoi confronti da Mancino. “La distruzione dei file è un atto gravissimo che ora mi impedisce di ricorrere in Cassazione contro il rigetto del gip - dice Borsellino - lo considero una diretta conseguenza della rielezione di Napolitano, grazie alle manovre di quelle consorterie che lo hanno riconfermato, a garanzia della congiura del silenzio sulla trattativa mafia-Stato’’.

il Fatto 23.4.13
La “nuova” sinistra s’imBarca
Il ministro scongiura una scissione ma non boccia l’idea-Cofferati
di Gia. Cal.


Fabrizio Barca riparte dalla sezione di via dei Giubbonari, Campo de’ Fiori, storica sezione del Partito comunista nel cuore di Roma, ieri sera piena di gente come in tempi lontani. Da qui parte il suo cantiere per una nuova sinistra, anche se lui prova ancora a tenere insieme i cocci di un partito in frantumi: “Non c’è rischio di scissione e Renzi è parte di noi”. Dice così Barca, ma soltanto il giorno prima l’europarlamentare Sergio Cofferati, in un’intervista al Fatto, ha aperto il dibattito sulla necessità, in caso di un governo delle larghe intese Pd-Pdl, di creare un nuovo soggetto proprio a sinistra di Matteo Renzi e delle politiche economiche di Pietro Ichino. Data di nascita possibile? Il 30 aprile, quando a Bologna, ad un convegno della Fiom sul lavoro, interverranno Maurizio Landini, Stefano Rodotà, Fabrizio Barca, appunto, e Nichi Vendola. Un’aggregazione che, almeno sulla carta, potrebbe rappresentare il nucleo di una classe dirigente di sinistra. E proprio il leader di Sel, Nichi Vendola, conferma: “Credo che la sinistra abbia bisogno di rimettere in piedi il cantiere della costruzione di un partito del futuro. Penso che la deflagrazione del Pd sia un problema italiano ed europeo di prima grandezza. Bisogna ricostruire in questo Paese i soggetti che in tutta Europa competono nel confronto politico e nelle campagne elettorali”. Pippo Civati, deputato del Pd, smentisce le voci che lo indicano in procinto di passare a Sel. Ieri era ad ascoltare Barca a Campo de’ Fiori: “Il mio progetto è esattamente il contrario: far diventare protagonisti del Pd quelli che in questi giorni non lo sono stati. Per questo, sei mesi fa mi sono candidato alla segreteria”.
IL DRAMMA del Partito democratico è evidente ascoltando la voce di Stefano Fassina, il responsabile economico, la sinistra del partito. Fassina scuote la testa: “Le scissioni hanno sempre portato la sinistra a indebolirsi. Ci sono problemi molto seri, da affrontare insieme. Prima di fare delle scelte di rottura bisogna verificare fino in fondo le condizioni del partito. Non sono così sicuro che Renzi e le sue politiche possano diventare la nostra guida”. Disorientata anche Laura Puppato: “Sto cercando di capire... Il mandato popolare che abbiamo è un altro, ha ragione Cofferati. Non possiamo abbracciare le larghe intese col Pdl come se niente fosse. Abbiamo inseguito per cinquanta giorni la possibilità di una politica del cambiamento, ricevendo le porte in faccia da tutti. La soluzione non può essere il Pdl. Quello che sento è un dolore atroce”. Anche il candidato a sindaco di Roma, Ignazio Marino, non vive con gioia queste ore, ma cerca di minimizzare: “Come immaginavo sono iniziate le ipotesi di scissioni e correnti. E mi ritrovo tirato per la giacchetta da una parte e dall’altra. Forse non hanno capito che voglio liberare questa Roma da cinque anni di scandali e parentopoli. Il mio partito è Roma”. Anche un grande avversario di Matteo Renzi, il governatore della Toscana Enrico Rossi, per ora, frena: “L’argomento è serio. Va evitata l’idea di una scissione, bisogna far di tutto perché questo non avvenga. Certo è stato drammatico e raggelante quanto accaduto con la candidatura al Quirinale di Romano Prodi, e l’immediata battuta di Renzi non mi è piaciuta per niente”. Bocciato alle ultime elezioni col suo progetto di Rivoluzione Civile, Antonio Ingroia è interessato all’idea-Cofferati: “Vogliamo favorire un progetto di aggregazione a sinistra”.

il Fatto 23.4.13
#OccupyPd
L’insurrezione dei giovani Dem “Non moriremo di inciucio”
Dal Nord al Sud la protesta guidata dai giovani
di Luca De Carolis


Dalle metropoli del Nord al Sud, passando per le regioni “rosse”. È l’insurrezione della base del Pd, contro le “larghe intese” con il Pdl e il siluramento di Prodi (nella maggior parte dei casi) e di Rodotà (in misura minore). È la marea di #occupypd, guidata dai Giovani democratici (circa 40mila iscritti a livello nazionale), fatta di sedi occupate in almeno 50 città, dalla metà della scorsa settimana ad ieri. Talvolta per una sera, in diversi casi per giorni. Da Aosta alla Sicilia, i giovani si sono fatti sentire ovunque: da protagonisti, (anche) nelle tante assemblee autoconvocate. Come quelle di sabato e domenica scorsa a Milano, uno degli epicentri Pd al Nord con i suoi 12mila iscritti (più 800-900 Gd). Scosso nel profondo, tanto che il segretario regionale Maurizio Martina (bersaniano) annuncia le dimissioni al Fatto: “Stiano tranquilli: Martina se ne va. Ma ricordo che quei parlamentari che si sono scoperti critici avevano approvato il mandato a Bersani per decidere con gli altri segretari del voto per il Colle”.
IL CLIMA è questo. “La nostra gente è insorta dopo l’affossamento di Prodi” sostiene il segretario milanese, Roberto Corneli. Domenica scorsa assemblea autoconvocata a Torino, con 250 persone nella sede del partito. Dibattito con interventi da 3 minuti a testa, e documento finale che chiede “il congresso subito” e il radicale rinnovamento dei dirigenti. L’hanno chiamato “Patto della pallacorda” rievocando addirittura la Rivoluzione francese, nella Torino dove il Pd ha 12mila iscritti. Occupazioni? Venerdì e sabato, nella sede di via Masserano. “Gli abbiamo aperto noi” assicura il segretario torinese, Paola Bragantini. Che aggiunge: “Alla riunione di domenica c’erano anche molti dirigenti”. La rivolta trabocca nelle roccaforti rosse. Le sedi di Perugia e Terni sono state occupate nel fine settimana, con i ragazzi ternani uniti contro “le ombre del passato”. Occupazioni capillari in Toscana, dove i Gd di Lucca riassumono così la loro linea: “Non moriremo di tattica”. Ma c’è anche il Sud. In prima fila Bari, dove la sede provinciale è occupata da sabato.
A salutare i ragazzi sono andati anche il sindaco Michele Emiliano e il rettore dell’università, Corrado Petrocelli. Nella sede di Palermo assemblea permanente, con i ragazzi che chiedono le dimissioni del segretario regionale Giuseppe Lupo “e di tutti i vertici locali”.

il Fatto 23.4.13
Monetine su Fassina: “Non sono Craxi”
Sul web la dura contestazione al deputato democratico. Al grido di “Vergogna buffone”
di Gia. Cal.


È sabato pomeriggio, il Parlamento, con i voti di Pd, Pdl, Lega e Scelta Civica ha appena eletto per la seconda volta Giorgio Napolitano alla più alta carica dello Stato. Il candidato del Movimento Cinque Stelle e di Sel, Stefano Rodotà, è bocciato. Beppe Grillo da qualche ora ha lanciato un appello a riempire le piazze, partendo lui stesso per Roma. Il deputato democratico Stefano Fassina esce da Montecitorio. “Buf-fo-ne, buf-fo-ne”, “venduto” e “vergogna” sono solo i più eleganti e raffinati degli insulti che gli vengono rivolti. Lui prova a fermarsi, a scambiare qualche parola con i cronisti, anche a rispondere alla contestazione.
POI ARRIVA anche qualche monetina. Già, proprio come nel 1993, la rabbia contro Bettino Craxi, il principale protagonista di Tangentopoli. “È questo che mi ha fatto più male, poi io le monetine non le ho neppure viste – ripete un Fassina ancora sconcertato – Io come Craxi? È un po’ troppo, non trova? Non ho rubato nulla. La mia unica colpa è stata quella di votare per Giorgio Napolitano presidente della Repubblica, come la stragrande maggioranza del parlamento italiano ha fatto, nelle prerogative previste dalla Costituzione”. Fassina punta il dito contro Grillo: “Non mi preoccupano le persone che stanno in piazza e di cui posso capire le ragioni, la rabbia verso un cambiamento che non arriva. Non nascondo neppure le nostre colpe. Ma a preoccuparmi è chi soffia su questa rabbia, chi alimenta il fuoco parlando di golpe. Quella di Grillo è una cultura fascista che nega l’altro e pretende di incarnare la verità assoluta”. Queste parole Fassina le pronuncia due giorni dopo quei fatti.
LA CALCA della gente che si stringe attorno a lui, i cronisti che si allontanano, qualche monetina che vola ancora. Gli agenti che a quel punto, decidono di prendere il deputato per le braccia, difendendolo con un cordone generato all’impronta per portarlo via. Lontano dalla piazza inferocita contro il Palazzo incarnato dal deputato “traditore”. Fassina viene letteralmente spintonato via dagli agenti, mentre le urla non diminuiscono, la contestazione cresce, insieme agli insulti: “Bastardo”. Non sono certo solo grillini, nei video girati, cliccatissimi sul web, si nota un vessilo comunista, una banidera rossa. Quella storia da cui Stefano Fassina proviene.

La Stampa 23.4.13
Bersani: “Vorrei ben vedere se non dicessimo sì alle richieste di Napolitano”
Caos sulla linea nel voto di fiducia, divisi anche i “giovani turchi”
di Carlo Bertini


Napolitano ha appena finito di parlare, Bersani si lecca le ferite ma sfoggia esultanza per il discorso «strepitoso», mentre nel corridoio dietro l’aula chiede a un commesso se lo studio di sua pertinenza in quanto leader di coalizione sia ancora agibile. «E’ aperta la sala? », «Prego», sussurra l’uomo in livrea a un Bersani che, prima di varcare la porta, allarga le braccia di fronte alla domanda delle domande: sarete in grado di attenervi alle richieste di Napolitano? «Voglio crederlo, voglio ben vedere», sorride sconsolato.
Il Pd già da ore si dilania sul giochino «governo politico-governo tecnico», mentre fuori dal suo ombelico il film è già avanti di centinaia di fotogrammi. Da uno degli ingressi secondari di Montecitorio a tarda sera esce uno di quei dirigenti realmente informati su come stanno davvero le cose, il quale placidamente svela lo stato di avanzamento dei lavori sul governo.
Nelle segrete stanze si parla infatti con cognizione di causa di una lista di possibili ministri già a buon punto di cottura, che annovererebbe figure come Veltroni, Castagnetti, Violante, mescolate ad altre «personalità rodate» di centrodestra come Martino, Frattini, il leghista Giorgetti; a figure al femminile di entrambe le parti e ad una serie di ministri di generazione più giovane, come il renziano Graziano Del Rio. Ed è immaginabile lo sconcerto dei big che oggi in Direzione dovranno misurarsi con scenari di questo tipo, dopo aver incassato le bordate impietose del capo dello Stato.
Non c’è da stupirsi dunque se, giocando d’anticipo e sfruttando questa accelerazione, il leader dei «turchi» Matteo Orfini provi a stoppare «l’operazione che si sono già apparecchiata», lanciando la candidatura di Renzi come premier subito, ora, senza porre alcun ostacolo di mezzo. Orfini lo dice a «Piazza Pulita», ma rilancerà questa proposta in Direzione, dove ci sarà anche Renzi. E dopo aver concordato questo assist - pare - direttamente con il «rottamatore». Perché il leader dei «turchi» sostiene che «le larghe intese esistono se c’è anche Grillo. Altrimenti si tramutano nella proposta di Berlusconi e non di Napolitano». Un colpo che serve a «rivendicare il diritto del Pd di mettere in campo «una candidatura per allargare il consenso, cosa che può fare Renzi». Ma che serve pure a uscire dall’angolo in vista del voto di fiducia che di fatto aprirà il congresso del partito: perché «chi voterà no sarà fuori», dicono i fautori delle larghe intese.
Ma in questa pentola in ebollizione che è il Pd anche i «turchi» sono divisi tra chi dice «non voterò la fiducia ad un governo se non c’è Grillo» e chi come Stefano Fassina spera che sia un governo «a bassa intensità politica: senza Amato premier, che noi non reggeremmo fuori di qui e senza ministri politici». Divisioni trasversali anche tra i big, con Franceschini che dice no alle larghe intese col Pdl, «perché non si può fare un governo politico con Letta e Alfano», la Finocchiaro che invece vorrebbe «un governo politico fatto di eccellenze», il veltroniano Verini, sempre in sintonia col suo leader, convinto che Napolitano «saprà trovare per il governo la soluzione migliore e il Pd si atterrà a questa soluzione».
In realtà sotto il cielo dei Democratici i giochi sono molteplici: si intrecciano con il governo e con la grana su chi dovrà reggere il partito fino a un congresso che si terrà forse in luglio. Oggi la Direzione dovrebbe votare un direttorio di reggenti affidato a Letta, con i due capigruppo, Speranza e Zanda, area ex Ds e area Franceschini e due esponenti dei Turchi e di Renzi: Stefano Fassina e Matteo Richetti. Alle consultazioni, col mandato di dire un sì incondizionato a Napolitano - questa è la speranza della maggioranza esclusi i «turchi» - saranno Letta, Speranza e Zanda. Anche perché nessun imbarazzo ci sarebbe «se Enrico dovesse entrare nel governo», mentre Bersani dovrà astenersi da ogni ruolo ormai, visto che non ha alcuna intenzione di far marcia indietro.

La Stampa 23.4.13
D’Alema: denuncio chi parla di mia regia per non votare Prodi
“La colpa è di chi lo ha candidato in modo assurdo” Civati: molti dei traditori, vedrete, saranno ministri
di Paolo Festuccia


Laura Puppato l’ha ribattezzata «la carica dei 101». Bersani li ha classificati «traditori». Ma Pippo Civati, ieri, ha esortato: state attenti, perché i «soliti protagonisti della politica italiana che ora chiamate così poi potreste ritrovarvi, tra qualche ora, a chiamarli ministri». Un colpo secco, che non spiazza la contraerea. Di che parla Civati? «E’ singolare - attacca il capogruppo Speranza - che chi non ha votato Napolitano si permetta di dare lezione e di parlare di traditori». Già. «Eppoi, se Civati sa chi ha tradito lo dica, io non addito nessuno. Il voto segreto è il vantaggio delle ipocrisie», puntualizza Franceschini, mentre a Montecitorio si è chiuso, tra gli applausi, il secondo atto del presidente Napolitano, e i «democratici» cercano ancora la bussola politica. Ci riproveranno oggi in direzione. C’è, infatti, chi tra le macerie parla di ricostruzione, chi cerca il regista del siluro a Prodi, e chi come Beppe Fioroni ricorre alla metafora del kebab, per diagnosticare l’eutanasia di un partito, che a forza di affettare «ne è rimasta solo una piccola parte». Un pezzetto andato a Grillo, un altro ancora, forse, a Fabrizio Barca che ieri ha mosso i primi passi nella storica sede del Pd in via dei Giubbonari. Né un’opa ostile né un invasione territoriale (Barca è iscritto al Pd), ma un primo approccio tra i «calibri» del Pd che cannoneggiano a distanza.
Su Prodi e dintorni, e sul futuro governo. A cominciare da D’Alema, che fa vedere gli artigli: pronto a denunciare. Il casus belli, neanche a dirlo, è il parricidio del papà dell’Ulivo. Si cerca il mandante e la pistola fumante. «Una vergogna», attacca D’Alema. «Non c’è nessuna mia regia. Chi dice questo è un calunniatore», taglia corto il leader Maximo. Semmai la colpa - affonda - «è di chi lo ha candidato in modo francamente assurdo. Perché non si può tirare fuori in questo modo la candidatura di Romano Prodi senza una preparazione, senza un’alleanza». Analisi, insomma, di una morte «quasi» annunciata. Che per la portavoce dell’ex premier dell’Ulivo, Sandra Zampa, «il professore aveva capito da subito». Lo aveva fiutato, «che non sarebbe stato mai eletto, e me lo aveva detto molte ore prima che i numeri lo certificassero». I segnali, infatti, sarebbero giunti infatti sin al lontano Mali. Segnali precisi. Provenienti da alcune aree, che anche Carlo Galli ha raccontato (a «Radio città del Capo Bologna) di aver intuito sin dal mattino di venerdì scorso, durante l’imprimatur dei grandi elettori. Lì, secondo Galli - «una considerevole fazione dei presenti ha detto con il suo atteggiamento muto che si chiamava fuori».
Silenziosa, dunque. Come Prodi, che a Milano ai cronisti che gli chiedevano se il Pd facesse acqua, ha replicato solo, «tanto ce n’è così poca... ». Ma di acqua sotto i ponti ne dovrà passare prima che nel Pd rimargino le ferite. Oggi alla direzione ci sarà anche Renzi e «dirò che al centrosinistra spetta il dovere di indicare un candidato». Ma con quale governo? gli ha chiesto la Gruber a «Otto e Mezzo», «con un governo che sappia farsi carico dell'emergenza occupazionale e sociale». Perché, secondo il sindaco di Firenze, il nodo non è «la formula di governo ma la capacità di farsi carico dei problemi reali del Paese». Quindi il futuro. «Non so a cosa mi candiderò... Io mi candido a cambiare il Paese, posso farlo anche da Firenze». Eppoi, non credo di «essere portato a gestire un partito, a meno che il Pd non cambi. Il Pd ha toccato il fondo in questa settimana, ma si può ripartire». E Bersani? «Ha preso atto del fallimento della propria strategia e ha lasciato il posto, questo è segno di serietà». Infine esclude che possa essere lui il premier incaricato. Ma chissà?

La Stampa 23.4.13
Milano, rivolta del partito contro il governo-inciucio
Su 5000 iscritti solo 100 vorrebbero un esecutivo del presidente
di Fabio Poletti


L’ultimo sondaggio via web del Pd milanese non lascia scampo. Su oltre cinquemila iscritti o votanti meno di cento vorrebbero il governissimo col Pdl e a nemmeno mille piace il governo del Presidente. «Abbiamo toccato il fondo, la direzione del partito è imbarazzante. L’unica soluzione è affidarsi a Matteo Renzi», sintetizza Pietro Bussolati del circolo Pd2.0 di via Eustachi, da giorni sul piede di guerra. Lo sbandamento è totale. Nessuno ha da dire su Giorgio Napolitano, piuttosto sulle giravolte del partito che prima insegue Franco Marini e poi impallina Romano Prodi. «Indecente quello che hanno fatto a Prodi... Il partito è deluso e incazzato. È stato violato il progetto del Pd. Adesso bisogna rinnovare il partito», interpreta gli umori di molti Roberto Cornelli, il segretario milanese che stava per scrivere una letteraccia ai vertici nazionali che poteva essere lunga appena lunga dodici parole. «Chiedo e continuo a chiedere che non si facciano accordi col Pdl».
Ma alla fine in attesa della direzione nazionale di oggi e del congresso che verrà, sono in pochi a volere che Bersani si faccia da parte. Milano, si sa, è sempre stata con il segretario. Occupy Pd qui non è passato. Ma il mal di pancia è davvero tanto. «Mi aspetto un colpo di reni dal partito. Ma soprattutto mi aspetto che non si persegua la linea di un governo Pd-Pdl. Chiamiamolo del Presidente, di scopo, ma non facciamo il contrario di quello che abbiamo detto in campagna elettorale... », si aggrappa alla speranza Francesco De Lisi, il giovane segretario di circolo alla Barona, quartiere popolare, dove più si misura il turbamento per quello che è successo e per quello che può ancora capitare. Tra tessere bruciate e gente che se ne va o minaccia di farlo. «Ma io spero di no. Nessuna autoassoluzione per quello che abbiamo fatto, ma adesso il Paese ha bisogno di risposte», fa la concreta Laura Guerrini del circolo Pd Romana di Calvairate. Cosa voglia dire davvero lo sanno pochissimi. Ma in questo mare assai agitato qualche certezza c’è. Basta tornare al circolo Pd2.0 di via Eustachi dove la trentenne neoeletta a Montecitorio Lia Quartapelle gioca fuori dal coro: «Per me l’accordo con Berlusconi andava fatto subito».

