martedì 10 giugno 2008

Repubblica 10.6.08
L'ex leader di Prc prepara il seminario sul futuro della sinistra
Bertinotti al rientro invito a D´Alema
Veltroni manda Bettini. E Ferrero fa un contro convegno in contemporanea
di Umberto Rosso



ROMA - Per la sua prima uscita politica, lavora a mettere insieme il parterre più ricco e variegato. Ma sotto il segno dell´anti-veltronismo. Come si conviene ad un ex presidente della Camera, che per giunta dal day after elettorale ad oggi è rimasto con la bocca sigillata, mantenendo la promessa del silenzio. Così Fausto Bertinotti, che ieri è ricomparso in pubblico per presentare il libro della storico Piero Bevilacqua "Miseria dello sviluppo", pensa al colpaccio per il suo seminario di dopodomani al Frentani di Roma: è atteso, fra gli altri, anche Massimo D´Alema ad ascoltare le «Ragioni della sconfitta della sinistra». A confermare in questo modo anche "fisicamente" il ponte lanciato dall´ex vicepremier verso quella che fu la Cosa rossa. In ogni caso, a rappresentare i dalemiani alla giornata di studio promossa da "Alternative per il socialismo", la rivista teorica di Bertinotti, ci sarà Nicola Latorre, il vicecapogruppo del Pd al Senato che in questi mesi ha tenuto per conto del "capo" i contatti, in particolare con Franco Giordano. Fino all´incontro segreto fra l´ex segretario del Prc e Massimo D´Alema, allarmato per lo sbarramento elettorale alle europee, avvenuto per qualche strana coincidenza proprio mentre Veltroni era per la prima volta faccia a faccia con Berlusconi (a metà del maggio scorso). Ma Walter non intende lasciare a Massimo mano libera nella rincorsa a sinistra, ed ecco perciò che alla rentrée bertinottiana a rappresentare il segretario del Pd ci sarà Goffredo Bettini. Una presenza che ha un po´ il sapore del disgelo, visto che secondo la sinistra proprio il coordinatore del Pd sarebbe stato uno dei più accaniti fautori della ghigliottina elettorale anti-arcobaleno. Ancora, del Pd, ci sarà Pierluigi Castagnetti, anima cattolica del partito, e soprattutto ex ppi ed ex Margherita che ha lanciato l´offensiva contro l´adesione al Pse. Ancora nel doppio segno di cattolico e critico del veltronismo, non è esclusa la presenza al seminario di Bruno Tabacci, testa pensante dell´Udc che già ieri alla Feltrinelli ha fatto "da spalla" a Bertinotti nelle critiche agli sbarramenti elettorali, «concepiti da cattivi consiglieri di Veltroni». L´ex presidente della Camera fornisce previsioni cupe: «La lunga marcia del capitalismo verso la catastrofe continua».
Ma, al seminario dei Frentani, che sinistra? In dubbio (ma per ragioni personali) la presenza di Rossana Rossanda, della quale il nuovo numero di "Alternative per il socialismo" ospita un saggio, Bertinotti per questo suo ritorno sulla scena ha voluto raccogliere intellettuali, sindacalisti, ma anche quei pezzi della sinistra arcobaleno più vicini al suo progetto. Che resta quello di un grande cantiere per andare oltre Rifondazione. Ci saranno lo storico Marco Revelli, Aldo Tortorella, Mario Tronti, Tiziano Rinaldini della Fiom. Per i Verdi, la Francescato e Paolo Cento. Per la Sinistra democratica Claudio Fava e Cesare Salvi. Per il Pdci, anche se in freddo con il partito, il professor Nicola Tranfaglia. Pezzi della sinistra veltroniana di Vita e Brutti. Oltre naturalmente ai suoi fedelissimi nel Prc, a cominciare da Nichi Vendola. Di tutt´altro segno il controconvegno che, giovedì in contemporanea, Paolo Ferrero organizza nel quartiere di Torpignattara. Si parla di sinistra sociale, «niente comparsate radical-chic».

