sabato 31 maggio 2008

l’Unità 31.5.08
Raid del Pigneto. «Non era Chianelli il capo della banda: il capo era un nazista»
L’unica testimone ripete: «L’ho già detto alla Digos: il capo era giovane, aveva una bandana, un foulard con la svastica».
di Anna Tarquini


Simona, la giornalista dell’Agenzia Italia testimone diretta del raid xenofobo al Pigneto, ha ancora «l’immagine chiara» davanti a se. «Quell’uomo - racconta a l’Unità - avrà avuto sui 25 anni e aveva la svastica, era lui che guidava i violenti». Eppure tutta l’attenzione si è spostata sul pregiudicato Dario Chianelli, e sulla sua versione dei fatti: «Non è razzismo, ma la vendetta di quartiere contro uno scippo». Ma tante cose in questa ricostruzione non tornano: «Ha detto che avevano tutti il casco, ma stranamente - prosegue Simona - quello che ho visto io il casco non ce l’aveva. Dicono che c’era anche un ragazzo di colore tra gli aggressori, ma certo l’avrei notato». Ma forse per tanti - anche giornalisti - è più comodo credere a un balordo...
Ripartiamo dalla svastica. L’aggressore del Pigneto aveva o non aveva la svastica? Simona, la cronista dell’Agi che in diretta, seduta sul sellino del suo motorino, ha dettato il primo lancio di agenzia sul raid ancora oggi è sicura di sì, c’era. Ed è certa anche di un’altra cosa: questa storia è molto brutta e si sta dando più credito alla versione di un uomo che ha pure più di un precedente penale rispetto a quella di una giornalista che suo malgrado è stata testimone diretta. «Io ho visto quello che ho scritto, né più né meno. Ho visto questa bandana o questo foulard con dei segni tra cui la svastica. L’ho già detto anche alla Digos». Simona, lo diciamo subito noi, è stata minacciata. In questi giorni ha mantenuto un rigoroso silenzio sulla vicenda, anche se il suo mestiere è raccontare. Lo ha fatto perché è testimone, naturalmente, ma anche perché qualcuno le ha detto papale papale: «Al Pigneto è meglio che non ti fai rivedere per un po’». Simona non crede alla versione di Dario Chianelli, non ricorda di averlo visto davanti all’alimentari del bengalese. Dice: «può essere pure che ci fosse, ma io ho denunciato un’altra cosa, ho descritto un altro uomo come capobanda».
Ripartiamo dai fatti. La rabbia del quartiere, la violenza, l’intolleranza. Poche ore dopo il pestaggio già gira una versione che dice: «Non è razzismo, ma la storia di uno scippo vendicata dal quartiere». Ma in quelle stesse ore e ancora oggi c’è un altro fatto incontestabile: Simona, sabato 24 maggio, alle 17.15 è seduta sul motorino davanti all’alimentari del bengalese e vede arrivare un uomo seguito da altri dieci ragazzi urlanti. Alza il telefono e cerca, invano, di chiamare il 113. «L’immagine è ancora chiara davanti a me. Avrà avuto 20 forse 25 anni e aveva la svastica». Ecco il suo racconto: «Io in questi giorni non sono intervenuta. Ho fatto il mio dovere di cronista, l’ho detto alla Digos, loro hanno detto la loro verità va bene così. La cosa più bella è che per alcuni giornali, come dire, quello che ha detto una persona che comunque ha precedenti penali è oro colato. È arrivato là da solo, c’era casualmente, insomma. Ha detto che avevano tutti il casco, ma stranamente quello che ho visto io il casco non ce l’aveva. Poi ora dicono che c’era anche un ragazzo di colore tra gli aggressori, ma forse l’avrei notato invece non l’ho notato. Insomma una serie di cose che mi lasciano francamente perplessa. Però, siccome io non faccio la commentatrice, e siccome mi hanno fatto capire che devo stare attenta e non avvicinarmi al Pigneto, allora il mio profilo è ancora più basso. Dopodiché magari venisse fuori, ma a questo punto secondo me non verrà mai fuori». Per carità. Tutto può essere. «Magari - dice Simona - quelli erano veramente un’accozzaglia di gente del quartiere, magari la svastica non sanno nemmeno che vuol dire. Boh. Però so che la svastica uno ce l’aveva, poi figurati se può venir fuori, evidente che no».
Il giorno dopo il pestaggio la Digos offre la sua versione: la politica non c’entra. È uno sgarro mischiato all’intolleranza del quartiere che non ne può più di spaccio e risse. Il responsabile - dice sempre la Digos - è un uomo che cercava di riavere il portafogli da un certo Mustafà. Poi è la vendetta verso i bengalesi a colpi di bastone e di sloga: «Immigrati bastardi».
L’altra versione. Niente slogan, niente frasi come «negri bastardi». I dieci, quindici energumeni che hanno preso a mazzate le vetrine dei bengalesi non parlavano, urlavano, come se la spedizione punitiva fosse studiata da tempo a tavolino e dovesse essere rapida e precisa. Già una settimana fa Simona era stata precisa su questa circostanza. Oggi lo è ancora di più. «Sì, urlava e chiamava gli altri. Tra l’altro io ho letto che quello con la magliettina rossa, quello che si è costituito, Chianelli, dice che era il primo. E che poi gli altri sarebbero arrivati dopo. Ora, io ero seduta sul mio motorino, quindi se lui è venuto, a volto scoperto, passeggiando tranquillamente e si è messo davanti all’alimentari può anche essere che io non l’abbia visto. È possibile. E poi sono arrivati gli esagitati dietro, può essere. Detto questo io però ho davanti l’immagine del primo che arriva urlando come un pazzo, arrivano tutti urlando e insieme come massa di dieci persone, quindici persone si gettano contro quello là, contro il bengalese». Il primo che arriva davanti all’alimentari, il capo, secondo Simona non è Chianelli. «Mi sembrava un giovane. Io ho detto anche alla Digos che, considerato che era abbastanza snello, poteva avere sui 25 anni. Però questa è proprio una deduzione. Non era assolutamente Chianelli, anche perché la magliettina rossa mi avrebbe colpito, no? Invece proprio no, non aveva la maglietta rossa. Chianelli dice che è arrivato da solo, questi non li conosceva, giusto? Però poi lui dice: “però io sono di sinistra quindi non c’entra questo fatto della svastica, il razzismo non c’entra”. Però se tu non li conosci non sai quelli come si sono bardati, no? O forse li conosci perché hai visto che possono essere ragazzotti del quartiere, ma tu, se non li conosci, non lo sai quello che si sono messi addosso. Almeno dovrebbe essere così. C’è qualcosa che non mi torna, dopodiché...». Dopodiché Dario Chianelli si offre alla stampa. Racconta il raid, dice: «Sono stato io e la politica non c’entra». Giovedì 29 a mezzogiorno si costituisce. Viene interrogato e poi viene lasciato libero di tornare a casa, accolto tra gli applausi dal Pigneto. Di più. Ormai rinfrancato il quartiere confessa che tra i mazzieri c’è anche un immigrato. «La cosa più grave è la strumentalizzazione - dice Simona - , nel senso che tu fai una cosa, per me è stato uno choc terribile, e tu vedi poi che i colleghi credono più a un balordo che dice delle cose piuttosto che a una persona che non ha motivo di dirti una cazzata. Perché c’era la svastica o non c’era la svastica, sempre quello è. Sempre violenza è. Quindi non capisco perché se c’è la svastica allora è fascista ed è più grave? Io non scrivo per l’Unità, io lavoro per l’Agi quindi... non avrebbe proprio senso. Una storia proprio brutta, proprio brutta».

