sabato 8 dicembre 2012

l’Unità 8.12.12
Bersani: irresponsabili, non ci faremo logorare
Il segretario del Pd a colloquio con Napolitano assicura lealtà, ma avvisa:
«Il Pdl non può pensare di caricare tutto
sulle nostre spalle»
Bene il voto a marzo
di Simone Collini


«Siamo leali ma non ingenui», dice la mattina nell’aula di Montecitorio rivolgendosi verso i banchi del Pdl. «Siamo responsabili ma non rischieremo un effetto logoramento», dice il pomeriggio incontrando al Quirinale Giorgio Napolitano. Ma c’è anche un’altra cosa che Pier Luigi Bersani fa presente al Capo dello Stato durante il colloquio di oltre un’ora al Colle: va bene andare al voto il 10 marzo, ma non è indifferente il modo in cui ci si arriva perché un Silvio Berlusconi già in campagna elettorale e libero di sparare sul governo non conviene a nessuno, né al Paese né allo stesso Mario Monti. Per questo il leader del Pd, accompagnato al Quirinale dai capigruppo di Senato e Camera Anna Finocchiaro e Dario Franceschini, dice al Presidente della Repubblica che per evitare un finale di legislatura che rischia di «logorare» il governo e il Paese, per salvaguardare l’attuale premier come personalità super partes e risorsa per il futuro, è meglio non mettere troppa carne al fuoco. Ovvero è meglio puntare all’approvazione delle sole misure chiave e su cui c’è già un accordo, come la legge di stabilità, i provvedimenti sull’Ilva, sullo sviluppo, sul pareggio di bilancio. Meglio invece non insistere sulla delega fiscale, sul decreto sulle province e sulle altre misure su cui si rischia il fuoco di fila del Pdl arrivando poi comunque a un nulla di fatto. «Il Pdl non può pensare di caricare tutto sulle nostre spalle e logorare la situazione, mentre Berlusconi sarebbe invece libero di fare quattro mesi di campagna elettorale».
Se mai ce ne fosse stata, la fiducia nell’ex premier è a questo punto pari a zero. Per questo anche quando si tratta di discutere il capitolo legge elettorale, Bersani spiega a Napolitano che il Pd è determinato a superare il “Porcellum”, ma il Pdl si è dimostrato fin qui totalmente inaffidabile. «Non sappiamo neanche più chi siano gli interlocutori con cui confrontarci», è lo sfogo facendo riferimento al fatto che nei gironi scorsi un accordo era stato trovato quando poi Berlusconi ha fatto saltare il tavolo attraverso l’emendamento Quagliariello. Il segretario del Pd assicura che il suo partito non si sottrarrà al confronto, ma viste le mosse dell’ex premier c’è anche chi si dimostra più pessimista. Come il vicepresidente del Senato Vannino Chiti, che si dice convinto che «si voterà con il Porcellum»: «Non ci sono le condizioni per realizzare una nuova legge elettorale. È un fatto grave. I cittadini valuteranno la responsabilità».
LEALI MA NON INGENUI
Ed è tutto sulle «responsabilità» del centrodestra che Bersani insiste intervenendo in aula a Montecitorio. «È evidente che se non avete da riflettere sui vostri errori passati per voi il governo Monti non è un momento di transizione ma una parentesi che si apre e si chiude e tutto torna come prima. Berlusconi ha deciso di scendere in campo con il suo armamentario, dicendo che Monti è un affamatore del popolo. Ma l’Imu non è la tassa di Monti, è la tassa di Berlusconi e Tremonti». Il leader sa che è partita la campagna elettorale del Pdl, e il messaggio da Montecitorio è propedeutico a quello che dirà poi al Colle. «Saremo leali e siamo pronti ad esserlo fino alla fine della legislatura, leali al governo e alle indicazioni al Capo dello Stato. Leali sì ma ingenui no». E poi, rivolgendosi direttamente ai banchi del centrodestra: «Non potete pensare che oltre il peso della transizione ci mettiamo sulle spalle il peso della vostra propaganda». E ancora: «Ci avete detto che la crisi era psicologica, siete stati degli irresponsabili. La medicina per la crisi non può venire da Berlusconi, Tremonti, Calderoli e da quelli che ci hanno portato fin qua. Ora se voi proporrete favole, noi diremo la verità. Lasceremo a voi i cieli azzurri, noi diremo solo due parole, moralità e lavoro. Se per voi è ancora il tempo dell’uomo solo al comando per noi è il tempo del cambiamento e della riscossa civica e abbiamo l'ambizione di metterci alla testa di questo cambiamento».
GIOCHI IRRESPONSABILI
Gli applausi arrivano dai banchi del Pd e non solo. Anche per l’Udc quello che sta conducendo Berlusconi è un gioco sporco. «L’atteggiamento del Pdl che in queste ore ha tolto la fiducia al governo è frutto o di un calcolo elettorale o di motivi connessi a provvedimenti che questo governo sta varando», dice Pier Ferdinando Casini domandando retoricamente come si possa «essere ostili a provvedimenti come quello dell’incandidabilità dei condannati». Anche per il leader centrista, che ha avuto un confronto con Bersani non appena il Pdl è venuto allo scoperto, sarebbe dannoso per tutti «se cedendo a una evidente strategia di logoramento il governo si rassegnasse a tirare a campare». Un concetto che Casini ribadisce anche a Napolitano (è salito al Colle dopo Bersani) dopo averlo già detto in aula: «Il governo non può diventare il parafulmine di giochi irresponsabili fatti sulla pelle degli italiani». E ora la mossa di Berlusconi apre una nuova fase nell’operazione di Bersani tesa a siglare un patto di legislatura tra progressisti e moderati.

l’Unità 8.12.12
Chi si oppone al cambiamento
di Guglielmo Epifani


È EVIDENTE IL CALCOLO CHE SPINGE SILVIO BERLUSCONI A DICHIARARE FINITA L’ESPERIENZA DEL GOVERNO GUIDATO DA MARIO MONTI, SENZA APRIRE FORMALMENTE LA CRISI: premere affinché le elezioni politiche siano più ravvicinate possibili, aprire da subito nei fatti la propria campagna elettorale, scegliere come terreno del confronto la presa di distanza dagli atti dell’esecutivo, che pure si sono votati, addebitandogli il peggioramento della condizione economica e sociale, la salita del debito, l’inasprimento della pressione fiscale.
Il corollario inevitabile è il tentativo di aprire un confronto elettorale tutto giocato sulla demagogia, l’antieuropeismo, il populismo dei toni e degli argomenti, unitamente ad una dose di vittimismo e di attacco vecchio stile nei confronti degli avversari. In questo modo la legislatura si avvia a concludersi esattamente come era iniziata, con una dose di irresponsabilità e di fuga dalla realtà francamente intollerabile, e riproponendo un profilo della destra berlusconiana lontana e contrapposta a tutte le esperienze dei partiti moderati e conservatori europei, e perciò causa della fragilità del sistema politico italiano, tutto particolare rispetto ai modelli delle democrazie esistenti.
Sarebbe stato possibile e necessario un altro esito, in grado di rasserenare la competizione elettorale e farle assumere l’aspetto di un tradizionale confronto tra programmi e proposte concorrenti, solo che il centrodestra avesse avuto la forza e la convinzione di fuoriuscire in avanti dalle proprie contraddizioni, aprendosi a meccanismi di contendibilità democratica e al rinnovamento della propria classe dirigente secondo principi e criteri di selezione legati alle competenze, alle esperienze, a un’etica del servizio verso il bene pubblico. Con un simile calcolo il Pdl e Berlusconi sono destinati a perdere, ma possono comunque fare danni al Paese e alla sua permanente ricerca di un assetto politico più europeo, tanto più in presenza di una crisi pesantissima, che farà sentire i suoi effetti sull’occupazione, i redditi e i consumi per almeno altri due anni.
L’opinione pubblica sa bene quale responsabilità ha avuto il governo guidato da Berlusconi di fronte alla crisi, sottovalutandola prima, negandola poi, giudicandola superata già dopo qualche mese, attribuendola a oscuri complotti internazionali, e nel frattempo non facendo nulla ma proprio nulla per contrastarla con le leve anticicliche possibili. Fino ad arrivare a una irrilevanza nelle sedi internazionali mai avuta nel passato dall’Italia, e favorendo indirettamente chi aveva interesse ad attaccare la moneta comune. Con quel governo l'Italia si sarebbe avvitata in una spirale infernale e la condizione degli italiani sarebbe oggi peggiore di quella pure difficile che abbiamo. Se questo è vero, ed è in fondo la ragione per la quale la scommessa di Berlusconi questa volta naufragherà senza appello, i guasti che ne possono derivare non vanno sottovalutati, né sul terreno dei contenuti e della misura del confronto elettorale, né su quello di una generale e necessaria responsabilità verso il bene comune.
La rottura del patto di solidarietà tra le forze che hanno sostenuto il governo Monti può diventare la via per negare tutto quello che si è fatto e votato insieme, scaricando sull’altra parte tutta la responsabilità di quello che si è prodotto, nel bene e nel male, perché non si può non vedere che il risanamento è avvenuto con costi sociali crescenti e senza accompagnare al rigore del bilancio una piena equità nei sacrifici chiesti e una più incisiva politica di stimolo alla crescita. Quando Alfano parla dei condizionamenti esercitati dalla Cgil nei confronti delle scelte sul mercato del lavoro non dice solo una cosa non corrispondente al vero, ma prepara una campagna elettorale tutta basata sulla strumentalità e l’ennesima fuga dalla realtà, che ricadranno su una condizione di larga esasperazione e difficoltà sociale.
Tutto questo carica di una particolare responsabilità il Pd, il partito che si è opposto al governo di Berlusconi e poi ha consentito, contro il suo particolare interesse, la formazione del governo guidato da Mario Monti. I sondaggi oggi premiano questa coerenza e lo svolgimento delle primarie ne hanno fatto crescere attendibilità e percezione di affidabilità. La stessa cosa però bisogna chiederla al mosaico delle forze di centro, in permanente e oscillante pencolamento tra una ipotesi e l’altra, e con una spinta al proprio rinnovamento onestamente troppo vaga. E insieme a quella parte di classi dirigenti che oggi prendono le distanze da Berlusconi dopo averlo appoggiato per anni in maniera spesso acritica.
Il cambiamento del giudizio è una scelta di indubbio significato, ma andrebbe accompagnata da due atti: riconoscere che il Berlusconi di oggi non è un altro rispetto a ieri, e che il rinnovamento di cui il Paese ha disperato bisogno non ha nulla a che fare con le suggestioni del gattopardismo, e che una volta tanto bisogna provare a ripartire da quelli che stanno peggio, e non sempre da quelli che per talento o possibilità possono farcela da soli.