Il Giornale 9.6.08
Galimberti. Vent'anni di copia e incolla


«Ecco, sì è successo... Ma vede, non ne voglio parlare. Nel 1989 abbiamo fatto un accordo tramite gli avvocati. Il professor Umberto Galimberti avrebbe fatto mettere una noticina di avviso in apertura del suo libro... Io però mi impegnavo a non tornare più sulla questione... Perché ho accettato? Mah, mi sembrava andasse bene, era comunque un'ammissione... Poi in ambito filosofico ci sono dei pesi, delle autorevolezze... Insomma lo sa anche lei, ci sono intellettuali ad alta visibilità... che hanno un certo accesso alle case editrici, e altri meno... Ma insomma non voglio parlarne e onestamente credo, in base a quell'accordo, di essere tenuto a non parlarne...».
Difficile strappare qualcosa più di quel che avete appena letto a Guido Zingari, ricercatore dell'Università di Roma Tor Vergata che ha in affidamento la cattedra di Istituzioni di filosofia. Rispetto di un vecchio accordo passato attraverso gli avvocati, timidezza, forse anche poca voglia di esporsi contro un peso massimo della filosofia che ha spazi televisivi, giornalistici ed editoriali. Anzi, se non ci fossero già stati i casi di Giulia Sissa, Alida Cresti, Salvatore Natoli - tutti ampiamente «saccheggiati» dal professor Galimberti - forse Zingari avrebbe attaccato il telefono alla prima domanda. Allora meglio lasciar parlare i fatti, le pagine dei libri e una noticina a inizio volume che, con il senno del poi, più che ammissione di colpa sembra il programma di un modus operandi eretto a stile di vita. Sì, perché quando questa noticina l'abbiamo trovata ci siamo chiesti: e se quello fosse stato il primo dei calchi? Il «copia e incolla» praticato e brevettato dal professor Umberto Galimberti prima che Bill Gates si ingegnasse a inserirlo in Windows?
Ma, abbiamo detto, spazio ai fatti. Nel 1983 Guido Zingari pubblica Heidegger. I sentieri dell'essere per una piccola casa editrice romana: Studium. Una introduzione al pensiero del grande filosofo tedesco, un piccolo itinerario biografico e speculativo. Un onesto libro per studenti o semplici curiosi.
Nel 1986 il professor Umberto Galimberti, allora associato (diventerà ordinario solo nel 1999), ma già in odor di notorietà, pubblica Invito al pensiero di Heidegger, per la più grande e meglio distribuita casa editrice Mursia. Una introduzione al pensiero del filosofo tedesco, un piccolo itinerario biografico e speculativo. Un libro per studenti o semplici curiosi.
Insomma, proprio lo stesso prodotto, con un'unica mancanza: l'aggettivo «onesto». Aggettivo impossibile da usare, visto l'uso massivo del saccheggio. Un solo esempio di svariate righe. Zingari a pag. 19: «Husserl giungeva a Friburgo nel 1916 quale successore designato di Heinrich Rickert, che a sua volta andava ad occupare la cattedra di Windelband ad Heidelberg. Per Heidegger si trattò, come è facile immaginare, di un evento memorabile. L'insegnamento di Husserl, ricorda Heidegger, si svolgeva nella forma di un graduale esercizio al "vedere" (Sehen) fenomenologico, che nello stesso tempo era un imparare guardando (Absehen). L'esposizione e lo studio dei testi di Aristotele e degli altri pensatori greci assumevano, attraverso la fenomenologia, un significato inaspettato».
Umberto Galimberti a pag.14: «Nel 1916 Edmund Husserl giungeva a Friburgo quale successore designato di Rickert, che a sua volta andava a occupare la cattedra di Windelband ad Heidelberg. Per Heidegger si trattò, come è facile immaginare, di un evento memorabile. L'insegnamento di Husserl, ricorda Heidegger, si svolgeva nella forma di un graduale esercizio al "vedere" (Sehen) fenomenologico che nello stesso tempo era un "imparare guardando" (Absehen). L'esposizione e lo studio dei testi di Aristotele e degli altri pensatori assumevano, attraverso la fenomenologia, un significato inaspettato».
È una delle clonazioni che ha spinto Zingari e l'editrice Studium a procedere a mezzo avvocati verso Galimberti e la Mursia. E così ecco il fatidico accordo, raggiunto nell'89. Le edizioni seguenti di Invito al pensiero di Heidegger, pur non modificando il testo, pur senza aggiungere quelle note e virgolette che sarebbero di rigore (come una citazione nell'indice dei nomi...) recano sul retro del frontespizio (dove si guarda poco) questa breve notazione che dà conto del saccheggio: «Diversi passi riportati nel presente volume relativi alla vita e alle opere di Heidegger, sono stati tratti dal volume di Guido Zingari, Heidegger. I sentieri dell'essere (presentazione di J.B. Lotz), Roma, Studium, 1983. In quest'ultimo essi si trovano specificatamente alle pp. 16, 17, 18, 19, 21, 22, 23, 26, 27, 28, 29, 30, 31, 32, 33, 34, 36, 121, 125 (citazione identica) e alle pp. 23, 25, 26, 28, 29 (citazione con alcune modifiche e interpolazioni)».
Al solito, un'ammissione di colpa, però microscopica, e in quelle pagine dove nessuno guarda. Un'ammissione con un accordo che però mette il danneggiato (accademicamente più debole) nella condizione di tacere, che evita troppa pubblicità ad un fatto che avrebbe potuto screditare un Galimberti in ascesa. Il risultato? Il libro di Zingari, che deve essere ben scritto, visto che Galimberti lo ha copiato a piene mani, è quasi introvabile. Il saggetto di Galimberti è stato invece ristampato per anni, è diffuso in moltissime biblioteche. Peggio, campeggia sul sito dell'Università di Venezia nella bibliografia del professore come se fosse una nota di merito e non un'opera scientificamente dubbia. Insomma quanto si sbagliava Friedrich Schiller quando scriveva: «La posterità non intreccia ghirlande per gli imitatori»! Almeno nel mondo accademico italiano c'è il rischio che le intrecci, eccome.

l’Unità 10.5.08
I bambini di Gaza «grandi» per forza
di Umberto De Giovannangeli


IL TERRORE si riflette nei loro occhi. La paura li accompagna dalla nascita. Hanno visto i loro genitori o amici morire. La violenza segna anche i loro giochi. Nabil, Ahmed, la piccola Zahira... Storie di una infanzia negata. Storie dei bambini di Gaza. Senza diritti, senza speranze. Dimenticati dal mondo