l’Unità 31.5.08
Razzismi. Strani «Eroi» di quartiere
di Lidia Ravera


«Er Che Guevara der Pigneto» ha i capelli bianchi, tatuaggi sulla pelle e rapine sulla fedina penale, ha un passato da orfanello e un presente da precario, conserva gelosamente ed espone con piacere tutta la mitologia di chi si nutre di fumetti o di B-movie violenti. Concetti tipo: io so’ bbono e caro ma quanno m’incazzo sfascio tutto. Io per mia madre, mia sorella, mia figlia, mia nonna, la mia donna, il mio quartiere sono capace di fare qualunque cosa, anche la peggiore. Sottotesto: e faccio benissimo a farlo (anche se poi mette in guardia dall’imitarlo), in quanto esercito il punto primo del diritto selvaggio applicato.
Cioè: menare e sfasciare chi, a suo insindacabile giudizio, si comporta male è come pisciare ai quattro angoli del proprio territorio, delimitandolo.
Nel territorio detto «il Pigneto», «Ernesto», al secolo Dario Chianelli, ci è nato, ci è vissuto e ci morirà, nessuno deve pestargli i piedi, perché quelle quattro strade, quei bar, quelle botteghe sono casa sua. Quelli che sono arrivati dopo, sono degli ospiti. E gli ospiti devono comportarsi bene, sono in casa di Dario, perché tutti lo conoscono, perché chi lo conosce lo rispetta, perché chi non lo conosce ancora imparerà a conoscerlo e a rispettarlo, cioè ad aver paura di lui.
Perché lui è buono e caro ma i senegalesi, i bengalesi, i marocchini, i tunisini devono rigare dritto. Come tutti gli altri.
Perché lui può «rubare per fame» e non lavorare («E che uno nato il 1° maggio po’ lavora’?») e restare un santo, ma loro se rubano un portafoglio lui li gonfia. Perché nel quartiere suo non si deve rubare, ci vuole «rispetto». C’è quasi da invidiarlo il Che Guevara del Pigneto per le sue incrollabili certezze, in un momento in cui noi, nutriti da altri film e da altre letture, abbiamo il cuore pesante e la testa piena di dubbi. C’è da invidiare lui e i «pischelli» che gli ronzano attorno perché l’ignoranza e il bisogno di scaricare la rabbia per una vita grama, conferisce loro un’identità collettiva, un sentimento comune, una sorta di epos delle loro loro giornate sgangherate.
C’è da invidiarli perché si sentono eroi del cartone animato che hanno in testa. Per questo rifiutano di etichettare come razzista la spedizione punitiva contro il negozio del nemico. «Razzista» è un aggettivo che non sta nel linguaggio del fumetto. Devi essere proprio un naziskin per accettarlo e gloriartene. Ne ho sentiti tanti (anche certi politici che hanno sempre qualcosa di verde addosso) e tanti ne posso immaginare che, appena finito di dare fuoco a una ipotetica Moschea , già dichiarano al telegiornale che loro rispettano tutti, ma quando è troppo è troppo: questi sono barbari, addirittura pregano col sedere per aria! Fascista io? Ma per carità… Solo perché ho sfasciato il negozio di un bengalese che non mi ha fatto ritrovare il portafiglio di una mia amica? Ma per carità: il nonno della mia ex moglie era socialista, il mio tatuaggio preferito è Che Guevara… come fate a dire che sono fascista? Soltanto perchè mi vendico personalmente dei torti subiti invece di rivolgermi alla giustizia? Solo perchè esercito la violenza e la sopraffazione, mi vendico da me senza disturbare «le guardie», solo perché non credo nelle istituzioni? Solo perché faccio la voce grossa e impongo il rispetto con la forza? Sì, solo per quello. Basta e avanza.
Esistono comportamenti «fascisti» , e chiunque abbia qualche consuetudine con la storia può documentarsi in merito. Non è un’attenuante che le squadracce del presente non abbiano alibi ideologici. È un’aggravante. Se nel ventennio poteva esserci qualche povero gonzo che davvero credeva in Mussolini e si comportava male di conseguenza, oggi, che nessuno crede più in niente e se ne vanta, non ci sono giustificazioni, per assalti, aggressioni, incendi e persecuzioni.
È la nuda e pura responsabilità individuale. È un atto criminale, punto e basta. E, personalmente, riterrei opportuno un giudizio severo anche nei confronti di un eventuale manipolo di giovanotti «di sinistra» , se andassero a randellare in giro questo o quello, a scopo di ritorsione.
Quando, nei tardi anni settanta, alcune teste marce di «Prima Linea» (terroristi e di sinistra) decisero di andare a gambizzare e intimidire a colpi di pistola , qui a Roma, sospetti spacciatori di quartiere, per salvaguardare la peggio gioventù e per continuare a scrivere col sangue la loro stupida epopea, ricordo bene, benchè fossi una ragazzetta, la vergogna che provai per loro e la repulsione, per il fatto che si conclamavano «comunisti». Oggi il comunismo è defunto e la parola «sinistra» è stata pensionata a forza.
Che Guevara, pace all’anima sua, abita stabilmente sulle T-shirt di chiunque, pochi sanno qualcosa del suo pensiero e delle sue azioni, ma molti conoscono la sua barba e la sua motocicletta.
Oggi, forse, se vogliamo provare e tracciare un discrimine fra «noi» e «loro», fra i buoni e i cattivi, è meglio ripartire dai fondamentali, è meglio metter giù, nero su bianco, pochi princìpi, da condividere e, soprattutto, da mettere in pratica. Uno potrebbe essere, se i cattolici mi consentono questa incursione nel loro territorio, questo: «Non fate agli altri quello che non vorresti fosse fatto a voi».
www.lidiaravera.it

l’Unità 31.5.08
«Bella ciao» ora ha la sua Festa
Dal 20 al 22 giugno la prima festa nazionale dell’Anpi. In nome dei fratelli Cervi
di Nedo Canetti


È LA PRIMA Festa nazionale dell’Anpi (Associazione nazionale partigiani). Si svolgerà nel Parco del Museo Cervi di Gattatico (Reggio Emilia) dal 20 al 22 giu-
gno, sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica. Lo ha annunciato il senatore Armando Cossutta del direttivo nazionale dell’Anpi insieme a Raimondo Ricci, vice presidente vicario. «L’attualità dei valori della Resistenza e della Costituzione - ha sottolineato Cossutta - che hanno assicurato al Paese pace e democrazia per sessant’anni, sarà il filo conduttore della manifestazione, nel corso della quale saranno organizzati quattro laboratori storico- culturali, ai quali parteciperanno studiosi, intellettuali, scrittori, dirigenti politici».
La Festa è stata concepita e organizzata da un gruppo di giovani, iscritti all’Anpi quando l’Associazione, con la modifica dello Statuto, ha aperte le porte anche a chi non ha partecipato direttamente alla Resistenza. La scelta della località nasce dal forte significato simbolico che la terra dei Cervi ed il Museo lì sorto in loro ricordo, hanno rivestito per l’intero movimento resistenziale e per le generazioni successive. È stata, per prima, Maria Cervi, figlia di una del sette fratelli martiri, purtroppo deceduta lo scorso anno, a credere in questo progetto. Con lei hanno inizialmente lavorato questi giovani, che poi hanno portato al traguardo l’ idea, scaturita durante i lavori del 14° Congresso dell’Anpi di Chianciano.
Sarà vera Festa. Non solo convegni, dibattiti e laboratori di studio, sono in programma, infatti, ma anche eventi musicali, ludici, culturali. L’iniziativa, illustrata da Alessandro Frignoli, responsabile della Festa e dalla direttrice del museo e sindaco di Gattatico, Cantoni, sta riscuotendo, in tutto il Paese, larghe adesioni. Da Ciampi a Veltroni, da Epifani a Finocchiaro, da Ingrao a don Ciotti, da Errani a Marazzo, a Vendola, a Soru, da Marina Sereni a Diliberto a Rodotà a Zavoli, da Carla Fracci a Scarpati,al Presidente emerito della Corte Costituzionale, Giuliano Vassalli, presente alla conferenza stampa, sono centinaia le personalità della politica, della cultura (forte l’impegno anche organizzativo dell’Arci), dello spettacolo, del mondo sindacale che hanno già fatto pervenire l’adesione. Alcuni saranno presenti alla Festa. «Mi auguro che i giovani - è il messaggio di Margherita Hack - ritrovino l’entusiasmo per i grandi ideali di solidarietà che hanno animati i giovani di 60 anni fa».
L’iniziativa si colloca in un momento particolare della situazione dell’Italia, nel quale rigurgiti fascisti si stanno materializzando in diverse parte del Paese. «I valori di libertà e giustizia - ha insistito Cossutta - che sono alla base della Costituzione antifascista, sono attualissimi in un momento in cui tendono a prevalere il qualunquismo e l’antipolitica, che aprono la strada agli attacchi alla Resistenza, agli atti di intimidazione razzista e fascista, da Verona a Roma, che chiedono una riconciliazione senza verità, equiparando il torto degli sconfitti alle ragioni dei vincitori». «La festa - ha concluso - vuole anche essere un chiaro no al revisionismo culturale e storico».

