l’Unità 14.12.12
Bersani: noi democratici garantiremo l’Europa
di Maria Zegarelli
ROMA L’Europa che guarda con preoccupazione all’Italia, al ritorno ma anche no di Silvio Berlusconi chiede a Mario Monti di candidarsi di nuovo alla guida del Paese. Come se oltre il Professore non possa che esserci il Professore. Pier Luigi Bersani non sottovaluta l’allarme attorno al nostro Paese ma non ci sta a che l’immagine che passi sia quella di una politica inaffidabile e arida e di un centrosinistra prigioniero del suo passato e del fantasma dell’Unione. Prima «non c’era il Pd e c’erano dodici partiti» nella coalizione. Oggi è tutta un’altra storia. Per questo convoca una conferenza stampa nella sede della Stampa estera per incontrare i giornalisti di tutto il mondo insieme a Lapo Pistelli.
Quando arrivano le domande sulle differenze che ci sono con Nichi Vendola e Sel, il candidato premier sa bene dove si vuole andare a parare. «Nichi Vendola è il governatore di una Regione», risponde che «è una forza saldamente europeista» seppur con «dei punti di dissenso» e quindi un valido alleato «sul tema ambientale e dei diritti». Ma, soprattutto, il Pd, «prodotto di diverse culture», è un partito oltre il 30%, dunque ognuno tiri le somme.
Dimostrare che esiste un partito, il Pd, forte, «europeista», progressista e impegnato «sulle riforme avviate dal governo Monti». Un partito e una coalizione in grado di vincere le elezioni ed avere una maggioranza «numerica e politica» solida alla Camera e al Senato». Questa è la mission del capo della coalizione. Bersani non crede al quadro politico incerto e confuso la sera delle elezioni di febbraio, è così sicuro che «non ci sarà frammentazione» da azzardare: «Prendete nota di questo pronostico».
È un Bersani deciso, anche duro quando rimanda nel recinto delle politica spettacolo le ultime performance di Berlusconi. «Non vincerà: perderà le elezioni», risponde ad un giornalista che gli chiede se anche lui sarebbe disposto, come l’ex premier, a fare un passo indietro per la presidenza del Consiglio a Monti.
A fare un passo indietro non ci pensa proprio, né crede che Berlusconi ne possa fare molti nei sondaggi: «Sono esterrefatto dalle sue giravolte, cerca di salvarsi mettendosi al centro della scena con il fatto poi che i problemi veri finiscono in diciassettesima pagina. Ma badate, Berlusconi non è una barzelletta». Le sue posizioni, spiega, assumono sempre più toni populisti, antieuropeisti, per questo, annuncia, «noi da oggi non ci occuperemo più di lui, di Berlusconi sì e Berlusconi no. A questo punto gli italiani sono in grado di decidere». Bersani assicura sulla stabilità della coalizione con Sel e Psi, ribadisce l’intenzione, dopo il voto, di parlare ai moderati, alle forze «del centro eurpeiste e costituzionali», certo non può «giurare» sull’esito dell’operazione, ma non sarà certo il Pd a chiudere la porta. Sullo sfondo la possibile scesa in campo dell’attuale premier ed è quello il tasto che più volte viene premuto. Bersani si sbilancia rispetto a qualche giorno fa. Come spiega anche in un’intervista a Die Welt, Monti «dovrebbe tenersi fuori dalla competizione elettorale, ma se decidesse di candidarsi rispetteremo la sua scelta e segnaleremo la nostra volontà di candidarsi». Ieri in conferenza stampa è stato più esplicito: «Se vinco io il primo incontro ufficiale lo faccio con Monti per ragionare assieme perché deve continuare ad avere un ruolo nel nostro Paese». E di sicuro, dicono i collaboratori del premier, se il professore decidesse di scendere in campo, non lo farebbe mai con Pdl e Lega e di certo non contro il Pd.
Se l’Europa teme che possa interrompersi il percorso riformatore, il segretario Pd replica «che rigore e credibilità del governo Monti sono per noi un punto di non ritorno», anzi per quanto lo riguarda si aspetta «in prospettiva un’agenda con più riforme e quando mi è capitato le ho fatte. Non pensiamo di governare venendo meno a dei vincoli o essendo pigri sul cambiamento».
Pone una domanda retorica lui. Ma se ci sono dubbi sul centrosinistra, cosa c’è rispetto all’altra metà del campo, semmai ce ne fosse una? Se non ci fosse il centrosinistra, commenta, in Europa dovrebbero venirlo a cercare. Difende il suo partito, «esperimento inedito» che ormai esperimento non è più, primo partito ovunque, una «delle più grandi forze progressiste europee», fusione «di culture progressiste con una matrice «socialista, una cattolica, una liberale, una ambientale», nuova forma di partito da esportare all’estero superando i vecchi schemi dell’800 e dando vita ad un «netwark» di partiti progressisti, iniziando da una piattaforma comune, quella sovranità «che riguarda il controllo democratico dei grandi processi della finanza ambientali, delle migrazioni». Un partito tanto ostinato nel suo cammino che «testardamente» continua a «rinunciare alle vacanze estive, invernali... di qualsiasi forma, perché la democrazia è una spada che non ha fodero». E allora si fanno gli incontri internazionali e intanto le primarie, perché «il Porcellum non lo volevamo, il centrodestra ha boicottato la riforma elettorale» e quindi i parlamentari il Pd li fa scegliere ai suoi elettori. Se ha convinto la stampa estera lo leggeremo oggi.
l’Unità 14.12.12
La sfida globale dei progressisti
Il leader Pd rilancia la «sfida globale» dei progressisti
Sabato a Roma leader ed esponenti del centrosinistra europei, latino-americani, di Usa, Africa e Asia: è l’offensiva internazionale del Pd
di Umberto De Giovannangeli
PROGRESSISTI EUROPEI, DEMOCRATICI AMERICANI, ESPONENTI DEI PARTITI DI CENTROSINISTRA DELL’INDIA E DEL SUDAMERICA si riuniranno da domani a Roma nella prima «Progressive Alliance Conference», un meeting organizzato dal Partito Democratico per mettere a fuoco una visione e una strategia «globale».
