l’Unità 13.3.13
È morta la partigiana Teresa Mattei
Fu la più giovane parlamentare nella Costituente
di Gabriele Masiero
È morta Teresa Mattei: partigiana, combattente nella formazione garibaldina Fronte della Gioventù, fu la più giovane eletta nell'Assemblea costituente. Il decesso è avvenuto ieri pomeriggio, nella sua casa di Usigliano di Lari (Pisa). Oggi per tutto il giorno la salma sarà esposta nella sua casa e domani si svolgerà una breve cerimonia funebre. La salma sarà poi cremata domani a Livorno
Teresa Mattei, detta Teresita, era nata a Genova il primo febbraio 1921. Si è sempre dedicata alla lotta per i diritti delle donne e dei bambini. È sua l'idea di usare la mimosa per l'8 marzo, in quanto fiore povero e diffuso. La sua intuizione vinse sulle violette in uso in Francia.
Laureata in filosofia a Firenze, era stata partigiana (nome di battaglia Partigiana Chicchi), protagonista della Resistenza e della lotta di liberazione, successivamente candidata per il Pci all'Assemblea costituente, nella quale aveva svolto la funzione di segretaria dell'ufficio di presidenza. Per tutta la vita impegnata nella lotta a tutela dei diritti delle donne e dei minori, Teresa Mattei ha trascorso gli ultimi anni di vita a Lari. È stata anche dirigente dell'Udi.
Tra i tanti ricordi quello del presidente Napolitano: «Ho appreso con animo commosso la notizia della scomparsa di Teresa Mattei, storica figura di coraggiosa partigiana e combattente per la liberazione del nostro Paese dalla barbarie nazifascista, che fu nel 1946 la più giovane deputata eletta alla Assemblea Costituente. Nel solco di quella prima luminosa esperienza, ella è rimasta sempre coerente con gli ideali di libertà e di democrazia».
La Stampa 13.3.13
Aveva 92 anni
È scomparsa Maria Mattei l’ultima donna costituente
di Maria Corbi
Se ne va un altro pezzo di memoria del Paese, una donna, Maria Teresa Mattei, che è stata la più giovane eletta all’Assemblea Costituente e che ha contribuito a porre le basi di un Paese libero e democratico. Classe 1921, partigiana, combattente nella formazione garibaldina Fronte della Gioventù, si è sempre dedicata alla lotta per i diritti delle donne e dei bambini. È lei la madre della mimosa, il simbolo dell’8 marzo, della battaglia per la parità. Un fiore povero e diffuso che vinse sulla violetta proposta dalla Luigi Longo che voleva regalarle quel giorno. Teresa era genovese di nascita, si iscrisse nel 1942 al Partito Comunista che lascerà nel 1955 quando rifiuterà la candidatura alle elezioni per la Camera a causa del dissenso nei confronti di Togliatti. Il nome di battaglia della Mattei era «Chicchi» e operava nella città di Firenze (a lei ed al suo gruppo si ispirò Roberto Rossellini per l’episodio di Firenze di Paisà). Il fratello Gianfranco Mattei è un martire della resistenza. Docente e ricercatore di chimica al Politecnico di Milano, assistente prediletto del futuro premio Nobel Giulio Natta, fabbricava esplosivi per i Gap della capitale. Nel 1944 si tolse la vita nella cella di via Tasso, a Roma, per non cedere alle torture e non rischiare di rivelare il nome dei compagni. Anni più tardi la Mattei raccontò che da quel lutto nacque in lei e in Bruno Sanguinetti (che dopo la guerra sposerà) l’idea di uccidere il filosofo Giovanni Gentile. Per fare in modo che i gappisti incaricati dell’agguato potessero riconoscerlo, alcuni giorni prima li accompagnò lei stessa (che conosceva personalmente il filosofo) presso l’Accademia d’Italia della Rsi, che lui dirigeva. «Mentre usciva lo indicai ai partigiani, poi lui mi scorse e mi salutò». Sessant’anni dopo rivendicò quella scelta: «Se un grande pensatore si schiera con un regime orribile come la Repubblica di Salò, si assume una responsabilità enorme. È un tradimento che non si può perdonare». Nel 1946 si presentò alle elezioni per l’Assemblea Costituente, candidata nel Pci. Venne eletta e fu la più giovane deputata al Parlamento. Nel 1947 fondò, insieme alla democristiana Maria Federici, l’Ente per la Tutela morale del Fanciullo. Con la morte di Maria Teresa Mattei i componenti dell’assemblea costituente ancora in vita sono solo due: Giulio Andreotti e Emilio Colombo.
Corriere 13.3.13
È morta Teresa Mattei «inventò» la mimosa
di Antonio Carioti
MILANO — Teresa Mattei, la più giovane deputata alla Costituente, scomparsa ieri a Usigliano (Pisa) all'età di 92 anni, in teoria aveva tutto per diventare un'importante dirigente comunista. Nata a Genova nel 1921, iscritta al Pci dal 1942 e sorella di Gianfranco Mattei, martire della Resistenza, era stata seviziata dai nazisti e aveva avuto un ruolo di primo piano nella lotta partigiana a Firenze, tanto da partecipare anche, come raccontò al Corriere nel 2004, alla preparazione dell'attentato a Giovanni Gentile. Dopo la guerra era stata eletta alla Costituente, a soli 25 anni, e si era impegnata per affermare i diritti delle donne: era stata lei a proporre la mimosa come fiore simbolo dell'8 marzo. Ma per il Pci di allora Teresa Mattei aveva uno spirito troppo ribelle: non venne confermata parlamentare e nel 1955 fu radiata dal partito per la sua opposizione alla linea moderata e filosovietica di Palmiro Togliatti. Da allora non si era più iscritta a nessun partito, ma aveva proseguito il suo impegno civile, in particolare si era battuta per i diritti dei bambini. Due anni fa è uscita la sua biografia «La costituente: storia di Teresa Mattei», scritta da Patrizia Pacini (Altreconomia).
Repubblica 13.3.13
Addio a Teresa Mattei partigiana e femminista
Fu la più giovane eletta nell’Assemblea della Costituente. È morta a 92 anni
di Simonetta Fiori
Fu sua l’idea della mimosa, per la festa dell’8 marzo. E riuscì a spuntarla su Luigi Longo, che voleva regalare le violette, come era d’uso in Francia. Ma a Teresa Mattei apparve più giusto un fiore povero, quel velluto giallo gialle diffuso nelle campagne. È morta ieri nella sua casa di Usigliano (Pisa) la più giovane dei Costituenti. Partigiana, combattente nella formazione garibaldina, Teresa era nata a Genova il primo febbraio del 1921. A 21 anni l’iscrizione al Pci, un partito ancora clandestino. “Chicchi” il suo nome di battaglia: a lei e al suo gruppo s’ispira Roberto Rossellini per l’episodio fiorentino del celebre Paisà.
Non manca il coraggio, alla combattiva Chicchi. Anni più tardi ricorderà il ruolo giocato nell’uccisione di Giovanni Gentile, che lei conosceva dai tempi dell’università, essendosi laureata a Firenze in filosofia. «Per fare in modo che i gappisti lo riconoscessero», racconterà Teresa, «alcuni giorni prima li accompagnai presso l’Accademia d’Italia della Rsi, che Gentile dirigeva». Mentre lo studioso usciva dal suo studio, lo indicò ai partigiani. «Lui mi scorse e mi salutò».
Il temperamento d’acciaio l’aveva già dimostrato nel 1938, quando venne espulsa da tutte le scuole del regno per aver rifiutato di assistere alle lezioni in difesa della razza. Forse l’unica giovane italiana a farlo, o almeno tra i pochissimi. E nel 1955 sarà cacciata dal Pci perché contraria alla linea togliattiana. D’altra parte esempi di coraggio non mancavano in famiglia. Nel 1944 suo fratello Gianfranco, partigiano dei Gap, si tolse la vita nella cella di via Tasso a Roma pur di non tradire i suoi compagni.
Anche in Parlamento la partigiana Chicchi non mancò di dare battaglia ai suoi colleghi maschi. Un saggio recente di Laura Di Nicola ricorda la sua lotta perché le donne avessero accesso a tutti gli ordini e gradi della magistratura. Ma le parlamentari elette alla Costituente erano 21 su 558, e passò la linea che di fatto giudicava le donne «incapaci di equo giudizio» (soltanto nel 1963 potranno entrare in magistratura). La battaglia cominciata da Bianca Bianchi e Angelina Merlin, Teresa Mattei e Maria Maddalena Rossi fu al centro di una vivace discussione sulle pagine del Mercurio diretto da Alba De Céspedes, che sostenne con argomenti modernissimi «la capacità delle donne di comprendere tutto quello che gli uomini non comprenderanno mai», proprio per la capacità di «scendere in fondo al pozzo».
In difesa dei diritti delle donne — e dei minori — Teresa Mattei continua il suo impegno nel dopoguerra, fondando prima l’Ente per la tutela morale del fanciullo, più tardi un centro studi per la progettazione di servizi e prodotti per l’infanzia. Ancora negli anni Sessanta rinnova la sua militanza dalla parte dei bambini, coniugandola con la passione per il cinema. Nel 1966 diventa presidente della Cooperativa di Monte Olimpino a Como, che con Bruno Munari e Marcello Piccardo realizza film nelle scuole.
Anticonformista nella vita pubblica, e in quella privata. Sposata due volte, suscita scandalo quando aspetta il primo figlio da Sanguinetti — suo compagno nell’azione contro Gentile — perché non ancora coniugata. Con Bruno si sposeranno a Budapest nel luglio del 1948.
Tra gli ultimi testimoni dell’antifascismo, della Resistenza e della Costituzione, Teresa Mattei portò dentro le istituzioni il punto di vista delle donne. E su posizioni spesso ribelli lo difenderà fino alla fine del suo mandato. Ora riposa nella sua casa di Lari, tra nuvole gialle di mimosa.
l’Unità 13.3.13
Dalla parte delle donne
Un lavoro dignitoso alle donne per combattere la violenza
di Susanna Camusso
La violenza contro le donne e le ragazze resta una delle forme più gravi di violazione strutturale dei diritti umani a livello mondiale. Qualunque sia la forma della violenza, è sempre dovuta a un comportamento violento ed inaccettabile.
Una ragazza su tre oggi nel mondo si troverà ad affrontare alcune forme di violenza nella sua vita.
La violenza esiste in tutte le società, in tutti i Paesi, in tutte le aree geografiche e colpisce ovunque i gruppi di donne e ragazze in tutti gli strati della società. In molti Paesi, come l'Italia, mentre le uccisioni in generale mostrano una diminuzione, le ricerche indicano che il femminicidio rappresenta un dato costante nel tempo, da lungo tempo.
A nome del movimento sindacale internazionale, rappresentato in questa sede dalla Confederazione internazionale dei sindacati , dell'Internazionale dell'educazione e dell'Internazionale dei servizi pubblici, riteniamo necessario sottolineare che le azioni di prevenzione, contrasto e punizione intraprese dai governi e da importanti attori istituzionali non sono state sufficienti a frenare la violenza fino ad ora.
La violenza rimane, pertanto, il principale problema sociale che rischia di cadere nel silenzio se non viene contrastato adeguatamente: se le donne non si sentono adeguatamente protette, la conseguenza sarà una maggiore paura e una maggiore difficoltà a denunciare la violenza.
Non ci sono dubbi che una prima risposta a questa sfida consista nel dare alle donne opportunità di un lavoro dignitoso, dato che il lavoro dignitoso significa sicurezza, empowerment e autonomia necessarie che permettono alle donne stesse di denunciare apertamente i responsabili.
La violenza contro le donne si compie per lo più nei luoghi protetti, in famiglia, in casa e nei luoghi di lavoro. La violenza di genere è un fenomeno diffuso ancora molto sottostimato. Interessa milioni di donne e comporta conseguenze sproporzionate sui gruppi di donne vulnerabili come le lavoratrici domestiche, migranti e precarie.
Esprimiamo la nostra profonda preoccupazione per la grave situazione della violenza di genere nei luoghi di lavoro che nega alle donne il diritto fondamentale di vivere in dignità e libertà.
Come sindacati chiediamo che siano adottate misure urgenti a livello internazionale per assistere le lavoratrici nel contrastare la gravità della massiccia violenza e per stabilire una strategia per prevenire ed eliminare queste pratiche.