l’Unità 31.5.08
Italiana, ha la pelle nera, ride con la figlia. Insultata e minacciata nel centro di Roma


L’ultima aggressione ieri mattina in pieno centro a Roma. Per la terza volta in quindici giorni si è sentita dire frasi come «Sporca negra, che c… vuoi?», «C’avete rotto, tornatevene al vostro Paese». E lei, Annaz, 48 anni, passaporto delle Isole Mauritius ma cittadina italiana, sposata da venticinque anni con un calabrese, due figlie, da sempre impegnata socialmente nella capitale, ieri ha cercato di rispondere. Poi quando uno di quei tre uomini che l’avevano insultata, le si è avvicinato come nel tentativo di darle una testata, ha avuto paura. E sconforto per quelle persone affacciate ai balconi che non dicevano nulla. Anzi ridevano.
«Non so cosa sta succedendo - ci racconta - Temo per le mie figlie. Saranno sempre straniere perché la pelle è quella che parla. Non importa se sei nato qui, se ti sei sempre comportato bene. Dobbiamo scriverci sulla faccia che siamo cittadini italiani?».
Storie di quotidiani soprusi a sfondo razzista. Che colpiscono anche chi come Annaz fa volontariato ad anziani e disabili, la domenica distribuisce i pasti ai senzatetto e non ha mai avuto problemi con la legge. Solo per il colore della pelle, com’è accaduto a Roma per tre volte in quindici giorni. Ieri l’ultimo episodio. Annaz passeggia per le vie del centro con sua figlia. Ridono e scherzano. Tra le due vola qualche sfottò. È a quel punto che si fanno avanti tre uomini. «Che c… hai detto? Guarda che questa non è casa tua. Vedi di tornartene al tuo paese» gli fa uno. Inutile il tentativo di spiegare. L’uomo le si avvicina come per darle una testata. Dai balconi alcuni residenti ridono. Annaz e sua figlia scappano e ora lei non fa che ripetere: «Che futuro avranno i miei figli? Saranno sempre stranieri».

l’Unità 31.5.08
La prima volta del reato di clandestinità. E la legge non è più uguale per tutti
Milano, processo per direttissima, e per accuse diverse, a un cileno, un ucraino, un marocchino e un moldavo
di Giuseppe Caruso


LEGGE È toccata a Milano la «medaglia» per la prima applicazione del reato di clandestinità. L’aggravante, prevista nel decreto Maroni sulla sicurezza, è stata
utilizzata ieri mattina in alcuni processi per direttissima che si sono tenuti nel capoluogo lombardo.
L’aggravante generica, inserita all’articolo 61 del Codice Penale al numero 11 bis, è stat a contestata, nell’ordine, ad un cileno di 18 anni accusato di danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale nel pronto soccorso della clinica Santa Rita, ad marocchino di 27 anni sorpreso con 80 grammi di cocaina ed eroina ed infine ad un ucraino di 32 anni e un moldavo di 25, arrestati per il furto aggravato di 6 televisori e 30 paia di scarpe.
Nel loro capo di imputazione si legge che il delitto è aggravato dal fatto che il reato «è commesso da soggetto che si trovi illegalmente sul territorio nazionale», esattamente come previsto dal tanto discusso decreto Maroni.
L’avvocato Mario Petta, difensore del diciottenne cileno, ha fatto sapere che assieme ai legali degli altri imputati a cui è stata contestata l’aggravante della clandestinità «solleveremo in aula una questione di legittimità costituzionale della norma, che è contraria all’articolo 3 della Costituzione, per la quale la legge è uguale per tutti. A questa stregua, sarebbe come dire che chiunque abbia i capelli biondi, oppure neri, e commette un reato, dev’ essere condannato a un terzo in più della pena. A mio avviso si tratta di una norma palesemente incostituzionale».
Gennaro Carfagna, che difende il marocchino di 27 anni arrestato per possesso di droga, ha aggiunto che comunque tutti i legali «aspetteranno di vedere cosa farà il giudice, che potrebbe decidere di sollevare lui stesso l’incostituzionalità della norma».
Il processo per direttissima è un procedimento penale non ordinario a cui si ricorre in caso di arresto in flagranza di reato o confessione dell’imputato. L’iter è molto più veloce di un normale processo e vengono saltate le fasi preliminari del processo, sia le indagini che l’udienza. Il giudice dovrebbe già decidere domani. A quel punto si dovrà attendere la decisione della Corte costituzionale sull’aggravante, intanto gli imputati verranno giudicati per gli altri reati. Nel caso in cui i giudici della Consulta dovessero giudicare la norma affetta da illegittimità costituzionale, farebbero decadere il reato di clandestinità.
Il vicesindaco di Milano, Riccardo De Corato, ieri ha ribadito come secondo lui «i clandestini devono stare a casa loro, visto che di nullafacenti e accattoni, extracomunitari o comunitari, ne abbiamo già abbastanza dei nostri. L’attuale legge Bossi-Fini prevede che chi non ha casa e lavoro deve fare i bagagli e il pacchetto sicurezza Maroni dice che per questi individui la vacanza è finita».

l’Unità 31.5.08
Zingari, quei lavori negati
di Dijana Pavlovic


Dopo i roghi di Ponticelli, gli sgomberi dei campi nomadi, gli episodi di violenza e intolleranza di questo scorcio di 2008, una delegazione delle maggiori associazioni europee che tutelano i diritti dei Rom sta visitando le città d’Italia nelle quali è più critica la situazione del mio popolo.
Ieri ho accompagnato nel campo «nomadi» di via Triboniano di Milano alcuni membri di questa delegazione che hanno avuto un lungo incontro con le comunità rumene e bosniache che vi sono ospitate.
Mentre raccontavo che chi vuol visitare il campo deve avere il permesso del Comune - qualche giorno fa una giornalista della Rai che mi ha chiesto di portarla nel campo ha dovuto chiedere l’autorizzazione che è stata concessa solo a condizione che la troupe fosse accompagnata dai vigili - i rom si avvicinavano prima diffidenti poi, dopo che ho spiegato chi erano i delegati, con dei documenti in mano.
Documenti di storie penose come quella della donna disperata che ci racconta di suo marito. Aveva avuto una espulsione tempo fa, quando la Romania non era ancora nell’Unione Europea, e adesso durante un controllo è stato arrestato e portato in un Cpt come se non fosse un cittadino comunitario.
Ma perché all’inizio c’era tanta diffidenza e mi chiedevano se quelle persone con me erano giornalisti?
Ce lo spiegano alcuni uomini: ci parlano del loro bisogno di farsi sentire, di raccontare le loro storie, la loro vita in questo Paese e dell’informazione che non è mai a loro favore, ma soprattutto ci raccontano quello che gli succede quando vengono riconosciuti come «zingari» dal loro datore di lavoro. Dieci di loro hanno perso il lavoro perché il loro padrone li ha cacciati dopo aver visto in televisione un servizio sul campo e li ha riconosciuti. E allora? Allora lavoro nero. Mi raccontano che se sei zingaro ti pagano 4 euro all’ora, se sei rumeno 5 euro, se sei albanese 6 euro e così via.
Poi c’è il rom che lavora per una società che smantella l’amianto che ci dice che non vuole perdere il suo lavoro esponendosi o partecipando a iniziative che raccontino che i rom non solo lavorano ma si prendono anche i lavori più schifosi.
Si arriva poi al paradosso dell’uomo che ci fa vedere la sua carta d’identità, rilasciata dal Comune di Milano. C’è scritto: «residenza: via Barzaghi 16 - campo nomadi». Come a dire, se fai vedere il tuo documento nessuno ti prende a lavorare. Poco più di sessant’anni fa ci mettevano il triangolo marrone per identificarci come razza da sterminare. Oggi ci si limita a identificarci come zingari per escluderci dai diritti fondamentali di ogni cittadino come quello al lavoro, che vuol dire alla dignità della vita.
dijana.pavlovic@fastwebnet.it

l’Unità 31.5.08
A Milano il 4 e 5 giugno
Filosofia e scienza pensano insieme


La Società Filosofica Italiana e la Società Italiana di Logica e di Filosofia della Scienza promuovono una due giorni sul tema La filosofia, le scienze (4 e 5 giugno a Milano). A dialogare su mente, cervello, emozioni, linguaggio, passioni, arte, natura, etica, numerosi studiosi, filosofi e scienziati, tra i quali Laura Boella, Fiorenza Toccafondi, Corrado Sinigaglia, Giulio Giorello, Salvatore Natoli, Armando Massarenti, Ivana Bianchi, Maurizio Ferraris, Elena Castellani, Paolo Parrini, Maria Luisa Dalla Chiara, Carla Bagnoli, Mario De Caro, Michele Lenoci, Alessandro Pagnini. Il programma delle due giornate prevede anche una incursione nei rapporti tra cinema e filosofia, con la proiezione di Blade Runner di Ridley Scott e La via Lattea di Luis Buñuel.

