AGI, 29.12.05
Oggi in Italia
Servizio speciale realizzato per conto della Presidenza del Consiglio dei Ministri
La scienza ha le sue regole, ma sono le regole della natura e dell'uomo, non della Chiesa: l'embrione e' un piccolo numero di cellule indifferenziate, privo di attivita' cerebrali indispensabili a interagire con l'ambiente e pensare.
E' questa l'opinione del 92enne Premio Nobel per la Medicina e direttore del Salk Institute For Biological Studies di La Jolla in California dove si trasferira' definitivamente Renato Dulbecco che d'accordo con l'altro Premio Nobel per la Medicina Rita Levi Montalcini, smentisce la credenza religiosa, "ma non scientifica: embrione uguale inizio della vita umana".
Opinione condivisa anche da uno psichiatra, Massimo Fagioli, per il quale, "il feto non solo non e' vita ma non ha neppure la possibilita' di vivere; fino alla 24esima settimana di gravidanza quando si forma la retina dell'occhio ed emerge la possibilita' di reazione alla luce: poi alla nascita con la luce puo' iniziare il pensiero umano e la vita umana". E da Luigi Lombardi Vallauri, docente di filosofia del diritto all'Universita' di Firenze, "la vita, per la Chiesa, sta diventando quella della cellula zigote e del nascituro a breve: vista l'impossibilita' di far concorrenza al diritto internazionale e statale, alla Chiesa non restano che l'embrione, il sesso e l'eutanasia per erogare sensi di colpa e promesse di redenzione".
La scienza dunque secondo il 'non credente' Dulbecco "ha le le sue regole ma sono regole della natura e dell'uomo e non della Chiesa: come scienziato quando sono in laboratorio penso solo che sto lavorando per la scienza, non per l'uomo. Ma se mi dicono che il mio contributo e' rivolto al bene dell'umanita' non posso che esser felice". Questo significa rifiutare l'intangibilita' o la sacralita' dell'embrione. "Mettiamoci davanti a un piccolo numero di cellule che viene chiamato embrione - e' la tesi di Dulbecco, una vita spesa a far ricerca sul cancro - potergli prelevare una cellula per sapere se e' affetto da malattie gravi mi sembra un grande progresso medico molto utile per l'uomo: proibirlo e' un insulto alla medicina".
Insomma, per Dulbecco, "scientificamente un limite ragionevole ed accettabile sono i 14 giorni, ossia le prime due settimane dalla fecondazione". Ma l'embrione in se' non e' ne' persona umana ne' inizio della vita umana.
Liberazione, 08.01.06
Lettera aperta a Massimo D’Alema
Come può la sinistra vivere dentro il capitalismo?
di Rina Gagliardi
Caro Massimo,
leggendo il tuo lungo Forum all’Unità, mi è venuta, di continuo, la voglia di interloquire direttamente con te e con le cose che dici. Perciò ti scrivo questa “lettera”.
Non è certo, la mia, una pretesa di “parità” di ruolo politico, è una libertà che mi prendo a partire da una vecchia amicizia, nata nel mezzo di “anni formidabili” e nutrita, a tutt’oggi, da stima e solidarietà, a dispetto della distanza delle nostre rispettive posizioni politiche. Leggendo la tua intervista, dicevo, apprezzando il tono razionale e determinato che la caratterizza, annotandone, per altro, alcuni passaggi non del tutto chiari, mi sono venuti molti e contraddittori pensieri. Il primo dei quali lo formulo così: Massimo, hai ragione, ma in realtà hai torto. Un ossimoro che va spiegato.
In effetti, il leit-motiv della tua intervista ha un fondamento: è in atto «un’operazione che mira a disgregare la maggiore forza del centrosinistra», i Ds. E’ in corso, cioè, una campagna di delegittimazione politica e demonizzazione morale del maggior partito italiano, orchestrata da “poteri forti”, densa di strumentalizzazioni anche bieche, alimentata da grandi e piccoli giornali con tutti i mezzi - compresa la pratica barbarica della pubblicazione di intercettazioni telefoniche prive di ogni rilievo penale.