La Commissione sulla condizione delle donne del 2013 deve adottare delle Conclusioni finali forti che prevedano un forte impegno a sviluppare un Piano d'azione globale vincolante per porre fine alla violenza sulle donne e sulle ragazze, con una particolare attenzione alla prevenzione della violenza, fornendo una guida operativa per il monitoraggio degli obblighi internazionali esistenti, come la Convenzione Cedaw e la piattaforma d'azione di Pechino.
Le disuguaglianza di genere e le discriminazioni inaspriscono la violenza. In cinque anni di profonda crisi economica e sociale globale, per la maggior parte delle donne sono aumentati gli ostacoli, i problemi, i ricatti e le pressioni sul lavoro. La crisi viene usata come pretesto per ridimensionare i diritti del lavoro e per eliminare posti di lavoro, indebolendo la condizione delle donne e la tutela giuridica sul posto di lavoro. La struttura attuale del mercato del lavoro, sia che impedisca la partecipazione delle donne e sia che le renda sempre più precarie, rappresenta uno dei principali ostacoli per l'autonomia e l’empowerment delle donne.
La privatizzazione, il riaggiustamento strutturale e le varie misure di «austerità» hanno comportato la perdita di importanti servizi pubblici e posti di lavoro nel settore pubblico. Dal momento che in molti Paesi esiste un'alta concentrazione di donne nel lavoro del settore pubblico, le donne sono colpite in modo sproporzionato come lavoratrici e per la loro dipendenza dai servizi pubblici. Inoltre, i tagli alla spesa pubblica hanno un impatto negativo sull'efficacia delle misure preventive e dei servizi sociali forniti alle vittime della violenza.
L'eliminazione della violenza richiede un intervento forte delle autorità pubbliche per definire e attuare adeguate misure preventive, per garantire una tutela giuridica, il perseguimento dei reati e per fornire sostegno e risarcimento alle vittime. Per questo motivo, crediamo che debba essere adottata un’azione globale che lavori su tre direzioni e attuarla, senza ulteriori ritardi, in termini culturali e istituzionali. La prima direzione dovrebbe essere la prevenzione che si concentra sull'istruzione delle ragazze e dei ragazzi, delle donne e degli uomini, l'inaugurazione di campagne pubbliche sulle questioni del rispetto della persona, la sicurezza nelle città, norme a tutela delle donne vittime della violenza, centri di consulenza per donne bisognose di aiuto. La seconda dovrebbe contrastare la violenza e garantire la certezza della pena. La terza dovrebbe garantire l’assistenza a coloro che hanno subito a violenza.
In altre parole, si tratta di garantire che le donne possano godere pienamente dei diritti umani e delle libertà fondamentali, perché la violenza sulle donne e sulle ragazze è una sconfitta per tutti.
L’intervento tenuto da Susanna Camusso davanti alla 57esima Commissione dell’Onu sulla condizione delle donne
Repubblica 13.3.13
Bersani risponde a Celentano “Ecco i sì che offro a Beppe”
«CARO Bersani, fai tu il premier e accetta tutti i punti del programma di Grillo su cui ti trovi d’accordo per il bene del Paese». Così ieri Celentano su “Repubblica”, oggi risponde il segretario del Pd spiegando il confine fino a dove si può spingere. Il politico e il cantante, una strana coppia. I due ieri pomeriggio si sono sentiti al telefono, è stato Bersani a chiamare Celentano per un confronto di idee che è durato alcuni minuti. Il segretario pd ha spiegato che è pronto a fare ogni sforzo. Celentano ha sintetizzato così il colloquio: «Pierluigi mi è sembrato disponibile a compiere ulteriori passi avanti nei confronti di Grillo, a lavorare solo nell’interesse dell’Italia».
CARO Adriano Celentano,
ti ringrazio per la lettera che hai pubblicato ieri su “la Repubblica” e ti rispondo.
Ecco la mia idea: avviare la legislatura con un programma essenziale di cambiamento da rivolgere a un Parlamento davvero
nuovo. Ciò significa ascoltare anche le ragioni degli altri, purché si rivolgano al cambiamento.
Ci sono, ad esempio, nel programma del Movimento 5 Stelle punti non lontani dai nostri nel campo dell’ambiente e dell’economia verde, dell’agenda digitale e dei
temi dell’innovazione tecnologica, dei costi e della sobrietà della politica e della semplificazione burocratica. Sarei pronto ad accoglierli.
Altri punti sono invece per me inaccettabili. Come avrai visto, nelle proposte che per parte mia ho avanzato, ho fatto in modo che non ci fosse nulla di inaccettabile. Questo è il punto. Se nessuno mette davanti all’altro qualcosa di inaccettabile, allora si vedrà uno spazio enorme di cambiamento finalmente possibile. Perché ora si può e prima non si poteva. Ora si può, se si vuole. A presto.
l’Unità 13.3.13
«Avviare la macchina» Parte il dialogo Pd-5 Stelle
Primo incontro tra la delegazione Pd e quella (numerosa) dei 5 Stelle
Confronto sulle presidenze: indicare persone di alto profilo
I pd Zanda, Zoggia e Calipari incontrano delegazione di 17 grillini
Lombardi rivendica una presidenza
di Simone Collini
«Confronto positivo», dice il Pd dopo l’incontro con i parlamentari M5S. Dialogo aperto sulle presidenze del Parlamento: bisogna indicare «persone di alto profilo». Nel Pd si valuta l’ipotesi di un presidente 5 Stelle alla Camera e di un montiano al Senato.
È partito il dialogo tra Pd e Movimento 5 Stelle. E un primo obiettivo comune è stato individuato. Quello cioè, per usare le parole della capogruppo M5S Roberta Lombardi, di «avviare i lavori della macchina parlamentare». Un contatto è stato stabilito anche tra Pd e Pdl. Ma non ha portato a niente.
La strategia del «passo dopo passo» di Pier Luigi Bersani sembra prendere corpo. Luigi Zanda, Rosa Calipari e Davide Zoggia, incaricati dal leader Pd di aprire un confronto con gli altri gruppi parlamentari in vista dell’elezione dei presidenti delle Camere, hanno incontrato ieri al Senato una folta delegazione dei Cinque Stelle. E il fatto che la linea della «corresponsabilità» sul piano istituzionale, avanzata da Bersani, sia stata fatta propria dagli esponenti M5S fa indulgere il Pd all’ottimismo. Il governo è fuori dalla partita di oggi ma «avviare» la macchina istituzionale riguarda, eccome, la partita dell’esecutivo.
Al di là degli elementi di colore i parlamentari Cinque Stelle si sono presentati in 17, con qualcuno che ha chiesto di aprire l’incontro alla stampa, qualcun altro che ha proposto di fare una diretta video, un altro ancora che ha avanzato
l’ipotesi di uscire dalla riunione con un comunicato congiunto Pd-M5S sul «bene del Paese» salvo vedersi redarguire da un compagno di partito, per arrivare poi alla decisione finale di fare un video di commento all’incontro che è stato trasmesso dal sito grillino «La cosa» il confronto ha fatto segnare un punto che il Pd giudica a favore. Spiega Zanda con parole simili a quelle usate da Lombardi: «È stato un incontro positivo, costruttivo, in cui c’è stata la condivisione dell’obiettivo generale, quello di mettere in moto la macchina democratica del Parlamento e di avviare un percorso che ci auguriamo sia lungo».
Il ragionamento che ha fatto Lombardi ai membri della delegazione Pd, per quel che riguarda la presidenza delle Camere, è stato questo: «Non bisogna soltanto guardare al numero di seggi ottenuti dai partiti, va rispettata la volontà dei cittadini. E noi alla Camera siamo la prima forza politica». In pratica, anche se non lo ha detto esplicitamente, ha chiarito che i Cinquestelle potrebbero puntare ad avere la presidenza di Montecitorio (e oggi si riuniranno per decidere, nel caso, chi candidare alla Camera e chi al Senato).
Gli esponenti democratici, che hanno interpretato le parole di Lombardi come un’apertura alla linea della «corresponsabilità», non hanno mosso obiezioni. La strategia di Bersani non è infatti in contraddizione con una simile ipotesi, anzi. Il leader del Pd ha proposto la «corresponsabilità» sul piano istituzionale, auspicando poi che da parte del Movimento 5 Stelle ci sia una analoga assunzione di responsabilità per realizzare quel cambiamento di cui necessita il Paese. Che, tradotto, significa un atteggiamento dei senatori Cinque Stelle (non partecipazione al voto e se necessario presenza in aula per garantire il numero legale) che consenta a Bersani di incassare la fiducia a Palazzo Madama (dove il centrosinistra può raggiungere quota 146 voti se ottiene il consenso di Monti).
Sia i parlamentari M5S che lo stesso Beppe Grillo, con un intervento a distanza via web, hanno ribadito che da parte loro non saranno né siglati accordi, né strette alleanze. E al Pd sanno benissimo quanto sia stretta e in salita la strada su cui si è messo Bersani. «È un sentiero difficile ma le altre possibilità non sono autostrade insiste il leader Pd ora ciascuno si assuma la sua responsabilità, noi non facciamo trattative ma una proposta per cambiare, se si vuole cambiare o no lo si dica davanti al Paese». L’incontro di ieri viene comunque giudicato positivamente perché ha aperto un canale di dialogo con i parlamentari di M5S, nell’impegno reciproco che i vertici istituzionali debbano essere persone di indubbia moralità e prive di conflitti di interessi.
Molto gelido è stato invece l’incontro che in serata la delegazione del Pd ha avuto con gli esponenti Pdl Simone Baldelli e Lucio Malan. Lo schema su cui ragiona Bersani non prevede una presidenza per il partito di Berlusconi, che ha anche minacciato di non partecipare alle prime sedute parlamentari. Se la presidenza di Montecitorio dovesse andare a un esponente di M5S, per Palazzo Madama il papabile potrebbe essere un esponente indicato da Mario Monti. A breve la delegazione Pd (che domani vede la Lega) incontrerà gli esponenti di Scelta civica.
La Stampa 13.3.13
La proposta indecente dei Cinque Stelle spiazza Bersani
di Marcello Sorgi
Il primo incontro, promosso dal Pd, con la insolitamente folta delegazione del Movimento 5 Stelle s’è concluso con la sorpresa dei grillini che rivendicano la presidenza della Camera, dato che sono il partito che ha preso più voti da solo. Per Bersani, che ieri era alle prese con l’altro contropiede di Grillo (e in parte di Renzi) sul rifiuto dei rimborsi elettorali, è un bel rebus. Ed anche se il capodelegazione Democrat Zanda se l’è cavata dicendo che non ci sono pregiudizi e le valutazioni finali saranno fatte a conclusione di tutti gli incontri (oggi proseguono con Lista Monti e Pdl), è chiaro il bivio di fronte al quale il leader e candidato premier del centrosinistra si trova: se apre alla possibilità di mettere a disposizione di un presidente della Camera proposto da M5S i voti dei suoi oltre trecentoquaranta deputati - che invece, godendo di una larga maggioranza, potrebbero autonomamente eleggersi il proprio -, si dimostra coerente con il tentativo di trovare un’intesa con Grillo, ma lo fa in cambio di niente. Sia la futura capogruppo alla Camera Lombardi, sia lo stesso Grillo subito dopo, hanno confermato infatti che il movimento non fa alleanze con nessun partito. In più, accettando lo stesso la richiesta grillina nella speranza che comunque possa servire a favorire un ripensamento, o una qualche parziale benevolenza, verso il suo tentativo di formare un governo, Bersani scontenterebbe tutto o in parte il proprio gruppo parlamentare: all’interno del quale Franceschini era un forte candidato a salire sullo scranno più alto di Montecitorio, in una logica che avrebbe dovuto portare alla presidenza del Senato l’ex capogruppo del Pdl al Parlamento europeo Mario Mauro, eletto nella Lista Monti. Un accordo classico, scontato, a portata di mano, che il guastatore Grillo, con la sua prima mossa, potrebbe far saltare per aria.
Se invece Bersani alla fine deciderà di dire di no, o troverà comunque il modo di rigettare la palla nel campo del M5S, Grillo potrà affermare che, come aveva detto e ripetuto fin dal primo giorno, non era credibile tutto ciò che finora era venuto dai vertici del Pd, compresi gli otto punti su cui il segretario sta spendendo tutte le sue energie in attesa delle consultazioni al Quirinale. Lo scontro frontale con il Pdl, così, non è bastato a Bersani per guadagnarsi una concessione di credito da parte di Grillo. E la scelta tra la linea del «cambiamento» (ma in cambio di nulla, neppure una promessa) e quella del classico accordo politico spartitorio tra centristi e centrosinistra si annuncia alquanto difficile.
l’Unità 13.3.13
Grillini al bivio: ora rischiamo
I parlamentari temono che la scelta dei loro rappresentanti diventi «un bagno di sangue»
Lo Statuto di «casa Grillo»
La proprietà dei 5 stelle al comico e al nipote Enrico
di Andrea Carugati
Sarà un bagno di sangue...», sussurrano tra loro i parlamentari grillini all’uscita dell’incontro col Pd. L’oggetto è la riunione di oggi, in cui i 5 stelle sceglieranno i loro candidati per la presidenza delle Camere.