l’Unità 31.5.08
Quando la bioetica non ha pregiudizi
di Maurizio Mori


La riflessione proposta in questa pagina oggi riguarda un tema nuovo della bioetica, affrontato da un importante documento che proponiamo in traduzione italiana. Elaborato nell’aprile scorso da una cinquantina di studiosi che si sono riuniti per due giorni a Hinxton, 15 km da Cambridge, il documento è frutto di una discussione approfondita e mostra come procede la riflessione bioetica in campo mondiale. Mentre da noi il dibattito tende ad avvitarsi su questioni antiche che dovrebbero essere ormai risolte, al di là delle Alpi si prendono sul serio le sfide poste dalla ricerca scientifica e si riflette esaminando gli argomenti per dare risposte meditate. La nuova prospettiva aperta dalla ricerca è frutto di una recente scoperta, i cui aspetti tecnici sono chiariti da Giovanna Lazzari e Cesare Galli nell’altro articolo. Si tratta della possibilità di far regredire le cellule adulte allo stadio della pluripotenza (capaci di produrre tutti i tipi di cellule del corpo, ma non quelle della placenta). La scoperta sembrava poter portare un po’ di calma e serenità nel turbolento dibattito sui problemi della ricerca, perché fornisce un “metodo etico” che rende disponibili cellule pluripotenti senza toccare l’embrione. Per questo i cattolici hanno subito acclamato alla scoperta ed in Italia è stata proposta una moratoria per sospendere la ricerca sulle cellule staminali embrionali, essendo ora disponibile un metodo alternativo col sigillo dell’etica. Eppure, lo stesso metodo solleva ora altri problemi etici. Infatti, se si prende ad esempio una cellula della pelle, è possibile farla regredire allo stadio della pluripotenza, e poi di lì farla andare avanti dirigendola in modo tale da ottenere dei gameti, da cui - grazie alla fecondazione in vitro - dar origine ad un nuovo organismo. In breve: in futuro, partendo da una cellula della pelle potrebbe diventare possibile generare un bambino. Di fronte a queste opportunità, s i deve prendere atto che i processi vitali stanno sempre più diventando controllabili come la materia inorganica. Mentre in passato la vita era qualcosa che sembrava sfuggire alla conoscenza ed al controllo umano, qualcosa di avvolto da un mistero che emanava venerazione e sacralità, ora sta diventando un elemento plasmabile. Questo processo di secolarizzazione del biologico ci costringe a rivedere i parametri di accostamento alla riproduzione, che diventa sempre più oggetto di scelta umana: non solo se generare o no, ma anche come generare diventa frutto di responsabilità umana. Soprattutto l’effetto dirompente è che si mostra la vacuità dell’idea che ci siano dinamismi intrinseci alla vita che rivelano un disegno naturale ritenuto inviolabile. Questo diventa un mito analogo a quelli alimentati dall’ingenua conoscenza degli astri precedente la rivoluzione astronomica. Viene da chiedersi se, per quei paradossi che spesso si verificano nella storia, quel metodo Yamanaka acclamato dai cattolici come “etico” non si riveli un boomerang che, tornando al padrone, lo colpisce alla caviglia facendolo sgretolare.
Presidente della Consulta di Bioetica, Milano - Università di Torino
i due articoli citati che corredano la pagina sono disponibili per chi ne faccia richiesta scrivendo una email a "segnalazioni"

Corriere della Sera 31.5.08
Lecco Per 5 ore nel cortile della scuola. Era il giorno del suo compleanno
«L'ho dimenticata in auto» Muore bimba di due anni
Il parroco: «Sono vicino ai genitori»


MERATE (Lecco) — «Ho dimenticato la bimba in macchina »: al marito, al parroco, ai carabinieri che l'hanno interrogata per tutta la sera, a chiunque Simona ha gridato con la forza della disperazione la sua versione sulla morte della piccola Maria, la sua figlioletta di due anni, trovata in fin di vita all'interno dell'auto di famiglia.
Simona Verzelletti, 39 anni insegnante di scienze al liceo scientifico Agnesi di Merate, ha raccontato di essersi scordata la sua terzogenita — che ieri mattina avrebbe dovuto essere affidata alla baby sitter — sul seggiolino della macchina prima di presentarsi in classe. Dopo cinque ore di permanenza dell'abitacolo, quando la fatale dimenticanza è venuta a galla, mamma e bimba si sono precipitate in ospedale, con Maria ormai cianotica. Ogni tentativo di rianimazione è stato vano. Maria è morta, ma le cause del decesso sono ancora misteriose. Hanno tentato di chiarirle i carabinieri, che ieri fin dopo le 23 hanno interrogato Simona nella caserma di Merate, alla presenza di un avvocato. Ma sull'esito del faccia a faccia, nulla per ora è trapelato.
Il primo a rendersi conto di quanto era accaduto è stato il marito della donna, Sergio Campana, ricercatore all'osservatorio astronomico di Brera a Milano.
Ieri, poco dopo le 13, è rincasato nella villetta di famiglia in via fratelli Cervi a Robbiate (Lecco) e ha trovato nella segreteria telefonica una serie di messaggi, piuttosto preoccupati, della baby sitter. «Perché non mi avete portato Maria? È successo qualcosa?», chiedeva la donna. Sergio ha contattato la moglie, che stava ancora tenendo lezione a scuola; a quel punto Simona è parsa folgorata.
La giornata di ieri in Brianza era tutt'altro che torrida, ha piovuto quasi tutto il giorno e dunque è difficile ipotizzare una disidratazione della piccola. Nessuno comunque si è accorto di lei, forse perché la macchina non era parcheggiata in un punto particolarmente visibile.
Dall'ospedale Simona Verzelletti è stata portata in caserma e da lì ha chiamato don Paolo, il parroco di Robbiate: «Anche a me ha detto piangendo che aveva dimenticato la piccola sulla macchina — racconta il sacerdote —. Lei è insegnante di catechismo qui in parrocchia, tutta la famiglia è molto unita. Starò loro il più vicino possibile». Nella vita di Simona e del marito non ci sono ombre: l'unico motivo di preoccupazione è stato un delicato intervento chirurgico a cui Sergio si era sottoposto di recente ma che si era risolto positivamente. «Forse è stato lo stress per quella malattia », commenta don Paolo. Forse, però non è ancora abbastanza per comprendere quanto accaduto.

Corriere della Sera 31.5.08
E negli Usa il creazionismo torna di moda


È una cifra da brivido quella emersa negli Stati Uniti da un sondaggio tra gli insegnanti di scienze nella scuola superiore: ben il 16 per cento si dichiara creazionista, cioè contrario all'evoluzione di Darwin.
Quindi accade che anche se sono costretti ad insegnarla, tendono a dedicarle sempre meno tempo e a presentarla, di certo, non nel modo più appropriato. Non basta dunque, come era prevedibile, il pronunciamento di diverse corti di giustizia americane che avevano decretato un principio importante: il creazionismo e la teoria del «disegno intelligente» sono una religione non una scienza e quindi non devono trovare posto nell'insegnamento scientifico scolastico. La realtà è un'altra e ben radicata con sfumature di interesse non trascurabili, spesso di natura politica. Lo stesso «ambientalista puro» e democratico Al Gore quando era in campagna elettorale per salire alla Casa Bianca aveva strizzato l'occhio ai creazionisti consapevole del loro prezioso consistente numero. Ora l'indagine in duemila high-school distribuite un po' in tutti gli Stati dice che il 2 per cento degli insegnanti di scienze non insegnano l'evoluzione. Un quarto degli insegnanti precisa che dedicano lo stesso tempo ad insegnare il creazionismo e l'evoluzionismo. Metà di loro, inoltre, afferma convinta che «il disegno intelligente è una valida e scientifica alternativa alla spiegazione di Darwin sull'origine delle specie». E ancora: il 16% dei docenti scientifici sostiene di credere che l'uomo sia stato creato da Dio negli ultimi 10 mila anni.
Il fenomeno, comunque, non è solo un'anomalia americana.
Anche in Italia nei programmi della scuola superiore l'ex-ministro Moratti aveva cancellato l'insegnamento dell'evoluzione. E nonostante le proteste e l'intervento di una commissione di scienziati illustri nulla è accaduto. Il contagio continua.

