l’Unità 5.6.08
Destra e Xenofobia. La ferocia qualunquista
di Roberto Cotroneo
Ma che Paese è diventato il nostro? Che gente siamo diventati? Neanche dei qualunquisti, neanche degli xenofobi duri e cattivi da far paura agli altri (e meno male), ma miserelli da prato del vicino leggermente più verde, poveracci che vanno a fare il conto delle elemosine di miserevole gente che non ha il diritto di avere due gerani in un prefabbricato.
Perché noi italiani dobbiamo avere le case, ma non i Sinti di Mestre, quelli no. Ma che paese siamo diventati? Quello caritatevole e miserevole che ci siamo tanto tramandati? O dei tragici gaffeur che festeggiano davanti a tutta Europa e all’Onu al reato di immigrazione clandestina, e che hanno piacere nel vedere il pugno duro sulla sicurezza. Un paese ipocrita, propagandistico, miserrimo, dove non nessuno legge niente, neanche le statistiche, quelle in cui si dice che la criminalità è in aumento, ed è vero. Ma per colpa è colpa degli italianissimi mafiosi e camorristi che schiacciano un terzo del paese, mentre la microcriminalità, quella di tutti i giorni, ha subito persino una flessione. Dove il problema dei Rom sembra nato oggi. Dove la pochezza è di casa, in tutti. Ora il Giornale lancia una delle sue campagne da quattro soldi, con un titolo di prima pagina da vergognarsi: «Ecco le ville che regaliamo ai Rom». Un campo per i Sinti, voluto in modo sacrosanto da Massimo Cacciari, dal costo di 3 milioni di euro, che «prevede casette con veranda, giardino e garage, un laghetto e un campo di calcio». Il laghetto e il campo di calcio per i bimbi Sinti. Che eresia, che scandalo. No, li vogliamo brutti, sporchi e cattivi, senza palloni, senza acqua, senza niente. Senza i gerani sui balconi, senza i colori, li vogliamo senza cielo, e senza vestiti, li vogliamo cancellare, perché prima veniamo noi, nazione infetta di pressapochismo, e di povertà culturale, ubriacata di televisioni idiote da almeno un ventennio, di fiction patinate, tutte sui buoni sentimenti, ma che rimangono là sullo schermo, lontani da noi. Un paese bastonato da un immobilismo che non ha generato neanche la minima cultura della solidarietà o perlomeno del buon senso. Le villette regalate ai Sinti, dice il Giornale, e spiega che i cittadini veneziani e della Lega nord hanno protestato all’apertura del cantiere, senza umanità e senza vergogna. E poi dicono il nord est vero? Noi il nord est dobbiamo capirlo, perché gli imprenditori lavorano sodo, perché quello è il motore del paese, perché davanti al nord est ci sentiamo come di fronte a un rebus sofisticato e difficile da risolvere, perché sono gente pratica, che mira al sodo, agli sghei e alle infrastrutture, perché prenderebbe il volo il nord est se non ci fosse la zavorra di Roma, e della politica. E sarà anche vero, forse. Ma più che il volo spesso prende delle derive imbarazzanti. E se qualcuno andasse a cercare in quale discarica è finito il solidarismo cattolico di quella gente che votava Dc e Rumor, e ora vota Gentilini. E adesso eccoli a gridare perché i più poveri non possono avere un vaso di fiori al balconcino prefabbricato.
Non saranno stati molti, certo. Saranno stati i soliti quattro su cui si fanno i titoli nelle prime pagine dei giornali. Ma basta e avanza. Il problema è che possiamo mettercela tutta, decidere che vogliamo essere ottimisti, possiamo sperare in un clima politico di collaborazione, ma poi invece esci di casa e il clima è questo. Ed è fatto di gente che non capisce dove è e cosa vuole. Non è qualunquista, non è buona, non è disinteressata, non vuole vivere tranquilla su suoi privilegi. No, questo era il qualunquismo di un tempo. Ora abbiamo fatto un salto nel livello del qualunquismo. Ora questa gente che protesta, questo paese che vorrebbe in galera un immigrato colpevole solo di essere clandestino, questa gente che chiama «villette» dei prefabbricati, e a sua volta vive in ville vere, con campo da calcio vero, e piscine vere - ma con valori catastali delle loro proprietà falsi, ovviamente - questa gente dicevo non si fa i fatti propri, non pensa al proprio particolare, no peggio: rompe le scatole ai poveracci, a quelli che non hanno tetto, e probabilmente non hanno neanche la legge, perché va tutto assieme. Siamo un popolo di navigatori, artisti, scienzati e santi. Ma anche di egoisti ignoranti e diffidenti. E lo siamo diventati. Quindici giorni fa stavo seduto in un bar all’aperto. Era una domenica mattina di sole, e c’era un sacco di gente ai tavolini. Passa un povero mendicante, anziano. Chiede l’elemosina. Ho alzato lo sguardo dal giornale che stavo leggendo e ho osservato la scena. Saranno state cinquanta le persone sedute, disposte in diversi tavoli. Eccetto me, nessuno ha dato una sola moneta a quel pover uomo. Perché non si dà l’elemosina, perché questi se ne devono andare, e non si dà perché certo «con cinquanta centesimi non gli risolvo la vita». No, la vita no, ma un panino forse sì. Ma chi se ne importa dei Rom, degli immigrati, di un terzo mondo che bussa alle porte di tutti quelli che hanno qualcosa in più. È colpa loro, vero. Andassero a lavorare, vedi che poi i soldi arrivano, e l’appartamentino te lo compri senza Cacciari, che spende tre milioni di euro che spettano di diritti agli italiani. Come no, certo. Siamo caduti in basso. Sabato scorso ero a Salamanca, in Spagna, partecipavo a un convegno della Fondazione Gérman Sánchez Ruipérez sulla letteratura per l’infanzia. I miei amici spagnoli mi hanno sommerso di domande. Preoccupati, turbati, affettuosi persino. Persone informate, capaci di capire oltre i luoghi comuni. Mi guardavano come uno che è costretto a vivere in un paese senza speranza: «Ma che succede in Italia?». Io cercavo di spiegarglielo, con equilibrio, senza esagerare, con un tentativo di orgoglio, persino. Ma non si convincevano. A un certo punto mi hanno detto: «Non permetteremo che l’Italia diventi un paese razzista e xenofobo». Sapessero di cosa possiamo ancora essere capaci...