l’Unità 8.12.12
Il prezzo del berlusconismo
di Giuseppe Provenzano


Quando in questi giorni torneranno a travolgervi le angosce per lo spread e le borse, prendete la fotografia reale del Paese, scattata dal Rapporto Censis 2012.
Prendetela perché dice molto di quella irresponsabilità maggiore, peggiore, tutta in capo a una destra cui il padrone ora ritira il guinzaglio, d’aver consegnato alla crisi più «perfida» della storia recente un’Italia destrutturata, smembrata, sul piano economico, sociale e istituzionale. Un Paese che si è trovato nella «immunodeficienza» di fronte agli «eventi estremi» degli ultimi anni, e che oggi è «alla prova della sopravvivenza», scrive il Censis. È vero, lo sapevamo. E assai più interessanti nel Rapporto sono le analisi delle reazioni e delle trasformazioni in corso.
Eppure, al di là delle immagini impressionanti e suggestive sull’impoverimento delle famiglie (quelle che vendono l’oro della nonna, quelle che fanno il pane in casa), c’è un numero che raccon-
ta un passato recente che inchioda anche i più irresponsabili alla loro responsabilità. È la cifra «dello smottamento del ceto medio». La ricchezza delle famiglie negli ultimi dieci anni si è polarizzata come mai prima tra ceti sociali e generazioni, provenienze familiari e geografiche. E i redditi sono rimasti al palo, e anzi in termini reali nel 2011 risultavano inferiori dello 0,6% rispetto al 1993.
Ai galoppini del ritorno di Berlusconi che, per giustificarlo, ieri dichiaravano la fine del governo Monti con l’alibi fasullo e paradossale che il Paese oggi starebbe peggio di un anno fa, quel numero rinfaccia una realtà incancellabile: la destra berlusconiana ha lasciato nel 2011 il Paese peggio di come l’aveva trovato nel 1993, anche a livello economico, negando ogni processo di sviluppo dal giorno della «discesa in campo».
Il progressivo aumento della disuguaglianza sociale fino alla «fine» delle classi medie, com’è noto, mette a rischio non solo la tenuta della nostra economia, ma soprattutto della nostra demo-
crazia. Il Censis registra che il sentimento più diffuso tra gli italiani è la rabbia (52,3%), di gran lunga superiore al senso di frustrazione, mentre la paura e la voglia di reagire si equivalgono. Non si può sapere ora come evolverà la rabbia sociale, che ha già preso le forme di una protesta sociale disperata, o peggio di un risentimento che sempre muove al cedimento verso le derive populiste, le nuove o le vecchie che vorrebbero tornare.
Alle fratture sociali, ai sentimenti e risentimenti, che ora appaiono così profondi ma che risalgono a questo «ventennio breve», una politica dettata dai vincoli dell’austerità non può certo dare risposte. Mentre le istituzioni erano rigorosamente impegnate a rifare i conti, la società e l’economia italiane sembrano essere andate a cercarsele da sole, mutando comportamenti sociali e strategie di impresa, pur nell’affanno della sopravvivenza. È la «parallela discontinuità» del 2012, secondo il Censis, «l’anno del grande riposizionamento», che ha ridato all’Italia una «serietà» malgrado la «se-
paratezza» tra governo e cittadini inimmaginabile appena l’anno prima. È da questa serietà che bisogna ripartire. È il punto di non ritorno che rende quasi soltanto penosa la minaccia del ritorno di Berlusconi.
Oltre le situazioni di estrema difficoltà sociale (inoccupazione e povertà) e di crisi industriale, i segnali di mutamento e trasformazione socio-economici rilevati sono tanti. La spinta a un consumo consapevole e responsabile, che riduce gli sprechi (a partire da quelli alimentari), e che ha portato ad esempio al benemerito contenimento del trasporto privato in favore di quello pubblico e di logiche di condivisione (car sharing). Sul fronte delle imprese, un progressivo aumento dell’internazionalizzazione, una crescita relativa del peso delle imprese cooperative e dei nuovi settori, a partire dall’Ict.
Tuttavia, il segno del cambiamento – proprio per quella «separatezza» politica denunciata dal Censis e per una certa «solitudine» della sofferenza sociale  non sempre è stato positivo. È il caso delle scelte di studio condizionate dalla crisi dei redditi delle famiglie e dalle prospettive occupazionali. L’aumento delle preiscrizioni agli istituti tecnici e professionali sarebbe un bene se non fosse che, specie al Sud, troppo spesso questi istituti per carenze strutturali e didattiche sono spesso veri luoghi di marginalizzazione sociale. Continua, purtroppo, il progressivo declino delle iscrizioni all’università (crollate del 6,3% nell’ultimo anno), con effetti devastanti sul piano economico e sociale per un Paese che, non colmando il gap di capitale umano con il resto dei Paesi avanzati, difficilmente potrà competere in innovazione e qualità del lavoro e delle produzioni, riconquistando ruolo e funzione nel mondo.
L’Italia è pronta a cambiare e reagisce come può, ci dice il Censis. Alla politica serve serietà e rigore, ma non basta. Già oggi serve coraggio e visione per riavviare lo sviluppo nella giustizia sociale, per superare ogni «separatezza».

il Fatto 8.12.12
L’intervista
Emanuele Macaluso: “L’errore vero l’ha fatto il Pd”
di Eduardo Di Blasi


La prima domanda la fa lui: “Mi chiamate come politico, come giornalista o come corazziere? ”. Emanuele Macaluso, classe 1924, comunista migliorista, buon amico da oltre mezzo secolo del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ci accoglie con un “avete sbagliato tutto”.
Noi?
Sì, avete sbagliato ad attaccare il capo dello Stato, unica garanzia di questo Paese. E avete sbagliato anche a criticare Mario Monti, che aveva una maggioranza straripante e stava occupando l’area politica dei moderati costringendo Berlusconi a ritirarsi tra fedelissimi e amazzoni. Ora tenetevi di nuovo Berlusconi!
L’operazione Monti era quindi politica?
Non credo ai governi tecnici. Tutti i governi sono politici, perché o fanno politica, e Monti l’ha fatta eccome, o non esistono.
La carta Monti sarà giocata anche nelle prossime elezioni?
Ormai si è messa in moto un’area moderata che non ne vuole più sapere di Berlusconi e dei suoi, ma che teme anche la vittoria di un centrosinistra egemonizzato da Bersani e Vendo-la. Per quest’area la carta Monti è spendibile. Cosa che non è, ad esempio, quella Casini.
Napolitano ritiene però Monti “incandidabile”...
Nulla vieta che si costituisca una “lista Monti”. Ci sono già diversi movimenti politici che vorrebbero farlo. È senatore a vita, certo. Ma che cambia? Anche Giulio Andreotti fu premier da senatore a vita. Del resto la nostra costituzione dice che è il capo dello Stato a dare l’incarico. Fu Berlusconi a inserire abusivamente nei simboli elettorali il nome del candidato premier...
Al Quirinale la crisi era attesa. Napolitano aveva declinato l’invito alla Scala...
La situazione era in ebollizione. Si sapeva.
Adesso che succede?
Io penso che si debba andare a un voto del Parlamento. Ci vuole un voto di sfiducia. Credo che il capo dello Stato abbia spiegato alle forze politiche che però la sfiducia al governo non si può fare con la legge di Stabilità in ballo.
E sulla legge elettorale? Anche quella premeva al Colle...
Non si farà. E questo è colpa del Pdl, ma anche del Pd. Anzi, è uno degli errori più gravi che poteva fare il Pd. E badi che in politica questi errori si pagano. Come si fa a dire per cinque anni che il Parlamento è composto di nominati e poi non fare nulla per cambiare il Porcellum? Errore madornale. Lo pagheranno...
Se dovesse votarsi a marzo, secondo lei, Napolitano resterà in carica per dare l’incarico al futuro premier?
Non credo. Siccome in ogni caso lui scade a maggio, non credo si troverà nelle condizioni per poter gestire la vicenda. No, penso che anticiperà la propria uscita.

l’Unità 8.12.12
I cattolici e il bene comune
di Domenico Rosati


SE, COME HA SCRITTO IL DIRETTORE DI AVVENIRE, IL PASSO INDIETRO COMPIUTO UN ANNO FA «ERA E RIMANE LA SCELTA PIÙ GENEROSA E ASSENNATA PER L’ONOREVOLE BERLUSCONI» -e se le parole hanno un senso - se ne deve dedurre che il suo ritorno in campo sia da considerare, seguendo i più accreditati dizionari dei sinonimi e contrari, per un verso come «egoista, gretto, meschino abietto o miserabile» e per un altro «avventato, dissennato, irragionevole, irresponsabile o scellerato». Un giudizio definitivo e, parrebbe, senza appello.
Un giudizio che però va oltre le responsabilità del personaggio Berlusconi e si manifesta anche nella delusione per l’affossamento di quella riaggregazione del centrodestra in nome del Partito popolare europeo, nella quale evidentemente si era confidato magari per riequilibrare un sistema bipolare ritenuto «sbilenco».
Ma se tale è l’orizzonte della critica odierna, altri elementi vanno considerati per una valutazione complessiva. Semplificando, se ne possono selezionare almeno tre che riguardano: la «tenuta» del ceto dirigente del Pdl, l’atteggiamento dell’opinione pubblica in generale e, ultimo ma non trascurabile, proprio quello dell’area cattolica e di chi ne costituisce i riferimenti.
Il gruppo-guida del Pdl non ha superato il crash test, la prova dell’urto. D’un colpo, appena il «detentore del titolo» lo ha chiesto, quasi tutti, a cominciare dal segretario, hanno ammainato le insegne in atto di sottomissione. Così, tanto per ricordare, non avveniva nella Prima Repubblica. La volta che Fanfani domandò, come condizione per rientrare in campo, che gli s’apprestasse... un cavallo sellato, i suoi amici e discepoli lo rimpiazzarono con Aldo Moro. Altri tempi, altre tempre si dirà: ma l’unità di misura è la stessa. E d’altra parte Berlusconi sapeva bene che la pasta che aveva per le mani mancava del quid necessario per affrancarsi da una attitudine di soggezione. Così non ha destato meraviglia che Alfano abbia asserito che con Berlusconi in pista le primarie non servono più e che coloro che avevano puntato su un centrodestra contendibile siano rientrati nei ranghi.
Quanto agli umori di chi orienta l’opinione pubblica non si può dimenticare che in larga misura, specie nell’ultimo anno, si è accreditata l’idea che Berlusconi avesse davvero compiuto una nobile rinuncia, e che quindi si potesse scrivere una pagina nuova. Non si è tuttavia sentita la necessità di effettuare un’autocritica sincera sull’errore compiuto nell’accordare fiducia all’iscrizione di un’ipoteca personale sul potere e sulle stesse istituzioni. Né si è minimamente riconosciuto il ruolo delle forze che hanno contrastato in tutti gli ambiti, specie nel Parlamento, il dilagare della versione populista e autoritaria del bipolarismo. Come spiegare altrimenti lo spazio concesso, se non la benevolenza, ad ogni presenza, fino ai Cinque Stelle, utilizzabile per lasciare in ombra, in particolare, l’azione di contrasto esercitata dal Pd, salvo accorgersi della sua forza dopo le primarie tanto da allarmare i benpensanti circa i torbidi disegni neokeynesiani di Vendola? E come non inscrivere in questo perimetro la stessa costruzione del Monti bis nelle sue diverse accezioni come estrema risorsa per unificare i «moderati» scongiurando una loro intesa a sinistra?
Al mondo cattolico va chiesta infine una riflessione meno emotiva. Ormai è documentato che il voto dei credenti si disloca sulle diverse proposte in campo secondo criteri eminentemente pratico-politici. Quel che occorre verificare è se il sostegno dato all’esperienza berlusconiana, nel tempo, sia dipeso da una deconcentrazione cattolica sulla sintesi del bene comune e sulla responsabilità delle forze impegnate a costruirlo. Oggi, ad esempio, si constata che è stato incauto l’aver affidato i temi della bioetica al Pdl; e si dovrebbe aggiungere che è stato riduttivo concentrare su di essi la sostanza dell’impegno lasciando che, per fare un esempio, nell’ambito economico-sociale si espandesse il dominio della legge del più forte.
L’anno scorso a Todi fu pronunciata una sentenza definitiva sull’esperienza del centrodestra al governo ed ora se ne teme il remake proprio perché non si computa la forza del centrosinistra. Ma è mancata, specie nelle organizzazioni dei fedeli, quella capacità di elaborazione e di proposta e di rischio, senza la quale certe scelte dei singoli rispecchiano solo i tratti della convenienza utilitaria. Dell’unica «agenda» concepita in area cattolica, quella della Settimana sociale di Reggio Calabria, snobbata dal centrodestra e apprezzata a sinistra, si sono smarrite le tracce. In compenso non si registrano correzioni apprezzabili dei canoni di doppia morale talora utilizzati per dare comprensione (fino alla bestemmia da... contestualizzare) a personaggi dalla equivoca condotta morale ma compiacenti verso le istanze ecclesiastiche e per ammonire fedeli integerrimi legittimamente orientati a mediare su punti controversi. Ebbe a scrivere Sturzo che la Chiesa a volte crede di giovarsi del potere che appoggia, ma in realtà accade il contrario. La lezione è antica: la ripetizione può giovare.