La «sfida globale» dei progressisti passa per Roma. Una sfida all’altezza dei tempi, per una nuova governance mondiale capace di coniugare rigore e crescita, equità sociale e diritti di cittadinanza. E di questa sfida, i Democratici italiani vogliono essere forza propulsiva. Pier Luigi Bersani non ci sta ad essere additato, in vista di una vittoria alle elezioni, come leader di un Pd isolato nella rete di rapporti in Italia e nel mondo. La realtà è ben altra. Opposta. La riprova è nel meeting promosso domani a Roma: la prima «Progressive Alliance Conference» che vedrà la presenza dei principali leader progressisti europei e la partecipazione, puntualizza il responsabile Esteri Lapo Pistelli, di esponenti dei democratici americani e del partito del Congresso indiano che raramente partecipano ad assemblee di questo tipo. Il rapporto con i progressisti, soprattutto quelli europei, è stato costruito nel tempo, in particolare con Francois Hollande e con i socialisti tedeschi. «È necessario costruire un grande fronte dei progressisti per mettere più equità nelle riforme» è la convinzione del candidato premier del centrosinistra. «Alla vigilia di una battaglia elettorale importante saranno in Italia una ventina di leader stranieri per essere al fianco del Pd», rimarca ancora Pistelli.
SFIDA GLOBALE
La giornata sarà organizzata in tre sessioni. Nella prima, si affronteranno «le nuove sfide dell'economia globale, le strategie dei progressistì con l'introduzione di Pascal Lamy, direttore generale dell'Organizzazione mondiale del commercio e interventi, tra gli altri, di Moustapha Ben Jaafar (presidente dell' Assemblea costituente, Tunisia), Massimo D'Alema, (presidente Feps), Ronaldo Llamas (presidente di Akbayan, Filippine), Jutta Urpilainen (leader Sdp, Finlandia), Evangelos Venizelos (leader Pasok, Grecia). Nella seconda sessione, si discute di come promuovere «la crescita economica, favorire l'occupazione e garantire i diritti dei lavoratori». Dopo l'introduzione di Bernadette Segol, segretaria generale della Confederazione europea dei sindacati, intervengono Mikhael Marzuqa Butto, (responsabile Affari esteri del Ppd, Cile), Riccardo Nencini, (leader Psi, Italia), Victor Ponta (primo ministro, Romania), Mohamed Seif Khatib (ex ministro, segretario nazionale Ccm Tanzania), Hans Spekman (segretario generale Pdva, Paesi Bassi), Boris Tadic (ex presidente della Serbia). Nella terza sessione, il tema è lo sviluppo e la lotta alla povertà. Introduce Jose Graziano Da Silva, direttore generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l'agricoltura (Fao). Tra gli interventi Renato Simoes (Partito dei lavoratori, Brasile), Nichi Vendola, (leader Sel, Italia). Nella sessione conclusiva, si dicute del futuro dell'Alleanza Progressista con Alfredo Lazzeretti (segretario generale Ps, Argentina), Harlem Dèsir (leader Ps, Francia), Sigmar Gabriel (leader Spd, Germania), Rita Bahuguna Joshi (senior Party leader, India Congress Party), Peter Shumlin (governatore del Vermont, presidente dell'Associazione dei governatori democratici del Partito Democratico americano) e Pier Luigi Bersani. «La nostra ambizione annota il leader del Pd visto che l’Italia finora ha esportato populismo, è di esportare qualche buona idea sul lato costituzionale e della partecipazione. Dobbiamo superare gli schemi delle forze politiche dell'800 e costruire in Europa un network di partiti progressisti. e possiamo farlo cominciando ad individuare temi di confronto».
Un confronto che per lo spessore e la rappresentatività dei partecipanti racconta di un leader del Pd su cui investono partiti al governo dei Paesi-chiave dagli Usa al Brasile, dall’India alla Francia e alla Germania nella definizione di un punto di vista progressista sul mondo. L’«offensiva internazionale» di Bersani avrà altri sviluppi importanti già nei giorni successivi al meeting di domani. Un momento particolarmente significativo si avrà lunedì, sempre a Roma, quando il leader dei Democratici incontrerà il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen, per riprendere il filo della questione israelo-palestinese dopo il voto favorevole dell’Italia all'Onu per il riconoscimento della Palestina come Stato non membro. «Ad Abu Mazen dirò anticipa Bersani che noi abbiamo fatto la nostra parte perché le sue posizioni moderate non fossero umiliate, ora loro devono rafforzare gli sforzi di disponibilità per fare un passo avanti nei negoziati».
l’Unità 14.12.12
Intervista a Matteo Orfini
«Guerra fratricida? Perché mai? Diamo agli elettori il diritto di scegliere
Far slittare la data è impossibile, chi lo chiede non vuole la consultazione»
«Primarie, si metta in gioco tutto il gruppo dirigente»
di M. Ze.
ROMA Durante la segreteria dell’altro giorno era tra i più fervidi sostenitori delle primarie per i parlamentari. Ieri il giovane turco Matteo Orfini ha rilanciato: «Primarie per tutti, a cominciare dalla segreteria nazionale».
Quindi anche lei sarà in pista?
«Perché no? Sono dell’idea che tutto il gruppo dirigente debba mettersi in gioco con coraggio, dal vicesegretario al dirigente locale».
Lei dice “primarie per tutti” ma come si salvaguardano esperienza e competenze? «Nel passato anche recente del Pd la quota nazionale veniva salvaguardata per garantire le competenze e poi di fatta veniva usata per operazioni che non hanno fatto bene al partito: la gestivano i capicorrente. È evidente però che alcuni dei temi posti sono condivisibili. Se ci sono parlamentari che hanno fatto un lavoro straordinario ma oscuro, lontano dai riflettori, e non hanno la forza di candidarsi nel proprio collegio credo che un grande partito come il nostro sia in grado di garantire la loro elezione. I nostri elettori sono intelligenti, sono i primi a volere la competenza».
La parità di genere. Come si garantisce senza “discriminazioni” al contrario? «Ritengo che non ci debba essere il 50% di candidate donne, ma di donne elette. Come si garantisce? Con la doppia preferenza, una doppia lista su cui si decide chi vince, alternando un uomo e una donna. Questo comporterà inevitabilmente che entreranno in lista donne che avranno ricevuto meno voti degli uomini ma è una scelta politica e quindi nessuno può recriminare».
Non teme che le primarie possano trasformarsi in una guerra fraticida? In Parlamento non si discute di altro.