Già, perché oggi i neo eletti si troveranno con tutta probabilità a indicare non un candidato di bandiera, ma la seconda o la terza carica dello Stato. «Se vogliono darci una presidenza noi diciamo grazie», ha detto lunedì Vito Crimi, il capogruppo in Senato. E ieri la sua omologa alla Camera, Roberta Lombardi, durante e dopo l’incontro con la delegazione Pd, ha ribadito che «noi siamo la prima forza alla Camera e anche a Palazzo Madama siamo messi bene». Insomma, un invito rivolto in primo luogo ai democratici a votare un grillino sullo scranno più alto di uno dei due rami del Parlamento.
A questo punto, la domanda riguarda i papabili per una carica decisamente importante e che, a differenza dei capigruppo, non potrà essere soggetta ad alcuna rotazione. L’eletto diventerà immediatamente (e per tutta la legislatura) il grillino più alto in grado, una spanna sopra tutti gli altri, altro che «uno vale uno». Rischiando addirittura di fare ombra al leader Grillo e al guru Casaleggio. Per questo la scelta sarà un «bagno di sangue». Con un possibile esito a sorpresa: proprio per evitare il rischio di creare un «super grillino», alla fine i 5 stelle potrebbero rinunciare alla guida di una delle Camere. E in queste ore anche di questo si sta discutendo: se cioè sia davvero opportuno accettare l’offerta del Pd.
«Servono nomi di competenza e alto profilo», ha spiegato ieri la Lombardi. «Competenza», però, è proprio quella che manca alla truppa grillina, che ha sempre fatto vanto della propria verginità politica. Manca, ad esempio, alla 25enne Marta Grande, il cui nome ha iniziato a circolare subito dopo il risultato delle elezioni. Qualcuno l’ha già ribattezzata la «Pivetti grillina». E tuttavia, il nome della giovane deputata dal caschetto rosso in procinto di prendere la seconda laurea (ne ha già una in Lingue e commercio internazionale negli Usa), rischia di essere già bruciato.
Fonti parlamentari 5 stelle ribadiscono che «tutti gli eletti sono papabili, 109 alla Camera e 54 al Senato». E tuttavia tra i grillini queste sono ore bollenti. «La nostra sarà una proposta all’altezza delle alte aspettative che i cittadini hanno verso le cariche istituzionali», ribadisce Lombardi. Tra i nomi più quotati ci sono quelli di Alfonso Bonafede, avvocato di 36 anni, originario della Sicilia ma trapiantato a Firenze, e di Roberto Fico, 38 anni, napoletano, uno dei pionieri del movimento, già candidato come sindaco di Napoli (prese meno del 2%) e come presidente della Regione Campania, molto attivo sul fronte dei rifiuti (no agli inceneritori e alle discariche) e dell’acqua pubblica. Entrambi sono considerati molto vicini al duo Grillo-Casaleggio, e questa potrebbe essere una caratteristica decisiva.
Intanto, spunta a sorpresa uno statuto dei 5 stelle (lo ha pubblicato ieri l’Huffington Post). Nell’atto costitutivo dell’ «Associazione Movimento 5 stelle», depositato il 18 dicembre scorso presso il notaio D’Amore di Cogoleto (Genova), si legge che Beppe Grillo è il presidente, suo nipote Enrico Grillo il vicepresidente e segretario è il commercialista Enrico Maria Nadasi.
L’atto costitutivo e lo statuto spiegano che il titolare del simbolo dei cinque stelle e del blog beppegrillo.it è l’ex comico. L’obiettivo del movimento, si legge, «è la convivenza armoniosa tra gli uomini, attraverso lo sviluppo del talento e delle capacità personali dell'individuo». I valori fondanti sono «libertà, uguaglianza, dignità, solidarietà, fratellanza e rispetto». Tutti indicati in grassetto. Nel testo, si legge anche che «gli eletti eserciteranno le loro funzioni senza vincolo di mandato». Proprio quell’articolo 67 della Costituzione che Grillo ha recentemente demolito sul suo blog parlando di «circonvenzione di elettore». Nello statuto si legge anche che, come tutte le associazioni, anche i 5 stelle hanno un’assemblea, da convocare almeno una volta l’anno entro il mese di aprile, e un consiglio direttivo, composto da Grillo, dal nipote e dal commercialista. I tre sono «soci fondatori» e spetta a loro decidere sulle nuove iscrizioni. Non compare il nome di Gianroberto Casaleggio.
l’Unità 13.3.13
Dagli insulti alla diplomazia: è la politica, bellezza
di Toni Jop
PURA DIETROLOGIA: ieri, tre parlamentari della sinistra si sono incontrati con diciasette parlamentari Cinque Stelle. Hanno discusso. Soprattutto, come accade all’avvio di partite molto tese, si sono studiati a vicenda. Ciascun componente delle due delegazioni è stato costretto a lavorare, nel chiuso di quella stanza e nell’intimità della propria coscienza, sui giudizi e sui pregiudizi che hanno reso quell'incontro il primo, cautissimo contatto fisioterapico destinato ad addolcire una dolorosa contrattura dell'anima. Ora, di quel che si son detti pare si sappia tutto quel che ha un senso sapere e qui non ci torniamo, perché abbiamo la sensazione che il pur rilevante prodotto finale di questa prova di contatto non sia in grado di darci il titolo che, ne siamo convinti, si nasconde irrequieto nell'evidenza della giornata di ieri.
Per esempio: come mai non risulta che a Zanda, oppure alla signora Calipari oppure ancora a Zoggia qualcuno dei parlamentari grillini abbia detto «Scusate, non parliamo con i cadaveri putrefatti, anzi aprite le finestre»? È strano oppure no che si parli con i morti? Quindi, a quel che si sa, nessuno avrebbe dato del cadavere putrefatto a nessuno, nonostante la delegazione dei vivacissimi parlamentari di Grillo avesse di fronte a sé tre evidentissime salme. D’altro canto, non risulta che uno dei tre corpi inanimati della sinistra abbia ricordato alla delegazione con cui si stava misurando: «Siete servi sciocchi di un capo-popolo che vi manovra con una mano sola. Che sprechiamo a fare parole con voi che contate meno di niente?». «Morto che parla» fa un qualche numero alla tombola, chissà se c'è chi si è segnato la circostanza sul taccuino degli appunti. Cioè: nessuno, nel chiuso di quella sala, ha ribadito ciò che pensa, e non da ieri, dell’altro. Siamo forse sprofondati nella menzogna più bieca? Eccoci piombati nell’oscuro nucleo relazionale del merdaio partitocratico? Angoscia. Sta a vedere che la sinistra ha fatto una brutta figura proprio il primo giorno di scuola: doveva partire dalla rivoluzione culturale che ne ha sancito l'avvenuto decesso e invece si è trovata ad offrire il solito vecchio terreno in cui il non detto governa ciò che viene detto. Ma tranquilli, fratelli: avete avuto di fronte dei rivoluzionari tostissimi ai quali non la si fa. Gente che è riuscita a dire: a noi la presidenza della Camera, senza dirlo, siamo la prima forza del paese, senza esserlo.
Tutti hanno capito: i Cinque Stelle ritengono corretto che a loro sia data la presidenza della Camera, ma, interrogati in materia, riescono a rispondere che questa versione dei fatti è falsa, che loro non vogliono niente, non hanno chiesto niente. La rivoluzione li ha portati dritti dritti tra le braccia di un raffinatissimo linguaggio curiale senza accampare duemila anni di diplomazia alle spalle. Si contorcono, si sfilano, alludono, negano, neanche fossero i nipotini di Forlani. Il titolo vero, per noi è questo: «È la politica, bellezza, e non puoi farci nulla».
l’Unità 13.3.13
Cosa si nasconde dietro Grillo
Alla radice di quel successo la crisi della democrazia rappresentativa che poggia su partiti e sindacati
di Michele Ciliberto
Quando si parla di Beppe Grillo bisogna evitare preliminarmente alcuni errori. Anzitutto non bisogna identificare senza residui Grillo e il Movimento Cinque Stelle.
In quest’ultimo infatti sono confluiti problemi, tensioni, culture politiche, perfino generazioni differenti che non coincidono in modo integrale con il leader del Movimento ma che ed è questo l’aspetto principale riescono a trovare un punto di unione attraverso la sua figura e la sua iniziativa politica. Senza Grillo il Movimento Cinque Stelle non esisterebbe o sarebbe avviato a una rapidissima dissoluzione; per questi stessi motivi però il Movimento, almeno in questa fase, esprime una ideologia essenzialmente antagonistica, anche se ha elaborato una serie di punti programmatici di un certo interesse.
In secondo luogo è sbagliato pensare che il Movimento Cinque Stelle possa durare lo spazio di un mattino; esso è infatti il punto di arrivo di una lunga storia che ha trovato ora nella personalità e nell’attività politica di Grillo un luogo di approdo e di reciproco riconoscimento.
Bisogna poi evitare l’errore di interpretare Grillo secondo i canoni tradizionali della politicizzazione di massa propria del Novecento. Essa era già entrata in crisi con l’avvento di Berlusconi che da questo punto di vista ha rappresentato senza alcun dubbio un elemento di novità nella vita politica italiana ed europea, come del resto è stato più volte sottolineato da molti analisti.
Ma con Grillo il processo è andato assai più avanti con l’apertura di una vera e propria nuova fase della politica nazionale, a cominciare dall’uso sistematico della Rete.
Sottolineare quest’ultimo aspetto non basta però, se non se ne vedono gli effetti concreti che riguardano la figura del capo; la formazione delle classi dirigenti del partito, a cominciare dal personale parlamentare; le forme e i caratteri del reclutamento dei militanti; il rapporto con quella che si chiama, equivocamente, società civile. Rispetto alle tradizioni della politica di massa qui c’è un vero e proprio salto: il leader, per così dire, si autofonda, il ceto dirigente si costituisce in presa diretta senza alcuna mediazione di organismi intermedi, tanto meno di carattere cooptativo; fra i vari livelli dell’organizzazione esiste un continuo fluire che trova il proprio limite solo nella figura del capo che è il vero principio, e garante, della unità e della continuità del Movimento. In breve, fra il Movimento di Grillo e i partiti quali li abbiamo conosciuti nel XX secolo non c’è alcun rapporto, né si possono rivolgere a Grillo domande che rientrano all’interno di una concezione della politica alla quale è estraneo.
Alla radice del successo del Movimento, oltre ai motivi di lunghissima crisi sociale e politica ai quali sopra si accennava c’è ed è un altro motivo centrale la profonda crisi della democrazia rappresentativa italiana che poggiava e questo è un altro elemento di riflessione su istituti e strutture di massa dai partiti, ai sindacati, ad altri organismi di vario genere. Il primato della democrazia diretta tipica del Movimento è direttamente connesso a questa duplice crisi che ha investito la società italiana destrutturando quelle che ne erano state le fondamenta. Del resto, di questo si è reso conto anche il Partito democratico quando ha deciso di promuovere le primarie che sono state in effetti un tentativo per rimotivare l’agire politico dopo la crisi della politicizzazione di massa ridando forza, attraverso l’innesto di elementi diretti, alla democrazia rappresentativa di cui veniva percepita la crisi profonda.
Si commetterebbe però un ulteriore errore se analizzando processi di questa profondità non tenessimo ben presente un altro elemento che contribuisce a chiarire lo stato di destrutturazione (per così dire) della società italiana che si è espresso in modo potente nel voto al Movimento Cinque Stelle: democrazia rappresentativa e politica di massa sono state strettamente congiunte nell’ambito dello Stato nazionale moderno e sono entrate in crisi quando quest’ultimo è entrato in una fase di tendenziale dissoluzione.