La Stampa 23.4.13
L’inesorabilità della divisione del vecchio partitone
Almeno due le anime, separate dall’antiberlusconismo
di Federico Geremicca


Non è soltanto questione di aver fatto una figuraccia, è che la figuraccia ha immediatamente prodotto danni: -6,6 punti percentuali in appena una settimana. L’ultimo sondaggio EMG per La7 è impietoso, per il Pd: né poteva essere altrimenti, visto che la rilevazione è stata svolta giovedì 18 (il giorno in cui veniva affondata la candidatura Marini) e venerdì 19 (quando siluravano quella di Romano Prodi). Il meno 6,6 vuol dire Pd al 20,6: un livello di consenso così ridotto da riverberare una luce spettrale sull’ipotesi di uno sdoppiamento - di una scissione, insomma - del Partito democratico. Della quale, pure, si discute.
Se ne discute perché, irrisolto nei due mesi del dopo-voto, il rebus del Pd - cercare intese con Grillo o con Berlusconi - si ripropone oggi in maniera catastrofica, visto che una soluzione a quel rebus, come era inevitabile è stata trovata, ma da altri (Napolitano): un governo va fatto, e se Grillo non ci sta, si fa con Berlusconi, Monti e la Lega. Si tratta di qualcosa che somiglia molto a quel «governissimo» visto da quasi tutto il Pd come il fumo negli occhi: solo che mentre la maggioranza dei democratici a questo punto deciderà di starci, frange dei gruppi parlamentari (più o meno numerose lo si vedrà) si dicono già pronte a non votare la fiducia.
La qualità e l’entità dello strappo dipendono ancora da molte cose, ma forse da una su tutte: quel che chiederà Giorgio Napolitano. Andrea Orlando, uno dei leader dei «giovani turchi» (anche loro spaccati su cosa fare) semplifica e sintetizza la situazione così: «Se il Presidente vuole disintegrare il Pd, non ha che da imporci un governo ad “alta intensità” politica, cioè con ministri Pd e Pdl seduti fianco a fianco: non reggeremmo, rischieremmo una spaccatura drammatica. Se si accontentasse, invece, di un “governo del Presidente” - dal profilo più tecnico che politico - allora il dissenso potrebbe esser più contenuto».
Nelle mani di Napolitano, dunque. E con di fronte l’ipotesi della separazione di alcuni, che potrebbero mettersi in viaggio per costruire con Sel, i movimenti e forse perfino Fabrizio Barca e Stefano Rodotà una «cosa di sinistra». Che però nascerebbe come forza che si caratterizza in chiave soprattutto antiberlusconiana: un orizzonte che, in verità, non ha portato gran fortuna in questi anni al centrosinistra... Ma tant’è. Del resto, c’è chi pensa che qualunque cosa ormai sia meglio del Pd attuale: «E’ in totale sballo mentale - dice Massimo Cacciari -. È allo sfascio. Ci vorrebbe una fine consensuale: sarebbe anche un segno di pulizia... ».
Il futuro, dunque, potrebbe vedere in campo due soggetti politici: uno segnato dalla leadership di Matteo Renzi, sempre più forte e invocato nel Pd; l’altro, più a sinistra, nella trincea antiberlusconiana, con un occhio attento a quel che si muove nel Movimento di Beppe Grillo. La prospettiva di una scissione (mini o maxi che sia) non spaventa tutti, però, nel Pd. Ugo Sposetti si limita ad una battuta: «Ma ’ndò vanno Vendola e Barca? ». Anna Finocchiaro, invece, riflette sulla soluzione possibile: «Il lavoro dei saggi di Napolitano dimostra che, se si ragiona del merito, un tratto di strada assieme con il centrodestra si può fare. Ma la politica deve riconquistare il centro della scena e metterci la faccia». Anche perché, con due governi tecnici di fila, qualcuno potrebbe chiedersi a che diavolo mai servono più i partiti...
Il primo banco di prova per testare la tenuta del Pd sarà la riunione della Direzione di oggi, che si annuncia niente affatto calma e dove alcuni (Matteo Orfini in testa) intenderebbero proporre al partito di chiedere al Quirinale di affidare a Renzi l’incarico di formare il governo. Ma sarà il secondo banco di prova quello decisivo: il voto di fiducia nelle aule parlamentari al governo che verrà. Votare no significherà esser già fuori dal partito? Lo si capirà presto. Dario Franceschini però dice: «Mi pare inevitabile... La fiducia è la natura stessa del partito».
Che la situazione possa precipitare è, stavolta, ipotesi tutt’altro che remota. Ma non tutti, però, ne sono preoccupati. Romano Prodi - ancora ferito dal voto sul suo nome per il Quirinale - ironizza addirittura sui travagli del Pd: «Dite che fa acqua da tutte le parti? Tanto ce ne è così poca... ».

La Stampa 23.4.13
Barca, via alla campagna da leader
Parla di “destabilizzazione delle classi dirigenti”. E poi: “Non me ne vado in cinque giorni”
di Francesca Schianchi


«Quella di stasera non deve essere né l’inizio della campagna elettorale di Barca, né di quella congressuale, vero Fabrizio? ». Giulia Urso, la segretaria del circolo Pd di via dei Giubbonari, ex sezione Pci che espone ancora orgogliosamente all’ingresso la targa con falce e martello, si volta a guardarlo, nella piccola sala affollatissima, dove tra i quadri appesi ci sono grandi ritratti di Gramsci, di Berlinguer, di Nilde Iotti. Lui fa cenno con la testa: no, nessun avvio di campagna, solo un incontro con il suo circolo del neoiscritto Fabrizio Barca, oggi ancora ministro della Coesione territoriale, domani chissà («non sei ancora segretario, ma non è detto, magari di circolo…», scherza la Urso presentandolo).
Che sia una speranza della parte sinistra del Pd, non c’è dubbio. Lo hanno fatto capire vari dirigenti (anche se un “gauchista” come Matteo Orfini, per esempio, non ha lesinato critiche al suo tweet di endorsement su Rodotà) e lo dicono anche qui, nello storico circolo da 440 iscritti in cui anche lui è aderente, e fu quello di personalità come il presidente Napolitano. «Barca mi interessa perché è un elemento nuovo approdato al Pd in maniera sana e diversa», spiega una militante, Camilla Stola, mentre aspetta che inizi. «Io il binomio Barca-Vendola lo voterei ad occhi chiusi», ammette un’altra, Gabriella Guido. Entrambe, dinanzi all’ipotesi scissione del Pd, allargano le braccia, «penso che sì, ci sia il rischio»: d’altra parte, dinanzi all’eventualità di Renzi segretario sono lapidarie, «me ne andrei». E un interesse per quello che Barca ha da dire c’è anche tra i parlamentari, se alcuni di loro si presentano a via dei Giubbonari, a sentire quello che il ministro ha da dire: da Pippo Civati (che insiste: «nessuna scissione, però, vogliamo portare la sinistra dentro al Pd, non uscire») a Laura Puppato, alla giovane Marianna Madia, alle neodeputate Alessia Rotta e Miriam Cominelli.
Così, con tre minuti d’anticipo sull’orario, le nove di sera, con un fascio di quotidiani sottobraccio, il ministro si accomoda sotto il mega logo del Pd, «Circolo centro storico», seduto a un tavolo rosso con decine di teste attente ad ascoltarlo. Obiettivo, esporre il documento che ha presentato nei giorni scorsi, che «si candida solo a essere discusso, che non voleva essere un programma politico ma di convincimenti», assicura. E Barca, giacca e cravatta, gli occhiali sul naso, inizia a illustrare, rispolverando l’ostico «catoblepismo», i manager «risolutori della complessità cognitiva», il «sistema adattivo» e via con paroloni complicati che sembra una lezione universitaria, eppure la sala segue attenta anche se offre un timido applauso solo dopo mezz’ora, quando evoca la «destabilizzazione delle classi dirigenti».
Partono le domande, le osservazioni, c’è curiosità per Barca junior, dopo che Barca padre fu un importante dirigente comunista. Ma anche qualche critica, come quella che gli fa la segretaria del circolo: «Non ho apprezzato il tuo tweet su Rodotà, a partire dai tempi». Lui spiega, ascolta, illustra. E su una cosa, il neoiscritto Pd alla prima uscita pubblica, il possibile futuro leader a confronto coi militanti, si sente di rassicurare tutti: «Non mi sono certo iscritto a un partito per andarmene dopo cinque giorni». Altro che scissione, «pensare che io lasci il partito è una follia: se faccio una cosa del genere piuttosto vado in Patagonia. Quindici mesi fa non ritenevo ci fosse un futuro per il Pd oggi, nonostante tutto, ritengo di sì».

La Stampa 23.4.13
«Io, catapultata dentro un Pd autistico che non sa ascoltare»
domande a Michela Marzano
di Francesca schianchi


«E’ frustrante essere insultata dalla piazza, quando il partito che ti ha voluta in Parlamento non ha ancora iniziato a sfruttate le tue competenze». Michela Marzano è una neodeputata del Pd, da quando Enrico Letta e Pierluigi Bersani le hanno chiesto di candidarsi. Ma, prima di tutto, è docente di filosofia morale all’Università Paris Descartes. Arrivata da Parigi con l’intenzione «di mettere al servizio le mie competenze, sui temi dei diritti e delle libertà individuali», ha assistito invece all’esplosione del Pd.
Com’è stato l’impatto, onorevole?
«Difficile. Non immaginavo che nel Pd potessero esserci spaccature così marcate e profonde. E non pensavo che nel nome di una corrente si potesse sacrificare l’idea di Italia giusta. Difficile perché io e altri intellettuali coinvolti siamo stati abbandonati a noi stessi, con un Pd che si è chiuso dentro a logiche autistiche senza stare in ascolto del Paese».
La contrapposizione tra piazza e Parlamento di cui ha parlato Napolitano…
«E’ un passaggio che ho condiviso molto, in un discorso efficace, di rottura, molto forte dal punto di vista intellettuale ma anche emotivo. Purtroppo ci troviamo in un momento, come diceva Schelling, in cui tutte le vacche sono nere».
Cosa intende dire?
«Ormai quando si sente parlare del Pd non si fa lo sforzo di distinguere le facce. Tutti quanti riceviamo mail dove ci accusano di essere porci, traditori, la casta. Ma questa è una semplificazione che aumenta il disordine: ho smesso di rispondere, ma vorrei poter dire a ciascuno ‘conoscetemi prima di insultare’, non rivolgetevi a me come una parlamentare generica ma a Michela Marzano per quello che sarò in grado di fare».
Come se ne esce? Oggi c’è la Direzione del Pd… «Sarebbe opportuno allargarla ai deputati, o farne un’altra con tutto il gruppo perché è urgente poter parlare, esprimere il proprio malessere. Tra noi c’è una domanda di ascolto, di libera espressione, di dibattito».
E’ pentita di aver accettato la candidatura?
(Riflette un attimo) «No. Ho passato fasi alterne, momenti in cui mi sono chiesta chi me l’ha fatto fare, ma poi lo so bene: stare qui e assumermi responsabilità rispetto a quello in cui credo».

La Stampa 23.4.13
Incredibile lo scaricabarile del Pd sui suoi elettori
di Giuseppe Civati


Il Pd ha deciso: è tutta colpa vostra. Dei vostri tweet e dei vostri commenti. Siete il «popolo della rete», quello che fa sbagliare (!) i parlamentari con le sue indicazioni. Non ci interessa sapere se abbiate una vita o un lavoro (o non l’abbiate). Ci interessa solo poter dire che i vostri tweet (e anche gli sms) sono eversivi.
Non è un problema di età: il gruppo dirigente del Pd la pensa così. Lo pensa Speranza, lo pensa Bersani, lo pensa il segretario regionale della Lombardia, lo pensano gli altri leader. Lo pensa anche Renzi, a suo modo (dice elegantemente: «a ogni cinguettio, c’è qualcuno che se la fa addosso»).
Peccato, però, che qualcuno le stesse cose le avesse dette prima che si alzasse l’onda anomala di messaggi sul web. Peccato che su Facebook, sulle nostre pagine, fossero i nostri stessi amici e sostenitori a dichiarare apertamente il proprio disagio. Peccato che i giovani di #occupyPd (hashtag che lanciai in un’altra occasione, tra l’altro) fossero i Giovani Democratici, non i Giovani Stellini (con l’occasione, li ringrazio, per essersi mobilitati, per avere voluto portare al Pd le loro preoccupazioni e speranze).
Peccato che il mio numero di cellulare, come quello di tanti altri parlamentari, non sia conosciuto dagli urlatori della piazza tumultuante, ma solo dalle persone che mi conoscono e che fanno politica con me.
Peccato che i sondaggi – come quello di oggi – avessero indicato che soltanto una percentuale al di sotto del 10% degli elettori del Pd fosse d’accordo per uno schema delle larghe intese e con il Presidente scelto da Berlusconi in una rosa di nomi da noi proposta (da cui è uscito Marini).
No, è tutta colpa dei social network, dell’inadeguatezza (Bindi dixit) dei nuovi parlamentari, che non hanno idee, no, loro guardano solo i palmari e si fanno dare la linea da generici elettori scatenati.
Ora, se c’è qualcosa di palmare, è la falsità di queste posizioni e l’incredibile scarica barile che il Pd sta facendo verso i suoi stessi elettori. Lo stesso faranno tra qualche ora per il governo PdPdl: diranno che quelli che non sono d’accordo stanno sulla rete e non vogliono il bene del Paese.
Per quanto mi riguarda, è esattamente il contrario. E continuerò a dirlo e a leggere gli sms, i tweet e i commenti. Che sono commenti a cose che scrivo io, per altro, non a parole che mi suggerisce qualcuno. Quello che penso. Che è semplicemente diverso da quello che pensano altri. Molto diverso.

Corriere 23.4.13
La resa dei partiti al presidenzialismo
Il tabù della riforma «impresentabile»: l'elezione diretta era cripto-fascismo
di Pierluigi Battista


Il tabù era già crollato. Il presidenzialismo (e anche il semipresidenzialismo, purché con l'elezione diretta del presidente della Repubblica) era già stato «sdoganato». La paralisi istituzionale lo ha riportato in auge. Nel lavoro dei «saggi» non viene escluso. Si formano già comitati per la sua introduzione nel sistema italiano, a cominciare da quello promosso da uno dei protagonisti dei referendum elettorali, Giovanni Guzzetta. Matteo Renzi parla esplicitamente dell'elezione diretta del «sindaco d'Italia». Berlusconi lo sottoscriverebbe subito. Un tempo era un concetto «impresentabile», una parola impronunciabile. Ma il presidenzialismo rientra nel cuore della discussione politica.
Le riforme istituzionali, si sa, sono la tela di Penelope che i partiti distruggono per inerzia, sciatteria e noncuranza. Ma stavolta è cambiata la percezione psicologica dell'elezione diretta del capo dello Stato. In queste settimane si sono formati gruppi a sostegno delle più varie candidature. Ci sono i sondaggi che diffondono la sensazione che i cittadini possono contare sulla nomina del vertice dello Stato. Nella Rete impazza il toto-presidente. L'idea che si possa votare direttamente il presidente della Repubblica diventa una tentazione fortissima in un mondo in cui il Web organizza gruppi d'opinione e fa saltare le mediazioni della politica tradizionale, in primis i partiti. E infatti sono sempre stati i grandi partiti strutturati a vedere nel presidenzialismo un pericolo «plebiscitario», cioè la rottura di ogni intermediazione, lo sbriciolamento dei canali che permettevano un interscambio tra la classe dirigente e un popolo non atomizzato. È nella crisi dei partiti, della «Repubblica dei partiti», che si fa strada la tentazione presidenzialista. Partitocrazia contro presidenzialismo: è attorno a questi due poli che si è condensata la contrapposizione tra due principi che trasmettono due diverse idee della politica e della decisione politica. Solo che la «partitocrazia» aveva molto seguito, permeava la cultura dominante, orientava i soggetti politici più forti, dalla Dc al Pci. Mentre sui seguaci del presidenzialismo gravavano i più atroci sospetti, come se fossero degli eversori, apostoli di una soluzione autoritaria. Prima che si rompesse il tabù, in Italia, l'elezione diretta del capo dello Stato veniva quasi equiparato a una forma velata di cripto-fascismo.
E infatti i Padri costituenti, imprigionati dal «complesso del tiranno», sottolinearono nella nostra Costituzione il ruolo dei partiti e del Parlamento, l'opposto del presidenzialismo, fotografia di un potere troppo forte, con pochi contrappesi, senza mediazioni fra il popolo e il suo Capo. Insomma fotografia di qualcosa di molto simile al fascismo appena sconfitto nella rovina della Seconda guerra mondiale. I fautori del presidenzialismo, sedotti dal modello americano, non superarono una presenza minoritaria. Piero Calamandrei e Leo Valiani, sulla cui fedeltà ai valori della democrazia non c'era nulla da eccepire, testimoniarono la loro preferenza presidenzialista ma senza insistere troppo. Nel pensiero costituzionale, un solo studioso del diritto, Giuseppe Maranini, avversò la soluzione «partitocratica» e condusse una battaglia già persa nel nome del presidenzialismo. La partita sembrava chiusa, ma l'ostilità veemente contro il presidenzialismo si riaccese in forme tumultuose con la svolta presidenzialista impressa da Charles de Gaulle in Francia.
Ma anche in Francia, malgrado il tracollo dei partiti, il gollismo presidenzialista venne liquidato dalla sinistra come la nuova incarnazione del fascismo. Proprio de Gaulle, l'uomo che salvò l'onore della Francia chiamando da Londra il suo popolo alla riscossa mentre i cingolati tedeschi calpestavano Parigi e gli stessi comunisti rendevanoonore alle clausole del patto Molotov-Ribbentrop, proprio lui fu tacciato di essere un «fascista». Alla fine il presidenzialismo gollista, metabolizzato in Francia, fu però trattato in Italia come qualcosa di orribile e di antidemocratico, fino a definire golpista e connivente con una nuova forma di «fascismo» chiunque proponesse una Repubblica presidenziale sul modello gollista. Certo, non aiutava alla distensione dei giudizi il fatto che il Movimento Sociale fosse l'unico partito ad agitare la bandiera del presidenzialismo. Ma divenne «golpista» un repubblicano, un democratico storico come Randolfo Pacciardi, un antifascista che aveva combattuto in Spagna a fianco di André Malraux. E negli anni Settanta anche Bettino Craxi, che aveva immaginato la sua «Grande Riforma» con una forte caratura presidenzialista venne sospettato di coltivare inconfessabili pulsioni autoritarie. Nel Pci cominciarono a odiare Craxi anche per questo. Il presidenzialismo era ancora un potente tabù. Chiunque gli si avvicinasse era destinato a entrare dentro un recinto infetto, nel campo della cospirazione democratica. Fino a quando il collasso della Prima Repubblica, della «Repubblica dei partiti» come l'aveva ribattezzata Pietro Scoppola, non rilanciò la tentazione presidenzialista.
Non se n'è fatto nulla, ma solo perché non s'è fatto nulla delle riforme istituzionali. Per fare queste riforme venne istituita una Commissione Bicamerale ad hoc, presieduta da Massimo D'Alema, con il sostegno di Berlusconi. La sinistra era a favore del cosiddetto «premierato forte», la destra di Berlusconi e Fini del semipresidenzialismo (il presidenzialismo puro, quello all'americana, era appannaggio solo della pattuglia radicale di Pannella, fautrice del bipartitismo perfetto). Il nulla di fatto di quella commissione fu totale, trascinando nell'inconcludenza un intero ciclo politico. Ma l'idea di «rendere le istituzioni più forti dei partiti», come ha scritto un presidenzialista della primissima ora come Giorgio Rebuffa, ha fatto breccia. E ora, con la crisi verticale dei partiti e con il Web scatenato nell'indicazione del proprio presidente ideale, il profilo di un possibile presidenzialismo si fa più netto. Il tabù viene definitivamente infranto.