«Che vuol dire guerra fraticida? Quando si tratta di scegliere tra le persone è evidente che non è semplice, ma la competizione è competizione. Sarebbe meglio chiudersi in una stanza e decidere chi candidare? In questo modo saranno i nostri elettori a scegliere».
La rosa dei nomi verrà proposta dai livelli provinciali e regionali. Questo mette a riparo dalle logiche correntizie?
«È evidente e del tutto legittimo che un partito ai suoi diversi livelli proponga dei nomi ed è altrettanto evidente che saranno molti di più rispetto ai posti in lista. Quindi sarà una competizione vera e non una guerra tra correnti».
I renziani, ma non solo loro, chiedono di aprire a tutti le primarie per avvicinare quanti finora hanno guardato altrove compreso il M5S. Lei che ne pensa?
«Mi sembra un argomento irricevibile. Per scegliere i parlamentari di un partito non può partecipare chiunque. I grillini scontenti devono votarci alle elezioni perché si rendono conto che mentre noi facciamo primarie vere il loro leader espelle chi la pensa in modo diverso. Chi votava altri partiti potrà votare il Pd ma alle politiche».
C’è chi chiede uno slittamento dei tempi per presentare le liste e quindi per effettuare le primarie. È una strada percorribile?
«Se si vota il 17 febbraio non si può andare oltre il 29 e 30 dicembre. Mi sembra che sia la richiesta di chi non vuole che si facciano».
Orfini, ma lo chiedono sia Civati che Vassallo, i sostenitori della prima ora delle primarie...
«Evidentemente è così. Basta farsi due conti davanti al calendario».
La Stampa 14.12.12
Pd, è scontro sul “listone bloccato”
Nel partito si litiga sul 30% esentato dalle primarie. Ma il segretario pensa a Monti: chiarisca la sua posizione
di Carlo Bertini
Ora che la corrida delle primarie rischia di lasciare morti e feriti sul campo, nel Pd molti sperano di finire nella quota protetta del «listone bloccato»: 60-80 nomi sui 400 circa che potrebbero essere eletti. Ma proprio questi appetiti e la rivolta sotterranea contro quello che alcuni già hanno ribattezzato il «super-porcellum» delle correnti, potrebbe portare ad una mediazione che metta d’accordo le varie anime in Direzione: infilare nel «listone» i 47 capilista con i nomi più in vista, cioé tutti i big che lo vorranno, e una ventina di nomi della società civile, sotto la voce delle cosiddette «competenze».
Ma non è detto che finisca così, anzi la «riserva protetta» può lievitare fino a un centinaio di nomi per compensare gli equilibri stravolti da questa mossa di Bersani. Uno dei più preoccupati degli effetti di queste primarie organizzate in fretta e furia è il capogruppo Dario Franceschini, che per questo difende il «listone», non ritenendo «scandaloso che venga tutelata la qualità di un gruppo parlamentare con un buon mix di radicamento e competenze». Ma i dubbi su queste primarie sono trasversali. «È una mossa geniale di Bersani che così batte Renzi sul suo terreno», ammette un sostenitore del rottamatore. «Ma così facendo si affida la selezione dei gruppi a criteri di notabilato e di apparato, sperando di costringere Matteo a trattare sulla quota che dovrebbe spettargli... ». A premere per restringere il «listone» sulla linea di primarie «per tutti o per nessuno» sono i «giovani turchi» come Orfini e Fassina: contrastati da diversi segretari regionali di rito bersaniano con l’argomento che «se un partito non si può scegliere da solo neanche i suoi capilista allora si può pure sciogliere... ». Ma l’irritazione per «questa riserva di superprotetti mentre gli altri sono fuori a far la guerra» si coglie anche tra i veltroniani. E tra i nominati del 2008 senza alcun radicamento nelle province si sta diffondendo pure la voglia di gettare la spugna prima di esser battuti e magari umiliati sui territori.
Insomma, la questione sarà risolta lunedì in Direzione e intanto la paura corre sul filo, visto che c’è gente che sarà costretta a fare anche 18 mila telefonate in cinque giorni per corteggiare tutti gli elettori del suo collegio provinciale, dopo aver strappato gli elenchi degli elettori dei gazebo di novembre. E proprio questo terno al lotto che non dà a nessuno la certezza della vittoria, alimenta la polemica sul «listone»: la cui composizione andrebbe però decisa entro giovedì prossimo quando le assemblee provinciali decideranno le rose delle candidature.
In queste ore fioccano appelli su twitter, fervono contatti e incontri al vertice per decidere il da farsi. Per dirne uno, Franco Marini verso l’ora di pranzo varca la soglia dello studio di Dario Franceschini e più tardi non svela le sue intenzioni. «Se chiederò la deroga a ricandidarmi? Ma fino a lunedì c’è tempo», ride l’ex presidente del Senato. Che come la Bindi, Fioroni e altri big dovrebbe cimentarsi nel voto segreto della Direzione sulle varie deroghe ai tre mandati.
Il segretario sta alla finestra senza schierarsi sulle regole e le sue maggiori preoccupazioni vanno ben oltre i recinti del Pd. Per oltre un’ora Bersani si presta alle domande della stampa estera garantendo che con il centrosinistra non si tornerà indietro dal rigore e dalle riforme compreso l’articolo 18. E che ci sarà un ruolo per Monti, «se decidesse di candidarsi, rispetteremo la sua scelta e segnaleremo la nostra volontà di collaborare». Ma anche se la linea del Pd è che il Ppe di fatto ha sfiduciato Berlusconi, l’apparizione di Monti in quel contesto non è passata inosservata. Tanto che gli uomini di Bersani tengono a chiarire che se Monti sceglie di candidarsi come leader di un centro moderato sarà di sicuro un competitor e dopo il voto un interlocutore; se invece fosse alla testa di un nuovo centrodestra sarebbe un antagonista. E sarebbe bene che si facesse chiarezza presto.
il Fatto 14.12.12
Lo scacco del segretario, le primarie secondo Bersani
In quota protetta i capi-corrente, ma non le truppe
Gli organismi provinciali faranno filtro alle candidature
di Wanda Marra
La sera prima della segreteria che ha dato il via ai gazebo per scegliere i parlamentari del Pd, Pier Luigi Bersani era a cena con i volontari del suo comitato per le primarie, quelle nazionali. E ha staccato il telefono. Messaggio chiarissimo ai capi corrente, ai questuanti, a coloro che a vario titolo hanno cercato di influenzarlo. Decide lui, punto e basta. Secondo lo schema già sperimentato nella contesa contro Renzi, che l’ha visto battere lo sfidante, e ridimensionare in un sol colpo tutti i big del partito. Ma l’onda delle primarie non protegge Bersani dalla candidatura di Monti. Ha un bel dire che comunque è certo di vincere: è un avversario ben più temibile di Berlusconi. Ieri, intanto, aprendo il suo giro estero diceva: “Dopo il voto apriremo comunque al centro. Siamo disponibili ad un dialogo con le forze europeiste”. E a Die Welt: “Non vincerà Monti, collaboreremo con lui”. Certo, se non corre con il centrodestra. Una strategia per rassicurare Berlino sul suo tasso di montismo. Ma in questo con l’originale non può competere.
