l’Unità 16.3.13
Camere bloccate, chiusa
la via del dialogo con il M5S
Nulla di fatto alle prime cinque votazioni per le presidenze di Montecitorio e Palazzo Madama
di Simone Collini
Ipotesi asse tra Pd e Scelta civica per Dellai-Finocchiaro o Franceschini-Mauro
Le fumate nere sia alla Camera che al Senato, con i parlamentari del Movimento 5 Stelle che fin dalla mattina si tirano fuori da ogni trattativa, gli incontri riservati tra le altre forze parlamentari e in particolare tra Pd e Scelta civica, la Lega che si propone come mediatore tra centrodestra e centrosinistra e il Pdl che rinuncia a presentare propri candidati ma chiede un Presidente della Repubblica «di garanzia», fino ad arrivare a metà pomeriggio all’ipotesi Mario Monti presidente del Senato e Dario Franceschini della Camera, che però in un paio d’ore cede il posto a quella che vedrebbe Anna Finocchiaro sullo scranno più alto di Palazzo Madama e Lorenzo Dellai su quello di Montecitorio. Ma poi c’è anche un colloquio al Quirinale tra Giorgio Napolitano e Monti (formalmente per discutere del vertice di giovedì a Bruxelles, ma non è mancata una discussione sulla giornata appena trascorsa e sulle possibili prospettive) e poi ancora una serata e una notte di riunioni di partito e tra i partiti, di telefonate e incontri nell’estremo tentativo di giungere a un’intesa in vista delle votazioni di oggi, che saranno decisive.
FALSA PARTENZA
La prima giornata della diciassettesima legislatura si chiude con un nulla di fatto. Solo i parlamentari di M5S votano i loro candidati, Roberto Fico alla Camera (108 e poi 110 e 113 voti su un totale di 109 grillini) e Luis Alberto Orellana al Senato, mentre tutti gli altri partiti vanno avanti a forza di scheda bianca e in serata non rimane che registrare tre fumate nere a Montecitorio e due a Palazzo Madama.
Per eleggere i presidenti dei due rami del Parlamento, ieri, servivano la maggioranza dei due terzi dei deputati e quella assoluta dei senatori. Non è stato possibile che si determinassero né l’una né l’altra: perché l’offerta di «corresponsabilità e condivisione» del Pd ai Cinquestelle è caduta nel vuoto («al Senato noi voteremo il nostro candidato e se non sarà al ballottaggio non voteremo alcun candidato», ha fatto sapere di primo mattino il capogruppo M5S Vito Crimi) e perché la trattativa tra Pier Luigi Bersani e Mario Monti è andata avanti per tutto il giorno senza che si trovasse un punto d’incontro.
A complicare le cose, di fronte a un Pd che si è mostrato disponibile a «rinunciare a una delle Camere per una convergenza», per dirla con Nicola Latorre, è stata anche la duplice richiesta avanzata dal leader di Scelta civica. La prima: il Professore ha chiesto che fosse lui a ricoprire il ruolo di seconda carica dello Stato. La seconda: nei ragionamenti di Monti le scelte sulle presidenze delle Camere vanno collegate alle prospettive sul governo coinvolgendo anche il Pdl.
Due punti, quelli posti dal premier, che hanno trovato freddo il Colle da un lato (le dimissioni di Monti da presidente del Consiglio aprirebbero uno scenario senza precedenti) e il Pd dall’altro («la nascita di un governo di larghe intese con il dialogo tra Pd e Pdl» di cui parla Andrea Olivero è proprio ciò che non vuole Bersani). I nodi verranno sciolti oggi. Il colloquio serale tra Napolitano e Monti è terminato con la rinuncia del premier a correre per il Senato.
IL PASSO INDIETRO DI MONTI
Ma stamattina il Professore riunirà gli eletti di Scelta civica per decidere se proporre al Pd un altro nome per Palazzo Madama (tra le ipotesi c’è Mario Mauro, inviso al Pdl visto che ha lasciato Berlusconi per passare con Monti ma che essendo stato vicepresidente del Parlamento europeo avrebbe il profilo più adatto, e Linda Lanzillotta) oppure se andare verso lo schema Finocchiaro-Dellai. Quale che sia la discussione maturata nella notte, lo schema che verrà confermato oggi dovrebbe essere quello derivante da un accordo tra Pd e Scelta civica.
OGGI SARANNO ELETTI I PRESIDENTI
Questo pomeriggio, quando non servirà più la maggioranza qualificata per eleggere i presidenti dei due rami del Parlamento (alla Camera basterà la maggioranza semplice, al Senato alla quarta votazione si andrà al ballottaggio tra i due più votati) verranno infatti riempite le due caselle e potrà partire l’attività parlamentare. E a meno di stravolgimenti di strategia nella notte sarà non più, come era nello schema originario di Bersani, sotto il segno di una «corresponsabilità» del Movimento 5 Stelle, rispetto al quale nella giornata di ieri era rimasto soltanto il leader di Sel Nichi Vendola a prospettare un coinvolgimento istituzionale.
Le due presidenze delle Camere assegnate a Pd e Scelta civica farebbero comunque mantenere in campo l’ipotesi a cui Bersani lavora dal giorno dopo le elezioni, e cioè quella che prevede la nascita di un governo di scopo costruito attorno a otto punti qualificati (e sui quali il Pd organizzerà per oggi e domani due giornate di mobilitazione) che potrebbero essere votati anche dai Cinquestelle.
Rimarrebbe il problema di incassare la fiducia al Senato, dove il centrosinistra e Scelta civica partono da 143 voti favorevoli. Come potrebbe partire Bersani? È qui che entrerebbe in gioco la Lega. Anche se Anna Finocchiaro smentisce sue trattative con il Carroccio (anche se Roberto Calderoli ha prospettato la sua elezione al Senato e un esponente Pdl alla Camera) non è un segreto che Roberto Maroni vuole evitare di tornare alle urne in tempi brevi. E che negli incontri che ci sono stati tra leghisti e democratici si è parlato anche dell’ipotesi di una fiducia tecnica. Ci si può fidare della Lega? In parte, si capirà già da come andranno le votazioni di oggi.
l’Unità 16.3.13
Il Pd appeso fino all’ultimo
E ora crescono i dubbi
I renziani critici verso le aperture ai grillini, i giovani turchi chiedono un rinnovamento più netto anche per le candidature dei democratici
di Maria Zegarelli
Una navigazione a vista così spericolata non si era mai vista. E nessuno aveva previsto che a creare l’onda più pericolosa per il segretario Pd Pier Luigi Bersani fosse il premier ancora in carica Mario Monti che ieri ha puntato i piedi sulla presidenza del Senato. Bersani ieri lo ha sentito più volte, ha cercato di spiegare al Professore che la sua elezione a Palazzo Madama comporterebbe le immediate dimissioni da Palazzo Chigi e l’interim sarebbe un’ulteriore complicazione. Un confronto serrato, andato avanti fino a tarda sera, «Mario fai tu dei nomi alternativi al tuo», il messaggio. Sia alla Camera sia al Senato, «noi siamo disponibili», Monti si è riservato la decisione dopo il colloquio con il Colle da cui arriva un deciso alt. «Adesso aspettiamo risposte da parte dell’unica forza politica, Scelta civica, che si è detta disponibile ad una corresponsabilità nei ruoli istituzionali», racconta a fine serata uno dei fedelissimi di Bersani.
Bersani salta da un incontro all’altro, ogni tanto si allontana per concedersi una boccata di sigaro, su twitter posta: «Il problema è fare un governo, ma bisogna anche governare. Ci sono cose urgenti da fare subito e stiamo perdendo settimane».
Oggi ci sarà il primo passo, l’elezione dei due presidenti delle Camere, che sarà anche un primo segnale sul governo che sarà. Schemi che si creano e si sgretolano nel giro di poche ore, con i grillini che si chiamano fuori, un pezzo del Pd (i giovani turchi soprattutto) che cercano fino alla fine di lasciare quella porta aperta, con Pippo Civati che prova pure lui a fare da pontiere, ma alla fine alza le mani, «impossibile parlarci con il M5S, però a questo punto spero che il mio partito mostri coraggio e avanzi candidature nostre nuove», cioè no Finocchiaro e Franceschini.
Mugugni sul nome dell’ex segretario del Pd anche da parte del fronte renziano che nei capannelli reclama un segno «di svecchiamento» concreto. Simona Bonafè dice che la gente «non capisce questa discussione, vuole atti concreti», chiude all’ipotesi della Camera ai grillini «senza avere le garanzie del voto di fiducia». Un tema, quello del M5S che ha agitato non poco i democrat, spaccati tra coloro che sono convinti che si sarebbe dovuto votare uno del Movimento senza chiedere nulla in cambio, e chi è convinto che per inseguire Grillo il Pd abbia già subito troppe umiliazioni.
Bersani sa che sta percorrendo l’ultimo tratto di questo strettissimo vicolo in cui è entrato dal giorno del voto, sa che nel Pd c’è chi lavora a scenari diversi dal suo, chi punta Renzi ad un governo del Presidente che porti ad elezioni a ottobre, non oltre, per rimettersi in gioco. Se andasse in porto un governo Bersani in grado di resistere oltre l’autunno (ipotesi in cui credono in pochi) per Renzi si aprirebbero troppe incognite e nessuna leadership può attraversare indenne un tempo così lungo.
A fine serata i molteplici schemi ipotizzati nell’arco dell’intera giornata si riducono sostanzialmente a due, saldati sull’unico asse che Bersani riesce a formare: Pd-Scelta civica. Se Monti (o uno dei suoi) va al Senato Franceschini resta confermato alla Camera, se invece al Senato va Anna Finocchiaro è probabile che alla Camera il presidente diventi Lorenzo Dellai, neodeputato eletto con Lista Civica. In entrambi i casi Bersani avrà ulteriori fronti interni da gestire e mai come ora il Pd rischia la sua stessa tenuta.
Lo sconcerto che si legge negli occhi di questa enorme pattuglia di neodeputati democratici che arrivano alla Camera per l’insediamento del Parlamento è l’immagine più forte di questo esordio di legislatura. Tre fumate nere a Montecitorio e due a Palazzo Madama e per tutto il giorno il Pd dà l’idea di navigare seguendo una stella non più le cinque del carro grillino che nessuno conosce bene, «noi non sappiamo nulla», assicura Bonafé. Dice una deputata bindiana: «Lo sanno soltanto Pier Luigi Bersani e i suoi più stretti collaboratori cosa sta accadendo, a noi non dicono nulla, la riunione del gruppo l’altro giorno è durata dieci minuti e questo la dice lunga».
Un balletto di supposizioni, fantasmi che aleggiano, come quello di un governo che nasce con il supporto di PdlMontiPd, «e questa sì che sarebbe la fine per noi», riflette Matteo Orfini. Cresce la sofferenza di chi ha già mandato giù a fatica l’apertura ai centristi in campagna elettorale ma Bersani va avanti per la sua strada, «abbiamo provato ad aprire un dialogo con il M5S ma da lì sono venute soltanto chiusure», è il ragionamento.