Repubblica 8.12.12
“I populisti giocano l’ultima carta ma gli italiani non ci cascheranno”
Fassina, responsabile economia del Pd: il premier costretto a misure dure dall’eredità di Berlusconi


ROMA — «Se Berlusconi pensa di lucrare qualcosa mettendosi di traverso a Monti, sbaglia calcolo. I cittadini sanno chi ha causato i problemi del Paese, di chi sono le responsabilità degli interventi fatti dal governo Monti». Stefano Fassina, responsabile economico del Pd, fissa alcuni paletti per le ultime settimane della legislatura. E dice di non essere preoccupato per il prezzo che il Pd potrebbe pagare nel sostegno all’esecutivo mentre Berlusconi è già in campagna elettorale.
E se il Cavaliere riuscisse a sganciare il suo destino dal governo che ha sostenuto fino a ieri?
«Io credo che ci sia la consapevolezza delle colpe. È stato il governo Berlusconi a impegnarsi al pareggio di bilancio nel 2013, unico caso in Europa. Perché lo fece? Perché ormai era impresentabile e non credibile. Monti, arrivato un anno fa,
non poteva che onorare gli impegni irresponsabilmente assunti dalla destra. Lo ha fatto con scelte pesanti ma per certi versi obbligate per via dell’eredità berlusconiana».
Quali provvedimenti è indispensabile approvare?
«La legge di stabilità, il decreto sviluppo e il decreto Ilva, con qualche modifica rilevante».
E la legge elettorale?
«Esiste un problema di tempi, forse. E un’altra questione ancora più importante: l’irresponsabilità dell’interlocutore che ha come fine unico quello di provare a salvare se stesso senza alcuna intenzione di pensare agli interessi del Paese. Il Pdl non è in grado di assicurare un miglioramento dell’orrenda legge attuale ».
Riuscirete a fare le primarie per i parlamentari?
«Dobbiamo provarci, serve un impegno straordinario dell’esercito dei volontari e dell’organizzazione del Pd per rimobilitare i 3 milioni e 200 mila elettori delle primarie per il candidato premier».
L’anti-Monti Fassina è diventato un po’ montiano?
«Davanti al ritorno di Berlusconi mi sento di attribuire le responsabi-lità, in modo nettissimo, a chi ce l’ha sul piano politico ed economico. Gli interventi brutali, a cominciare dall’aumento delle tasse, compiuti sulla pelle degli italiani nascono dagli obiettivi capestro messi dal governo precedente per la sua totale mancanza di credibilità. Detto questo, sbaglierebbero il Pd e il centrosinistra a disconoscere l’insostenibilità della linea mercantilista vigente nell’euro-zona. Dobbiamo evitare di contribuire a fare delle prossime elezioni un referendum tra l’insostenibile europeismo conservatore e tecnocratico e le posizioni populiste anti-euro del Pdl e della Lega. Dobbiamo rendere chiara l’unica alternativa possibile alle regressioni nazionalistiche: l’europeismo progressista per lo sviluppo e il lavoro».

La Stampa 8.12.12
Pd al bivio tra propagenda e responsabilità
Al Colle i malumori Pd “Su di noi il peso del governo”
Ora diventa il principale partito a sostegno di Monti
di Federico Geremicca


Il percorso non cambia. La crisi di governo non ci sarà, Mario Monti resta al suo posto e la data delle prossime elezioni politiche (abbinate alle regionali in Lombardia e in Molise) rimane - di fatto - quella più o meno ufficiosamente nota: il 10 marzo. Eppure, nonostante questa improvvisa quiete, sarebbe del tutto sbagliato considerare quanto accaduto tra giovedì e venerdì la solita tempesta in un bicchier d’acqua. Il profilo della maggioranza che sostiene il governo-tecnico insediato un anno fa, infatti, è profondamente cambiato: la novità è che da oggi, nelle aule di Camera e Senato, c’è un partito (il Pdl) di “lotta e di governo”, con le mani libere e pronto ad avviare la sua campagna elettorale in polemica col governo che un po’ sostiene e un po’ no; e ce sono altri due, invece - l’Udc ma soprattutto il Pd - che intanto devono starsene con le mani legate, farsi carico degli ultimi provvedimenti da varare e calamitare su di essi l’insoddisfazione crescente nel Paese nei confronti di Monti e di come vanno le cose.
Ed è precisamente questo il quadro che Giorgio Napolitano ha visto progressivamente delinearsi nel corso delle fitte consultazioni avute ieri al Colle (le delegazioni di Pdl, Pd e Udc, oltre ai presidenti di Camera e Senato). Il colloquio con Alfano non ha riservato novità: il partito di Berlusconi - conferma una nota del Quirinale - contribuirà ad «un’ordinata conclusione della legislatura», ma considera «conclusa l’esperienza Monti»: vale a dire che passa politicamente all’opposizione del governo-tecnico per permettere da subito a Berlusconi di avviare la sua campagna elettorale (che sarà, secondo tutte le previsioni, contro Monti, contro l’Imu, contro l’Europa e forse finanche contro l’euro).
Diverso l’atteggiamento dell’Udc e del Pd. Casini e Bersani hanno confermato a Napolitano che non arretreranno dall’impegno assunto un anno fa: il loro sostegno al governo - dunque non viene meno, voteranno i provvedimenti pendenti (legge di stabilità, decreto-Ilva e decreto sviluppo, presumibilmente) ma chiedono una rapida seppur ordinata conclusione della legislatura. Vuol dire, in sostanza, che pare loro difficile impegnarsi su tutto quanto ancora in calendario (dal decreto per la riduzione delle Provincie alla delega fiscale) nell’agenda del governo.
E’ nel Pd, in particolare, che il tasso di rammarico e nervosismo va facendosi alto. Avendo già intuito la settimana passata che Berlusconi stava preparandosi ad una mossa simile, i democratici avevano sottoposto al Quirinale l’ipotesi di anticipare le elezioni politiche dal 10 marzo al 10 febbraio (insieme al voto nel Lazio). Ipotesi già difficile, a causa dei tempi tecnici a disposizione, ma poi diventata addirittura impercorribile dopo la decisione del Tar del Lazio di fissare le elezioni regionali il 3 di febbraio.
Il Pd non ha potuto che prendere atto delle novità: ma lo ha fatto con un qualche nervosismo. Del resto, la circostanza di star lì a sostenere Monti mentre Berlusconi gli spara contro tutti i giorni non può esser particolarmente gradita. «Si faccia quel che di davvero importante e urgente resta da fare, ma poi si permetta anche a noi di cominciare la campagna elettorale», annotava ieri qualcuno tra i dirigenti del Pd.
Finito il giro d’orizzonte, Giorgio Napolitano ne «darà al più presto puntuale ragguaglio al Presidente del Consiglio». Dirà a Monti che alcuni processi politici non erano più controllabili, che la situazione si è appesantita ma che il governo può chiudere questo anno di lavoro varando gli ultimi provvedimenti pendenti. La legge di stabilità, certamente; il decreto-Ilva, certamente; e probabilmente anche il decreto sviluppo. Poi, fine. Senza quella nuova legge elettorale che Napolitano ha invano invocato per mesi e mesi e mesi...

il Fatto 8.12.12
Udc all’angolo Pd a rischio logorio
Bersani chiede al Colle che si voti il prima possibile
di Wanda Marra


“Anzitutto voglio dire all'onorevole Della Vedova che condivido pienamente il suo intervento e mi complimento con lui, perché ha interpretato bene anche le nostre ragioni”, prende così la parola in aula Pier Ferdinando Casini, il giorno dopo l’incontro con Pier Luigi Bersani, appoggiando il collega di Fli. Il leader dell’Udc all’angolo è uno degli elementi che il governo “a un passo dalla crisi” (titolo emblematico che i Tg hanno tenuto per ore) mette in luce. L’evento unitario con Montezemolo per il 20 dicembre è congelato. Nel percorso verso il partito dei moderati super montiani, tutto in alto mare. I sondaggi (ieri l’Swg) registrano per l’Udc un 5,1%. Bersani da una posizione di forza è pronto a un accordo, ma dopo le elezioni. Senza Fli però. Pensa a quattro liste coalizzate: Pd, Sel più una lista dei sindaci e dell’area della società civile ed ecologista e una moderata che farebbe capo a Giacomo Portas. Mentre il presidente delle Acli Andrea Olivero invoca un’intesa Monti-Bersani. Resta in piedi l’ipotesi di un listone al Senato per vincere quanti più premi di maggioranza regionali possibile.
Tonico l’intervento di Bersani, che ha chiarito “leali sì, ma ingenui no”, perché “non potete mica pensare che noi, oltre il peso della transizione, ci mettiamo sulle spalle anche il peso della vostra propaganda”, dice rivolgendosi al Pdl, tra gli applausi dei suoi, compatti e presenti. Forte di questo discorso il segretario democratico, insieme ai capigruppo Finocchiaro e Franceschini, è andato a dire a Napolitano che il Pd non ci sta a farsi logorare, mentre gli altri fanno propaganda. E dunque, ha chiesto al presidente della Repubblica di andare al voto il prima possibile. Di approvare la stabilità, insomma, e poi di sciogliere le Camere. Visto che il Colle resta fermo sull’idea di elezioni il 10 marzo, perché ci sono altre cose da finire, ha avvertito che su tutti i provvedimenti il Pd è pronto a far sentire la propria voce se non d’accordo. In effetti, il Pd può facilmente trovarsi nella scomoda situazione di votare la fiducia da solo a provvedimenti impopolari e che neanche condivide, come quello sulle province. Last, but not least: parlando col presidente della Repubblica i Democratici avrebbero chiarito che non credono più alla volontà del Pdl di cambiare la legge elettorale. Con quale poco rincrescimento è facile immaginare. Per chi ancora non ce l’avesse chiaro, si vota col Porcellum, d’accordo o no Napolitano.

Corriere 8.12.12
L'argine del Quirinale ridimensiona le pretese di un Pdl antigovernativo
di Massimo Franco


Lo strappo è riuscito a metà. Silvio Berlusconi forse ha raggiunto il vantaggio di essere già in campagna elettorale, rispetto a partiti che per senso di responsabilità continuano ad appoggiare il governo di Mario Monti. Ma l'idea di aggiungere allo strappo la spallata contro la legislatura, per ottenere una giornata unica di elezioni anticipate a febbraio, si è dimostrata irrealizzabile. L'argine rappresentato dal capo dello Stato, Giorgio Napolitano, sembra in grado di reggere. Le consultazioni che ha fatto ieri al Quirinale riconsegnano un centrodestra disponibile a garantire un'«ordinata conclusione». Significa approvazione della legge di Stabilità e forse qualche altro provvedimento, con un occhio ai due vertici europei in programma a metà dicembre e a metà febbraio del 2013: anche se in occasione del secondo le Camere saranno già state sciolte.
L'ipotesi sempre più probabile è che si voti per le politiche il 10 e 11 marzo. Forse negli stessi giorni ci saranno le elezioni regionali in Lombardia e Molise. Ma nel Lazio travolto dagli scandali della giunta di Renata Polverini le urne saranno aperte il 3 e 4 febbraio, come il Pdl temeva e ha cercato di evitare. Ma nonostante l'atteggiamento formalmente rispettoso nei confronti del presidente del Consiglio, ieri il segretario del Pdl, portavoce delle istanze berlusconiane, Angelino Alfano, ha confermato che per il Cavaliere l'esperienza del governo dei tecnici è chiusa. Non ci sarà ancora crisi, ma il maggior partito della maggioranza ha già un piede fuori. E dai toni ostili alla politica economica e al rapporto di Monti con l'Europa lascia indovinare una campagna elettorale non troppo dissimile da quella leghista.
D'altronde, l'ex ministro dell'Economia di Berlusconi, Giulio Tremonti, si è già alleato col Carroccio e ha cominciato ad attaccare Palazzo Chigi e, indirettamente, la Bce. Il ricongiungimento del defunto «asse del Nord» su posizioni di questo tenore non può essere escluso. Obiettivo: tentare una spericolata operazione di autoassoluzione per la sottovalutazione della crisi economico-finanziaria che ha portato alle dimissioni del governo Berlusconi nel novembre del 2011; e tentare di convincere l'opinione pubblica che «si stava meglio quando si stava peggio», scaricando su Monti tutte le responsabilità di problemi ereditati e non provocati; anzi, parzialmente risolti.
Con un filo di ironia, ieri il presidente del Consiglio è entrato alla Scala di Milano commentando: «Il Re Sole si è un po' allontanato da me». E le parole sono state viste come un'allusione allo smarcamento di Berlusconi. Ma la sensazione è che, con la sua accelerazione, il Cavaliere-Re Sole si sia allontanato da diverse realtà; e forse che sia accaduto anche il contrario. Sembra che nel Partito popolare europeo la prospettiva di un Pdl avviato a una campagna elettorale anti-Monti, e dunque anti-Ue, sia guardata con preoccupazione; e con domande crescenti sull'omogeneità dei partiti che ne fanno parte. Fra Cei e Vaticano, rimbalzano voci di un'irritazione quasi unanime per lo strappo contro il governo dei tecnici: bastava scorrere le pagine del quotidiano Avvenire di ieri, o ascoltare Tv2000, l'emittente dei vescovi.
Il dito, però, non è puntato solo su Berlusconi ma anche su Alfano, che fino a pochi giorni fa aveva escluso ai propri interlocutori ecclesiastici la ricandidatura del Cavaliere e garantito lo svolgimento delle primarie. Il timore palpabile è che l'operazione si dimostri un elemento di divisione e alla fine di sconfitta per i moderati, delusi da tempo dal centrodestra e a caccia di nuovi interlocutori. Probabilmente è vero che chiudere la stagione berlusconiana senza un passaggio elettorale era impensabile. Ma farlo in queste condizioni non prepara una transizione indolore e una maturazione del sistema politico. Piuttosto, ingessa alleanze che sopravvivono a se stesse in entrambi gli schieramenti; e una leadership del centrodestra che si ripropone stancamente all'elettorato, zavorrata non solo dai processi ma soprattutto dai magri risultati ai quali ha tentato di porre rimedio Monti.