Corriere 23.4.13
La giustizia primo ostacolo per l'accordo
di Francesco Verderami


L'ipoteca giudiziaria. C'è da vent'anni e rischia di pesare anche sul governo che Napolitano si accinge a varare, sostenuto da Pd e Pdl. Se Berlusconi sarà nei prossimi mesi condannato o interdetto i due partiti dovrebbero cambiare strategia in corso.

ROMA — Nella discussione su formule di governo, riforme costituzionali e ricette economiche, c'è un non detto che da due mesi sottintende ogni analisi dei dirigenti di Pd e Pdl, e che rischia di incidere in modo determinante sulle decisioni a cui sono ora chiamati i due maggiori partiti: è la ventennale ipoteca giudiziaria sulla politica, «un'insidia» — come la definisce il democratico Epifani — che è posta sulla strada di quel governo a cui lavora Napolitano. Cosa accadrebbe infatti se, dopo il varo di un gabinetto di larghe intese, Berlusconi fosse condannato e magari interdetto, o se la magistratura presentasse in Parlamento una richiesta di autorizzazione a procedere contro di lui?
È questo il bivio dinanzi al quale si trovano Pd e Pdl, di questo si discute nelle riunioni riservate, perché oltre i temi dell'Imu e del semipresidenzialismo c'è una variabile indipendente che potrebbe costringere le due forze a cambiare strategia in corso d'opera. È vero che la nascita del governo sarebbe posta al riparo dal problema, ma «l'insidia» nel giro di pochi mesi potrebbe manifestarsi. Che farebbero allora i democratici, sotto la pressione della piazza e della rete, dopo che autorevoli esponenti si sono già espressi a favore dell'ineleggibilità e dell'arresto di Berlusconi? E quali margini di manovra avrebbe il Cavaliere, quando ormai sarebbe sfumata la possibilità di andare al voto anticipato per rompere l'assedio?
La questione non è stata mai affrontata pubblicamente. Solo una volta è emersa, proprio la sera dell'incontro tra Bersani e Berlusconi, quando il pd Fassina — in un'animata discussione televisiva con il pdl Gasparri — sbottò dicendo che la grande coalizione non si sarebbe mai potuta fare, perché «i problemi giudiziari» del leader di centrodestra «sono un macigno», un «elemento ostativo insormontabile» per arrivare a un'intesa. Ora che Napolitano è stato rieletto al Colle, quel «macigno» è superato? O resta quel non detto che i dirigenti democratici colsero nella frase pronunciata dal segretario all'atto del congedo? «Non so se un mio successore potrà fare quello che io non ho potuto fare», sussurrò Bersani, senza aggiungere altro.
Di qui le difficoltà del Pd, che è chiamato a scegliere tra linea riformista e linea movimentista sul terreno più accidentato: quello del berlusconismo. Il veltroniano Verini prova a tener chiusa quella porta, spiegando che «noi non è che dovremo appoggiare un governo Berlusconi ma un governo di Napolitano». E anche il responsabile giustizia del partito, Orlando, prova a tener separato il nodo politico di un accordo con il Pdl, «difficile a meno che non sia Renzi a fare il premier», dal nodo giudiziario: «Perché la questione andrebbe rovesciata. Qualora Berlusconi venisse condannato, bisognerebbe vedere come reagirebbe il Pdl: andrebbe a bruciare i tribunali o accetterebbe le sentenze? Nel qual caso, non ci sarebbero problemi».
Più che una dichiarazione distensiva, è una dichiarazione di guerra, una sfida per verificare il grado di solidità (e solidarietà) del Pdl verso il proprio leader. Non a caso il tema in queste ore è elemento di discussione ai vertici del partito, ed evoca nel gruppo parlamentare quanto accadde nel '93, nel giorno di battesimo del governo Ciampi, quando le richieste di autorizzazioni a procedere contro Craxi — respinte dalla Camera prima del voto di fiducia — portarono alle dimissioni dei ministri di area Pds. Di qui l'indecisione del centrodestra (e di Berlusconi), diviso tra l'istinto di muovere verso le urne e il desiderio di collaborare alla riuscita del governo «di Napolitano».
Ma proprio «il discorso d'insediamento del capo dello Stato — secondo il deputato di Scelta civica Dambruoso — si è steso come un ombrello protettivo sul futuro governo, rispetto a eventuali rigurgiti di questioni che potrebbero minare i rapporti di maggioranza». Non è dato sapere se il parlamentare montiano, già noto magistrato, abbia ragione, mentre si discute sulla figura che si insedierà al ministero di Giustizia. Di sicuro il Cavaliere — come il Pd — è atteso a una parola definitiva sul non detto che tiene in sospeso le sorti del governo e della legislatura. Ancora ieri il capo del centrodestra alla Camera ha fatto mostra di non curarsene, concentrandosi sui «problemi dell'Italia». L'atteggiamento ha colpito il vicepresidente del Csm, Vietti, che incrociando il pdl Lupi in Transatlantico, gli ha sussurrato: «Silvio è diventato un democristiano».

Corriere 23.4.13
Nencini: ora una «cosa» con i radicali


ROMA — E i socialisti? Assicura Riccardo Nencini, «non staranno a guardare». O, meglio, il segretario del Psi, certo, attenderà di capire che cosa succederà all'interno di quel Partito democratico con il quale si era alleato per andare insieme alle elezioni.
E seguirà con grande attenzione la Direzione di questa sera. Ma intanto già pensa alla costruzione di una «Cosa» nuova, che raccolga «tutti i socialisti, i laici e i radicali». Questa la sua riflessione: «Tutto ciò che è nato a sinistra dopo il 2007 è fallito. Penso alla Costituente socialista di Boselli, ma anche alle aggregazioni di vario tipo che si sono succedute nella sinistra antagonista, come le alleanze che hanno visto come protagonisti Rifondazione, i Verdi e Ingroia. Fino alla profonda crisi che sta vivendo ora il Pd e che condiziona l'attuale quadro politico». Nel frattempo inoltre, continua Nencini, le forze laiche hanno perso progressivamente la loro forza fino a scomparire in Parlamento: «È la prima volta che accade».
Ed è da qui che parte l'elaborazione di un nuovo progetto politico: «Occorre reagire, è un imperativo. Ciò che sta succedendo alla sinistra è, per noi socialisti, una grande opportunità che va sfruttata per riorganizzarci in una nuova alleanza laica, un patto che includa anche i radicali. Non a caso fino all'ultimo, prima che la scelta di Giorgio Napolitano diventasse inevitabile, abbiamo lanciato con forza la candidatura di Emma Bonino».

Corriere 23.4.13
Giovani turchi, no ad Amato Un piano per Renzi premier
La strategia di Orfini. Contraria la vecchia guardia
di Maria Teresa Meli


ROMA — Seduto su un divanetto nel Transatlantico di Montecitorio, verso le otto di sera, uno dei leader dei Giovani turchi, Andrea Orlando, spiega: «Noi lo diciamo ufficialmente: se governo politico deve essere, allora chi meglio di Matteo Renzi a guidarlo? In questo modo il nostro partito tiene e sfidiamo apertamente Grillo e Berlusconi. Se diranno di no, problemi loro». Il «governatore» della Liguria Claudio Burlando che siede accanto a Orlando annuisce con la testa e osserva: «A Berlusconi sarà difficile dire di no».
Qualche ora prima Matteo Orfini e Renzi hanno un abboccamento. E in serata il primo farà un'uscita pubblica a favore del sindaco, a Piazza Pulita, su La7. Chiarisce Orfini: «In un momento come questo il Partito democratico deve assumersi la responsabilità politica e prendere un'iniziativa per sbloccare la situazione: per questo candidiamo Renzi alla presidenza del Consiglio». Il sindaco di Firenze sa che sta giocando la partita della vita, che potrebbe bruciarsi. Ma come dice il renziano Michele Anzaldi, «mai come in questo momento lui è popolare. Popolarissimo». Sfrutterà questo fattore, il primo cittadino del capoluogo toscano, il quale è convinto che in questo modo si «possa contendere l'elettorato al centrodestra».
Ma Giorgio Napolitano potrebbe mai intraprendere questa strada? Sarebbe per lui una garanzia che il Partito democratico fa sul serio, che non ha più voglia di dividersi e di riversare le proprie dinamiche congressuali sulle vicende politiche italiane, come è accaduto per le votazioni del presidente della Repubblica. E, del resto, il nome del sindaco di Firenze era già uscito nelle precedenti consultazioni, quelle che si sono concluse con la decisione di Giorgio Napolitano di affidare la pratica ai «saggi». Certo, qualcuno se ne dovrà fare una ragione. Rosy Bindi, per esempio, che ancora l'altro ieri tentava di bloccare la strada di Enrico Letta e che con il sindaco di Firenze, notoriamente, ha più di un problema. E poi il Pd, come spiega Stefano Fassina, «non può reggere Giuliano Amato, né il vicesegretario Letta». Un ragionamento analogo a quello che fa Orfini prima ancora di aver parlato con Renzi e definito con il sindaco rottamatore la linea da seguire per sancire una volta per tutte il ricambio generazionale nel Partito democratico: «Amato non esiste, non è che noi votiamo un premier e un governo qualsiasi. Il nostro sarà un sì a determinate condizioni. E comunque sappiate che noi abbiamo in serbo il piano B».
Il piano B è quello che in realtà il sindaco di Firenze accarezza da qualche tempo. Le trattative tra Renzi e i Giovani turchi vanno avanti non da ora. Ma è difficile che la candidatura del primo cittadino del capoluogo toscano passi in modo del tutto indolore. «Anche se io ritengo — sottolinea Burlando — che la maggior parte dei nostri dirigenti dovrebbero offrirgli il loro appoggio. In questo modo il partito può riprendere il cammino». Già, i mal di pancia di Bindi, Franco Marini e Beppe Fioroni, tanto per fare tre nomi di esponenti del Pd che hanno con Renzi un difficile rapporto, sono dati per scontati. Però come farà Enrico Letta a dire di no all'uomo più popolare del Pd? E Dario Franceschini già da giorni va candidando il sindaco. L'operazione è appena avviata, per questo Renzi ufficialmente nega che questa «sia un'ipotesi in campo». Ma i Giovani turchi gli tirano la volata. E aspettano di vedere quello che succederà oggi in Direzione e come risponderà l'uomo del Colle.

Repubblica 23.4.13
“Niente inciucio o ve la vedrete con noi” i giovani sognano la presa del partito
Da Twitter all’occupazione delle sedi, la rivolta dei democratici under 30
di Tommaso Ciriaco


La rivolta della base del Pd contro l’ipotesi di un accordo sul governo con il Pdl arriva dai Giovani democratici. Sono loro che nei giorni scorsi hanno occupato decine di sedi in tutta Italia, per protestare contro la candidatura di Franco Marini al Quirinale. Il fallimento della corsa di Romano Prodi e l’idea di un esecutivo con Berlusconi hanno fatto il resto. Da Torino a Palermo, passando per Bologna e Bari, sono stati gli under 30 a dare vita all’occupazione delle sedi. Una scelta
clamorosa, in alcuni casi sospesa solo per capire le prossime mosse del quartiere generale. I primi focolai di rivolta risalgono a giovedì, quando a Firenze, Lucca e Prato i giovani del Pd hanno occupato le sedi o dato vita a forme di mobilitazione contro la candidatura Marini. E poi ancora, nelle ore successive, Cagliari, Catania e Viterbo. A Torino i militanti hanno scelto la strada della autoconvocazione; a Teramo i Giovani Pd si sono sospesi dalle cariche. Quasi ovunque lo slogan è “Occupy il Pd”.

Repubblica 23.4.13
Torino
Una Pallacorda sotto la Mole “Come i rivoluzionari francesi”


Il «Terzo Stato» del Pd si mobilita per un patto rifondativo e di lealtà al partito. Domenica la sede di Torino dei Democratici si è trasformata nella «Sala della Pallacorda », format che si ispira ai rivoluzionari francesi. Partito da un tam tam via internet, sta prendendo piede in altre città. Mercoledì sono state autoconvocate riunioni simili a Napoli, Bologna e Cagliari. A Torino più di 250 persone chiedono di resettare i vertici del Pd, a tutti i livelli, e dicono no a qualsiasi governissimo.
Insomma, come il Terzo Stato francese ha combattuto la nobilità, così «l’eterogeneo Terzo Stato del Pd deve combattere l’oligarchia della vecchia classe dirigente», dicono tre dei giovani che hanno promosso l’autoconvocazione, Fabio Malagnino, Matteo Beghini e Diego Sarno. Non sono mancate le critiche. «Ecco il grillismo strisciante delle assemblee permanenti dentro il Pd», oppure «vogliono fare una nuova corrente», «qualcuno vuole strumentalizzare la giusta rabbia di molti giovani per altri fini». E i rivoluzionari torinesi rispondono: «Queste sono logiche vecchie, nessuno ha il copyright. Non vogliamo fare una corrente, ma smuovere il partito. Non siamo i grillini del Pd».
(d. lon.)

Repubblica 23.4.13
Bologna
I manifestanti alla Bolognina “Qui bisogna resettare tutto”


I trentenni del Pd ripartono dalla Bolognina. Non s’arrendono alla “morte” del Partito democratico i giovani assessori della giunta di Virginio Merola, che al Quirinale hanno sognato Romano Prodi o Stefano Rodotà. Neorottamatori del gruppo dirigente nazionale che «ha bombardato il Pd fino a farlo esplodere»: «Noi — scandiscono — non permetteremo che questo partito muoia». In media hanno trent’anni Matteo Lepore e Luca Rizzo Nervo, e ieri mattina hanno preso in mano la rifondazione del Pd sotto le Torri: a partire dalla parola d’ordine #ResetPd, hanno convocato per domani sera militanti e iscritti allo storico circolo Pd della Bolognina, a due passi dove nel ‘91 Achille Occhetto diede addio al Pci. «Bisogna “resettare” il partito — dicono — rifondarlo a partire da militanti e iscritti, che sono i nostri mattoni». Con loro ci sono giovani di tutte le appartenenze, renziani e bersaniani, «a prescindere dalle correnti e da qualunque capobastone». Sullo sfondo il richiamo del Capo dello Stato Giorgio Napolitano, che conduce il Pd alle larghe intese. I trentenni bolognesi non arrivano a invocare il voto, ma guardano con attenzione a quel che accade a Roma: «Non daremo la fiducia in bianco. Siamo contro gli inciuci».
(s. b.)

Repubblica 23.4.13
Bari
“Lasciate stare il governissimo per il bene nostro e del Paese”


Occupazioni simboliche, slogan, amarezza. Ma «la base non si arrende. Il Pd siamo noi» scrivono i giovani democratici su striscioni e cartelli appesi in tutta fretta nei momenti di massimo sbandamento. Tante le sedi simbolicamente bloccate dai Giovani democratici anche in Puglia, mentre la possibilità di intesa tra Pd e Pdl per l’elezione del presidente della Repubblica si facevano sempre più concrete. Bari, Gravina, Adelfia, Noicattaro, Bitetto.
Ma è da sabato che è cominciata la mobilitazione unitaria, con l’occupazione del quartier generale provinciale nel capoluogo pugliese.
L’invito è stato esteso a chiunque si riconosca negli ideali del centrosinistra, al di là delle tessere del partito. Iscritti di tutte le età e amministratori stanno partecipando all’#occupypd. Il sindaco di Bari Michele Emiliano si è subito fatto vedere, come il rettore Corrado Petrocelli. Oltre allo striscione sulla porta della palazzina, cartelli di senso vietato con al centro la parola tanto odiata: «Governissimo ». Dopo la nottata in sede e l’assemblea permanente di domenica, ora gli interessati si riuniranno ogni sera alle 19 per discutere insieme e stilare un documento: «Vogliamo dimostrare il nostro attaccamento al partito».
(al. rip.)

Repubblica 23.4.13
Palermo
“Primarie e apertura a Grillo basta con tessere e correnti”


Mobilitazione in tutte le province siciliane, sit-in di fronte alle prefetture, occupazioni di sedi e assemblee permanenti. La protesta dei Giovani democratici proseguirà mercoledì nei nove capoluoghi siciliani: ci saranno volantinaggi con le proposte da avanzare sia al Pd nazionale, con il no fermo all’ipotesi di un governissimo col Pdl, che a quello regionale. Per esempio, la richiesta di un confronto con M5S. «Vogliamo essere coinvolti nelle scelte, con primarie aperte a tutti.
Basta col partito delle tessere e delle correnti», dice Marco Guerriero, 27 anni, segretario provinciale dei giovani democratici. La protesta dilaga in tutta l’Isola. La prima sede di partito occupata è stata quella di Catania al momento dell’annuncio della candidatura di Franco Marini. Sabato sera, poi, i giovani Pd hanno «preso» la sede regionale a Palermo che è stata «liberata» ieri. «Siamo riusciti a ottenere finalmente una stanza. Il partito non ci ha mai riconosciuti e non ci aveva mai voluto dare uno spazio per le nostre riunioni», aggiunge Guerriero. Spiega il segretario regionale, Salvo Nicosia: «Abbiamo scelto la protesta in tutte le città siciliane domani, per un cambio di rotta del Pd, in cui ancora crediamo». Appello anche a Crocetta.
(a. r.)

Repubblica 23.4.13
Civati attacca: “Dico no alle larghe intese. Cacciarmi? Piuttosto consultiamo la base”
“I traditori? Dalemiani ed ex Ppi ma non so se in accordo con i leader”
Il candidato Marini non è naufragato a causa dei tweet o dei follower, ma del sindaco di Firenze, di Vendola e Tabacci
Pippo Civati, deputato Pd, ha attaccato i “traditori”
intervista di Tommaso Ciriaco


Pippo Civati lo chiama «sasso nello stagno». In realtà quello scagliato dal suo blog è un missile contro alcuni mostri sacri del Pd: «Traditori? Attenti: potreste ritrovarvi a chiamarli ministri».
Urge approfondimento, onorevole. Innanzitutto i nomi.
«Sono quelli che con dichiarazioni pubbliche hanno sempre detto di preferire l’attuale soluzione e si sono detti indisponibili a una soluzione con il M5S».
Chi si è esposto contro Prodi?
«Noi, diversamente da loro, avevamo detto apertamente di non volere Marini. Naufragato, tra l’altro, non a causa dei follower, ma di Renzi, Vendola e Tabacci. Io ho votato Prodi. Attendo di vedere se c’è chi dichiara “ho votato contro Prodi”. Nel dubbio, aspetterei di vedere i ministri».
I nomi, onorevole.
«Io dico che quelli contrari alla soluzione Prodi potrebbero aver votato contro. Vengano fuori, per la dignità di tutti».
Andiamo per aree: pensa ai dalemiani? Agli ex popolari?
«Potrebbero aver votato contro. Non so se hanno avvertito i loro leader, D’Alema e Franceschini. D’Alema non ho avuto il piacere di sentirlo, Franceschini sì e mi ha detto che non ha votato contro».
E Renzi?
«I suoi hanno dichiarato di aver votato Prodi, non ho motivo di non credergli ».
C’è chi ha anche accusato i giovani democratici.
«Facciamo i conti: in trenta hanno votato Rodotà al primo scrutinio. Di questi, venti l’hanno fatto per sostenere Prodi. Ne restano dieci su cinquanta. Se anche fosse, sarebbero loro il problema?».
Capitolo governo: quali sono i suoi paletti?
«Sono contrario al governissimo in tutte le sue forme. So di non essere maggioranza e farò questa battaglia in Direzione e poi al Congresso. Intanto consiglierei la riduzione del danno. Se proprio deve essere, sia un governo brevissimo per l’emergenza nazionale. E senza parlamentari del Pd come ministri».
C’è chi propone: fuori dal partito chi non vota il governo.
«La dice lunga sullo stato di degrado del dibattito. E comunque, se in disaccordo, non si lascia il partito. Visto che non va bene Twitter, vorrei sentire i circoli per capire come la pensano e capire chi secondo loro se ne deve andare».