Quando incontra Enrico Letta e Dario Franceschini, nel suo studio nella Corea, riceve l’ok. «Adesso Monti deve dirci cosa intende fare. Se è disposto a indicare un nome per la Camera noi lo votiamo», assicura Franceschini. Poco dopo arriva anche una delegazione centrista formata da Pier Ferdinando Casini, Lorenzo Cesa e De Poli. Solo un incontro interlocutorio perché l’ultima parola se la riserva Monti.
il Fatto 16.3.13
Bersani, sbiadisce il sogno governo
Pd lacerato, tratta con Prof e Lega
Franceschini vuole Montecitorio
di Wanda Marra
Nico Stumpo e Davide Zoggia, i fedelissimi di Pier Luigi Bersani, si guardano intorno, appollaiati su uno degli scranni di Montecitorio. Entrambi neo deputati hanno l’aria di chi rimpiange i corridoi del Nazareno. Tanto prevedibili nelle loro infinite battaglie all’ultimo sangue. Qui è il Parlamento e ci sono pure gli altri. Mentre finisce la seconda votazione alla Camera, con i Democratici che votano diligentemente scheda bianca (anche se appare qualche Dario Franceschini in mezzo a qualche Andrea Orlando e pure a Enzo Lattuca, il più giovane democratico eletto) tramonta definitivamente l’ipotesi di “corresponsabilità” con i grillini a cui il segretario e i suoi stavano lavorando con tanta pazienza. “Sì, ormai i canali sono aperti con i montiani, dai grillini è no e basta”, conferma Zoggia. Apertura della Camera con lacerazioni, divisioni, incertezze e amarezze per il Pd. E il nuovo perdente di rito. Bersani arriva presto alla buvette, si ferma a scambiare due parole con Bruno Vespa sul Papa, dà una pacca sulla spalla al figlio di un neo onorevole: “Deputato anche tu? ”.
LA FACCIA tirata, lo sguardo scarico, dicono tutto, come fa notare maliziosamente più tardi un renziano. In Transatlantico è il caos più assoluto. Nel gruppo democratico ci sono tantissime facce nuove, ma non c’è traccia d’euforia. “Se non ci mettete pressione, prendiamo una decisione”, prova a sdrammatizzare il giovane turco Andrea Orlando. Per loro la linea la dà Matteo Orfini, neo deputato anche lui: “Siamo per votare alla presidenza della Camera un 5 Stelle anche con atto unilaterale”. Gli ex popolari (e non solo loro) sono tutt’altro che d’accordo. Dario Franceschini che su quella carica ci ha messo gli occhi in un’epoca precedente, non ci rinuncia. Veltroniani ed ex popolari (più o meno) stanno con lui. La trattativa è nelle mani di Bersani, di Migliavacca, di Errani. Nel rumore incessante del Transatlantico sembra quasi impossibile trovare un filo. “Non abbiamo una strategia, che stiamo facendo? ”, commenta una giovane democratica. Mario Monti vuole la presidenza del Senato. Nel Pd per una volta sono tutti contrari. Corre il panico lo stesso: se il Pd non lo vota, casomai lui si va a cercare i voti del Pdl. I Democratici vacillano, oscillano. “Noi non ci stiamo a votare così, per favorire un partito. Vogliamo valutare la persona”, commenta il neo eletto renziano, Carbone. Loro c’hanno l’aria di chi osserva dal di fuori come va a finire. Senza convinzione. “Perdiamo tempo così? ”, si chiede Matteo Richetti. Le trattative proseguono. A Monti arriva lo stop. In pole position per Palazzo Madama c’è Anna Finocchiaro, che sarebbe votata dalla Lega. I bersaniani intravedono una nuova via d’uscita: governo di minoranza con i voti del Carroccio e di Scelta Civica. Un montiano, lo metterebbero sul seggio più alto di Montecitorio. Riappare Bersani. Una passeggiata per il Transatlantico. Una battuta: “Il problema è fare un governo, ma intanto bisogna anche governare. Servono misure urgenti”. Vertice improvvisato con Letta e Franceschini nel tardo pomeriggio. Bisogna far ingoiare a quest’ultimo la non elezione per dare Montecitorio a un centrista. Lui resiste. Intanto l’incontro finale dei gruppi che doveva essere in serata, slitta in nottata. Poi, a stamattina alle 8 e mezza. Vendola che in Senato 7 seggi ce li ha fa sapere che lui vuole dare Montecitorio ai grillini. E poi, vota la Finocchiaro con la Lega?
I GIOVANI turchi buttano la loro bomba: “Né Finocchiaro, né Franceschini. Non li votiamo”. “Non dovevano puntare su due d’apparato”. Parola del vecchio deputato calabrese, Gigi Meduri. “Monti deve dire che vuol fare. Si deciderà in nottata” spiegano dal Pd.
La Stampa 16.3.13
Il Pd tratta con Monti e guarda al Carroccio
Ipotesi Dellai-Finocchiaro e governo con i voti lumbard
I quarantenni: serve un segnale di cambiamento
I giovani turchi pronti al golpe: votiamo la Boldrini
di Carlo Bertini
«Ormai è chiaro che il problema non sono più i grillini, loro hanno detto che se ne fregano e tirano dritti da soli. Quindi con loro il discorso è chiuso, ora il problema è Monti e Scelta Civica, vediamo cosa vogliono fare». Pierluigi Bersani per tutto il giorno tenta l’ultima mediazione, tiene i contatti col Professore per capire se può sacrificare la candidatura di Dario Franceschini alla Camera per far posto a quella di un montiano come Lorenzo Dellai e puntare al Senato su una candidatura forte e gradita anche ad altre forze politiche come Anna Finocchiaro. Anche perché sullo sfondo si affaccia l’ipotesi del tutto nuova di un possibile governo a guida Pd che possa magari incassare non solo i voti dei montiani ma anche un placet della Lega. Ma fino a tarda sera il rebus delle presidenze delle Camere resta aperto e il Pd rischia di implodere sotto una serie di terremoti sotterranei che potrebbero venir fuori allo scoperto stamani alla riunione dei gruppi congiunti Pd-Sel. Perché sull’opzione che tiene banco per ore di procedere con l’accoppiata Franceschini-Monti non solo c’è l’ostilità dei renziani, ma anche una metà del gruppo Pd è pronto alle barricate, con una saldatura tra «giovani turchi», rottamatori e molti dei nuovi arrivati, che chiedono a gran voce un segnale di rinnovamento. E nel caso di rottura di ogni accordo con i montiani, se verrà proposto il tandem Franceschini-Finocchiaro sorgerà un altro problema: i «giovani turchi» sono pronti al «golpe», lanciando candidature alternative e sostenendone altre di Sel come Laura Boldrini, «perché altrimenti daremmo un segnale negativo a chi ci ha votato e senza i voti di Vendola non si elegge nessuno», minaccia Orfini.
E dopo un vertice di un’ora tra Bersani, Letta e Franceschini, allargato a Casini e Cesa e dopo contatti a tutti i livelli tra i leader ecco cosa resta sul campo: «Sembra ferma la candidatura della Finocchiaro, su quella ci sarebbero anche i voti della Lega. Per il resto aspettiamo che Monti ci dia una risposta su altri candidati alla Camera come Dellai», racconta uno dei papabili alla carica di capogruppo del Pd. Perché è nota l’irritazione del Professore per una soluzione diversa da una sua candidatura al Senato, alla quale però difficilmente il Pd potrebbe dire di sì senza rischiare la spaccatura. Ipotesi che perde vigore non solo per le complicazioni istituzionali che comporterebbe, ma per la netta ostilità in seno al partito di affidare una carica del genere a Monti «che potrebbe prefigurare una diversa maggioranza col Pdl per assetti futuri di governo», spiega un bersaniano. Mentre tenere il Senato e concedere la Camera a Scelta Civica sarebbe una soluzione che metterebbe d’accordo anche i pasdaran del Pd, perché, ammette Stefano Fassina, «certo andare su Dellai e Franceschini sarebbe una opzione più accettabile, anche perché vorrebbe dire che Monti sarebbe pronto ad appoggiare un nostro governo». «Tutti mi chiedono se i leghisti sarebbero disposti ad appoggiare anche un governo Bersani e non solo della Finocchiaro», ammette Daniele Marantelli, che vanta i migliori rapporti col Carroccio, dopo esser stato convocato al vertice dei «giovani turchi» con Fassina e Orfini.
Proprio questo è l’elemento di novità di una giornata avvolta nella nebbia: lo stesso Bersani sembra essere ormai conscio che il tentativo di formare un «governo del cambiamento» con il placet dei grillini sia molto in salita e ammette che il Paese ha bisogno di un governo. «Mentre qui discutiamo di cose nobili, l’economia va a rotoli e bisogna prendere in fretta delle decisioni». Anche se i suoi uomini quando si parla della fine di ogni apertura ai grillini in chiave di governo e di un esecutivo del Presidente affidato alla Finocchiaro fanno notare che «la scelta delle presidenze e il tema dell’esecutivo non sono legati per forza tra loro: sul governo te la devi giocare rischiando e non è detto che se cambi uno che ha vinto le primarie con qualcuno che magari prende pure i voti del Pdl diventi tutto più facile, anzi... ».
Corriere 16.3.13
Democratici alla conta. Bersani «chiama» la Lega
Il no a Franceschini dei «quarantenni» di Orlando
La strategia del leader per l'esecutivo
di Maria Teresa Meli
ROMA — Le divisioni sono il pane quotidiano del Pd, ma ieri, per la prima volta, una fronda consistente è uscita allo scoperto. È guidata dai cosiddetti «giovani turchi», i quarantenni della sinistra bersaniana che non intendono votare Dario Franceschini alla Camera.
Minaccia Matteo Orfini conversando con i compagni di corrente: «Stiamo preparando un golpe». Spiega Andrea Orlando: «Per carità io non ho niente di personale contro Finocchiaro e Franceschini. Sono due stimabilissime persone, però non ci si può presentare con le loro due candidature: sanno di «vecchio» e invece ci vuole assolutamente un segno di discontinuità, a meno che non vogliamo che Grillo raggiunga l'80 per cento». Chiude il cerchio Stefano Fassina: «Lorenzo Dellai alla Camera e Anna al Senato. Questa è una buona ipotesi, a patto ovviamente che Monti dia il via libera». Il lettiano Francesco Boccia concorda: «Bisogna dare un segnale di rinnovamento: Finocchiaro al Senato è inevitabile perché ha i voti della Lega, mentre alla Camera Dellai sarebbe una soluzione». E sembra una soluzione anche allo stesso segretario e al suo vice Enrico Letta, che parlano con Pier Ferdinando Casini e Lorenzo Cesa per capire se nel fronte montiano ci sia chi può convincere il premier ad accettare questa soluzione che ieri mattina lo aveva fatto andare su tutte le furie, perché Dellai era stato contattato dal Pd senza interpellare prima lui.
Ma se il presidente del Consiglio dovesse rimanere irremovibile e non dare questo via libera? «Allora — spiega a un capannello di deputati Matteo Orfini — proponiamo qualcun altro, uno nostro o uno di Sel». Così in questa giornata più che convulsa qualcuno fa il nome di Andrea Orlando, ma lui smentisce. Dario Franceschini, però, non è pessimista: ritiene che Monti non darà l'ok all'operazione Dellai e che il golpe contro di lui fallirà. Anche perché difficilmente Bersani potrebbe sbarrargli il passo se l'ipotesi di un montiano alla Camera dovesse tramontare. Del resto, il leader del Partito democratico lo aveva già detto l'altro ieri ad alcuni deputati: «Noi cerchiamo la corresponsabilità, andremo con Franceschini e Finocchiaro solo se saremo costretti perché non vi saranno le condizioni per fare altrimenti». Ecco perché Franceschini non dispera. Tant'è vero che tra il serio e il faceto incrociando un giornalista di un quotidiano di centrodestra gli dice: «Mi tratterete meglio del mio predecessore?».