Aggiungiamo che, in un clima che “autorizza” - sembrerebbe - all’uso di tutti i mezzi, “à la guerre comme à la guerre”, anche la tua persona è diventata un bersaglio privilegiato di attacchi davvero ignobili – e che, in sostanza, c’è materia non solo di riflessioni, ma di preoccupazioni per il futuro.
Compreso il passaggio a cui alludi: una competizione elettorale come quella che rischia di essere alle porte, traboccante di veleni e scoop, rischia moltissimo di contribuire, non poco, al qualunquismo, alla sfiducia di massa, al “sono tutti eguali”.
D’altronde, una destra già quasi sconfitta su che cosa può puntare se non su un improvviso disincanto di massa, su quella crisi della politica che può non risparmiare nessuno? La nostra gente - il popolo di sinistra - rischia di uscire da questa storia più che altro “disorientata”, come si diceva una volta. Non è che noi di Rifondazione non vediamo bene questo pericolo: contrariamente a quel che dice Peppino Caldarola, tutto abbiamo fatto, facciamo e faremo fuorché speculare su queste storie nella speranza (per altro illusoria) di una manciata di voti in più, rubati al partito cugino (o fratello, fai tu). Fin qui, hai ragione, o hai comunque molte ragioni. Dov’è, invece, quel che non convince?
Come spesso accade, il problema è la diagnosi - l’analisi. Perché qualcuno sta cercando di mettere in mezzo la Quercia? E perché qualcun altro, magari gli stessi, vorrebbero volentieri sbarazzarsi della tua presenza protagonistica sulla scena italiana? Tu dici: perché i Ds incarnano, più di qualunque altra forza, “l’autonomia della politica”. Ovvero, la capacità della politica di governare e dirigere i processi reali - dell’economia prima di tutto - senza soggezioni o subalternità ai poteri costituiti.
In un altro passaggio, dici, più o meno, che il “peccato originale” diessino è stato il tentativo di intervenire contro i più prestigiosi poteri del capitalismo italiano - la Fiat - e aiutare, appoggiare, sostenere la nascita di nuovi poteri “indipendenti” - la famosa Opa di Colaninno, per intenderci.
Ora, qui emerge la portata strategica della questione, e del nostro dissenso di fondo: aver accarezzato l’illusione che, per ritrovare un ruolo politico primario, per ricostruire un sistema di alleanze sociali largo e robusto, per ritornare ad esercitare sulla società italiana una vera e rinnovata egemonia, la strada giusta per la sinistra fosse quella di “appoggiarsi” su un pezzo di capitalismo – quello avventuroso, o all’apparenza
in ascesa. Qui, è vero, la questione morale non c’entra nulla: c’entra invece, fino in fondo, l’idea di politica, l’idea di sinistra.
Quell’opzione, ribadita in tutti gli ultimi congressi Ds, che la sinistra del duemila, per esser tale, altro non debba che “governare la modernizzazione”, cioè il capitalismo nell’era della globalizzazione – magari individuando in qualche pezzo della neo-borghesia nazionale un antidoto efficace ai guai della concorrenza e del mercato mondiale. Perdonami se ti dico che questo passaggio politico - proprio questo - mi ricorda da vicino il tentativo di Bettino Craxi: so che, giustamente, non hai mai demonizzato l’ex-leader socialista, ma l’hai valutato per quello che è realmente stato, il “revisionista” più osè della politica italiana, e del suo filone “riformista”.
Anche Craxi, intendo dire, dopo aver coniato (o fatto coniare da Martelli), lo slogan “governare il cambiamento”, si pose il problema di tenere botta ai poteri forti, come la Fiat, che non lo amava, e pensò di contare su forze nuove - tipo il “made in Italy”. Anche Craxi entrò in rotta
di collisione totale con il Corriere della Sera. E anche Craxi diventò oggetto di una campagna
negativa ad alta intensità, alla quale rispondeva per lo più con la sindrome del complotto - ma anche rivendicando il carattere generalizzato e diffuso di alcune pratiche, quel “lo fanno tutti”, che un leader politico non dovrebbe mai dire.