Corriere 8.12.12
Stefano Passigli: «L’election day va contro l'equilibrio tra i poteri»


ROMA — «Anche se fissato ad aprile, in congiunzione con le politiche, l'election day va giudicato negativamente». Stefano Passigli — ex parlamentare, ordinario di Scienza della politica — va oltre il dibattito domestico sul risparmio, che scaturirebbe dall'accorpamento delle elezioni politiche e di quelle regionali, e prova a gettare lo sguardo oltre confine: «Nei sistemi democratici, l'election day non viene praticato perché conduce a concentrazioni di potere fondamentalmente lesive del principio dell'equilibrio tra i poteri. Non è un caso che il Senato degli Stati Uniti si rinnovi per un terzo ogni due anni, e non per intero contemporaneamente all'elezione del presidente, proprio per evitare che legislativo ed esecutivo vengano eletti contemporaneamente. E anche in Germania, le elezioni nei vari Lander avvengono in date diverse, come in Francia, Spagna e Inghilterra le elezioni amministrative non avvengono
in contemporanea alle politiche».
La soluzione, conclude Passigli, sarebbe quella di tenere ben distinte le due tornate elettorali: «Prima le regionali e poi, a scadenza naturale, le politiche. Altrimenti, nel caso che il Pdl ottenesse uno scioglimento anticipato delle Camere, si aprirebbero due scenari: il primo costringerebbe Napolitano a designare, nonostante le sue riserve, il nuovo governo. Il secondo, obbligherebbe l'attuale Presidente a dimissioni anticipate (come fece Cossiga) che però verrebbero lette all'estero come un fattore di instabilità».

Corriere 8.12.12
«Leali sì, non fessi». Perché il Pd si oppone a posticipare il voto
di Maria Teresa Meli


ROMA — «Leali sì, fessi no»: Pier Luigi Bersani non è disposto a farsi mettere all'angolo per tre mesi da Berlusconi in campagna elettorale. E lo ha detto, con pacatezza e altrettanta fermezza, a Giorgio Napolitano: «Non si può pensare di andare avanti con il tiro al piccione, con noi che reggiamo sulle nostre spalle i provvedimenti del governo Monti e il centrodestra che ci spara addosso».
Perciò il segretario del Partito democratico ha chiesto al presidente della Repubblica di «richiamare il Pdl al senso di responsabilità». Altrimenti, tanto vale chiudere la legislatura un secondo dopo aver approvato la legge di Stabilità. Il capo dello Stato ha obiettato che ci sono ancora provvedimenti da mandare in porto, oltre alla legge di Stabilità. E che si è «comunque aperto uno spiraglio per la legge elettorale». Ma il leader del Pd è stato fermo: «La legge di Stabilità è un conto, però non si può pensare di varare altri provvedimenti con un governo sostenuto soltanto da noi e dall'Udc. Quanto alla legge elettorale, io non mi fido del Pdl: non c'è un solo interlocutore credibile in quel partito».
Di fronte a un'ulteriore ipotesi di slittamento delle elezioni politiche dal 10 al 17 marzo, i vertici del Partito democratico hanno opposto la loro contrarietà. E Bersani ha spiegato: «Non lo facciamo per calcoli di bottega, ma secondo noi non conviene neanche a Monti restare sulla graticola per troppo tempo, perché così rischia di bruciarsi. Tanto meno giova al Paese». E dopo l'incontro al Quirinale, il segretario, parlando con i suoi è stato ancora più esplicito: «Berlusconi è entrato in campagna elettorale e da ora alle elezioni contrasterà la politica del governo, non possiamo essere gli unici a pagare il prezzo dell'impopolarità delle misure da varare».
Insomma, non si può andare avanti con il Pdl «che ha mano libera e può fare quello che vuole mentre noi ci limitiamo a fare i soldatini». Per carità, questo non è un atteggiamento di sfiducia nei confronti di Monti: «Noi siamo leali e responsabili e da questo punto di vista il nostro atteggiamento non cambierà, anche perché siamo convinti che l'esperienza di Monti non possa essere archiviata, però c'è un limite a tutto». Ma l'atteggiamento imperturbabile di Monti non piace al Partito democratico. Il premier manda a dire: «Io sono stato chiamato per fare questo lavoro, non ho chiesto niente a nessuno, toccherà a Napolitano valutare la situazione». Il che significa: le richieste dei partiti non mi toccano. Già, ma quelle del Pdl toccano il Pd, eccome se lo toccano.
Nel frattempo Berlusconi va avanti come un treno, benché stia perdendo pezzi e consensi. Compulsa i sondaggi, che non sono entusiasmanti e che però danno in calo anche il centro. «Quelli imploderanno», dice ai suoi tutto soddisfatto e ancora indispettito perché Casini non ha aperto neanche uno spiraglio. L'ex presidente del Consiglio è convinto che i voti del centrodestra «non andranno mai all'Udc»: è più probabile che i delusi scelgano l'astensionismo. E, comunque, spiega ai compagni di partito: «Se ci muoviamo ora, contrastando Monti senza però arrivare alla rottura e alla sfiducia, riusciamo a intercettare l'insofferenza che c'è nel Paese e nella maggior parte del nostro elettorato. Altrimenti il rischio è che quelli che erano i nostri consensi vadano a Grillo».
Ma Berlusconi sa anche che le cancellerie di mezzo mondo sono in attesa di capire che cosa succederà in Italia e non vuole passare per «irresponsabile e sfascista». Per questa ragione non sfiducerà il governo Monti: «Non c'è bisogno di arrivare a tanto perché so bene che in questo caso mi sparerebbero tutti contro, accusandomi di ogni nefandezza: stanno solo aspettando di potermi cogliere in fallo. Ma noi non puntiamo alla chiusura traumatica di questa legislatura: nessuno ci potrà accollare questa colpa. Però è chiaro che l'esperienza del governo Monti, di fatto, si è chiusa. Bisogna che tutti prendano atto che si è concluso un ciclo». E se ne avvia un altro, secondo Berlusconi, che vede il Pdl pronto a riaprire il dialogo con la Lega. Non a caso, l'altro ieri, l'ex presidente del Consiglio ha confidato le sue intenzioni «bellicose» a Roberto Maroni, prima di renderle pubbliche.

Corriere 8.12.12
Renzi organizza il movimento. E vede lo stratega di Obama


MILANO — La cosiddetta cena delle Cayman? Matteo Renzi (in parte) l'ha sconfessata. Però, giovedì sera, ha pensato di potersi permettere un altro attovagliamento illustre. E così ha cenato con Jim Messina: faccia a faccia al ristorante «Cibreo». Il sindaco di Firenze, nel locale dello chef Fabio Picchi (convertitosi da poco al «renzismo»), ha incontrato il capo della campagna elettorale di Barack Obama, in uno dei locali più noti della città. Due ore passate a tavola nel corso delle quali Renzi e Messina si sono confrontati soprattutto sui temi della comunicazione politica. Anche stavolta a fare da tramite è stato l'amico e consigliere di sempre, Marco Carrai, lo stesso che pure stabilì i contatti con il finanziere Davide Serra. Sembra che Renzi abbia chiesto a Messina non pochi consigli sulla comunicazione politica, tema a lui molto caro e sul quale il sindaco crede che avrebbe potuto fare meglio durante la campagna per le primarie Pd, appena persa contro Pier Luigi Bersani. E chissà se il Rottamatore, durante la cena è riuscito a mettere un piccolo mattoncino per la futura visita di Barack Obama a Firenze, sogno che Renzi rincorre da ormai tre anni. Il guru statunitense, artefice del difficile successo su Romney nella corsa alla Casa Bianca, si trovava in città per un incontro alla New York University, che ha sede nella prestigiosa Villa La Pietra. E lo stesso Messina, durante il dibattito, ha ricordato diversi aneddoti, come quello della prima chiamata: «Anni fa mi chiesero: vuoi lavorare con Barack? E io risposi: Barack chi?». Intanto il Corriere fiorentino ha intervistato Giuliano da Empoli, l'architetto del programma di Renzi. Che ha spiegato come sta organizzando la nascita di un movimento di opinione capitalizzando il consenso nato intorno al sindaco di Firenze: «Con la vittoria di Bersani sono stati rivitalizzati gli zombie. Ma noi siamo pronti a continuare, sfruttando il patrimonio che si è creato anche con l'attivazione di comitati, internet e idee. Ecco perché ora serve un movimento, con Renzi». Poi ha ammesso: «Sì, abbiamo commesso degli errori, per esempio la sospensione della rottamazione».

Repubblica 8.12.12
Il Cavaliere chiama la sua guardia armata
di Carlo Galli


UN’AVVENTURA che si ripropone, una vicenda personale che ancora una volta pretende di diventare un brano di storia patria. La ridiscesa in campo di Berlusconi ha un evidente sentore di déjà vu, la fisionomia di una coazione a ripetere. È uno stanco attore sul viale del tramonto.
E recita ancora il suo cavallo di battaglia, che un tempo era l’insegna della sua ascesa e oggi lo è del suo declino: la chiamata a raccolta degli italiani in una situazione di rischio, l’appello populista alla pancia del Paese per scatenare la mobilitazione regressiva, il rinculare di massa davanti a un ostacolo, a un passaggio difficile.
Lo fece nel 1994, quando gli elettori in libertà del pentapartito trovarono nella neonata Forza Italia una nuova casa accogliente, nella quale darsi con ancora maggiore convinzione agli stessi antichi vizi che avevano coltivato negli anni terminali delle Prima repubblica; e lo fa oggi, dopo che l’ultima delle sue creature politiche, il Pdl, era sul punto di collassare davanti alla prova-Monti. La prova della comune responsabilità, della politica orientata, per una volta, a qualcosa che assomiglia a un progetto collettivo (per quanto correggibile e modificabile) e non a un interesse individuale del leader.
Davanti a una prova politica il partito della destra italiana vacilla, barcolla, va in fibrillazione; perde pezzi del ceto dirigente e dell’elettorato, dimostra di non essere un partito ma un insieme di problemi, di velleità, di ambizioni, di paure. Uno strumento inservibile, tanto per i moderati quanto per il fondatore-padrone. Che se lo riprende, constatandone la debolezza e la divisione interna, per rifarlo nuovo – dopo avere perfino pensato di farne nascere un altro –; cioè per rifarlo vecchio, del tutto personale, del tutto privo di dialettica politica interna, del tutto fungibile e disponibile per i propri interessi.
Che sono, nell’ordine: bloccare il decreto legislativo sulla non eleggibilità dei condannati; entrare in campagna elettorale (la cosa che sa fare meglio) e legittimamente (così crede) sottrarsi alle fasi finali del processo Ruby; bloccare la riforma della legge elettorale per avere in mano il partito (nominando i parlamentari) e trasformarlo in una sorta di granitica guardia del corpo personale; puntare al colpaccio del pareggio (o quasi) al Senato (come nel 2006) o in ogni caso garantirsi una sorta di atterraggio morbido come esito non traumatico del proprio declino. Il tutto attraverso un pauroso indebolimento del governo, che non nasce tuttavia dall’apertura di un diverso orizzonte politico ma risponde semmai all’esigenza di lucrare consensi, di giocare con l’esasperazione dei cittadini, di sfruttare la rabbia (giustificata) degli italiani per la crisi, per la recessione, per la disoccupazione, per l’Imu, per le tasse, per l’assenza di prospettive di ripresa. E scommettendo sul fatto di riuscire a trasformare questo diffuso malessere in ribellione, guidata proprio da colui che dell’impreparazione dell’Italia, dei dieci anni perduti, è largamente corresponsabile. Scommettendo insomma sul fatto che gli italiani nella ricerca del “colpevole” si fermino al medico (non infallibile, certo) e non risalgano alla malattia, che nel mirino del loro rancore inquadrino Monti e non Berlusconi.
Tutto è possibile, naturalmente, anche se improbabile; è possibile che gli italiani si lascino sedurre da una campagna anti-euro, da una ritrovata vena “sociale” del miliardario, dalla prospettiva del ritorno alla lira e alle svalutazioni competitive. E per evitare questo esito grottesco prima ancora che infausto, questa nuova disastrosa fuga di massa nei dorati giardini dell’illusione, sarà bene che le forze politiche di centrosinistra e di centro moderato sappiano prendere sul serio la nuova (vecchia) discesa in campo: che non lascino a Berlusconi il monopolio della gestione del disagio sociale, e lo assumano anzi come questione-chiave dell’agenda politica, ma sappiano declinarlo senza rabbia e senza irrazionalità; e che capiscano che il tema conduttore della campagna elettorale da oggi non è più la contrapposizione fra montismo e antimontismo di sinistra (vero o presunto), ma fra forze responsabili e forze irresponsabili, fra un fronte – variegato e articolato fin che si vuole – che va dall’Udc a Vendola, da una parte, e, dall’altra, l’accoppiata dei competitor che si muovono sul medesimo terreno e sulla medesima lunghezza d’onda, dei due attori che si contendono lo stesso pubblico: Berlusconi e Beppe Grillo.
Di emergenza in emergenza, dunque; da quella, economica, che ha investito il governo Monti a questa, politica ed etica, di una perenne mistificazione (suadente o urlante, secondo i casi e secondo i diversi accompagnatori del solista principe) e di un eterno cinismo che offre un’altra mela avvelenata a un Paese che si presume popolato da eterni immaturi. Insomma, di un passato che non vuole passare.