Ma nei corridoi di Montecitorio non si parla solo delle presidenze delle Camere. Infatti c'è già chi pensa al governo. «Bisogna farlo velocemente perché i problemi sono veramente troppi e urgenti. Occorre governare questo Paese», spiega in Transatlantico Pier Luigi Bersani. Non più con i grillini: quel tentativo è naufragato. «È un discorso chiuso», precisa il leader. E allora? E allora il gruppo dirigente del Partito democratico punta ora ad aprire un canale di comunicazione con la Lega. Nessuno chiede i voti al Carroccio, perché si sa che questo è impossibile, però in cambio di un nono punto nel programma di Bersani (sul federalismo e le macroregioni), i senatori leghisti, con qualche assenza ben calcolata ed evitando di dare la sfiducia, potrebbero consentire al governo di prendere il via. Bersani, che a Montecitorio incontra Umberto Bossi e ha un lungo colloquio con Giancarlo Giorgetti, sgrana gli occhi quando gli si chiede se vuole avviare un dialogo con la Lega. Però non smentisce con particolare fermezza nè con eccessiva veemenza. E infatti i giornalisti non interpretano il suo come un «no».
Dunque la Lega. Che non vuole andare alle elezioni e che ha bisogno di due anni di tranquillità. Nichi Vendola quando sente dell'ultima trattativa non sbarra la porta: «Vediamo», si limita a dire il leader di Sel. In questo clima il deputato più ricercato è Daniele Marantelli, varesotto, grande amico sia di Roberto Maroni che di Umberto Bossi. I «giovani turchi» lo invitano alla loro riunione per capire quali potrebbero essere le vere mosse del Carroccio. La domanda che gli viene rivolta più frequentemente è questa: «Ma la Lega darebbe un via libera solo a un governo Finocchiaro o anche a un governo Bersani». Il nodo non si scioglie. E comunque un po' tutti nel Partito democratico pensano che questa soluzione sia molto complicata da spiegare all'elettorato di centrosinistra.
A questo punto in una parte del Pd aleggia un sospetto: che sotto sotto il segretario abbia in mente quella che è stata ribattezzata scherzosamente la soluzione Zabriskie Point. Il riferimento è alla scena finale del film di Michelangelo Antonioni: quella in cui una villa salta in aria. In questo caso a saltare in aria sarebbero tutte le opzioni diverse dalle elezioni a giugno. C'è chi giura che Bersani in realtà punti a questo, con l'intenzione di guidare il centrosinistra verso nuove elezioni.
Repubblica 16.3.13
Stop di Bersani alle larghe intese ma nel Pd è scontro sull’addio a Grillo
I renziani: era ora. Giovani Turchi: nomi nuovi per le Camere
di Giovanna Casadio
ROMA — Esce per prendere una boccata d’aria fuori dall’aula di Montecitorio, Bersani. I collaboratori lo raggiungono con un pacco di agenzie sulla crisi che morde, sul muratore trapanese suicida... e il leader democratico allontana per l’ennesima volta l’ipotesi di un governo delle larghe intese: «Il problema non è fare un governo, ma governare per fare delle cose subito, noi comunque un po’ il giaguaro l’abbiamo smacchiato...e finché io sto qui non permetterò le larghe intese anche se so che nel mio partito qualcuno ci pensa». Bersani è irritato con D’Alema e con lo “schema B” per uscire dall’impasse politico. Il “lider Maximo” - autorottamato e non più parlamentare - smentisce seccamente con una nota d’agenzia di occuparsi di queste faccende. Sono le 12,30, Bersani ha finalmente un colloquio telefonico con Monti. I renziani parlano di svolta: «Gli è finito il torcicollo verso i grillini», dicono.
Finito davvero? Non ci sarebbe voluto neppure «questo traccheggiare» sulle schede bianche, per i renziani. Ma Matteo Renzi fa da pontiere con i suoi: «Non mi metto a litigare sulle schede bianche, preferisco lavorare sui cantieri bloccati dal patto di stabilità, però così - si sfoga - rischiamo il suicidio». Della fine ormai certa di una possibile alleanza con Grillo, sono contenti il vice segretario, Enrico Letta e Dario Franceschini. Scontenti i “giovani turchi” -Fassina, Orfini, Orlando - che apprezzano invece la dichiarazione di Vendola arrivata come lo squarcio di un fulmine nel pieno della tempesta, del tutto attesa: il centrosinistra dovrebbe votare il grillino Fico. Un manifesto programmatico, non una disobbedienza. Nella giornata più lunga, il Pd finisce sulle montagne russe delle prove di accordo per le presidenze delle Camere. Ma soprattutto Bersani si gioca il tutto per tutto. E nel partito è cominciata la fine della tregua.
«Era in un vicolo cieco, Pierluigi. Con la mossa dell’apertura ai montiani esce dalla trincea, dall’isolamento », ragiona Paolo Gentiloni. Ma per fare cosa? Può ancora andare da Napolitano a chiedere un incarico per un governo di minoranza guidato da lui? I renziani sono sostenitori di un “governo del presidente”. Matteo Richetti, braccio destro di Renzi, lo racconta così: «Bersani è come uno che ha un pezzetto di insalata sul dente a fine pranzo: tutti si danno di gomito indicandolo, ma nessuno ha il coraggio di dirglielo». Avrebbero dovuto essere insomma gli stessi bersaniani ad avvertirlo che la strada era sbagliata.
La partita istituzionale per le presidenze, prima ancora di quella per il governo, si intreccia al destino del leader del Pd. Anche se la resa dei conti sulla leadership - dicono tutti - non è in agenda subito. Tra qualche settimana. C’è molta carne al fuoco democratico. Un giro di riunioni, incontri, colloqui tra leader distanti che si scoprono in sintonia. Scomposizione e nuova composizione delle correnti. Ad esempio, sulla necessità di convincere Franceschini a fare un passo indietro in nome dell’accordo per il montiano Dellai alla Camera e la pd Anna Finocchiaro al Senato il fronte sembra ampio. «Dario fa un passo indietro? Decide l’assemblea di tutto il centrosinistra con Sel e il Centro di Tabacci», si meraviglia Antonello Giacomelli, ex capo della segreteria di Franceschini.
Alle 17,20 Bersani convoca nell’aula della Camera in una pausa delle votazioni, i deputati Orfini, Fassina, Cuperlo e c’è anche il varesino Daniele Marantelli ufficiale di collegamento con la Lega. Dicono al segretario: «Onestamente, non possiamo riproporre i vecchi capigruppo per le massime cariche, Franceschini e Finocchiaro ». Si fa il nome di Andrea Orlando, ligure, responsabile Giustizia del partito. Pippo Civati, che è al primo giorno da deputato ma con un curriculum politico lungo da “rompiscatole” nel partito - come lui stesso ammette - dichiara che piuttosto voterebbe una faccia nuova montiana e non i soliti noti democratici. Scoppia un putiferio di polemiche, copione collaudato. Ma questa volta la posta in gioco è alta: per Bersani, e per il futuro di un Pd
che non ha saputo portare il centrosinistra alla vittoria e arginare lo tsunami grillino. Nella riunione con Letta e Franceschini (Casini passa per un saluto) che alle 20 chiude la giornata politica di Bersani, è il vice segretario a riconoscere: «Dario è chiaro che ci tiene alla presidenza di Montecitorio, è il candidato più accreditato, però se in cambio c’è l’accordo con Monti, sarà pronto ad accettare».
La Stampa 16.3.13
Il capolavoro della confusione
di Marcello Sorgi
Il caos che per tutto il giorno di ieri ha accompagnato l’apertura della legislatura, e la fallita elezione dei due presidenti delle Camere, non deve impressionare: era in qualche modo scontato che le prime votazioni si sarebbero risolte in fumate nere, così come è certo, o almeno molto probabile, che stasera conosceremo i nomi della seconda e della terza carica dello Stato. Quello della seconda, in serata, correva di bocca in bocca nei corridoi del Senato: Anna Finocchiaro. Donna e senatrice di grande esperienza, già capogruppo del Pd, ha trovato il consenso, non solo del suo partito, ma a sorpresa anche della Lega Nord, realizzando un’inedita convergenza bipartizan tra sinistra e destra che è il miglior viatico per l’ascesa a un ruolo istituzionale. E collocandosi, se sarà eletta, in pole position per la guida di un governo di tregua come quello che Napolitano tenterà di formare a partire dalla prossima settimana.
Perché allora, se si era delineata una prospettiva, s’è lasciato che la giornata precipitasse nella confusione più totale, senza un filo di comunicazione, né di interlocuzione, tra le forze politiche che avrebbero dovuto affrontare e risolvere il problema? Una dopo l’altra, tutte le ipotesi messe in campo sono naufragate senza speranza. Bersani, il leader della «vittoria mancata» del Pd, è partito dall’idea di agganciare il Movimento 5 Stelle con l’offerta della presidenza della Camera e coinvolgerlo nell’elezione del presidente del Senato, che nei suoi piani avrebbe dovuto essere un esponente della lista di Monti, possibilmente l’ex capogruppo del Pdl Mario Mauro, passato con il partito del presidente del Consiglio. Ma Grillo non gli ha dato ascolto, ha dato ordine ai suoi di votare per i candidati del M5S e basta. Quanto a Monti, a sorpresa, ha detto che non avrebbe accettato un’intesa solo con il centrosinistra e s’è candidato in prima persona alla presidenza del Senato.
Oltre a preoccupare Napolitano per le conseguenze delicate che provocherebbe (Monti dovrebbe dimettersi da Palazzo Chigi, affidando provvisoriamente la guida del governo a un vicepresidente ad interim da nominare in extremis, forse il ministro dell’Interno), l’imprevista ambizione del premier, manifestata in assenza di un patto politico per realizzarla, ha ulteriormente complicato le cose. Il regolamento del Senato prevede infatti che dalla quarta votazione in poi venga eletto presidente in un ballottaggio il candidato che raccoglie più voti. Teoricamente, se il Pd, per non ritrovarsi a votare insieme con il Pdl, dovesse decidere di votare per un proprio candidato, Monti potrebbe essere eletto lo stesso con i voti dei suoi senatori e di quelli berlusconiani, che scenderebbero in suo appoggio al solo scopo di mettere ancor di più in difficoltà Bersani. Ed é anche per questo che la Lega, in dissenso, s’è detta pronta a confluire sulla Finocchiaro.
Una partita così complicata - una specie di terremoto che prosegue per successivi smottamenti - ha nel Pd il suo epicentro. Il partito che ha la maggioranza assoluta alla Camera (grazie al premio elettorale del Porcellum) e quella relativa al Senato avrebbe potuto agevolmente puntare ad eleggere autonomamente due suoi esponenti, come forse alla fine dovrà fare. Ma forse anche per lasciarsi le mani più libere nella successiva corsa per il Quirinale, ha scelto legittimamente di confrontarsi e di allargare la ricerca di una soluzione condivisa. Puntando tuttavia sull’unico interlocutore - Grillo - che in tutte le salse gli aveva preannunciato un «no» pregiudiziale, e dando per scontato un alleato Monti - che, pur consultato, non aveva dato alcuna disponibilità. Così facendo Bersani è andato a sbattere contro un primo e un secondo muro.
Il terzo lo ha visto alzarsi in nottata all’interno del suo partito. Se voleva a tutti i costi far presiedere la Camera da un grillino - gli é stato fatto notare - non doveva far altro che votare subito per il candidato del M5S. Se invece pensava di approfittare dell’occasione favorevole, e intanto portare a casa le due presidenze per due esponenti del Pd, non avrebbe dovuto perder tempo appresso a Grillo, e una volta incassato il primo «no», ripiegare sui propri candidati, Finocchiaro al Senato e Franceschini alla Camera. Però, a questo punto, dopo aver presentato all’esterno per giorni e giorni la scelta dell’alleanza con Grillo come una ineludibile svolta di rinnovamento imposta dai risultati del voto, la proposta dei due rispettabilissimi ex-capigruppo della scorsa legislatura per la promozione alle presidenze delle Camere rischia di essere attaccata perchè troppo conservatrice, o non necessariamente audace, come appunto il voto degli italiani avrebbe richiesto. Parola più, parola meno, è quel che non pochi parlamentari del Pd hanno fatto notare a Bersani nell’assemblea notturna dei gruppi. Con il risultato finale che a Franceschini è stata opposta la candidatura di Andrea Orlando, e che oggi, nella votazione in cui i 345 deputati del partito dovrebbero eleggersi da soli il loro presidente, basterebbero una trentina di franchi tiratori per impallinarlo.