Repubblica 23.4.13
Vendola insiste nel no a Napolitano, ma riconosce la sua “grande generosità. È entrato nell’arena da par suo”
“Si dialoga con Moro non col Caimano staliniste le accuse contro di noi”
intervista di Giovanna Casadio


«Non so se Bruto entrerà direttamente nel governo, ma diciamo “no” al governissimo, perché vince Berlusconi trovando forse la salvezza».
Vendola, si è però pentito di non avere votato per Napolitano?
«Ho detto “no” all’operazione politica che c’era dietro alla rielezione di Napolitano al Quirinale, il governissmo appunto. L’uomo ha fatto un gesto di grande generosità accogliendo l’invito dei partiti a coprire la voragine aperta nel sistema politico. Napolitano è entrato nell’arena da par suo, con la solennità di chi indica la strada di una condivisione depurata dalla vergogna».
Tuttavia Sel, il suo partito, dirà “no” all’appello di Napolitano per formare il governo?
«Quelle di Napolitano sono parole che avrei sottoscritto, se dall’altra parte della barricata, ci fosse stato Aldo Moro e una “balena bianca”, invece dall’altra parte c’è il Caimano e tutta intera l’implosione del sistema dei partiti e di una irrefrenabile spirale corruttiva che ha divorato la credibilità politica».
Potrebbero un premier o una squadra che coinvolga ad esempio Rodotà, o personalità vicine ai 5Stelle, farle cambiare idea?
«Non giochiamo. Siamo di fronte a una gigantesca illusione: è quella che l’Italia possa essere imprigionata in un ciclo di restaurazione».
Con il Pd la rottura è definitiva?
«Voglio capire che cosa accadrà in quel partito. Quanto è avvenuto è molto oltre la letteratura del parricidio. Costruire l’agguato a Prodi è stato un atto di suprema e selvaggia irresponsabilità. Non c’è bisogno di un’agenzia investigativa per cercare di tracciare l’identikit degli autori del delitto».
Chi sono?
«Gli stessi che hanno reagito con durezza all’ipotesi di elezioni anticipate nel momento del tonfo clamoroso del governo Berlusconi, che hanno mal sopportato l’alleanza di “Italia Bene comune”. Sono quelli che hanno celebrato tutti i congressi del Pci e qualcuno della Dc, mentre il Pd doveva decidere se essere carne o pesce. Invece è sembrato la proiezione politica del verso di Montale “soltanto codesto possiamo noi dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Ora la doppiezza del Pd non ha retto l’urto della verità. Nella scelta per il Colle, ho accettato alla quarta votazione di convergere sulla scelta di Prodi. Ma lo stalinismo è il veleno di cui si conservano grandi scorte nei magazzini della politica. E gli amici di Bruto avevano già pronta una campagna infamante contro di noi, per dire “sono stati loro a farlo cadere; sono quelli del 1998”. Voglio dire a tutto il Pd e a chi si permette di parlare di slealtà di Sel che sono indecenti».
Ma lei chi sta accusando?
«Sto dicendo che siamo stati i più leali verso il centrosinistra alternativo al centrodestra; leali verso una persona perbene e sfortunata come Bersani».
E ora, punta su una scissione del Pd?
«Ci sono interlocutori preziosi tra i Democratici, penso a Barca. Però mai lavorato sull’ipotesi di mordere ai fianchi il Pd e di reclutare eventuali profughi o fuggiaschi. Il problema è più grande: il centrosinistra è pieno di macerie, persino il nostro vocabolario è lontano dai bisogni e dalla rabbia delle nuove generazioni. Perciò l’11 maggio apriremo il cantiere delle fabbriche di una nuova sinistra di governo».
Dialogherà con Renzi?
«Renzi mette in fila una serie di proposte, alcune innovative e condivisibili, altre di impianto liberista per me sbagliate. Con lui voglio discutere e capire se nel suo vocabolario c’è posto per la giustizia sociale. E poi mi colpisce se pensa di rottamare gli inciucisti e rilanciare l’inciucio(e mi scuso di usare questo lessico che non amo)».
Tentato di allearsi con i 5Stelle?
«I 5Stelle sono un fiume in rivolta dove c’è acqua cristallina e detriti. La sinistra deve andare incontro al cambiamento. Anche i grillini, con il loro stile ingessato e settario, dovranno interrogarsi sull’accaduto».

Repubblica 23.4.13
I Giovani Turchi tentano il blitz e il sindaco dà l’ok per palazzo Chigi “Rischio, ma non posso dire no”
Il nuovo patto ridisegna al volo la geografia del partito
di Goffredo De Marchis


IERI pomeriggio ne ha parlato con il leader dei Giovani turchi Matteo Orfini. «In direzione noi proponiamo che il Pd faccia il tuo nome alle consultazioni. Se governissimo dev’essere, facciamolo guidare a un uomo del Partito democratico, l’unico modo per salvarlo è questo». La risposta del sindaco è smart, cioè veloce, prontissima: «Potete farlo e vediamo chi si oppone». È la saldatura definitiva dell’asse generazionale, la prova generale della rifondazione Pd.
Per il disastro democratico sarebbe una soluzione-lampo. Rischiosa, temeraria, funambolica ma con il pregio della chiarezza. Un blitz o meglio un putsch, un colpo di Stato interno che annulla la liturgia del percorso congressuale e ridisegna il partito nel giro di poche ore. Chi ci sta, ci sta. Chi dubita, è fuori: il voto di fiducia all’eventuale governo Renzi farà da spartiacque. Non c’è molto tempo per organizzare la Grande Manovra. Ma se Renzi è rapido, i turchi non sembrano da meno. Hanno dimenticato Bersani in un amen e hanno capito che bisognava entrare per primi nella “casa” del sindaco. Perché oggi le porte sono aperte, ma si chiuderanno a breve. Orfini, Andrea Orlando e Stefano Fassina si sono visti, hanno sentito i loro referenti locali e insieme hanno concordato la mossa. Sono al momento la corrente più strutturata del partito, centinaia di amministratori locali, 60-70 parlamentari e un potere di attrazione crescente. Anche nella direzione?
Gli equilibri dell’organismo che oggi decide il mandato del Pd, sono ormai saltati. Quel “parlamentino” è figlio della vittoria di Bersani alle primarie del 2009. I posti in maggioranza se li spartirono l’ex segretario, Enrico Letta, Rosy Bindi, Massimo D’Alema. In quest’ordine. Molti bersaniani nel frattempo si sono trasformati in “turchi”, la componente di Dario Franceschini ha recuperato un po’ di terreno grazie al patto con Bersani, anche i veltroniani hanno una loro quota. E oggi? Renzi ha i numeri per essere indicato premier dal suo partito?
D’Alema ha stretto un patto di ferro con il sindaco di Firenze. Significa che le sue mosse (qualunque mossa) avrebbero la strada spianata dall’ex presidente del Copasir. Secondo le voci di Montecitorio la metà della forza parlamentare democratica è vicina in qualche modo a D’Alema. E dopo le dimissioni del segretario, quelli “in sonno” avrebbero riallacciato in fretta i rapporti. Come il capogruppo alla Camera Roberto Speranza, che con D’Alema non ha mai smesso di parlare. L’ultima volta, ieri mattina. Gli uomini di Veltroni sono in larghissima parte renziani sfegatati. Letta era l’uomo incaricato di trattare con Palazzo Vecchio durante i giorni convulsi e drammatici delle votazioni per il
Quirinale. E i lettiani spingono perchè il loro capo non perda tempo e stringa subito un patto con Renzi. Franceschini, attraverso Antonello Giacomelli, marca stretto “Matteo”. I segretari regionali sono emanazione diretta di Bersani, ma adesso che il punto di riferimento non c’è più, come si comporteranno? L’impressione è che i numeri per sostenere la proposta dei Giovani turchi ci siano. E che il Pd potrebbe davvero presentarsi al cospetto di Napolitano con il nome di Renzi e in modo meno sbandato del previsto.
La riunione di oggi si preannuncia come la battaglia finale del Partito democratico, dopo quelle palesi e striscianti consumate nel voto per il capo dello Stato.
Una battaglia che avrebbe il difetto di assestare l’ennesimo colpo al gruppo dirigente ma il pregio di un’immediata e chiarificatrice resa dei conti. Si rischia, è evidente, la scissione in diretta. La Bindi infatti faticherà a rientrare in questo schema da diluvio universale. Ignazio Marino e i suoi saranno chiamati a una scelta di campo. Pippo Civati e i giovani dovranno affrontare una prova del fuoco. Si potrebbero coalizzare forze anti- Renzi e spinte per arginare le larghe intese con Silvio Berlusconi. Ma l’obiettivo dei Giovani turchi è proprio quello di scongiurare esiti interlocutori. Molti rimarranno spiazzati, a cominciare dai segretari regionali. L’emiliano Stefano Bonaccini, che ha guidato la rivolta dei parlamentari della sua regione contro Franco Marini, non sa fare un pronostico. È sorpreso dall’accelerazione, ma non sfugge il problema. «Le vittorie di Nicola Zingaretti nel Lazio e di Debora Serracchiani in Friuli devono far riflettere. Ci vogliono profondi segnali di cambiamento e di novità. Profondissimi». Se tutto precipita dunque starà dalla parte del cambiamento.
Lo tsunami dentro al Pd lo stanno provocando i giovani. «Se il partito mi sostiene, io non mi tiro indietro», ha detto Renzi ai suoi deputati ieri. «Non ci sono altre soluzioni, all’infuori di Matteo », spiega il lettiano Francesco Boccia. Certo, il contraccolpo sul Pd può essere fatale. Poi, ci sarebbero gli ostacoli dalle altre forze politiche coinvolte nel governo di grande coalizione. Per Berlusconi meglio un premier come Amato che una guida fresca e temuta come il sindaco fiorentino. Ma al di là della partita sull’esecutivo, la proposta di Orfini servirà a fare piazza pulita del passato. Subito, adesso. Diventerà impossibile che qualcuno si alzi per chiedere al segretario dimissionario di ripensarci, di timonare la barca fino al congresso di giugno. Renzi delimiterà il suo territorio senza perdersi nei meccanismi burocratici di un percorso complicato. Sarà il voto di fiducia a un suo governo a stabilirne la forza e il peso dentro al partito. «Rischio di bruciarmi, lo so. Ma non potrei dire di no».

Repubblica 23.4.13
Gli applausi dei colpevoli
di Concita De Gregorio


SONO andati da lui a testa bassa, su nella grande casa degli antenati, come si va dall’anziano padre a dirgli che si è dilapidato tutto il patrimonio di famiglia: che di quella fortuna accumulata con fatica e con giudizio negli anni difficili della sua giovinezza – la democrazia dei partiti, il vincolo di rappresentanza politica, la responsabilità comune – non c’era rimasto più niente. Speso tutto, consumato, sparito. Come avete fatto?, ha chiesto lui a figli e nipoti a capo chino. Silenzio.

I CUGINI litigiosi, i fratelli diventati nemici, gli eredi illegittimi, i figli dei figli più prepotenti ancora dei padri perché cresciuti nel lusso di una ricchezza avuta in dote hanno fatto silenzio. Bisognerebbe che tu ci facessi credito ancora una volta, l’ultima – gli ha detto il più disinvolto di tutti, quello abituato a parlare d’affari. Bisognerebbe che tu venissi a mettere ordine a casa, io non ci riesco e non so più cosa fare, gli ha detto il figlio primogenito ormai anziano anche lui. Ti prego, ha aggiunto il più saggio dei nipoti, il prediletto destinato a governare. Per favore, gli hanno chiesto i parenti minori arrivati in viaggio dalle regioni lontane. Allora lui è tornato. Ha camminato senza bastone sotto una pioggia fitta e leggera, è rientrato a Palazzo, ha aspettato che tutti fossero seduti ad ascoltarlo, anche quei rami della famiglia che non erano andati a cercarlo, anche quelli che non lo volevano, e ha parlato loro per quaranta minuti. Gli ha detto siete stati indecenti, imperdonabili, sordi e ciechi. Loro hanno applaudito. Avevate un solo compito: amministrare, governare. Avete fallito. Loro hanno applaudito più forte, hanno gridato bravo. In un crescendo severissimo, asciutto, tonante gli ha detto siete colpevoli di una lunga serie di omissioni, guasti, chiusure. Avete sbagliato tutto. Loro si sono alzati in piedi (non tutti, quasi tutti) e gli hanno tributato un’ovazione.
C’era qualcosa di inguardabile, di sotterraneamente osceno nella voluttà con cui i destinatari della più dura delle requisitorie mai ascoltata nell’aula di Montecitorio accoglievano gli schiaffi, più duro il colpo più forte l’applauso: come se non capissero che quelle accuse erano rivolte a loro, circostanza impossibile. Come se, piuttosto, provassero piacere nell’essere rimproverati, puniti. Un masochismo politico figlio del sollievo di essere ancora in vita, tutti quanti e tutti insieme ancora protagonisti grazie al suo ritorno, alla sua implacabile indulgenza. Berlusconi più di tutti, primo a correre davanti alle telecamere a rivendicare la titolarità e il merito, ad applaudire alla ramanzina fingendo che fosse destinata ad altri, ad approfittarne per insultare daccapo chi aveva combattuto nei giorni scorsi l’abbraccio Pdl-Pd: sciocchi, stolti e - i peggiori - burattini. Bersani meno, molto meno: più silenzioso in aula, non disponibile per i “commenti a caldo” dopo, anzi laconico: «Il Presidente ha detto molto bene quel che doveva dire». Più consapevole, diciamo, che si tratta comunque della certificazione della sua impotenza: dell’incapacità del primo partito uscito dalle urne di trovare un accordo politico per fare un presidente nuovo, poi un governo espresso dal parlamento eletto. Muti i cinquestelle, in aula quasi sempre e quasi tutti immobili sebbene a qualche passaggio – le mancate riforme sui costi della politica, sulla trasparenza, sulla moralità – qualcuno di loro, soprattutto le donne, abbiano applaudito. Roberto Fico scivola via veloce scuotendo la testa, non vuol dir niente, certo non alle tv. Hanno in corso il processo a un “cittadino” colpevole di aver accettato l’invito televisivo di Barbara d’Urso.
Aspettano Grillo.
In aula, alle cinque e due minuti, è seduto sotto Napolitano il governo al completo. C’è Monti, che negli ultimi giorni ha ricucito lo strappo col Presidente (rovinoso dopo la pretesa di presiedere il Senato) e persino con Berlusconi, complice la comune effimera candidatura del ministro Cancellieri. Potrebbe essere, Monti, prossimo ministro degli Esteri. C’è Fabrizio Barca, pronto per la prossima battaglia politica, in linea d’aria seduto di fronte a Bersani. Ci sono, sulle tribune, un paio di cardinali, un paio di generali, il candidato di un giorno Franco Marini molto attento e incline all’applauso. Sopra Napolitano tutto lo staff del Quirinale, trionfante, un po’ defilata la moglie Clio.
Il discorso della reinvestitura deve scalare dapprima la commozione. Al presidente si rompe la voce quando dice della sua gratitudine per il largo suffragio ricevuto, della fiducia e del-l’affetto che ha sentito, quando evoca il suo «senso radicato di identificazione con le sorti del Paese». Ogni volta incoraggiato da un applauso, continua. Ed ecco il colpo di reni, la reprimenda: «C’è stata una lunga serie di omissioni guasti chiusure e responsabilità di cui voglio fare una rapida sintesi». Parte. Avete lasciato senza risposta la richiesta di rinnovamento. Applauso. Avete opposto «lentezza, calcoli di convenienza, strumentalismi». Applauso in piedi. «Non induca questo vostro applauso all’autoindulgenza», non penserete mica di cavarvela così. Applauso più lieve. E’ stata «imperdonabile la mancata riforma della legge elettorale », ovazione, Bersani immobile. L’abnorme premio di maggioranza, la frustrazione dei cittadini per non aver potuto scegliere gli eletti. La vostra sordità. «La sordità delle forze politiche che pure mi hanno chiamato ad assumere un ulteriore incarico ». Vi siete comportati malissimo e poi siete venuti a piangere da me. Sappiate però «che se mi troverò di nuovo di fronte a questa sordità non esiterò a trarne le conseguenze davanti al Paese». Se adesso non fate come vi dico mi dimetto. Come vi dico è «il dovere della proposta e della ricerca di soluzioni praticabili». Ai Cinquestelle: non si contrappone la piazza al Parlamento. A tutti: la rete, il web è un strumento di partecipazione, un veicolo efficace, non c’è bisogno di spegnere i telefonini quel che c’è da fare è «favorire la capacità dei partiti di rinnovarsi», anche attraverso lo «stimolo dei nuovi mezzi». Ancora un momento di commozione ripensando a quanta strada da quando «sono entrato qui da deputato a 28 anni portando ogni giorno una pietra», poi subito la severità: sono passati 56 giorni, 56, dalle elezioni. Piaccia o no, nessuno ha ottenuto la maggioranza per governare. Piaccia o no, dovete accordarvi. «Questa sorte di orrore per ogni ipotesi di intesa, di alleanza», non dice inciucio, non è all’altezza del suo lessico – «nasce dallo smarrimento dell’idea stessa di convivenza civile». Dunque adesso quell’alleanza si farà. «Non sono venuto qui per prendere atto dell’ingovernabilità, non è per questo che ho accolto il vostro invito». Si farà un governo e non sarà del presidente, di scopo, di tregua, di riduzione del danno o come diavolo li chiamate. Sarà un governo e basta. Politico, un governo vero. Applauso in piedi: entusiasmo di Daniela Santanchè e del suo mentore, cautela dai banchi di Sel, sorrisi montiani, battimani nei dintorni di Bersani, silenzio grillino. Vigilerò «fino a che le forze me lo consentiranno », dice il presidente congedandosi. Non è detto che siano sette anni: sarà quello che serve. Poi un saluto all’ultimo Costituente rimasto in vita, Emilio Colombo (Andreotti, molto ammalato, non ha partecipato alle votazioni) e, cordiale, a Berlusconi che gli si fa svelto vicino.
In Transatlantico si parla già del governo in gestazione. Amato, dicono gli uomini del Presidente, mentre qualcuno nel Pd pensa di proporre Renzi. Alfano vice, aggiungono. Con un paio di conferme da questo governo, forse Monti e Moavero, peccato per Severino, ha lavorato bene, Cancellieri chissà: tre dei vecchi sono troppi. Antonio Malaschini, sottosegretario per il rapporti con il Parlamento, accoglie con professionale imbarazzo i commenti del senatore Mario D’Urso, settantenne banchiere d’affari yankee-partenopeo, sulla «supremazia dei napoletani come Giorgio, anche in fatto di eleganza sartoriale». Berlusconi dichiara da Mentana ricordandogli la comune provenienza socialista. I leader del centrosinistra escono dai corridoi laterali. Pippo Civati – generazione bisnipoti, per quanto quarantenne avverte in solitudine che «chi ha tradito Prodi sarà ministro». Le consultazioni oggi.

Repubblica 23.4.13
Fassina dopo la dura contestazione subita due giorni fa: “Sono preoccupato per l’aria che si respira nel Paese”
“Il Presidente non ce l’aveva soltanto con noi sono stato aggredito ma non mi sento sotto shock”
intervista di Luana Milella


Napolitano «parlava di tutti, non solo del Pd». Su questo Stefano Fassina non ha dubbi. Né tantomeno sul fatto che «non si può addebitare a noi la colpa di non aver cambiato la legge elettorale».
L’avete applaudito, ma lui boccia «qualsiasi autoindulgenza». Lui vi maltrattava e voi battevate le mani.
«Certamente il Pd non ha avuto un comportamento all’altezza del passaggio che aveva di fronte, né ha rappresentato il patrimonio di storia, uomini, idee, passione politica in esso raccolti. Ma abbiamo interpretato le sue parole come una sollecitazione rivolta più in generale a tutte le forze politiche».
Critiche pesanti. Napolitano ha parlato di «troppe omissioni» e di «irresponsabilità» nei partiti. Non eravate voi?
«Non sono sicuro che Napolitano volesse riferirsi in particolare al Pd. Parlava di tutti. Purtroppo in Italia dobbiamo fare i conti
con una specificità nel panorama politico che non esiste altrove in Europa, proprio l’ambito di cui parla Napolitano. È noto che il centrodestra italiano è un’anomalia assoluta in Europa: il partito personale è una concentrazione unica di potere politico, economico e mediatico nella sola figura del leader».
Legge elettorale. È «imperdonabile » non averla cambiata? Ve ne assumete la responsabilità?
«Abbiamo fatto di tutto per modificarla. Chi ha seguito le cronache parlamentari sa perché è saltato l’accordo a fine luglio. Berlusconi si è messo di traverso perché aveva convenienza a votare col Porcellum. Non era nella condizione di vincere, ma non voleva che qualcun altro potesse farlo in modo netto».
Napolitano critica chi demonizza le forze politiche. E lei?
«Penso che abbia proprio ragione. In questi anni c’è stata non solo una doverosa critica agli inaccettabili e ricorrenti casi di malapolitica, ma anche un attacco generalizzato alla politica vista tutta come “casta” famelica, incolta e dannosa per il Paese. Così si è coltivato a dismisura un virus molto pericoloso».
Parla così perché è sotto shock per l’aggressione alla Camera?
«Non sono stato sotto shock in quel momento, e non lo sono adesso. Sono molto preoccupato per l’aria che si respira in giro. Non mi preoccupano le persone che
protestano, ma chi con largo seguito definisce golpe l’elezione del presidente svolta secondo le procedure democratiche in Parlamento».
Rispetto a questo clima non è dannoso un governo col Pdl?
«I danni si possono evitare se il programma risponde alle emergenze economiche e sociali e se il governo include uomini e donne in grado di intercettare la domanda di rinnovamento che viene dal Paese. Penso a figure come Rodotà e Barca. Ma serve comunque un protagonismo del Parlamento che consenta un confronto tra tutti non solo sul terreno delle riforme costituzionali».
Tutti quei giovani delle sezioni occupate non sono un invito a non mettersi d’accordo con Berlusconi?
«Sì, esprimono una comprensibile preoccupazione, non un pregiudizio rispetto a vent’anni di berlusconismo. Ma noi sapremo garantire il profilo programmatico del Pd».

il Fatto 23.4.13
Direttivo Cgil, niente politica e pace interna
di S. C.