Rabh Masoud ha 8 anni e vice con i genitori e sei fratelli in un monolocale a Jabaliya, il più grande campo profughi nella Striscia di Gaza, vicino al confine con Israele. «Per dormire - dice - dobbiamo fare i turni - i miei fratellini sono terrorizzati dai bombardamenti. Piangono, e per giorni si rifiutano di uscire. Io provo a far loro coraggio, ma anch’io ho paura, tanta paura». Subhiya ha 6 anni e vive anche lei con la famiglia a Jabaliya. La sua salute non è buona. La bimba soffre di orifizio ovale, problemi di deambulazione, deviazione al setto nasale e ha un fragile sistema nervoso. Necessità di un’assistenza medica pressoché costante. Il padre di Subhiya è morto sotto un bombardamento. Ora la sua famiglia dipende interamente dagli aiuti umanitari delle organizzazioni non governative.
La vita bloccata dei bimbi di Gaza. Storie di sofferenze, patimenti, mancanza di tutto che marchia fin dai primi giorni la vita di bambine e bambine «ingabbiati» in quella enorme prigione a cielo aperto che è Gaza. Storie di vite bloccate. In attesa di un aiuto che tarda ad arrivare. Storie come quelle dei bambini della scuola elementare Omar Bin Abdul Aziz che tornati a scuola dopo la pausa invernale, hanno trovato le aule buie e fredde: in quella scuola, come nelle altre 400 della Striscia, la corrente elettrica è saltuaria e le finestre sono murate per proteggere gli alunni da proiettili vaganti. Storie di piccole vite appese a un filo. A Gaza anche gli aiuti umanitari sono soggetti a restrizioni. Aya, 4 anni, affetta da meningite ha atteso per tre mesi il permesso di essere curata in Israele. Dopo tanto penare, l’agognato permesso alla fine è arrivato, per Aya ma non per i suoi genitori, che non potranno quindi accompagnarla. Storie di bambini costretti a divenire «grandi» prima del tempo. Come Ahmed, 11 anni e 5 fratelli e sorelle più piccole. Ahmed deve mantenere la famiglia dopo che il padre, Nabil, è stato ucciso, due anni fa, in un raid di Tsahal a Khan Yunes, sempre nella Striscia. «La mera sopravvivenza è ormai lo standard di vita dei bambini di Gaza», sottolinea un recente rapporto dell’Unicef. I bambini di Gaza piangono per l’orrore e l’indifferenza. Uno studio della Queen’s University ha rivelato che il 90% dei bambini di Gaza sono state vittime dirette di gas lacrimogeni, perquisizioni alle proprie case, danni personali e testimoni di sparatorie ed esplosioni. Dall’inizio della seconda Intifada, settembre 2000, studi del Gaza Community Mental Health Programme, indicano che il 70% dei bambini non riesce a concentrarsi, il 96% ha paura del buio, il 35% si isola e il 45% soffre alti livelli di ansia e di stress. «Abbiamo visto che i bambini non vogliono uscire perché sanno che qualcosa di terribile gli può succedere in qualsiasi momento, sono aumentate le liti in casa, così come il numero dei minori con incubi o attacchi di panico», riferisce il dottor Fadel Abu Hin, specialista del centro.
L’infanzia cancellata. Come quella di Faysal, 6 anni, che da quella notte di fuoco, due anni fa, ha lo sguardo perso nel vuoto: quella notte, Faysal ha visto morire sua madre, Zahira, colpita da una pallottola vagante: a Rafah, era in corso un raid dell’esercito israeliano. Da quel giorno, il piccolo Faysal non ha più parlato. Se potesse parlare, Faysal racconterebbe una storia comune alla grande maggioranza degli 884mila bambini di Gaza, dei quali 588mila sono rifugiati. È la storia di Ayman, 13 anni, e della sua sorellina, Amira, 5 anni: le sparatorie e i bombardamenti hanno terrorizzato così tanto Amira, racconta Ayman, che «mia sorella continua a svegliarsi di notte urlando». Ayman ha un sogno: poter studiare. Ayman e i suoi fratelli leggono a lume di candela. A causa del blocco dei rifornimenti di carburante (imposto da Israele in risposta ai lanci di razzi da Gaza) l’elettricità è sospesa per 8 ore al giorno. «La notte - racconta - accendiamo una candela e fino a quando non si spegne facciamo i compiti...La scuola? È stata bombardata e da mesi siamo costretti a restare a casa...». «Una intera generazione di bambini giornalmente assiste sempre più a episodi di violenza , persino all’interno delle scuole. Uno studio della Birzeit University ha rilevato che il 45% degli studenti nella Striscia di Gaza ha visto la propria scuola assediata dall’esercito israeliano, il 18% ha assistito all’uccisione di un compagno di scuola e il 13% a quello di un insegnante», rileva Save the Children, la più grande organizzazione internazionale indipendente per la tutela e la promozione dei diritti dei bambini nel mondo. Ma i bambini di Gaza non hanno diritti. E neanche speranze. Bamini come Talal, 5 anni. che allo staff di Save the Children racconta: «Vado all’asilo ogni giorno da solo. Ho paura quando vado da solo. Ho paura che gli israeliani mi spareranno. Vorrei che fosse mia madre a portarmi all’asilo, ma mia madre è occupata. Mio padre è stato arrestato dagli israeliani e adesso è in prigione. Ho visto gli israeliani prenderlo. Non l’ho più visto d’allora».
A Gaza gioco e realtà s’intrecciano. Marchiati da un comun denominatore: la violenza. Fra la polvere e la sabbia nell’infuocata periferia di Gaza City, i piccoli palestinesi giocano alla guerra. Ma non a una guerra lontana, come fanno milioni di altri bambini del mondo, ma alla guerra vera, proprio quella che praticamente ogni giorno si combatte davanti alle loro case. La guerra con Israele. La guerra tra Fatah e Hamas. Realtà e gioco. «Se noi catturiamo un giocatore di Hamas - dice Ahmed, 11 anni, che nella battaglia indossa l’uniforme di Al Fatah - possiamo deciderlo di picchiarlo, oppure ucciderlo subito. Ma se l’altra squadra ha fatto uno di noi prigioniero, allora scambiamo i due giocatori, e torniamo alla pari...». La squadra di Hamas è appena riuscita a scoprire il nascondiglio di tre miliziani di Fatah: come a mosca cieca basta toccarli perché in questa finzione si considerino presi. Hamas adesso non ha nessuno dei propri giocatori da liberare, e così sfrutta il vantaggio. I tre giocatori avversari vengono fatti inginocchiare, urlano «aiuto, aiuto» ma secondo un copione che si ripete mille volte, vengono fucilati senza esitazione. «Boom, boom, boom», scandisce il bambino tenendo puntato il fucile di legno. Poi si ricomincia, con tre punti di vantaggio. Quel giorno Nabil, 9 anni, era fiero delle sue nuovissime scarpe da calcio. Nabil non vedeva l’ora di raggiungere i suoi amici nel campetto di calcio a Jabaliya. Nabil era in ritardo, e quei minuti gli hanno salvato la vita. Il campo di calcio era stato raggiunto da granate sparate da carri armati israeliani. Nabil ha visto morire quattro bambini. Dilaniati dall’esplosione. Ancora oggi, a distanza di mesi, Nabil piange mentre ricorda di aver visto la testa decapitata di suo cugino lanciata lontano dal suo corpo, dalle sue braccia e dalle sue gambe, lontano da dove stavano giocando a calcio. Piange mentre racconta la storia, il piccolo Nabil, e le sue lacrime gli fanno più male del suo dolore psicologico, dal momento che ha ustioni sugli occhi. Ricordo di un incubo che porterà sempre con sé.

Corriere della Sera 10.6.08
E il Pdci si sgretola a colpi di mozioni e manifesti Diliberto, Rizzo e Katia Bellillo: tutti contro tutti
di R. Zuc.