Repubblica 31.5.08
"Lo sguardo di Giano" di Carlo Galli
Oltre il nazismo di Carl Schmitt
di Franco Volpi


«È ora di smetterla con i toni tribunalizi», si lamentava già negli anni Settanta Hans Blumenberg in merito al caso Carl Schmitt. In seguito a quel lamento il rabbino Jacob Taubes cercò, e ottenne, il contatto personale con Schmitt. Nel vedere ancor oggi
il grande giurista attaccato da mediocri professori, lesti a emettere sentenze senza nemmeno una cognizione precisa della materia, viene alla mente una immagine: quella di cagnolini che, per sentirsi grandi, fanno pipì su una piramide.
Dopo la polemica sollevata dall'opuscolo di Yves Charles Zarka (Un dettaglio nazi nel pensiero di Carl Schmitt , il melangolo), sostenuto dallo storico della scienza Paolo Rossi improvvisatosi schmittologo, prende ora la parola Carlo Galli, il più autorevole studioso italiano dell'argomento, ristabilendo le proporzioni e mettendo in chiaro le cose. Nella sua magistrale silloge di studi Galli osserva, intanto, che il nazismo non è affatto un dettaglio nel pensiero di Schmitt, ma un elemento pesante della sua esperienza umana, politica e intellettuale. Sarebbe tuttavia un errore fatale assumerlo come «chiave esclusiva per comprendere il suo pensiero, antecedente e seguente la pur cospicua fase nazista»: bisogna tenere distinti la "dottrina" dal "pensiero" di Schmitt, il lato "ideologico" dall'efficacia "teorica" della sue analisi.
Già nella sua summa sull'opera schmittiana, Genealogia della politica (il Mulino), Galli aveva documentato tutta la capacità del controverso pensatore nell'attingere alla struttura profonda della modernità e nel capire il funzionamento di quella costruzione politica tipicamente moderna che è lo Stato. In questi saggi, Lo sguardo di Giano , egli approfondisce alcune intuizioni della teoria politica schmittiana che sono state recepite perfino a sinistra, determinando la sua vasta fortuna postuma. Tra queste c'è anzitutto l'idea che la forma dello Stato sia una compattazione della comunità politica relativamente recente, avvenuta soltanto in età moderna. In tal senso Schmitt ha dato un contributo essenziale alla relativizzazione storico-concettuale della nozione di Stato, alla ricostruzione della sua nascita e all'analisi della sua attuale crisi di legittimità, con la conseguente critica del parlamentarismo e dei limiti della rappresentanza tradizionale. Strettamente congiunta a ciò è l'ipotesi della "teologia politica", che Schmitt ha riportato in auge e ha sfruttato come chiave ermeneutica per spiegare la genesi dei concetti portanti della scienza politica moderna, procedenti dalla secolarizzazioni di altrettante categorie teologiche. Un'ipotesi, questa, che consente di capire anche perché lo Stato liberale moderno viva di presupposti che esso stesso non è in grado di garantire.
Nell'ultima sua grande opera, Il nomos della terra , con la diagnosi della crisi dello jus publicum Europeum Schmitt sollevava un lungimirante interrogativo: dopo la fine dell'ordinamento politico-giuridico continentale della vecchia Europa e l'entrata in scena degli Stati Uniti d'America, come è possibile un nuovo nomos su cui basare il governo del mondo? Per quanto attuale appaia la questione, Galli su questo punto si smarca da Schmitt: le categorie e i paradigmi concettuali da lui messi in campo rimangono vincolati alla modernità, e se applicati alla realtà politica attuale perdono il loro carattere stringente. Rispetto al mainstream liberale della politica moderna, effettivamente Schmitt risulta marginale. Certo, si tratta di una marginalità feconda perché apre uno sguardo alternativo sulle logiche politiche della modernità. Ma le nuove dinamiche della realtà globalizzata sembrano spiazzare il suo pensiero politico e consegnarlo all'inattualità.

Repubblica 31.5.08
Jervis contro Basaglia
di Simonetta Fiori


Una rilettura dissacrante dell´antipsichiatria e del suo fondatore Basaglia firmata da Giovanni Jervis, protagonista di quel movimento e stretto collaboratore del medico veneziano. Bollati Boringhieri annuncia per settembre un libro che solleverà non poche discussioni. S´intitola La razionalità negata - proprio a ricalco del celebre L´istituzione negata - ed è un profondo ripensamento di quella esperienza di critica alla psichiatria tradizionale che portò alla chiusura dei manicomi. Il tentativo - spiega nell´introduzione Gilberto Corbellini - è quello di sottrarre l´antipsichiatria dall´alone di mito che l´avvolge, mostrandone anche velleitarismi, contraddizioni, pesanti ideologismi.
Jervis rivela alcuni retroscena a proposito dell´Istituzione negata, apparso nel 1968 da Einaudi con la firma di Basaglia ma curato sostanzialmente da Jervis. Nessuno dei due autori, qualche tempo dopo, voleva farsi carico del titolo. «Ci sentivamo entrambi un po´ a disagio (non in colpa) perché l´istituzione negata era una dizione trionfalistica». Quel titolo pareva suggerire una cosa che nei fatti non era vera, «ossia che una istituzione come un vecchio manicomio di medie dimensioni potesse ribaltare la propria essenza, esistere nel suo rovesciamento. Divenire il luogo dove una rivoluzione culturale aveva creato la possibilità di vivere tutti quanti alla pari, anche i cosiddetti matti, secondo inediti valori umani».
Dopo averne rimarcato l´originalità e il coraggio, Jervis non manca di esprimere riserve verso "l´egocentrismo un po´ esclusivo" mostrato da Basaglia negli anni di Gorizia e, nel periodo successivo, verso quel "romantico protagonismo" che lo rese prigioniero del suo stesso mito. Un vero culto della personalità, scrive Jervis, da cui egli non seppe o non volle liberarsi.

Repubblica 31.5.08
Quando la ricchezza genera la fame
di Amartya Sen


A provocare la crisi alimentare globale c´è per prima cosa una domanda in continua crescita. E ad aggravarla ci sono le scelte politiche sbagliate in primo luogo quelle degli Stati Uniti

Una politica di governo totalmente sbagliata non fece altro che peggiorare il divario: decisi a evitare in pieno conflitto che la popolazione urbana fosse insoddisfatta e irrequieta, i britannici al potere acquistarono nei villaggi i generi alimentari e li rivendettero con forti sussidi nelle città.