SBARAGLIARE i nemici interni potrebbe non bastare. Intanto, le regole anche per queste primarie le fanno i fidi Stumpo e Migliavacca. Sta a loro trovare la quadra che decide chi davvero può essere candidato e poi in quale posto in lista sarà messo, se vincitore. “Abbiamo vinto una nostra battaglia storica - dice Pippo Civati - ma la data è sbagliata: bastava che il Pd si facesse latore presso il governo della petizione fatta da me e da Vassallo, con la quale si chiedeva che il termine per la presentazione delle liste fosse 30 e non 35 giorni prima del voto, e così avremmo potuto aprire i gazebo il 13 gennaio”. Un’amara vittoria. “Sono stato il primo a chiederle e non mi hanno neanche consultato. Finché non vediamo il regolamento chissà”. Le voci sono inquietanti.
Tanto per cominciare, la riserva di esenti da primarie che sarà gestita da Bersani con i segretari regionali quale percentuale avrà? Si parla dei 46 capilista e pochi altri, ma anche di un 20% degli eletti. Che su 400 seggi tra Camera e Senato (nella migliore delle ipotesi) o 350 (più realistica) in caso di Pd vincitore può essere di 100. “Viva la democrazia: io non mi sono neanche posto il problema se candidarmi o entrare nella riserva”, dice Beppe Fioroni, sicuro dei suoi voti. “Mi candido”, ha assicurato Enrico Letta. La Bindi - che a rigor di Statuto non ha neanche bisogno di deroga - sorride all’idea di poter dimostrare che i voti ce l’ ha. La riserva dovrebbe essere in teoria dedicata a grandi nomi e tecnici. Ma se allargata Bersani comunque imbarcherà una buona serie di big (magari pure con deroga concessa dalla direzione ha chi ha fatto più di tre mandati). Ben bilanciati, comunque, da uomini di sua fiducia. E dunque, dagli stessi Letta, Fioroni e magari Bindi e Franceschini a giovani ormai riconoscibili come Orfini, Fassina e Orlando, a segretari regionali. Per finire a coloro che sono assurti agli onori delle cronache durante la maratona (anche tv) delle primarie, come Alessandra Moretti e Roberto Speranza. “Mi candido? Ancora non lo so, dobbiamo decidere”, dice quest’ultimo. Il consigliere Gotor non risponde: ma in quanto storico e intellettuale lui può aspirare anche a un posto protetto. Nega con un certo rimpianto la direttrice di Youdem, Chiara Geloni e si schernisce con un “io lavoro” il portavoce Stefano Di Traglia. Entrambi erano nella top ten dei nomi in quota segretario. Se nello staff di Bersani si teme la delusione, in Parlamento l’atmosfera è lugubre. “Lo sgomento di molti è palpabile: per la prima volta si trovano a doversi misurare in proprio, invece di star dietro a un gruppo che di certo ti premierà”, fotografa Arturo Parisi. “Queste primarie possono risolversi in una cosa splendida o in un’operazione molto discutibile”, dice. “Mi candido? Boh, vediamo che regole fanno”, dice Piero Martino, entrato in Parlamento in quanto portavoce di Franceschini. Mentre Antonello Giacomelli, anche lui corrente Franceschini: “A Firenze, mica è facile”. Pure i deputati renziani non è che siano poco disorientati. Anche perché Renzi non ha nessuna intenzione di organizzare un suo gruppo. Uno per tutti, Stefano Ceccanti, già veltroniano, già montiano, e soprattutto costituzionalista: “Non lo so, devo valutare con coloro con cui ho iniziato quest’avventura”. Spalvaldo Francesco Boccia: “Io corro, nel mio collegio in Puglia”. Quelli che stanno peggio sono i più legati alla politica politicante della Capitale. Chi ha mantenuto un rapporto con i territori se la cava. Forse. In teoria da Statuto non potranno candidarsi sindaci, presidenti di provincia e di Regione: potrebbe esserci una deroga per quelli in scadenza. E forse potranno correre anche i consiglieri regionali. Gente che i voti ce li ha. In Parlamento ci saranno i capi corrente, difficilmente resteranno le truppe.
E A LIVELLO locale, chi deciderà i candidabili? Una parte saranno scelti attraverso la raccolta delle firme, una parte direttamente dagli organismi provinciali. Che comunque faranno da filtro: magari su 10 che hanno raccolto le firme necessarie, se ne sceglieranno 5. Un bel controllo. I gruppi parlamentari uscenti erano stati nominati da Veltroni segretario. Ora i ruoli di comando sono in quota Bersani: ci sono buone possibilità per il segretario di avere gruppi a lui molto vicini e molto fedeli, con il placet dei gazebo.
il Fatto 14.12.12
Magistrelli: “A casa i funzionari di partito”
di Caterina Perniconi
Lei un lavoro ce l’ha. É un’avvocatessa e nel suo curriculum vanta la difesa dell’attentatore del Papa, Ali Agca. Marina Magistrelli, prodiana doc, da dieci anni è anche senatrice (Ulivo-Margherita-Pd) ma non sopporta i professionisti della politica. “Basta funzionari di partito, non possiamo camparli tutta la vita. Candidiamo solo chi ha un lavoro”.
Magistrelli, dica la verità, vuole fare arrabbiare Bersani?
Io sono arrabbiata. Non ne possiamo più del finto rinnovamento. Matteo Ricci (38 anni, presidente della provincia di Pesaro, ndr) ha detto che si sentiva rabbrividire perchè aveva visto Romano Prodi a una manifestazione a Roma. Ma rabbrividisse davanti allo specchio, lui che non ha mai lavorato un giorno in vita sua.
Non le manda a dire.