Quello di Grillo non è, da questo punto di vista, un Movimento di carattere «statale» o riconducibile nel confine proprio della statualità moderna. Esso ha una dimensione effettivamente «apocalittica» sulla quale si possono esprimere differenti opinioni ma che certo si colloca al di là sia della dimensione tradizionalmente nazionale che di quella europea. Non si pone neppure il problema di ripensare in termini nuovi il rapporto tra Stato e nazione che oggi è una questione cruciale.
Naturalmente questo è un elemento di precarietà e di intrinseca debolezza del Movimento, almeno a mio giudizio; ma questo è un tipo di ragionamento che riporta l’analisi in un orizzonte ordinariamente politico al quale esso è strutturalmente e radicalmente estraneo.
Se non si capisce questo è impossibile, non dico stabilire un’alleanza, ma un qualunque rapporto con Grillo con il quale è eventualmente possibile avviare un colloquio solo assumendo in termini netti la radicalità della differenza fra gli altri partiti e il Movimento Cinque Stelle. Sarebbe in ogni caso sbagliato, come spesso si è fatto, ridurlo all’antipolitica: esso rappresenta ed è su questo che bisogna rigorosamente riflettere una differente concezione della politica e della società nella complessità delle loro articolazioni e dei loro nessi, a cominciare dalla legittimità del leader e dalla rappresentatività degli eletti fondate su criteri del tutto diversi da quelli tipici di una tradizionale dialettica politica e di una ordinaria democrazia parlamentare.
In sintesi, qualunque sia il giudizio che si vuole esprimere, Grillo e il suo Movimento stanno cercando, sia pure in modo tumultuoso, di trovare una risposta a quello che è, in questo momento, il nostro problema cruciale: chi sia il sovrano, e quali siano i soggetti e le forme della sovranità. Si può dissentire, anche in modo radicale, ma questa è la sostanza della faccenda e bisogna affrontarla e capirla con lucidità.
Questo non vuol dire che oggi il Movimento Cinque Stelle non possa svolgere una funzione parlamentare anche importante o stabilire relazioni di collaborazione con altri gruppi politici, anche in Parlamento.
Ma si tratta di un processo complesso e per poterlo avviare in modo adeguato è necessario svolgere anzitutto un lavoro di analisi e di conoscenza, cogliendo l’elemento di radicale novità che, nel bene e nel male, esso rappresenta in un momento di profondissime trasformazioni degli assetti politici e istituzionali dell’Italia e dell’Europa e mentre entrano in crisi, ponendo problemi immensi, stato nazionale, democrazia rappresentativa, politica di massa cioè le forme tradizionali della sovranità moderna.
È con questi problemi che noi dobbiamo confrontarci, e dobbiamo saperlo fare entrando in mare aperto, consapevoli che un intero ciclo della nostra storia è completamente terminato. Bisogna farlo hic et immediate perché, come diceva un autorevole leader del movimento operaio, quando si sbaglia l’analisi, si sbaglia anche l’iniziativa politica.
il Fatto 13.3.13
Spinelli, Settis & C.
Gli intellettuali
Mail nostro appello non chiede un governo Bersani-Grillo
di Tomaso Montanari
A cosa servono gli intellettuali? A far capire, per esempio, che non ha senso parlare di “intellettuali” in genere. Per avere un’opinione fondata, il primo passo è distinguere. Non giudicare in base alle appartenenze, ma al merito delle cose e delle parole. Il fatto che l'appello a Beppe Grillo e al Movimento 5 Stelle sia stato definito (non dai firmatari!) un appello di “intellettuali” e il fatto che sia apparso su Repubblica ne hanno consentito la chiave di lettura che Grillo stesso ha utilizzato per liquidarlo a scatola chiusa: “Pdmenoelle chiama, intellettuale risponde”. E la risposta, sul web e dalla viva voce dei parlamentari 5 Stelle, è stata (quasi) univoca: “Non daremo la fiducia ad un governo Bersani”. Ma l’appello voluto da Barbara Spinelli – firmato da Remo Bodei, Roberta de Monticelli, Antonio Padoa Schioppa, Salvatore Settis e da me: e soprattutto da 50.000 persone in tre giorni – non parla affatto di un governo Bersani, e nemmeno di un governo del Pd.
COME ANCHE l’appello analogo promosso da Michele Serra (e uscito sull’Ansa, non su Repubblica) noi abbiamo chiesto al Movimento di accettare la responsabilità di un governo. Abbiamo chiesto di non “dire no a un governo che facesse propri alcuni punti fondamentali della vostra battaglia”. E abbiamo aggiunto che “Non sappiamo quale possa essere la via che vi permetta di dire sì a questi punti di programma consentendo la formazione del nuovo governo che decida di attuarli, e al tempo stesso di non contraddire la vostra vocazione”. I cittadini (qualunque sia la loro professione) hanno il diritto di chiedere che non si torni a votare senza prima aver cambiato la legge elettorale, senza aver estirpato il cancro berlusconiano, senza aver preso parte alle decisioni urgenti che l’Europa sta prendendo per noi, ma senza di noi. Decidere quale governo possa farlo spetta al Presidente della Repubblica e al Parlamento. Ciascuno di coloro che hanno firmato l’appello ha una propria preferenza. Io personal-mente vedrei bene un governo senza ministri di partito (guidato per esempio da Stefano Rodotà, o da una personalità dello stesso livello). Ma se il Movimento 5 Stelle, primo partito nel Paese, fosse pronto a formare e guidare un governo, io troverei ovvio che cercasse i voti in Parlamento.
E a quel punto toccherebbe al Pd essere responsabile, e non perdere questa occasione. Insomma, in nessun modo l’appello chiede la fiducia a un governo Bersani: l’appello chiede un governo. Con la sola condizione che non comprenda il Pdl. Ci siamo rivolti al Movimento 5 stelle perché la dichiarata aspirazione a raggiungere il 100 %, oltre a essere inquietante, fa capire che questa legislatura appena nata è già data per morta. E a noi questo sembra uno spreco atroce.
DOPO VENT’ANNI si può cambiare: e non è affatto detto che nuove elezioni ravvicinate permettano di cambiare meglio e di più. E se un paese allo sbando riconsacrasse invece l’eterno Caimano? L’appello si chiude così: “Avete detto: ‘Lo Stato siamo noi’. Avete svegliato in Italia una cittadinanza che vuole essere attiva e contare, non più delegando ai partiti tradizionali le proprie aspirazioni. Vale per voi, per noi tutti, la parola con cui questa cittadinanza attiva si è alzata e ha cominciato a camminare, nell’era Berlusconi: ‘Se non ora, quando?’”. Ed è quello che ripetiamo: se non ora, quando? Non abbiate paura di cambiarlo davvero, questo Paese.
l’Unità 13.3.13
Carlo Federico Grosso:
«I fuochi li ha accesi tutti una parte. Non ci sono precedenti al mondo»
«La protesta organizzata nei confronti dell’autorità giudiziaria non rientra nell’ordinato funzionamento degli organi istituzionali»
«Quel che accade ha una sua rilevanza giuridica ma ha anche effetti importanti
sul piano dei rapporti politici»
di Ninni Andriolo
«I fuochi li ha accessi una parte». In un’intervista a l’Unità Carlo Federico Grosso, ex vicepresidente del Csm è duro sulla marcia Pdl al Palazzo di Giustizia di Milano: fatto senza precedenti. «Giusto il rammarico di Napolitano».
«Non è mai accaduto che una parte consistente di parlamentari si sia radunata davanti a un Palazzo di giustizia per protestare nei confronti dell’autorità giudiziaria che esercita le sue funzioni. Giusto il rammarico del Capo dello Stato». Carlo Federico Grosso, ex vice presidente del Csm, ha difeso Piero Fassino nel processo Unipol conclusosi con la condanna di Berlusconi a un anno di reclusione. «Un accadimento assolutamente unico quello di lunedì a Milano spiega il professore Non mi sembra che in altri Paesi siano rintracciabili precedenti simili».
Gesto eversivo, così è stato etichettato...
«Il fatto che un movimento politico cerchi di fare pressione, protestando in modo organizzato nei confronti dell’autorità giudiziaria che opera nell’esercizio delle sue funzioni, non rientra nell’ordinato funzionamento degli organi politico-istituzionali».
Una protesta legittima secondo il Pdl, che denuncia la persecuzione sistematica del suo leader...
«Che si possa parlare di disegno per arrivare a una serie di epiloghi giudiziari preordinati mi sembra impensabile...».
Unipol, Mediaset, Ruby, l’inchiesta di Napoli sui senatori corrotti per far cadere il governo Prodi...
«Si tratta di processi di primo o di secondo grado partiti in momenti diversi, che hanno avuto scadenze differenziate e che hanno dovuto subire ritardi a causa di interventi difensivi pur legittimi che hanno fatto scivolare i tempi. I due dibattimenti che si celebrano a Milano, tra l’altro, erano stati già rinviati, su richiesta della difesa, in vista delle elezioni. Solo una casualità, quindi, che si arrivi all’epilogo quasi contemporaneamente».
A sentire Alfano c’è un disegno per far fuori politicamente Berlusconi all’indomani delle elezioni...
«Il momento è sempre inopportuno, a ben ricordare i precedenti... Un imputato eccellente, che ha una posizione politica di primissimo piano, è sempre sotto i riflettori dell’opinione pubblica. E, se guardiamo il problema da questo angolo visuale, non potrebbe mai essere oggetto di un epilogo giudiziario che cadrebbe sempre in un momento poco opportuno».
Anche le visite fiscali al San Raffaele sono state considerate la prova della persecuzione contro Berlusconi...
«Non sono in grado di fare una valutazione dall’interno perché non conosco gli atti del processo, né i contesti specifici. Viste dall’esterno le iniziative dell’autorità giudiziaria mi sembrano assolutamente legittime e previste dal Codice di procedura penale».
Vuole ricordare cosa prevede il Cpp?
«L’imputato, in caso di infermità, può chiedere che il processo venga rinviato. La ragione deve essere giustificata, però. E il Codice prevede la discrezionalità dei giudici nella valutazione dei certificati medici che vengono prodotti. Se i giudici hanno qualche dubbio è loro diritto mandare medici fiscali a verificare come stanno le cose. Mi pare, tra l’altro, che in questo caso è accaduto un po’ di tutto. Quando i medici fiscali hanno rilevato che non c’era impedimento i giudici sono andati avanti, quando hanno rilevato il contrario il processo è stato interrotto. Siamo nell’ambito delle regole previste dal Codice, quindi».
Opportuno mettere in dubbio le affermazioni sullo stato di salute di un ex presidente del Consiglio?
«Qui non siamo di fronte a un problema di opportunità o di inopportunità, ma di rispetto delle norme. La legge è uguale per tutti».
Giusto chiamare in causa il Quirinale, come ha fatto il Pdl?
«Devo dire che sono rimasto leggermente sorpreso. In una prospettiva tecnico-giuridica quella richiesta di incontro non aveva alcun senso. Il Capo dello Stato, ancorché presidente del Csm, fra le sue competenze e funzioni non ha quella di interferire su magistrati che stanno svolgendo attività giudiziaria. Non può assumere alcuna iniziativa tecnica».
Ma poteva rifiutare l’incontro dopo la marcia di Alfano&C. sul tribunale di Milano.Ono?
«Certo. Ma il Capo dello Stato, evidentemente, ha fatto una legittima valutazione di opportunità politica. Perché è chiaro che ciò che sta accadendo ha una sua rilevanza giuridica, ma ha anche effetti importanti sul piano dei rapporti politici. Assolutamente opportuno quindi, ricevere i vertici di una delle maggiori forze rappresentate in Parlamento. Dopo l’incontro, comunque, il presidente della Repubblica ha sottolineato con grande forza che tutti, lui per primo, devono rispettare rigorosamente l’indipendenza dell’autorità giudiziaria».
E ha anche annunciato la convocazione dell’ufficio di presidenza del Consiglio superiore della magistratura...
«Anche il Csm non può assolutamente interferire sull’azione dell’autorità giudiziaria, così come il suo Comitato di presidenza. Il significato di questo incontro potrebbe essere quello di informare ufficialmente i vertici del Consiglio della situazione politico-istituzionale che si è venuta a creare».
Come favorire quel «cambiamento di clima» che auspica il presidente?
«Mi sembra che nessun magistrato abbia detto una sola parola al di fuori dell’Aula del processo. E non posso non riconoscere il tentativo in atto di premere perché in qualche modo se ne esca con un salvacondotto d’impunità...».
A favore di Berlusconi, naturalmente...
«Certo. E mi domando francamente quale possa essere. In questo momento strade non ne vedo».
Il ricatto di bloccare la legislatura punta a questo obiettivo...