Questa loro mossa fece salire ancor più il prezzo dei prodotti delle campagne: nei villaggi chi guadagnava già poco iniziò a patire la fame e nella carestia e nel periodo immediatamente successivo morirono tra i due e i tre milioni di persone.
Si discute molto oggi, e per giusti motivi, del divario creatosi tra chi ha (i ricchi) e chi non ha (i poveri) in un´economia globale, ma di fatto i poveri di questo pianeta si dividono anch´essi in due fronti: quelli che stanno iniziando a migliorare la loro condizione e quelli che non ci riescono. La rapida espansione economica in Paesi quali Cina, India e Vietnam tende ad aumentare fortemente la richiesta di cibo. Di per sé, ovviamente, ciò è positivo e se questi Paesi riuscissero di fatto a ridurre le sperequazioni interne in fatto di crescita, anche chi è nella condizione peggiore riuscirebbe a nutrirsi meglio.
Tuttavia, quella stessa crescita esercita pressioni sui mercati alimentari globali, talvolta tramite l´aumento delle importazioni, altre volte tramite restrizioni o divieti alle esportazioni volti a moderare l´impennarsi dei prezzi dei generi alimentari internamente, come accaduto di recente in vari Paesi, tra i quali India, Cina, Vietnam e Argentina. I più duramente colpiti sono stati ancora una volta i poveri, specialmente in Africa.
Esiste anche una versione più high-tech di questa storia. I raccolti di prodotti agricoli come mais e soia possono essere destinati alla produzione di etanolo, da utilizzare come combustibile per gli autoveicoli. Lo stomaco degli affamati, pertanto, adesso deve competere anche con i serbatoi delle automobili. Anche in questo caso una politica di governo assolutamente sbagliata ha una sua parte di responsabilità: nel 2005 il Congresso degli Stati Uniti ha iniziato a imporre un più ampio uso dell´etanolo come carburante. Questa legge insieme ai relativi sussidi ha creato negli Stati Uniti un florido mercato del granoturco, ma al contempo ha per così dire dirottato le risorse agricole dal mercato alimentare a quello dei combustibili. Per uno stomaco affamato competere con tutto ciò è ancora più difficile.
Usare l´etanolo serve a poco per eludere il riscaldamento globale e precludere un ulteriore degrado ambientale, ma si potrebbe urgentemente porvi rimedio con riforme politiche lungimiranti, se la politica americana lo permettesse. Si potrebbe disincentivare l´uso dell´etanolo, invece di sostenerlo finanziariamente e di caldeggiarlo.
Il problema alimentare globale non è provocato da un calo della produzione mondiale, né, per ciò che può contare, nella produzione di cibo pro capite (cosa che si afferma spesso, senza per altro presentare prove attendibili). È conseguenza, invece, di una domanda in forte crescita. Un problema indotto da un aumento della domanda in ogni caso impone anche una rapida espansione della produzione di generi alimentari, che potrebbe essere realizzata tramite una maggiore collaborazione globale. Se la crescita della popolazione è responsabile soltanto in minima misura dell´aumento della domanda di cibo, può però contribuire al riscaldamento globale e il cambiamento del clima sul lungo periodo può mettere a rischio l´agricoltura. Per fortuna, la crescita della popolazione mondiale sta già rallentando e ci sono ormai prove evidenti che dando maggiori poteri alle donne (ivi compresa una migliore educazione scolastica alle bambine) la si può ridurre ancor più.
Molto più impegnativo è individuare politiche efficaci in grado di gestire le conseguenze di un´espansione incredibilmente asimmetrica dell´economia globale. Le riforme economiche interne sono terribilmente necessarie in molti Paesi a crescita lenta, ma c´è anche bisogno immediato di maggiore collaborazione e di più rilevanti aiuti globali. Il primo passo consiste nel comprendere la natura del problema.

©2008 The New York Times (Distributed by The New York Times Syndicate)
Traduzione di Anna Bissanti

Repubblica 31.5.08
La famiglia. Storia di un legame complicato
di Piergiorgio Odifreddi


Per gli Inuit dell´Alaska i rapporti sessuali tra partner istituiscono legami permanenti e permettono unioni intrecciate
Diversamente dalla poliginia la poliandria, diffusa in Congo, Kerala e Tibet, crea problemi per riconoscere la paternità
È stato il Concilio di Trento ad imporre l´indissolubilità del matrimonio ai cattolici: il Vangelo non è così categorico Un pamphlet dell´antropologo Francesco Remotti

Nel 1859 il re Vittorio Emanuele II concesse con Regio Decreto alla sua amante, la Bela Rosin, il casato di Mirafiori e Fontanafredda, il cui motto era ironicamente «Dio, Patria e Famiglia». Nel 1945 il duce Benito Mussolini fu fucilato dai partigiani insieme alla sua amante, Claretta Petacci, dopo che il fascismo aveva proclamato lo stesso motto per un ventennio. E ancora nel 2007 i leader della destra Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini, tutti regolarmente divorziati e risposati, hanno partecipato a un Family Day ispirato ancora una volta ai valori dell´imperituro motto.
Passando dai comportamenti individuali ai pronunciamenti ufficiali, l´articolo 29 della Costituzione recita: «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio», con una formulazione di compromesso raggiunta il 22 dicembre 1947 dall´Assemblea Costituente fra le opposte formulazioni della destra («la famiglia è una società naturale») e della sinistra («la famiglia è un´istituzione morale»).
Dal canto suo, l´articolo 338 del Compendio del Catechismo afferma che «l´unione matrimoniale dell´uomo e della donna, fondata e strutturata con leggi proprie dal Creatore, per sua natura è ordinata alla generazione dei figli ed è indissolubile, secondo l´originario disegno divino». E l´articolo 502 enumera tra le offese alla dignità del matrimonio «l´adulterio, il divorzio, la poligamia, l´incesto, la libera unione (convivenza, concubinato) e l´atto sessuale prima o al di fuori del matrimonio».
Naturalmente, se il matrimonio eterosessuale, monogamico, procreativo e indissolubile fosse veramente espressione di una volontà divina, anche solo nel senso debole di essere stata enunciata esplicitamente da un testo ritenuto sacro, ci sarebbe poco da discutere, almeno per i fedeli. Il fatto è che questa supposta volontà divina non sembra invece essere altro che l´espressione dei desideri delle gerarchie ecclesiastiche: almeno per quanto riguarda la monogamia e l´indissolubilità tutto si può dire, infatti, meno che la Bibbia ebraica impedisse la poligamia e il divorzio, come testimoniano le storie di patriarchi come Abramo o Giacobbe, o di re come Davide o Salomone. E i l comandamento «non desiderare la donna d´altri» intendeva semplicemente preservare i beni del prossimo, in un ordine d´importanza in cui la moglie veniva prima degli schiavi e delle bestie, ma dopo la casa!
Coerentemente, gli Ebrei rimasero poligami a lungo. Verso l´anno 1000 un decreto del rabbino Gershom di Magonza proibì la poliginia agli Aschenaziti (gli Ebrei europei, che vivevano in ambienti cristiani), ma ancora nel 1578 il vescovo di Feltre rilasciava a un ebreo della sua diocesi il permesso di avere una seconda moglie, «secondo la legge del sacrosanto Antico Testamento». I Sefarditi (gli Ebrei della penisola iberica e del Mediterraneo meridionale, che vivevano in ambienti islamici) rimasero invece poligami in teoria, e in molte comunità anche in pratica, fino a che nel 1950 il rabbinato di Israele estese la proibizione a tutti gli Ebrei.
Se anche Dio ha parlato, è chiaro dunque che è stato inteso diversamente da chi l´ha udito. E non solo dagli Ebrei e dagli Islamici, ai quali com´è noto il Corano (IV, 3) permette fino a quattro mogli, ma anche dai Cristiani: ad esempio, nel 1534 gli Anabattisti fondarono a Munster una comunità protosocialista e poliginica, benché di breve durata, e dal 1830 al 1980 la Chiesa dei Santi dell´Ultimo Giorno, cioè la comunità dei Mormoni dello Utah, ha ammesso ufficialmente la poliginia.
Quanto all´indissolubilità del matrimonio, nemmeno il Vangelo è così categorico come il Catechismo», visto che Gesù ammette esplicitamente il concubinato come motivo di divorzio nel Discorso della Montagna, e nel suo commento ad esso Agostino fa lo stesso con l´adulterio. In realtà è stato il Concilio di Trento a imporre nel 1563 l´indissolubilità ai Cattolici, costringendoli a fare i salti mortali nella rimozione di quel passo evangelico: i Protestanti e gli Ortodossi, che leggono invece il testo com´è scritto, accettano il divorzio, ed è proprio su questa questione che si consumò nel 1533 lo scisma tra Anglicani e Cattolici.
Essendo in gravi difficoltà teologiche a proposito della sua dottrina matrimoniale, oggi la Chiesa cerca di difenderla usando un argomento di tipo scientifico, tra l´altro più consono ai tempi moderni: sostenendo, cioè, che il matrimonio eterosessuale, monogamico, procreativo e indissolubile è «naturale», nel senso di essere la vera espressione della natura dell´uomo. Anzi, arrivando più generalmente a sostenere che il Cristianesimo è una religione naturale, il che giustificherebbe le pretese di universalità suggerite dal termine «cattolico».
Ma questa nuova strategia è ancora più fallimentare dell´appello ai testi sacri, perché richiede la rinuncia alla proclamazione delle opinioni e l´accettazione della discussione dei fatti. E ha facile gioco un antropologo come Francesco Remotti a snocciolare in Contro natura. Una lettera al Papa (Laterza, pagg. 281, euro 15) l´evidenza contraria di mezzo mondo, e a mostrare che la supposta «famiglia naturale» non è altro che l´espressione di un particolare relativismo culturale limitato nello spazio e nel tempo, che la Chiesa pretende di elevare ad assolutismo universale ed eterno.
L´aspetto forse più interessante di questa confutazione scientifica è la dimostrazione della mutua indipendenza delle varie caratteristiche del matrimonio cattolico, in genere presentate in un pacchetto ritenuto a sua volta indissolubile. E invece, anzitutto, per la maggioranza delle società al mondo il matrimonio non richiede la monogamia, benché la Chiesa aborrisca la poligamia sia sincronica, che diacronica: cioè, non solo proibisca di avere più coniugi in parallelo, ma scoraggi anche l´averli in serie (ad esempio, il rimatrimonio di vedovi), secondo la formula del «dato antropologico originario sic per cui l´uomo dev´essere unito in modo definitivo a una sola donna e viceversa» (Esortazione apostolica Sacramentum caritatis, 13 marzo 2007)
Più interessante del fatto ovvio che il matrimonio è compatibile col divorzio, è quello meno ovvio che la poligamia è compatibile con l´indissolubilità: lo dimostrano ad esempio gli Inuit dell´Alaska, per i quali i rapporti sessuali tra partner istituiscono legami permanenti, benché temporaneamente disattivabili con una separazione, e permettono co-matrimoni intrecciati in cui più uomini sono sposati con una stessa donna, e più donne con uno stesso uomo (in Occidente queste situazioni si verificano informalmente negli scambi di coppia duraturi).
Diversamente dalla poliginia, la poliandria (diffusa in molte società, dal Congo al Kerala al Tibet) crea problemi per il riconoscimento della paternità, ed è anzi un mezzo di contenimento della popolazione: spesso essa si realizza quando una stessa donna è sposata da più fratelli, come la Draupadi andata in moglie ai cinque Pandava nel Mahabharata. A volte, addirittura, come nel caso dei Nayar del Malabar indiano o dei Na dello Yunnan cinese, la società è organizzata su famiglie consanguinee di fratelli e sorelle che convivono e cooperano non solo economicamente, ma anche nell´allevamento e nell´educazione dei figli che le donne concepiscono in rapporti sessuali occasionali: il che dimostra che la famiglia procreativa è compatibile con l´assenza sia di coniugi che di genitori (in Occidente l´analogo più vicino è forse quello dei bambini adottati da individui singoli, ma ci sono anche esempi di famiglie consanguinee che vanno dalla natolocalità galizia alla famiglia mezzadrile toscana).
Insomma, a chi tiene gli occhi aperti, o anche solo socchiusi, l´antropologia mostra che «paese che vai, famiglia che trovi». E´ solo chi tiene gli occhi ben chiusi che può illudersi che le proprie usanze siano «naturali», e quelle degli altri «contro natura». Soprattutto se non vede che il matrimonio non richiede la procreazione, come dimostrano gli sposalizi tra bambini, diffusi dalla Siberia alla Nuova Guinea all´America del Sud, o i matrimoni vicari in cui si affida la procreazione a qualcuno che non è il coniuge istituzionale, praticati dai Nuer del Sudan. O se non vede che l´omosessualità non è contro natura, come dimostrano non solo gli atteggiamenti di Greci e Romani, ma soprattutto il fatto che essa sia praticata in natura, appunto, da centinaia di specie animali in un´impressionante molteplicità di forme.
Ironicamente, volendo descrivere la sua memorabile osservazione che non c´è niente di comune fra i vari usi di una parola, il Wittgenstein delle Ricerche filosofiche non trovò di meglio di notare che fra essi c´è solo una «somiglianza di famiglia», appunto.