Non è che una suggestione, un’analogia: è chiarissimo, ai miei occhi, sia quanto tu sei diverso da Bettino, sia quanto i Ds, il corpo attivo del partito, siano lontani dal craxismo. Per fortuna. Resta però che l’illusione di “migliorare” il capitalismo da dentro, accettandone la logica di fondo e puntando tutto sul suo possibile, auspicabile, “necessario” riequilibrio interno, è, secondo me, un’illusione pericolosa – non perdi solo l’anima, perdi la partita strategica. Dentro tutta la vicenda Unipol-Bnl non c’è proprio, al fondo, questa stessa illusione? Nulla a che fare, dal mio punto di vista, sul terreno giudiziario, che è sempre bene lasciare alla magistratura. Molto a che fare, però, sul terreno morale - chiamalo strategico, se è più chiaro - su che cosa è, può e deve essere oggi il movimento cooperativo. In breve: poiché il capitalismo non è neutro, come ben sai, e poiché
esso è invece il regno dell’antipolitica (nel senso preciso che le sue leggi proprie di funzionamento sono la produzione di plusvalore, il profitto, l’arricchimento anche personale e cozzano per natura con l’idea stessa di “limite”), l’autonomia della politica, e della sinistra, come fanno a conciliarsi con l’internità al capitalismo, o alla modernizzazione, che tu rivendichi?
E alla fin fine, se entri nel gioco, “in partibus infidelium”, come fai, a trasformare (anche tu!) in una specie di complotto quella che a me pare, piuttosto, la “normale” pratica dello scontro dei poteri, usi ad ammazzare i parvenus o usi, ad ogni buon conto, a preservarsi, a rafforzarsi, a stipulare patti, accordi, alleanze con chi più li aggrada?
Oggi, questi poteri vogliono un’Italia normalizzata: senza più alcun genere di sinistra.
Forse vogliono perfino rilanciare lo sviluppo - quello produttivo che, mi pare, anche tu torni a privilegiare su quello finanziario e speculativo – ma alla condizione di un riassetto del sistema politico nel quale, sì, la “damnatio memoriae” pesa, e come: D’Alema sarà certo diverso, diversissimo, da Bertinotti, ma resta pur sempre il terminale attivo di un’altra storia - di grandi speranze collettive.
Caro Massimo, mi rendo conto che qui il discorso rischia di diventare ideologico e di sfiorare le ragioni per cui tu sei (quasi) il massimo leader dei Ds e io una militante di Rifondazione. Ma sei davvero così sicuro che, dal punto di vista strategico, i Ds non hanno proprio nessuna colpa? Che la strada imboccata - a partire da quella maledetta “svolta” di quasi vent’anni fa - sia stata una scelta così felice? Oggi, siamo arrivati, forse, al tempo delle decisioni “definitive”.
Consentimi di citare ancora Bettino Craxi, che fece proprio il vecchio adagio: “primum vivere, deinde philosophare”. Io penso che sì, sarebbe bene che i Ds vivessero, senza farsi assorbire da un Partito democratico qualsiasi - mi pare che, in questo Forum, mazzoli con una certa durezza annessionismi rutelliani e freddezze prodiane.
Ma potrebbe, il tuo partito, pensar di vivere, se non a sinistra?
Avvenimenti, 10.01.06
I PASSI LEGGERI DI UNA DONNA
Un linguaggio nuovo per raccontare l'eros nel libro di Paolo Izzo
di Stefano Mecenate
"Donatella, mio amore. Ecco il delirio, il desiderio, tre che voglio in ogni attimo che ci separa e che ci unisce, candida, dea, puttana. Musa, bambina, donna, trasformazione di quest'uomo; ispiratrice delle più sconce voglie e dei più alti osanna». Scrive Paolo Izzo nel suo romanzo Il dentro del suono (Ibiskos editrice, 130 pagine, 15 euro). Donatella e Matteo? Una storia d'amore? Certo, ma non solo: caleidoscopiche emozioni si susseguono in questi brevi e intensi capitoli del romanzo di Izzo, cadenzati da un'ossessiva e suggestiva sequenza di "quando" che ne costituiscono significativamente i titoli. "Quando" come momento temporale, come ideale riferimento al ricordo e alla razionalità contestualizzando quella ridda di sensazioni e di esperienze che maturano tra i due, ma anche inquietante segno di una ininterrotta serie di opportunità e possibilità, di casualità "causali" che generano la quotidianità e il destino, che avvolgono le emozioni e da esse si fanno guidare. Un linguaggio moderno mai scontato, incisivo e pregnante, per una storia di oggi che pure sembra avere il respiro che ha l'epos.