«Al momento siamo ancora sulla sponda buona del fiume. Non so dove si potrebbe arrivare se si dovesse forzare la normale dialettica politica in una fase difficilissima come questa».
La Stampa 13.3.13
I magistrati insorgono “Democrazia a rischio”
L’Anm: un attacco alla nostra autonomia
di Francesco Grignetti
Il giorno dopo il blitz del Pdl al palazzo di giustizia di Milano, l’associazione nazionale magistrati non se la sente di tacere. Anche se i suoi vertici lamentano spesso di essere trascinati a forza nelle polemiche, questa volta gli è sembrato troppo. E quindi scrivono solennemente che quella manifestazione capeggiata da Angelino Alfano «ha messo in discussione e in grave tensione i principi fondamentali dell’ordinamento democratico, quali la separazione fra i poteri dello Stato e l’autonomia e l’indipendenza della magistratura».
È una lunga nota, quella emessa dall’Anm, che cade nel pieno di una giornata incandescente. Il Quirinale ospita i dirigenti del Pdl al mattino. Subito dopo saliranno al Colle i vertici del Consiglio superiore della magistratura. A sera arriverà un comunicato del Capo dello Stato di rara maestria lessicale ed equilibrio tra principi costituzionali.
Nel mezzo c’è la rivolta dei magistrati sulle loro mailing list. C’è chi vorrebbe organizzare una contromanifestazione. Chi è indignato e denuncia la «crisi istituzionale senza precedenti». L’Anm si fa dunque portavoce del malessere fortissimo delle toghe, sottolineando innanzitutto quanto sia una «falsa accusa, rivolta ai magistrati, di voler realizzare una persecuzione giudiziaria».
Perché sia chiaro con chi ce l’hanno, e cioè il Cavaliere, ricordano certi «insulti intollerabili», quando sono stati definiti «più pericolosi della mafia» e «cancro della nostra democrazia». Nel complesso, dicono, si assiste a «un’inaccettabile drammatizzazione di vicende giudiziarie personali, che devono trovare nel processo la loro naturale sede di valutazione e non devono essere trascinate sul piano politico».
E invece è proprio quanto sta accadendo. Le strade della politica e della giustizia s’incrociano per l’ennesima volta. Ma ecco l’altolà dell’associazione: «I magistrati italiani continueranno ancora una volta a svolgere il loro lavoro e a compiere il loro dovere nella consapevolezza che il giudice è soggetto soltanto alla legge e che la fedeltà dei magistrati alla Costituzione costituisce una delle più alte garanzie per la tenuta dello Stato di diritto».
Per essere davvero chiari: l’associazione manterrà «alta l’attenzione e, nel respingere il tentativo di trascinare l’ordine giudiziario in conflitti che gli sono estranei, non mancherà di denunciare con forza e in ogni sede qualsiasi attacco alla propria indipendenza».
Parole che potrebbero sembrare retoriche. Nel contesto di questi giorni suonano piuttosto d’incoraggiamento per i magistrati di Milano e di Napoli che hanno Berlusconi ad oggetto delle loro inchieste o come imputato nei dibattimenti. Puntualmente è così, infatti, che il comunicato viene decifrato dal Pdl. «Indicandoci come antidemocratici, di fatto giustificano ogni mezzo per farci fuori», dichiara Luca d’Alessandro. «L’Anm parla come un partito estremista che cerca di incendiare il clima», gli fa eco Daniele Capezzone. «La differenza tra il senso delle istituzioni e della democrazia, e un pericoloso approccio ideologico al rapporto tra giustizia e politica, sta tutta nella distanza siderale che passa tra le parole del presidente Napolitano e il comunicato dell’Anm», conclude Gaetano Quagliariello.
l’Unità 13.3.13
La rivolta antipolitica che unisce liberisti, ottimati e anticapitalisti
di Francesco Cundari
MENTRE MOLTI DI NOI NON AVEVANO ANCORA SMESSO DI DOMANDARSI CHE FINE AVREBBE FATTO LA DEMOCRAZIA ITALIANA, CON UN INTERO GRUPPO PARLAMENTARE teleguidato da un signore che parla di terza guerra mondiale nel 2020, un intero gruppo parlamentare che nelle Camere siede già da una quindicina d’anni marciava sul tribunale di Milano, teleguidato da un signore che prevedeva un milione di posti di lavoro in più nel 1994, meno tasse per tutti nel 2001 e la cura del cancro nel 2008.
Ipnotizzati dai surreali videomonologhi dei nuovi deputati e senatori a 5 Stelle, molti di noi continuavano a interrogarsi cupamente sulle sorti del Parlamento, mentre l’onorevole Domenico Scilipoti, che in Parlamento è già alla seconda legislatura, guidava fieramente il corteo milanese.
In questi vent’anni l’Italia ha conosciuto molte forme di antipolitica, come la manifestazione del Pdl contro la magistratura ci ha prontamente ricordato. Anche da parte di spezzoni della magistratura e dei media, come ci ha ricordato l’ultima udienza del processo Del Turco, dove la «prova regina» si è rivelata una clamorosa patacca, e ben poco è rimasto di quella «montagna schiacciante» di indizi che nel 2008 ne aveva giustificato l’arresto, l’isolamento, i 28 giorni di carcere, con tutti i principali giornali a sostenere e romanzare in ogni modo le ipotesi accusatorie.
Il grillismo non rappresenta una novità così radicale, in Italia, né sul piano politico né sul piano culturale. Per grillismo e berlusconismo verrebbe voglia di riprendere l’antico adagio marxiano secondo cui la storia si ripete sempre due volte, la prima in forma di tragedia e la seconda di farsa. Ma in questo caso non scommetteremmo sull’ordine di apparizione. Eppure entrambi, grillismo e berlusconismo, sono stati a lungo e saranno ancora vezzeggiati, alimentati, adulati, da quegli ambienti della finanza, della cultura e del giornalismo liberale che pur di ostacolare la sinistra sarebbero capaci di chiamare in soccorso il più inverosimile dei cavalieri (e infatti già due ne hanno regalati all’Italia).
Questa è la terza e la più radicale forma di antipolitica conosciuta dal nostro Paese: l’antipolitica degli ottimati, dei tecnici, di quell’aristocrazia del denaro e non di rado anche del sangue, a giudicare dal numero di cognomi procapite che da anni alimenta tutte le più violente campagne contro i partiti e i sindacati, la politica e lo Stato, riuscendo così a distogliere la collera popolare dai suoi privilegi, per scaricarla preventivamente su chiunque possa mai sognarsi di metterli in discussione.
Ma se scartassimo in blocco come antipolitica il centrodestra berlusconiano, il centro montiano e il radicalismo grillino, se ne potrebbe concludere che l’unica politica ammissibile sia quella del centrosinistra guidato dal Pd. Questo modo di ragionare non sarebbe però che una quarta forma di antipolitica, fondata anch’essa, come tutte e tre le precedenti, sull’idea che alla fin fine vi sia una sola ricetta di governo valida, una sola verità accettabile, una sola linea di riforma possibile, responsabile, credibile.
L’antipolitica proprio come la politica non è e non potrà mai essere identificata in un solo partito. È al tempo stesso un’ideologia, una cultura, uno stato d’animo. Uno spirito condiviso che in Italia unisce il fondamentalismo liberista del professor Luigi Zingales e l’antistatalismo anarcoide di Beppe Grillo, il tribuno televisivo e il magistrato di grido, il banchiere e il no-Tav, l’accademico e il buffone. Forse, nell’Italia di oggi, è semplicemente lo spirito dei tempi. Tempi cupi, certo, che però spetterà ancora e sempre alla politica cambiare.
il Fatto 13.3.13
L’appello
In 190 mila: B. ineleggibile
di Paolo Flores d’Arcais
Il marcio ventennio berlusconiano può davvero finire tra pochi giorni. Ma Napolitano ha posto il veto: “bisogna garantire al Cavaliere la partecipazione politica”, così l’Ansa sintetizza nel titolo il senso di questa Immoral Suasion del Colle. Invece, 190 mila cittadini hanno già aderito, in poco più di una settimana, all’appello che tramite www. microme ga.net Andrea Camilleri e Da-rio Fo, Margherita Hack e Barbara Spinelli, Franca Rame e Vittorio Cimiotta, e infine il sottoscritto, hanno lanciato perché il nuovo Parlamento finalmente rispetti la legge 361 del 1957 che rende Berlusconi inequivocabilmente NON eleggibile, e della quale uno spregevole inciucio ha fatto strame nelle passate legislature. Il primo ricorso, nel 1994, e il secondo nel 1996, ho avuto l’onore di firmarli insieme agli indimenticabili Alessandro Galante Garrone, Antonio Giolitti, Vito Laterza, Paolo Sylos Labini, Aldo Visalberghi.
CHE NEL 1994 una maggioranza berlusconiana calpestasse la legge era purtroppo prevedibile: l’espressione “in proprio”, fu “miracolata” dalla Giunta delle elezioni in “in nome proprio”, con una interpretazione alla azzeccagarbugli, pretendendo che la ineleggibilità valesse per amministratori e manager ma non per i proprietari, per Confalonieri e non per Berlusconi. Che la stessa ingiuria alla legalità venisse inflitta nel 1996 dalla maggioranza dell’Ulivo resta invece un triste abominio, che il centro-sinistra ha purtroppo reiterato nella successiva vittoria elettorale. Ora Napolitano ci mette il suo carico da undici. Ma due giorni fa Vito Crimi, cittadino del M5S eletto al Senato, ha ufficialmente annunciato che i membri del M5S nella Giunta delle elezioni voteranno per il rispetto della legge e per dichiarare dunque Berlusconi NON eleggibile e NON eletto. Questa decisione ufficiale cambia completamente il quadro politico.
E infatti: da molte parti si invoca un “dialogo” tra M5S e Pd, ma un dialogo sulle cose il M5S lo ha già avviato, su almeno tre questioni altamente qualificanti: rinuncia ai rimborsi elettorali (e successiva legge che li abroghi), accettazione di una presidenza della Camere, purché senza trattative, e infine la NON eleggibilità di Berlusconi. A questo punto è Bersani che deve rispondere, con un evangelico “sì sì, no no” (“perché il di più viene dal demonio”, Matteo 5,37) senza ciurlare nel manico. Quando la giunta delle elezioni del Senato si riunirà, gli esponenti del Pd voteranno insieme a quelli del M5S o a quelli del cieco di Arcore?
Se voteranno per la legalità, affiancandosi al M5S, Berlusconi uscirà di colpo dalla scena politica, e di fronte alla legge, alle inchieste, ai processi, alle sentenze, sarà un cittadino eguale a tutti gli altri. Se fossi Nostradamus scommetterei che il giorno dopo la decisione del Senato (forse un minuto dopo) il putiniano di Arcore sarebbe già all’estero, malgrado l’uveite.
Questa clamorosa svolta nella politica italiana è dunque a portata di mano, e si deciderà tra pochi giorni. Il moltiplicarsi delle firme all’appello di Micro-Mega è lo strumento perché l’indignazione democratica si trasformi in azione e costringa Bersani, Vendola e Renzi a dire senza più infingimenti se vogliono che l’Italia esca dalla vergogna delle macerie morali e materiali cui l’hanno portata Berlusconi e gli inciuci senza complessi di D’Alema, oppure se i loro “8 punti”, “rottamazioni” e altre” narrazioni” sono il solito ritornello gattopardesco con cui si vuole puntellare un potere di establishment avvitato nell’indecenza.
Non si facciano illusioni: ogni titubanza, ogni contorsionismo verbale, ogni tentativo di procrastinare la decisione del Senato, saranno vissuti dai cittadini che ancora credono nella Costituzione repubblicana come complicità e omertà con Berlusconi e i suoi bravi. Perché di questo in effetti si tratterebbe.
È SEMMAI incredibile che lo squadrismo in botulino con cui i parlamentari Pdl hanno aggredito il palazzo di giustizia di Milano e l’autonomia della magistratura non abbia avuto risposta adeguata da parte del Pd. Non si tratta di un golpe, infatti, solo perché i protagonisti sono a livello della pochade, ma la volontà eversiva c’è eccome. Contro la quale in piazza il 23 dovrebbero magari scendere gli amici della Costituzione.