Repubblica 8.12.12
Tra risparmio e rinuncia ecco l’Italia del Censis
di Guido Crainz


COS’È accaduto al Paese in un anno, come quello che si va a concludere, dominato dal “problema della sopravvivenza”? Come ha reagito a una crisi “perfida”, alimentata da “fenomeni enormi” (dalla speculazione internazionale alle difficoltà dell’Europa)?
Ma anche da “eventi estremi” (le dinamiche dello spread e il pericolo di default) e da una progressiva crisi della sovranità, non solo in Italia? Queste domande scandiscono fin dall’inizio il rapporto annuale del Censis, e vi è sullo sfondo la consapevolezza delle drammatiche condizioni di partenza: occorre “guardarci dentro con severità”, aveva annotato il rapporto del 2011, per porre fine al “disastro antropologico” degli ultimi anni, ad una lunga confusione ed impotenza di governo, e ad un deperire che ha riguardato sia la nostra realtà che la nostra immagine internazionale. Aveva poi aggiunto, evocando l’insediamento appena avvenuto del governo Monti: sul piano politico e istituzionale qualcosa si è mosso, occorre ora prestare attenzione alle dinamiche sociali di un Paese che appare stanco, quasi incapace di “desiderio”.
Oggi il Censis pone al centro non tanto l’assenza di reazioni istituzionali e sociali di fronte ai “tempi cattivi” quanto la divaricazione fra questi due livelli. La distanza cioè fra la strategia di rigore del governo – non puramente “tecnica” ma anche “politicamente straordinaria” – e le “affannose strategie di sopravvivenza” dei cittadini, non coinvolti sino in fondo dall’operare delle istituzioni. L’agire politico, in altri termini, “non ha avuto lo spessore per generare forza psichica collettiva”, e “non è scattata la magia dello sviluppo fatto da governo e popolo”: ma senza questa “magia” è difficile immaginare una vera ripresa. Ed è difficile scongiurare gli opposti e speculari rischi del “maturare di poteri oligarchici” e di un populismo gonfio di rancore.
A confermare la necessità di un’inversione di tendenza concorrono i dati sulla percezione della crisi e delle sue cause: con la corruzione politica al primissimo posto, seguita a distanza sia dal debito e dagli sprechi pubblici sia dall’evasione fiscale (e meno diffuse sembrano poi essere le pulsioni anti-europee). Né lo “slittamento etico” coinvolge solo i partiti, ma sembra progressivamente allargarsi a parti crescenti del corpo sociale. Di fronte alla crisi, infine – e alla crisi della politica – la rabbia sembra il sentimento prevalente, mentre paura e senso di frustrazione appaiono più diffusi della volontà di reagire (pur nel crescere di forme di protesta, soprattutto fra i giovani).
Si passi poi dalla percezione della crisi ai dati reali, e si scorrano quindi le cifre relative alle divaricazioni sociali e all’impoverimento complessivo, con un reddito medio della famiglie sceso negli ultimi anni sino ai livelli del 1993. Con pesanti segnali di “smottamento” dei ceti medi, particolarmente accentuati nelle fasce più giovani. Con preoccupanti indicatori generali, relativi alle dinamiche e alla qualità dei consumi, e con alcuni squarci più specifici (negli ultimi due anni, ad esempio, quasi due milioni e mezzo di famiglie hanno venduto oro e altri oggetti preziosi).
Eppure la crisi ha segnato in profondità il Paese ma non lo ha piegato. Qui – secondo tradizione e vocazione – lo sguardo del Censis si rivolge più decisamente alla società e tenta di scandagliarne più da presso i comportamenti, le pulsioni, le opzioni. E registra così le “tre R”, risparmio, rinuncia, rinvio, ma non anche la quarta, e cioè rassegnazione. Nel sobbollire di elementi negativi, osserva infatti il rapporto, “i tempi cattivi avrebbero potuto diventare pessimi” se non fossero intervenute dinamiche sociali significative, “spinte di sopravvivenza” articolate e differenziate: esse rinviano da un lato a tratti precedenti della nostra storia (dal ruolo della famiglia alle solidarietà sociali e territoriali), e dall’altro alla capacità di sperimentare in modo flessibile e intelligente vie nuove, di trovare posizioni e collocazioni inedite. Con una crescente propensione alla dimensione internazionale sia sul terreno degli studi che su quello del lavoro. E con il modificarsi dei percorsi formativi – in rapporto stretto con le dinamiche dell’occupazione – o delle strategie micro-economiche ed economiche messe in atto.
Su questo terreno il Censis sembra talora intrecciare gli auspici e le speranze alle analisi disincantate, ma appare però convincente l’asse generale del rapporto. Risulta fondata, in altri termini, la preoccupata sottolineatura della divaricazione fra l’agire delle istituzioni e un Paese seriamente provato ma ancora capace di reagire. Ed è fondatissima l’esigenza di tenere insieme “il rigore istituzionale e la popolare voglia di sopravvivenza”. La riflessione sulle politiche messe in atto e su quelle da mettere in cantiere non può che partire da qui.


Corriere 8.12.12
Grillo, c'è un caso votanti «Erano solo in 30 mila»
Il comico: gli iscritti scriveranno il programma


MILANO — L'alba del giorno dopo ha i contorni di un orizzonte vicino, che non si vede l'ora d'afferrare. Almeno, questa è l'alba dei Cinque Stelle all'indomani dell'esito delle Parlamentarie. Terminate le votazioni, si guarda già alle idee: «Nel 2013, prima delle elezioni, tutti gli iscritti con documenti certificati potranno partecipare alla stesura online del programma», annuncia via Twitter Beppe Grillo. Il leader politico del movimento ha ribadito ancora la sua soddisfazione per l'esito della consultazione, in particolare per il successo delle quote rosa — «Netta affermazione delle donne alle Parlamentarie del M5S: su 31 capilista 17 sono donne, il 55%» — e sul blog ha lanciato contemporaneamente un sondaggio sull'abolizione del denaro contante.
Il risultato delle primarie, a cui hanno preso parte 1.400 candidati in 31 circoscrizioni, sembra riunire le diverse anime del movimento. Soddisfatto del risultato anche il dissidente Giovanni Favia: «Faccio fatica a trovare le parole per l'immensa gioia che provo. Non ho ancora visto i risultati nel resto d'Italia, ma in Emilia-Romagna questa valanga rosa mi fa emozionare», scrive nella notte su Facebook. Poi precisa: «Giulia Sarti è la candidata al Parlamento più votata d'Italia. I votanti in Emilia-Romagna sono stati 1.774, numero di poco inferiore rispetto quello dei partecipanti alle nostre riunioni semestrali lungo la regione, dove rimettiamo il mandato nelle mani della base».
Proprio sul numero dei votanti, però, ci sono state ipotesi e proteste da parte dei militanti. «Ragazzi, che brutta figura — scrive un grillino sul sito dello showman — 95.000 voti a tre preferenze per votante significa solo 32.000 persone che hanno votato». Un calcolo condiviso anche da Valentino Tavolazzi: «Fatte le dovute operazioni (100 mila diviso tre - assenteismo), viene un risultato che potrebbe essere inferiore a 30 mila votanti». Che poi attacca: «Dunque la montagna, le Parlamentarie, ha prodotto un topolino. Mi aspetto campagne del Pd per affermare l'agognata supremazia sul M5S nella partecipazione democratica alle primarie».
Sul blog ieri sono stati messi online i risultati, con il relativo link a tutti i candidati in Parlamento, divisi per circoscrizione. Ogni potenziale onorevole con nome, cognome, età e foto. Grillo, intanto, ha già preso un impegno: «Rifiuteremo i 100 milioni di euro di soldi pubblici che ci arriveranno quando andremo in Parlamento».
E. Bu.

Corriere 8.12.12
Candidati grillini. Quanti parenti
di Emanuele Buzzi


I candidati alle elezioni del Movimento 5 Stelle ora hanno nomi e cognomi. Ma a gettare un'ombra sul risultato delle «Parlamentarie», le selezioni via web, c'è un post su Facebook: «Parentopoli e paracadutati all'ultimo minuto in politica non sono cose da Movimento 5 Stelle». In effetti, scorrendo le liste dei candidati, non sono pochi i legami affettivi o familiari

