l’Unità 7.6.08
Dove abita il razzismo
di Luigi Manconi
Il sistema di valori e disvalori, stili di vita e di comportamento, l’anarchia e la sregolatezza quali tratti unificanti dell’omologazione culturale, veniva qualificata da Pasolini come «fascismo»
Ha senso oggi utilizzare quella categoria? Penso di sì, e proprio nel significato attribuitogli da Pasolini. Non è prerogativa esclusiva della destra ma con la destra ha affinità
Circola da tempo una cattiva retorica sotto-pasoliniana, rilanciata ed esaltata dai «fatti del Pigneto». Un gran parlare, signora mia, di omologazione culturale, degrado morale, crisi delle comunità e degli stili di vita tradizionali; e un esercitarsi in considerazioni addirittura più antropologiche che sociologiche sulla decadenza di «tutte le identità collettive». Sia chiaro: c’è qualcosa di vero in ciò. E, tuttavia, analizzare quanto sta accadendo nelle nostre città e metropoli (da Verona a Roma) solo, o principalmente, nei termini di un dibattito culturale, che privilegia i processi di disgregazione comunitaria e le forme nuove dell'irrazionalità, rischia di essere -se non fuorviante- perlomeno dispersivo. Non a caso, sia l’omicidio di Verona che i fatti del Pigneto risultano equiparati da una precipitosa esclusione dell'analisi politica, a tutto vantaggio di quella appunto «antropologica». Si dimentica che proprio il PierPaolo Pasolini che, se non citato, viene costantemente evocato, nell'analizzare i processi degenerativi della cultura proletaria e la sua progressiva «borghesizzazione», arrivava a utilizzare, alla fine, categorie politiche.
Il fascismo che richiamava era, evidentemente, non quello ideologico e tantomeno di regime, bensì quello culturale e, ancor più, «mentale».
Tale evocazione è ovviamente opinabile, ma non è certo campata in aria. Il sistema di valori e disvalori, stili di vita e di comportamento, l’anarchia e la sregolatezza quali tratti unificanti di una omologazione culturale inarrestabile, veniva qualificata da Pasolini come «fascismo»: non per criminalizzare quanti dal fascismo storico derivavano la loro collocazione politica - in altri termini il Movimento sociale italiano di Giorgio Almirante - bensì per allargare ed estendere quella categoria fino a vagheggiare la formazione di una sorta di nuovo «carattere nazionale». Ha senso utilizzare quella categoria oggi? Penso di sì, e proprio nel significato attribuitogli da Pasolini. Ciò esige una chiarificazione preliminare: il «fascismo» e, come in questo caso, il «razzismo», non sono ovviamente attribuibili alla sola destra politica e riducibili ad essa: e tanto meno alla sola destra estrema, extraparlamentare e - sotto alcuni aspetti - neonazista. Ciò per alcune ragioni: come insegna l’esperienza storica la sinistra non è immune da tentazioni xenofobe, e in alcune circostanze, apertamente razzistiche. Tantomeno lo è, immune da tentazioni xenofobe, una sinistra come quella attuale, che ha visto sgretolarsi, o comunque vacillare, alcune certezze ideologiche e valoriali. Come sempre, pertanto, è possibile rinvenire tracce di «razzismo» (e con maggiore frequenza di cultura reazionaria), in numerose componenti ed espressioni del campo che si autodefinisce di «sinistra». Resta, tuttavia, un dato. Tra «razzismo» e «neofascismo» e destra politica, in specie italiana, esiste incontrovertibilmente una maggiore affinità di quella intercorrente con la sinistra politica: si tratta di una affinità culturale-ideologica, ma anche di una sorta di corrività rinvenibile nei gruppi dirigenti e in settori organizzati delle formazioni interne al centro destra. È questo, dunque, che autorizza a far ricorso a quelle categorie politiche. In altre parole il «razzismo» e il «neofascismo» esprimono un sistema di valori che non è prerogativa esclusiva dell’area di destra, ma trova in quella stessa area assonanze culturali, intersecazioni, simpatie e, comunque, una maggiore omertà. Più in generale, anche quando il ricorso a linguaggi e argomenti di tipo «razzistico» o «neofascistico» si trovano in aree della sinistra, ciò non deve essere ritenuto un «mascheramento» o una «infiltrazione», ma appunto l’ampliarsi di quelle categorie oltre il perimetro delle sue radici originarie, il suo diffondersi parallelamente alla crisi delle culture e delle comunità tradizionali, il loro attrarre umori e sentimenti, a prescindere dalla scelta politica e di voto dei soggetti coinvolti. E allora, quel Che Guevara tatuato sull’avambraccio dell’«eroe del Pigneto»... significa, in realtà, ben poco. Quasi nulla. Se si andasse a vedere l’iconografia tatuata sui corpi reclusi nelle prigioni italiane, si scoprirebbe agevolmente un caotico intreccio di simboli, immagini, figure, slogan, che ha il solo effetto di trasmettere la sensazione di una disperata ricerca di riferimenti cui aggrapparsi. Non è necessario pertanto, in questo caso, riferirsi al tradizionale sincretismo di alcune sottoculture della destra radicale che da decenni utilizza simboli e icone della sinistra estrema: c’è anche questo, ma c’è soprattutto - per chi si tatua un avambraccio, o compie gesti analoghi - il senso che quel simbolo immediatamente trasmette: un avvicinamento bruciante e semplificato tra il simbolo e ciò che dice. Nessuna mediazione, nessuna contestualizzazione e nessuna interpretazione, oltre il suo messaggio più diretto. Che Guevara, qui, è semplicemente uno che insorge.