Per carità, basta! Non vogliono più deroghe in Parlamento, e poi che si fa? Togliamo “pezzi da 90” e riempiamo i palazzi di polli da batteria?
Scusi ma chi sono i polli?
Questi ragazzi, li ha visti? Tutti uguali, né troppo alti né troppo bassi, camicia bianca, vestito grigio, cravatta rosso-bordò.
Qualche nome?
Non ce l’ho con nessuno in particolare, ce l’ho con tutti.
Renzi, Ricci, Orfini?
Orfini, come gli altri, prima si deve trovare un lavoro, portare a casa lo stipendio, pagare le tasse, vivere la vita vera. Poi, nel caso lo candidiamo.
Se ne approfittano?
Vivono grazie alla “famiglia partito” da quando sono ragazzi, poi cominciano ad avere dei ruoli sul territorio, poi vanno dieci anni in Parlamento. E a 50 non hanno un lavoro a cui tornare. A quel punto il partito deve occuparsi di nuovo di loro e fargli fare il consigliere da qualche parte, sistemarli.
Tutta colpa dei comunisti.
É una tradizione del Pci e Pds ma credo che in passato in alcuni casi avesse senso. Oggi non si possono solo mischiare funzionari di partito a figure simbolo.
Eccola, una stoccata anche a Veltroni.
Il magistrato, lo scrittore, per carità, va bene. Ma servono esperienza e turn-over, che nemmeno so cosa significa ma lo immagino.
Attraversa il corridoio del Senato Tiziano Treu, si salutano.
Lo vede quello? Io gli farei un seggio permanente in Parlamento. Chi si occuperà di lavoro per il Pd se lui va a casa? Dieci piccoli indiani?
Ma ci sarà qualcuno bravo.
Fuori ce ne sono, tra chi non frequenta troppo i sacri palazzi. Un partito che sceglie il leader con le primarie deve avere il coraggio di navigare in mare aperto.
Non resteranno a casa.
Lo so, lo so, almeno la metà saranno funzionari. E con le primarie le cose peggioreranno.
Addirittura?
É concorrenza sleale. Se lei si candida contro un segretario provinciale o regionale, chi vuole che vinca? Diventeranno uguali a quelli che ora cercano di cambiare. Ha avuto più incarichi Matteo Renzi di molti parlamentari.
Ma secondo lei, in quanti si ricordano che lavoro faceva Rosy Bindi prima di fare politica?
Scendeva le scale della Sapienza insieme a Vittorio Bachelet quando l’hanno assassinato. Era la sua assistente. Lei ha lavorato, questi giovani mai.
l’Unità 14.12.12
Ingroia, lettera aperta al candidato premier. Scoppia la polemica
«Caro Pierluigi Bersani, leggo su tutti i giornali, da mesi ormai, la Sua probabile vittoria come premier candidato dal centrosinistra alle prossime elezioni politiche, e non posso sinceramente che augurarglielo ed augurarmelo, specie a fronte del profilarsi all'orizzonte dell'ennesima candidatura di una vecchia e nefasta conoscenza degli italiani, Silvio Berlusconi, artefice del disastro economico-finanziario, politico-istituzionale e etico-morale in cui è precipitato il Paese in questi ultimi anni». Inizia così la lettera aperta del magistrato Antonio Ingroia a Bersani, pubblicata da Micromega. Il magistrato è molto critico sulle esperienze passate del centrosinistra. «Le chiedo scrive tra l’altro -, la maggioranza da Lei guidata vorrà abrogare, tutte, senza esclusione alcuna, le leggi ad personam fino ad oggi approvate?»
L’iniziativa ha suscitato diverse polemiche. Per tutte quella del segretario nazionale del Psi, Riccardo Nencini: «Può un magistrato rivolgersi in quei termini a un cittadino? Esiste ancora la separazione dei poteri tra giudiziario e legislativo? Dov'è finita la deontologia professionale?»
il Fatto 14.12.12
L’appello
Caro Bersani, gireremo pagina?
Dal suo blog “Partigiani della Costituzione” che esce tutti i giovedì su www.micromega.net , riprendiamo quasi integralmente la lettera aperta di Antonio Ingroia al segretario del Pd.
di Antonio Ingroia
Caro Pier Luigi Bersani, leggo su tutti i giornali, da mesi ormai, la Sua probabile vittoria come premier candidato dal centrosinistra alle prossime, ormai imminenti, elezioni politiche, e non posso sinceramente che augurarglielo e augurarmelo, specie a fronte del profilarsi all'orizzonte dell'ennesima candidatura di una vecchia e nefasta conoscenza degli italiani, Silvio Berlusconi, artefice del disastro economico-finanziario, politico-istituzionale ed etico-morale in cui è precipitato il Paese in questi ultimi anni. Un sisma che ha divorato dall'interno l'economia, ma anche l'anima del Paese.
UN PAESE che rischia di restare per sempre senza anima e senza futuro, futuro che pertanto potrebbe essere fra qualche mese nelle Sue mani. Cosa che, da una parte, mi rasserena per i rischi che pesano sull'altro piatto della bilancia, ma che, dall'altra parte, non mi tranquillizzano del tutto. E sa perché, pur avendo stima della Sua persona e pur essendo certo della Sua buona fede, non mi sento né tranquillo né tranquillizzato? Perché, al contrario di molti italiani, ho esercitato in questi anni di rimozione, il vizio della memoria. Che non è solo un vizio, è anche un gusto. Il gusto della memoria, che ti consente di sentire la storia, di apprezzarla, di farne un'esperienza e una ricchezza. Ebbene, esercitare il gusto della memoria mi consente di sentire anche il retrogusto amaro della delusione. La delusione delle tante occasioni mancate, le tante occasioni che altre coalizioni di governo di centrosinistra hanno perduto negli anni passati, appena giunte alla prova del fuoco. (…)
E QUINDI mi rivolgo a Lei, con l'umiltà, ma anche con l'autorità che mi deriva dal duplice ruolo di cittadino “partigiano della Costituzione” e di magistrato che discende da una generazione di uomini di Stato che hanno dato un contributo, anche di sangue, alla lotta contro i poteri criminali, per la giustizia e l'eguaglianza di tutti gli italiani, e quindi alla crescita della democrazia. È solo in virtù di questo che mi permetto di porLe anche alcune questioni e interrogativi a cui spero vorrà rispondere, non a me, ma agli italiani indecisi ancora se votar-La come futuro premier. (…) Le chiedo, la maggioranza da Lei guidata vorrà abrogare, tutte, senza esclusione alcuna, le leggi ad personam fino a oggi approvate? (…) Nel diritto anglosassone c’è un reato molto grave, l'ostruzione della giustizia, ampiamente praticata, e con successo, nel nostro Paese. Perché non introdurla anche in Italia, con pene altrettanto severe, così ampliando la figura attualmente vigente, ma inadeguata, dell'intralcio alla giustizia? E perché non punire, finalmente, il mercato dei voti fra candidati in campagna elettorale e mafie e lobby illegali di ogni tipo e genere? Cominciando col sanzionare seriamente lo scambio elettorale politico-mafioso, oggi solo apparentemente punito dall'attuale formulazione dell'art. 416-ter del codice penale, che invece è garanzia di impunità? E perché ancora ignorare l'incriminazione dell'autoriciclaggio che consente ai colletti bianchi riciclatori di professione di farla franca? Il nostro Paese [è] dentro una crisi profonda (…) che non può essere curato da un medico dalle ottime cognizioni tecniche ma che, privo di passione per la giustizia e l'eguaglianza, può essere disposto, come l'attuale premier Monti, a salvare una parte dell'organismo lasciando andare in cancrena gli organi ritenuti “meno nobili”, i deboli e i senza diritto che in Italia oggi sono sempre più poveri e meno tutelati.