roberto@robertocotroneo.it
l’Unità 5.6.08
Arresto immediato e pene fino a 4 anni. Cosa dice la legge
di Nedo Canetti
IL GOVERNO ha depositato ieri al Senato il testo del disegno di legge «Disposizioni in materia di sicurezza pubblica». Primo firmatario, Silvio Berlusconi; seguono, Roberto Maroni e Angelino Alfano, titolari, rispettivamente, degli Interni e della Giustizia.
Il testo è uguale a quello approvato dal Consiglio dei ministri di Napoli. Nessuna modifica, dopo le affermazioni del premier del giorno prima.
Questi i punti salienti:
Arresto clandestini. Si tratta dell’articolo più controverso, il 9. Modifica il decreto legislativo del 1998 sull’immigrazione. Nasce il delitto di ingresso illegale. Questo il testo: «Salvo che il fatto costituisca più grave reato, lo straniero che fa ingresso nel territorio dello Stato in violazione delle disposizioni del presente Testo Unico è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni. È obbligatorio l’arresto dell’autore del fatto e si procede con rito direttissimo. Il giudice, nel pronunciare la sentenza di condanna, ordina l’espulsione dello straniero».
Matrimoni. Si modifica la legge sulla cittadinanza. Vengono limitati i matrimoni tra italiani e stranieri. Si stabilisce che il coniuge, straniero o apolide, di cittadino italiano, può acquistare cittadinanza italiana, quando, dopo il matrimonio, risieda legalmente da almeno due anni nel territorio della Repubblica, periodo ridotto della metà, in presenza di figli nati dal matrimonio.
Permanenza. Il periodo di permanenza negli ex Cpt (Centri di permanenza temporanea) diventati Cie (Centro di identificazione ed espulsione) con il recente decreto sulla stessa materia, viene portato a 18 mesi.
Aumento pena. Da sei mesi a due anni di reclusione è punito lo straniero che rimane in territorio nazionale in violazione dell’intimazione di lasciarlo connessa ad un decreto di espulsione già reiterato.
Alloggio. Ricordiamo che nel decreto, attualmente all’esame del Senato sulla sicurezza, è prevista la reclusione da sei mesi a tre anni e la confisca dell’immobile per chi affitta un immobile ad un cittadino straniero soggiornante illegalmente in Italia.
Aggravamento pene. Sempre nel decreto sulla sicurezza le pene per i reati previste dal codice sono aumentate, nel caso si tratti di un immigrato clandestino, di un terzo.
Il ddl Berlusconi-Maroni prevede anche misure diverse dalla materia immigrazione. Derivano, in parte, dal provvedimento Amato non approvato per lo scioglimento delle Camere. Eccone alcune:
Accattonaggio. Chi si avvale, per mendicare, di una persona minore di 14 anni, è punito con la reclusione sino a tre anni. Se è genitore perde la patria potestà.
Anziani, handicappati e minori. Si prevedono aggravamenti di pena per reati commessi nei confronti di chi ha minori difese (anziani, giovanissimi e minorati fisicamente).
Illegalità diffusa. Si tratta di una serie di articoli contro la deturpazione e danneggiamento di beni, il bullismo, l’occupazione abusiva del suolo, la guida in stato di ubriachezza.
Criminalità organizzata. Si tratta di un alcuni articoli che modificano, nel senso di maggiore severità, le disposizioni sui sequestri di beni ai mafiosi e sul riciclaggio di denaro sporco.
l’Unità 5.6.08
Bruxelles. Sit-in e proteste sul pacchetto sicurezza
Protesta ieri a Bruxelles di fronte alla Rappresentanza permanente italiana presso l’Unione europea contro la discriminazione della comunità rom in Italia. Tra i partecipanti, i rappresentanti delle associazioni rom in Europa e tre eurodeputati: l’olandese verde Els De Groen, l’ungherese liberale rom Viktória Mohacsi e Vittorio Agnoletto, Prc. I manifestanti hanno puntato il dito contro il ministro degli Esteri Frattini. «Non si possono espellere gruppi interi di persone, è illegale», ha denunciato Dani Klein, cantante del gruppo belga “Vaya con Dios”. E hanno consegnato all’ambasciatore un documento che chiede al governo Berlusconi di tutelare i rom, evitare qualsiasi provvedimento discriminatorio e punire severamente chi ha attaccato i campi rom. Un gruppo di eurodeputati di Prc, Pdci, Verdi e Sd hanno presentato interrogazioni alla Commissione Ue sul pacchetto sicurezza. Chiedono «di verificare con urgenza la compatibilità con la normativa europea» delle misure sulla sicurezza. Particolarmente «la “circostanza aggravante” per i reati commessi da clandestini crea un doppio binario giuridico fra italiani e non, in contrasto con l’art.21 della Carta dei diritti fondamentali e con il Trattato che istituisce la Comunità europea che vieta le discriminazioni fondate sulla nazionalità».