Tanto più, va detto, che non è il razzismo classico - quello basato sulla presunzione di superiorità etnico-gerarchica - la forma assunta oggi dall’ostilità verso lo straniero. È, piuttosto, una miscela composita e complessa, eppure a ben vedere tutt’altro che originale, dove intervengono sia pulsioni e argomenti esplicitamente di destra, sia pulsioni ed argomenti esplicitamente di sinistra, sia, infine, pulsioni e argomenti che attengono a quei processi di crisi dell’identità comunitaria o, meglio, di tutte le identità dotate di un qualche senso razionale e di una qualche capacità di accoglienza. Ciò viene sostituito da identità chiuse, che al paradigma della chiusura affidano interamente l’enfasi della propria soggettività e il senso della propria relazione (o mancata relazione) con il mondo. Ma qui si torna - si deve tornare - alla politica. Se la xenofobia (alla lettera: paura dello straniero) è una miscela cui contribuiscono emozioni e dinamiche di entrambi i campi politici, la responsabilità di questi ultimi è estremamente impegnativa. A essi, alla destra e alla sinistra, spetta il compito di elaborare strategie adeguate a garantire sicurezza alla collettività, politiche di integrazione culturale e sociale degli stranieri, ma anche un intransigente e intelligente ruolo pedagogico. È diventato luogo comune della mentalità nazionale un ardito sillogismo, cui offrono credibilità le maggiori fonti di informazione: dal momento che tra gli immigrati irregolari c’è chi commette reato, lo straniero irregolare diventa la minaccia; dal momento che le popolazioni locali temono quella minaccia, quella minaccia diventa la principale domanda politica; dal momento che punto prioritario del programma politico è la difesa dall’immigrato irregolare, la cancellazione dell’immigrato irregolare («fuori tutti i clandestini») viene proposta come la soluzione politica al problema dell’insicurezza collettiva e delle ansie sociali. Ciò ha prodotto quel sillogismo di cui si diceva, diventato rigido e ferreo come - appunto - un dispositivo di sicurezza, una tripla mandata, un chiavistello chiodato.
Quel sillogismo si fonda, sull’equazione immigrato = clandestino = criminale. È tale equazione che le culture politiche di sinistra e, a mio avviso, anche le culture politiche di destra che non vogliano indulgere in tentazioni razzistiche, devono decisamente respingere. Il respingerle non significa combattere contro quella equazione. Ciò è, sul piano della retorica, fin troppo facile. Si tratta, piuttosto, di sottrarre l’intero discorso pubblico e il complesso dei messaggi che si inviano (e dunque, cruciale ruolo del sistema dei media) alle molte implicazioni che quell’equazione comporta. Alle molte implicazioni, cioè, corrispondenti alle tante pieghe e alle infinite espressioni in cui quell’equazione si manifesta (o meglio: si cela), nel discorso quotidiano. È qui, infatti, che quell’equazione si riproduce, si diffonde, diventa verità incontrovertibile. Si pensi a quel dettaglio (che dettaglio è solo in apparenza) costituito dal ricorso al termine clandestino. A rigor di logica e di diritto, tale termine è improprio o comunque sproporzionato. Nella grandissima parte dei casi, quel clandestino è uno straniero titolare di un permesso di soggiorno scaduto o inadeguato, tale da comportare un illecito amministrativo. Finora, infatti, di questo si è trattato: dell’infrazione alle norme sull’ingresso e la permanenza nel territorio nazionale. Non un reato, appunto, ma un illecito.
E la grande differenza conseguente alla diversa qualificazione di quel fatto, (illecito amministrativo o fattispecie penale) si esprime nell’apparato sanzionatorio che l’una o l’altra classificazione comporta: se siamo in presenza di un illecito amministrativo non è prevista la detenzione; se siamo in presenza di un reato, la detenzione è possibile. Ma il ricorso a quel termine «clandestino», è profondamente e irreparabilmente denotativo e discriminatorio. Per capirci: l’irregolarità è sanabile, la clandestinità è solo punibile. Ecco, allora, un punto delicatissimo sul quale, davvero tutti - e senza eccezione (nel corso di una puntata di AnnoZero, si è parlato pressoché esclusivamente di «clandestini»)- risultano distratti. Si è consentito così che per una popolazione di numerose centinaia di migliaia di individui valesse una equazione grossolana e palesemente falsa.
Ovvero: in Italia si trovano tra i settecento mila e il milione di immigrati irregolari, equiparati a settecentomila-un milione di criminali. Ma in quella popolazione di irregolari, come è noto, ma com’è altrettanto facilmente dimenticato, ci sono alcune centinaia di migliaia di badanti e colf, di edili e lavapiatti, di metalmeccanici, pescatori, contadini, pastori, artigiani…Tutto ciò, evidentemente, non significa in alcun modo che l’Italia - per rispondere alla più triviale e ricorrente delle domande - sia diventata un paese «razzista». Ma che si stia incattivendo, questo sì.
l’Unità 7.6.08
Silvio IV: «Dobbiamo compiacere la Chiesa»
L’incontro con il Papa diventa un atto di sottomissione: e promette il quoziente familiare nel Dpef di Natalia Lombardo
DUE BACIAMANO esagerati a Papa Benedetto XVI suggellano il senso della visita di Silvio Berlusconi in Vaticano. Un senso anticipato dure ore prima delle reti di casa Mediaset: «L’attività del governo non può che compiacere lo Stato e la sua Chiesa», ha
detto il presidente del Consiglio intervenuto al telefono con Belpietro su Canale5, nel quale ha «ringraziato» l’apprezzamento del Papa al «nuovo clima» che si è creato col suo governo.
Il corteo di auto con Berlusconi è arrivato al cortile di San Damaso all’interno della Città del Vaticano alle 10,45, con un leggero anticipo. Accompagnato da Gianni Letta, Paolo Bonaiuti, l’ambasciatore presso la Santa Sede, Zanardi Landi, Mauro Masi e altri funzionari di Palazzo Chigi, unica donna Anna Nardini, capo Ufficio studi in nero e veletta. Accolti dal picchetto delle Guardie Svizzere e dal prefetto della Casa Pontificia, hanno atteso dieci minuti nella sala del tronetto: un Berlusconi in doppiopetto blu molto ciarliero con i vari «gentiluomini» di Sua Santità; lo è diventato l’anno scorso anche Letta, che cercava di calmierare l’allegria di Silvio IV, più da party che da anticamera vaticana.
Papa Ratzinger ha salutato il premier col suo accento tedesco, l’altro si è tuffato a baciare l’anello del Pescatore del pontefice, anziché accennare il gesto come da protocollo, rispettato da Letta.