Liberazione 31.5.08
Il mio lavoro per non dimenticare Basaglia
di Lea Melandri


Una cooperativa che già nel nome evoca uno spazio pubblico ideale - Olinda, la città descritta da Calvino, che si allarga senza creare periferia - e un luogo di reclusione, fino a una quindicina di anni fa - l'ex manicomio Paolo Pini, alla periferia ovest di Milano - che è diventato, per la passione di due operatori eccezionali, Thomas Emmenegger e Rosita Volani, la piazza dove si incontrano artisti e persone con disturbi psichici, impegnati nella costruzione di una socialità insolita, produttiva e creativa al medesimo tempo: un ristorante, un ostello, un giardino botanico e oggi il Teatro ricavato dalla ex-cucina del Pini

Lea Melandri
Una cooperativa che già nel nome evoca uno spazio pubblico ideale - Olinda, la città descritta da Calvino, che si allarga senza creare periferia - e un luogo di reclusione, fino a una quindicina di anni fa - l'ex manicomio Paolo Pini, alla periferia ovest di Milano - che è diventato, per la passione di due operatori eccezionali, Thomas Emmenegger e Rosita Volani, la piazza dove si incontrano artisti e persone con disturbi psichici, impegnati nella costruzione di una socialità insolita, produttiva e creativa al medesimo tempo: un ristorante, un ostello, un giardino botanico e oggi il Teatro ricavato dalla ex-cucina del Pini. E' qui, nella suggestiva cornice del grande parco, tra Affori e Comasina, che si è festeggiato il trentennale compleanno della Legge Basaglia, con uno spettacolo che ne evoca lo spirito, ma sotto certi aspetti anche la lettera. Con il suo Marat-Sade , liberamente ripreso dal dramma di Peter Weiss - l'assassinio di Marat rappresentato dai ricoverati del manicomio di Charenton, dove era rinchiuso anche il Marchese De Sade - Maurizio Lupinelli e i suoi sessanta attori, tra i quali una quarantina di disabili, è come se avesse voluto aprire ancora una volta, con la furia liberatrice del suo teatro, porte che qualcuno oggi vorrebbe tornare a chiudere intorno all'handicap e alla malattia mentale.
Lo incontro dopo aver assistito, coinvolta gioiosamente, a quello che è qualcosa di più di un semplice spettacolo. C'è un riferimento testuale, esile come un canovaccio, che si fa pre-testo, contesto, non-testo, travolto dalla vitalità incontrollabile dei corpi in scena, e che richiama non casualmente, data la precedente esperienza teatrale di "Lupo", la "non-scuola" del Teatro delle Albe di Ravenna, il "teatro impuro" di Marco Martinelli e Ermanna Montanari.

Perché scegliere di lavorare con disabili?
Non avendo fatto scuola di teatro, ho obbedito al mio istinto e alla mia provenienza sociale. Vengo da un quartieraccio di Ravenna, la Darsena, dove ho visto molti miei coetanei morire di droga. E' stato come portarsi dietro l'eco di un rumore silenzioso. Ho lavorato molto con bambini e anziani, e sempre l'attenzione all'altro era schietta, fuori da regole e convenzioni. Poi ho incontrato le Albe, e con Marco ho condiviso il rapporto con la città, il lavoro con gli studenti delle superiori, la "non-scuola". Ma già allora sono andato a cercare un gruppo di ragazzi portatori di handicap, di un Centro di Ravenna, e con loro ho fatto un piccolo spettacolo di un quarto d'ora, il Wojzech . In seguito ho ripreso questa esperienza con disabili di una "casa-famiglia" di Lerici. Nel 2002 ho avuto dal direttore del Festival teatro di Castiglioncello i soldi per il Marat-Sade. Il laboratorio con i ragazzi di Lerici e ragazzi toscani è durato un mese. Nel febbraio scorso c'è stato lo spettacolo: un successo, duemila persone. Si è capito che non facevo un teatro per sfigati, che non volevo mettere al centro il dolore, che si può stare con disabili in un rapporto di reciprocità, anche se può apparire più crudele. E ora siamo qui al Pini, un luogo che è stato di emarginazione e che ora è la piazza di una socialità che ha come slogan: "da vicino nessuno è normale".