Corriere della Sera 5.6.08
Il retroscena. Gianni Letta ha preparato con Bertone l'agenda dell'incontro con il Papa. Sul tavolo anche la sicurezza e la scuola
Berlusconi «sceglie» il Vaticano e avverte i suoi alleati
di Francesco Verderami
ROMA — Nei trenta minuti di udienza che Benedetto XVI gli ha concesso per domani, il premier offrirà al Pontefice «la mia personale disponibilità e quella del governo che rappresento». Perché Berlusconi intende capitalizzare la pubblica apertura di credito ricevuta dal Papa, con il quale affronterà le più delicate questioni internazionali del momento. Ed è pronto ad accettare, nel successivo colloquio con il segretario di Stato Bertone, consigli e suggerimenti sui temi di politica interna che sono in agenda, e che spaziano dall'educazione ai diritti civili, dalla salute alla sicurezza. «Visti gli eccellenti rapporti, sarà certamente un incontro dall'esito positivo», preannuncia l'ex presidente del Senato Pera, che di Ratzinger è amico da tempo.
D'altronde il copione della visita Oltre Tevere è già scritto, ci ha pensato il «gentiluomo del Papa» Gianni Letta a redigerlo insieme a Bertone, con cui il sottosegretario alla presidenza del Consiglio si sente con regolarità quasi quotidiana. E non c'è dubbio che Berlusconi assicurerà al segretario di Stato massima attenzione alle richieste che gli verranno presentate. Il Cavaliere intende proporsi come interlocutore affidabile del Vaticano, e uno che di queste cose se ne intende — come Casini — sostiene che le gerarchie «vorranno mettere il premier alla prova»: «Perché la Chiesa ha passato gli ultimi due anni a difendersi sulle questioni eticamente sensibili. E ora che il centrosinistra non è più al governo — prosegue il leader dell'Udc — si attende la difesa di quei valori dalla nuova maggioranza, e anche risposte chiare su alcuni temi che stanno a cuore al Vaticano».
L'ex presidente della Camera li snocciola come se avesse letto l'agenda del colloquio di domani: «C'è anzitutto il problema del pluralismo educativo scolastico, dato che gli istituti cattolici sono ormai allo stremo. C'è il quoziente familiare. E c'è la richiesta di una svolta nel modo in cui sono gestiti oggi i consultori. Noi siamo pronti a sostenere l'esecutivo se si muoverà in tal senso, o ne denunceremo le manchevolezze». In verità è certo che a denunciarle sarebbe Ratzinger in persona, se si pensa al modo in cui stropicciò a gennaio gli amministratori del Lazio, dal sindaco Veltroni al governatore Marrazzo.
Secondo fonti accreditate, in agenda potrebbe esserci anche un altro tema, al quale avrebbe fatto indirettamente riferimento il Papa quando ha espresso la propria «gioia» per il nuovo clima politico in Italia: se è vero infatti che in Parlamento si preannuncia una stagione di riforme, è nelle cose la prospettiva di modificare la Costituzione. E in Vaticano sono molto sensibili alla materia, specie per quegli articoli della Carta che si richiamano alla famiglia, ai diritti della persona, e che vanno difesi per evitare in futuro pericolose brecce legislative.
Nei colloqui troverà certo posto il nodo immigrazione e il contrastato articolo del pacchetto sicurezza sul reato di clandestinità. Ma a parte il fatto che — come spiega Cossiga — «quella norma verrebbe comunque cassata dalla Corte Costituzionale», il primo a dubitarne — fin dall'inizio — è stato Berlusconi. Fu il Cavaliere che, nel gioco di sponda con il Colle, accolse il «suggerimento» di Napolitano e spostò la norma dal decreto al disegno di legge. Si mosse quindi in anticipo rispetto alle critiche giunte dal Vaticano. Semmai proprio quelle critiche lo hanno spinto a pubblicizzare le sue perplessità: «Non è quella la norma chiave del pacchetto sicurezza, e non possiamo farne un totem ideologico come accadde con l'articolo 18 dello statuto dei lavoratori».
La mossa — che ha spiazzato il Carroccio — è il segno che Berlusconi non vuole farsi risucchiare «nei vecchi schemi del passato, quando era l'Udc a frenare l'alleanza». Nella sua sortita — racconta un ministro forzista — c'è anche «la forte irritazione » per le dichiarazioni di Calderoli sul trattato di Lisbona. Insomma, è certo che il Cavaliere sul tema sicurezza si troverà in sintonia con gli interlocutori Oltre Tevere.
Lui, che guida il governo con la minor presenza di cattolici della storia, vuol essere l'interlocutore del mondo cattolico. Proprio mentre nel Pd la questione è vissuta con apprensione. Ieri la componente rutelliana si è riunita all'hotel Bristol, e ha ascoltato la reprimenda di alcuni intellettuali di area. Oggi Franceschini e Fioroni ne discutono in un seminario a porte chiuse alla Pontificia Università Gregoriana. Tutti devono fare i conti con i dati di uno studio del professor Segatti di Milano: alle elezioni il 56% dei cattolici è «fuggito» dal Pd. E Berlusconi domani sarà dal Papa.