L’«Eminenza azzurrina» ha partecipato all’incontro a porte chiuse nella biblioteca del pontefice. Il clima sembra cordiale fin dall’inizio, un po’ lo stesso copione del 2005. Berlusconi, per la quinta volta in Vaticano, rompe l’imbarazzo suscitandolo negli altri. Inizia con le battute ai fotografi: «Sono più bravi a piazzare le foto che a farle», poi lascia di stucco il Capo del Cerimoniale di Palazzo Chigi, Eugenio Ficorilli, quando davanti al pontefice si è chinato ad abbottonargli la giacca: «Non ha ancora imparato ad allacciarsi i bottoni...», maligna Silvio che insiste: «Santità, guardi cosa deve fare un Presidente del Consiglio...».
L’incontro non ufficiale ma in forma privata, preparato da giorni, ha toccato vari temi accennati per titoli nei comunicati di Palazzo Chigi e della Santa Sede. La famiglia, con assicurazioni da parte del premier sull’aumento degli aiuti, anche alla scuola privata e sul «quoziente familiare» nel Dpef di giugno. Poi i temi internazionali come il Libano, il processo di pace in Medio Oriente, fino alla Russia e la Cina, l’emergenza alimentare, spiega il comunicato che sottolinea «ampie identità di vedute». Nell’inusuale intervista che ha anticipato l’incontro, sull’Osservatore Romano e su Radio vaticana, Berlusconi dà via libera agli Ogm, bloccati da Alemanno quand’era ministro.
Il tema dell’immigrazione non è citato, ma la cautela del premier sul reato di ingresso clandestino che preoccupa il Vaticano, si rivela nel passaggio sul rispetto dei «valori di libertà e tolleranza e sacralità della persona» e la rassicurazione al Papa di un «percorso parlamentare» del ddl. A Canale5 Berlusconi ha ribadito «la linea della fermezza», ma anche i dubbi sulla «funzionalità» del reato.
Ben disposto Benedetto XVI, atteggiamento reverenziale da Silvio IV. Il quale maschera il suo spirito settecentesco (quell’«anarchia di valori» criticata dalle gerarchie ecclesiastiche) con la religiosità di chi gli è vicino. O lo era. Come Mamma Rosa: il pontefice ricorda di averle regalato un rosario l’anno scorso durante un’udienza privata. «Aveva una fede straordinaria», racconta il premier, ed era devota ad alcune «suorine» che la volevano incontrare anche quando non stava più bene...
Quaranta minuti di colloquio, poco più della media. Poi il saluto della delegazione di Palazzo Chigi con altri baciamano, («la vedo sempre in televisione», dice il Papa a Bonaiuti) e scambi di omaggi. Da Berlusconi una vistosa croce d’oro con 11 topazi e un diamante naturale fancy brown, simboli di «concordia e temperanza» (fra Stato e Chiesa?). Silvio la illustra con fare da venditore aprendo un foglio di «expertise»: «È un modello unico, l’abbiamo fatto fare apposta per lei... Quando ha un attimo lo legga, ci sono le significanze di ogni pietra». «Lo farò...» risponde il Papa tedesco, che ricambia con una penna-colonna creata per i 500 anni della Basilica Vaticana e una stampa del ‘600.
Col secondo baciamano si chiude l’incontro, poi un colloquio di tre quarti d’ora con il cardinale Tarcisio Bertone, alle 12,40 il corteo riparte. Berlusconi raccomanda ai suoi, come fossero scolaretti: «Adesso dovete lavorare di più, con più passione e più entusiasmo. Il Santo Padre vi ha fatto un grande regalo».
l’Unità 7.6.08
Scuole cattoliche, legge 40 e la benedizione vaticana
di Roberto Monteforte
La benedizione c’è stata. Come pure la genuflessione. Può essere soddisfatto Silvio Berlusconi dell’udienza di ieri con papa Benedetto XVI con tanto di baciamano. Si può sentire rassicurato papa Ratzinger e il suo stretto collaboratore, il segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone, che hanno deciso di puntare sulla «carta Berlusconi» e sul «nuovo corso» politico maturato con il dopo voto. Se stabilità, governabilità e dialogo tra maggioranza e opposizione «nell’interesse superiore del paese» sono la cornice fondamentale indicati dalla Chiesa e dallo stesso pontefice per risollevare il Paese dalla sua crisi, allora pare proprio che il governo di centrodestra si sia accredidato come sponda affidabile e ancora più robusta dopo il responso elettorale.
Non solo per le opportunità che offrirebbe il «nuovo clima» politico. L’apertura di credito è anche sui contenuti, su temi come la difesa della vita e la dignità della persona, sulle risposte concrete da dare alle domande delle della famiglie e all’emergenza educativa, che consentano di garantire un futuro alle giovani generazioni, compresi quegli stanziamenti a favore delle scuole cattoliche, sui temi etici e sulla possibilità di coniugare sicurezza e risposte rispettose della dignità delle persone anche al fenomeno dell’immigrazione.
Il presidente del Consiglio pare accettare la sfida. Mostra la sua disponibilità ad affrontare l’agenda fitta e impegnativa indicata da Benedetto XVI nel suo discorso alla recente assemblea dei vescovi italiani. Un discorso che deve essere stato studiato a fondo dallo staff di Palazzo Chigi. Se aveva già anticipato una sua disponibilità nell’inusuale intervista congiunta concessa a «Radio Vaticana» e all’«Osservatore Romano» che ha spianato la strada all’incontro di ieri, l’ha ribadita nell’intervista resa ieri mattina alla «sua emittente», «Canale 5». «L’atteggiamento del governo - afferma - non può che compiacere il Pontefice e la sua Chiesa». È un impegno preciso.