MILANO — L'identikit non è semplice: svolgono le professioni più disparate, sono in maggioranza donne e in molti casi ventenni o trentenni. Tra loro, però, secondo accuse che spuntano sulla Rete, c'è anche qualche parente di troppo. Parliamo dell'esercito dei Cinque Stelle che prepara le truppe e punta su Roma. Disoccupati, insegnanti, avvocati, casalinghe, impiegati. Le file dei candidati ora hanno nomi e cognomi. Ognuno con una storia alle spalle.
Si va dall'assistente dello scenografo Emanuele Luzzati al ricercatore della Nasa, passando per molti, moltissimi giovani. Ci sono i grillini della prima ora come Vito Crimi o Riccardo Nuti, ma anche qualche new entry. In Piemonte, forse, ci sarà un senatore No Tav: si tratta di Marco Scibona, che già faceva parte dello staff del gruppo consiliare grillino piemontese. Ma la vera novità è rappresentata dalla valanga rosa, che conquista il 55% dei posti in lista. «Noi donne abbiamo una marcia in più», commenta Arianna Spessotto, ventisettenne, trionfatrice in Veneto. Un bel salto per lei, senza lavoro, e ora prossima a sbarcare in Parlamento: «Sono agitata, devo ancora elaborare». E poi spiega: «Sono disoccupata da tre mesi, ho una laurea in economia e alcune esperienze a tempo determinato alle spalle, oltre a quattro stage che non mi hanno portato da nessuna parte». Lavora e studia, invece, Dalila Nesci, 26 anni, giornalista pubblicista, futura capolista in Calabria: «Mi sto laureando in giurisprudenza, ma al momento lavoro al Tropea Festival». Anche per lei un eventuale approdo a Montecitorio sarebbe «una grande emozione, felicità, ma anche un forte carico di responsabilità per quello che dovremo fare». Tanto che quasi si ritrae: «Noi candidati siamo solo portavoce delle idee del movimento».
Chissà se le quote rosa grilline contribuiranno a togliere al movimento l'etichetta di machista legata al caso Salsi. «Sono state polemiche strumentali, non sono mai stata discriminata per il mio essere donna» dichiara Donatella Agostinelli, 38 anni, prima nelle Marche. E guarda ai prossimi impegni: «Sono serena, ma la campagna elettorale è tutta da costruire. Di cosa mi vorrei occupare? Mi sono spesa in passato per la tutela dell'ambiente, mi piacerebbe riportare al centro del dibattito politico i beni comuni». Per adesso, sul web ha fatto molto discutere il risultato di una donna, Laura Castelli, molto vicina al consigliere regionale piemontese Davide Bono. Ma a gettare un'ombra sul risultato complessivo delle Parlamentarie è un post di Gino Camillo, che su Facebook contesta la vittoria di Yvonne De Rosa nel Vecchio Continente. «Non riesco a capire come possa risultare la prima eletta nella circoscrizione Europa — scrive — dato che si è iscritta al MeetUp di Londra solo il 6 novembre 2012 e che prima di questa data era venuta a un solo MeetUp il 19 ottobre per accompagnare il suo ragazzo Roberto Fico (primo tra i candidati nella circoscrizione Campania 1 e volto storico dei grillini, ndr)». E attacca: «Parentopoli e paracadutati all'ultimo minuto in politica sono cose che fanno i partiti. Non il Movimento 5 Stelle».
In effetti, scorrendo le liste dei candidati non sono pochi i legami affettivi o familiari. In Sicilia corre Azzurra Cancelleri, sorella di Giovanni — eletto all'Ars e candidato grillino alla presidenza della Regione —, con un passato nello staff di Sonia Alfano (europarlamentare idv, candidata con gli Amici di Beppe Grillo nel 2008). In Liguria sarà capolista Cristina De Pietro, sorella del consigliere comunale genovese Stefano. In Lombardia, passa le forche caudine delle primarie Tatiana Basilio, mentre difficilmente sarà in lista il marito (anche lui alle Parlamentarie) Simone Ferrari. Al Senato potrebbero arrivare in coppia dalla Puglia Maurizio e Tiziana Buccarella, fratello e sorella, primo e quarta in lista per Palazzo Madama. Ma proprio Maurizio, il più votato in regione, rigetta l'idea di una parentopoli grillina: «Io mia sorella non l'ho votata — assicura —. Anzi, non si è votata neppure lei. Non c'è nessun familismo perché nessuno può nominare nessuno, nessuno può manovrare il voto: nel movimento non ti candidi, ma ti candidano». Sarà. Però c'è anche chi pur avendo tutti i requisiti non è scesa in campo. Come Cinzia Piastri, moglie del sindaco di Parma Federico Pizzarotti.
Emanuele Buzzi

il Fatto 8.12.12
Primarie 5 stelle senza trionfo. Si vince con 100 preferenze
Alle Parlamentarie hanno partecipato solo 32 mila iscritti
di Emiliano Liuzzi


Il sipario si è chiuso, la prossima partita si chiama Roma, destinazione Montecitorio, anche se alcuni interrogativi restano non risolti. Possono Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio parlare di trionfo per il primo esperi-mento al mondo di primarie on line a costo zero? Il leader del Movimento 5 stelle si limita a parlare di successo. “L'abbiamo visto più entusiasta in altre occasioni”, dicono dallo staff.
Novantacinquemila voti vuol dire poco più di trentamila votanti. Tutto e niente, visto che non sappiamo quanti siano gli iscritti al Movimento. Circa centomila, secondo fonti ufficiose datate 2011. Parlare con Casaleggio, l'uomo che attraverso la sua società gestisce il sito, è esercizio impossibile.
SE FOSSERO numeri confermati vorrebbe dire che buona parte dei potenziali elettori non ha inserito il documento nei tempi previsti, entro il 30 settembre. Requisito indispensabile per poter partecipare alle consultazioni. E così, ieri, tra gli attivisti il tempo dell'entusiasmo per le nuove liste ha lasciato presto spazio alle riflessioni. Fabio Alemagna, candidato in Campania, posta le sue considerazioni del day after su Facebook e scrive: “Hanno votato poche persone, in Campania circa 700. E su una popolazione di 3 milioni di persone circa, mi viene il sospetto che sia un numero piccolo”. Tra i capilista spicca la candidata della Liguria, Cristina De Pietro, sorella del consigliere comunale a 5 stelle di Genova Stefano De Pietro. In Emilia Romagna, regione serbatoio di consensi per i 5 stelle, i risultati sono più corposi, ma comunque lontani anni luce dalle grandi cifre: in tutto hanno votato quasi 1800 persone. La capolista – se si andrà a votare col porcellum – sarà Giulia Sarti, 26 anni: con 372 preferenze è quella che ha raccolto più consensi in Emilia Romagna. Se si parlasse il linguaggio della vecchia politica avrebbe almeno un posto da capogruppo. La ragazza – laurea in giurisprudenza, spigliata e decisa. È impegnata soprattutto nelle associazione per la legalità. Ma può contare comunque su 372 preferenze, poche, pochissime.
Il caos di queste ore, diviso tra entusiasmo e moderato pessimismo, ha dato l'assist al consigliere regionale dell'Emilia Romagna, Giovanni Favia per rivendicare la validità delle sue assemblee semestrali: “Alle riunioni ci sono più persone”.
Dunque, se è vero che il bacino elettorale delle elezioni non corrisponde agli iscritti di un singolo partito, è anche vero che alle Parlamentarie sembra abbiano votato i militanti più impegnati sul territorio. Gli habitué delle assemblee e dei banchetti, insomma. Ma non è solo l'affluenza a deludere i militanti. A giochi chiusi molti rivendicano maggiori dettagli sulle operazioni di spoglio dei voti.
“Mi sarei aspettato, al momento del voto, di vedere il numero dei votanti complessivi e il numero di voti presi per il candidato votato”, commenta un simpatizzante sul blog di Grillo. “Chi controlla? ”. Perplessità basate anche sui problemi tecnici incontrati più volte durante i quattro giorni. Come conferma lo stesso Grillo, la piattaforma per le votazioni è stata bersagli di attacchi. Pirati informatici sono entrati in azione anche giovedì, nell'ultimo giorno disponibile per partecipare, impedendo l'accesso al sito per alcuni minuti. “Abbiamo hacker dappertutto, siamo di fatto sotto attacco”, ha detto
NESSUNA parola sulle lamentele degli esclusi dell'ultimo minuto, come il bolognese Alessandro Cuppone, depennato a poche ore dal voto. Solo la soddisfazione per le liste di nomi, in cui spiccano 17 donne alla guida. Oltre la metà. Molte hanno meno di 30 anni, sono laureate e si sono guadagnate un posto a suon di clic. In Piemonte l'esito del voto ha premiato Fabiana Dadone, avvocato di 29 anni, e Laura Castelli, classe 1986. Per il Senato correrà anche Paola De Pin, già candidata sindaco a Fontanelle, in provincia di Tre-viso. Alberto Zolezzi, 38 anni, è medico e candidato in Lombardia. Con lui Vito Claudio Crimi, 40anni, e Paola Carinelli, 32 anni. Nel Lazio vincono Massimiliano Bernini, insegnante precario di 37 anni, e l'impiegata Federica Daga. La Sicilia incorona il 31enne Riccardo Nuti, già candidato sindaco a Palermo, e il medico No Triv Giulia Grillo. E ancora: Cristina De Pietro, 55 anni, avvocato è prima in Liguria, mentre in Toscana ha la meglio l'avvocato Alfondo Bonafede, ex candidato sindaco a Firenze. Roberto Fico con 228 voti è capolista in Campania, la psicologa 37 enne Tiziana Ciprini guida la lista in Umbria, e l'avvocato Francesca Businarolo in Veneto.

il Fatto 8.12.12
Servizio pubblico. Le 20 domande
Chiedi a Casaleggio e al massimo risponde il portiere
di Giulia Innocenzi


Hai delle domande legittime da porre a Grillo e a Casaleggio? Se sei fortunato per il primo puoi sperare di essere ricevuto dal giardiniere, per il secondo dal portiere. È quello che è successo a me quando ho cercato di ottenere risposta alle 20 domande sulle parlamentarie del M5S che da giorni circolano sulla rete. Domande che mettono in discussione la legittimità stessa di queste elezioni: “Come si pensa di garantire la trasparenza nelle votazioni? Chi certificherà che il conteggio sarà corretto? Nel caso di ricorsi chi e come deciderà?” E poi i soldi che plausibilmente finiranno nelle tasche di Casaleggio, clausola che tutti i candidati hanno dovuto sottoscrivere: “Quale sarà la ‘struttura di comunicazione’ destinataria dei fondi del gruppo parlamentare?”. Anche gli attivisti sembrano subire lo stesso trattamento riservato ai giornalisti. Lorenzo Andraghetti e Alessandro Cuppone, grillini bolognesi esclusi dalle parlamentarie senza motivi riconducibili al regolamento, non hanno ancora ricevuto una risposta. Per questo hanno deciso di parlare alle telecamere di Servizio Pubblico, scelta coraggiosa per chi ha un leader che osteggia la tv e soprattutto i talk show. Andraghetti ha perso le speranze, ma spera che i suoi compagni di viaggio, “quattro anni di banchetti, sudore e passione”, chiedano con forza una risposta, o almeno delle scuse. Ma aldilà di queste parlamentarie un problema c'è, come dice lo stesso Andraghetti: “Grillo fa le regole , le fa eseguire e le controlla. Mi rifaccio a Montesquieu: ci vorrebbe la separazione dei poteri”. La sensazione di molti è che una volta ottenuti 100 parlamentari “Grillo non potrà più disattivarti con un click”, perché ci sarà un gruppo pronto a portare le istanze “dal basso verso l'alto”. Grillo sarà disposto a raccogliere queste istanze? Ma soprattutto, è vero che una volta entrati in Parlamento niente sarà più come prima se, come recitano le condizioni di accettazione della candidatura, “le risorse del gruppo parlamentare [andranno] a una struttura di comunicazione [...] su designazione di Grillo”, i parlamentari dovranno “evitare la partecipazione ai talk show” e non si formeranno figure di riferimento, visto che i capigruppo cambieranno ogni 3 mesi? Tradotto: Grillo rimarrà il detentore della comunicazione e del rapporto con l'esterno. Per quanto riguarda l'interno, invece, nel video per proclamare i risultati delle parlamentarie è stato molto chiaro: “Se uno si lamenta non fa parte culturalmente del M5S”. Men che meno merita una risposta.