CALUMET DELLA PACE Nel Direttivo Cgil tenuto ieri a Roma si è respirato un clima unitario. Il massimo organismo del sindacato diretto da Susanna Camusso, infatti, ha approvato, quasi all’unanimità, un documento che si è concentrato sul Defdel governo Monti, sui rapporti con Cisl e Uil e sul tema della rappresentanza. Su questo punto, in particolare, è stata trovata una convergenza con la Fiom di Maurizio Landini. La Cgil, confermando il no alle politiche di austerità, chiede al prossimo governo “discontinuità”.Poi viene rilanciato “il confronto unitario con Cisl e Uil che porterà a un documento unitario il prossimo 30 aprile. Terreno scivoloso viste lo scontro sul contratto delle cooperative che ieri vedeva contraposte Fiom, che vuole la frima, e Cisl che invece frena”. Infine, la pace interna siglata sul tema della “rappresentanza”, ad esempio come approvare i contratti. L’intesa con Landini sarà portata alla trattativa con gli altri sindacati e con Confindustria. Il tema fa anche parte del documento approvato dalla Commissione di saggi nominata da Giorgio Napolitano. A distinguersi, all’interno della Cgil, è stata la sinistra interna della Rete 28 aprile.

l’Unità 23.4.13
Serracchiani vince in Friuli
Presidente con il 39,4% contro il 39 di Tondo.  M5S giù di 6 punti sulle politiche
La neo-governatrice: «Se non fosse stato per Roma, avrei stravinto»


Battaglia all’ultimo voto, ma alla fine Debora Serracchiani è la nuova presidente del Friuli. Anche se la metà degli elettori non ha votato. L’uscente Tondo è stato battuto 39,4 a 39. Il M5S fa flop: perde più di otto punti rispetto alle politiche di febbraio e si ferma poco sopra il 15%.

La boa è passata, il vento gonfia le vele di Deborah Serracchiani, la giovane candidata del Pd arrivata da Roma a capitanare le sorti del centrosinistra friulano. In un testa a testa al cardiopalma, nello scrutinio di ieri sera, Deborah ce la fa con il 39,4 per cento, contro il presidente uscente della Regione Fiuli Venezia Giulia Renzo Tondo del centrodestra che si ferma al 39 per cento. Una sfida inta bene da lei, che ottiene, con la spinta finale del sindaco di Firenze Matteo Renzi venuto a sostenerla in finale di campagna elettorale, che ha potuto incassare anche il buon successo della lista civica Cittadini per Deborah Serracchiani, andata oltre il 5 per cento, più l’appoggio dell’Idv e della lista della minoranza slovena. Lei stessa, nella prima reazione a caldo fa notare che «se non fosse stato per Roma», cioè per i riflessi di ciò che è successo nella capitale negli ultimi giorni, la sua strada sarebbe stata «asfaltata». E festeggia in serata con il suo sorriso aperto con il sindaco di Udine, città sede del suo quartier generale e anche la città con maggiore affluenza, Furio Honsell che parla di «risultato grandioso».
Roma guarda a questo risultato, primo test dopo le elezioni dalle politiche del 24 e 25 febbraio. Per Nicola Latorre del Pd, «è stata innanzitutto premiata la sua candidatura che oltre a rappresentare un importante messaggio di rinnovamento ha tenuto unito il centrosinistra». «Questo risultato elettorale dimostra dice il senatore pugliese che le polemiche, talvolta insultanti, che hanno accompagnato la rielezione di Giorgio Napolitano, erano pretestuose ed espressione di una minoranza del popolo italiano e non ci hanno impedito di vincere il primo test elettorale dopo le elezioni politiche». Vannino Ch
ti, altro senatore Pd, toscano, mette insieme la vittoria di Serracchiani con l’elezione di Napolitano e trae le conclusioni che «dopo giorni convulsi e negativi, la non subalternità ai diktat del Movimento 5 Stelle è stata compresa e premiata dai cittadini». E Matteo Renzi, in diretta nel salotto tv di Lilly Gruber, che è stato il principale sponsor della neo governatrice parla di «un bellissimo giorno per loro e per tutti noi, la povera Debora e i suoi amici e collaboratori si sono trovati nel mezzo della tempesta perfetta, io quasi non ci speravo più». Congratulazioni anche da Massimiliano Smeriglio di Sel, vicepresidente della Regione Lazio, impegnato a sostenere la candidatura di Ignazio Marino a sindaco di Roma.
Certo, in questo clima politico di scontro, il Friuli Venezia Giulia sconta un abbandono delle urne da record. Due mesi fa l’affluenza viaggiava ancora sul 77 percento, ora nella consultazione amministrativa sfiora il 50,5 degli aventi diritto e poco incide la protesta, tutta triestina dei neo-irredentisti che ha interessato poche centinaia di verbalizzazioni ai seggi. Solo un elettore su due si è recato ai seggi ma questo ha scardinato poco gli equilibri tra le forze politiche.
Unica eccezione di spicco: proprio il Movimento Cinque Stelle, fenomeno rampante nel voto delle politiche, che si sgonfia come un palloncino portato dal vento. Il movimento stellato aveva raccolto anche in questa regione del nord-est il 25,5 percento e in soli due mesi intensi, dal punto di vista politico e che lo hanno visto al centro della scena, nel bene e nel male è riuscito a ridursi a un terzo nei consensi: da 171 mila a 51 mila voti espressi. Una catastrofe che Saverio Galluccio udinese, candidato presidente scelto dai meet up ammette a mezza bocca: «C’era un’attesa forte su di noi perché venivamo dall’ottimo risultato di febbraio. Forse non abbiamo ottenuto quello che qualcuno si aspettava, ma siamo riusciti comunque a conseguire il 20 per cento di voti». In realtà solo il 19 ma Galluccio è contento di essersi comunque piazzato come terza forza e di aver piantato due bandierine nuove a Gorizia e Trieste, dove prima non avevano ancora consiglieri comunali. Forse ha rosicchiato ancora qualcosa alla Lega Nord che, pur aumentando di qualche punto, continua nell’emorragia di consensi. Ma comunque non dovrebbe entrare in Consiglio regionale, per come è fatta la nuova legge elettorale che risale al 2007. Galluccio non si scompone: «Beh, lo avevo messo in preventivo».
Il risultato del Pd anche all’interno del centrosinistra è incredibilmente buono. Ha mantenuto il suo 26 per cento, aumentando anche di qualche frazione in percentuale, e mantenendo la maggioranza dei suoi elettori. Mentre Sinistra ecologia e libertà non perde niente e, in coalizione, riesce però a superare questa volta la soglia del 4 per cento che le consente di far ritorno sugli scranni del Palazzo regionale in piazza Oberdan a Trieste.
A destra il Popolo delle Libertà resta sulle sue percentuali ma perde oltre un terzo del suo elettorato. Il presidente uscente Renzo Tondo che si era riproposto, paga anche l’allontanamento di un pezzo della base verso le fila del triestino Franco Bandelli che si era presentato con una lista civica per Un’altra Regione, arrivata al 2 percento.

l’Unità 23.4.13
 
Debora Serracchiani
«Vincere così è stato un miracolo, Grillo s’è fermato a Udine»
intervista di Toni Jop


«Dopo i fatti di Roma, ci voleva un miracolo»: Debora Serracchiani ha vinto, di un soffio, ma ha vinto e forse il miracolo di cui parla è proprio quel soffio che l’ha spinta oltre il candidato, e governatore uscente della destra. Non solo: ha vinto a dispetto della lapide che Grillo aveva deposto in questi giorni tempestando le piazze del Friuli Venezia Giulia di suoi show in cui ripeteva senza sosta «Questa sarà la prima regione governata dai Cinque Stelle». Sbagliato, qui l’onda che tutto travolge si è fermata. Anzi, è arretrata. Avevo sentito Debora nei giorni scorsi, mentre il Pd provvedeva a liquidare Marini e poi Prodi, ed era un funerale... Ammettiamolo: non hai gareggiato col favore delle stelle...
«Quali stelle, ero furibonda. Quando ho capito che il partito si stava accartocciando ho pensato che era davvero finita. Che gli esiti di quella incomprensibile partita romana si sarebbero riversati qui, dove un bel cartello di forze della sinistra si stava “conquistando” casa per casa, persuadendo i cittadini che eravamo, e siamo, gente seria, che sa quel che fa e che lo sa fare bene. Quelle notizie sono piovute su di noi come un colpo di maglio. Stavamo lavorando duramente, con umiltà, serenità, dedizione. Era successo qualche cosa che sulla carta avrebbe potuto (dovuto?) frantumare, rendere inutili quegli sforzi, quel lavoro».
E invece no. Non è andata così, hai vinto...
«Devo dire la verità, senza false modestie: questa volta, in queste particolarissime circostanze, se abbiamo portato a casa un così bel risultato lo dobbiamo alla squadra, al lavoro, e anche, perdonami, a me, a come mi sono comportata».
Vuoi dire che hai operato in solitudine, rispetto a Roma?
« Dico la verità, sì. Ho avuto spesso la sensazione di essere da sola, di non avere riferimenti a Roma. Il partito, il mio partito non mi è stato accanto in questi mesi. Dopo le politiche, più nulla. Sì, messaggi da qualche amico, da chi sapeva cosa si stava giocando qui e basta.
Risultato in controtendenza: non solo tu, ma tutti si attendevano che dopo i fallimenti a Camere riunite, qui sarebbe stato un disastro di proporzioni mai viste. Credi che il caso friulano possa essere un utile indicatore per il Pd a livello nazionale?
«Ci andrei cauta. Qualunque cosa accada a Roma, qui la politica ha un rapporto stretto con i cittadini. La scena, la piattaforma su cui si gioca la politica è diversa, è più materiale, concreta, fatta di bisogni stringenti e di proposte in grado, o meno, di affrontarli. Avevamo un buon programma, davvero, ha convinto, ma lo sapevamo. Infatti, prima di ingoiare quel rospo di cui abbiamo parlato, avevamo la sensazione di essere sostenuti da un buon vento, c’era entusiasmo tra noi, poi...».
Poi, hai privato Grillo di un sogno. La tua regione non sarà la prima a gestione Cinque Stelle...
«E si era ben impegnato, per questo. Dovevamo essere tutti morti, secondo lui. Ma, anche qui senza fare del sarcasmo e senza darsi delle arie che proprio non è il caso, ecco: Grillo si è fermato a Udine. A livello nazionale non so come evolverà la situazione, ma intanto qui non solo non è andato avanti, ma è tornato indietro».
Tra l’altro, non solo non capivi quello che maturava a Roma, ma ti ricordo decisamente critica rispetto a quel che stava succedendo nel ventre del Pd.
«Ero incazzatissima, altroché. Ma come: partito e, soprattutto, segretario conducono con coraggio una linea secondo cui mai avremmo governato, fatto accordi con Berlusconi, più che con la destra ed invece mi fanno sapere che al contrario si va all’elezione del Presidente della Repubblica assieme a Berlusconi. Che storia è questa? Ma chi ci segue in questo gomito? Che vuol dire, chi lo ha deciso?»
Così, in piena campagna elettorale ti sei trovata a fare i conti con un problema immenso ma distante, in solitudine.
«Sì. Ho chiamato a Roma, ho detto quello che pensavo, per quel che vale, ho provato a ragionare e a far ragionare, ma è servito a poco, come si è visto». Una vicenda ancora tutta da digerire, non è così?
«Sì, dobbiamo farlo assieme e presto. Io voglio sapere chi sono quei cento che hanno fucilato alle spalle Romano Prodi. Questo dato storico è un fatto politico di cui in molti abbiamo bisogno. Non si esce da questa storia senza chiarezza. Chi, come, perché. Qui non c’è da far melina, voglio, vogliamo sapere.
Quindi non pensi che si possa risolvere la questione con una semplice spiegazione.
«Nemmeno per sogno. Qui dobbiamo rifondare il partito, rifondare significa arrivare alle fondamenta di questa struttura che è essenziale per l’Italia e per la difesa della democrazia. Chi ha deciso che Rodotà non andava bene? Perché, nel caso, questo partito non avrebbe saputo appoggiare un candidato uscito dalla storia della sinistra? A cosa si stava lavorando sotto i banchi? Mi piacerebbe avere a disposizione la verità, senza verità non si rifonda nulla e mi pare di non essere sola, questa volta, a sostenerlo».
Verità e partecipazione...
«A proposito: nella vittoria un danno comunque esiste: il cinquanta per cento circa degli aventi diritto non hanno votato. L’astensione è stata un massacro. Non possiamo accettare questo dato, dobbiamo votarci a riconquistare il piacere dei cittadini a votare, a dire cosa vogliono e cosa no. Certo, siamo in qualche modo all’epilogo di una storia, dobbiamo avviarne un’altra, con coraggio, mettendoci la faccia, tornando a confrontarci con i cittadini. Dobbiamo tornare alla politica, conviene che tutti, nel Pd, se ne convincano»

l’Unità 23.4.13
Il Pd ritrovi il coraggio
di Guglielmo Epifani


Il Partito democratico vive un passaggio difficile, quanto mai prima. Innanzitutto per i suoi militanti, ed i suoi elettori. Si coglie un po’ ovunque delusione, disorientamento, e anche rabbia. Di fronte a questo quadro il primo dovere è quello di aprire sedi di confronto, di discussione in tutti i circoli e nei luoghi di aggregazione.
Dove questo è avvenuto in queste ore, i segnali dicono che il clima migliora, anche quando il dissenso resta. È inutile girarci attorno: pesa troppo la doppia sconfitta del voto e del progetto politico del governo di cambiamento capace di arrestare il decadimento economico, sociale e morale del Paese. E pesa il modo con cui, votazione dopo votazione, ci siamo resi inaffidabili, intanto verso noi stessi, dividendoci ed esponendo Franco Marini e Romano Prodi a un risultato del quale dobbiamo solo vergognarci.
L’elezione di Giorgio Napolitano consente finalmente di mettere al riparo le istituzioni, di rassicurare il Paese stretto dentro paure profonde e di evitare una lacerazione più profonda tra Paese e Parlamento. Una parte del popolo democratico ritrova, almeno alla fine, un senso. E la parte maggioritaria dei cittadini si riconosce nell’altissimo profilo del discorso presidenziale. Il Pd arriva alle giornate cruciali che ha di fronte sfiancato, diviso, con il segretario ed il presidente dimissionari insieme con la segreteria. Un atto inevitabile che è il riconoscimento di una responsabilità, che non deve essere caricata solo su chi per ruolo ne ha di più ma non può averla tutta. Il Pd si trova soprattutto a dover decidere in maniera chiara tra due sole alternative: dare la fiducia al governo che si andrà componendo sotto la regia istituzionale del presidente della Repubblica o sottrarvisi aprendo a un voto anticipato. Quest’ultima scelta aprirebbe sicuramente praterie per la destra e per il movimento di Grillo e annienterebbe qualsiasi prospettiva di una grande forza riformista e democratica. Senza contare la rottura che aprirebbe con il capo dello Stato che abbiamo voluto.
La Direzione del Pd è chiamata a scegliere e a dare i mandati conseguenti alla delegazione che avrà il compito di discutere nella sede più alta durante le consultazioni. La stessa Direzione, che potrebbe essere riunita in sessione permanente, dovrà accompagnare il percorso della formazione del governo e dare il giudizio finale. Per le considerazioni fatte, se il mandato fosse come io ritengo favorevole al governo, andrebbe evitata ogni forma di presunzione. E le richieste andrebbero circoscritte a due punti: l’alto profilo del governo e la priorità alla questione sociale ed economica nel programma, partendo dai punti che il presidente Napolitano ha messo al primo posto, cioè il lavoro e il Mezzogiorno.
Fatto il governo, si deve poi aprire il cantiere del congresso. Una fase di confronto e di discussione coraggiosa perché siamo in un momento nel quale ci vuole altro rispetto a una semplice manutenzione dell’esistente. Serve, invece, una vera e propria rigenerazione, un nuovo inizio. Bisogna ricreare le ragioni razionali e sentimentali che oggi sembrano cancellate e ritrovare il senso della funzione e del destino di un moderno partito riformista. Questa riflessione va fatta insieme al popolo democratico: ridefinendo come si sta assieme, come si decide, quando si deve decidere a maggioranza e come si discute.
Recuperando una identità più forte e nitida, che metta in grado il Pd di scegliere assumendosi responsabilità e avendo coraggio. C’è bisogno di un senso diffuso di dovere e di servizio, sia da parte dei più anziani sia da parte dei più giovani. Come ha detto oggi Napolitano, nessuna auto indulgenza.
Il passaggio è stretto e difficile per il futuro dei democratici. C’è in agguato il rischio della divisione, anche se le lezioni della storia stanno lì a dire che quando ci si separa si è tutti più deboli, nessuno escluso. Se anche l’unico partito non personale italiano andasse disperso, il risultato sarebbe il ritorno indietro di tutto il sistema politico. E questo ci allontanerebbe dall’Europa. Per questo una vecchia regola dice che quando hai una sola strada davanti è meglio affrontarla con forza piuttosto che temerla. Per quanto difficile questa è la partita che dobbiamo giocare sino in fondo.

l’Unità 23.4.13
Affile, niente soldi pubblici al mausoleo della vergogna
Il presidente del Lazio Zingaretti blocca i finanziamenti per il monumento al generale fascista Graziani
L’Anpi: un bel regalo per il 25 aprile
di Jolanda Bufalini