La conferma arriva poco dopo. Nella mezz’ora abbondante di colloquio di Silvio Berlusconi, assistito da Gianni Letta, con Benedetto XVI nella Biblioteca privata del pontefice. Definito «lungo e cordialissimo» da una nota Palazzo Chigi e più sobriamente «cordiale» la «nota vaticana». Offre la disponilità del governo il premier. Lo farà anche nell’incontro tra la delegazione italiana e quella vaticana guidata dal segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone. Un’altra quarantina di minuti per affrontare in modo più approfondito per «un giro d’orizzonti» sui temi. Vi è piena identità di vedute tra l’Italia e la Santa Sede e non solo sui nodi di politica estera (dal Medio Oriente al Libano, alla Cina e alla Russia sino all’emergenza alimentare e al sostegno ai paesi più deboli). Quello che Berlusconi ribadisce è il forte apprezzamento per «il contributo della Chiesa cattolica alla vita del paese» e per la «costruttiva collaborazione» bilaterale e a livello europeo, per il suo contributo «nella sua azione sul piano interno e internazionale ai valori di libertà e tolleranza ed alla sacralità della persona umana e della famiglia». Parole suadenti e rassicuranti, pronunciate tra sorrisi e cordialità che devono essere state apprezzate in Vaticano. Ma i punti fermi restano, compresa quella richiesta di coniugare tolleranza e rispetto della persona umana e della vita. Che per la Chiesa vuole dire sicuramente politiche a sostegno della vita e contro l’aborto, ma anche porsi il tema dell’immigrazione garantendo adeguate politiche dell’accoglienza e dell’integrazione, senza imbracciare il fucile. Questo vuole dire mettere da parte il reato di immigrazione clandestina. Si mostra disponibile il premier. Afferma di ritenerlo «impraticabile». È un gesto apprezzato.
Per definire le soluzioni concrete c’è tempo. Soprattutto perché il governo si presenta solido. Dà l’idea di durare. Sui temi che richiamano il «bene comune» può contare sull’appoggio dell’opposizione. E si presenta pronto ad accogliere le sollecitazioni della Chiesa.
Come ha ribadito il presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco quello che conta davvero e su cui si giudica un governo, «sono i frutti». Le risposte concrete che vengono date. Per ora vi è la benedizione del Papa e della Chiesa e il governo Berlusconi incassa. Si vedrà se arriveranno e quando il «quoziente familiare» e gli altri aiuti alle famiglie, le decisioni a favore della vita, lo stop a quelle misure come le linee guida sulla legge 40 sulla fecondazione assistita della Turco, ritenute eticamente sensibili e quei finanziamenti alle scuole cattoliche esplicitamente richiesti dal Papa. Per ora Berlusconi assicura «la volontà di continuare la costruttiva cooperazione» tra Santa Sede e Italia.
l’Unità 7.6.08
Clandestini, i magistrati contro il governo
Durissima accusa dell’Anm: «Se passa il reato il sistema giudiziario va in tilt»
di Massimo Solani
IL CLIMA di collaborazione e reciproco ascolto fra governo e magistratura rischia di infrangersi subito sullo scoglio dei primi atti della nuova maggioranza.
Perché alle toghe, da ieri riunite a Roma per il 29° congresso dell’Anm, non sono piaciuti i primi passi dell’esecutivo in materia di sicurezza, a partire dal reato di immigrazione clandestina. «Sul punto - ha infatti spiegato nella relazione inaugurale il presidente Luca Palamara, riferendosi all’incontro avuto col ministro della Giustizia il 28 maggio scorso - abbiamo sottolineato le gravissime disfunzioni per il sistema giudiziario e carcerario che deriverebbero da tale previsione. Tutto ciò senza alcun reale beneficio». Un affondo durissimo, esteso anche all’aggravante per i reati commessi da immigrati clandestini. Che, secondo Palamara, genera «perplessità» sulla sua costituzionalità perché «potrebbe determinare un aumento della pena esclusivamente in ragione della condizione del colpevole» violando così «il principio di eguaglianza». Parole che non sono piaciute al Guardasigilli Angelino Alfano che ha rispedito al mittente le critiche spiegando che il reato di immigrazione clandestina è «presente in numerose legislazioni e non ha prodotto guasti». «Riteniamo che possa essere una misura di deterrenza forte - ha proseguito il ministro - In parlamento troveremo la soluzione più equilibrata». Meno diplomatica, invece, la reazione del presidente dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri. «L’Anm invece di contribuire ad aumentare il tasso di sicurezza nel nostro paese - ha risposto attraverso una nota al vetriolo - si abbandona a critiche contro le nuove norme. Per fortuna in democrazia il Parlamento è sovrano».
Ma la doppia bocciatura al governo è diventata tripla quando il neo presidente dell’Anm ha puntato il dito contro le norme varate per fronteggiare l’emergenza rifiuti a Napoli con cui si punta a creare una superprocura competente per i reati ambientali e un giudice collegiale per le misure cautelari. «Strumenti che - ha spiegato - non sono consentiti dal nostro ordinamento». Perplessità simili a quelle che la sesta commissione del Csm si sta apprestando a mettere nero su bianco per il parere che verrà discusso lunedì dal Plenum di Palazzo dei Marescialli.
Ma non è tutto: perché nella giornata inaugurale del congresso dell’Anm, che oggi si appresta ad accogliere il ministro della Giustizia, il faccia a faccia a distanza Alfano Palamara si è arricchito di un quarto ed ultimo capitolo. Perché, da Lussemburgo, il ministro aveva appena finito di illustrare la sua condivisione all’emendamento introdotto nel pacchetto sicurezza che dichiara le prostitute «pericolose per la morale» quando il presidente dell’Anm si è di nuovo messo di traverso facendosi portavoce di una opinione pressoché unanime fra le toghe. «Penso che la piaga del nostro paese sia lo sfruttamento, non le prostitute che diventano vittime del traffico di esseri umani - ha risposto infatti il pm della procura di Roma ai cronisti che gli chiedevano un commento - Obiettivo del legislatore e dei magistrati deve essere quello di individuare e colpire gli sfruttatori». Un’ultima staffilata che faceva dire a Lanfranco Tenaglia, ministro della Giustizia del governo-ombra del Pd, che «il giudizio dell’Anm riflette le considerazioni che noi facciamo da tempo, quindi ci conforta».
l’Unità 7.6.08
Shaul Mofaz Il vicepremier: Ahmadinejad va preso sul serio, il mondo libero non può più sottovalutare le sue minacce
«L’Iran fermi il riarmo nucleare o Israele l’attaccherà»
di Umberto De Giovannangeli
Capo di stato maggiore e ministro della Difesa tra il 2002 e il 2006, oggi vice premier, Shaul Mofaz contende la leadership di Kadima al primo ministro Ehud Olmert. Una sfida che investe la priorità assoluta per Israele: come garantire la sua sicurezza. Mofaz guarda soprattutto all’Iran - Paese che conosce bene, essendo nato a Teheran - e alla «minaccia mortale» per lo Stato ebraico rappresentata da un «regime teocratico che intende dotarsi dell’arma nucleare per realizzare il suo obiettivo dichiarato: distruggere Israele», afferma il vice premier israeliano. Per Mofaz la risposta di Israele deve essere «decisa, risolutiva». L’opzione militare è in campo, sottolinea l’ex capo di stato maggiore, ed essa va attivata con il sostegno degli Usa. «In nessun caso - avverte il vice premier - Israele tollererebbe l’eventualità che armi nucleari siano in possesso dell’Iran».