Si sa, la politica italiana è complicata, e il passaggio dalla logica «militare», si fa per dire, delle coalizioni maggioritarie, a quella più tradizionale del proporzionale e della partitocrazia, non l’ha certo aiutata a migliorare. Ma un simile capolavoro, all’inaugurazione di una legislatura nata già zoppa, va oltre qualsiasi previsione. Comunque vada a finire, una sola cosa è certa: Grillo ringrazia. Alle prossime elezioni - non ci vorrà poi molto - in uno dei suoi spettacoli, gli basterà far rivedere il film di questa giornata per accrescere i suoi voti.
Corriere 16.3.13
I leader di Pd e Pdl e il «punto d'incontro» per tornare al voto
Perché il Cavaliere è pronto a far passare i candidati democratici per le presidenze
di Francesco Verderami
Bersani e Berlusconi vanno dannunzianamente verso le elezioni. Un passo alla volta, perché il tacito patto rimanga al riparo dagli imprevisti, dai giochi di quanti nei rispettivi partiti vorrebbero ribellarsi a un destino che appare già segnato. Per garantire l'accordo serve che ognuno faccia la propria parte, e anche ieri — sulle presidenze delle Camere — i due acerrimi alleati hanno tenuto fede al copione.
Se è vero che i leader del Pd e del Pdl puntano al voto in giugno per garantirsi la rivincita, devono infatti affrettarsi e non perder tempo con un braccio di ferro sulle presidenze delle Camere, che contano poco o nulla in questa legislatura nata moribonda. Così Bersani ha inviato a Berlusconi un messaggio che è stato recepito: per consentire il rapido disbrigo della pratica, l'idea è di affidare gli scranni di palazzo Madama e di Montecitorio a esponenti del Pd, «ma solo per stabilizzare le istituzioni e avviare i lavori parlamentari, pronti a sacrificare le nuove cariche se fosse necessario».
E c'è un motivo se in serata il Cavaliere ha pubblicamente dato il benestare all'operazione, annunciando che il Pdl «si chiama fuori da ogni trattativa di spartizione delle cariche istituzionali». Le sirene montiane — che volevano sparigliare la partita del Senato — stavano tentando di far presa su una parte del Pdl sensibile alle lusinghe del premier, desideroso di restituirsi a un ruolo terzo in vista della corsa al Colle. Palazzo Madama sembrava alla portata del Professore, o almeno così credeva, dato che Bersani gli aveva offerto il posto. Ma si è trattato di un sofisticato gioco politico messo in atto con la (tacita) complicità dell'acerrimo alleato.
Il segretario del Pd, infatti, non poteva non sapere della contrarietà di Napolitano all'idea che Monti abbandonasse Palazzo Chigi, e ha lasciato che il premier ci sbattesse il muso. Perché il capo dello Stato è trasalito quando si è visto produrre dal premier una serie di documenti che — a detta del Professore — consentivano il trasloco, ed ha opposto il veto al termine di un colloquio burrascoso. A quel punto Bersani, che teorizzava l'affidamento di una Camera all'opposizione, ha offerto a Monti un'altra opzione: quella di indicare un esponente di Scelta Civica per lo scranno di Montecitorio, «magari Dellai».
Era una proposta vera o solo una messinscena? Perché il capo dei Democrat non è parso sorpreso al termine dell'ennesimo rendez vous con il premier, che ha dato fumata nera: «Monti — ha commentato — pensa soltanto a se stesso. Doveva essere una risorsa, è diventato invece un ostacolo. Un problema». Ed è un convincimento che si sta facendo strada anche nei gruppi parlamentari centristi, dove cova ormai un certo malcontento verso il leader. Eppoi, il Professore, non si era detto disponibile alla presidenza del Senato «solo» se fosse stato votato anche dal Pdl?
Ma né Berlusconi né Bersani hanno interesse a dare centralità e ruolo politico ai montiani, che il voto ha reso irrilevanti: il loro obiettivo semmai è di spartirsi le spoglie del centro in vista delle urne. È questo il senso dell'offerta per la Camera avanzata dal capo del Pd a Scelta Civica, così da precostituire un accordo politico per le prossime elezioni. D'altronde tutte le mosse di Bersani inducono a prefigurare un repentino finale di legislatura: pur di non fare il governo con l'acerrimo alleato ha tentato il patto coi diavoli, con Grillo e con la Lega, portabandiera dell'antieuropeismo. Due strade senza via d'uscita.
Certo, il Carroccio — pur di non tornare al voto — sarebbe disposto a garantire il numero legale al Senato, ma oltre non potrebbe andare. È vero che nel Palazzo se ne son viste tante, però un governo Bersani-Monti con l'appoggio esterno di Maroni appartiene alla sfera onirica, dato che il leader della Lega è da poco giunto al Pirellone grazie al Cavaliere. Perciò, se ogni variabile è già stata bruciata, se anche «il governo del presidente» per cambiare la legge elettorale «farà la stessa sorte - come anticipa il pdl Rotondi — perché né Bersani nè Berlusconi vogliono cambiare il Porcellum in questa delicata situazione», non restano che le urne. Entrambi hanno già pronta la campagna elettorale. Il leader del Pd accuserà i grillini di irresponsabilità, e così farà Berlusconi, il cui profilo dialogante piace agli elettori: «Lo dicono i miei sondaggi».
Rimane una piccola questione da risolvere: il Quirinale. Scartato Prodi, che — secondo il Cavaliere — «nutre un odio viscerale nei miei confronti», messi da parte Amato e D'Alema, non c'è che Napolitano. È vero che il capo dello Stato ha più volte detto di non volersi ricandidare, «ma se lo votassimo — sostiene Berlusconi — come potrebbe opporsi alla rielezione?». Anche i montiani l'hanno capito, «e a quel punto — spiega un autorevole dirigente centrista — se restasse l'unica opzione, sarebbe lui a portarci tutti al voto in giugno».
l’Unità 16.3.13
Ineleggibilità
In giunta la grillina Fucksia non dice nulla sul Cav
La notizia, in tarda mattinata, è arrivata da alcuni membri della giunta provvisoria: nel corso della riunione della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato la rappresentante del M5S, Serenella Fucksia, non ha sollevato la questione dell’ineleggibilità del leader del Pdl, Silvio Berlusconi. In mattinata su Facebook il capogruppo di M5S, Vito Crimi, aveva affermato che avrebbero sollevato la questione, appellandosi alla legge del 1957 sull’ineleggibilità in caso di conflitto di interessi. Nel corso della riunione di giunta si è
invece affrontata solo la questione dei subentri dei senatori. A norma di regolamento la giunta provvisoria non decide della ineleggibilità, «ma lei avrebbe potuto porre il tema, eccome», dicono da Palazzo Madama. La notizia esce sul web e su facebook si punta il dito sulla grillina. Di Pietro rilancia: «Perché oggi in Parlamento nessuno ha sollevato la questione della ineleggibilità di Berlusconi?». Mentre Crimi diffonde una nota: «Lo faremo, oggi la giunta poteva solo valutare le opzioni dei senatori eletti in più di una circoscrizione, nulla di più».
Repubblica 16.3.13
Perché Berlusconi era ed è ineleggibile
di Giovanni Valentini
È RISAPUTO che la legge non è uguale per tutti. Basta disporre di buoni avvocati, molti soldi, e non fai un’ora di galera. Berlusconi è un caso limite ma illuminante.
(da “Il Grillo canta sempre al tramonto” di Dario Fo, Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo – Chiarelettere, 2013)
Da quando viene pubblicata questa rubrica, e cioè ormai da più di dodici anni, avremo detto e ridetto centinaia di volte – qui o anche prima in altre pagine del giornale – che Silvio Berlusconi era ed è ineleggibile, cercando di spiegarne la motivazione giuridica. Ora, con l’avvento dei “grillini” sulla scena politica, la questione è tornata (finalmente) all’ordine del giorno e molti la scoprono soltanto adesso come la classica acqua calda, confondendola con il problema irrisolto del conflitto di interessi. E naturalmente, si riapre anche l’annosa “querelle” sull’opportunità di sconfiggere il Cavaliere sul piano politico piuttosto che per via giudiziaria.
Chiariamo subito che un conto è l’ineleggibilità e un altro conto è il conflitto di interessi. Berlusconi è ineleggibile, a norma della legge n.361 del ’57 tuttora in vigore, non perché sia un imprenditore o comunque un uomo ricco. Ma per la sostanziale ragione che aveva e ha lo status di concessionario pubblico, titolare di un contratto con lo Stato: di conseguenza, non può essere eletto al Parlamento, cioè non può far parte di quel potere legislativo che deve controllare il potere esecutivo, da cui dipende la regolamentazione delle sue aziende private.
Si tratta, dunque, di un principio tanto elementare quanto fondamentale. Non è una legge “ad personam”, contro il Cavaliere. È una legge “erga omnes” che vale per tutti coloro che si trovano nella stessa condizione, sia che si tratti di concessioni televisive sia di concessioni ferroviarie o di qualsiasi altro genere. Ed è stata già applicata in tante altre situazioni minori.
Il fatto è che nel ’94, quando Berlusconi entrò per la prima volta alla Camera, la Giunta per le elezioni di Montecitorio – a maggioranza di centrodestra – decise con un escamotage che a lui la legge del ’57 non si doveva applicare. Per il semplice motivo che formalmente il Cavaliere non risulta titolare delle concessioni tv
“in proprio o in qualità di legale rappresentante della società” di cui è proprietario.
Sarebbe bastato aggiungere una riga per estendere esplicitamente la norma anche all’azionista di riferimento, ma il Parlamento non ritenne di farlo né allora né in seguito. Neppure quando il centrosinistra conquistò la maggioranza, sebbene di poco e per poco, considerando ormai archiviata la pratica. Fu certamente un errore e qui non abbiamo mancato a suo tempo di rilevarlo e di contestarlo.
Poi viene la questione del conflitto di interessi. Ma questo riguarda qualunque imprenditore o finanziere che si trovi ad assumere una carica politica o amministrativa, per cui è opportuno che affidi a un “blind trust” (o fondo cieco, come lo chiamano i capitalisti americani) la gestione del suo patrimonio mobiliare o immobiliare per tutta la durata del mandato, in modo da evitare favoritismi o vantaggi. Per il concessionario pubblico, in particolare in un settore politicamente nevralgico come quello della comunicazione televisiva, il problema non si pone neppure: nel senso che dovrebbe essere risolto alla radice, appunto in forza della normativa sull’ineleggibilità.
E infine, la polemica sulla “via giudiziaria”, già innescata in passato per Bettino Craxi & C. all’epoca di Tangentopoli. Per quante colpe si possano addebitare ai magistrati italiani, o meglio a una parte di loro, la verità è che Berlusconi non è “perseguitato” – come dice lui – dalla magistratura perché è entrato in politica, ma al contrario è entrato in politica proprio per non essere perseguito dalla magistratura: cioè per sottrarsi alle accuse che riguardano la sua attività pregressa di impresario televisivo, a cui si sono aggiunte poi quelle più recenti di corruzione politica. Ed è di tutto ciò, appunto, che deve rispondere ora alla giustizia.
l’Unità 16.3.13
Volantini alla Camera: no al vincolo di mandato
«Art. 67: ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato».