ROMA — C'era una volta il Pdci. E domani? Se lo chiedono i militanti alle prese con un partito-rebus, in perenne rischio di scissione. Dell'atomo, s'intende, perché ormai la percentuale vera si perde nei calcoli infinitesimali della sinistra radicale: prendi il 3 per cento delle politiche, sottrai Rifondazione, Sd, Verdi e alla fine dividi per tre. Cioè i tre che attualmente si contendono la bandiera dei comunisti italiani: Diliberto contro Rizzo contro Bellillo.
All'insegna del meno si è, più si litiga, sono ormai in guerra tra loro. Oliviero Diliberto ( foto) canta vittoria per l'approvazione del suo documento al comitato centrale. E guarda dall'alto Marco Rizzo, concedendo al suo emendamento un residuale 8,35%.
Quest'ultimo s'arrabbia: «Non è vero: abbiamo ottenuto il 31% perché al momento del voto c'erano solo 144 presenti su 383».
Ma si parla di un semplice emendamento. A non essere d'accordo sull'intero documento è Katia Bellillo, che non partecipa al voto, crea una sua componente e lancia un contromanifesto.
Obiettivo: guardare alla Costituente della Sinistra, già sponsorizzata dall'area bertinottiana di Rifondazione e da Sinistra Democratica.
Spiega la Bellillo: «Sinceramente non capisco qual è la differenza tra Diliberto e Rizzo: entrambi ora vogliono l'unità dei comunisti. Mi sembra più che altro che il primo sia caduto nella rete del secondo. Noi invece vogliamo un movimento aperto, che guarda alle esperienze che vengono dal sociale: non possiamo tornare indietro. Abbiamo dalla nostra parte anche l'astronauta Umberto Guidoni». E Diliberto? Continua la sua battaglia contro gli attacchi che vengono da dentro e da fuori del partito.
Di ieri è il suo appello contro gli hacker:
«In queste ore il nostro sito larinascita.org è sotto attacco dei pirati informatici: vogliono far tacere la voce dei comunisti. Ma non ci riusciranno».

Corriere della Sera 10.6.08
Sassonia. I neonazisti sono al 5%


BERLINO — L'estrema destra tedesca (Npd) ha ottenuto il 5,1% delle preferenze alle elezioni comunali che si sono tenute domenica nel Land della Sassonia, nell'est della Germania. Il risultato rafforza ulteriormente la presenza del partito nella regione, con un totale di 160 mila voti, quattro volte in più rispetto ai 41 mila voti registrati alle elezioni del 2004. Forte di questo successo la Npd potrà contare su un proprio rappresentante in ogni Comune della Sassonia. Non solo: in due comuni il Partito ha perfino battuto il socialdemocratici della Spd. Allo stesso tempo, però, la Cdu della cancelliera Angela Merkel, si è confermata al primo posto con il 39,5% dei voti, seguita dalla Sinistra (Linke) con il 18,7%. Il terzo principale Partito in Sassonia è la Spd con l'11,5% dei voti.

Corriere della Sera 10.6.08
I nuovi dati Nel 2007 in Italia 270 mila confezioni, 50 mila in più del 2006
Boom della pillola del giorno dopo tra le ragazze dai 14 ai 20 anni
I ginecologi: è l'unica forma di contraccezione usata dalle giovani
di Paola D'Amico


In controtendenza il ginecologo Silvio Viale: poche le pillole vendute, bisogna incentivare la disponibilità

MILANO — La pillola del giorno dopo spopola tra le adolescenti. Sono le giovanissime tra i 14 e i 20 anni a consumare oltre la metà delle confezioni vendute. I bilanci sul ricorso alla contraccezione d'emergenza sono tali da allarmare i ginecologi. E sotto accusa finiscono i genitori, che sembrano essere totalmente all'oscuro delle abitudini sessuali dei propri figli. «Non solo sono ignoranti e danno informazioni sbagliate sull'educazione sessuale — denuncia Alessandra Graziottin, direttore del Centro di ginecologia del San Raffaele di Milano, nel corso di un convegno sull'aborto —. Ma spesso non hanno veramente idea di chi siano i loro figli. Solo 5 su cento immaginano che le figlie quattordicenni abbiano rapporti sessuali, quando in realtà si tratta del 38 per cento».
In verità, le omissioni in tema di educazione sessuale accomunano famiglia e scuola, società e medici. E se il ricorso del preservativo, accantonato lo spettro dell'Aids dopo il picco di infezioni degli anni Novanta, è in netto calo, anche la stragrande maggioranza delle mamme di figlie quindicenni «continua a non parlare di contraccezione e le spiegazioni arrivano spesso quando è troppo tardi».
Sono i dati a far riflettere: dal 2006 al 2007, le vendite del farmaco noto come «pillola del giorno dopo» sono aumentate di oltre 50mila unità, passando da 220mila a 270 mila. «Questo significa che o si sono rotti 50mila profilattici o la pillola del giorno dopo è diventata l'unica forma di contraccezione che le giovani usano», semplifica Giorgio Vittori, presidente della Sigo (Società italiana di ginecologia e ostetricia), che con l'Associazione ostetrici e ginecologi ospedalieri italiani (Aogoi) ha organizzato nella Capitale il convegno «Politiche per un contrasto all'interruzione di gravidanza nelle donne a rischio ».
I genitori oggi «dormono», accusano i medici che, però, fanno anche autocritica: «Aver puntato solo sulle giovani per promuovere l'uso del profilattico è stato un errore storico».
Perché non usare il preservativo, «oltre a portare a gravidanze indesiderate e malattie sessualmente trasmissibili», può anche «danneggiare la fertilità della donna quando vorrà avere un figlio». Non è un caso se le infezioni da clamidia (con il gonococco è la prima causa di lesione dell'endometrio e delle tube) sono decuplicate in dieci anni.
L'allarme sull'impennata del ricorso al contraccettivo di emergenza non è condiviso da tutti. Silvio Viale, ginecologo torinese e sostenitore della necessità di abolire la ricetta medica per la pillola del giorno dopo, controbatte che «trecentomila pillole vendute sono pochissime ». Perché, occorre «incentivarne la conoscenza e la disponibilità ». E su un milione di ragazze tra i 15 e i 20 anni, se questi sono i numeri, precisano dalla clinica milanese Mangiagalli, «significa che vi ha fatto ricorso appena il 10 per cento».
In fatto di legge sull'aborto, il sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella, ha fatto sapere che «sulla 194 potremmo varare linee guida sul modello della legge 40». Una necessità, ha concluso Roccella, «perché l'applicazione delle legge è troppo disomogenea».
Sessuologa Alessandra Graziottin accusa le mamme delle ragazze

Alessandra Kustermann: «Rifiutano i farmaci tradizionali per paura della cellulite»
«Non sono le mamme e i papà a dover pensare all'educazione sessuale dei figli», dice Alessandra Kustermann, ginecologa presso la Clinica Mangiagalli.
Chi se ne deve far carico?
«La scuola e i medici. Un genitore ti può facilitare e dire dov'è il consultorio se hai dolori mestruali, se hai le perdite bianche, se hai dei dubbi. Oltre mi pare un'intrusione. La sfera sessuale fa parte di una crescita autonoma».
I medici sono nemici degli anticoncezionali?
«Ad essere restie, per la verità, sono le ragazze, convinte che la pillola sia causa di cellulite e di aumento di peso. E, più grave ancora, che non basti per rimanere incinte il primo o anche un unico rapporto sessuale».