A Roma, nei giorni del summit mondiale della Fao, il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad ha rilanciato la sua sfida a Israele: il regime sionista, ha detto, finirà presto.
«Scomparirà prima lui di Israele. Questa non è una speranza. È una certezza».
C’è chi sostiene che le minacce del presidente iraniano siano solo propaganda a fini interni.
«Non sono di questo avviso. Guai a sottovalutare il pericolo iraniano. L’Iran è la più grande minaccia dal tempo dei nazisti. Quelle di Ahmadinejad non sono le farneticazioni di un esagitato. Sono le parole del capo di uno Stato che fa parte delle Nazioni Unite e che continua impunemente ad usare le tribune internazionali, ultima quella della Fao, per propugnare il suo odio antisemita e istigare alla violenza contro Israele. Nella storia dell’Onu non è mia accaduto che uno Stato membro dichiarasse esplicitamente la sua volontà di distruggere un altro Stato membro delle Nazioni Unite. Quando nega l’Olocausto, Ahmadinejad esorta a un altro Olocausto. La comunità internazionale avrebbe dovuto già da tempo considerare un individuo del genere persona non gradita invece di concedergli ogni opportunità per rinvigorire le sue minacce a Israele. L’Iran è una minaccia per noi ma lo è anche per il mondo libero. Non solo perché persegue i suoi piani di riarmo nucleare, che se portati a compimento determinerebbero una corsa alla bomba atomica di altri Paesi arabi sunniti - come l’Egitto e l’Arabia Saudita - che si sentirebbero anch’essi minacciati dall’”atomica sciita”, ma anche per il sostegno incessante, militare, logistico, finanziario, che Teheran fornisce ai più pericolosi gruppi terroristici mediorientali».
Di fronte a una tale minaccia, cosa resta da fare, a suo avviso, a Israele?
«Se l’Iran proseguirà il suo programma di riarmo nucleare, noi non avremmo altra scelta che attaccarlo. Di fronte alla determinazione del regime iraniano, tutte le altre opzioni sembrano destinate al fallimento. Le sanzioni si stanno rilevando inefficaci, e ancor meno incisive si mostrano le pressioni diplomatiche. Questa, purtroppo, è la realtà dei fatti. L’Iran ha già oggi missili a lunga gittata in grado di colpire pesantemente non solo Tel Aviv, Gerusalemme, Haifa, ma anche Roma, Madrid… L’Iran porta avanti la sua strategia destabilizzante fornendo armi e istruttori ad Hamas, Hezbollah, ai gruppi della Jihad islamica. Arma i nemici della pace e prosegue nella costruzione della bomba atomica, il cui utilizzo è chiaro. In questa situazione, e in assenza di un ripensamento che appare inimmaginabile da parte del regime iraniano, Israele non ha altra scelta che attaccare l’Iran per fermare il suo programma nucleare».
Ma Israele potrebbe praticare questa opzione senza o addirittura contro la volontà degli Stati Uniti?
«Sulla portata della minaccia iraniana c’è assoluta convergenza di vedute tra noi e gli Stati Uniti. Non mi riferisco solo all’attuale presidente, ma anche ai due candidati che si contenderanno la Casa Bianca. Il recente discorso del senatore Obama è stato in questo senso molto importante e impegnativo, come lo sono stati i pronunciamenti del senatore McCain: l’America è consapevole del pericolo iraniano. E sarà a nostro fianco nel momento della verità».
Da un fronte all’altro. Come valuta i colloqui avviati, con la mediazione del governo turco, tra Israele e la Siria?
«La via del negoziato è sempre auspicabile se le due parti sono realmente intenzionate a praticarla. Dubito però che sia così per la Siria, che ancora oggi, al di là delle dichiarazioni di facciata, continua ad essere parte attiva del fronte degli estremisti».
Damasco ha ribadito che un negoziato diretto con Israele deve contemplare la restituzione delle Alture del Golan.
«Si tratta di una richiesta inaccettabile, almeno per quanto mi riguarda. La Siria è legata strettamente all’Iran. E come è già avvenuto nel Libano meridionale e nella Striscia di Gaza, gli iraniani si installerebbero anche sul Golan, un altopiano dall’enorme valore strategico».
Ha collaborato Cesare Pavoncello
l’Unità 7.6.08
Brecht: a lezione di tolleranza dal cinese
di Riccardo De Gennaro
C’è, per fortuna, un siero antiveleno anche per questa nuova stagione di aggressioni e devastazione che ricorda le cupe atmosfere dell’Uovo del Serpente, il film di Ingmar Bergmann sui primi anni della repubblica di Weimar. Il siero si chiama Bertolt Brecht e i giovani che non lo conoscono farebbero bene ad assumerne una dose robusta, ora che la guardia contro la violenza e l’ideologia fascista è stata pericolosamente abbassata. Perché il comunismo di Brecht, che con Stalin non ebbe mai nulla da spartire, era prima di tutto questo: l’opposizione più salda e fiera al nazifascismo. Da giovane Brecht era anarchico e ribelle. Poi, una volta scoperto Marx, visse la sua lunga fase comunista (ma quando si trattò di fuggire da Berlino si rifugiò in Danimarca, non a Mosca: «Non avrei potuto trovarci abbastanza zucchero per il mio caffè», disse con una battuta). Non ebbe difficoltà a rendersi conto con largo anticipo del tragico fallimento del socialismo reale: «Il comunismo è stato solo accennato, mai messo in pratica», precisò negli ultimi anni. A quel punto diede carta bianca all’antico saggio cinese che viveva in lui e che gli aveva trasmesso forza nei momenti difficili: non è un caso se nel lungo esilio portò sempre con sé un rotolo contenente il ritratto di un saggio cinese da appendere nel suo studio, a Svendborg, come a Parigi, come a New York.