Corriere della Sera 5.6.08
Mostra fotografica Centinaia di immagini sul 5 giugno '45 della Capitale
Andreotti ricorda Roma liberata «A San Pietro una bandiera rossa»
di Marco Nese
Quel giorno ci fu un po' di malumore tra i giovanotti perché le ragazze, felici, correvano come matte incontro ai soldati alleati e li baciavano
ROMA — I romani passarono la giornata del 4 giugno 1944 tappati in casa, a spiare i carri armati tedeschi che lasciavano la città. All'alba del 5, 64 anni fa, la gente cominciò ad affacciarsi sulla strada. «All'inizio — ricorda Giulio Andreotti — solo poche persone. Ma appena fu chiaro che da Sud entravano gli americani, una marea umana invase le piazze e le strade. Sembravano tutti impazziti di gioia».
Andreotti aveva 25 anni. «Ero presidente degli Universitari cattolici. La Dc era clandestina. Ma il 5 giugno siamo usciti allo scoperto. È arrivato nelle edicole anche il giornale del partito Il Popolo, diretto da Guido Gonella. Era la fine di un incubo». Il giorno prima Andreotti aveva visto i tedeschi ritirarsi. «Mi fecero impressione. Sui volti avevano i segni della sconfitta». Ma Kesserling rispettò Roma, ordinò di lasciare intatti i ponti sul Tevere. «Anche prima — racconta Andreotti — fu comprensivo, concesse vari permessi di circolazione d'accordo col Vaticano. Io stesso ne avevo uno che mi consentiva di andare al Nord a prendere la posta per i prigionieri inglesi».
Il ripiegamento dei tedeschi fece di Roma una città aperta, come poi Rossellini intitolò il suo film. Alle 8 del mattino il generale americano Mark Clark con una colonna di jeep cercava il Campidoglio e finì a San Pietro, dove un prete gli indicò la strada. La foto di Clark che sale le scale del Campidoglio è una delle centinaia di immagini di quel memorabile 5 giugno che compongono la Mostra su Roma liberata, a cura di Giovanni Cipriani e Sara Iannone. La inaugura oggi il sindaco Gianni Alemanno. E Giulio Andreotti offrirà i suoi ricordi. «Quel giorno ci fu un po' di malumore dei giovanotti perché le ragazze, felici, correvano come matte incontro ai soldati alleati e li abbracciavano e baciavano ». «Ciò che i tedeschi non erano stati capaci di fare — si legge nella storia della Quinta Armata —, lo fecero le masse compatte della folla romana: esse fermarono i nostri carri».
Tuttavia, Andreotti ricorda che c'era ancora «un senso di paura, come se qualcuno potesse fare la spia e raccontare ai tedeschi cosa stava avvenendo». Un timore fugato dai soldati americani che rallegrarono le strade con le musiche di Glenn Miller. «Una folla immensa invase piazza San Pietro. La gente acclamava il Papa. E ricordo che sventolava perfino una bandiera rossa. La reggeva uno studente, ed è un fatto curioso perché quel giovane è poi diventato sacerdote, don Paolo Pecoraro».
In Campidoglio, il generale Clark, che non era un grande oratore, salutò la folla dicendo semplicemente: «Questo è un grande giorno per la Quinta Armata». Insediò come sindaco il nobile Andrea Doria Pamphili, il quale, racconta Andreotti, ai romani che rivedevano una luce di speranza raccomandò: «Volemose bene».
Corriere della Sera 5.6.08
Alcune ricerche smentiscono l'immagine tradizionale, diffusa dal clero, dei vincoli matrimoniali sacri e indissolubili
Unioni di fatto, la storia di sempre
Rapporti flessibili, convivenze, concubini e cavalieri serventi: il passato «irregolare» della famiglia
di Sergio Luzzatto
Lo sentiamo dire tanto spesso che rischiamo di crederci. Bombardati dai sermoni vaticani sul matrimonio come «unione indissolubile tra un uomo e una donna», storditi dalla propaganda bigotta dei Family Days, colpevolizzati dal discorso pubblico laico intorno ai devastanti effetti sociali della «crisi della coppia», rischiamo di credere davvero nella favola di un bel tempo andato in cui la famiglia era un'istituzione armoniosa, stabile, coesa: papà-mamma- bambini felicemente riuniti sotto lo stesso tetto, senza tentazioni peccaminose né grilli per la testa, come Dio comanda. Giunge allora opportuno il lavoro degli storici, che non si accontentano di racconti favolosi. In una Storia del matrimonio (Il Mulino) appena pubblicata, Daniela Lombardi ci insegna a riconoscere come false le leggende più correnti sulla differenza tra il nostro oggi e lo ieri, o l'altroieri. Falso che il celibato e il nubilato siano fenomeni caratteristici della modernità (nella Bologna del 1796, per esempio, quasi il 40 per cento degli adulti non era sposato). Falso che la sessualità fosse circoscritta entro i confini del matrimonio (in certe grandi città, il numero di nascite illegittime sfiorava il 50 per cento). E falso, in generale, il cliché della famigliola «tradizionale», non foss'altro perché la precarietà delle esistenze (epidemie, guerre, migrazioni) rendeva la vita di coppia costituzionalmente instabile, a rischio.
Con buona pace dei presuli di ogni tempo e dei teodem d'oggidì, gli studiosi insegnano sia la volatilità delle unioni coniugali del passato, sia la varietà dei modi storicamente praticati per metter su famiglia: insegnano la flessibilità — quasi l'elasticità — che per secoli ha contraddistinto la formazione delle coppie e le relazioni tra i sessi, in Italia come altrove in Europa. Coppie di fatto? Non c'è da attendere il Novecento, chissà quale Sessantotto, per incontrare uomini e donne che sceglievano di amarsi e di riprodursi fuori da ogni vincolo matrimoniale, senza «regolarizzare» la propria situazione davanti a un notaio né davanti a un prete. Le coppie di fatto rappresentavano una realtà diffusa già nell'Italia del Cinque e Seicento, come lo storico Giovanni Romeo dimostra bene nel libro Amori proibiti (Laterza).