Bisogna cambiare pagina. E se si vuole la crescita dell'economia bisogna attaccare, alle radici e senza tregua, l'economia dell'illegalità, perché il “sistema Italia” è strangolato da mafie e corruzione, la vera palla al piede, la zavorra che impedisce alla nostra economia di crescere.
CHE RESPINGE gli investitori esteri, che penalizza gli operatori economici puliti, che priva i lavoratori dei loro diritti. Solo se il prossimo governo, caro Bersani, riuscirà davvero a uscire dalla logica della convivenza col sistema politico-economico della illegalità, si potrà imprimere una spinta per la crescita. Premiare l'economia della legalità e confiscare i patrimoni illeciti, tutti e in fretta. I patrimoni della mafia e dei colletti bianchi suoi complici. E le ricchezze dei corrotti.
Restituire il maltolto all'Italia della legalità. Non attraverso belle dichiarazioni di principio, ma attraverso provvedimenti concreti che ripristinino ciò che è stato distrutto negli anni della rottamazione berlusconiana del diritto penale e che costruiscano un diritto propulsivo dei diritti e della crescita economica nella legalità. Anche e non solo attraverso aggiornati strumenti operativi e legislativi dentro nuovi testi unici normativi, antiriciclaggio e antimafia. Insomma, c'è molto da fare e si può fare. Si può cambiare l'Italia.
Si possono creare le premesse per un autentico rinnovo della classe dirigente, recidendone i legami col sistema criminale integrato delle mafie e della corruzione che ha schiavizzato e sfruttato il Paese. Occorre una nuova Liberazione. La liberazione dalle cricche, dalle caste e dalle mafie. Lo potrà e lo vorrà fare davvero la compagine governativa che vuole guidare, caro Bersani, al contrario di quanto non si sia fatto in passato?
il Fatto 14.12.12
Monti ha trovato casa nel centrodestra
Archiviata l’ipotesi terzista Casini-Montezemolo
Proverà a guida un polo ispirato al Ppe
di Stefano Feltri
Mario Monti ancora non ha deciso se e come candidarsi, ma abbandona il suo ruolo super partes e si colloca nel centrodestra. La scelta di partecipare a Bruxelles alla riunione del Partito popolare europeo, la stessa a cui c’erano Silvio Berlusconi e Angela Merkel, segna la fine del profilo “tecnico” del Professore. Qualche mese fa la destra europea si spese, senza grande fortuna, per la rielezione di Nicolas Sarkozy, con Angela Merkel molto criticata per essere andata a Parigi all’inizio della campagna elettorale. Nel documento approvato ieri, prima firmataria la Merkel, auspica che “i leader di centro e di centrodestra trovino il modo di proseguire sulla traccia” del governo tecnico. Tradotto: Mario Monti a palazzo Chigi con una coalizione di centrodestra nel 2013.
Il Professore ha molto più chiaro dei suoi interlocutori europei che non è così semplice riuscirci. Visti i sondaggi su Udc e movimento di Luca Cordero di Montezemolo, Monti sta valutando le alternative: la base elettorale strettamente di centro non è sufficiente a dargli certezze. Difficilmente potrebbe superare il 15 per cento.
E ALLORA c’è un’altra possibilità. Diventare il perno su cui costruire una dialettica democratica normale. Era uno dei punti programmatici del discorso di insediamento del Professore, il 17 novembre 2011: “Noi vorremmo aiutarvi tutti a superare una fase di dibattito, che fa parte naturalmente della vita democratica, molto, molto, accesa”. E il modo sarebbe costruire una “destra europea”, espressione cara a Gianfranco Fini che due giorni fa ha avuto un lungo colloquio con Monti e ieri ha chiamato Wilfried Martens, presidente del Ppe, per ringraziarlo dell’appoggio al Professore. Rinunciare al Quirinale e a quella che i politologi chiamano non partisanship per diventare l’alfiere del duplex Casini-Montezemolo poteva sembrare poco sensato. Ma creare un centrodestra nuovo, europeista e rassicurante, è una sfida all’altezza della percezione che Monti ha della propria missione.
Ma costruire una destra alternativa al Pdl richiede tempi lunghi. Mentre il Professore ha a disposizione una settimana per decidere e un mese per definire l’eventuale lista. E poi c’è Berlusconi. “Ho ricordato al Ppe di aver chiesto a Mario Monti di essere il riferimento per il Pdl nonostante questo crei qualche problema con la Lega”, ha detto il Cavaliere da Bruxelles. Ma questo è l’unico scenario inverosimile: Monti candidato premier di una coalizione da Casini al Pdl, da Montezemolo al Carroccio. Roberto Maroni, segretario leghista, scrive subito su Twitter: “Grande ammucchiata guidata da Monti, quello del record mondiale di tasse? No, grazie”. Anche gli altri sarebbero contrari. L’ipotesi più percorribile è quella di un pezzo del Pdl che si stacca, l’ala dei montiani ispirata dall’ex ministro Franco Frattini (indicato come il regista dell’abbraccio del Ppe a Monti). Questi ex-pidiellini aggregherebbero intorno a Casini e Montezemolo, più altre liste, e tutti indicherebbero Monti come candidato premier (consenziente). Il Professore sta ragionando sulle incognite: chi decide i candidati nelle liste (dentro solo chi ha votato la fiducia)? Che possibilità ci sono di insidiare Pier Luigi Bersani? E se Berlusconi vuole appoggiare davvero la candidatura di Monti? Ieri Monti ha chiarito al Ppe che la ragione delle sue dimissioni è stata proprio la sfiducia del Pdl, decisa da Berlusconi in persona. Per il premier sarebbe difficile, anche se forse necessario, contribuire a portare in Parlamento chi lo ha sfiduciato.