Più che nel corpus principale delle opere teatrali, dove prevalgono la didattica marxista e la militanza politica, l’anima «taoista» dell’autore dell’Opera da tre soldi si manifesta nella narrativa e nella sterminata produzione poetica. In particolare, nei brevissimi racconti in forma di parabola o di apologo, contenuti in Me-ti, il libro delle svolte, nelle Storie da calendario e in questo prezioso libretto intitolato Storie del signor Keuner, pubblicato ora da Einaudi in versione integrale (pagine 139, euro 15,00). Tali storie, o «storielle», avevano fatto parte finora proprio delle Storie da calendario, ma il ritrovamento, tra le carte del drammaturgo tedesco, di quindici testi inediti aventi come protagonista lo stesso Keuner hanno spinto la casa editrice tedesca Suhrkamp a farne un libro completo e indipendente, prontamente tradotto dalla casa torinese dello Struzzo.
Ma chi è il signor Keuner, che ha accompagnato Brecht nella scrittura dal 1930 al 1956, l’anno della sua morte? È, appunto, il filosofo cinese che viveva in lui, filtrato dall’esperienza marxista e animato da una straordinaria tensione morale. Nel Libro delle svolte, Brecht è Me-ti, il Brecht teorico, dottrinario, politico, ma anche Kin-jeh o Ken-jeh, il poeta innamorato, che predica il contegno, la serenità, la cortesia e la benevolenza. Keuner, altrimenti detto «il pensatore», è la più compiuta fusione tra queste due anime. Ha qualcosa del signor K. (anche Kafka aveva nella sua stanza il ritratto di un vecchio saggio cinese) e conta tra i suoi discendenti anche il signor Palomar di Italo Calvino.
La verità è concreta, sosteneva Brecht. Le storie del signor Keuner (non soltanto «detti memorabili», ma scene, situazioni esemplari, teatro minimo, le ha definite Franco Fortini) contengono esattamente quel tipo di verità. Come scrive Moni Ovadia nella prefazione al libro, «sono un manuale di sopravvivenza in tempi di esilio e di perdita di senso: propongono la radicalità del pensiero come arma di resistenza per non soccombere al mondo e a se stessi». Non ce n’è forse bisogno soprattutto adesso?
Per spiegare che cosa sia la «verità concreta» basta una di queste storielle. Un giorno da Keuner si presenta un professore di filosofia, che intende raccontagli della sua saggezza. Keuner lo ascolta, poi lo interrompe. «Tu siedi scomodamente, parli scomodamente, pensi scomodamente», lo rimprovera. Il professore si arrabbia, gli dice che non voleva sapere qualcosa di sé, ma sul contenuto del suo discorso. Keuner lo raggela: «Non ha contenuto. Parli in modo oscuro e dalle tue parole non viene alcuna luce. Non vedo la tua meta, ma il tuo atteggiamento». Verità concreta. Grazie a Keuner, Brecht tocca vette d’inaspettata ironia: «Anch’io una volta ho assunto un atteggiamento aristocratico (sapete bene: diritto, impettito e superbo, la testa gettata all’indietro). Stavo infatti in una marea montante. Quando mi giunse al mento, assunsi quell’atteggiamento».
Oltre alla verità, i temi più cari a Keuner sono la saggezza, la povertà, l’onestà, l’amicizia, la poesia. Essendo un pensatore, gli preme innanzitutto la sobrietà: «Il pensatore non adopera un lume di troppo, un pane di tropp, un pensiero di troppo». Ama, infatti, più il contegno dell’azione e ai molti pensieri ne preferisce pochi: «Essenziale non è ciò che penso, bensì che penso poco». Vive con poco e non gli importa dove: «Posso patire la fame dovunque», dice. Se va in collera è soltanto quando incontra un nazionalista e, per un minuto, diventa nazionalista anch’egli. «Ed è per questo - riflette - che bisogna estirpare l’imbecillità, giacché essa rende imbecille chi la incontra». Un programma al quale oggi sarebbe urgente aderire.
Corriere della Sera 7.6.08
Il menestrello del rock non aveva mai appoggiato un candidato
Bob Dylan scommette su Barack «Cambierà l'America dal basso»
di Alessandra Farkas
NEW YORK — Quando snobbò i tour «Rock the Vote» di Bruce Springsteen per sostenere i candidati democratici Al Gore e John Kerry — entrambi poi perdenti — i critici gli dettero del «solito qualunquista». Ma se in mezzo secolo di leggenda Bob Dylan non ha mai pubblicamente appoggiato un candidato, neppure lui ha saputo resistere al trascinante fascino di Barack Obama. In una rara intervista al Times di Londra, il 67enne mito della musica dà per la prima volta il suo endorsement. Ad Obama. «L'America è in una fase di tumultuoso cambiamento — spiega Dylan —. La povertà è demoralizzante. Non ti puoi aspettare che la gente abbia la virtù della purezza quando è povera ». «Però — aggiunge — ora abbiamo un uomo che sta ridefinendo la natura della politica partendo dal basso: Barack Obama». Dylan si dice ottimista: «Si, spero che le cose possano cambiare. Alcune cose devono cambiare ». E conclude: «Dovresti sempre prendere il meglio dal passato, lasciarti alle spalle il peggio, e andare avanti nel futuro». Parole ricche di potere simbolico se è vero che, come ricorda il Times, «Dylan è il simbolo della generazione degli anni 60 e, insieme, l'architetto dietro il magico slogan "obamiano" all'insegna del cambiamento».
Il suo inno di protesta The Times They are A-Changin', del '64, sembra rivolgersi all'«era Obama» quando si appella a «critici e scrittori, senatori e deputati, madri e padri»; «non state sulla porta, non bloccate il passaggio »; «non criticate quello che non potete capire», perché «La vostra vecchia via sta decadendo molto in fretta » e «i tempi stanno per cambiare» (da Bob Dylan Lyrics 1962-2001, Feltrinelli). La notizia dell'endorsement è subito rimbalzata sul sito ufficiale
BarackObama.com. Tripudio per i fan del senatore dell'Illinois, che dal suo profilo personale su Facebook avevano già appreso che Dylan è il suo musicista preferito, insieme a Miles Davis, John Coltrane, Bach, Stevie Wonder e The Fugees. Barack, dopotutto, è cresciuto ascoltando Only a Pawn in Their Game e The Lonesome Death of Hattie Carroll, entrambi ispirati a due delitti razzisti del 1963, rimasti impuniti, contro neri innocenti: l'omicidio da parte di un white supremacist di Medgar Evers, attivista per i diritti civili e quello di Hattie, cameriera 51enne madre di 11 figli, uccisa dal 24enne proprietario di una piantagione di tabacco.