Fino a quando la Chiesa della Controriforma non decise di rimediare drasticamente al problema, maestri del concubinato erano i sacerdoti. Nel primo Cinquecento, forse metà dei preti viveva more uxorio con la rispettiva perpetua, senza d'altronde che i parrocchiani si scandalizzassero più di tanto. E ancora dopo il Concilio di Trento, vinta la terribile guerra contro i «lutherani d'Italia», le autorità centrali e periferiche della Chiesa si concentrarono nella lotta contro la magia, la bestemmia, la bigamia, piuttosto che contro le coppie di fatto. Soltanto a partire dal Seicento la battaglia contro i concubini divenne prioritaria, per gerarchie vaticane sempre più ossessionate dall'idea di dover sorvegliare la sessualità delle donne.
Specialista di storia religiosa del Mezzogiorno, Romeo si concentra sulla più popolata, la più variopinta e (già allora) la più ingovernabile delle città italiane: Napoli. Un proverbiale porto di mare, una capitale abituata a fare i conti con genti diverse e usanze multiformi, baroni della terra e cortigiani di Spagna, chierici e artisti, puttane e vagabondi, marinai e soldati, musulmani ed ebrei. Una polveriera della carne e dello spirito, dove zelanti arcivescovi venuti da Roma cercarono di imporre le nuove regole della Controriforma: oltre all'obbligo di confessarsi regolarmente e di comunicarsi a Pasqua, il divieto di vivere da concubini.
Fossero le prostitute dei Quartieri spagnoli che coabitavano con il loro sfruttatore, o fossero le popolane troppo indigenti per presentarsi con una dote sul mercato dei matrimoni combinati, ma capaci lo stesso di rimediare un'anima gemella, migliaia di donne del Seicento vennero sottoposte a un articolato sistema di misure sanzionatorie (convocazioni in parrocchia, blitz nelle case, cartelli infamanti, minacce di scomunica) affinché ponessero fine allo scandalo del loro accoppiamento di fatto. Salvo trovare, il più delle volte, un modo per resistere. Urlando a squarciagola come Popa Mazza, la cortigiana calabrese che nel 1639 spiegò al vicinato che la scomunica della Chiesa lei la «teneva in culo». Oppure facendo finta di nulla, aspettando che la tempesta passasse...
Durante l'antico regime, le convenzioni sociali restringevano enormemente la libertà di scelta matrimoniale per uomini e donne. E tanto più nell'alta società, dove la posta in gioco, oltre a un titolo nobiliare, era un patrimonio che si voleva trasmettere integro ai discendenti. Da qui — all'opposto della piramide sociale rispetto alle coppie «'nnammecate » della Napoli plebea — un'altra forma di antidoto al regolatissimo mercato del matrimonio: la curiosa istituzione che è stata, nel tardo Seicento e soprattutto nel Settecento, il sistema del «cavalier servente». Cioè il matrimonio a tre fra una donna aristocratica, un marito di analoga condizione, e l'accompagnatore ufficiale della donna non sua, cui Roberto Bizzocchi ha dedicato ora uno studio altrettanto colto che godibile, Cicisbei (Laterza).
L'importanza del cicisbeismo nella vita italiana del XVIII secolo è illustrata da tutta una segnaletica artistica e letteraria: le incisioni di Longhi come i quadri di Tiepolo, le commedie di Goldoni come i versi di Parini. Ma Bizzocchi non si è limitato a registrare l'onnipresenza dei cicisbei nell'immaginario figurativo, teatrale, poetico, del secolo dei Lumi. Frugando dentro una gran massa di lettere, diari, memorie, Bizzocchi ha saputo riconoscere in quei lontani «triangoli» (semplicemente mondani, o anche affettivi, o anche sessuali) un pezzo di storia sociale e politica dell'Italia moderna.
In effetti, il cicisbeismo fu ben più che una valvola di sfogo per donne frustrate da un matrimonio di convenienza, e per ruspanti cadetti che le strategie ereditarie destinavano al celibato. Fu un vero e proprio gioco di ruoli inteso alla conservazione del primato nobiliare: non a caso si diffuse particolarmente nelle cosiddette Repubbliche aristocratiche, Venezia, Genova, Lucca. Per un «giovin signore», «servire» una dama senza sposarla, di notte come di giorno, era un buon modo per stare alla larga dai due ambienti che più rischiavano di irretirlo, il mondo delle carte da gioco e il mondo delle donne da strapazzo.
Ma il cicisbeismo ha rivestito, da ultimo, anche una valenza illuministica: è stato un esercizio di libertà personale — maschile e femminile — contro il dispotismo coniugale e familiare. Così capitò di viverlo a personaggi di prima grandezza del nostro Settecento, come Pietro Verri. Che lungamente servì da cicisbeo di Maddalena Isimbardi, la sorella di Cesare Beccaria. Al marito di lei, geloso peggio d'«un eunuco del Serraglio», Verri non riservava che disprezzo; mentre ammirava il temperamento focoso della sua Maddalena, «buona, amabile e selvaggia».
François Clouet (1510-1572), «Una scena galante». In basso: Giandomenico Tiepolo (1727-1804), particolare da «Minuetto» (c. 1791)
Tre libri appena pubblicati trattano delle relazioni familiari e sessuali nel passato: il saggio di Daniela Lombardi «Storia del matrimonio. Dal Medioevo a oggi» (pp.