il Fatto 8.12.12
Vendetta di Panorama, Buttafuoco “licenziato”
di Malcom Pagani


Non posso neanche farmi forte di crediti di martirio, ma mi rendo conto di essere stato licenziato da Panorama. A Giorgio Mulè dico grazie per avermi sempre dato libertà di scrivere. Ma altrove. Sul Foglio sono stato libero di immaginare. A Repubblica interessava il mio punto di vista. Non riesco a dire altrettanto di Panorama”. Pausa. “Se avessi scritto un pezzo sul campionato di calcio o sul centrosinistra non sarebbe successo nulla. Invece qualcosa è accaduto. E adesso ho un problema. Sulla pelle dei miei figli. E sulla mia”. Pietrangelo Buttafuoco, viaggiatore senza ancore, pensatore dell’azzardo intellettuale tra le linee, è in trincea. Ha scoperto che a navigare tra i “destrutti”, si rischia la destrutturazione. Il suo alfabeto del berlusconismo tramontante, finissimo lemmario di volti, bassezze e spettacoli d’arte varia messo in prima pagina da Repubblica il 4 dicembre, gli ha fatto perdere in 24 ore collaborazioni antiche e recenti. Una letteraccia di Previti, buon amico di Mulè, al quotidiano di Mauro. Il permesso scritto per collaborare con Rep revocato in un amen. Un pasticciaccio brutto di politica al sapor di rappresaglia. Da tre giorni, in coincidenza con “i destrutti”, i lettori del Foglio di Ferrara hanno visto scomparire il “ riempitivo” dello scrittore siciliano dalle pagine del giornale. L’elefantino, a metà pomeriggio, la mette giù piana: “È una questione di esclusiva, dipende dal direttore di Panorama. Vedremo”. Mulè è più loquace e nega che la ragione dello strappo si annidi nel ballo semantico di Butta-fuoco danzato su Repubblica (“L’unica eredità lasciata da Berlusconi, alla fine, è quella della destra distrutta”): “Sa come sono stato con lui? Un direttore laico, moooltooo elastico. Fa ridere la sola ipotesi della censura tematica. A Pietrangelo , con cui ho un rapporto amicale, ho permesso di collaborare a qualunque impresa. La7, Rai 5, il Foglio, i siti. Gli ho concesso persino la deroga per scrivere sul giornale che agli occhi di chi ci dipinge come schiavi del cavaliere, dovrebbe essere dalle parti del demonio”. Però c’è un però. “Bisogna onorare i patti. Aveva un limite: poteva occuparsi di cultura e spettacoli. Per tutto il resto avrebbe dovuto avvertirmi. Non l’ha fatto e ha tradito la mia fiducia”.
MULÈ SI AGGRAPPA alla burocrazia, all’esclusiva e al contratto nazionale. Ma la divaricazione è altrove. “Può legittimamente scrivere ciò che vuole e dove vuole, io di prendere le decisioni conseguenti. Buttafuocohascrittounacosacheandavaaldilàdelleregolestabilite ed essendo un patrimonio della Mondadori e di Panorama, è giusto che da oggi in poi osservi un rapporto corretto e rispettoso con l’editore che gli paga lo stipendio”. Quanto momentaneo sia l’esilio non si sa: “La sua firma si vedrà quando scriverà per la sua testata, Panorama. Non può essere sul Foglio, su Repubblica, ovunque”. In alternativa, c’è sempre la porta: “È un professionista. Se vorrà andrà a Repubblica, al Fatto o al Corriere”. Non è periodo fortunato per i battitori liberi. Dopo la cancellazione preventiva del suo programma su Rai 5, altre mannaie. Buttafuoco non offre la testa: “Non permetto a nessuno di usare la parola tradimento con me. Non sono venuto meno né agli accordi scritti, né a quelli verbali. Quando sarò davanti a Mulè glielo ricorderò”. Respiro: “E c’è una novità. Il rapporto di fiducia si è rotto anche per me”. Sipario. Grande firma cerca casa.

il Fatto 8.12.12
La delocalizzazione degli spioni cinesi
di Valerio Venturi


NESSUNO PIÙ DEI BUROCRATI cinesi crede che “la censura sia un male necessario” quanto lo Stato, per dirla con Alessandro Blasetti. Chi sperava che il nuovo corso del Partito Comunista di Pechino offrisse aperture democratiche dovrà ricredersi almeno per qualcosa. I nuovi leader eletti al XVIII° Congresso del Pcc, infatti, non sembrano avere nessuna intenzione di perdere il controllo sulla diffusione delle discussioni on e off line.
Lo dimostra il fatto che i capoccioni del governo starebbero facendo di un intero quartiere di Tianjin, uno dei centri più popolosi della regione (10 milioni di abitanti), la Silicon Valley della censura del Paese. Secondo il Financial Times l'idea di aggregare in un'unica area i dipartimenti censori (obbligatori) dei giganti del web è venuta a Zhang Gaoli, uno dei nuovi 7 membri del Comitato Permanente del Politburo.
Tianjin è conosciuta come la “Manhattan” cinese, perché ospita compagnie finanziarie, banche e simili; ora il suo quartiere Yujiapu, abitato da pescatori, verrà preso d'assalto da centinaia di censori provenienti da tutto il Paese.
“La censura è un tipo di lavoro di fascia bassa ad alta intensità di lavoro, per cui è più facile spostare queste operazioni in luoghi dove il costo del lavoro è più basso”, ha dichiarato Li Zhi di Analysys, importante società locale di ricerca Internet. Gli informatici dedicati alla pratica guadagnano circa 4100 rmb nella capitale, mentre aTianjin solo 3000 rmb. Con il sogno che si instauri un comportamento virtuoso (è la prospettiva dell'influente Gaoli e soci) e che i web imbavagliatori si sfidino a fare l'uno meglio dell'altro. Il gigante Youku Tudou, sorta di “Youtube” in salsa orientale, sta pensando di trasferire le sue operazioni di censura nella città costiera. Meditano di fare lo stesso anche gli altri principali operatori internet del Paese.
Il settore non è certo in crisi: “The Great Firewall of China” tiene duro e si evolve. Sono monitorati i contenuti grazie a sofisticate tecniche di sentiment analysis applicate a milioni di post, ogni giorno. Vietato parlare di Piazza Tiananman, di incidenti sulla realizzazione di grandi opere, della vita privata dei politici (ma qualcosa, ogni tanto, filtra) ; così come sono controllati contributi intorno a criminalità, crisi economica e tensioni sociali: su web, non pervenuti. Parola d'ordine: difendere l'interesse nazionale, evitare aggregazioni sospette e polemiche. I guardiani della moralità operano nel giro di poco: il sistema funziona grazie a decine di migliaia di poliziotti, dipendenti e volontari web assai zelanti. Anche usando o cercando parole innocue spesso ci si imbatte nel firewall con gli occhi a mandorla: "Carota”, per esempio, è un termine sovente bloccato: il primo ideogramma coincide con il nome del presidente Hu Jintao. Quando si va oltre il consentito, magari la connessione si blocca o si riceve una visita. Alcuni siti chiudono baracca all'improvviso, per decisione governativa: al posto delle pagine, compare l'immagine dei “simpatici” Jingjing e Chacha, poliziotti-cartoon che invitano a “comportarsi bene”.
Le regole sono stringenti anche per le multinazionali del web, che se operano a Pechino devono sottostare alle volontà del governo. Altrimenti, servizi alternativi: RenRen al posto di Facebook, Sina Weibo come sino/Twitter, eccetera. Il dissenso, se passa, è costretto quindi ad utilizzare forme indirette: celebre il caso di Ai Weiwei, che ironizza sulla sua situazione, per esempio, ballando il Gangnam Style. Insomma, nessuno tocchi Pechino.

Corriere 8.12.12
Burqa e Niqab proibiti in Belgio, un divieto inutilmente paternalista
di Marco Ventura


Burqa e niqab sono vietati in Belgio dal giugno 2011. La Camera votò allora il divieto di presentarsi in luoghi aperti al pubblico con il viso «mascherato o nascosto, tutto o in parte, in modo tale da impedire l'identificazione». Pena massima per il trasgressore, venticinque euro di multa o una settimana di prigione. Piovvero i ricorsi contro una legge ritenuta dai critici lesiva dei diritti umani. Diverse le storie dei ricorrenti. Samia Belkacemi aveva vinto la sua battaglia in tribunale contro una multa comminatale nel 2009 per porto del velo integrale: le è toccato ricominciare daccapo. Elisabeth Cohen si è presentata nel suo ricorso come atea e ha spiegato che la legge minaccia il suo diritto di indossare un paio di occhiali da sole o un passamontagna; e ancor più di vivere in una società che non impone uniformità, che non discrimina le minoranze.
Giovedì scorso, un anno e mezzo dopo il voto in Parlamento, i ricorsi di Samia ed Elisabeth, riuniti con altri, sono stati respinti dalla Corte costituzionale belga. I giudici hanno sottoscritto le ragioni della legge: la sicurezza, l'eguaglianza tra uomo e donna, e «una certa concezione del vivere insieme in società», per la quale è indispensabile potersi guardare in faccia.
Per la Corte è legittimo limitare la libertà delle donne velate affinché i cittadini si integrino e «condividano un patrimonio comune di valori fondamentali». Netto il dissenso di Eva Brems, esperta di diritti umani e unico deputato a votare contro la legge nel 2011: questi giudici, dice Eva, «non si curano della realtà delle donne in niqab», sono in soggezione davanti alla pressione politica e sociale e maneggiano senza cautela cultura e religione. In effetti la Corte è stata maldestra nell'accettare il burqa come simbolo religioso, al punto di precisare che il divieto non riguarda i «luoghi di culto». Soprattutto, i giudici belgi non hanno saputo prendere le distanze dal cortocircuito tra politica, società e diritto che ha partorito un divieto poco chiaro e inutilmente paternalista. Se si toccano i simboli, bisogna farlo con rigore.

La Stampa TuttoLibri 8.12.12
La carriera di 80 intellettuali
I volenterosi cervelli di Hitler che inseguivano il mito dell’ariano
di Giovanni De Luna


Christian Ingrao «Credere, distruggere. Gli intellettuali delle SS» Einaudi pp. 408, €34

In guerra non valgono più i comandamenti religiosi del «non uccidere», e neanche i precetti delle leggi che puniscono l’omicidio. L’uccidere da gesto vietato diventa un atto dovuto. Ed è questo capovolgimento che consente a uomini normali di estraniarsi psicologicamente dalla normalità, di sprofondare in una frequentazione ossessiva con la morte. Anche in guerra ci sono comunque regole da rispettare. Le SS hitleriane non lo fecero. Sterminarono uomini armati e civili inermi, donne e bambini, vecchi e malati. Uccisero con i fucili e le mitragliatrici, ma anche a mani nude e con i bastoni. Impiccarono e fucilarono.. Da sempre ci si chiede come tutto questo sia stato possibile
Christian Ingrao, ( Credere, distruggere. Gli intellettuali delle SS) prova a rispondere studiando il percorso di 80 intellettuali, (giuristi, storici, filosofi, geografi, economisti), arruolati nel servizio di informazioni delle SS. Lo fa scandagliando gli abissi delle loro esperienze esistenziali; tutti erano bambini all’epoca della prima guerra mondiale, tutti si nutrirono del surplus di violenza che si respirava in quegli anni di fame e di morte (in Germania ci furono due milioni di caduti e almeno 18 milioni di tedeschi ebbero un lutto in famiglia). A partire da questi esordi, li segue poi negli studi universitari, ne analizza i saperi accademici (più umanistici che scientifici) e colloca le loro biografie individuali in un contesto segnato dalla totale nazificazione della cultura tedesca. Per tutti si trattò di passare dal nazionalismo patriottico dell’adolescenza a un’adesione convinta al nazismo nel segno di un razzismo vissuto come il nuovo fondamento delle loro discipline accademiche. Alla fine di questo percorso erano pronti per l’appuntamento con il loro destino di carnefici. Tra il 1934-35 e il 1938, più dell’80% degli intellettuali delle SS entrò nel SD, il servizio di informazioni.
Tutti furono sedotti dalla proposta di Hitler di partecipare alla rifondazione sociobiologia del Terzo Reich e si impegnarono per legittimare culturalmente la costruzione del «nemico» (i comunisti, i massoni, gli ebrei) nei termini «biologici» voluti dalla politica di sterminio dei nazisti. Poi, a partire dal 1941, dopo l’invasione dell’Urss, smisero le ricerche accademiche ed entrarono in azione in prima persona, partecipando attivamente o addirittura assumendo il comando delle unità mobili di sterminio (Einsatzgruppen) in Crimea, Bielorussia, Ucraina, nei paesi baltici.
Cominciano qui le pagine più crude del libro di Ingrao. Nel delirio bipolitico hitleriano si trattava di riorganizzare quei territori in una nuova architettura etnica dello spazio, ispirandosi al principio razziale della superiorità gerarchica dei tedeschi. Concretamente questo significava una «pulizia etnica» condotta con i metodi della cancellazione fisica di tutte le impurità razziali. Gli intellettuali delle SS non si limitarono a giustificare «la grande guerra razziale». Vi presero parte senza sottrarsi a nessuna delle nefandezze che Ingrao elenca puntigliosamente, accompagnandoci in un progressivo processo di brutalizzazione che vede cadere uno dopo l’altro ogni tabù: prima si fucilano solo gli uomini in un contesto che è ancora quello della guerra regolare; poi si passa all’uccisione di quelli che vengono considerati «topi o cimici», poi si varca un’altra soglia e si uccidono anche donne e bambini, per arrivare infine al massacro generale.
Quando finì la guerra, pochi erano mortisulcampo. La maggior parte si nascose, cambiò identità, lavorò per gli americani. Quando furono scoperti e processati negarono o depistarono. Molti si giustificarono dando la colpo allo «spirito del tempo». Ma quel tempo non lo avevano subito o solo attraversato; erano stati essi stessi a costruirlo. "«Credere, distruggere»: non si limitarono a giustificare «la grande guerra razziale», ma vi presero parte"

Corriere 8.12.12
Al via il tavolo interministeriale per rilanciare l'editoria
di Edoardo Sassi