E' dunque una comunità che si forma all'interno di un lavoro teatrale, ma che per molti aspetti ne fuoriesce. E' il teatro che si lascia invadere dalla vita, non viceversa. Il teatro ritrova il suo tratto originario, come luogo di una socializzazione vitalizzante e catartica.
Dai a queste persone la possibilità di essere se stessi. Nei Centri, sorti dopo la Legge 180 e presto burocratizzati, li fanno apparire deficienti anche se non lo sono. Si tratta di una composizione molto eterogenea: in gran parte sono down, altri schizofrenici. Ma ci sono anche tre attori professionisti e allievi della scuola Paolo Grassi. La cosa più bella per questi ragazzi è che possono andare fuori dalla loro città. Quanto al testo, l'ho riscritto tutto; dal Marat-Sade di Peter Weiss ho preso l'ambientazione, il manicomio, e alcune figure. L'elemento che più mi interessava per giocarci dentro è l'assassinio di Marat, che però non c'è. Elsa, che impersona Carlotta Corday, si avvicina col coltello in mano, ma sempre constata che Marat non c'è.

Nella parte finale il confine tra lo spettatore e la scena quasi scompare. La festa, il ballo esplode all'improvviso e coinvolge tutti. Ma ci siamo limitati ad applaudire insieme a loro. E' probabilmente forte la tentazione di vederli solo come disabili, lasciando sullo sfondo il lavoro teatrale. C'è il rischio di una curiosità morbosa, che si esprime nei risolini con cui viene accolta la comicità di alcuni dei loro gesti o modi di parlare. Eppure c'è un equilibrio straordinario tra l'improvvisazione e l'adeguamento a una parte, tra l'allegria e la crudeltà, l'esplodere della furia del gruppo e l'immobilità dei corpi, come se una naturale loro teatralità lì avesse modo di esprimersi.
Viene fuori la loro libertà di espressione, che è rappresentata molto bene quando uno di loro dice al Marchese De Sade, che vorrebbe riportare uno di loro dentro la recitazione: "E no maestro, questo è il testo, vogliamo la sua verità". Quando mi chiedono, finito lo spettacolo, se ci sarà un seguito, io non li illudo. Dico siamo qui per fare un atto creativo insieme, indipendentemente che tu sia down o universitario. A quella che chiede se potrà fare l'attrice rispondo: possiamo fare questo, sei contenta? Risposta: Sì. E' questo che conta. E' vero che poi, quando rientrano nei loro Centri, si meravigliano che si torni a far loro infilare collanine. Basaglia ha avuto una grande intuizione, poi tutto viene regolato, irrigimentato in istituzioni pubbliche o private, perché anche il disabile diventa ‘soldo' per i servizi sociali che se ne occupano.

l'Unità 30.5.08
Se la scuola va al mercato
di Marina Boscaino


Il duo Brunetta-Gelmini trova - come era prevedibile - un alleato fedele nei poteri forti che sovrintendono alla scuola nei tempi bui. Giorgio Vittadini, ex presidente nazionale della Compagnia delle Opere, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, un’altra società facente capo a Comunione e Liberazione, dalla prima pagina de il Giornale di qualche tempo fa, ha lanciato «Tre idee per la scuola»: parità, autonomia, valutazione. Una prima osservazione: il centrodestra sembra aver capito il fondamentale ruolo che la scuola può giocare nel panorama del Paese. Nonostante sull’argomento in campagna elettorale non abbiano speso parole diverse da quelle che annunciavano il ritorno della scuola delle “3i”, dopo la vittoria elettorale la scuola ha assunto un ruolo di primo piano nelle esternazioni di molti membri del Governo; oltre alle discutibili anticipazioni dei ministri dell’Istruzione e dell’Università e dell’Amministrazione e Innovazione, il presidente della Camera Fini e lo stesso premier sono tornati diverse volte sull’argomento, direttamente e non. La cosa non può rallegrare chi ha a cuore la sorte della scuola pubblica; né chi crede realmente al fatto che la cura della scuola rappresenti il punto di partenza per una rinascita effettiva - sul piano culturale e civile - del Paese. Tra le tante cose che il “rinnovato” centrodestra sembra aver capito, c’è anche il fatto che la scuola è un vero e proprio albero di trasmissione di istanze e modelli. E che quindi su di essa si debba investire ideologicamente per creare consenso e forgiare coscienze.
Nell’articolo di Vittadini si lascia molto spazio alla parola “libertà”. Il partigiano “morto per la libertà” è uno sbiadito ricordo, che molti tendono a liquidare: non va più di moda. E da qualche tempo, nei fatti, si recita il requiem per il significato che a quella parola ha attribuito una porzione importante della storia del Novecento. L’abuso del termine e l’assimilazione di esso a modelli economici “vincenti” ne limita potenzialità e ne cancella la tradizione, appiattendolo su significati economicisti, individualisti, non solidali. Appellandosi alla legge 62/2000 (la Berlinguer sulla parità scolastica, la madre di tutte le derive privatistiche) Vittadini propone di «attuare anche a livello nazionale, come già preannunciato dal ministro Gelmini, quella parità economica tra scuola dello Stato e privata che, laddove si è cominciato a fare in alcune regioni con l’adozione di voucher, ha raggiunto risultati lusinghieri (...). Occorre dare soldi alle famiglie con parametri di equità e poi riconoscere loro la facoltà di scegliere le scuole che preferiscono per il bene del ragazzo». Requiem anche per l’art. 33 della Costituzione, che come è noto, prevede che «Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato»: lo scardinamento totale della centralità del sistema pubblico. Già, pubblico: un’altra parola che non va più di moda, con la scusa di omologarla ad inefficienza, a demotivazione, a inerzia elefantiaca.
Invece di curare le cause di questo spesso legittimo accostamento, si approfitta per buttare il bambino con l’acqua sporca, liquidando - insieme alla scuola pubblica - i valori che essa configura: tutela di pari opportunità per tutti i cittadini; laicità; garanzia della rimozione degli ostacoli che garantiscono l’uguaglianza; accoglienza, emancipazione, condivisione nella diversità; libertà di insegnamento e diritto allo studio. Gettare frettolosamente tali principi nelle fauci di quell’esigente Minotauro che si chiama mercato, si sa, è una delle massime ambizioni del centro destra; ma una finalità che nemmeno il centro sinistra ha colpevolmente disdegnato. L’operazione porta con sé automaticamente il secondo passaggio del ragionamento di Vittadini: «per favorire un’esperienza di libertà di educazione anche nella scuola statale, occorre conferire alle famiglie pieno autogoverno». L’uso dell’avverbio “anche” non è casuale, e dà un senso ulteriore alla manipolazione del significato della parola libertà cui si accennava. La proposta di Vittadini per rendere le famiglie definitivamente consumatrici della merce-scuola (possibilmente privata), fomentate dall’induzione di bisogni diversificati e illimitati, legittimate e lusingate da un protagonismo mercantile in un servizio a domanda individuale si configura in una curiosa e pericolosissima revisione del concetto di autonomia: «finora è stata data una parziale autonomia di curriculum (20%), un’autonomia didattica paralizzata da enormi rigidità delle cattedre, un’automomia finanziaria bloccata dall’impossibilità di raccogliere soldi sul mercato senza reale autogoverno». Largo dunque alla scuola del Nord, con programmi autonomi e insegnanti reclutati autonomamente; largo al mercato dell’incanto e ponti d’oro al miglior offerente: la concorrenza come criterio privilegiato; largo alla flessibilità lavorativa. Infine la valutazione «esterna della scuola mediante l’accertamento degli apprendimenti e delle competenze dei ragazzi e rilevando le abilità professionali degli insegnanti e dei dirigenti». Questo Mago Merlino del liberismo la fa un po’ troppo facile. Certo, tutto potrebbe essere realmente facile: i numeri ci sono, la determinazione anche. Mi chiedo se, al di là delle buone maniere, del bipartisan a tutti i costi, dei mutamenti di tono, del gentlemen agreement quel che resta dell’opposizione parlamentare vorrà considerare con allarme queste proposte che - ne sono certa - non tarderanno ad essere accolte da Viale Trastevere. Onorevole Maria Pia Garavaglia, ministro ombra della Pubblica Istruzione, se ci sei batti un colpo. Donne e uomini - dentro e fuori dal Parlamento - che avete a cuore il futuro del nostro Paese, di cui la scuola pubblica è garanzia, non scoraggiamoci: l’opposizione siamo anche noi.