«Ho chiesto agli uffici regionali di sospendere il finanziamento concesso al Comune di Affile». Le parole del presidente della Regione Lazio suonano musica alle orecchie di quanti hanno a cuore le origini antifasciste della Repubblica e si apprestano a festeggiare l’anniversario della Liberazione, il 25 aprile. Originariamente, ha spiegato Nicola Zingaretti, il finanziamento era «destinato al completamento del Parco Rodimonte e alla realizzazione di un monumento al soldato, cioè al milite ignoto». Ma il Comune «impropriamente ha poi deciso di dedicarlo a Rodolfo Graziani». Zingaretti definisce questa decisione una «provocazione, che rappresenta non solo un atto scorretto dal punto di vista legale e amministrativo, ma un`inaccettabile offesa alla libertà, alla democrazia e alla memoria di tutti gli italiani». Se la decisione del governatore poggia su solide motivazioni amministrative, perché sono «palesi le violazioni rispetto all`utilizzo del finanziamento pubblico», non viene messa la sordina alla ragione più importante e vera della decisione presa nell’antivigilia del 25 aprile: «la nostra amministrazione non avallerà mai tentativi di distorsione o falsificazione storica, tanto più nel caso di una figura come quella del generale Graziani, su cui la storia ha già emesso da tempo il suo giudizio: per i crimini di guerra compiuti nel corso dell`aggressione coloniale nei confronti dell’Etiopia, con l’uso di gas, bombardamenti indiscriminati e rappresaglie contro la popolazione civile, con la costruzione di campi di concentramento, con la reclusione coatta delle popolazioni nomadi; per il suo sostegno indiscusso al regime fascista e al proseguimento della guerra affianco alla Germania nazista fino all’ultimo giorno nella Repubblica di Salò; per il suo apporto convinto alla guerra civile contro la Resistenza, da cui mai prese le distanze e che gli valse una condanna a 19 anni di reclusione con l`accusa di collaborazionismo, mentre rimasero pendenti i suoi trascorsi in Africa e le accuse di crimini contro l’umanità a lui rivolte da più parti». Zingaretti ricorda che «già sei mesi fa, quando non ero ancora presidente della Regione, avevo chiesto un passo indietro. A questo punto non possiamo che prendere atto della palese illegittimità del comportamento del Comune di Affile, sospendendo l’erogazione del saldo di 180mila euro per la realizzazione dell`opera fino al ripristino della proposta progettuale originariamente finanziata. Questo vuol dire apportare modifiche strutturali al monumento e intitolarlo come originariamente concordato “al soldato”, facendo scomparire qualsiasi riferimento a Rodolfo Graziani».
Fra i primi ad applaudire c’è il presidente della comunità ebraica romana Riccardo Pacifici che aggiunge, ricordando un altro aspetto oscuro della biografia del generale fascista, una ragione in più per porre fine alla vergogna di Affile: «Graziani ha compiuto crimini di guerra e si è occupato della deportazione di 2.500 carabinieri il 7 ottobre del 1943, che probabilmente, a suo giudizio, sarebbero stati di intralcio al rastrellamento degli ebrei in Italia. La sospensione del finanziamento fa onore alla coerenza del Presidente Nicola Zingaretti e restituisce dignità anche alla comunità etiope». Una decisione che contrasta «il revisionismo storico».
«Ringrazio il presidente della regione Nicola Zingaretti per la sensibilità civica e politica che lo ha portato in pochissimo tempo a prendere una decisione per ristabilire la verità storica nel rispetto della memoria e dei valori antifascisti sanciti dalla Costituzione», afferma Vito Francesco Polcaro presidente dell’Anpi Roma, che spiega: «È dall’agosto del 2012, quando il sindaco di Affile ha inaugurato il mausoleo, che l’Anpi si è impegnata nel territorio, con i cittadini, le associazioni, coinvolgendoli in dibattiti, mostre, incontri. Alla vigilia del 25 aprile la decisione di Zingaretti è veramente un bel regalo per tutti e di tutti, proprio come lo è stata la Resistenza e la lotta per la liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo».
Soddisfazione per il gesto del presidente del Lazio viene anche dagli esponenti del Pd e della coalizione. Vendola su twitter: «Grazie Zingaretti. Il modo migliore per festeggiare il 25 Aprile: basta con monumento ad Affile che offende memoria e futuro». Il segretario regionale del Partito democratico Enrico Gasbarra: «La decisione di Zingaretti restituisce dignità alla storia». Ma, aggiunge l’esponente Pd: «Restituisce dignità e legalità anche alla Regione Lazio che aveva taciuto di fronte all’incredibile scelta dell’Amministrazione comunale di Affile, che, invece, di ricordare il sacrificio di giovani soldati italiani, ha riaperto la porta al revisionismo e a una delle pagine più vergognose della nostra storia».

l’Unità 23.4.13
Quella linea tra terrorismo e follia
risponde Luigi Cancrini
psichiatra e psicoterapeuta


Alla maratona di Boston il manifesto terroristico ha lasciato un segno di sangue. Nessuno può sapere, al momento, quale sia realmente la matrice che ha scatenato la furia omicida. Tuttavia in ogni espressione diretta del sovversivismo c’è violenza legata a una follia: individuale o collettiva.
FABIO SICARI
L’idea che a piazzare due bombe all’arrivo di una maratona sia stata una persona malata è più difficile da accettare di quella che fa riferimento a un attentato terroristico. Quello su cui è importante riflettere, tuttavia, è l’impatto diverso che queste due idee avranno sullo stato d’animo della popolazione e sulle scelta della politica mentre si discute, in Senato, della proposta di Obama a proposito delle armi. Poche cose possono indurre un’intera popolazione all’acquisto di armi destinate alla difesa propria e della propria famiglia, infatti, come l’idea dell’attacco lanciato al proprio Paese da un’orda terroristica e poche cose possono spingere avanti la crociata di Obama contro la facilità con cui si acquistano negli Usa armi ed esplosivi come l’idea della follia omicida di un esaltato. Poiché anche i gruppi terroristici nazionali sono formati da persone malate che non stanno per niente bene e utilizzano armi ed esplosivi comprati sul libero mercato degli armamenti, d’altra parte, il buonsenso dovrebbe aiutare Obama nel suo tentativo di porre delle restrizioni a quel mercato oltre che alla capacità di intercettare i bisogni di salute delle persone (i gravi disturbi paranoidei e il narcisismo maligno) che regolarmente si riscontrano in chi a queste azioni approda. Anche se non sempre è il buonsenso quello che vince le battaglie della politica.

Corriere 23.4.13
Passione americana per le armi. Le tradizioni e il mercato
risponde Sergio Romano

Ci aiuti a capire perché gli americani amano tanto le armi. Ma anche i loro parlamentari le amano. Hanno bocciato al Senato un ddl che ne limitava l'uso. Forse per l'americano le armi sono uno status symbol?
Domenico Capussela

Caro Capussela,
Esiste anzitutto una ragione storica. Nel secondo emendamento della Costituzione americana, approvato il 15 dicembre 1791, è scritto: «Poiché una milizia ben regolata è necessaria alla sicurezza di un libero Stato, il diritto del popolo di avere e portare armi non sarà violato». Il testo si presta a diverse interpretazioni. Può significare, come in Svizzera, che ogni cittadino ha il diritto di tenere nella sua casa l'arma con cui è stato addestrato nei ranghi della milizia nazionale. Ma può significare più semplicemente che ogni americano, dopo la nascita della Federazione, ha un naturale diritto alle armi. Prima della Dichiarazione d'indipendenza le armi erano riservate ai notabili, ai militari, alle forze dell'ordine. Dopo la fine dell'era coloniale nessuno poteva privare il popolo del diritto di averle e portarle. Nella storia degli Stati Uniti, quindi, il libero possesso dell'arma sarebbe una conquista civile, una promozione sociale a cui molti americani non intendono rinunciare. È probabile che questa percezione sia stata rafforzata dal modo in cui la nazione ha esteso il suo territorio sino alle coste del Pacifico. La conquista della «nuova frontiera» fu una combinazione di insediamenti agricoli, transumanze, corse all'oro, continui scontri contro uno Stato straniero (il Messico) e le popolazioni indigene. La grande epopea del West (l'espressione non è esagerata) ha creato nuovi cittadini americani, alquanto diversi da quelli che popolavano le colonie della costa orientale prima dell'indipendenza: contadini e mandriani corsari e ribaldi che non potevano uscire di casa al mattino se non avevano una pistola alla cintura.
Esistono altri fattori meno storici e nobili. La corporazione dei fabbricanti d'armi dispone dal 1871 di una potente lobby, la National Rifle Association, che difende con straordinaria efficacia un mercato molto redditizio e può manovrare larghi settori della politica americana, soprattutto in campo repubblicano. Mentre in Europa si ritiene che il miglior modo per limitare i fatti di sangue sia quello di ridurre il numero delle armi sul mercato, la Nra rovescia l'argomento e sostiene che ogni nuovo fatto di sangue dovrebbe rafforzare negli americani il desiderio di avere una pistola nel cassetto. Parecchi americani, a quanto pare, sono d'accordo.

Corriere 23.4.13
Israele, il liceo censura Grossman. E lo studente si ribella
di Davide Frattini


GERUSALEMME — Il liceo Ironi Aleph è stato fondato in mezzo alla baldoria colorata del quartiere Shenkin, artisti e vita bohémienne che debordano dagli anni Settanta tra i grattacieli di Tel Aviv. I ragazzi studiano danza, musica, cinema, teatro e imparano a stare sul palcoscenico, anche quello della vita. Così uno studente si è rifiutato di leggere il discorso scelto per la giornata che commemora i caduti delle guerre israeliane, settimana scorsa, perché i professori hanno censurato alcune frasi.
Le parole sono quelle addolorate e furiose pronunciate da David Grossman il 4 novembre del 2006 alla manifestazione per ricordare l'assassinio di Yitzhak Rabin: esprimono la sofferenza collettiva a undici anni dalla morte del premier laburista e quella personale dello scrittore a tre mesi dall'uccisione del figlio soldato Uri, vittima delle ultime sessanta ore del conflitto con l'Hezbollah libanese.
Il ragazzo non ha voluto parlarne con il quotidiano Haaretz — che ha rivelato il caso — e ha raccontato i dettagli sulla sua pagina Facebook. Spiega di aver protestato con gli insegnanti, quando si è reso conto che due passaggi erano stati ritoccati. Da «La morte di giovani è uno spreco terribile, lancinante. Ma non meno terribile è che Israele sprechi in modo criminale non solo le vite dei suoi figli ma anche il miracolo di cui è stato protagonista, l'opportunità grande e rara offertagli dalla storia, quella di creare uno stato illuminato, civile, democratico, governato da valori ebraici e universali» è stato eliminato il termine «criminale». E da «Ogni persona di buon senso in Israele — e aggiungo, anche in Palestina — sa esattamente quale sarà, a grandi linee, la soluzione del conflitto tra i due popoli» è stato tolto «Palestina».
Incerto su come comportarsi con la scuola, ha contattato Grossman e gli ha chiesto che cosa avrebbe fatto al suo posto. «Il romanziere ha rigirato la domanda a me — scrive lo studente — e mi ha detto che era contrario alla censura delle sue parole. Gli ho annunciato che allora non avrei letto il discorso ed è stato lui a suggerirmi di spiegare su Facebook la decisione ai miei compagni. La revisione del testo colpisce la libertà di parola di Grossman e mi rattrista ancora di più che questa censura arrivi dagli educatori». Lo studente (che è stato sostituito alla cerimonia) riconosce l'importanza di aver scelto proprio quello scritto, molto critico verso i governi e i politici: «Un messaggio di pace nel giorno dei caduti».
Il liceo Ironi Aleph è considerato progressista e fino a due anni fa il preside è stato Ram Cohen, ammonito più volte dal ministero dell'Istruzione per i suoi interventi contro l'occupazione israeliana della Cisgiordania. Gli insegnanti spiegano che le parole sono state cancellate per non urtare la sensibilità di alcuni genitori invitati alla cerimonia: «È un momento in cui tutta la nazione cerca di evidenziare quello che ci unisce».
Dopo la morte del figlio, lo scrittore David ha affrontato quel «gigante cieco» che ormai considera Israele. Con i discorsi e i commenti per i giornali, con i gesti pubblici come la scelta di non stringere la mano all'allora premier Ehud Olmert, che aveva ordinato l'operazione in Libano.

il Fatto 23.4.13
Chandra Bose, che faceva l’indiano con gli inglesi
L’alleato di Gandhi che flirtò con fascisti e nazisti per rompere l’influenza britannica sul suo Paese
di Marco Dolcetta


In questi tempi di difficili rapporti fra l'Italia e l'India, pochi ricordano un episodio lontano di grande amicizia e collaborazione fra i due popoli. Marzo 1941 Subhas Chandra Bose già fondatore con Gandhi del partito del congresso, già sindaco di Calcutta, politico indipendentista di origine e di nobiltà religiosa induista brahaminica. Fugge agli arresti degli inglesi e a piedi da Calcutta arriva a Mosca allora ancora alleata dell’asse Roma/Berlino. Forte di un passaporto italiano rilasciato per lui appositamente dall'ambasciatore italiano in India, a nome di un religioso padre Pettazzoni nato a Bologna. Inizia così la fuga di Bose che diventa per Roma, Berlino e Tokyo un leader di rilievo pronto a sollevare il continente indiano contro gli inglesi a favore dell'asse.
Chandra Bose lavorò a stretto contatto con Husseini e con i giapponesi. Il suo legame con l’Italia passava attraverso l’Ismeo (Istituto di Studi per il Medio ed Estremo Oriente), nella persona del suo maggiore esponente, lo studioso Giuseppe Tucci, il quale viaggiò molto in India e in Tibet, e per questo considerato, come Fosco Maraini in Giappone, il commissario culturale, l’ambasciatore “occulto” italiano, in Oriente.
BOSE, NATO A CALCUTTA, fu un rigoroso sostenitore dell’interpretazione tradizionale vedica delle caste e dell’origine polare della razza ariana, d’accordo con il filosofo Bal Gangadhar Tilak. Era anche un devoto della dea Kali (la Devi nera della distruzione che rappresenta la madre che mangia i suoi figli, alla fine del ciclo dei tempi). Bose ebbe una giovane biografa greco-francese, tale Savitri Devi, che divulgò i dettagli della sua vita (oltre a testimoniare quanto Hitler fosse affascinato dall’Oriente, da cui ricavò l’interesse per la dieta vegetariana).
L’induismo filotedesco fu qualcosa di serio e radicato, non solamente riconducibile a fenomeni di moda. Con la scomparsa di Bose si accentuarono i legami con la filosofia orientale. Di fondamentale importanza era il parallelismo fra la concezione della vita e della morte, fra tantrismo del culto di Kali in India e la venerazione implicita in ogni espressione simbolica del nazionalsocialismo. Bose era molto stimato da Nehru e da Gandhi, che diffidavano di lui solo per il connaturato senso asociale e non costruttivo di quella ideologia che derivava dal culto “nero”, di magia tantrica “della mano sinistra”, che riservava alla dea Kali.
Così lui e Tilak vennero estromessi dal movimento pacifista nazionalista indiano: il Partito del Congresso. Su una cosa però Nehru e Gandhi concordavano con Bose e Tilak (e questo fu un tema di grande suggestione portato avanti da Bose, e che lo avvicinava molto ai giapponesi): l’avversione nei confronti della cultura occidentale in generale, considerata decadente, egualitarista, antielitaria anche nelle sue espressioni imperialistiche, soprattutto le più insinuanti e melliflue. Come a esempio le campagne di “conversione” da parte dei gesuiti, equiparate al Demonio, il vero nemico, metafisico, degli ambienti più chiusi del mondo induista, taoista e buddhista.
Bose sarebbe morto nel 1945 in un sottomarino giapponese in fuga dalla sua Calcutta ritornata inglese; ma l’aeroporto di Calcutta, dopo la recente riabilitazione, è dedicato a Subas Chandra Bose, soprannominato “il condottiero”.

il Fatto 23.4.13
Vita stravolta
Amina: integralisti non mi avrete
di Andrea de Giorgio


TUNISIA, DOPO LA PUBBLICAZIONE DI UNA FOTO A SENO NUDO SU FACEBOOK LA RAGAZZA BRACCATA E COSTRETTA A CAMBIARE CASA OGNI DODICI ORE

La rivoluzione tunisina ha il volto giovane e irriverente di una ragazza di diciannove anni. Amina Tyler non stacca gli occhi dallo schermo del computer, in una casa anonima alla periferia di Tunisi. Da quando un paio di mesi fa ha postato su Facebook una foto a seni scoperti con la scritta “il mio corpo mi appartiene, non è l’onore di nessuno” la sua vita è cambiata. Per la risonanza mediatica che l’immagine della giovane Femen tunisina ha causato, Amina è costretta alla clandestinità. È ospite da amici e cambia casa ogni 12 ore, braccata da polizia, famiglia, associazioni femministe, giornalisti e fanatici salafiti. “Le pressioni che sto ricevendo da quando ho pubblicato la foto non sono facili da sopportare”. Parla lentamente, pesando ogni parola. È vestita come tante giovani tunisine che, come lei, sognano una Tunisia diversa da quella che sta costruendo Ennahda (il partito islamista al potere, impegnato, con le altre forze politiche, a redigere la nuova Costituzione). “Sono chiusi in una stanza a discutere di questioni stupide invece di affrontare i veri problemi del Paese e ascoltare le richieste di cambiamento portate dalla rivoluzione”.
LO SGUARDO di Amina è velato dal cocktail di psicofarmaci che è stata costretta a ingerire dalla famiglia, che continua a definirla “malata di mente” e che, non meno di due settimane fa, l’ha sequestrata e picchiata. “Ora ho chiuso i contatti con loro. Prima di scattare la foto immaginavo le conseguenze private e pubbliche del mio gesto e ho deciso di assumermi queste responsabilità”. Le sue idee e parole sono spigolose, hanno la forza utopica e distruttiva dei grandi ideali giovanili. Appare diversa da come molta stampa internazionale l’ha dipinta. Non sembra una ragazzina sprovveduta che ha fatto una bravata, ma una giovane militante in lotta. “Oggi siamo in guerra. Rispetto la lotta delle femministe laiche e musulmane, ma io uso altre armi. Credo che per una donna non ci sia arma più potente del proprio corpo nudo, per questo ammiro le Femen dalla prima volta che le ho viste su internet”. Sullo slogan, Amina racconta di averci messo una settimana a decidere. “Avevo già fatto una foto nuda con scritto “Fuck your morals! ”, ma non aveva scaturito effetti. Allora ho deciso di usare l’arabo e una frase più articolata, che parlasse di onore e corpo, due pilastri della morale tunisina, mia principale nemica. ”
AMINA ha vissuto qualche anno in Arabia Saudita e lì ha visto quanto la religione eretta a Stato possa diventare repressiva, soprattutto per le donne. Racconta anche di violenze private subite da piccola: l’incontro con un pedofilo a 12 anni, il braccio ustionato dalla madre a sei, le botte della polizia durante la rivoluzione. Ma la decisione di portare in Tunisia il modus operandi delle Femen è nata lo scorso 6 febbraio, giorno dell’omicidio politico di Chokri Belaid, leader dell’opposizione laica. “Tutta la speranza e la felicità che abbiamo provato il 14 gennaio (giorno della rivoluzione, ndr) non c’è più. Sognavamo una nuova Tunisia libera e ora siamo ancora più in catene. La condizione della donna è peggiorata dai tempi di Ben Ali. ”
La chiacchiera s’interrompe. Arriva una videochiamata su Skype di Inna Shevchenko, leader ucraina fondatrice del gruppo Femen rifugiata a Parigi. Dopo aver visto la foto di Amina, decine di ragazze tunisine e di altri paesi arabi stanno scattando e postando immagini ispirate alla sua. E lei, nonostante le minacce di morte, continua la lotta. Prossima mossa un’azione a cui parteciperanno attiviste tunisine e occidentali di Femen. “Vedrai come faremo impazzire i salafiti” ridacchia Inna. Amina è al settimo cielo. “E’ il mio sogno. Poi lascio la Tunisia.”

il Fatto 23.4.13
La massoneria, tre secoli di misteri
di Marco Dolcetta


Pubblichiamo un estratto del capitolo ”Bolscevichi e Massoneria” tratto da “La Massoneria rivelata” di Luigi Pruneti e Marco Dolcetta (Mondadori)