La mattina del 28 agosto 1963 Dylan eseguì Only a Pawn ai piedi del monumento a Washington, poche ore prima che Martin Luther King pronunciasse il suo discorso «I Have A Dream» davanti al Lincoln Memorial. Quarantacinque anni più tardi, suo figlio Jesse Dylan ha prodotto insieme ai Black Eyed Peas il cliccatissimo video musicale pro Obama con Kareem Abdul-Jabbar, Herbie Hanckock e Scarlett Johansson. Sarebbe stato Jesse a «convertire» il padre, insieme a Joan Baez, la sua ex. Anche per lei è il primo endorsement ufficiale.
Repubblica 7.6.08
Shakespeare filosofo
di Leopoldo Fabiani
Il genio di William Shakespeare è stato celebrato, commentato, analizzato in innumerevoli modi. Tra i meno consueti è sostenere la tesi il grande Bardo sia stato anche filosofo. Colin McGinn, studioso di filosofia della università di Miami, formatosi a Oxford, collaboratore della London Review of Books, ha esaminato sei capolavori shakespeariani (Amleto, Otello, Re Lear, Macbeth, Sogno di una notte di mezza estate e La tempesta) in chiave filosofica e ne ha tratto un libro che negli Stati Uniti ha suscitato molta curiosità e qualche discussione: Shakespeare filosofo. Il significato nascosto nella sua opera, che sarà pubblicato a luglio dall´editore Fazi.
L´idea che sta alla base del libro è che nelle sue opere Shakespeare abbia tentato di dare risposta a questioni squisitamente filosofiche come l´effettiva consistenza dell´"Io", la funzione manipolatoria del linguaggio, il concetto di causa, la possibilità della conoscenza del mondo da parte dell´uomo. E che il "genio senza tempo" sia stato comunque un uomo ben piantato nella sua epoca, influenzato da quanto gli avveniva intorno e attento alle novità. Secondo McGinn Shakespeare avrebbe conosciuto e sarebbe stato profondamente influenzato dalle opere di Montaigne (il cui saggio sui cannibali sarebbe a tra le fonti della Tempesta), e sarebbe poi approdato a una concezione scettica della vita (che viene dedotta in particolare dall´Amleto). Anche se l´idea che pensatori come Hume e Wittgenstein siano stati ispirati dal "canone" shakespeariano ha suscitato più di un dubbio, senz´altro il libro di McGinn apre prospettive nuove su un´opera di cui è facile pensare che tutto sia già stato detto.
Repubblica 7.6.08
La sinistra senza ideologia
di Nadia Urbinati
Se chiediamo a un elettore del Pdl le ragioni del suo voto, non avremo difficoltà a comprendere che tra le sue idee e quelle espresse dai ministri e rappresentanti del Pdl esiste una forte sintonia. Comunque giudichiamo quelle idee, è indubbio che la coalizione che ha vinto le elezioni ha un linguaggio ideologico strutturato e un nucleo di valori riconoscibili a chi li condivide e agli altri. La sua forza sta proprio qui, nel fatto di avere un peso che non è solo numerico. Sembra che da questa parte dello spettro politico la ricomposizione dei partiti nel dopo-1992 sia avvenuta e la transizione verso un nuovo assetto di valori e di soggetti politici si sia conclusa. Lo stesso non si può dire della parte sinistra.
A sinistra, la transizione è ancora in corso o probabilmente appena cominciata. La contro-prova? Se chiediamo a un elettore del Pd le ragioni del suo voto non ci vorrà molto a comprendere che, a parte la sacrosanta ragione "contro", manca tra lui e i suoi rappresentanti una comunanza di linguaggio e soprattutto comuni valori o punti di riferimento che valgano a orientare i giudizi politici. Anzi, su questioni centrali come la sicurezza e l´immigrazione, le idee dell´elettore Pd non paiono così diverse da quelle degli elettori del Pdl, salvo essere più moderate e meno populistiche (la qual cosa è comunque apprezzabile). Lo stesso si può dire della sinistra che siede in Parlamento, la cui agenda politica consiste di fatto in un´azione di aggiustamento delle posizioni della destra, per moderarne il tono più che invertirne la tendenza. Il centro-sinistra, e il Pd come suo partito più rilevante, sembra mancare di un´autonoma visione di società giusta o desiderabile, di un linguaggio o un nucleo di valori riconoscibili ai propri sostenitori e agli avversari. E c´è seriamente da dubitare che gli elettori del Pd comprendano o si identifichino sempre con ciò che i loro rappresentanti di volta in volta dicono o fanno.
La sinistra è afona perché è vuota di idealità, ed è vuota di idealità anche perché ha sottovalutato (e continua a sottovalutare) il ruolo dell´ideologia nella democrazia rappresentativa. Per anni abbiamo letto della fine delle ideologie come di un segno di avanzamento della razionalità politica e della modernità (un´espressione ripetuta ad nauseam) – abbiamo appreso che l´ideologia denota fideismo e un´identificazione quasi-religiosa, fattori che sono di ostacolo alla formazione di un giudizio politico spassionato e imparziale. È interessante osservare come l´appello alla politica come imparzialità abbia avuto successo essenzialmente solo a sinistra. Molta parte delle stessa teoria politica, quella liberale non meno di quella democratica, ha contribuito a questo scivolamento normativista della politica, coltivando l´idea, sbagliata, che gli elettori che si recano alle urne siano come i giudici che siedono in tribunale: che lascino a casa opinioni, passioni e interessi per avvalersi solo di una razionalità imparziale. Ma i cittadini (e i loro rappresentanti) non sono come i giudici né come i tecnici o gli amministratori di un´azienda. La ragione del giudice e quella della politica deliberativa non sono forme identiche di giudizio, anche se è desiderabile che il cittadino democratico sappia riconoscerne la differenza.