Repubblica 13.3.13
Patti impossibili con questa destra
di Piero Ignazi
L’IMMAGINAZIONE al potere è stato il bellissimo slogan di una stagione
felice e solare, quella di fine anni Sessanta, quando in Occidente
lo sviluppo e il benessere sembravano non finire mai. In questi giorni è
tornato in auge, grazie al Movimento 5 Stelle. Ogni giorno che passa i
neoeletti del M5S aggiungono un tassello tra il fantasioso e il
surreale alla loro visione della politica nazionale.
Mentre nel passato i partecipanti ai vari Meetup grillini si
ingegnavano per risolvere i problemi della comunità dove vivevano
offrendo proposte innovative ed anche brillanti, ora, approdati alla
grande politica, sembrano essere partiti per la tangente. Il loro
celebrato e benemerito pragmatismo, fatto di piccoli passi ed azioni
concrete, sta cedendo il passo al settarismo: tutti i politici sono dei
farabutti, i giornalisti un branco di lupi famelici, e solo loro si
considerano puri e indomiti. Se così fosse avrebbero ragione coloro che
dipingevano il M5S come un movimento populista, che divide il mondo in
bianco e nero e in buoni e cattivi, e dove il Capo ha sempre ragione.
L’atteggiamento anti-establishment di questi giorni sta infatti
oscurando l’altro côté identificativo del Movimento, quello ecologista-
alternativo, paragonabile ai Verdi tedeschi degli inizi. Anche allora,
ed anche tra personaggi come Joschka Fischer, poi apprezzato ministro
degli Esteri, avevano libera circolazione proposte bizzarre e
provocatorie. Ma per loro fortuna i Grünen non dovettero subito
confrontarsi con la questione del governo. Ne rimasero esclusi, a
livello federale, per quindici anni. Oggi, invece, i parlamentari a
Cinque Stelle devono fare subito delle scelte impegnative. Catapultati
da una dimensione di attivismo locale senza nessuna esperienza
istituzionale, si trovano ad avere in mano le chiavi della
governabilità del nostro paese. Si può comprendere lo sconcerto. Solo
che questo inevitabile spaesamento non viene compensato con la
disponibilità all’ascolto e al confronto. Al contrario: alle solite
litanie dell’essere null’altro che i rappresentanti dei cittadini (come
se i parlamentari non fossero sempre stati questo, in linea di
principio almeno) i grillini affiancano atteggiamenti altezzosi al
limite dello sprezzante, scimmiottando già, ma in sedicesimo e senza
il gusto del paradosso, la verve del loro capocomico. Se allora essi
considerano – populisticamente – che tutti i partiti siano uguali e che
nessuno meriti fiducia “a prescindere”, allora il loro contributo
all’interno delle istituzioni è, e sarà, nullo. Ma se invece adottano un
approccio meno ideologico, “alla siciliana”, valutando nomi e proposte,
allora parte davvero la loro lunga marcia nelle istituzioni. Il Pd ha
fatto una mossa verso il M5S che può essere definita disperata o
coraggiosa. Comunque ha il grande merito di porre di fronte alle sue
responsabilità il secondo partito del Parlamento (perché è il Pd il primo partito: calcolando
i voti degli italiani all’estero i democratici hanno sopravanzato di
centocinquantamila voti i grillini). Bersani si propone quasi come una
vittima sacrificale del disastro politico-elettorale del suo partito:
senza ponti dietro le spalle o piani B, va a stanare M5S dal suo
cantuccio anti-tutti. Questa scelta obbliga il partito di Grillo a
scegliere, ad assumersi il carico della governabilità possibile votando
la fiducia ad un governo di minoranza, o dell’instabilità generale
riportandoci tutti al voto. Ogni giorno i grillini tentano una via di
fuga da questo dilemma. Ultimo in ordine di tempo, il richiamo alla
lunga assenza di governo in Belgio, dimenticando però che quello è un
paese federale con due comunità che gestiscono autonomamente molte
competenze e la maggior parte del bilancio pubblico. Ad ogni modo, ogni
altra soluzione è ora resa impossibile dalla manifestazione
proto-sovversiva del Pdl al Tribunale di Milano. Per questo il Pd non
ha altra scelta se non andare alla verifica dei numeri in Senato,
incurante delle bordate a ripetizione di Grillo. Ma quindici giorni sono
un’eternità in politica. E magari, alla fine di questo calvario, lo
stesso Bersani
può individuare uno spiraglio imprevisto.
il Fatto 13.3.13
Voltafaccia
Marò, tutto salvo fuorché l’onore
di Bruno Tinti
Il 15/12/12 Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, militari italiani in servizio di sicurezza sulla petroliera Enrica Lexie, ammazzano Gelastine Valentine e Ajesh Binki, due pescatori indiani che si erano avvicinati con un peschereccio, probabilmente per vendere pesce. Li scambiano per pirati e li colpiscono a morte con i loro fucili. Sono arrestati dalle autorità indiane e si apre una controversia internazionale. L’India, per la verità non la gestisce male. La Corte Suprema di New Delhi sottrae la competenza al Tribunale di Kerala che manteneva i due marò in stato di detenzione e, il 2/6/2012, li scarcera, con l’obbligo di restare a disposizione; si riserva di decidere su quale nazione li debba giudicare: Italia o India? L’attività diplomatica è intensa.
IL PROBLEMA è: dove è avvenuto il fatto? Acque territoriali indiane, acque internazionali? Se il fatto è avvenuto in acque internazionali la competenza a giudicare dovrebbe essere italiana; e la Enrica Lexie era a 20 miglia dalla costa indiana; il limite delle acque territoriali è 12 miglia. New Delhi ci pensa su parecchio e, alla fine dell’anno, ancora non ha deciso. Però arriva Natale e l’Italia chiede alla Corte un permesso: i due marò trascorrano le feste a casa loro, promettiamo che ritorneranno. La Corte acconsente. Massimiliano e Salvatore sono ricevuti con tutti gli onori: Napolitano gli stringe la mano, tutti li trattano come eroi; dei pescatori ammazzati non importa a nessuno. Finite le ferie, i due rispettano l’impegno preso e tornano in India, dove ancora si deve decidere chi li giudicherà. Il 18/1/2013, la Corte di New Delhi stabilisce che la competenza appartiene all’India perché l’incidente è avvenuto in acque territoriali indiane. Ma come, le navi erano oltre le 12 miglia. Sì, ma si deve applicare la convenzione di Montego Bay secondo cui il limite è di 200 miglia. Ma la convenzione riguarda le attività commerciali, la pesca. Fa lo stesso, è questa che si deve applicare, i marò saranno giudicati da un Tribunale indiano. La decisione non piace all’Italia; così, quando arrivano le elezioni, si chiede un nuovo permesso per i marò; l’India lo concede e, alla scadenza, il nostro ambasciatore comunica che, siccome la decisione della Corte di New Delhi è in violazione di “norme internazionali consuetudinarie”, i due non faranno ritorno in India. Scoppia un casino e l’Italia fa una figura barbina internazionale. Perché?
INTANTO perché le manifestazioni di giubilo con cui a Natale 2012 i due fucilieri furono accolti in Italia sono considerate del tutto fuori luogo. Si tratta di gente che ha ammazzato due poveri cristi; che probabilmente si sia trattato di omicidio colposo (che vuol dire che si erano sbagliati, che credevano davvero che erano pirati) è probabile. Ma certo questo consola poco i familiari dei pescatori; e non depone a favore delle qualità professionali dei militari. È comprensibile che i loro genitori siano contenti di rivederli; ma è del tutto inopportuno che Napolitano li riceva e gli stringa la mano: che hanno fatto per meritare le congratulazioni del presidente della Repubblica? Si fosse limitato a dire che ringraziava l’India della fiducia e che garantiva il rispetto dei patti sarebbe stato meglio.
Ma soprattutto, perché rispettare i patti a Natale e violarli a Pasqua? Si sapeva già, fin dal giugno 2012, che gli indiani stavano ponzando sulla competenza a giudicare; questione che poteva essere risolta solo in tre modi: India, Italia o altro organismo internazionale. Allora perché non dire subito: io non mi fido tanto di voi, magari decidete che il processo si deve fare in India; quindi abbiate pazienza, vi abbiamo fregato, abbiamo promesso che ritornano e invece ce li teniamo a casa. Non sarebbe stata una bella figura ma almeno saremmo stati chiari fin dall’inizio. Ma no, glieli abbiamo restituiti. Perché? Magari perché speravamo che la decisione della Corte di Delhi ci sarebbe stata favorevole? Si, avrebbe potuto dire, la competenza spetta all’Italia. Fosse andata così ne saremmo usciti con tutti gli onori e senza incidenti internazionali. Era opportuno aspettare. Ma, guarda che jella, l’India, dopo il ritorno dei marò, decide in senso contrario; e questo non ci sta bene. Nuovo permesso e questa volta, tiè, li volete giudicare voi? Non se ne parla. Un po’ come fa B che, quando lo assolvono, loda i giudici imparziali e, quando lo condannano, li insulta e spiega che lo perseguitano perché sono comunisti. Insomma, finché c’era la possibilità che gli indiani ci dessero ragione, rose e fiori; ma, se ragione non ce la danno, violano le norme internazionali, commettono ingiustizie e legittimano il ricorso a... giusto, a cosa? Allo spergiuro, alla truffa, alla circonvenzione? Fate voi.
Perché questa è la cosa peggiore. Torto e ragione sono cose non sempre così evidenti in diritto. E non sempre è la ragione a prevalere. Però l’onore, la parola data... “Perché quann'uno, caro mio, se vanta d’esse un omo d'onore, quanno ha dato la parola, dev'esse sacrosanta. E sia longa la strada, o brutta o bella, Magara Cristo ha da morì ammazzato, Ma la parola sua dev'esse quella” (Pascarella - La scoperta dell’America).
La Stampa 13.3.13
Convocato l’ambasciatore: Roma rispetti i patti
L’India alza i toni “Riporteremo qui i marò italiani”
Il premier: attiveremo tutti i canali diplomatici
di Francesco Grignetti
La decisione di trattenere i marò in Italia fa infuriare l’India. Si arrabbia l’opinione pubblica, che sfoga la sua rabbia su Internet e anche in piazza, nel Kerala, dove l’associazione dei pescatori ha tenuto una bollente manifestazione contro l’Italia e contro il governo che ha concesso agli italiani la licenza premio. Insorge l’opposizione nel Parlamento. Soffiano sul fuoco i media, rilanciando le parole dolenti delle vedove dei due pescatori morti. Ma è forte anche la presa di posizione del governo indiano: il nostro ambasciatore Daniele Mancini è stato convocato al ministero degli Esteri perché gli fosse chiaro che «l’India - come da comunicato ufficiale - si aspetta dalla Repubblica italiana, come Paese impegnato nel rispetto della legge, che onori la dichiarazione giurata sovrana fornita da essa alla Corte Suprema». Gli indiani si sentono traditi. Ne fanno una questione di orgoglio nazionale e su questo sentimento, in India, non si scherza. Tanto che è lo stesso primo ministro Manmohan Singh a sintetizzare così, in un incontro con alcuni parlamentari del Kerala, la posizione del suo governo: «New Delhi attiverà tutti i canali diplomatici per riportare in India i due militari italiani». Si temono ora contraccolpi sull’interscambio economico.
Altro che accogliere la proposta di un arbitrato internazionale, dunque. La richiesta italiana per il momento non viene presa in considerazione. New Delhi è arroccata sul principio che il processo va fatto in India e stop. E anche l’appello della Ue - «si trovi una soluzione che rispetti le convenzioni dell’Onu» - risuona a vuoto. Il premier Singh, peraltro, è strattonato da tutte le parti. Il partito indù Bjp parla di tradimento e accusa Singh di «collusione» con gli italiani. Si sprecano le dietrologie di chissà quale scambio ci sarebbe dietro le quinte. L ’affaire Finmeccanica viene tirato in ballo in ogni ragionamento. Così come l’origine italiana di Sonia Gandhi, leader dell’egemone Partito del Congresso.
Anche gli italiani, però, si sentono traditi. A parte il «trappolone» che è all’origine di tutta la vicenda, quando la petroliera Enrica Lexie fu indotta a entrare in un porto indiano con l’inganno, è la dinamica di tredici mesi di difficilissimi rapporti tra i due governi a spiegare lo strappo di lunedì.
Occorre fare un passo indietro: la decisione è stata presa d’impeto sabato 9 marzo. Tre giorni prima, il 6 marzo, per l’ennesima volta, dall’Italia era stato richiesto l’arbitrato internazionale. Conferma ufficiale indiana, ieri: «La richiesta del 6 marzo è in corso di esame». Per tutta risposta, appunto il 9, giunge la notizia imprevista che New Delhi ha accelerato sulla costituzione di un tribunale speciale. A Roma si comprende che gli indiani non sono affatto intenzionati a rimettere in discussione la questione della competenza.