Corriere della Sera 10.6.08
Gli anni di piombo al centro del romanzo di Sergio Givone
Se il filosofo «rilegge» il terrorismo
di Ermanno Paccagnini


L a prima impressione, alla lettura di Non c'è più tempo di Sergio Givone, è il tentativo di fondere in narrazione le sue due anime di filosofo e romanziere. Lo fa rivisitando il 1978 terroristico, in un testo però spurio, che mescola in modo squilibrato le due carte, perdipiù poste sotto intestazione editorialmente infelice, dato che Non c'è più tempo è titolo d'un romanzo di Andrea Carraro del 2002 (Rizzoli).
Parlo volutamente di «testo», e non di «romanzo», perché Non c'è più tempo (Einaudi) ha forma espositiva e andamento propri di una sorta di rappresentazione di laica sacralità, considerando che tutto poggia sull'assurda e nullificante ritualità d'un tribunale terroristico: con capitoli-atti nei quali un protagonista, Venturino Filisdei, ex docente di architettura ora intrappolato su una sedia a rotelle e sospettato di collusione coi brigatisti, accompagnato da una badante, si reca a un appuntamento notturno nel sottosuolo fiorentino per incontrare quel figlio avuto da un'allieva sordomuta poi suicidatasi e che non ha mai conosciuto. E qui incontra via via (capitoli 2-5) singoli personaggi appartenenti a una cellula terroristica (Max Pententi e poi Quisqualis e Feuer; Dolores; il figlio; Confiteor, il capo), per poi, dopo una disamina interiore (6), ritrovarli tutti quanti insieme (7) in una sorta di tribunale rivoluzionario.
Una struttura che incrocia forma narrativa e forma dialogico-argomentativa di tradizione platonica, con ampi squarci di riflessione interiore: ove i momenti del pensiero — specie quelli del protagonista — sono calibrati, tra gli altri, su testi di Enrico Fenzi e Toni Negri (con richiami anche ai loro saggi su Petrarca e Leopardi), rileggendo l'esperienza terroristica alla luce della riflessione più propriamente givoniana sul Nulla, Morte, Nichilismo, Religione, Ethos e altro ancora.
E, in effetti, la trama (con finale narrativo a sorpresa) suona piuttosto pretesto di riflessione in forma narrativa: per un testo alfine sì anomalo, ma soprattutto di non agevole lettura e anzi pesante e dispersivo. Un testo fortemente penalizzato su entrambi i versanti, senza la forza argomentativa del saggio, ma neanche la forza narrativa che pure Givone possiede, che s'affaccia solo qua e là e si evidenzia nel finale (pp. 230-34) quando si abbandona al racconto. La riprova è nella opacità stessa degli sbiaditi personaggi: più parole che gesti. Tra i quali salvo solo la figura del prete spretato Max Penitenti.
Sergio Givone, filosofo e scrittore, è autore del romanzo «Non c'è più tempo», (Einaudi, pp. 242, € 14)

Corriere della Sera 10.6.08
Evoluzione Due studiosi a confronto sulla dimensione morale e spirituale dell'Homo sapiens
L'enigma dell'intelligenza umana
Facchini: ha origini trascendenti. Pievani: no, la scienza può capirla
di Antonio Carioti


Riduzionismo
Alcuni biologi ritengono che nei geni si trovi la grammatica universale che guida e regola il comportamento etico