Indubbiamente le ideologie dei partiti di massa che hanno contribuito a ricostruire le democrazie nel dopoguerra sono definitivamente tramontate e con esse anche quel tipo religioso di ideologia. Ma l´ideologia non è solo fideismo mentre, d´altro canto, non è tramontato il bisogno di ideologia proprio perché le esperienze, le frustrazioni e le speranze che ci portiamo dietro quando andiamo (o non andiamo) a votare hanno bisogno di essere legate in un discorso compiuto che ci consenta di trascendere la nostra esperienza personale per riconoscerci come parte di un progetto pubblico più vasto e per riconoscere i nostri rappresentanti. Un popolo di elettori dissociati non è per se stesso capace di iniziativa politica. Ma una democrazia rappresentativa non è una folla di elettori dissociati come atomi, bensì una collettività di cittadini capaci di iniziativa politica, di giudizio e azione critica. L´iniziativa politica si avvale di un discorso compiuto nel quale gli attori (le idee e i loro portatori) devono poter essere riconoscibili per essere scelti e valutati. Ecco perché le democrazie rappresentative hanno un bisogno strutturale di ideologia. Hanno bisogno di punti di riferimento simbolici o ideali che consentano di raccogliere in unità i nostri interessi concreti e le nostre singole opinioni, distinguendoli da quelli di altri. È semplicemente insensato pensare che la democrazia possa esistere senza ideologie. Insensato e assurdo perché se davvero noi votassimo per candidati con i quali non ci sono legami ideali, non potremmo neppure operare alcun controllo indiretto su di loro, né quindi giudicarne l´operato a fine mandato. Senza una politica delle idee non c´è posto per il mandato politico.
La destra ha compreso molto più velocemente e meglio della sinistra la necessità dell´ideologia e si è mostrata capace di usarla sia come insopportabile adesione fideistica sia, e questo è più interessante, come linguaggio etico: il discorso della compassione e della benevolenza come correttivo del mercato, della critica comunitaria del "mercatismo" globale per dirla con il ministro Giulio Tremonti è, mi faceva giustamente notare un amico, l´unico discorso ideologico oggi in circolazione in Italia, l´unico punto di riferimento capace di orientare l´agire politico. Per quanto riguarda la sinistra, da anni essa sembra mossa da una logica autolesionistica improntata alla sistematica volontà di recidere legami ideali e infine sopprimere anche i luoghi di aggregazione. Scomparse le sezioni dei partiti, scomparso l´associazionismo politico che non sia solo militanza elettorale, si è ora pensato bene di mettere in questione (con l´intenzione di cambiarne il nome) anche un tradizionale appuntamento annuale di lavoro aggregativo come le feste dell´Unità. A chi giova? Una classe politica che non ha legami stabili e simbolici con il territorio e i suoi elettori non è soltanto un ceto politico autoreferenziale, ma anche una classe politica meno controllabile, il segno di una preoccupante trasformazione oligarchica.
il Riformista 7.6.08
Lo vuole ministro degli esteri ue per disinnescare la sfida nel pd
Veltroni cerca una poltrona europea per D'Alema
«Se non puoi batterlo, fattelo amico», recita il noto motto. «Se non puoi fartelo amico, trovagli un posto in Europa», suggerisce la chiosa all'italiana. Una variante che deve essere ben chiara a Walter Veltroni, se è vero che negli ultimi tempi il leader del Pd si sta muovendo per far ottenere a Massimo D'Alema un importante incarico a livello continentale: un modo per impreziosire il già ricco curriculum dell'ex ministro degli Esteri, e soprattutto di sottrarlo in via definitiva allo scontro interno al Pd, dove il fronte dalemiano resta il più critico sulle mosse (o «i continui errori», come si preferisce dire da quelle parti) di Veltroni. E l'occasione è data dalla nuova governance che l'Europa si darà a partire dal 2009 come previsto dal trattato di Lisbona, che istituisce la nuova figura del presidente del Consiglio europeo, ma anche quella dell'alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza. In due parole, il ministro degli Esteri dell'Ue. La casella ideale per gli interessi di D'Alema. Il quale, per quel che trapela dal quartier generale della fondazione Italianieuropei, è a conoscenza dell'attivismo di Veltroni e certo non è insensibile all'ipotesi di una carriera europea.
La strada non è spianata, ma nemmeno così impervia. Molto dipenderà da chi sarà il presidente del Consiglio europeo, perché la lottizzazione di Bruxelles impone, per le due poltrone in questione, un ticket popolar-socialista. Se per la principale dovesse farcela Blair, è impensabile che arrivi dal Pse anche il titolare degli Esteri. Viceversa, dovesse prevalere il fronte antiblairiano capeggiato da Angela Merkel, e che ha nel lussemburghese Jean-Claude Juncker il suo candidato alla presidenza, le possibilità di D'Alema salirebbero molto. La concorrenza non è infatti così folta. Il competitor numero uno è il socialista Solana, che ha opzionato la permanenza nel ruolo che, di fatto, già occupa con la benedizione del premier Zapatero. Ma la lunga militanza di Solana potrebbe anche rivelarsi un handicap.
L'agenda di Veltroni di questi giorni è molto europea. L'altroieri ha incontrato Martin Schulz, presidente del gruppo socialista a Strasburgo. Lunedì l'ex sindaco di Roma sarà a Berlino conferenza promossa dal Pse e dall'Spd sul futuro delle socialdemocrazie europee. Il primo nodo da sciogliere in queste sedi di discussione è la collocazione continentale del Pd in vista della tornata elettorale del prossimo anno, ma è probabile che Veltroni ne approfitti anche per tastare il terreno sulla candidatura D'Alema, che ovviamente, in caso di decollo, entrerebbe di forza nell'ordine del giorno del dialogo con Berlusconi e il centrodestra.
Questo scenario non basta comunque a placare il malumore dell'ex presidente Ds sulla situazione attuale. Sotto accusa resta ancora la linea del Pd verso l'esecutivo, considerata troppo incerta e spericolata nella sua alternanza di attacchi sul merito (vedi Alitalia e reato di immigrazione clandestina) e incontri semi-clandestini (vedi abboccamento Letta-Veltroni alla Camera). E prosegue la strutturazione della corrente. Dopo il rilancio della fondazione, i seminari e il varo della tv via satellite, è in preparazione anche un quotidiano on line. (Cappe)