Semplici fogli di carta, e a grandi caratteri in grassetto il cuore dell'articolo 67 della Costituzione. Sono i volantini comparsi alla Camera, e lasciati sui divani del Transatlantico. Non si sa chi sia l'autore, ma il destinatario sembra evidente: Beppe Grillo e il suo attacco alla libertà di mandato degli eletti.
Non a caso si sente costretto a intervenire sull’argomento il
capogruppo incaricato del Movimento 5 Stelle al Senato, Vito Crimi, conversando con i giornalisti a Palazzo Madama: «Noi non abbiamo mai parlato di una modifica dell'articolo 67 della Costituzione, il vincolo di mandato è un elemento importante ma, come tutte le cose in Italia, è stato deviato e deformato».
Crimi ha anche ipotizzato un sistema di «recall» per i parlamentari ad opera dei cittadini che li hanno eletti nell’ottica di una maggiore trasparenza dei lavori parlamentari e dell'attività politica.
l’Unità 16.3.13
Dal cappio all’apriscatole
Le provocazioni in Aula
«Apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno», scrive Grillo sul web
E l’arnese spunta su uno scranno, insieme alla spilletta dei 5stelle
di Toni Jop
Come in una sorta di sbilenco calendario cinese, eccoci giunti – se i segni del tempo non mentono come gli uomini – nell’era dell’Apriscatole. L’hanno inaugurata ieri sui banchi del Senato i portabandiera della new wave grillina che hanno provveduto a installare con pazienza didascalica un messaggio destinato ai posteri. L’immagine, poi, ha fatto il giro del web e ha certamente superato i confini del piccolo mondo antico che si chiama Italia. Un robusto apriscatole, affidabile, e accanto una spilletta del Movimento Cinque Stelle; il tutto, adagiato sul legno abusato dell’aula di Palazzo Madama; sul fondo, gradinate e figure, ombre di senatori.
Tre i firmatari di questo chiodo simbolico, con nome e cognome: Maurizio Buccarella, Barbara Lezzi e Daniela Donno. Su Facebook, dove hanno postato l’installazione, hanno scritto: «In tre dal Salento, con l’apriscatole in Senato». Una tenera cartolina per parenti e amici e sodali, spedita da un fronte sfavillante dove pare che la guerra non sia, che il Paese non sia in rotta, che chi non ha non sia condannato al sesto grado dell’esistenza. Curioso: in questa «guerra» all’implosione del Paese e alla povertà, il fronte è il luogo più dolce e garantito. L’inferno semmai abita le retrovie, lontano dagli stucchi, dai premurosi commessi, dalle telecamere, dalle interviste negate, dal teatro neoclassico delle verginità negate messo in scena dalle truppe grilline davanti all’allibito pubblico della sinistra.
Per questo, il messaggio Cinque Stelle porta con sé una bella voglia di gioco liceale, la comunicazione di una eccitazione da primo giorno di scuola che surclassa la tensione dei programmi, degli esami, delle lezioni da recuperare. Ci penseranno più avanti, adesso è il momento felice dell’Apriscatole. Nel nome e per conto del Capo. Perché è lui che li ha benedetti al grido: «Apriremo il Parlamento come una scatola di tonno», è lui che li ha messi sulla strada giusta e vien da ridere al pensiero che si stia qui a raccontare e a dare un senso meno scolastico a un evento chiuso in una cartolina spensierata spedita dai banchi della seconda Assemblea del Paese.
Il progetto politico è aprire il Parlamento come una scatola di tonno, il Capo non è lì con loro ma vogliono si sappia che sono con lui e con il suo spirito; sono loro l’anonimo Apriscatole, gli umili servitori della nuova era che cancellerà partiti e sindacati, destra e sinistra, giornali e tv che non si arrendono a questo abbagliante «Sturm und Drang» ornato di nuovi altari, dedito a nuove divinità.
LA RASTRELLIERA DEGLI ARNESI
Tuttavia, il nuovo rappresentato da quel semplice utensile domestico trova immediatamente posto nella sintetica ma significativa rastrelliera di oggetti di consumo chiamati nella prima scena del Paese a nuova soggettività, spinti dal bisogno di marcare altrettanto nuovi valori e nuovi simboli. Oggetti che la storia recente del Parlamento ha provveduto a sistemare in bacheca con infinita pazienza. E questa docilità rispetto alla classificazione del gesto, più che fratture sembra accreditare una fastidiosa circolarità della storia, una lettura della nostra vicenda istituzionale chiusa nella ruota di un irrefrenabile criceto.
Era il 16 marzo 1993, quando un poderoso rappresentante della Lega di Bossi armato di un doppio cognome degno di un re, Luca Leoni Orsenigo, tenne a battesimo sui banchi di Montecitorio l’Era del Cappio. Anche allora pareva si fosse all’alba di un mondo nuovo e al tramonto di una scena decrepita. Stava esplodendo Tangentopoli, un pugno di magistrati stava mettendo a nudo il verminaio custodito dietro le quinte del grande affare e della politica. Leoni Orsenigo, esultante, mostrò il cappio in aula. Uno strumento di morte, la forma di una condanna estrema senza civiltà e senza pietà, testimone, così doveva essere, di una tagliente morale che avrebbe fatto giustizia, finalmente.
IL NODO SCORSOIO
Nel ‘96, l’uomo del cappio si dimise dalla Lega, adesso vive la sua vita lontano dalla politica attiva; la Lega, annega tra gli scandali e le furberie da retrobottega; Bossi, divelto da una manovra degna dei «lunghi coltelli», ora accusa il fido Maroni di avere «un culo troppo grande» per una sola sedia. Ma l’eco di quella immagine tenebrosa e minacciosa tessuta dalla canapa e intrecciata da un nodo scorsoio, tenne a lungo. Finché, il 24 gennaio del 2008, un senatore della destra più severa dal cognome romantico pensò che fosse venuto il suo momento all’alba di un fragoroso tonfo, la caduta del governo Prodi.
Minato da una vigorosa compravendita di parlamentari che ne avevano fracassato l’esile ossatura, quel governo del centrosinistra crollò e Nino Strano, il nostro uomo del destino, tenne a battesimo l’Era della Mortadella. Sui banchi del Senato, stappò spumante e ingollò mortadella a fette intere facendole scendere lentamente nella bocca. Si erano divertiti a ridurre la figura di Romano Prodi, bolognese sorridente ed estimatore della celebre «mortazza», fino ad insaccarla: era Prodi la Mortadella.
Strano, nel 2011, è stato condannato in Appello a due anni e sei mesi per abuso d’ufficio e violazione della legge elettorale. Sia benedetto il Grande Apriscatole.
l’Unità 16.3.13
Il convegno ANPI a Milano
Fascismi e femminicidio, la storia delle donne
Nel prestigioso Palazzo Marino a Milano col Patrocinio del Comune si tiene oggi un convegno dell’Anpi Nazionale, organizzato dal Coordinamento donne, dalle 10 alle 17 e 30 (sala Alessi). Il tema: «La violenza e il coraggio – donne, fascismo, antifascismo, Resistenza, ieri e oggi». Non si intende, semplicemente, “custodire la memoria”. Benché ricordare cos’è stato effettivamente il fascismo per le donne più esattamente contro le donne in questi tempi di riferimenti a quel regime come fascismo buono, colpevole solo di qualche errore, sia più che necessario. Come è necessario ribellarsi all’assuefazione per cui disordini nelle scuole e negli stadi, scritte violente su molti muri, violenze contro i diversi, frasi orrende sul web, vengono assorbiti come trascurabili scorie marginali. Al centro del convegno c’è, soprattutto, l’attualità: si vogliono analizzare le costanti di una
cultura che, pure avendo compiuto grandi passi avanti, soprattutto nelle leggi, resiste nelle pieghe della società. Dove persiste un’idea della donna che, dopo tutto, se non trova un lavoro, un lavoro comunque ce l’ha ed è la maternità e dunque poco o niente si fa per favorire l’assunzione di responsabilità nel lavoro e nel sociale. Un’idea della donna come proprietà, che giunge persino al femminicidio. Come denunciare e combattere questa vecchia cultura che fa dell’Italia uno dei Paesi più arretrati e non solo d’Europa, è il tema del convegno. Partecipano: Monica Minnozzi, Lidia Menapace, Carlo Smuraglia (tutti Anpi). Le relazioni sono delle storiche Simona Lunadei e Dianella Gagliani, Docente di Storia Contemporanea, e di Raffaele Mantegazza (pedagogia Interculturale). Conclude Marisa Ombra, Vice Presidente Nazionale Anpi.
La Stampa 16.3.13
Quei fantasmi della dittatura che la memoria si porta dietro
L’impegno di alcuni sacerdoti oscurato dall’appoggio ai generali
«Non ti impicciare», era la frase che sintetizzava la paura della gente
Gli oppositori venivano rapiti in auto con i vetri oscurati e fatti sparire
Per molti l’unico modo per continuare a vivere è stato voltare la testa
di Mimmo Càndito
Jorge Videla Al potere dal 1976 al 1983 Dal 2007 sconta una condanna a 50 anni
«No te metás», No, non t’impicciare, dicevano, e scuotevano la testa. Ma anche «Por algo sera», Un motivo ci sarà, e lascia perdere.
C’erano parole che giravano pesanti, in quegli anni, in Argentina. Parole che suonavano come una condanna, parole che spalancavano le porte dell’inferno ma tu te ne lavavi le mani. Si sparava, si ammazzava, sequestravano uomini e donne e anche i ragazzi, ma bastava girare la testa, non guardare, non sapere; non voler sapere. Ed era fatta. La coscienza è un lusso che non sempre ci si può permettere, e quelli erano tempi di un sacco di morti per le strade dell’Argentina, morti ammazzati o morti fattisi fantasmi, come d’una guerra che nessuno aveva dichiarato e che però bruciava la vita della gente qualunque, giorno dopo giorno. Era la paura, il terrore che si faceva scelta di vita.
I preti in quegli anni praticavano il loro mestiere, alcuni; e tentavano aiuto a chi cercava rifugio, in parrocchia, o anche nella casa di Dio. Ma non era facile, per loro, perché la Chiesa - la Chiesa del Papa, del Nunzio, del cardinale, di quelli insomma con tutti i paramenti dorati e l’ufficialità e le sfilate accanto ai generali della Junta - quella Chiesa aveva fa t t o una scelta di campo, e poiché i generali ammazzavano e torturavano e violentavano «in nome di Cristo e dell’Occidente» quella Chiesa ringraziava e benediceva.
Fare il prete «contro» quella Chiesa voleva dire forse disubbidire, o forse scegliere l’Iddio che sta dentro gli uomini e non l’Iddio dei paramenti dorati. E magari non tutti volevano girare la testa.Ma magari la testa invece la giravano, ed erano i più, perché alla fine anche un prete è un uomo, e chi può sapere che cosa è più giusto fare quando la gente s’ammazza e chi può sapere che un giorno uno diventa Papa.
I morti ammazzati li facevano i guerriglieri dell’Erp, e i Montoneros, ma poi anche gli Squadroni della morte e la Triple A. I primi si giocavano la guerra perché volevano la rivoluzione, e Marx e Perón potevano valere allo stesso modo; q u e s t ’a l t r i facevano la guerra invece per conto della Junta, che era la «guerra sucia», la guerra sporca, e andavano in giro con le loro Falcon verdi e i vetri oscurati e con i soldati che chiudevano le strade e facevano la retata. Se eri un «subversivo», t’aspettava l’inferno; ma non l’inferno astratto, di chi muore e finisce lì, no, era l’inferno vero, delle torture e della violenza usati fino a farti pregare di morire subito e che finisca per sempre.