Il famoso biologo ateo Richard Dawkins lo definisce (sulla scorta del collega Jared Diamond) «grande balzo in avanti». Il pontefice Giovanni Paolo II lo chiamava invece «salto ontologico». Di certo ai nostri antenati, in una fase collocabile tra 150 e 45 mila anni fa, succede qualcosa di sbalorditivo: gli ominidi appartenenti alla specie Homo sapiens
cominciano a realizzare pitture rupestri, a seppellire i cadaveri secondo un rituale, ad abbellire i propri corpi, a fabbricare oggetti ornamentali. In breve, producono cultura.
Come questo sia potuto accadere resta non solo un enigma affascinante, ma anche uno dei punti più controversi della storia naturale, al pari della questione riguardante l'origine della vita, di cui si è occupato ieri sul Corriere Sandro Modeo. E ad accrescere l'interesse del tema ci sono le sue implicazioni filosofiche, che dividono chi vede nell'intelligenza umana una scintilla divina da chi la considera il frutto più sofisticato di processi evolutivi dominati dal caso.
La polemica infuria nel mondo anglosassone, dove hanno grande risalto le posizioni estreme. Da una parte gli scienziati riduzionisti (come il già citato Dawkins, Daniel Dennett, Marc Hauser), secondo i quali lo studio della biologia può consentirci di arrivare a dire l'ultima parola sulla mente umana. Sul versante opposto i fautori del «disegno intelligente», spesso legati ad ambienti religiosi, affermano che non solo il comportamento dell'uomo, ma l'intero percorso dell'evoluzione si può spiegare solo chiamando in causa un intervento sovrannaturale.
Più sfumati e articolati sono i punti di vista prevalenti tra gli studiosi italiani. Per esempio Fiorenzo Facchini, sacerdote cattolico e docente di Antropologia, nel suo ultimo libro Le sfide della evoluzione (Jaca Book, pp. 174, e 16) critica la teoria del «disegno intelligente», che a suo dire «non appartiene alla scienza» e «porta a una confusione di piani che non giova a nessuno ». Ma al tempo stesso tiene a sottolineare che l'uomo, in quanto dotato della facoltà di pensare, «reclama una trascendenza nella sua origine, perché lo spirito non può derivare dalle forze della materia».
Insomma, bisogna distinguere l'umanità dal resto degli esseri viventi: «I sostenitori del disegno intelligente — spiega Facchini al Corriere
— commettono l'errore di introdurre un elemento sovrannaturale per spiegare fatti che rimangono nell'ambito fisico e biologico. Ma con la comparsa del pensiero umano si verifica una discontinuità molto netta, a mio avviso innegabile. L'attitudine a fare progetti, il linguaggio simbolico, l'autocoscienza e l'autodeterminazione, la capacità di gestire consapevolmente l'ambiente sono caratteristiche peculiari dell'uomo, che non si possono ricondurre al semplice sviluppo dell'attività cerebrale. A mio parere in questo caso è vano cercare una spiegazione con i metodi delle scienze naturali, perché siamo dinanzi a fenomeni trascendenti che sfuggono alla loro indagine».
Sul fatto che sia sbagliato ridurre la natura umana al dato biologico si trova d'accordo anche il filosofo della scienza Telmo Pievani, convinto darwiniano e curatore del volume L'evoluzione della mente (Sperling e Kupfer, pp. 131, e 9,20), comprendente contributi in cui alcuni illustri scienziati s'interrogano sulle origini del comportamento culturale umano.
«C'è chi dice — dichiara Pievani al Corriere — che un giorno scopriremo il cromosoma della morale, la grammatica universale del comportamento etico inscritta nel genoma umano. Ma anche se ciò dovesse avvenire, saremmo ben lontani dall'avere risolto tutti i problemi in questo campo. Si pensi alla questione della violenza. Una volta acclarato che l'uomo tende ad aggredire i suoi simili per ragioni biologico- adattative, posso al tempo stesso decidere per altre motivazioni, di natura morale, che quel comportamento è illegittimo e va messo al bando. C'è dunque un ulteriore livello di studio, nella valutazione delle vicende umane, di cui le scienze naturali non possono dar conto». Qui, però, sorge un interrogativo: per spiegare la dimensione culturale dell'Homo sapiens è necessario richiamarsi alla trascendenza?
Facchini risponde positivamente: «Una volta ammesso che l'uomo è un unicum e la sua comparsa segna un salto di qualità, ci troviamo su un piano che sfugge agli strumenti della conoscenza empirica. Non è detto che l'unica soluzione sia ammettere l'esistenza del Dio biblico: c'è chi vede il trascendente come uno spirito universale e impersonale che avvolge la realtà. Dal punto di vista cristiano l'uomo risponde a un progetto del Creatore: non un disegno intelligente che determina lo sviluppo dell'universo, ma piuttosto un "disegno superiore", posto al di là della natura e della storia».
Diverso l'approccio di Pievani: «L'irriducibilità del comportamento umano alla biologia non richiama automaticamente la trascendenza. È come dire che c'è un mistero su cui l'indagine scientifica non ha nulla da dire. Io, invece, non credo che esista una dimensione per principio inattingibile. Può esserlo di fatto, perché la scienza è un sapere provvisorio e avrà sempre di fronte a sé l'ignoto. Ma se i meccanismi biologici dell'evoluzione non bastano a spiegare la peculiarità culturale dell'uomo possiamo ricorrere ad altri livelli di analisi riguardanti le scienze umane: psicologia, sociologia, filosofia morale. Il tutto rimanendo su un terreno naturalistico e senza ricorrere a fattori trascendenti».

Repubblica 10.6.08

Le tesi di Mendel furono cassate perché contrarie al marxismo. E chi le sosteneva fu perseguitato E anche il Pci si allineò
Buzzati Traverso contestò i sovietici Calvino esaltò l´Urss e i progressi della cultura
Aragon scrisse una prefazione in cui si magnificavano i metodi dei ricercatori

La rivoluzione era cominciata quando, il 7 agosto 1948, un oscuro agronomo ucraino, Trofim Lysenko, annunziò nel corso di una importante assise scientifica sovietica: «Il Comitato Centrale del Partito Comunista dell´Unione Sovietica ha esaminato la mia relazione e l´ha approvata». Era la campana a morte per la genetica sovietica, che fino a quel momento era in piena fioritura ed era conosciuta e rispettata in tutto il mondo scientifico, dove ormai trionfava, sulla base di incontestabili evidenze, la teoria di Mendel che attribuisce ai geni, alle minuscole unità discrete contenute nei cromosomi di tutti gli esseri viventi, la responsabilità della trasmissione ereditaria dei caratteri fenotipici. Una teoria, suffragata da migliaia di rigorosi esperimenti, che coniugata con l´evoluzione darwiniana costituisce tuttora il fondamento stesso della biologia moderna e che ha assicurato uno straordinario passo avanti nella comprensione della vita e anche della medicina. E che, sulla base di questi risultati, ha spazzato via definitivamente l´ipotesi, elaborata nel ‘700 dal grande zoologo francese Jean Baptiste Lamarck, della «trasmissione ereditaria dei caratteri acquisiti», che attribuiva le trasformazioni del mondo vivente (animale e vegetale) alla trasmissione ai discendenti dei caratteri acquisiti da ogni individuo nel corso della sua esistenza per meglio adattarsi al suo ambiente, dal lunghissimo collo delle giraffe, frutto dello sforzo individuale di raggiungere le foglie dei rami più alti, agli artigli dei predatori: i caratteri di ogni specie - e quindi il motore dell´evoluzione, delle trasformazioni che nel corso dei millenni hanno dato vita alle nuove specie - erano quindi per Lamarck e i lamarckiani il prodotto delle trasformazioni di ogni individuo nell´adattarsi al suo ambiente.