Donatella e Matteo, non per caso: loro ce la possono fare, apparentemente così diversi e in realtà così complementari, a comprendere il valore della bellezza e della felicità oltre l'aspetto più superficiale, al di là del prevedibile, negli stereotipi della vita di coppia, dei canoni di moda e di tendenza. Bellezza e felicità come un'alchimia, come raggiungimento di uno stato di grazia dove si compie la totalità delle percezioni e delle sensazioni, dove due sono davvero uno. Per questo mette così paura, per questo, pur bramandola, la si sfugge come se fosse condanna irreversibile e inevitabile per chi già la possiede dentro di sé. Per questo Donatella e Matteo ne possono essere davvero fruitori, perché ne possiedono la chiave e perché i codici armonici sono per loro inconsciamente noti.
Izzo domina la scrittura con fermezza, piega la parola ai suoi intenti, ne sovrasta la tentazione estetizzante o la facile retorica manieristica; in quelle brevi pagine che costituiscono questo romanzo, guarda con determinazione all'essenza di questi personaggi e alla coralità che li circonda, elemento determinante per non incorrere in solipsistiche autocelebrazioni, ottenendo il risultato di dar vita ad una storia da leggere d'un fiato per poi riprenderla di nuovo, con il piacere di tuffarsi dentro emozioni così forti da sembrare irreali e così vere da far riflettere chi, per paura o timidezza, sa solo vivere ai margini della vita.
Avvenimenti, 10.01.06
Mi manda il Vaticano
Francesco Rutelli, l'antizapatero: una proposta di legge perché l'Italia,
unica in Europa, investa solo sulle cellule staminali adulte
di Simona Maggiorelli
Non promette molto di buono la fusione di Ds e Margherita in partito unico. Di certo, non sul fronte della libertà di ricerca e dei diritti delle donne. Il primo parto del nuovo organismo politico a due teste c'è già: è la proposta di legge per il finanziamento della ricerca sulle cellule staminali adulte presentata da Francesco Rutelli e firmata da esponenti di primo piano della Margherita, (da Castagnetti a Fioroni, a Bianchi) e dei Ds, con l'aggiunta dell'Udeur. E con la benedizione del ministro Buttiglione. Che ha commentato: «Mi auguro che la proposta di Rutelli significhi anche un impegno, suo e della Margherita, a sostegno della posizione del governo Berlusconi che al Parlamento europeo si batte perché la ricerca sulle staminali embrionali non venga sostenuta». Una solitaria battaglia in cui l'Italia si è già guadagnata una non molto onorevole medaglia, quando il viceministro per la ricerca, Guido Possa, unico fra sedici colleghi europei, votò per bloccare i finanziamenti alla ricerca. Ora, Rutelli, non solo si pone in questa scia, con una proposta di legge che mette al bando la ricerca sulle embrionali (più rigidamente di quanto già fa la legge 40), ma come presidente di Dl dà mandato a una commissione di bioetica guidata dal cattolico Adriano Ossicini per futuri interventi su genoma, consenso informato e trapianti da animali. «Abbiamo chiesto alla commissione - ha detto Rutelli - che ci aiuti a preparare il terreno perché le grandi sfide della scienza del XXI secolo vengano governate in anticipo dalla politica»; specificando anche che si trattava di «onorare un impegno preso ai tempi del referendum sulla fecondazione».
Così, facendo spallucce ai pareri della comunità scientifica internazionale e infischiandosene di aver imboccato la strada politicamente opposta a quella dei governi Blair e Zapatero, Francesco Rutelli propone per la prossima legislatura una norma che mette al bando anche la ricerca sulle linee staminali embrionali importate dall'estero (cosa che la legge 40 non fa), stanziando un unico blocco di 16 milioni di euro per la ricerca sulle staminali adulte e per un'informazione ai cittadini che riguardi esclusivamente questo settore.