In questo viaggio verso la morte, c’erano preti che davano la benedizione nelle stanze della tortura, perfino l’estrema unzione, come se soltanto d’un dovere d’ufficio si trattasse; e dimenticavano l’agnello di Dio predicato la domenica e davano una mano ancora più sporca agli Squadroni e alle loro Falcon verdi, segnalando, spiando, consegnando i sovversivi.
È stata una guerra bestiale, nella quale il nome di Cristo è stato usato per negare anche la dignità dell’uomo. Non ci sono registri, gli archivi sono spariti; resta la memoria, che talvolta aiuta e talvolta inganna.
Sotto un cielo cupo d’angoscia, in un vivere segnato dal terrore che una Falcon ora s’avvicina a prendere qualcuno da portare all’inferno, l’unica forma di sopravvivenza diventava allora girare la testa da un’altra parte, non guardare, non vedere, non sapere. No te metás, por algo sera. Così finirono per s e m p r e 30.000 uomini donne ragazzi, anche preti; cancellati, desaparecidos. E quasi 10 mila morirono di guerra rivoluzionaria.
Durò 7 anni, il tempo buono per ammazzare una generazione e distruggere le coscienze. Poi le Malvinas cambiarono la storia e venne il tempo della giustizia. I generali finirono dentro, l’amnistia cancellò il passato. Ma non sempre. Il passato torna talvolta, si mostra più forte del perdono, brucia nel sospetto i rimorsi della coscienza. Nunca mas, mai più, hanno detto.
Ma il prete di un tempo che ora è diventato Papa deve farsi carico dei fantasmi che la memoria si porta dentro.
Corriere 16.3.13
Perché il diavolo ritorna nel linguaggio di Francesco
di Paolo Conti
Due volte in due giorni. In quarantotto ore appena di pontificato, papa Francesco ha citato in due riprese lui, il grande nemico, il simbolo ancestrale del Male: il diavolo, il Maligno. La prima volta risale a giovedì 14 marzo, nella Messa alla cappella Sistina, durante l'omelia a braccio: «Chi non prega il Signore prega il diavolo, quando non si confessa Gesù si confessa la mondanità del Demonio», e il riferimento diretto era a «vescovi, preti, cardinali». La seconda risale a ieri, durante il discorso rivolto ai «fratelli cardinali» nella sala Clementina: «Non cediamo mai al pessimismo, all'amarezza che il diavolo ci offre ogni giorno, e allo scoraggiamento». Per Jorge Bergoglio il richiamo a Satana non è certo una novità. In Argentina si parlò a lungo della sua invettiva contro la legge sul matrimonio tra persone dello stesso sesso: «Segno dell'invidia del diavolo che cerca di distruggere l'immagine di Dio». Dunque per papa Francesco il Maligno è una cupa presenza costante vista esattamente come suggerisce l'etimologia greca («diaballo») cioè di colui che crea divisione, calunnia, fa inciampare e cadere.
Spiega il teologo laico Brunetto Salvarani, critico letterario, docente di Teologia della Missione alla Facoltà teologica dell'Emilia Romagna, direttore di Cem-Mondialità, rivista e movimento dei Padri Saveriani di Brescia, autore di numerosi saggi sul dialogo interreligioso: «Il diavolo è una presenza neotestamentaria molto frequente. E una spiritualità impregnata di Vangelo come quella del nuovo pontefice non può non fare i conti con una costante che però va interpretata». In che senso, Salvarani? «C'è chi vede nel diavolo la personificazione stessa del Male. E chi ne parla come di un'entità simbolica che rappresenta la nostra incapacità di produrre il Bene». Quest'ultima ipotesi calzerebbe alla perfezione rileggendo le parole di papa Francesco.
Il neoeletto papa non è l'unico Pontefice moderno ad aver parlato del Maligno. Disse Benedetto XVI riflettendo sul tempo di Quaresima il 10 febbraio 2008: «Occorre guardare il Male in faccia e lottare contro i suoi effetti, soprattutto contro le sue cause, fino alla causa ultima, che è Satana senza scaricare il problema sugli altri, sulla società o su Dio, ma riconoscere le proprie responsabilità». E anche qui l'interpretazione proposta da Salvarani, il diavolo come proiezione della nostra incapacità di produrre il bene, funzionerebbe benissimo. Giovanni Paolo II, in un'udienza del 28 aprile 2004, a pochi mesi dalla sua morte disse: «C'è, dunque, nel mondo un Male aggressivo, che ha in Satana la guida e l'ispiratore, come ricorda San Pietro: il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare». La citazione apparteneva alla prima lettera di San Pietro Apostolo.
Ma la frase papale riferita a Satana più famosa dei tempi moderni appartiene a Paolo VI. Ed è facilissimo collegarla alla preoccupazione di papa Francesco sulla Chiesa cattolica. Era il 29 giugno 1972, giorno dei Santi Pietro e Paolo: «C'è la sensazione che da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio... Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza». Una angosciata profezia di tempo oscuri, drammatici. Forse l'invito di papa Francesco a «non cedere al pessimismo» suggerito dal diavolo si riferisce anche quel modo di pensare un futuro senza sole. Quel sole, il monogramma dei gesuiti, che invece campeggia nello stemma cardinalizio di Jorge Bergoglio.
Repubblica 16.3.13
Il demonio, un tema ricorrente per gli ultimi pontefici. Molto più che per quelli del Medioevo
Da Paolo VI agli esorcismi di Wojtyla quando i papi evocano il “fumo di Satana”
I precedenti delle omelie di Bergoglio sul diavolo
di Agostino Paravicini Bagliani
IL SUO predecessore, Benedetto XVI, nel ricevere all’inizio del suo pontificato gli esorcisti di tutta Europa li aveva incoraggiati a proseguire nel loro ministero. E ancora recentemente, il 10 giugno 2012, tenne un discorso sulla «cultura dove non conta la verità», soffermandosi sull’origine del termine «pompa del diavolo», sinonimo di «grandi spettacoli cruenti, dove le crudeltà diventano divertimento, uccidere gli uomini diventava una cosa spettacolare», in cui il diavolo si presentava «con apparente bellezza», ma «con tutta la sua crudeltà». Dieci anni prima, il 17 febbraio 2002, Giovanni Paolo II, lui stesso esorcista, all’Angelus disse: «Il demonio, principe di questo mondo, continua anche oggi la sua subdola azione. Ogni uomo, oltre che dalla propria
concupiscenza e dal cattivo esempio degli altri, è tentato anche dal demonio e lo è ancor più quando meno se ne avvede».
Il demonio fu ritenuto responsabile dei mali della Chiesa da Paolo VI in un discorso del 15 novembre 1972: «Uno dei bisogni maggiori è la difesa da quel male, che si chiama Demonio». Il demonio, continuava il Papa, è «un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore ». È una «realtà terribile, misteriosa e paurosa». E poi: «È il nemico occulto che semina errori e sventure nella storia umana». Il Papa lamentava anche il fatto che l’influsso del demonio «è un capitolo molto importante della dottrina cattolica, da ristudiare, mentre oggi lo è poco». Qualche anno prima, però, il Concilio Vaticano II presieduto da Giovanni XXIII aveva abolito la preghiera a San Michele Arcangelo formulata da Leone XIII (1878-1903), chiamato a difenderci «in questa ardente battaglia contro tutte le potenze delle tenebre e la loro spirituale malizia». Anche Pio XI (1929-1939) si riferì all’opera del diavolo, citando Sant’Agostino «che non di rado ricorda con parole mordaci, talvolta con frasi sdegnose tutto ciò che di lussurioso si era infiltrato per opera dei demoni nei costumi degli uomini mediante il falso culto degli dei».
Insomma, i pronunciamenti dei papi di questo ultimo secolo sull’esistenza del demonio e la sua caparbia azione nella società costituiscono una serie quasi continua. E sono forse più numerosi che in qualsiasi altro secolo. Nemmeno nel Medioevo possiamo trovare una serie così frequente di pronunciamenti papali sull’argomento. Certo, il demonio irruppe con forza nella lotta contro gli eretici. Il 13 giugno 1233, Gregorio IX promulgò una decretale, Vox in Roma, in cui si descrivevano per la prima volta conventicole notturne di eretici alle quali avrebbero partecipato, apparendo, uomini misteriosi, rospi e gatti di dimensioni insolite. Ossia démoni. Ritroveremo una descrizione straordinariamente analoga due secoli dopo, quando, intorno al 1427-1428, nascerà la caccia alle streghe, a partire dalla credenza all’esistenza di una setta (che sarà poi definita sabba) con a capo il demonio omaggiato da streghe o stregoni.
Ovviamente creduti tali. Sono concetti e credenze che diventeranno celebri grazie al
Martello delle streghe che due domenicani tedeschi, Jacob Sprenger e Heinrich Institor, dedicheranno a papa Innocenzo VIII (1484-1492).
In questa storia secolare non sono però mancate voci più prudenti se non contrarie all’esistenza al demonio. Proprio in seno alla cultura cattolica. Anche nel Medioevo. Ce lo ricorda un canonico di Bratislava, celebre nella storia della scienza medievale, perché autore di un grande trattato sull’ottica che terminò proprio alla corte papale negli anni 1270. Witelo — questo è il suo nome — scrisse che molte delle apparizioni di démoni sono o creazioni della fantasia di malato o frutto di un’interpretazione erronea di illusioni ottiche da parte di persone sane. Ma anche nel Novecento, uno dei massimi storici di Sant’Agostino, il cattolico francese Henri Marrou (morto nel 1977) sostenne con chiara fermezza che «persino tra quelli che dicono di volere essere fedeli all’insegnamento della Chiesa numerosi sono coloro che, senza alcuna esitazione, ammettono di non credere all’esistenza di Satana».
Repubblica 16.3.13
Padre Bergoglio e i due preti di strada nell’Argentina prigioniera del passato
Baires in festa. I parenti delle vittime: “Non si oppose a Videla”
di Omero Ciai
BUENOS AIRES — La chiesa di San José, nel quartiere Flores, è diventata in questi giorni il luogo principe di Buenos Aires. È qui, in un quartiere di classe media non lontanissimo dal centro, che Papa Bergoglio è cresciuto. Sulla scalinata della chiesa un reporter Cnn filma dichiarazioni dei fedeli. Molti si schermiscono, molti altri rispondono. Una signora di mezza età si aggiusta delicatamente i capelli, si mette gli occhiali
e fissa la telecamera: «Bergoglio? Fantastico, io venivo in questa chiesa quando c’era lui. Lo conosco benissimo, è un uomo dolcissimo». Tutti entusiasti, tutti si lasciano andare ai ricordi. Ma c’è un’altra Argentina che condivide meno l’emozione per il nuovo Papa.
L’ultimo colpo lo ha sparato Estela Carlotto, la moderata Estela, presidente delle Abuelas de Plaza Mayo, le famose cacciatrici di bambini sottratti dai militari alle famiglie dei desaparecidos. Una piaga infinita d’Argentina. «Bergoglio rappresenta la Chiesa che oscurò la storia di questo paese — ha detto — . E lui, in particolare, non si avvicinò mai a noi per aiutarci». È una ferita profonda, lacerante, quella delle vittime della dittatura con la Chiesa argentina. Difficile da rimarginare anche dopo i mea culpa della Chiesa e i numerosi processi degli ultimi anni nei quali sono stati condannati i militari responsabili dei crimini della dittatura. Così mentre il paese festeggia il suo Papa, le “Madri” non riescono a dimenticare quando pregavano davanti alla cattedrale nella Plaza de Mayo per i loro figli scomparsi e nessuno le credeva. La Chiesa allora era divisa. Molti collaborarono con i generali perché “combattevano i comunisti” e il “Proceso”, così si chiamò la liquidazione sistematica degli oppositori, aveva il compito di liberare il paese dai “senza Dio”. L’ultima Inquisizione. Ma Bergoglio? Papa Francesco che a quell’epoca aveva quarant’anni ha davvero qualche responsabilità diretta?.