296, e 18,50) è edito dal Mulino, mentre da Laterza sono usciti i libri di Giovanni Romeo «Amori proibiti. I concubini tra Chiesa e Inquisizione» (pp. 256, e 18) e di Roberto Bizzocchi «Cicisbei. Morale privata e identità nazionale in Italia» (pp. 360, e 20)
Corriere della Sera 5.6.08
Le ricerche del giurista Sami Aldeeb
Islam, fare diritto oltre il Corano
di Marco Ventura
La legge divina è un dato immutabile e l'uomo può soltanto sottomettersi
Il diritto islamico è una tartaruga in letargo: sembra morto, invece sta solo dormendo. Un colpo di sole può svegliarlo e allora sono guai. Sami Aldeeb iniziava così il suo corso nella Strasburgo anni Ottanta; dapprima ostili, noi studenti dovevamo arrenderci alle prove su cui s'infrangeva il nostro mito d'un Islam sorridente. Da poco Mahmud Taha era stato impiccato in Sudan per aver sostenuto una interpretazione più libera del Corano: finito l'estenuante processo, confermata dal presidente Nimeiry l'applicazione della Shari'ah all'apostata, un cordone militare aveva protetto il sito della prigione di Khartoum dove l'esecuzione pubblica aveva avuto luogo il mattino del 18 gennaio 1985; un elicottero aveva poi portato via il corpo verso una destinazione sconosciuta. Già da tempo il diritto islamico si stava svegliando; il palestinese Aldeeb ne raccontava le tante facce e lo stesso cuore: la pluralità delle scuole, l'importanza dell'interpretazione, la diversificazione nello spazio e nel tempo, ma anche la logica intrinseca, le costanti, il patrimonio.
Rigoroso con le fonti, inesorabile con i fatti, Aldeeb si impose come una delle poche luci nella confusione generale. Se ne accorse il governo elvetico che gli riconobbe la nazionalità svizzera e lo volle all'Istituto di diritto comparato di Losanna: lì Aldeeb ha potuto sviluppare la propria ricerca, ma anche dedicarsi ad un'intensa attività di esperto federale. Nel 2001, grazie alla sua consulenza, il governo ha difeso con successo davanti alla Corte di Strasburgo il licenziamento di un'insegnante ginevrina che rifiutava di togliersi il velo islamico in classe. Negli ultimi anni, decine di migliaia di svizzeri hanno contratto matrimoni con musulmani tutelandosi con le istruzioni di Aldeeb raccomandate dalle autorità elvetiche.
Di tanta ricerca e di molta esperienza dell'Islam reale è frutto il suo manuale ora disponibile in italiano (Sami A. Aldeeb Abu-Sahlieh, Il diritto islamico. Fondamenti, fonti, istituzioni, a cura di Marta Arena, Roma, Carocci, pp. 617, € 37,20).
Il diritto islamico è diritto divino, già dato nelle fonti sacre una volta per sempre: l'uomo non ha altra libertà che sottomettersi ad esso e praticarlo. Per capire bisogna tornare alla penisola arabica dove tutto ebbe inizio. L'uomo si è perso nel deserto, non sa trovare la strada: Dio lo salva indicandogli la Shari'ah, «il cammino che conduce all'abbeveratoio, al corso d'acqua che non si prosciuga». Siamo molto lontani dal diritto d'origine greco-romana e cristiana dell'Occidente secolarizzato. Impossibile una sovranità popo-lare, solo Dio è sovrano; impossibile una cittadinanza d'eguali indipendentemente dal credo di ognuno, prevale la fedeltà alla Ummah, la comunità dei credenti; impossibile la certezza del diritto, l'uomo può tendere alla volontà del Dio legislatore, mai raggiungerla del tutto; impossibile la differenza tra diritto ed etica, il diritto islamico è etico per definizione; arduo anche immaginare diritti individuali, dominano il gruppo e la Salvezza. Risvegliato dal letargo, il diritto islamico porta disuguaglianza tra uomo e donna, tra fedele e infedele; o peggio, cinge cinture esplosive, stringe nodi scorsoi.
Ostaggio di fonti e tradizione, il diritto islamico di Aldeeb è testo sacro intoccabile da Tangeri a Giakarta, da Damasco a Birmingham, ma è anche organismo vivente: incrocio tra madrase medievali e cultura british degli avvocati di Lahore; riforma liberale del matrimonio a Rabat e corti islamiche misogine in Ontario; mufti del Cairo contro imam di Marsiglia.
Ora che il raggio di sole ha svegliato la tartaruga, Aldeeb sa cosa fare. Denuncia la tirannide di fonti sacre nemiche di uomini e donne che vogliono scegliere; lo fa anche se «qualsiasi critica del diritto musulmano, considerato come il diritto perfetto, rischia di mettere in pericolo il suo autore». Lontano dai riflettori, Aldeeb ha il coraggio di pubblicare una propria edizione critica del Corano (arabo e francese, Les Editions de l'Aire); versetti in ordine cronologico, varianti, abrogazioni. È la prima volta in arabo: ufficialmente, la somma bestemmia; per molti, l'unica speranza di uscire dal letargo della libertà.