Nel frattempo, invece, in Inghilterra, in Belgio e in altri paesi all'avanguardia nella ricerca s'investe sempre più in ricerca sulle staminali embrionali e si apre sempre di più il campo della clonazione terapeutica. La regione autonoma dell'Andalusia si è aggiunta a questo gruppo la settimana scorsa, anticipando la discussione del governo spagnolo in programma a febbraio. È stata la stessa ministra della Sanità andalusa, Maria Jesus Montero, che Avvenimenti aveva incontrato a Bruxelles, ad annunciare lo stanziamento di fondi per la clonazione terapeutica: tecnica di trasferimento nucleare che permette di costruire in laboratorio tessuti geneticamente compatibili a quelli del malato, evitando i rischi di rigetto legati ai trapianti. E mentre il deputato diellino e i suoi alleati di centrosinistra sembrano voler fare a gara con il governo Berlusconi nel tradurre in legge i precetti della Chiesa, il primo ministro spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero si sta ponendo il problema opposto, ovvero come rendere i risultati della scienza più accessibili ai cittadini e, in particolare, alle donne. È notizia di poco prima di Natale la riforma della legge sulla procreazione assistita attuata dal suo governo. La norma promulgata già con molto anticipo nel 1988 e rivista nel 2003, era - a dire il vero - già buona, aperta, liberale. Specie se confrontata con il nodo di assurdi divieti e contraddizioni che fanno la nostra legge 40. Ma il governo Zapatero ha voluto allargare ancor più l'area dei diritti: ora in Spagna tutte le maggiorenni, a prescindere dal loro stato civile, potranno accedere a queste tecniche, se lo vorranno. Ma c'è di più. Sul modello di quanto già accade in Inghilterra, la nuova legge spagnola autorizza la diagnosi preimpianto per selezionare embrioni sani e geneticamente compatibili con eventuali fratellini o sorelline malate. Un passo importante nella lotta contro malattie genetiche ancora incurabili. E nulla a che vedere, del resto, con la clonazione riproduttiva che in Spagna, come nel resto dell'Unione europea, è proibita. La stampa cattolica impropriamente ha parlato di "bambini farmaco", alimentando paure e, insieme - fatto che ci sembra particolarmente grave - attaccando la nascita e l'identità di questi neonati uguali a tutti gli altri, benché nati in provetta.
In Spagna come in Italia, insomma, l'attacco della conferenza episcopale è stato molto violento. Ma, diversamente che nel nostro paese, integralmente laica è stata la risposta del governo Zapatero, che preoccupandosi più della salute dei cittadini che della salvaguardia di precetti religiosi, ha già messo in conto la possibilità di aggiornare ulteriormente la legge, procedendo di pari passo con i progressi della ricerca. «In un Stato come il nostro, non ancora laico, perché concordatario - commenta il docente di Bioetica Demetrio Neri -, purtroppo, siamo ancora molto lontani da tutto questo». Docente all'Università di Messina e, spesso, voce critica all'interno del Comitato nazionale di bioetica diretto da Francesco D'Agostino, Neri è stato la settimana scorsa uno degli animatori della tavola rotonda sulla proposta di legge Rutelli organizzata via audio- video dall'associazione Luca Coscioni e dalla Rosa nel Pugno. Un'assemblea telematica di scienziati, politici, giornalisti, che è stata il primo segno pubblico forte di protesta riguardo a quelli che potrebbero diventare contenuti del programma del futuro partito democratico, in materia di ricerca. «Inutile», «antiscientifica», «strumentale», «pericolosa», sono gli aggettivi più ricorrenti durante la discussione sui punti caldi del progetto Rutelli, che puntando tutto sulle staminali adulte, propone la creazione di tre nuovi centri nazionali per la raccolta e il trattamento dei materiali biologici. «Non considerando - dice Elena Cattaneo, ordinario di farmacologia all'Università di Milano e una delle massime esperte italiane di cellule staminali - che di strutture simili in Italia ne esistono già e non c'è nessun bisogno di affrettarsi a creare ennesime banche di staminali adulte, quando questa non sembra essere la strada di ricerca più