Il caso che chiama in causa Bergoglio è quello di due sacerdoti gesuiti che vennero arrestati e torturati dai militari nel 1976. Orlando Yorio, morto qualche anno fa, e Franz Jalics, che da molti anni vive in Germania. Nella ricostruzione della vicenda che fece, raccogliendo testimonianze dell’epoca, il giornalista Horacio Verbintsky, Bergoglio emerge tra le ombre come il responsabile della Congregazione dei gesuiti che consegnò o che comunque non difese i due sacerdoti dai militari. Paura o complicità? Qui le posizioni si dividono. Perez Esquivel dice: «Non ho mai creduto che Bergoglio fosse complice della dittatura, ma penso che nei momenti più difficili gli sia mancato il coraggio di accompagnare la nostra lotta per i diritti umani». Altri invece non concedono indulgenza e mettono tutta la Chiesa nello stesso sacco, quello delle fotografie con Pio Laghi, l’allora criticatissimo nunzio apostolico in Argentina, che stringeva la mano al dittatore Videla. Bergoglio ha sempre sostenuto di aver aiutato i due sacerdoti accusati di essere vicini alla guerriglia e, anzi, di aver incontrato i vertici militari più volte per intercedere e ottenerne l’immediata liberazione. Chi lo accusa invece sostiene il contrario. Ne fu complice per liberarsi di due gesuiti vicini alla Teologia della Liberazione. Prove certe però non c’è ne sono, si tratta nel migliore dei casi di illazioni. L’unico dei due sacerdoti ancora in vita, Franz Jalics, ha detto di essere “in pace” con Papa Bergoglio, di averlo incontrato anni fa a Buenos Aires, quando era vescovo della capitale, e di aver celebrato Messa con lui e di averlo “abbracciato solennemente”. Jalics e Yorio, erano due preti di frontiera, impegnati in una delle tante favelas — si chiamano “villas” — del Gran Buenos Aires. Vennero arrestati e interrogati con l’accusa di collaborare con la guerriglia. Dopo il primo interrogatorio, sostiene Jalics, avrebbero dovuto essere rilasciati subito, invece rimasero cinque mesi bendati e con le mani e i piedi legati nel lager dell’Esma, la scuola ufficiali della Marina nel centro di Buenos Aires. Storia chiusa? Nemmeno per sogno. L’elezione del Papa ha diviso l’Argentina. Chi lo difende accusa il governo di Cristina Kirchner di comprometterlo con la dittatura perché non voleva che fosse eletto avendo sempre avuto rapporti freddissimi con l’arcivescovo della capitale. E temendo che ora, da Pontefice, possa avere più forza contro il suo governo. “Pagina 12”, che è ormai il giornale ufficiale della Kirchner, ha titolato la copertina con l’esclamazione “Mio Dio” quando è arrivata la notizia del risultato del conclave. E nonostante dalla Casa Rosada, la sede della presidenza, siano giunte raccomandazioni di moderare i termini, perché ora è meglio fare buon viso a cattivo gioco, i leader peronisti non nascondono il loro disappunto per la nomina di Bergoglio. C’è l’Argentina che piange le sue vittime, accusa e non perdona. E quella che guarda avanti emozionata di aver finalmente tra i suoi figli addirittura un Papa.
Corriere 16.3.13
Le tensioni nell'Europa dell'Est colpa della transizione bloccata
di Luigi Ippolito
Uno spettro si aggira per l'Europa orientale: lo spettro del post comunismo (fallito). Dalla Romania alla Bulgaria all'Ungheria, i Paesi dell'Est sono attraversati da tensioni sociali e politiche che sono state frettolosamente attribuite agli effetti della recente crisi economica e delle politiche di austerità.
A Sofia il mese scorso il governo «tecnico» di Boyko Borisov è stato travolto dalle proteste di centinaia di migliaia di persone scese in piazza in decine di città per le più grandi manifestazioni dalla caduta del regime comunista nel 1989. A Bucarest l'anno scorso era toccata la stessa sorte all'esecutivo di centrodestra, mentre il premier successivo di centrosinistra si è scontrato con il presidente in una faida che ha messo a rischio la tenuta costituzionale. A Budapest il premier conservatore Viktor Orban ha invece deciso di cavalcare il malcontento prendendosela con Bruxelles, con gli investitori stranieri e con le privatizzazioni dei governi precedenti, riecheggiando gli slogan uditi nelle piazze dei Paesi confinanti.
Ma per comprendere cosa sta veramente accadendo occorre allargare lo sguardo a un arco di tempo più ampio: perché in realtà sono i venti anni di transizione dal comunismo alla democrazia a essere rimessi in questione.
In questi due decenni ai cittadini di quei Paesi era stato promesso che alla fine di un doloroso processo di trasformazione avrebbero raggiunto a pieno titolo la famiglia europea e il loro standard di vita. Ma tutto ciò si è rivelato un'illusione: il loro benessere materiale è rimasto ben sotto la media e anche i diritti politici sono messi in questione, come la libertà di circolazione nell'Unione Europea.
Se non è una transizione fallita in tutto e per tutto, si può certamente parlare di una «transizione bloccata» che minaccia la stessa stabilità democratica dell'Europa orientale. È dunque un compito precipuo dell'Europa «storica» di impegnarsi in un processo di stabilizzazione istituzionale dell'altra metà del Continente, per rimettere in moto un processo di integrazione che rischia oggi di sgretolarsi.
La Stampa 16.3.13
Per avere successo, i social media cinesi devono far felici tutti
di Katrina Hamlin
Le aziende cinesi nel settore dei social media stanno camminando su un campo minato. Lasciare troppa libertà d’espressione agli utenti potrebbe essere una scelta piuttosto invisa al governo, mentre eccessive restrizioni potrebbero avere come effetto la perdita di un importante numero di iscritti. Da qualche parte, a metà tra questi due scenari, si trova il compromesso. Il servizio di microblogging Sina Weibo usa un sistema di censura che fino ad oggi è stato abbastanza efficiente da soddisfare i parametri del governo. I post più sensibili spesso vengono rimossi nel giro di pochi minuti. I controlli, tuttavia, sono abbastanza discreti. Alcuni post sensibili, infatti, vengono lasciati online il tempo necessario per essere visualizzati e condivisi.
Dal canto suo, Sina sostiene che conformarsi completamente alle regole che vorrebbe imporre Beijing sia impossibile, sia per la natura del prodotto trattato dall’azienda sia per la “mancanza di chiarezza su procedure di attuazione specifiche”. Poi ci sono gli investitori. A chi ha investito del denaro non dispiacerebbe vedere anche qualche profitto, cosa che Weibo per ora non è ancora riuscita a garantire. Il 14 marzo, il prezzo delle azioni Sina è crollato del 66% rispetto al suo picco dell’aprile 2011, raggiungendo i 48 dollari. Per rimediare, l’azienda dovrà riuscire a far contento un quarto gruppo di attori: gli inserzionisti. Sina sta correndo per accaparrarsi dai 94 ai 96 milioni di dollari di profitti per il primo trimestre dell’anno. E molte di queste entrate arriveranno dalla vendita di spazi pubblicitari. Il problema è che gli utenti più benestanti e istruiti, i più importanti per gli inserzionisti, sono anche quelli che più probabilmente lasceranno il social media se la censura o la sponsorizzazione diventeranno troppo ovvie. Secondo uno studio dell’Università di Hong Kong, dei quasi 503 milioni di iscritti che può vantare Weibo, quasi il 43% è rimasto inattivo nel periodo preso in considerazione dalla ricerca. E, con l’aumentare della pressione su Weibo affinché generi qualche profitto, l’equilibrio si fa sempre più instabile.
Corriere 16.3.13
Lo scandalo dei manicomi giudiziari
di Fulvio Scaparo
Tra pochi giorni, entro il 31 marzo 2013 gli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) dovranno essere definitivamente chiusi. Gli Opg hanno sostituito a metà degli anni Settanta del secolo scorso i manicomi giudiziari. L'internamento in Opg è una misura di sicurezza comminabile ai soggetti non imputabili per vizio totale di mente ed è regolato dall'art. 222 c.p., che ne fissa una durata minima ma non una durata massima: la misura è passibile di proroga. Di ragioni per chiudere gli Opg ce ne sono in abbondanza, visto il gran numero di indagini, inchieste e testimonianze che hanno denunciato le condizioni di degrado, abbandono e umiliazione in cui versa gran parte delle persone ospiti di queste strutture «senza fine pena certa».
Purtroppo, non c'è da gioire per la chiusura degli Opg perché, come spesso accade, non è chiaro cosa accadrà subito dopo e i rischi di proroga in mancanza di alternative chiare e praticabili e di scaricabarile tra governo e Regioni sono molto alti. C'è il rischio di creare mini Opg regionali o, fuori da ogni eufemismo, mini manicomi, senza prestare attenzione alla necessità di assicurare ogni volta che è possibile assistenza alternativa all'internamento in piccole strutture (non i mini Opg); si rischia inoltre di non rispettare nemmeno l'invito solenne della legge 9/2012 alle dimissioni «senza indugio» delle persone per le quali è cessata la pericolosità sociale.
E ancora, dove verranno eseguite le misure di sicurezza dopo il 31 marzo? La collettività ha diritto a essere messa al riparo da comportamenti pericolosi ma questo diritto non deve portare a violare quello costituzionale alla cura, a ricevere trattamenti non discriminatori, alla libertà a fine pena e a un equo processo. Il pericolo che gli internati in Opg o in strutture consimili siano di fatto privati delle loro garanzie istituzionali non cesserà finché non si darà vita alla richiesta di costituire un'autorità Stato-Regioni ad hoc sugli Opg con gli stessi poteri riconosciuti per la chiusura dei manicomi. Qualcosa del genere il presidente della commissione d'inchiesta sul Sistema sanitario nazionale ha chiesto al presidente del Consiglio: si nomini una figura che abbia pieni poteri per applicare la legge votata dal Parlamento e che possa gestire il percorso di chiusura e le risorse economiche messe a disposizione. Gli è stato risposto che la situazione attuale, immagino quella politica, non consentiva di accogliere la proposta. E siamo arrivati a meno di un mese dalla prevista chiusura degli Opg senza un minimo di progetto sul che fare.
Il finanziamento legato alla legge 9 è stato approvato e non mancano in Italia e all'estero esperienze positive di alternative ai maxi e mini manicomi giudiziari, iniziative che potrebbero essere attuate assicurando sicurezza ai cittadini nel rispetto dell'articolo 22 della Costituzione che vieta ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà. Il disinteresse delle istituzioni per le persone internate e abbandonate a se stesse, talvolta per sempre, nei manicomi giudiziari fa parte delle pagine più impresentabili della nostra storia. Dipende anche da noi cittadini scrivere pagine migliori sollecitando e pressando da vicino i nostri rappresentanti affinché non nascondano la polvere sotto il comodo tappeto delle proroghe.