La scoperta che alla base dell´eredità c´erano i «geni» e che l´agente delle mutazioni erano le casuali mutazioni nelle basi della lunga catena molecolare del Dna, evidenziate dalla selezione naturale secondo la loro maggiore o minore «fitness», aveva definitivamente mandato in soffitta le ipotesi lamarckiane. Un meccanismo, quello mendeliano, che, introducendo la casualità delle mutazioni puntiformi e riducendo alla selezione naturale i motori dell´evoluzione, appariva (a Stalin e agli ortodossi interpreti del materialismo dialettico di Engels) in contrasto con uno dei canoni del marxismo e quindi con la convinzione che fosse l´ambiente a determinare l´evolversi delle trasformazioni del mondo vivente, nel caso degli esseri umani l´ambiente economico e sociale che, radicalmente trasformato dalla Rivoluzione d´Ottobre, non poteva che dar luogo «all´uomo nuovo sovietico». In più si insinuava che la teoria cromosomica avvalorasse teorie eugenetiche (care ai nazisti, fautori della «razza pura») e quindi fosse non solo sbagliata, ma anche idealistica, borghese, reazionaria e - perché no? - immorale.
Su questa base si innestò, nel secondo dopoguerra, una feroce polemica che non solo ebbe in Unione Sovietica esiti tragici, ma determinò una dura crisi anche tra gli intellettuali europei che avevano aderito al comunismo e alle idee del «socialismo scientifico». A questo tema è dedicato un appassionante libro dello storico della scienza Francesco Cannata (Le due scienze. Il caso Lysenko in Italia Bollati Boringhieri, pagg. 290, euro 28), una puntigliosa e illuminante analisi del «caso Lysenko», e degli effetti che si intrecciarono almeno in Europa con gli sviluppi della guerra fredda.
L´incoronazione staliniana delle idee lamarckiane di Lysenko costituirono, allora, lo scalino che consentì all´agronomo ucraino di iniziare una lunga scalata ai vertici delle istituzioni scientifiche sovietiche condotta con l´astuta intuizione delle preferenze del dittatore russo e che portò all´ostracismo della genetica russa e alla persecuzione degli scienziati che la praticavano. In effetti, alcune innovazioni sostenute da Lysenko aveva registrato qualche successo iniziale e ciò gli diede l´autorità per partire nella sua crociata contro gli esponenti della genetica russa. Lysenko promise che in base ai suoi metodi l´agricoltura sovietica guidata dagli «scienziati scalzi» che seguivano il suo metodo, fondato non sulle astratte teorie della «scienza borghese», ma sulla pratica contadina, avrebbe trasformato le immense steppe in giardini fioriti. La genetica russa e i suoi cultori si trovarono esposti all´accusa - micidiale, in quel contesto - di essere quinte colonne della borghesia capitalista e nemici dello stato sovietico: molti scienziati furono marginalizzati, privati dei loro incarici accademici e istituzionali e il loro principale esponente, Vavilov (uno studioso di grande levatura internazionale) addirittura arrestato, rinchiuso in un carcere siberiano nel quale morì.
L´eco del terremoto che aveva investito le istituzioni scientifiche russe si propagò in Europa, suscitando l´indignazione e la protesta di molti scienziati di alto livello, anche tra quelli che aderivano apertamente al marxismo o ai rispettivi partiti comunisti: John Haldane in Inghilterra, Jacquel Monod (premio Nobel) per la Francia, Adriano Buzzati Traverso in Italia.
Inserito negli sviluppi anche ideali della guerra fredda, il «caso Lysenko» fornì l´opportunità per una campagna - robustamente incoraggiata dagli Stati Uniti - di condanna dell´Unione Sovietica e dei rozzi metodi staliniani, della violenta intrusione della politica nella ricerca scientifica. Un tema vissuto meno drammaticamente nel nostro paese, dove forse risentiva di una certa indifferenza degli intellettuali del Pci nei confronti di un dibattito che investiva lo stesso metodo scientifico, forse per la tradizionale egemonia - anche in buona parte del comunismo italiano - della cultura letteraria rispetto a quella scientifica. Un distacco di cui si fece portavoce anche uno degli scrittori più acuti e sensibili del nostro paese, Italo Calvino, che nel dicembre ‘48, scriveva su L´Unità piemontese: «In un paese socialista il progresso della cultura non è staccato dal progresso comune di tutta la società. Bisogna che lo scienziato non si proponga la scienza per la scienza. Il primo criterio deve essere serve o non serve allo sviluppo della rivoluzione».
Insomma, la propaganda sovietica aveva trasformato le ipotesi ben poco scientifiche del furbo agronomo ucraino nel paradigma della cultura socialista. Al punto che il poeta francese Aragon firmò l´introduzione a un pamphlet edito dal Partito Comunista francese dedicato alla esaltazione di Lysenko e dei suoi metodi. Nonostante l´opposizione e le messe in guardia di parecchi scienziati europei, buona parte dell´intellighentzia era convinta che come la Rivoluzione d´Ottobre aveva aperto una nuova fase nella storia umana, così la cultura che esprimeva doveva rappresentare una svolta radicale in ogni campo: lì, nelle immense distese russe, nasceva una nuova società, un uomo nuovo, «l´uomo sovietico», libero dallo sfruttamento e dai condizionamenti di classe e dall´individualismo egoistico borghese che non poteva non produrre una nuova cultura, un nuovo rapporto con la natura, nuovi rapporti umani e quindi anche una scienza nuova.
Invano, anche in Italia, alcuni scienziati pure legati al Partito Comunista, come Massimo Aloisi, cercarono di contrastare l´esaltazione acritica di Lysenko e giustificare l´ostracismo contro la genetica: contro di loro c´era l´autorità di Emilio Sereni, responsabile della commissione culturale del Pci, uomo di cultura enciclopedica e di grande intelligenza, che cercò invano di convincere l´editore Giulio Einaudi, a far tradurre e pubblicare le relazioni lisenkiane o anche il pamphlet francese prefato da Aragon. Il fiuto culturale di Einaudi e la critica di Aloisi e di altri oppositori riuscirono a impedire una operazione, la cui unica giustificazione era che «tutto ciò che viene dall´Urss è giusto e va difeso» anche se si è convinti che si tratti di una mistificazione