Giovedì, giorno di apertura della fiera, il sottosegretario per l'Editoria, Paolo Peluffo, aveva annunciato il suo arrivo a «Più libri più liberi», con tanto di «buona notizia» al seguito. Poi, tra l'imprevista crisi governativa e un doppio corteo che aveva paralizzato il traffico di Roma, non era riuscito a raggiungere il Palazzo dei Congressi dell'Eur, dove fino a domani si svolge la kermesse con stand e appuntamenti di 400 piccoli e medi editori.
«Tornerò domani», cioè ieri, aveva fatto sapere Peluffo. Ed è stato di parola, presentandosi puntuale alla tavola rotonda dal titolo «Da una legge all'altra», dove Enrico Iacometti, presidente del gruppo piccoli editori all'interno dell'Aie, l'associazione di categoria, chiedeva «una legge ad hoc, unica per il settore, che tuteli davvero il pluralismo culturale». Una legge ad hoc non è ancora arrivata. Ma la «buona notizia» di ieri è stato l'annuncio del sottosegretario della nascita di un tavolo interministeriale sul libro e l'editoria: «Si è già insediato una settimana fa e proseguirà i lavori», ha assicurato Peluffo. E il primo a congratularsi è stato a quel punto Marco Polillo, presidente dell'Aie. Era stato infatti lui a chiederlo a gran voce al mondo politico durante l'ultima Buchmesse di Francoforte, a ottobre: «Per il mondo del libro un coordinamento delle funzioni è vitale e siamo davvero contenti — ha detto ieri Polillo — fino a ora infatti non esisteva una politica coordinata, troppi e frammentati i rapporti e gli interlocutori ministeriali, Beni culturali, Istruzione, Esteri, Sviluppo economico, Presidenza del Consiglio...».
Il tavolo del governo queste realtà ora dovrebbe coinvolgerle tutte: «È presieduto da me — ha spiegato Peluffo — d'intesa con il ministro per i Beni culturali Ornaghi. L'obiettivo è appunto raccogliere le istanze del mondo dell'editoria, di tutta la filiera, per elaborare un documento di proposta al futuro esecutivo (e qui Peluffo si è lasciato sfuggire un sorriso, con evidente riferimento al governo Monti in bilico) che davvero rimetta al centro il libro e l'editoria. La lettura è il punto da cui il Paese può ripartire».
Dunque un coordinamento tecnico-politico tra tutti i ministeri coinvolti nel complesso pianeta-lettura (esiste già il Centro per il Libro, ma fa capo al solo Mibac), giudicato addirittura «vitale» dagli editori, compresi piccoli e medi riuniti nella fiera romana e ieri alle prese anche con l'arrivo non annunciato di Roberto Saviano (mezz'ora di visita, il tempo di acquistare qualche libro e di definire «terribile» un eventuale ritorno di Berlusconi candidato premier). Il perché sia importante questo coordinamento lo spiega in sintesi Antonio Sellerio, editore dell'omonimo marchio: «A monte mi sembra importante che il governo si interessi del problema di sostenere la lettura in Italia, questo al di là degli interessi di categoria. Poi certo, la semplificazione dell'interlocutore era ed è un'esigenza diffusa, tanto da essere anche uno dei punti contenuti nella proposta di legge di iniziativa popolare promossa dall'associazione "Forum per la lettura", di cui anche io faccio parte, con altri editori come Giuseppe Laterza. L'idea del tavolo mi sembra un segnale di attenzione importante, ora aspettiamo che si realizzi concretamente».
Della stessa opinione Francesca Archinto, direttore editoriale di Babalibri, produzione per infanzia e ragazzi: «Se il tavolo funzionerà davvero è una buona notizia. Assurdo che in un settore come il nostro, e faccio un solo esempio, dove si ha anche molto a che fare con l'estero, si debba avere come interlocutore un ufficio per le traduzioni, un altro ufficio di un altro ministero per le biblioteche, un altro ufficio ancora, e di un ennesimo ministero, se queste biblioteche sono scolastiche, eccetera». Più scettico invece «ma non perché non serva, anzi», Sandro Ferri, editore del marchio e/o: «Sono da una vita nel settore e so che tutti siamo abituati ad arrangiarci, da sempre, da soli. Buone politiche per il libro si potrebbero fare, la Francia di oggi ne è un esempio. Vedremo se e cosa davvero sarà in grado di fare, non solo annunciare, questo tavolo».

Repubblica 8.12.12
Chimica della sofferenza. Perché ci piace soffrire per amore
Perché siamo attratti dalle persone imprevedibili
L’interesse per i partner “sbagliati” non si spiega con la sola propensione alla sofferenza È anche ricerca del piacere: gli stimoli inattesi accendono i meccanismi della gratificazione
di Richard A. Fridman


Amare è soffrire. Essere felici è amare. Ma allora, è necessario soffrire per essere felici? Questo sillogismo non meriterà alcun premio dal punto di vista della logica, e nondimeno descrive con precisione un curioso paradosso del comportamento umano: l’attrazione nei confronti di partner sentimentali imprevedibili.
A tutti noi è stato insegnato che fedeltà e perseveranza sono qualità auspicabili e addirittura virtuose, malgrado i nostri poeti e filosofi ci abbiano ammonito che la battaglia contro l’incostanza dell’amore è tutta in salita. Del resto, sono trascorsi quattro secoli da quando Shakespeare mise in guardia le donne dagli «uomini, che furon sempre ingannatori, con un piede sul lido e l’altro in mare, mai fedeli ai loro amori».
Sembra che le parole di Shakespeare ci piacciano molto, più di quanto si presti loro attenzione, però, dato che spesso la gente si lamenta di quanto la persona amata li deluda.
Secondo gli psicoanalisti, le persone che sembrano attratte da situazioni infelici (nei rapporti sentimentali o in altri aspetti della vita) si pongono, legittimamente, il problema di avere una propensione inconscia a voler soffrire.
Io credo invece che possa esistere un modo diverso di intendere l’attrazione sentimentale per le persone imprevedibili, e che questo implichi una variazione improvvisa del circuito cerebrale della gratificazione, una rete di neuroni primitiva collocata molto in profondità nel nostro cervello, e che è sensibile in maniera straordinaria alle varie forme di gratificazione, come il sesso, i soldi e il cibo.
Il tipo di attaccamento amoroso di cui stiamo parlando è equiparabile al gioco d’azzardo, se si esclude il fatto che la moneta utilizzata in questo caso è l’affetto, il sesso. La chiave di tutto sta nel fatto che la ricompensa (o gratificazione) non è prevedibile, e ciò la rende un divertimento particolarmente efficace e avvincente per il nostro cervello.
Per comprenderne il motivo si consideri ciò che accade nel cervello quando si riceve una ricompensa in due condizioni diverse: in modo previsto e imprevisto. Lo psichiatra Gregory Berns lo ha fatto nel corso di uno studio nel quale i soggetti che si sono prestati alla sperimentazione
ricevevano succo di frutta e acqua, entrambe gratificazioni naturalmente gradite, mentre si sottoponevano a risonanza magnetica al cervello o ad altre tecniche diagnostiche per immagini. Durante la prima parte di ciascuna seduta, i soggetti hanno ricevuto acqua e succo di frutta a intervalli casuali. Nella seconda parte acqua e succo sono stati somministrati ogni 10 secondi.
Il professore Berns ha scoperto che l’acqua e il succo provocavano una maggiore attivazione dei centri cerebrali della gratificazione quando la loro somministrazione non era prevista rispetto a quando erano distribuiti a scadenze predeterminate. Lo schema è rimasto immutato, sia che si distribuisse l’acqua sia il succo di frutta, anche se la maggior parte dei soggetti ha affermato di avere una netta preferenza in proposito.
Quando il centro della gratificazione si attiva, esso comunica al cervello un’informazione più o meno di questo tipo: «Stai attento e ricorda questa esperienza, perché è importante». Quando è stimolato, il circuito cerebrale rilascia dopamina e questa, se raggiunge una soglia critica, convoglia una sensazione di piacere.
La ragione per la quale ciò accade è semplice. Il centro cerebrale della ricompensa o gratificazione si è evoluto nel corso di milioni di anni per consentirci di
riconoscere e trarre dal nostro ambiente vari tipi di piacere di importanza cruciale ai fini della nostra sopravvivenza, per esempio nel caso di taluni alimenti e di un partner sessuale adeguato.
A differenza degli stimoli prevedibili, quelli imprevedibili possono rivelarci del mondo cose che ancora non conosciamo, e dato che fungono da indicatori del fatto che potrebbe essere imminente una ricompensa anche grossa, è un vantaggio che la nostra
attenzione sia guidata da stimoli sempre nuovi. Il che ci porta all’amore incostante. In pratica, risulta che l’amore umano e l’attaccamento sono – come il succo di frutta nell’esperimento del professor Berns – elementi rafforzatori naturali in grado di attivare il centro della gratificazione. L’antropologa Helen Fischer ha studiato un gruppo di 17 persone profondamente innamorate e ha riscontrato che era sufficiente mostrare loro l’immagine della persona amata per attivare il circuito della gratificazione in modo molto evidente.
Se si è legati a qualcuno che ama in modo imprevedibile, potrà anche non piacere granché ma il circuito della gratificazione di sicuro constaterà un comportamento
volubile e passerà informazioni che potrebbero entrare in collisione con ciò che consapevolmente si crede essere nel proprio interesse.
In realtà, si può anche non essere consapevoli dell’attività del proprio centro della gratificazione. Una delle cose più curiose scoperte dal professor Berns è che la maggior parte dei soggetti che si sono prestati al suo studio non è riuscita a individuare la differenza tra le condizioni di prevedibilità o di imprevedibilità nelle quali ricevevano la ricompensa.
Tenuto conto che le ricompense imprevedibili provocano un rilascio di dopamina in misura maggiore rispetto a quelle prevedibili, e che più dopamina significa un piacere maggiore, una delle deduzioni di questo studio è che si prova maggior piacere con gratificazioni imprevedibili che non con quelle prevedibili, pur non essendo affatto consapevoli di ciò.
E non solo: in sostanza, non esiste neppure un rapporto diretto tra le preferenze dichiarate dei soggetti e l’attività osservata nel loro circuito della gratificazione. Questo lascia intendere che le reti dei nostri centri della gratificazione possono essere attivate non soltanto a nostra totale insaputa, ma anche con modalità addirittura opposte a ciò che noi riteniamo preferire.
Queste informazioni potrebbero spiegare, in parte, il paradosso di coloro che si lamentano di continuo dei loro innamorati inaffidabili, e nonostante questo continuano a tornare da loro senza demordere.
Potrebbe altresì chiarire alcuni comportamenti notoriamente malvagi, come quello riservato da Re Lear a Cordelia: per sfortuna di quest’ultima, suo padre sapeva di poter contare sull’affetto della figlia devota e affezionata. Rispetto alle sue sorelle più astute, Cordelia semplicemente non era così coinvolgente, quanto meno per il circuito della gratificazione di Lear.
Quanto detto finora non implica che siamo al riparo da problemi soltanto perché i nostri circuiti della gratificazione si attivano al cospetto di qualche ricompensa imprevista. Lungi da tutto ciò. Noi utilizziamo la nostra conoscenza e la nostra consapevolezza per passare continuamente sopra ai nostri istinti malsani o sgradevoli. Se si escludono poche circostanze ben definite, dovremmo essere padroni dei nostri cervelli.
Eppure, quanto detto ci dovrebbe aiutare a comprendere meglio quegli amici che sono attirati da partner sentimentali imprevedibili: non è necessariamente detto che adorano soffrire smodatamente o essere delusi. Può anche darsi che siano semplicemente assuefatti ai segreti piaceri dell’amore incostante.
(L’autore è docente di psichiatria clinica e direttore della Clinica di Psicofarmacologia del Weill Cornell Medical College) (Traduzione di Anna Bissanti) © 2012, The New York Times

l’Unità 8.12.12
Il «Tarquinia» a Bellocchio e Mengaldo

Piergiorgio Bellocchio e pier Vincenzo Mengaldo riceveranno oggi, nella chiesa di Santa Maria in Castello, il Premio Tarquinia Cardarelli, rispettivamente per la critica italiana e per la storia della letteratura e della filologia. Premiata anche Patrizia Cavalli, per la poesia, e Donzelli, per l’editoria di qualità. A Gloria Ghioni, Matteo Marchesini e Paolo Di Paolo sarà assegnato il premio per la critica militante under 35, novità del Premio Tarquinia Cardarelli.