La linea ufficiale di Palazzo Chigi è quella della cautela: “Niente è deciso, non bisogna dare troppi significati alla visita di ieri”. Che, nell’accezione minimalista, è solo il seguito dell’incontro a Fiesole di settembre, quando il premier andò a spiegare agli europarlamentari del Ppe la situazione dell’Italia. Il silenzioso nervosismo del centrosinistra dimostra che l’ingresso di Monti nel centrodestra non è da sottovalutare. “Non è niente di drammatico”, commenta il presidente (socialista) dell’Europarlamento Martin Schulz.
Il segretario del Pd Bersani ribadisce che anche il suo partito è europeista e che “c’è, in qualsiasi situazione numerica, la disponibilità e l’intenzione dei progressisti ad aprire un dialogo e un confronto con un centro europeista”. Come dire: anche io vi posso dare garanzie. Dopo la benedizione della Chiesa, con il cardinal Angelo Bagnasco in un’intervista, e perfino (pare) del Papa, anche quasi tutta Europa più il Fondo monetario internazionale sostengono Monti. “Se non se la sente, dovrebbe fermarsi ora, ma se tiene al suo Paese, è il momento di uscire a combattere”, scrive l’Economist, che titola: “Corri, Monti, corri”. Ma Monti è indeciso. Come quel 26 per cento di elettori che secondo Swg non hanno idea di chi votare. Sarebbero più che sufficienti a confermare Monti a Palazzo Chigi. Sommati al centrodestra.
il Fatto 14.12.12
Perché è stata l’Europa a salvarci dall’Italia di B.
di Bruno Tinti
NELL’OTTOBRE 2011 (eravamo senza soldi per pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici) scrissi in questa rubrica che l’unica salvezza per l’Italia poteva arrivare dall’Europa. E non sotto forma di soldi (nessuno può permettersi di buttarli dalla finestra) ma di delegittimazione del responsabile della catastrofe. Ci aiutarono: Merkel e Sarkozy risero platealmente di B. e tutti lo ignorarono; ogni cosa si decideva senza di noi. Così arrivò Monti e l’Italia cominciò ad arrampicarsi su dal precipizio.
Lo spavento che a quell’epoca si prese l’Europa (non l’Italia, purtroppo: qui stentiamo ancora a capire che le riforme richiedono pagamenti in anticipo e che il prodotto verrà consegnato molto più tardi) non è dimenticato; così oggi tutti stanno spiegando, con una franchezza insolita nei rapporti internazionali, che il ritorno di B. sarebbe una tragedia. Merkel, Schäuble, Barro-so, il New York Times hanno eretto una barriera diplomatica, che – naturalmente – è il massimo che possono fare. E Martens, il presidente del Ppe (di cui fa parte il Pdl) ha invitato Monti (che appartiene a nessun partito) a partecipare al loro congresso. C’è anche B. ; ma Monti è stato invitato, lui c’è andato.
Questa levata di scudi contro B. non è dovuta al fatto che sia un cattivo barzellettiere; e nemmeno al fatto che vada volentieri a puttane; e nemmeno al fatto che è un delinquente, essendo stato prescritto 7 volte (colpevole ma prescrizione del reato). E – soprattutto – nemmeno al fatto che questa gente e queste istituzioni siano anti italiane; lo fossero, non avrebbero osannato Monti. È dovuta al fatto che hanno paura.
B. ha detto che lo spread è un imbroglio: che ci frega se il denaro costa di meno in Germania? B. ha detto che le riforme Monti sono state tutte sbagliate: troppe tasse, l’Imu, le pensioni... Dunque – tutti hanno supposto – lui le abolirà. Ma nulla ha detto quanto alla fonte delle risorse che saranno necessarie.
DOVE PRENDERÀ i soldi per pagare gli interessi dei titoli di Stato (dovuti soprattutto a investitori stranieri)? Dove quelli per pagare l’energia che noi non produciamo? Dove quelli per pagare gli stipendi? Dove etc? Non l’ha detto, appunto. E così l’hanno capito tutti benissimo. Uscirà dall’euro e si metterà a stampare lire. Ovviamente agli altri Stati, del misero destino dei cittadini italiani che andranno a far la spesa con la valigia piena di soldi subito dopo aver ricevuto la paga (perché il giorno dopo il suo potere d’acquisto sarà diventato la metà) e che non avranno di che scaldarsi in inverno perché il petrolio non si paga con le lire – servono euro o dollari gliene importa poi tanto. Ma gli importa moltissimo delle ricadute di tutto ciò sull’euro e sull’esistenza stessa della Comunità: come le tessere del domino, dopo l’Italia, a turno, tutti gli altri finirebbero nel guano. E diventare come molti Stati sudamericani, a una persona di media intelligenza, sembra una tragedia.
Repubblica 14.12.12
Bersani: “Ora serve chiarezza, anche da Mario”
di Umberto Rosso
qui
l’Unità 14.12.12
La crisi allarga la disuguaglianza
Metà ricchezza in mano al 10%
Bankitalia: in crescita il divario tra ricchi e poveri
Dal 2007 il valore delle attività è sceso in termini reali del 5,8%
Le differenze sociali continuano a crescere
di Luigina Venturelli
MILANO Il primo rilievo di Bankitalia era ampiamente atteso e, con una crisi economica che da quattro anni falcidia i redditi delle famiglie e si è ormai fatta strutturale, era inevitabile: la ricchezza degli italiani è diminuita in termini reali del 5,8% tornando ai valori degli anni Novanta. Il dato davvero drammatico contenuto nel bollettino statistico di Palazzo Koch è però un altro, e dice della lunga assenza in Italia di politiche economiche e sociali degne di un paese civile: la metà più povera delle famiglie italiane detiene il 9,4% della ricchezza totale, mentre il 10% più ricco possiede ben il 45,9%. Se la ricchezza diminuisce, dunque, la disuguaglianza nella
sua distribuzione cresce. E l’Italia rischia di ritornare ai valori di decenni fa, quando le lotte sindacali e lo sviluppo economico della seconda metà del Novecento ancora non avevano corretto, almeno in parte, la storica disparità tra ricchi e poveri.