Nella maggior parte dei paesi comunisti, la massoneria è stata vietata e talvolta perseguitata. La breve ripresa delle attività massoniche nel primo dopoguerra in Cecoslovacchia e Ungheria, ebbe termine nel 1950 con la soppressione dell'istituzione, ad eccezione di Cuba dove è l’unica, oltre a quella del partito comunista, ad aver potuto svolgere attività proprie.
Molto controversa sembra l’appartenenza di alcuni leader della rivoluzione bolscevica del 1917 alla massoneria. Con ogni probabilità, alcuni di essi appartennero al Grand Oriente di Francia, e lo stesso Lenin appartenne al cosiddetto Grande Oriente dei Popoli Russi.
L’incompatibilità tra massoneria e bolscevismo comincia a prender forma dai contenuti espressi nel marzo 1919 nel documento di Leon Trotsky dal titolo: Sul Congresso dell'Internazionale Comunista, e dunque con il primo congresso a Mosca della Terza Internazionale. Le direttive della Terza Internazionale, o Comintern, erano vincolanti per l’intero movimento, essendo questa una struttura gerarchicamente centralizzata avente il compito di stabilire la strategia dell'intero movimento comunista internazionale, e non soltanto un organo di coordinamento dei singoli movimenti nazionali, com’era stata la Seconda Internazionale. Sebbene durante il primo congresso del Comintern la “questione massonica” non fosse discussa, le premesse statutarie dell’organizzazione saranno determinanti per le sorti dell’istituzione in tutto il mondo comunista.
NEL SECONDO congresso del Comintern, inaugurato a Pietrogrado il 19 luglio e conclusosi a Mosca il 7 agosto 1920, la delegazione italiana del partito socialista pose il problema all’ordine del giorno. La questione massonica era infatti una delle principali contraddizioni del movimento operaio italiano, ed era stata posta all’interno del partito socialista italiano fin dall’VIII congresso nel 1904. I delegati italiani volevano inserire, tra le clausole di ammissione dei partiti rivoluzionari all’Internazionale Comunista, il divieto statutario di accogliere tra i loro iscritti gli appartenenti alla massoneria. Il 29 luglio i delegati italiani presentarono una mozione che obbligava i partiti aderenti all’Internazionale a escluderli dalle proprie fila, in quanto la natura interclassista dell’istituzione massonica avrebbe nuociuto agli interessi del proletariato. La richiesta non comparve nella stesura finale del 7 agosto 1920, le cosiddette “21 condizioni di Mosca”. La questione massonica venne tuttavia considerata come la “22esima condizione” e l’interdizione di appartenere alla massoneria fu accolta in via di principio da tutti i partiti comunisti. Durante il quarto congresso del Comintern, tenutosi a Mosca dal 5 novembre al 5 dicembre 1922, Trotsky sollevò nuovamente il problema dell'incompatibilità. La questione riguardava in special modo il partito comunista francese, ma era comunque rivolta a tutti i partiti comunisti, e in particolare anche a quelli spagnolo e italiano. Bisognava abolire ogni contatto con la massoneria, individuale o di gruppo che fosse, entro il 1° gennaio 1923, ed espellere dal partito entro la medesima data i militanti che non avessero manifestato pubblicamente la loro completa rottura con le obbedienze massoniche.
Fu creata un’apposita commissione composta da Trotsky, Zinoviev e Bucharin, e fu redatta una risoluzione sulla questione francese che comprendeva un’esplicita dichiarazione di incompatibilità tra massoneria e comunismo. La risoluzione venne poi approvata dall’assemblea congressuale con due voti contrari e un’astensione. Le ragioni dell’incompatibilità furono spiegate dallo stesso Trotsky in un testo dal titolo Communisme et Franc-maçonnerie, pubblicato dai Cahiers communistes del 25 novembre 1922. Trotsky definisce la massoneria “un concetto dell’ideologia borghese in linea di principio contrario alla dittatura del proletariato, e che tende a creare uno Stato nello Stato”. E aggiunge “La dissimulazione da parte di chiunque, della sua appartenenza alla masoneria, sarà considerata come la penetrazione nel partito di un agente del nemico e macchierà la persona in causa di ignominia di fronte al proletariato”. Concludendo che “La Massoneria è una piaga sul corpo del comunismo francese. Bisogna bruciarla con il ferro incandescente”. Le argomentazioni di Trotsky ebbero larga eco sulla stampa comunista internazionale e furono riprese da varie riviste e anche dal quotidiano italiano socialista l’Avanti. Trotsky riteneva che la questione massonica fosse stata sottovalutata dai precedenti congressi, riconoscendo che la delegazione italiana al secondo congresso aveva posto per prima la questione.
Per quanto riguarda l’Italia, durante il XIV congresso del partito socialista italiano, tenutosi ad Ancona dal 26 al 29 aprile 1914, una mozione, presentata da Benito Mussolini e Giovanni Zibordi e approvata a grande maggioranza, aveva già definito la questione affermando: “è incompatibile per i socialisti l’entrata e la permanenza nella Massoneria”, e invitando le sezioni a espellere dal partito coloro che non si sarebbero uniformati alle nuove direttive.

La Stampa 23.4.13
L’allegra brigata che vuole salvare il congiuntivo
È stata fondata in una quinta elementare di Gela
«I nostri 28 bambini controllano la lingua dei grandi»
di Flavia Amabile


Alzi la mano chi sa chi era Basilio Puoti. La quinta A del quarto circolo didattico «Luigi Capuana» di Gela, in provincia di Caltanissetta, lo sa perfettamente. E non si tratta di una quinta di un liceo ma di una quinta elementare. I 28 giovani alunni già da alcuni anni sanno che è stato un grammatico e un purista ottocentesco che difendeva le difficili regole della lingua italiana. Come il congiuntivo, questo modo dei verbi maltrattato ad ogni livello. Basta sentir parlare gran parte dei politici o dare una rapida lettura ai vari social network o partecipare ad una conversazione allargata anche con persone dotate di laurea e solide letture.
Non c’è nulla da fare, il congiuntivo è scomodo, difficile, insidioso. È uno spartiacque impietoso, una trappola in cui cadono in tanti. Rosalba Occhipinti, una maestra di Gela, ha deciso di prendere per mano i suoi alunni guidandoli tra i meandri del congiuntivo fin dalla prima elementare. «A quell’età nessuno penserebbe di far coniugare un verbo ad un alunno, ma in modo ludico si può fare molto. E si possono porre le basi per lavorare più facilmente in seguito». Ecco quindi le lezioni fatte di scherzi, di giochi, fra aneddoti su Basilio Puoti, oppure prese in giro sul dialetto siciliano, più che prodigo di congiuntivi anche dove non sarebbero previsti.
Ora che gli alunni della quinta A di Gela sono arrivati all’ultimo anno della primaria, il loro uso dei congiuntivi è decisamente migliore di quello di tanti adulti. Per questo la maestra ha pensato di fare un passo in più. Al rientro in classe dopo le vacanze di Natale ha creato un’associazione «a tutela del congiuntivo». Soci fondatori i 28 alunni della sua quinta, oltre ad un gruppo di docenti esterni, riuniti in un vero e proprio organico composto da presidente e consiglio direttivo. Si fa sul serio, insomma, e lo scopo dichiarato è «difendere e diffondere l’uso del congiuntivo». Quasi con ogni mezzo.
«Tutti i bambini sono soci - spiega la maestra - a patto che ascoltino con attenzione coloro che parlano, individuino gli eventuali errori e li correggano, qualunque sia la fonte». Una frase in cui ci sono più congiuntivi che righe e che comunque significa che i 28 della brigata dei congiuntivi sono autorizzati a correggere e intervenire anche se a farsi scappare gli indicativi al momento sbagliato sono gli adulti.
«Ho soltanto detto loro di non correggere in modo diretto o sfrontato. Se si trovano di fronte ad adulti nei confronti dei quali non hanno rapporti stretti, devono comunque intervenire ma dicendo di avere un dubbio, e di voler sapere qual è la forma più corretta. Finora ha funzionato: c’è chi è arrossito e chi si è corretto». I 28 soci, insomma, hanno carta bianca, ma in campo ci sono anche molti genitori a cui è affidato il compito di sbagliare di tanto in tanto davanti ai figli per metterli alla prova.
Oggi ci sarà una sorta di saggio finale, una gara sull’uso corretto del congiuntivo. Sarà poi una commissione esterna a valutare gli elaborati e a decretare il vincitore della competizione. «Ma farà fede il tempo di consegna - spiega la maestra - perché so che la gran parte di loro sarà perfettamente in grado di rispondere in modo corretto a tutte le domande».
Dal prossimo anno i 28 soci di queste brigate del congiuntivo frequenteranno le scuole medie e la maestra avrà una prima classe. Ma l’impegno dell’associazione continuerà più forte di prima: i ragazzi, in qualità di soci fondatori, saranno chiamati a aiutare la loro maestra. In nome di Basilio Puoti che chissà in quanti conoscono in Italia.

La Stampa 23.4.13
Non usarlo è come dire di meno
di Gian Luigi Beccaria


Dicono in molti che in italiano il congiuntivo sta sparendo. Anche se così fosse, non dovremmo strapparci le vesti, perché ci sono lingue che senza il congiuntivo funzionano benissimo (vedi l’inglese). Ad ogni modo, ricerche assai documentate provano che il congiuntivo in italiano non sta affatto uscendo di scena. Certamente è in crisi nel registro informale-colloquiale. Lo si usa sempre di meno. Al suo posto troviamo l’indicativo. Soprattutto nelle proposizioni oggettive rette da verbi come «credere», «pensare», «ritenere», «sembrare» («credo che tu hai ragione» invece di «che tu abbia ragione»), nelle interrogative indirette come «non so se tu sei tornato a casa» invece di «non so se tu sia tornato a casa», e nel periodo ipotetico dell’irrealtà («se me lo dicevi, non ti sgridavo» invece di «se me lo avessi detto, non ti avrei sgridato»). Comunque stiano le cose, di sicuro l’indicativo è inadatto ad esprimere dubbi o desideri.
L’indicativo è il modo della certezza, dell’obiettività, il congiuntivo è il modo della soggettività: presenta i fatti come noi li desideriamo, li temiamo, li speriamo. È obbligatorio nelle esortazioni o inviti o comandi («nessuno parli! »), in una interrogazione dubbiosa («Che sia proprio lui? »), in una esclamazione («Sapessi che bello! »), è raccomandabile coi verbi che esprimono punti di vista, opinioni, giudizi, e volontà personali, stati d’animo, un’incertezza, o dubbio, timore, volontà, possibilità ecc. Torno a dire che frasi come «Penso che è lui», «Credo che tu hai torto», «Mi dispiace che Rodotà non ce l’ha fatta», «Spero che non fai come l’altra volta», «Voglio che me lo dici di persona» si possono benissimo usare in situazioni informali, chiacchierando; e sappiamo tutti che «non so se viene» è più colloquiale rispetto a «non so se venga». Ma quando scrivo, è certamente meglio non abbandonare il congiuntivo. Non vedo perché dobbiamo rinunciare alle molte finezze, alle innumerevoli sfumature che il congiuntivo ci offre. Esiste una differenza notevole tra «capisco che Giovanna è felice» e «capisco che Giovanna sia felice»: nel primo esempio si tratta di una constatazione evidente, nel secondo significa che mi rendo conto delle ragioni della felicità di Giovanna; esiste una notevole differenza tra «dicono che le elezioni sono in autuno» e «dicono che le elezioni siano in autunno»: nel primo caso si dà la cosa come sicura, nel secondo caso si dubita della notizia, non si è del tutto convinti che sia vera.
La scelta tra indicativo/congiuntivo non è affatto una scelta tra un modo più o meno elevato e raffinato. L’importante per chi parla o scrive è poter scegliere in base alle diverse situazioni comunicative. E per poter scegliere tra congiuntivo e indicativo occorre conoscerli entrambi, perché spesso chi non usa il congiuntivo non è che scelga l’indicativo, ma è l’indicativo che costringe il parlante a sceglierlo.
Se dunque l’indicativo indica certezza, e il congiuntivo ci dà invece la possibilità di esprimere meglio un nostro giudizio, una nostra ipotesi, un nostro dubbio, un nostro pensiero, non si vede perché si debba rinunciare al congiuntivo, dal momento che significa rinunciare a un mezzo che coglie intense sfumature. Non usarlo significa (forse) semplificare, ma certamente significa dire di meno.

La Stampa 23.4.13
Luzzatto e il segreto brutto di Primo Levi
di Lorenzo Mondo


Lo storico Sergio Luzzatto ha scritto un libro coinvolgente, Partigia. Una storia della Resistenza (Mondadori. pag. 373, euro 19,50) che ha innescato un dibattito mediatico per molti versi sviante. Tanto più appassionato perché chiama in causa, facendone il fulcro della narrazione, la figura di Primo Levi. Prende le mosse dalla sua brevissima esperienza partigiana in Valle d’Aosta prima della cattura, gravata da un episodio che lascerà nella sua vita tracce indelebili. Ne parla lui stesso in Se questo è un uomo e nel Sistema periodico, definendolo un «segreto brutto». Si tratta di una condanna a morte eseguita perché costretti «dalla nostra coscienza» ma «ne eravamo usciti distrutti, destituiti, desiderosi che tutto finisse e di finire noi stessi... ». E Levi arriva a sostenere che il suo arresto, sei giorni dopo, fu «conforme a giustizia». Luzzatto si impegna a ricostruire l’accaduto di cui lo scrittore si limita a evocare le risonanze morali. Il 6 dicembre del 1943 due componenti della piccola banda furono giustiziati con la sventagliata di mitra di un compagno. Fulvio Oppezzo e Luciano Zabaldano, entrambi giovanissimi, si erano resi colpevoli di furti nei confronti di valligiani e di una anarchica indisciplina. Paradossalmente, furono i primi caduti partigiani della Valle d’Aosta e, nella confusione del dopoguerra, considerati martiri dell’antifascismo.
È l’avvio di una ricchissima ricostruzione che aduna protagonisti e comprimari, fascisti e antifascisti, con puntuali ricerche negli archivi e sul campo. Ora, riferendoci agli echi suscitati dal libro appena uscito, sembra improprio riesumare le stantie contrapposizioni tra revisionisti e cultori della Resistenza. In fondo, il libro di Luzzatto nulla aggiunge sui comprovati nefasti di ogni guerra civile. E non intacca minimamente l’adesione di Primo agli ideali della Resistenza. Aiuta semmai a delineare il suo profilo esistenziale, il suo sgomento davanti alla pervasività del male. Il Col de Joux, dove i fratelli uccidono i fratelli, è la prima tappa di una discesa che conduce agli inferi di Auschwitz, allo sconvolgente epilogo de I sommersi e i salvati. In una poesia scritta ancora nel 1953, Epigrafe, un partigiano ucciso dai compagni, per «non lieve colpa», non invoca dal viatore preghiere o perdono. Chiede soltanto che sulla sua fossa non filtri il «calore funesto» di altro sangue.
Anche da questa storia, non rimossa ma confessata con pudore (rispettando forse la memoria dei vivi e dei morti), rifulge la nobiltà, la non compromessa umanità del Primo Levi che abbiamo avuto il bene di conoscere.

Repubblica 23.4.13
Gli ultimi giorni di Gobetti
Un convegno a Parigi per ricordare l’intellettuale torinese Documenti e testimonianze inediti ricostruiscono la sua attività
Le lettere agli amici prima della fine “Tornerò in Italia, non sono un esule”
di Massimo Novelli


Piero Gobetti morì a Parigi alla Clinique de Paris, al Bois de Boulogne, nella notte fra il 15 e il 16 febbraio del 1926. Una crisi cardiaca sopravvenuta a una bronchite, e alle bastonate inflittegli nel settembre del ’24 dagli squadristi fascisti a Torino, lo uccideva ad appena 25 anni. Morì solo, perché i suoi amici parigini non poterono entrare in ospedale durante quella notte. A sapere per primi del decesso furono Luigi Emery e Federico Nitti, gli italiani che la sera precedente, verso le 23, erano andati alla clinica del Bois de Boulogne per avere notizie. Non avevano potuto vederlo; un custode, però, li aveva rassicurati sulle condizioni di salute. Un’ora dopo, a mezzanotte, non ci fu invece più niente da fare. Emery, i Nitti, come Giuseppe Prezzolini, avevano assistito Gobetti durante il breve soggiorno nella capitale francese, dove l’intellettuale antifascista era andato in esilio partendo da Torino la mattina del 3 febbraio. Toccò a Emery, giornalista e traduttore, il triste compito di avvisare Giacomo Prospero e Olimpia Biacchi, i genitori di Ada, la moglie di Piero. Non ebbe tuttavia il coraggio di annunciare brutalmente la scomparsa dell’autore di La rivoluzione liberale.
Così si spiega il testo del telegramma inviato a Torino, nel pomeriggio del 16 febbraio. Scrisse: «Piero gravissimo. Venite subito. Emery». Ma Piero era già morto.
Il documento, che qui pubblichiamo insieme ad altre carte inedite e poco note, viene presentato il 25 aprile a Parigi nell’ambito di un convegno su Piero e su Ada, promosso dal Centro studi Piero Gobetti di Torino e dalla Maison d’Italie alla Cité internationale universitaire de Paris. Proprio gli ultimi giorni di vita di Piero sono al centro dell’incontro parigino. Grazie al lavoro di Pietro Polito, direttore del Centro Gobetti, e di Pina Impagliazzo, per la prima volta saranno messi assieme e incrociati materiali d’archivio, lettere e testimonianze di allora sui tredici giorni dell’esilio e dell’agonia del giovane studioso di straordinaria e precocissima genialità, che lodava l’opera del conte Camillo Benso di Cavour e non aveva esitato a collaborare con i comunisti dell’Ordine Nuovo di Antonio Gramsci. Ne verrà fuori un “racconto a due voci”, con cui Polito e Impagliazzo vogliono dare risalto alla “epicità di una storia”, come ricordano, che nella sua asciuttezza tutta piemontese, nell’epilogo tragico, fu quella di Gobetti.
Il telegramma di Emery non è l’unica novità, a livello di documentazione, che caratterizza la giornata di studi del 25 aprile. C’è un altro telegramma inedito: è quello spedito da Giacomo Prospero alla moglie nel pomeriggio del 17 febbraio 1926. Il padre di Ada aveva raggiunto Parigi con Giovanni Battista Gobetti, il papà di Piero, poche ore prima, verosimilmente dopo avere ricevuto il messaggio drammatico di Emery. Nel dolore e nella fretta posticipò la morte di Piero allo stesso 17 febbraio. Scrisse: «Piero spirato stamani. Sono con Battista. Avverti Ada con precauzione. Saluti Giacomo». Ada, a Torino con il figlio Paolo nato il 28 dicembre del ’25, sapeva già che cosa era successo? Lo aveva intuito, perlomeno? È possibile che qualche amico o amica di Parigi l’avesse avvertita? Non è da escludere. In ogni caso il telegramma di suo padre era l’atto ufficiale, per così dire, che sanciva la lacerazione definitiva, per usare le parole di Ada riferite a Piero, della “tua breve esistenza”.
Il convegno sarà anche l’occasione per ripercorrere i mesi che precedettero la partenza di Gobetti per Parigi. Le persecuzioni patite da parte delle autorità fasciste, che nel novembre del ’25 gli inibirono qualsiasi attività pubblicistica ed editoriale, gli fecero cambiare idea rispetto a quanto, a settembre, aveva scritto a Emery. In una lettera del 10 settembre, citata da Ersilia Alessandrone Perona nel volume Piero Gobetti e la Francia (Franco Angeli, 1985), l’editore delle riviste Energie Nove e Il Baretti gli diceva a proposito della sua volontà di fondare una casa editrice in Francia: «Non farò mai della propaganda italiana. Credo che solo da Parigi, solo in francese, solo con la solidarietà dello spirito francese un italiano possa fare con utilità un’opera pratica di intelligenza europea. S’intende senza chauvinisme francese». E, più avanti, aggiungeva: «D’altra parte la nostra azione in Italia diventa sempre più difficile e provvisoria. Hai saputo che il nostro giornale messo su buone basi non si è poi potuto fare». Ciononostante, aggiungeva, «resterò in Italia sino all’ultimo. Sono deciso a non far l’esule. Perciò incomincio a dividermi tra Torino e Parigi». Ma le diffide e le ingiunzioni del prefetto e del questore di Torino, fedeli all’ordine di Mussolini del primo giugno del ’24 di «rendere nuovamente difficile vita questo insulso oppositore governo e fascismo », precipitarono tutto. Come i patrioti del Risorgimento e dei moti liberali piemontesi del 1821, da lui acutamente indagati, Piero, a quel punto, dovette abbandonare l’Italia. In una lettera del dicembre del ’25 a Giustino Fortunato scrisse: «Parto per Parigi, dove farò l’editore francese, ossia il mio mestiere che in Italia mi è stato interdetto. A Parigi non intendo fare del libellismo e della politica spicciola, come i granduchi spodestati in Russia. Vorrei fare un’opera di cultura nel senso del liberalismo europeo e della rivoluzione moderna». C’è da chiedersi che cosa sarebbero stati la cultura italiana e il liberalismo europeo se Gobetti non fosse morto in quel febbraio del 1926.