Repubblica 16.3.13
I bambini drogati ai tempi di Dickens
Il lato oscuro della rivoluzione industriale nei rapporti dei medici inglesi
di Lucio Villari
Leggiamo le seguenti parole non con lo spirito e l’assuefazione di oggi, ma con i sentimenti di un attento viaggiatore straniero nell’Inghilterra del 1845: «Una volta feci il viaggio per Manchester in compagnia di un borghese e gli parlai delle pessime e malsane costruzioni, delle condizioni orribili dei quartieri operai, dichiarando di non aver mai visto una città costruita peggio. Quell’uomo ascoltò tutto ciò tranquillamente, poi mi salutò dicendo: «And yet, there is a great deal of money made here» cioè «eppure qui si guadagna una gran quantità di soldi, buon giorno, signore». Sembra una pagina di Dickens (in quell’anno in vacanza in Italia). L’autore era in realtà un ventiquattrenne industriale tedesco, Friedrich Engels, che nel 1845 pubblicò a Lipsia una inchiesta condotta nelle città, nelle grandi fabbriche, nelle campagne, nelle piccole imprese artigiane, nelle miniere inglesi. Quell’inchiesta diventerà un classico della storia del pensiero politico (Le condizioni della classe operaia in Inghilterra. In base a osservazioni dirette e fonti autentiche) e il titolo richiama le “osservazioni dirette” necessarie a conoscere la verità. A quel tempo, “vedere” le cose non era semplice perché a molti mancavano precisi riferimenti ideologici e politici, era diffuso però un disagio morale di fronte a quell’evidente situazione sociale, e in particolare gli scrittori e i romanzieri non potevano far finta di nulla. Quattro anni dopo, infatti, nel 1849, Charlotte Brontë con il romanzo Shirley toccherà il punto dolente della diffusa disoccupazione dei tessitori («la miseria genera odio», diceva la intelligente borghese Brontë), e nel 1854 Dickens, dopo la colorita descrizione letteraria dei bassifondi di Londra dell’Oliver Twist, affronterà in Tempi difficiliil problema studiato da Engels. Ma ventidue anni passeranno prima che Marx dilati il quadro di quelle condizioni di vita dei lavoratori e del loro ambiente sociale nello scenario scientifico più ampio del Capitale. Tuttavia, Engels, Marx, Brontë, Dickens non erano soli. C’erano anche i medici, e altri scrittori, da Thomas Carlyle (con Past and Present del 1843) a Thomas de Quincey (con The Logic of Political Economydel 1844) che “osservavano” da tempo il degrado incredibile e in particolare certi aspetti di quello sviluppo economico che ormai restano soltanto tra le pagine della storia Uno di questi era il lavoro delle donne e dei bambini, la cui immissione nella produzione sostituiva gradualmente il lavoro maschile, molto più costoso. «Tre fanciulle di tredici anni — scriveva de Quincey — con salari dai sei agli otto scellini la settimana, hanno preso il posto di un solo uomo maturo con un salario dai diciotto ai quarantacinque scellini». La conseguenza di questa sostituzione di soggetti fu la progressiva disarticolazione della struttura familiare degli operai inglesi, la diffusione eccezionale dell’alcolismo (nel 1844 a Glasgow la domenica si contavano trentamila operai ubriachi e a Manchester fiorivano un migliaia di jerry shops e di taverne), l’introduzione delle droghe tra gli adulti e, con la complicità delle madri lavoratrici, tra i bambini.
La droga: fu questa l’agghiacciante scoperta dei medici. L’oppio e il laudano si spacciavano in dosi massicce ma non clandestinamente. Gli stupefacenti facevano parte dei prodotti del mercato dal quale gli operai si rifornivano normalmente. Meglio dell’alcol, l’oppio dava un sostegno all’organismo simulando uno stato di efficienza fisica. Ma lo sfruttamento eccessivo del lavoro delle donne spingeva molte operaie non solo a occuparsi sempre meno dei loro neonati (che venivano lasciati, nel corso della giornata, a se stessi o a vicini di casa), ma a stordirli con droghe speciali per renderli inerti e controllabili. Queste droghe speciali per lattanti si trovavano in confezioni normali presso i negozianti. Il maggior successo lo ebbe uno sciroppo dal nome Godfrey’s cordial, a base di oppio. Fu l’inizio di un infanticidio di massa e la mortalità infantile tra i figli degli operai crebbe a livelli altissimi. I medici, insospettiti, scoprirono una relazione tra l’alta mortalità e l’uso dello sciroppo. Nel 1861 a Londra un’inchiesta sanitaria ufficiale attribuì la mortalità allo stato di denutrizione e di abbandono affettivo dei bambini, e a un «intenzionale avvelenamento da oppiacei» da parte delle madri. «L’inchiesta ha mostrato che, mentre nelle circostanze descritte i bambini muoiono per la negligenza e la sregolatezza dovuta alle occupazioni delle loro madri, le madri divengono snaturate verso i loro figli non preoccupandosi molto per la loro morte e perfino prendendo misure dirette per provocarla». In una successiva inchiesta del dottor Henry Hunter (Sixth Report on Public Health) pubblicata a Londra nel 1864, era detto: «Il grande fine di alcuni intraprendenti mercanti all’ingrosso è di promuovere la vendita degli oppiacei. I droghieri li considerano infatti l’articolo di più facile smercio». L’esempio veniva dall’alto: l’oppio era divenuto una voce della produzione industriale inglese così redditizia che in quegli anni con un atto di violenza imperiale l’Inghilterra aveva imposto con le cannoniere all’India e soprattutto alla immensa Cina di acquistare tonnellate di oppio. L’opposizione della Cina aveva provocato, appunto, la “guerra dell’oppio”. Ma le vittime interne inglesi erano soprattutto tra i più innocenti. Al quadro estremo delle condizioni di “atrofia morale”, di squilibrio individuale e sociale provocato dal modo come veniva gestito il lavoro nelle fabbriche il rapporto del dottor Hunter diede il tocco finale. I lattanti ai quali si somministravano oppiacei «si accartocciavano come piccoli vecchietti, o raggrinzivano come scimmiette».
Repubblica 16.3.13
In Turchia
Gli archeologi italiani scoprono la porta dell’Ade
ISTANBUL — Il mistero della Porta dell’Ade di Hierapolis, descritta anche da Cicerone e raccontata da Strabone, che gli archeologi cercavano da oltre mezzo secolo è stato svelato. E a farlo è stato l’archeologo italiano Francesco D’Andria, dell’Università del Salento, che è arrivato fino al mitico Plutonium, come lo chiamavano i romani. La scoperta è avvenuta vicino al Comune di Pamukkale e l’annuncio è stato dato ieri al convegno sugli scavi archeologici italiani in Turchia.
l’Unità 16.3.13
A caccia del bosone
Il libro di Bassoli racconta come si è sviluppata la ricerca
Da AdA a Lhc: come si è arrivati alla macchina per rilevare
la «particella di Dio». 60 anni di scienza e tecnologia italiana
di Pietro Greco
È VERO, A BRUNO TOUSCHEK, FISICO AUSTRIACO TRAPIANTATO A ROMA, NON PIACEVA QUELLA «TEPPAGLIA ADRONICA». Lui preferiva l’elegante scherma dei leptoni. Tuttavia l’Lhc, il Large Hadron Collider, il grande collisore di adroni, che ha consentito la recente rilevazione del «bosone di Higgs» è anche figlio suo. Perché è lui che nel 1960 diceva e nei mesi successivi dimostrava a Frascati che: «treno contro treno» è meglio di «treno contro muro».
La storia dell’anello di collisione Lhc, la più grande macchina del mondo che, con la rilevazione del bosone di Higgs ha dimostrato la solidità del Modello Standard delle Alte Energie, il modello fisico che ci spiega com’è fatto il mondo a una scala più piccola di quella degli atomi, nasce infatti dal piccolo AdA, l’anello di accumulazione che Touschek immaginò e che un gruppo di giovani fisici con luì costruì nei Laboratori che l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) possedeva (possiede) a Frascati.
È una grande storia quella di Lhc. Che vale la pena conoscere, perché vi si intrecciano scienza, tecnologia e politica. È una storia che da sessant’anni parla largamente (anche se certo non solo) italiano. È una storia che ora è stata ricostruita in tutte le sue dimensioni da uno dei protagonisti, il fisico Luciano Maiani, insieme a un giornalista ben noto ai lettori dell’«Unità», Romeo Bassoli, in un libro, A caccia del bosone di Higgs, appena uscito per i tipi della Mondadori Università (200 pagine, euro 17,00) e che è stato presentato lo scorso giovedì all’Auditorium di Roma, alla presenza degli autori da altri due protagonisti della vicenda, Fabiola Gianotti (l’italiana che a fine dicembre scorso ha meritato la copertina di «Time») e Guido Tonelli. Coordinatore dei lavori Marco Cattaneo, direttore di «Le Scienze», l’edizione italiana dello «Scientific American».
La scienza che sta dietro Lhc è quella che lo storico Gerald Holton considera felicemente affetta dalla «sindrome ionica», ovvero quella «strana malattia» che induceva i primi filosofi greci a ritenere che non solo intorno a noi c’è il cosmo, il tutto armoniosamente ordinato, ma anche che questo cosmo fosse fondato su pochi elementi e poche leggi semplici attingibili alla ragione umana.
La fisica moderna ha capito che ad altissime energie questi elementi e queste leggi semplici posso emergere. Bruno Touschek ha inventato la «via italiana alle alte energie», ovvero il modo più economico per fare emergere le particelle fondamentali e le leggi che le governano. Questo modo consiste nel far sbattere tra loro due treni (di particelle) lanciati alla velocità della luce, o giù di lì, piuttosto che lanciare (come facevano gli americani) un treno (di particelle) contro un muro (un bersaglio). Fuor di metafora, Touschek immagina e contribuisce a realizzare un anello di accumulazione: un anello in cui vengono fatti girare e, al momento giusto, impattare due fasci di particelle. Lo scontro è tremendo. Le particelle si annichiliscono. Lasciando un vuoto creativo. Un vuoto carico di energia che consente la creazione di altre particelle, più fondamentali.
AdA, la madre degli anelli di accumulazione, aveva una circonferenza di circa 4 metri e raggiungeva un’energia di 0,25 GeV (0,25 milioni di elettronvolt). Lhc, il figlio più grosso, ha una circonferenza di 27 chilometri e ha raggiunto per ora un’energia di 4 TeV (4.000 miliardi di elettronvolt). Tra le dimensioni della piccola madre e del grosso figlio c’è tutta una lunga storia scientifica, tecnologica e politica che parla, largamente, italiano. A iniziare da Edoardo Amaldi, che all’inizio degli anni ’50 ha voluto la costruzione del CERN (Consiglio europeo per la ricerca nucleare) a Ginevra: il primo esempio di collaborazione tra stati europei dopo la seconda guerra mondiale, il laboratorio dove oggi lavora più della metà dei fisici delle particelle di tutto il mondo. E che ha voluto l’Infn, i Laboratori Nazionali a Frascati e Touschek a Roma.
Tra gli italiani protagonisti c’è Carlo Rubbia, che con un anello di accumulazione ha scoperto al Cern i bosoni che mediano l’interazione elettrodebole e ha vinto il Premio Nobel. Divenuto direttore generale del Cern, Rubbia è riuscito a imporre la costruzione di Lhc.
C’è lo stesso Luciano Maiani, che diventato a sua volta direttore generale del Cern è riuscito a continuare i lavori per la realizzazione della grande macchina. E ci sono Fabiola Gianotti e Guido Tonelli che, l’una con l’esperimento Atlas, l’altro con l’esperimento Cms, hanno contribuito a trovare il «bosone di Higgs». E a realizzare quella che Maiani e Bassoli definiscono «l’impresa scientifica del secolo».