La prospettiva
La proposta italiana di un arbitrato internazionale diventa sempre più complicata è una sola: processo e condanna sicura. Latorre e Girone rischiano di finire in carcere, e con una pena che può andare da 42 anni fino alla morte.
Monti e i ministri a quel punto si sono trovati di fronte a un bivio: rompere gli indugi oppure mollare la patata bollente ai successori. Ma proprio sabato 9, con le affermazioni roboanti di Grillo ai suoi («Se votate la fiducia io mollo la politica»), è stato anche chiaro che l’Italia non avrebbe avuto un nuovo governo per chissà quanti mesi. Da una parte, insomma, l’accelerazione. Dall’altra, la palude. E schiacciati nel mezzo i due marò, virtualmente già in carcere. «Tirarli fuori sarebbe stato impossibile», spiega una fonte diplomatica. Di qui lo strappo.
Corriere 13.3.13
Lo spettro magiaro che inquieta l'Europa
I seggi vuoti dell'opposizione contro la deriva autoritaria del premier Orbán
È solo un patriota aggressivo Viktor Orbán, il premier populista ungherese che sfida l'Europa, rivendicando al suo Paese piena libertà di azione? O è anche qualcosa di molto più pericoloso, un leader in piena deriva autocratica che sta progressivamente smantellando l'impianto della giovane democrazia magiara, costruendo nel cuore dell'Unione Europea un regime privo di garanzie, controlli e contrappesi istituzionali, docile strumento della sua vocazione autoritaria?
Il fumus è denso e acre, al termine di dieci giorni che hanno sconvolto l'Ungheria e hanno visto Orbán prima nominare un fedelissimo alla guida della Banca Centrale, quindi incassare dal Parlamento, dominato con una maggioranza di 2/3 dal suo Fidesz, un'inquietante modifica della Costituzione, denunciata all'interno (i deputati socialisti hanno disertato l'Aula) e all'esterno del Paese come una chiara negazione dei principi dello Stato di diritto e della separazione dei poteri.
Incurante delle messe in guardia e degli inviti a ripensarci, lanciati dal Consiglio d'Europa e dalla Commissione europea, Orbán ha dato segnale verde al suo uomo di mano, il presidente del Parlamento Laszlo Kovér, che ha fatto approvare l'emendamento della discordia.
Viene così di fatto esautorata la Corte Suprema, che ora non potrà più deliberare sul contenuto delle modifiche alla Costituzione. Inoltre, leggi liberticide che la Consulta aveva respinto ancora pochi mesi fa, diventano articoli costituzionali, dunque intoccabili: fra questi, il divieto di dormire per strada ai senzatetto, che potranno essere perseguiti penalmente; il bando alla pubblicità elettorale sui media privati, ultimi panda di una comunicazione indipendente; l'esclusione dalla definizione ufficiale di famiglia delle coppie di fatto, di quelle omosessuali e perfino di quelle senza figli. Ancora, viene limitata la libertà di espressione, quando lede «la dignità della nazione magiara», definizione buona per ogni uso.
E che le preoccupazioni e le critiche ascoltate nelle capitali europee, a Bruxelles e a Washington non impressionino affatto l'uomo nero di Budapest, ne è prova il suo discorso di ieri davanti a una platea di uomini d'affari nella capitale ungherese. Parlava di economia, Viktor Orbán. Spezzava il suo verbo del nazionalismo economico, annunciando la creazione di un sistema bancario statale, in modo da consentire alle aziende ungheresi di convertire in fiorini le proprie esposizioni in euro o altre valute straniere. Ma qui ci interessa soprattutto la parte dedicata alla «libertà di agire»: «Non ha alcuna importanza quanti nemici abbiamo, noi possiamo provare che anche messi nell'angolo, possiamo seguire una politica nazionale che ci possa far trovare i nostri amici, creare alleanze e rimanere in piedi da soli, senza aiuti». Se un Paese non crede di poterlo fare, ha concluso Orbán, «allora quella nazione deve morire».
Come da canovaccio, la retorica della via nazionale, che Orbán suggerisce anche agli altri Paesi dell'Europa centrale e orientale di seguire, appare sempre più lo schermo fumogeno dietro il quale il premier ungherese fa passare un progetto dirigistico e autoritario. La domanda è ovvia: fino a quando potrà abusare della pazienza, o della neghittosa tolleranza, dell'Europa?
Per molto meno, 13 anni fa, l'Austria di Jörg Haider fu sottoposta a sanzioni inconcludenti. Ma oggi Orbán pone all'Ue una sfida più grave e complessa. E c'è maggior consenso politico di allora, quanto all'intollerabilità dei suoi attacchi alla democrazia. Forse è tempo di ritirare i diritti di voto dell'Ungheria nell'Unione, una misura che minerebbe all'interno la sua immagine di uomo forte. Senza dimenticare che Budapest ha avuto assegnati tra il 2007 e il 2014 oltre 27 miliardi di euro a titolo dei fondi di coesione. E che nel prossimo bilancio potrebbe anche ricevere di più. Anche l'ipotesi di sanzioni finanziarie non è da scartare: non si può pensare di poter appartenere a una comunità, godendone i benefici e allo stesso tempo negando i valori che la ispirano e la tengono insieme.
Paolo Valentino
Repubblica 13.3.13
L’onore
Un concetto apparentemente arcaico, ma valido sempre Si rivela anche un valore civico, base per la convivenza
Perché essere rispettati è il fondamento della politica
di Kwame Anthony Appiah
Spesso oggi il richiamo all’onore personale sembra un retaggio del passato, qualcosa che evoca immagini di damerini imparruccati che si sfidano a duello alle prime luci dell’alba o, peggio, di Achei sporchi di sangue che assaltano le mura di Troia. Il diritto penale italiano, del resto, riconosce ancora alcuni reati (diffamazione e oltraggio) il cui fulcro è ritenuto essere il danno privato arrecato all’onore della vittima. Di fatto, fino a un’epoca relativamente recente — per la precisione fino al 5 agosto 1981 — il codice penale italiano prevedeva che l’assassinio di una donna sposata colta in flagrante delicto
potesse essere punito con una sentenza più lieve, dai tre ai sette anni di carcere (a fronte della condanna per le altre tipologie di omicidio che è di minimo 21 anni), con l’attenuante di aver commesso il fatto in preda all’ira derivante dall’oltraggio all’onore proprio o della propria famiglia. Fino a quella stessa data, per l’articolo 544 del codice penale italiano, lo stupro di una donna nubile da parte di un celibe era considerato non perseguibile nell’eventualità che la donna acconsentisse a sposare il proprio violentatore; il matrimonio in questo caso veniva definito riparatore, in quanto ristabiliva l’onore “perduto” della ragazza.
Anche quando il concetto di onore non si incarna nel diritto, resta comunque una presenza forte nella vita sociale. La vergogna dei “cornuti”, ovvero degli uomini traditi dalla moglie con un altro, è difficile da concepire come semplice violazione di un contratto, mera promessa infranta. E al giorno d’oggi anche la donna che viene tradita dal marito è guardata non solo con pietà ma anche con un certo disprezzo. Ancora, molti di noi provano vergogna quando dei loro connazionali macchiano l’onore del proprio Paese con il loro comportamento e al contrario orgoglio quando altri vi danno lustro.
Passando in rassegna parte delle teorie e delle pratiche relative al concetto di onore, sono giunto a una concezione filosofica di tale ideale in grado di spiegare
cosa esso sia e come funzioni al di là dello spazio e del tempo. Questa concezione trae spunto da una tesi che ho derivato dall’antropologo Frank Henderson Stewart: l’onore ruota fondamentalmente intorno al diritto al rispetto. Onorare una persona significa trattarla come degna di rispetto, comportarsi con lei come merita. Chi si considera degno d’onore farà mostra di autostima, porterà a se stesso il dovuto rispetto. In cosa si sostanzi il rispetto dovuto, in che modo lo si dimostri e quali siano gli elementi che ci fanno guadagnare o perdere il diritto a essere rispettati, sono tutti parametri variabili da cultura a cultura. Ma la struttura fondamentale dell’onore — il diritto a essere rispettati che deriva dalle norme o convenzioni sociali, il cosiddetto codice d’onore — è a mio avviso una costante universale dell’essere uomini. Ecco perché è possibile parlare di onore praticamente in ogni contesto.
Rispetto e disprezzo nei confronti di una persona possono rappresentare entrambi la conseguenza di azioni compiute da altri, dal momento che il proprio onore è sempre il proprio onore di persona con una qualche identità sociale. Si può ottenere onore da e per la propria famiglia, il proprio Paese, il proprio lavoro; ciò significa che chi condivide la nostra stessa identità — parenti, concittadini, colleghi — può diventare meritevole di rispetto per qualcosa che noi abbiamo fatto.
L’onore può essere sia individuale che collettivo. L’onore civico assume entrambe le forme. La forma individuale è quella del rispetto che i cittadini di uno Stato devono a quelli di un’altra nazione. È regolato da codici sociali afferenti alla vita politica di un dato Paese: questo è l’elemento che lo rende civico. Esso svolge un ruolo cruciale nello spingere i cittadini a fare molte delle cose che risultano necessarie per il corretto funzionamento di una società, e in particolare di una società democratica.
Il fulcro dell’onore civico individuale è assai semplice: si pensa che chi ha dato un contributo speciale alla vita civica sia degno di rispetto da parte dei propri connazionali. Tale rispetto viene dimostrato trattando quegli individui in base alla considerazione positiva che nutriamo nei loro confronti. Quando incontro al seggio la gente del mio stesso distretto elettorale, ci guardiamo reciprocamente con il rispetto di chi sa di star compiendo volontariamente un’azione importante tutti insieme. Ed eccovi un altro esempio, forse altrettanto americano: spesso, quando giro per gli aeroporti, mi capita di sentir dire a qualche membro delle forze armate statunitensi che viaggia in uniforme «grazie per il vostro servizio». In un Paese come il nostro che ha un esercito di volontari, siamo grati a chi si offre di arruolarsi. Tale espressione di gratitudine rende onore a quella scelta, vale a dire che recepisce fare il soldato o il marinaio o il marine o il pilota come degno del nostro rispetto. Normali casi di riconoscimento
come quello che ho citato fanno parte dell’esperienza quotidiana dell’onore civico in una democrazia moderna, come ne fanno parte gli altrettanti momenti di vergogna civile. Rientrano nelle modalità con cui l’onore individuale contribuisce a plasmare la nostra vita politica.
Ma nella vita civica conta anche moltissimo l’onore collettivo. Prendete questo semplicissimo esempio: negli anni Cinquanta, molti critici di sinistra del governo americano furono soggetti a persecuzioni. Uno dei miei eroi intellettuali, W. E. B. DuBois, fu indagato (alla fine però senza alcun esito) con l’accusa di essere un agente segreto straniero. In questo frangente difficile della sua vita una fonte di consolazione importantissima fu per lui il sostegno ricevuto da uomini e donne — gente comune ma anche, come nel caso di Albert Einstein, gente che poi così comune non era — sia negli Stati Uniti che altrove. Nel suo racconto del processo, In Battle for Peace (In lotta per la pace) DuBois cita lettere di solidarietà speditegli dalla Cina e dalla Russia, da Israele e dalla Nuova Zelanda, dalla Germania e dal Nordafrica francese. Questa sensazione che il mondo intero stesse a guardare ebbe un impatto fondamentale per l’evoluzione delle politiche statunitensi in materia di diritti civili e giustizia razziale, in parte perché il razzismo americano rappresentava un danno troppo grave per la reputazione del Paese nella battaglia ideologica contro l’Unione Sovietica e il blocco comunista. L’onore nazionale americano ebbe un ruolo fondamentale nel porre fine ad alcuni dei più deplorevoli eccessi del razzismo.
Allo stesso modo, le campagne per la libertà d’espressione e di associazione condotte dal Pen Center Indipendente cinese (Icpc) negli ultimi anni sono state supportate dalle attività di una fitta rete di Pen Center in tutto il mondo, che hanno avuto un ruolo attivo, tra le altre cose, nella candidatura di Liu Xiaobo, uno degli ex presidenti dell’Icpc, al Nobel per la Pace. Il perdurare della prigionia di Liu danneggia la reputazione della Cina agli occhi dei molti che in tutto il mondo guardano con grande rispetto alla cultura di quel Paese. Finché lui rimane in carcere, possiamo sperare che il fatto di avere gli occhi del mondo puntati addosso sia il motivo per cui sempre più suoi colleghi attivisti dell’Icpc, molti dei quali hanno ricevuto l’invito a prendere un tè con le autorità, sono ancora in libertà. I cinesi — compresi gli esponenti del governo — ci tengono a meritare il rispetto del resto del genere umano. Hanno a cuore l’onore del loro Paese.