Repubblica 5.6.08
"La Germania risarcisca gli schiavi di Hitler"
La Cassazione sugli italiani rastrellati dai nazisti dopo l´8 settembre ‘43
di Elsa Vinci
Per il risarcimento potranno essere pignorati beni immobili e conti correnti tedeschi nel nostro paese
ROMA - «Vanno risarciti gli schiavi di Hitler». Ufficiali e soldati semplici, partigiani, ragazzini e padri di famiglia. La Cassazione a Sezioni Unite rende giustizia agli italiani rastrellati dai nazisti dopo l´8 settembre 1943: sono pienamente legittime le cause intentate dagli ex deportati nei confronti della Repubblica Federale tedesca per ottenere il risarcimento delle sofferenze patite nei campi di concentramento o nell´industria bellica del Reich. Un atto di giustizia che rischia di aprire un nuovo contenzioso tra Roma e Berlino.
«Quelle deportazioni sono un crimine contro l´umanità». Con una decina di sentenze definitive la Suprema Corte ha respinto i ricorsi della Germania, rappresentata dall´ambasciatore in Italia. La Repubblica Federale rivendicava in Cassazione il diritto alla «immunità» da ogni forma di risarcimento sugli atti compiuti dai tedeschi durante la Seconda guerra mondiale. Ma gli ermellini hanno raccolto l´attesa degli "schiavi di Hitler". Sono una cinquantina di ex deportati, oggi tutti ultra ottantenni, tostissimi e «arcistufi» di aspettare. Il gruppo storico arriva dalla Val di Susa, difeso dall´avvocato Luca Procacci che ha intentato la causa pilota e che ora annuncia centomila ricorsi. Ci sono toscani, siciliani, pugliesi, veneti. Quando li hanno rastrellati avevano chi quindici, chi diciassette anni.
La Corte già nel 2004 aveva bocciato i ricorsi tedeschi. Berlino non si è arresa e ha continuato a contestare l´orientamento espresso dagli ermellini. Ma le Sezioni Unite - con diverse sentenze tra cui la 14201 - hanno ribadito che non si possono escludere dai risarcimenti «crimini che segnano anche il punto di rottura dell´esercizio tollerabile della sovranità». «La Repubblica Federale - avvertono i supremi giudici - non ha il diritto di essere riconosciuta immune dalla giurisdizione civile del giudice italiano, che va pertanto dichiarata». Tanto più - sottolineano i magistrati - che l´inizio delle deportazioni avvenne in Italia dopo l´8 settembre 1943. Non c´è dubbio, conclude la Cassazione, che «la comunità internazionale considera la deportazione e l´assoggettamento dei deportati al lavoro forzato come crimine contro l´umanità».
Adesso le vittime possono ottenere anche il pignortamento dei beni tedeschi in Italia. Per esempio la Germania rischia di dover pagare con i beni immobiliari e i conti correnti che possiede lungo la Penisola - esclusi ambasciate e consolati - il risarcimento di 60 milioni di euro che deve ai familiari della strage nazista di Distomo (Grecia) dove, il 10 giugno 1944, furono uccise per rappresaglia contro i partigiani 218 persone, tutte donne e bambini. La Corte ha infatti convalidato l´iscrizione di una ipoteca parziale sulla bellissima Villa Vigoni, che si affaccia sul lago di Como a Loveno di Menaggio, dove ha sede il centro italo-tedesco, di proprietà della Germania. La misura cautelare convalidata dalla Suprema Corte - sentenza 14199 - fa seguito alla condanna della Germania al pagamento delle spese legali (tremila euro) del processo che si è svolto in Grecia nel 2000 e che non ha mai dato luogo ad alcun risarcimento.
Il portavoce del ministero degli Esteri tedesco ha dichiarato che le sentenze della Cassazione sono già pervenute al governo. Nessuna resa. «Decideremo quali passi avviare».
Repubblica 5.6.08
Gorbaciov: "Via Lenin dalla Piazza Rossa"
L’appello dell´ex presidente: "Un museo delle vittime del terrore nel carcere di Stalin"
"Gesto simbolico contro la carenza di memoria" Ma i comunisti insorgono
di Leonardo Coen
MOSCA - L´ex presidente dell´Urss Mikhail Gorbaciov presenta nella modernissima sala conferenze dell´agenzia Interfax un progetto per trasformare il sinistro carcere moscovita di Butyrka in un Memoriale delle vittime del terrore staliniano: in quella prigione finì, tra gli altri, pure Alexsandr Solgentsyn. La proposta-appello è avanzata da un folto drappello di difensori dei diritti umani, di intellettuali ed artisti come il poeta Evgenij Evtushenko, il regista Alexei Guerman e il premio Nobel per la fisica Vitali Ginzburg. Ma Gorbaciov non si limita a perorare con tutta la sua autorevolezza questa importante iniziativa contro la carenza di memoria storica e la mistificazione del passato attualmente in voga, specialmente in tv. Pretende qualcosa di più. Un gesto altamente simbolico e provocatorio: rimuovere la mummia di Lenin dal mausoleo della Piazza Rossa per inumarla, «il mio punto di vista è che ora non si debba fare i becchini ma arriverà necessariamente un tempo in cui non ci dovrà più essere il cimitero vicino alle mura del Cremlino come non deve esserci il corpo di Lenin. Lui deve essere interrato, lo voleva la sua famiglia».
L´idea di seppellire Lenin non è nuova, ma negli ultimi tempi è sempre più ricorrente. Lo vuole la Chiesa ortodossa che non ha mai apprezzato il rito «pagano» del pellegrinaggio al mausoleo nella stessa piazza della celebre chiesa di san Basilio.