feconda di risultati». Doppioni, fondi per la creazione di inutili centri e istituzioni che fanno il vantaggio solo di chi le governa. Il pensiero corre alla cosiddetta "casa del ghiaccio", inaugurata il 16 dicembre, dall'ex ministro della Salute, Girolamo Sirchia a Milano: una struttura dove, per un suo vecchio decreto ministeriale, i vari centri di fecondazione sparsi in Italia dovranno inviare i 400 embrioni soprannumerari congelati prima della legge 40. Spese di trasporto, stoccaggio nel nuovo centro milanese, con 25 addetti, e 38 congelatori ad azoto liquido, in un'ala dell'ospedale Maggiore di Milano. E a quale scopo dal momento che la ricerca sugli embrioni è proibita in Italia e che questi embrioni, non più richiesti, non potranno essere impiantati? «Qui non si tratta banalmente di tifare per le staminali embrionali o adulte, per Roma o Lazio, Bartali o Coppi - chiosa stizzito Giulio Cossu, direttore dell'istituto cellule staminali del San Raffaele di Milano -. Come scienziati dobbiamo poter sperimentare. La ricerca procede per gradi, per errori, non c'è altro modo di conoscere la realtà che facendo ricerca. Se un lavoro come quello del sudcoreano Hwang Woo Suk viene in parte ritrattato, questo non deve essere strumentalmente usato per chiudere un canale di ricerca». «Della proposta Rutelli - spiega Cattaneo - colpisce l'ignoranza. Il sapere scientifico è unico, le scoperte, se valide, sono universali. Non funziona per compartimenti stagni. Se in Italia escludiamo, in modo così assolutistico, come pretende Rutelli, la ricerca sulle staminali embrionali, anche quella sulle adulte ne soffrirà lo scotto. E viceversa. Le staminali embrionali totipotenti - prosegue la ricercatrice - proprio per la loro plasticità sono le più promettenti, ma non si può, come vorrebbe certa politica, scegliere un campo in maniera aprioristica e sulla base di discorsi strumentali come quello che Rutelli mette a incipit della sua proposta, parlando di cura del diabete fatta da una equipe di scienziati a Miami, utilizzando staminali adulte, quando si è trattato di un più ordinario trapianto di isole di pancreas. Il sospetto, allora, è che si voglia fare della propaganda per motivazioni etico-religiose». Difficile non pensare alle parole del Papa che nell'omelia del 28 dicembre parlava di agglomerati di poche cellule nell'utero materno come esseri che «contribuiscono, pur collocati in posto meno importante, all'edificazione della Chiesa. Poiché, sebbene inferiori per dottrina, profezia, grazia dei miracoli e completo disprezzo del mondo - dice Benedetto XVI - tuttavia poggiano sul fondamento del timore e dell'amore di Dio».
Avvenimenti, 10.01.06
LA PROPOSTA
Wilmut: Offriamo la terapia ai malati terminali
«Provate a pensarvi in una condizione di questo genere: siete affetti da una malattia che vi immobilizza dalla testa ai piedi e venite a sapere dalla tv e dalla radio che potrebbe esistere una terapia che potrebbe darvi qualche beneficio. Quale sarebbe la vostra reazione? Sarebbe certamente di entusiasmo e vorreste saperne di più». A scrivere così è uno dei maggiori esperti di staminali embrionali, l'inglese Ian Wilmut, direttore del nuovo Centro per la medicina rigenerativa dell'università di Edimburgo. Lo scienziato, noto al mondo, come il "papà" della pecora Dolly, dalle colonne del quotidiano The Scotsmen, ha lanciato una proposta: offrire la terapia con cellule staminali embrionali ai malati terminali. «Anche se i protocolli terapeutici non sono ancora del tutto consolidati - scrive lo scienziato - i benefici sarebbero comunque superiori ai rischi, la terapia potrebbe aiutare a salvare delle vite umane e, sicuramente, far andare avanti la ricerca scientifica». La proposta di Wilmut arriva dopo che lo scandalo che ha coinvolto in Corea del Sud il suo collega Hwang Woo-Suk ha profondamente turbato le aspettative di molti pazienti e ricercatori che attendevano un beneficio diretto dallo sviluppo della cosiddetta terapia rigenerativa. «Se aspettiamo ancora - ha aggiunto Wilmut - che tutti gli elementi siano sperimentati e testati potremmo ritardare molto la messa a punto di trattamenti efficaci".