Repubblica 23.4.13
Hannah e le sue sorelle nelle cicatrici del Novecento
Il nuovo libro di Nadia Fusini racconta gli intrecci tra Arendt, Weil e Bespaloff
di Roberto Esposito


A pochi mesi di distanza, nel 1939, due donne in fuga dall’uragano nazista, Simone Weil e Rachel Bespa-loff, si trovano al museo di Arte e storia di Ginevra, davanti alle opere di Goya, salvate per un soffio nella Madrid assediata dalle falangi franchiste. Esse guardano, probabilmente, la stesa tela, quella che rappresenta la fucilazione di alcuni patrioti spagnoli da parte delle truppe napoleoniche. Lo sguardo trascorre dal cranio spappolato di un uomo a terra, immerso nel proprio sangue, alla ottusa sincronia dei fucilieri allineati in procinto di sparare. Ma l’attenzione delle due donne sarà stata catturata dagli occhi spalancati del prigioniero in camicia bianca, braccia allargate a croce, che sta per essere colpito. Cosa grida quello sguardo allucinato fisso nel vuoto? Come vive gli ultimi attimi la vittima inerme di una violenza destinata a tramutarla in un grumo di carne senza vita? Quale enigma custodisce l’ultima vibrazione di un corpo che sta per diventare cosa? Intorno a tali domande ruota la straordinaria trama attraverso cui Nadia Fusini interroga la relazione “stellare” che unisce, a distanza, il destino di tre donne senza le quali il Novecento non sarebbe tutto ciò che è stato.
La terza protagonista, il cui nome dà il titolo al libro — Hannah e le altre, appena edito da Einaudi — è Hannah Arendt. A collegarle in una catena di corrispondenze sorprendenti non sono solo alcuni luoghi in cui i loro destini si incrociano — Parigi, Ginevra, New York —, ma anche amicizie comuni, come quella con Jean Wahl, vero “mediatore” delle loro esperienze e, soprattutto, testi decisivi che calamitano la loro scrittura. In particolare l’Iliade, cui Simone Weil e Rachel Bespaloff — ebrea di origine ucraina, la cui biografia spirituale è ricostruita da Laura Sanò (Un pensiero in esilio. La filosofia di Rachel Bespaloff, introdotto da Remo Bodei e pubblicato dall’Istituto italiano per gli studi filosofici) — hanno dedicato due scritti di rara intensità. In entrambi, la forza «appare la suprema realtà e la suprema illusione dell’esistenza», come scrive la Bespaloff (il suo testo è ora riedito da Castelvecchi).
Suprema realtà, perché onnipresente — la forza lacera, penetra, schiaccia senza remissione, come sperimentano gli uomini travolti dalla guerra di Troia e da tutte le altre che l’hanno seguita. Ma anche suprema illusione perché, come ogni cosa umana, a sua volta destinata a essere annientata da una potenza ancora maggiore cui nessuno può sfuggire. «Su questa terra non c’è altra forza che la forza. Questo potrebbe essere un assioma. — così Simone sembra rispondere, dalla più prossima delle lontananze, a Rachel — In quanto alla forza che non è di questa terra, il contatto con essa si paga a prezzo di un transito attraverso qualcosa che somiglia alla morte» (La prima radice).
Se l’Iliade sembra stringere in un unico destino l’ebrea francese, morta per denutrizione nel ’43, e l’ebrea ucraina, morta suicida nel ’49, Kafka è l’autore che le mette entrambe in rapporto ad Hannah. Certo diversa — assai più solare è la esperienza di questa, rispetto alle prime due. Come diversi sono il suo aspetto e il suo atteggiamento. Con la postura un po’ “marziana” — anche nel senso guerriero del termine — di Simone e la bellezza sfuggente di Rachel, contrasta il piglio, sicuro e sfrontato, di Hannah, pronta, sigaretta tra le dita, ad affrontare, scandalizzandolo, chiunque attivasse luoghi comuni. Al malheur che sembra perseguitare come una cattiva stella le prime due, risponde la fortuna della terza — salva per miracolo dai nazisti, amata dagli uomini, circondata, ancora viva, da una fama non attutita dalle polemiche innescate dalle sue opere, come il famoso reportage sul processo Eichmann. Ma non si tratta che del versante luminoso di una consapevolezza assai tesa del male da cui il secolo è stato preso alla gola. Di tale precipizio il Castello di Kafka porta, inscritte, tutte le cicatrici, come il corpo suppliziato del suo racconto Nella Colonia penale.
Cosa altro rappresenta l’incantesimo che incatena K. a una necessità inesplicabile, se non la prefigurazione della peste bruna che sarebbe penetrata di lì a poco nelle vene della civiltà europea?
In questo gioco di specchi incrociati Nadia Fusini entra con un’intelligenza e una forza di scrittura non inferiore a quella delle “sue” donne. Non solo Hannah, Rachel e Simone, ma anche Virginia Woolf e Irène Némirovsky, morta nel campo di Birkenau nell’estate del ’42, e, prima ancora, Katherine Mansfield e Rahel Levin, protagonista della biografia arendtiana. Non troppo, e a volte poco, lega le loro vite, e le loro morti, singolari come quella di ciascuno. Ma c’è qualcosa che Nadia definisce «the woman’s angle», l’angolo della donna, che appartiene a tutte loro. Si tratta di un asse prospettico, obliquo e profondo, capace di vedere qualcosa che di regola gli uomini non colgono nella violenza. Perché ne sono spesso i soggetti, prima o più che oggetti. Essi non guardano alle vittime dal punto di vista di queste. Perciò non riescono a leggere il messaggio, muto eppure vibrante, che libera lo sguardo stravolto del prigioniero fucilato di Goya. È esso che sa fissare, invece, senza indietreggiare, insieme alle sue donne, Nadia Fusini.©

Hannah e le altre di Nadia Fusini (Einaudi pagg. 168 euro 18)

Repubblica 23.4.13
Anticipazione da Psicologia contemporanea: disturbo o fenomeno mass-mediatico?
Il movimento dei “No sex” ecco i felici senza desiderio
di Anne-Clare Thérizols


Pubblichiamo un estratto dell’articolo che apparirà sul numero di maggio-giugno di Psicologia contemporanea

Marie e Julien sono una giovane coppia come altre. O quasi. Anche se sono innamorati, vivono senza provare alcun desiderio l’uno per l’altra, e (..) non hanno mai sentito la minima attrazione per qualcuno. Si sono incontrati sul forum di lingua francese AVEN (acronimo di Asexual Visibility and Education Net-work), un sito web americano fondato nel 2001 dall’attivista asessuale David Jay, che ha dato il via al movimento Noo Sex (il sito italiano di AVEN è www. asexuality. org/it).(...) Un percorso non banale, ma non necessariamente doloroso, per loro (...) Federico, quarant’anni, (...): «Mi innamoro facilmente, vivo storie all’inizio meravigliose, ma poi arriva sempre il momento in cui tutto si blocca perché non siamo sulla stessa lunghezza d’onda dal punto di vista sessuale. (...) Il problema è che non sono mai io a chiederlo perché non provo desiderio. E questo, penso sia una cosa difficile da vivere per un S». S sta per sessuale versus A (asessuale).
Ma chi sono allora gli asessuali, se sono in grado di avere rapporti sessuali come tutti gli altri? Nel suo saggio No Sex, avoir envie de ne pas faire l’amour, Peggy Sastre, dottore in filosofia e giornalista, li definisce come «individui che sostengono di essere nati con un disinteresse patente nei confronti del sesso» (...). Per il DSM (manuale psichiatrico, ndr), “l’insufficienza o la mancanza di fantasie immaginative di ordine sessuale o di desiderio di attività sessuale” è una disfunzione. Un quadro clinico confermato da Juan-David Nasio, psichiatra e psicanalista (...): «Esistono tre categorie di disturbi sessuali chiaramente identificati. I disturbi del desiderio sono una di queste categorie. (...) E alcune di queste persone trasformano questa défaillance, questa patologia, in un ideale militante ». (...) Se davvero l’assenza di desiderio non preoccupa gli asessuali, perché allora farne una rivendicazione? (...) La testimonianza di Isabella può chiarire la questione: «Nessuno riesce a immaginare che si possa vivere senza libido. Nessuno ci prende sul serio (...) In più, i giornali parlano di sesso continuamente (…) ». La reazione e il far gruppo degli asessuali potrebbe quindi essere il riflesso di ciò che viene da molti definita l’ipersessualizzazione della società? No, rispondono in coro (...) Per il sessuologo Sylvain Mimoun, questa frangia molto minoritaria della popolazione, resta un po’ un mistero. (...) «La vera difficoltà nasce quando le persone vivono in coppia perché in tal caso la questione riguarda sé e l’altro. (...) E paradossalmente spesso accade anche che la persona che rifiuta la relazione sessuale non sopporta l’idea che l’altro possa cercare altrove». I No Sex ci riportano quindi, molto prosaicamente, alla dinamica di coppia e dell’amore, alle questioni eterne sui misteri del desiderio. Allora, fenomeno di società, costruzione mediatica o vera liberazione sessuale?
© Le CerCLe Psy (sCienCes Humaines)

Su Psicologia contemporanea, direttore Anna Oliverio Ferraris, il servizio sui “No sex” Maggio-giugno 4,50 euro Giunti editore

Repubblica 23.4.13
Sessualità
Studio Irf con test incrociati sulle “eredi della sex-revolution”:
Under 25, dopo i tabù il piacere
Soddisfatte il 63%: attive, capaci di condividere fantasie con il partner
di Roberta Giommi


Figlie delle donne della rivoluzione sessuale: abbiamo ritenuto importante dedicare la nostra ricerca alla fascia di età dai 19 ai 25 anni, prendendo in esame una popolazione femminile nata da madri vissute negli anni 70-80, dopo la rivoluzione sessuale e la conquista del diritto a vivere la sessualità. Volevamo capire le nuove ragazze che spesso hanno iniziato la sessualità tra i 15-16 anni, che sanno usare internet, hanno avuto più esperienze,
desiderano dei partner bravi nel sesso, ritengono importante la penetrazione, sono interessate alla competenza maschile nel coito. Abbiamo sentito il desiderio di parlare con loro perché sono la generazione del cambiamento e ci è sembrato importante conoscerle e progettare di accompagnarle nella ricomposizione di una armonia tra modelli culturali e psiche. Hanno risposto (in 200) con competenza, mostrandoci una sessualità vissuta in modo sereno
e consapevole. Si è parlato molto della vagina nell’educazione sessuale, abbiamo consigliato alle madri di parlarne con le figlie e sembra che questo compito sia stato svolto.
Le giovani donne rispondono che conoscono l’eccitazione, l’82%, la lubrificazione, il 72%. Anche l’antico territorio del desiderio sessuale è conquistato: il 79% dichiara un buon desiderio sessuale (alto il 43% e molto alto il 36%). Vuol dire che queste giovani donne sanno pensare autonomamente all’incontro sessuale, renderlo buono attraverso la percezione del desiderio che si compone di aspetti sentimentali, emotivi, sessuali. L’orgasmo si verifica nel 57% delle relazioni, solo l’8% è molto insoddisfatto e di questo dobbiamo prenderci cura.
Ci ha creato gioia constatare che il dolore è assente per il 62% delle intervistate e pensiamo che questo sia possibile grazie alla presenza di desiderio e eccitazione e anche delle buone relazioni, dato che si lega alla forte presenza di desiderio, eccitazione e disponibilità sessuale. La relazione con il partner è stata indagata con la domanda sul contatto emotivo, relazione sessuale e vita sessuale e il 63% si è dichiarata molto soddisfatta. Le donne giovani sono visive, attive,
capaci di chiedere il piacere, di pretenderlo, di condividere l’appagamento,
di avere fantasie sessuali, di
desiderare il gioco. Occuparci di una fascia di età che in genere non ha ancora fatto figli, ci regala il vantaggio di una riflessione che pensiamo necessaria: quale donna immaginiamo e per quale futuro, come si lavora sulle contraddizioni, cosa non è ancora cambiato.
Il test sull’indice di soddisfazione sessuale mette ancora punti di rilievo alla nostra attenzione: sono soddisfatte delle
tecniche che piacciono al partner e che egli usa, non lo trova grossolano il 65%, verificano che è molto sensibile ai bisogni femminili e ai desideri sessuali.
Possiamo constatare che il cambiamento si è verificato su parametri importanti: il cambiamento è passato sia nelle dimensione “conosco la mia vagina, so come funziona, mi lubrifico e provo desiderio, provo l’orgasmo, mi piace il gioco sessuale”. Ma alla domanda se il partner insiste troppo sul sesso, troviamo una contraddizione che dimostra ancora una differenza del desiderio. Il dato centrale
è 21% mai, qualche volta il 26%, ma abbastanza spesso, frequentemente, sempre, raggiungono il 26%. Questo è un dato che dobbiamo vagliare ancora, mostra una differenza che ci porta a riflettere sui problemi che potrebbero porsi nel proseguire delle relazioni, nel progetto dei figli, quando il sesso almeno nell’esperienza della consultazione sessuologica, mostra la corda.
Le coppie giovani, in fasce di età diverse tra i 35-40 anni preferiscono, dopo la nascita dei figli, l’astinenza e la poca frequenza. Come ci poniamo di fronte al cambiamento, come possiamo stabilizzarlo? Compare un’amicizia tra partner che scelgono di vivere una buona sessualità con una complicità positiva, un gusto condiviso per buone tecniche sessuali. Le ragazze ci hanno dimostrato una dimensione del sesso che prima è appropriazione e poi condivisione, ribaltando i modelli di passività e di subalternità rispetto al desiderio e all’azione. Che fare: proseguire nel processo di educazione permanente che l’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) ci consiglia, riequilibrare la frequenza migliorando l’orgasmo, se sarà astinenza che sia scelta e non dettata da paure e tabù.

Repubblica 23.4.13
Quello che gli uomini non dicono
Incapaci di amare per natura o per malattia sentimentale?
Arriva in Italia il caso letterario “L’amore è un difetto meraviglioso” di Graeme Simsion
di Gian Luca Favetto


Ciascuno ha la sua vita e la sua malattia, e va bene, e anche se va male non importa, non è rilevante. Ciò che rimane agli atti è che la tua vita è quella lì, quella che hai, un’esistenza con le sue abitudini e manie, le sue modestie e le sue alzate d’ingegno, tutto ciò che vuoi, ma da lì non ti schiodi. Una volta cominciata, te la fai tutta, breve o lunga che sia, fino alla fine. Poi, c’è qualcuno che è la vita di un altro, nonché la sua guarigione. Se ti capita di imbatterti in una persona così, e quell’altro sei tu, è un incontro del Terzo Tipo: non l’incontro della tua vita, ma l’incontro con la tua vita. Con un essere che te l’accende, la vita. Te la illumina, la ripara e la incarna. Te la fa riconoscere e poi te ne fa sentire la mancanza. Difficile, dopo, che tu possa ancora farne a meno. È insieme una fortuna e un fortunale. Un’avventura. Una cosa da libro. Praticamente un romanzo.
Eccolo qui: si intitola L’amore è un difetto meraviglioso, esordio letterario di Graeme Simsion, un australiano che fa lo sceneggiatore. È appena uscito per Longanesi nella traduzione di Michele Fiume. Come romanzo è un film perfetto, uno di quelli da Nora Ephron o Rob Reiner. Un romanzo d’istruzione per l’uso dei sentimenti e delle emozioni. Istruisce le donne sugli uomini e gli uomini su se stessi. Protagonisti, Don e Rosie. Lui è la voce narrante, lo sguardo sulla vicenda e ha la sua vita. Pure lei ha la sua vita, ma in più è anche la vita di Don, ed è incredibile. Incredibile è la parola con cui finisce il libro. In corsivo. Un’esclamazione senza punto esclamativo. Quasi un commento fra sé e sé. O il borbottio di un lettore.
Incredibile lei, incredibile lui, incredibile la storia. Ma non nel senso che non ci credi: lo senti vero ciò che accade davanti ai tuoi occhi, ciò che vivi insieme a loro. Incredibile nel senso dello stupore che provi, perché ti ci ritrovi dentro. Ti riconosci, perché L’amore è un difetto meraviglioso è tutti noi. E a tutti succede. Magari non accadono esattamente i fatti raccontati in queste pagine, ma la sostanza dei fatti sì, ovvero i sentimenti e le emozioni: con questi tocca fare i conti. E anche con i mancati sentimenti e le mancate emozioni, azione e reazione, tattica e istinto, progettualità e fantasia, slanci e gaffe, e tutte quelle cose che fanno l’amore, e lo disfano.
Allora, Rosie. Rosie Jarman. Il titolo originale ha dentro il suo nome: The Rosie Project.
E il progetto Rosie, tra i mille che Don architetta come prigioni salvifiche, è un progetto di vita. Lui non lo sa ancora, non lo sospetta, non ci pensa, ma tu che lo ascolti parlare e lo vedi agire te ne rendi conto. Rosie Jarman ha 29 anni ed è di una bellezza sconvolgente, dice lui, e c’è da credergli, poiché Don Tillman è incapace di mentire. Fa la barista, dice lei, e c’è da crederle: però, quando mai le donne dicono tutto e parlano apertamente di qualcosa? S’incontrano per lo scherzo di un amico e finiscono a cena. Un caso e un equivoco che diventano un’avventura. Succedono cose che non dovevano succedere e non accadono quelle che potevano accadere. Lei è istinto e pratica, libertà e curiosità. È incasinata, esuberante e dolente, ma è la vita. Al primo appuntamento chiede: è vero che puoi capire se un uomo è monogamo dalla dimensione dei testicoli?
Don Tillman, professore associato di genetica, 39 anni, alto, intelligente, dotato di ottima forma fisica e buon reddito, potrebbe essere la persona giusta per rispondere. Vive un’esistenza tutta calcoli, programmazione, logica, raziocinio e difficoltà di rapporti sociali. Non sa maneggiare i sentimenti e non sa gestire le emozioni, ne ha paura. Le emozioni possono generare problemi gravi, dice. Ha i suoi problemi, le sue patologie. La sindrome di Asperger, per esempio, su cui è chiamato a tenere una conferenza: forse ce l’ha, forse no, forse è per colpa di questo disturbo che dimostra scarsa empatia, forse è un rifugio e non una malattia, forse è la semplice universale condizione maschile. Nonostante tutte le stranezze, rimane in modo drammatico e goffo un uomo normale. Uno di noi.
Non possiamo non dirci Don Tillman. La sua incapacità di abbandonarsi al sentire appartiene alla gran parte dei maschi. È pura metafisica e per metà è balordaggine. Per ovviare a questa carenza, applica modelli matematici a un’esistenza scandita da orari, distanze, misure e questionari. Ne ha predisposto uno, di questionario, per trovare una soluzione a quello che chiama Problema Moglie. Un questionario per riconoscere la donna perfetta e sposarla, poiché dice che, da prove scientifiche, gli uomini sposati sono mediamente più felici e vivono più a lungo.
Impiega quattro mesi e trecentosettanta pagine per scoprire che la perfezione si annida beffarda nell’imperfezione più spiazzante. All’inizio è antipatico, insopportabile. La reazione, appena lo incontri, è prenderlo a sberle sulla nuca arrivandogli alle spalle. Scappellotti. Perché è un bambino supponente e ottuso come sanno essere gli uomini. Poi diventa simpatico, per come la sua rigidità a poco a poco si sfoglia. Irresistibile per come si mette a inventare cocktail, e cerca di piacere, e si sforza di ballare, per come non capisce né la donna, né il proprio cuore. Oh sì che ce l’ha un cuore, solo che è tutto cervello e calcolo, tutto paura e dovere, tutto bisogno di capire e decifrare. E invece basterebbe condividere. Basterebbe ascoltare e lasciar correre i brividi.
C’è una scena dove intuisci che le cose possono cambiare. Loro due sfrecciano su una Porsche rossa. Guida lei, con la sua bellezza sconvolgente; lui la guarda, imbranato. La capotte è abbassata. Ascoltano Satisfaction dei Rolling Stones. Comincia a piovere. Il tettuccio elettrico non funziona. Si bagnano. La sensazione per Don è di trovarsi sul ciglio di un nuovo mondo. Lui la considera una sensazione fuggevole, tu sai già che non sarà così. Più che un altro mondo, è un’altra vita. La sua, finalmente. È lì. Si tratta di accoglierla, liberandosi dalle proprie gabbie. Non ci sono sindromi di Asperger, né fobie che tengano. A pagina 127 è il primo momento in cui vorresti trovarti al suo posto. Non per quello che Don fa o prova, ma perché è dentro un romanzo. Dentro questo romanzo, con la vita davanti. Anzi, seduta accanto. Ha i capelli rossi e si chiama Rosie Jarman.