Il primo a sollevare la questione fu Boris Eltsin, ma evitò di andar oltre perché i comunisti erano ancora molto forti e la loro indignazione avrebbe potuto scatenare reazioni incontrollabili. L´autunno scorso fu la volta del Cremlino a lasciar trapelare l´ipotesi di un referendum sulla rimozione della mummia di Lenin, sollevando un putiferio tra i comunisti. Era la vigilia del novantesimo anniversario della Rivoluzione d´Ottobre e a Mosca, in quei giorni, si trovava Oliviero Diliberto, leader dei comunisti italiani, il quale prese la palla al balzo e dichiarò - scherzosamente? - che se proprio volevano cacciar Lenin via dalla Piazza Rossa, allora avrebbe fatto di tutto per portare la mummia a Roma. Apriti cielo!
Appunto. Guai a toccare Lenin. Andrei Vorobiev, ex ministro della Sanità, presente alla conferenza stampa in qualità di co-firmatario dell´appello per il Memoriale Butyrka, si è messo a discutere in modo concitato con Gorbaciov: «A che serve farlo? Perché portarlo via? E´ la nostra storia. Lì sono seppellite le persone che in tempi diversi sono state a capo del nostro paese».
Ivan Melnikov, vicepresidente del partito comunista russo e vicepresidente della Duma, ha dichiarato che i comunisti non lo permetteranno mai: «Non ci stupiamo di sentire cose del genere da parte di Mikhail Sergeevich perché lui è un grande specialista in ciò che riguarda il portar via: ha già portato via la grande Unione Sovietica dalla mappa del mondo ed ora si è ricordato di non averlo fatto in tempo col grande Lenin». Tuttavia, aggiunge Melnikov, la mossa di Gorbaciov metterà in imbarazzo le autorità e frenerà i loro tentativi, «altrimenti sarebbe costretti a fare ciò che Gorbaciov vuole». Meno ironici i dirigenti dell´organizzazione Comunisti di Pietroburgo e della regione di Leningrado che vogliono rivolgersi al comitato dei Nobel perché gli revochi il premio per la Pace: «Il suo appello di fatto è un invito alla guerra civile perché Lenin piace a più di metà dei russi».
Polemiche che non scalfiscono il pensiero-guida dell´ex presidente: combattere la «frenesia, consolidare la libertà e la democrazia», ricordare il regime dispotico e sanguinario che soltanto nel biennio 1937-38 provocò 725mila vittime. In tv, ha denunciato Gorbaciov, si «edulcora» la figura di Stalin, «come è successo nel primo canale, e in certi manuali la vera storia cede il passo ai miti. Su questi terreni vaghi della memoria riappare la sinistra figura di Stalin come amministratore efficiente», e non come un despota, «bisogna completare il processo di riabilitazione, come nel caso dei 22mila soldati polacchi trucidati nel 1940 dalla polizia segreta staliniana a Katyn». La giustizia russa archiviò il caso: vittime di crimini comuni.
il Riformista 5.6.08
Tremonti e i petrolieri. Il fisco di Robin Hood
L'intelligenza tattica di Giulio Tremonti non è in discussione. Scavalcando a sinistra il Pd, il ministro fa tremare il terreno sotto i piedi a chi cominciava a vedere la fine di una transizione cominciata con la caduta del muro. A che è servito, impratichirsi col vocabolario delle liberalizzazioni, se poi la destra vince e tassa? In realtà, le sue mosse vanno valutate ciascuna per conto suo, e non sarebbe giusto incasellarle per categorie facili ma sbagliate. Il Tremonti di governo mantiene una promessa del Tremonti saggista: l'eclettismo.
Con onestà intellettuale, Tremonti non ha presentato la "Robin Hood tax" sui petrolieri come una forma di calmiere sui prezzi alla pompa. Ha detto che «la gente che ha fame non aspetta», ovvero che intende «tassare un po' di più i petrolieri per dare un po' di più a chi ha bisogno. Pane, pasta, burro». Di per sé, in un paese come l'Italia una proposta di questo tipo non è affatto sorprendente, anzi parrebbe plausibile e giusta. Quando i più poveri devono tirare la cinghia, non è ragionevole che siano i più ricchi a sacrificare introiti che vanno ben oltre non solo le loro necessità, ma il «superfluo concepibile»? Una società deve aiutare i meno fortunati; il problema sono i mezzi con cui può scegliere di occuparsi di loro. Per molto tempo si è pensato che la via fosse una tassazione altissima per i redditi più elevati, salvo accorgersi che, oltre una certa soglia, i membri più imprenditoriali di una società si stancavano di «lavorare per gli altri», con conseguenze negative per tutti. A lungo, si è anche pensato che l'unico modo possibile per occuparsi dei più poveri fosse "attraverso lo Stato". Ma, scrive Tremonti in La paura e la speranza , «il modello sociale socialista trova la sua massima espressione nel "trasferimento" pubblico dall'alto verso il basso e con questo aliena la persona, spingendola verso l'astrazione dello Stato provvidenziale». La logica burocratica fa sì che i meccanismi d'aiuto dei più deboli si rivelino farraginosi e controproducenti. Perché allora, dovendo "dare pasta e burro", pensare che oggi debba farlo ancora lo Stato?
Inoltre, una prospettiva liberale imporrebbe di guardare non solo all'immediato. Siamo sicuri che tassare la "speculazione" dei petrolieri non causerà che qualche lacrima dei magnati del greggio? Come ha ricordato tempo fa il professor Angelo Petroni, «ogni qualvolta i neocorporativisti si vantano di come, intervenendo a modificare i risultati del mercato, si sia ottenuta una situazione "migliore", il liberista sa che ciò è stato ottenuto a prezzo di imporre ulteriori oneri ad altri, che si troveranno di conseguenza in una posizione peggiore».