Repubblica 10.6.08
I nuovi rapporti tra Stato e chiesa
di Aldo Schiavone


A leggere, più a freddo, i commenti del giorno dopo, sembra proprio che l´effetto, ancora una volta, sia stato raggiunto. Con il duplice, studiatissimo bacio deposto sull´anello di Benedetto XVI all´inizio e alla fine del loro ultimo incontro, Silvio Berlusconi ha fatto ricorso all´immagine di una inattesa sottomissione per lanciare un messaggio inequivocabile: è arrivato, in Italia, il momento di una nuova alleanza fra Chiesa e guida politica del Paese. Il gesto, al posto della parola o del discorso, per trasmettere in modo sintetico e diretto il senso di una scelta. Comunicare è vincere. Poi si ragionerà. La centralità della "questione cattolica" è stata così riproposta con il valore di un annuncio e di un programma. Insieme a tanti altri aspetti del nostro passato, è venuto il momento – questo voleva dire quell´inchino – di mettere da parte anche la difficile e ingombrante laicità che aveva accompagnato finora il nostro cammino repubblicano. Fra i due lati del Tevere può scorrere ormai una nuova acqua.
Qualche tempo fa, avevo scritto su questo giornale di "un´onda neoguelfa" che sta scuotendo nel profondo la nostra società – un sentimento diffuso che assegna al Pontefice l´esercizio di una specie di protettorato nei confronti della democrazia italiana, e ne fa il custode della stessa unità morale della nazione. Ebbene, con il suo gesto Berlusconi ha assunto pienamente la leadership di questa tendenza, cercando di piegarla a suo vantaggio. In questo senso, il bacio all´anello viene dal capopartito, più che dal presidente del Consiglio: serve a completare la collocazione postelettorale del Pdl, prima che a trasmettere una certa idea del Governo e dello Stato.
Di fronte alla nettezza di questa posizione, la cosa più sbagliata sarebbe di sottovalutarne la portata e l´importanza, riducendola a un semplice aggiustamento tattico, dettato solo da un opportunismo di corto respiro. Non è così. Al contrario, essa nasconde una valutazione strategica, e si fonda su un´intuizione non banale dei cambiamenti in atto. È vero: la fine della stagione democristiana, non meno che i mutamenti del nostro scenario sociale e mentale, ci stanno spingendo verso la sperimentazione di nuovi intrecci, anche organizzativi, fra religione e politica, che si presentano in termini molto diversi rispetto al nostro più recente passato. Ed è proprio intorno a questo groviglio – alla capacità di darvi una forma matura e compiuta – che sarà combattuta la battaglia per la futura egemonia culturale del Paese, per la costruzione del tessuto intellettuale e morale in cui vivremo.
Le religioni monoteiste tendono ad avere tutte, geneticamente, un rapporto strettissimo con la politica. La loro pretesa di interezza – controllare l´uomo nella totalità della sua esistenza – e la loro esclusività («non avrai altro Dio…») le immettono sin dall´inizio in uno spazio di potere e di violenza. Il messaggio cristiano ha cercato tuttavia di spezzare in modo rivoluzionario questo nodo, recidendolo con un colpo di spada ignoto alle altre tradizioni: «A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio», come leggiamo nei Sinottici. Lungo tutta la sua storia, l´Occidente ha cercato di elaborare questa separazione, offrendone di volta in volta letture prudentemente concilianti o aspramente radicali. In questo cammino, un punto di forza della modernità è stata la distinzione fra interiorità della coscienza ed esteriorità della norma giuridica, riflessa nel corrispondente principio della neutralità etica dello Stato e del discorso pubblico che ne sorregge le basi.
Ora, il punto è che questa divisione, così come ci è stata consegnata dai classici, non regge più, e in questa crisi c´è un fortissimo segno del nostro tempo. Lo Stato e la politica (per non parlare del diritto) piuttosto che distanziarsene, hanno sempre maggior bisogno di integrare al loro interno contenuti etici forti e vincolanti, per essere in grado di disciplinare la potenza di economie e di tecniche onnipotenti, capaci di incidere sulla vita e sulla morte, di trasformare il naturale in artificiale, di arrivare a toccare lo stesso statuto biologico dell´umano. E nel conseguente corto circuito che si sta determinando finisce con il saltare ogni distinzione fra coscienza interiore e discorso pubblico, fra legge e moralità, almeno per quanto riguarda alcuni terreni decisivi, dalla genetica alla procreazione, all´idea di matrimonio e di famiglia. In un simile quadro, la pretesa di tener fuori della politica – della biopolitica che decide sulla forma della vita – il magistero morale della Chiesa, proprio nel momento in cui più acuta se ne fa la domanda a causa dell´incertezza che stiamo attraversando, diventa una pretesa assurda.
Dobbiamo saperlo accettare: i confini fra quel che è di Cesare e quel che è di Dio hanno assunto contorni imprevisti, e passano su terre incognite, che appena cominciamo a esplorare. Non abbiamo bisogno di una nuova laicità per attraversarle, ma piuttosto di sondare le possibilità di una integrazione inedita tra fede e ragione, che ci accompagni almeno per un certo tratto di strada, al di là di vecchi e inservibili steccati.
Riconoscere pienamente il diritto della Chiesa di intervenire con tutto il suo peso nel discorso pubblico sull´intreccio fra etica, Stato e diritto che darà forma al futuro del Paese non deve significare però attribuirle un primato a priori. Vorremmo che questo fosse chiaro a Berlusconi e ai suoi consiglieri.
Quando l´esperienza religiosa diventa discorso pubblico, la sua verità, la sua pretesa di assoluto, devono, per dir così, accettare di relativizzarsi. Ogni democrazia è, intrinsecamente, una democrazia relativa, quanto al merito delle sue decisioni. Una Chiesa che abbia davvero compiuto quell´"autocritica" rispetto alla modernità di cui parla Benedetto XVI deve essere in grado non di rinunciare all´assoluto – e dunque alla vocazione a evangelizzare e convertire – ma alla pretesa di imporlo in quanto corazzato di potere, al di fuori di una limpida formazione del consenso democratico. È un passaggio non facile: e tuttavia non se ne intravedono altri, se non rovinosi. L´ultima cosa di cui l´Italia ha bisogno è di ritrovarsi ancora divisa fra "laici" e "cattolici". Sono convinto che la fine della Dc abbia anche condotto al tramonto del cosiddetto "cattolicesimo democratico" (ha ragione in questo Gaetano Quagliariello che ne ha appena parlato in un convegno). Il Pd dovrà tenerne debito conto. Ma come oggi sono improponibili i paradigmi di una laicità che ha perduto i suoi presupposti storici, sarebbe altrettanto inaccettabile qualunque tentativo da parte delle gerarchie cattoliche di attribuirsi il ruolo di ago della bilancia nel nascente bipartitismo italiano, per poter dettare con più agio le proprie soluzioni. Arrivano purtroppo segnali non tranquillizzanti in questa direzione. Il Pdl farebbe bene a non incoraggiarli, e a non eccedere. Prima o poi, ne pagherebbe il prezzo.