Repubblica 13.3.13
Padre Gabriele Amorth racconta a Paolo Rodari la storia del segretario del cardinal Casaroli. Da Padre Pio a Wojtyla alla possessione
Il diavolo
La battaglia più difficile dell’ultimo esorcista
di Paolo Rodari
Maggio 1981, Vaticano. Angelo Battisti lo sa bene. Occorre essere pazienti e forti in ogni circostanza della vita. Gliel’ha insegnato il suo grande amico e confidente Padre Pio da Pietrelcina. E gliel’ha insegnato bene anche l’altra figura che, gioco forza, è divenuta importante nella sua esistenza: il cardinale Agostino Casaroli, Segretario di stato vaticano.
È l’ultimo giorno di lavoro di Angelo alle dipendenze di Casaroli. Il cardinale lo vuole salutare prima del congedo. In una nobile stanza del palazzo apostolico — drappeggi rossi, poltrone di velluto e un grande soffice tappeto — sua eminenza non tarda a prendere la parola.
«Angelo, io vorrei che uscendo di qui lei non dimenticasse che è con gratitudine che il Vaticano la manda in pensione ».
«Eminenza, non mi deve ringraziare. Io ho soltanto cercato di fare il mio dovere al meglio».
«Non la ringrazio solo per il suo lavoro. Ma anche per la discrezione che ha mantenuto in questi anni. So che conosce molte cose di Padre Pio. So che è stato un intermediario importante tra lui e il Santo Padre. E ho apprezzato molto che in questi anni lei abbia mantenuto ogni cosa per sé. Per noi, per me, la discrezione e il silenzio valgono molto».
Angelo saluta il suo superiore e pensa agli anni trascorsi in Vaticano. A quando, nel 1962, gli toccò fare la spola fra Roma e San Giovanni Rotondo per conto di monsignor Karol Wojtyla, allora semplice vescovo ausiliare di Cracovia. Un’amica d’infanzia del futuro Papa, infatti, Wanda Poltawska, era seriamente ammalata. Wojtyla scrisse una lettera a Padre Pio chiedendogli preghiere. Mandò la lettera a un cardinale italiano il quale chiese ad Angelo di portarla a San Giovanni Rotondo.
«Angiolino, a questo non si può dire di no», gli disse il frate quando ricevette la lettera. E, infatti, la missiva non rimase senza risposta. Di lì a poco la Poltawska guarì completamente e inspiegabilmente. Angelo non comprendeva perché Padre Pio stimasse tanto Wojtyla. «Chi è questo monsignore?», si chiedeva incredulo. Solo nell’ottobre del 1978 capì ogni cosa. Padre Pio, evidentemente, aveva intuito con chi aveva a che fare, chi era quel vescovo ausiliare che gli aveva scritto chiedendogli aiuto. Era il futuro Papa: Wojtyla, dopo la morte di Albino Luciani, divenne Giovanni Paolo II.
Angelo scende per l’ultima volta le scale del palazzo apostolico. Percorre il cortile del Belvedere senza voltarsi. La visita alla chiesa di Sant’Anna, in prossimità dell’uscita, è l’ultima tappa. Passano soltanto cinque minuti. Poi Angelo esce dalla chiesa. Esce, ma non è più se stesso. Ha il viso scuro, provato, come se una brutta notizia fosse arrivata improvvisa a oscurare una giornata di sole.
Cosa è successo in quella chiesa? Cosa è accaduto?
Certe cose non si possono spiegare. Certe cose accadono e basta. E uno ci si trova dentro senza conoscerne il motivo. La differenza qui sta nel fatto che Angelo, in questa cosa, non ci si trova semplicemente dentro. Semmai è questa cosa a essere dentro di lui. È lì, senza dubbio alcuno, dentro di lui.
Muta ma viva. Silente ma attiva.
E la prima azione che gli ordina di compiere è chiara e decisa: «Scappa da qui!».
Angelo arriva a casa rabbuiato. Per festeggiare la pensione, Dora, sua moglie, gli ha preparato una cena coi fiocchi. Ma lui non mangia. Va diritto nel letto. Non si addormenta però. Resta lì, tutta la notte sotto le coperte con gli occhi sbarrati al soffitto. È quel buio che poche ore prima l’ha investito nella piccola chiesa di Sant’Anna ad avvolgerlo ancora e a martellargli nelle tempie: «Non lo sai? Ora sei mio».
Il dottor Fabrizi, medico di casa Battisti, rimane per qualche istante in silenzio. È pensieroso e preoccupato. In vita sua ha visitato tanta gente. Ha imparato che la mente umana è un grande mistero entro il quale occorre entrare coi piedi di piombo. E anche con molta umiltà. Su Angelo non osa dire nulla, perché non sa cosa dire. Il cambiamento della personalità dell’uomo avvenuto in così poco tempo lo sconcerta e lo inquieta. E non ha risposte certe da dare.
Padre Candido Amantini, (esorcista della diocesi di Roma, maestro di padre Gabriele Amorth ndr) conosce Angelo da anni. Saputo del suo cambiamento, gli fa visita più volte. Ma Angelo non si apre, non si confida. Anzi, finché c’è padre Candido in casa si comporta normalmente. Appena l’esorcista esce, torna nel suo buio. Una mattina padre Candido si presenta in casa senza preavviso. Tutto è in disordine. Angelo, in uno dei suoi raptus d’ira sempre più frequenti, ha sfasciato mobili, suppellettili. La stanza da letto è quella meno danneggiata. Ma qui lo spettacolo terrificante è Angelo. Sdraiato sul letto, stringe la statua di san Michele arcangelo. Dalla sua bocca esce un lamento indecifrabile. È bianco in viso, la barba sfatta, i vestiti sporchi. Non si è accorto di padre Candido che, improvvisamente, alza la voce.
«Eccoti finalmente! Dopo tanto tempo riesco a incontrarti. Chi sei?». Angelo apre gli occhi. Questa volta non è ossequioso, gentile, delicato. Adesso, infatti, chi vive dentro di lui non può più simulare. E inizia a ridere, prima sommessamente, poi di gusto. Ride in faccia a padre Candido che nel frattempo impugna una croce e indossa una lunga stola viola. Le sue armi, le sue difese, i suoi fendenti.
Angelo ride e poi di colpo vomita un’enorme quantità di poltiglia verde. La vomita addosso a padre Candido che non arretra. Anzi avanza. Appoggia la croce sul petto di Angelo che trema, ora immobile, come inchiodato, sopra il proprio letto.
Padre Candido è convinto: Angelo è posseduto, eppure non riesce a liberarlo. D’improvviso però, dopo anni di esorcismi senza esito, tutto cambia. Dora, ormai rassegnata a una vita di dolore, invita Angelo ad andare a fare visita a un noto esorcista toscano, padre Angelo Fantoni. Angelo accetta. Rimane da lui un mese. Per trenta giorni Dora non sa nulla di lui. Angelo non chiama, non si fa sentire.
Cosa accade in quei giorni? Angelo non lo rivelerà mai. Eppure è in quel mese che colui che è dentro il corpo di Angelo se ne va, sparisce, lasciandolo completamente libero.
Al ritorno a Roma Dora piange. Abbraccia il marito, chiama padre Candido e ricomincia finalmente una nuova vita. Angelo morirà dopo poco tempo.
Perché il prete toscano è riuscito a liberarlo? «Non ci sono risposte — dice padre Amorth — Ogni possessione è un caso a sé. E la liberazione un dono di Dio. Questa possessione, in particolare, è stato un caso unico, inspiegabile nella sua genesi. Non ho più avuto a che fare con una cosa simile. È stato in assoluto il caso più difficile della mia carriera d’esorcista».
Corriere 13.3.13
Carta e digitale Il Corriere della Sera primo quotidiano
di S. Bo.
MILANO — Le copie digitali su iPad e tablet e dispositivi vari vengono certificate e partecipano dunque alle classifiche sulla diffusione media: è questa la novità principale degli ultimi dati mensili Ads (Accertamento diffusione stampa) relativi al mese di gennaio 2013 resi noti ieri. E dai quali il Corriere della Sera si conferma il primo quotidiano nazionale con una diffusione media mensile totale di 457.016 copie cartacee e digitali. Si tratta di una novità di non poco conto, frutto delle nuove regole Ads che stabiliscono i parametri per il calcolo delle copie digitali. Una novità che evidentemente, con la crescente popolarità di tablet e smartphone, cambierà in modo progressivo ma radicale la composizione della diffusione di quotidiani e periodici, con un peso sempre maggiore delle copie digitali. Per quanto riguarda i principali quotidiani il Corriere della Sera è in testa alla classifica della diffusione media mensile con 411.400 copie cartacee e 45.616 digitali, seguono la Repubblica con 406 mila copie totali, di cui 360.522 cartacee e 45.996 digitali e il Sole 24 Ore con 280.187 copie, 233.997 cartacee e 46.190 digitali. Da notare però che per quanto riguarda il Corsera il numero di copie digitali è «penalizzato» dal fatto che non sono state calcolate circa 40 mila copie vendute non ai singoli clienti ma a fornitori di device o operatori telefonici che poi le hanno abbinate appunto alla commercializzazione dei loro prodotti: ciò perché il regolamento Ads fissa un prezzo soglia (il 70% in meno rispetto al prezzo edicola della copia cartacea) al di sotto del quale le copie vendute in questo modo non entrano nel conteggio. Da segnalare infine che il Sole 24 Ore registra nelle copie digitali il numero più alto di vendite (20.689) in abbinamento a quelle cartacee.
Repubblica 13.3.13
I numeri di gennaio diffusi da Ads: il quotidiano ha venduto 314.256 copie medie al giorno
Quelle online sono state 45.996, inferiori solo al Sole 24 Ore
Repubblica in testa in edicola e cresce nel digitale
ROMA — Anno nuovo, stesso primato. Repubblica si conferma, ancora una volta, il quotidiano più scelto nelle edicole e apprezzato dai lettori. I nuovi dati diffusi ieri da Ads, e relativi al mese di gennaio 2013, evidenziano un netto vantaggio rispetto al principale competitor: 314.256 copie medie di Repubblica vendute al giorno contro le 304.086 del Corriere della Sera.
Prevalenza riscontrabile anche per gli abbonamenti digitali: 45.996 copie online del quotidiano diretto da Ezio Mauro rispetto alle 45.616 del quotidiano milanese diretto da Ferruccio de Bortoli. Buone performance registrano anche i settimanali del Gruppo Espresso. Il Venerdì di Repubblica fa segnare 402.105 copie vendute, in crescita rispetto a dicembre. Mentre il femminile D-La Repubblica delle donne, che da sabato prossimo sarà in edicola nella nuova versione dopo il restyling, si attesta a 283.178 copie. L’Espresso diretto da Bruno Manfellotto, infine, è a quota 86.302 copie settimanali.
Per quanto riguarda gli altri quotidiani nazionali, oltre a Corriere della Sera e Repubblica, sopra le 100 mila copie acquistate in edicola troviamo i due sportivi: la Gazzetta dello Sport (196.551 copie e 232.825 il lunedì) e il Corriere dello Sport (140.298 e 182.084 il lunedì). La Stampa di Torino è a quota 190.635, il Messaggero di Roma a 155.512, Il Sole 24 Ore a 128.423, Qn-Il Resto del Carlino di Bologna a 117.181 e Il Giornale a 107.199. Il primato assoluto, invece, nella versione
digitale dei quotidiani spetta al Sole 24 Ore con 46.190 copie vendute, dato di poco superiore alla performance fatta registrare da Repubblica.
Tra i quotidiani locali del Gruppo Espresso, Il Tirreno si piazza davanti a tutti con 59.252 copie medie vendute al giorno. Seguito da La Nuova Sardegna con 44.528, il Messaggero Veneto con 43.135, Il Piccolo di Trieste con 28.425, Il Mattino di Padova con 23.014, la Gazzetta di Mantova con 21.858, Il Centro con 18.418, Alto Adige con 16.644, La Provincia Pavese con 16.543, La Nuova di Venezia e Mestre con 13.920.