BENI IN CALO
In termini assoluti, dunque, la recessione attuale ha visto assottigliarsi il valore della casa, per chi ne possiede una, e dei risparmi di una vita: il calo in termini reali è stato del 5,8% dal 2007, quando la ricchezza aveva raggiunto il suo valore massimo. Dal 2010 al 2011 la contrazione è stata del 3,4%, mentre nel primo semestre dell’anno in corso, secondo stime preliminari, la flessione in termini nominali è stata dello 0,5%. «Il livello di ricchezza per famiglia a prezzi costanti è simile a quello della fine degli anni Novanta», si legge nel dossier della Banca d’Italia.
Alla fine del 2011 l’ammontare complessivo netto era pari a circa 8.619 miliardi di euro, corrispondenti a poco più di 140mila euro pro capite e 350mila euro in media per famiglia. Le attività reali, in gran parte abitazioni, rappresentavano il 62,8% del totale, mentre quelle finanziarie il 37,2%, tra le quali si segnalano i titoli pubblici, che nel portafogli degli italiani sono aumentati nel giro di un anno di 30 miliardi di euro. Le passività finanziarie, ovvero i debiti, costituivano invece il 9,5% delle attività complessive ed erano pari a 900 miliardi di euro. Nel dettaglio, nel corso del 2011, l’aumento delle attività reali (più 1,3%, con una ricchezza abitativa detenuta dalle famiglie italiane stimata in poco più di 5mila miliardi di euro) è stato più che compensato da una diminuzione delle attività finanziarie (meno 3,4%) e da un aumento delle passività (meno 2,1%).
Ci sono poi tre famiglie su cento con i conti completamente in rosso. Il 2,8% dei nuclei italiani ha infatti una ricchezza netta negativa e si trova ad affrontare difficoltà finanziarie che non sono compensate neanche dal possesso dell’abitazione.
SEMPRE PIÙ INGIUSTIZIA
Non stupisce, dunque, che la ricerca di Bankitalia sottolinei come la distribuzione della ricchezza sia caratterizzata «da un elevato grado di concentrazione». La metà più povera delle famiglie italiane, infatti, detiene il 9,4% della ricchezza totale, mentre il 10% più ricco ha il 45,9%. E l’indice che misura il grado di disuguaglianza risulta in continuo aumento: «Molte famiglie detengono livelli modesti o nulli di ricchezza; all’opposto, poche famiglie dispongono di una ricchezza elevata». Una situazione che ha spinto l’associazione di consumatori Codacons a chiedere al governo di pensare ad un «contributo straordinario di solidarietà da questo 10% di famiglie italiane ricche» e proporre di introdurre, una tantum, un’aliquota Irpef superiore al 43% per chi dichiara più di 90mila euro.
E poco consola, davanti a questa presa d’atto della realtà, il confronto internazionale. Rispetto a molti paesi stranieri, le famiglie italiane dispongono secondo Palazzo Koch di «un’elevata ricchezza netta», pari nel 2010 a 8 volte il reddito disponibile, contro l’8,2 del Regno Unito, l’8,1 della Francia, il 7,8 del Giappone, il 5,5 del Canada e il 5,3 degli Stati Uniti. Le famiglie italiane risultano anche «relativamente poco indebitate», con un ammontare dei debiti pari al 71% del reddito disponibile (in Francia e in Germania è del 100%, negli Usa e in Giappone del 125%, e nel Regno Unito del 165%).
l’Unità 14.12.12
Scoppola, il cattolico che volle il Pd
Alla Fondazione Sturzo storici e studiosi si confrontano sull’opera di un credente critico
e fedele, progressista tra i padri democratici
di Bruno Gravagnuolo
«È la laicità della Chiesa a garantire la sua libertà, non solo la laicità dello Stato». Se si volesse racchiudere in un piccolo paradigma sintetico la lezione di Pietro Scoppola, grande storico cattolico scomparso nel 2007, lo si potrebbe fare con le sue stesse parole, citate da Alberto Melloni, tra i protagonisti del Convegno in corso sullo studioso alla Fondazione Sturzo di Roma in Via delle Coppelle. E dedicato a Democrazia e cultura religiosa («Ricordando Pietro Scoppola») Stasera le conclusioni, con interventi di Giuseppe Vacca, Agostino Giovagnoli, Lorenzo Biondi, Giuseppe Tognon, Francesco Bonini e nel pomeriggio Umberto Gentiloni, Carlo Felice Casula ed Emma Fattorini. Mentre ieri, con Melloni, sono intervenuti Andrea Riccardi, Fulvio De Giorgi,Francesco Traniello Niccolò Lipari, Renato Moro, Giuseppe Ignesti, Camillo Brezzi, Iginio Ariemma e Stefano Trinchese.
A parte Vacca e Ariemma, il meglio della storiografia cattolica, ad onorare una figura atipica e controcorrente: cattolico critico e fedele. Progressista e avverso all’unità politica dei cattolici. Ma anche e lo ribadiva lui stesso all’«unità della sinistra», come possibile nocciolo fondante del partito democratico, da lui a lungo voluto e presagito. Un «cattolico a modo suo», come disse Paolo VI nel difenderlo dalla gerarchia ecclesiale, dopo che Scoppola nel 1974 si era schierato per il no al referendum sul divorzio: «Scoppola lasciatelo stare, è un cattolico a modo suo». E la definizione torna in un libro autobiografico, uno degli ultimi, in cui Scoppola si racconta prima di andarsene.
Bene, che cosa è venuto fuori da un confronto così ricco e plurale, di cui è impossibile riassumere ogni voce? Questo, a noi è parso, e proprio nel segno della citazione iniziale: Scoppola, al suo modo finissimo e tollerante attento alle distinzioni laicheoltre che studioso, era una sorta di riformatore religioso, prima che politico. Nel senso che da una riforma del «religioso» e del sentimento religioso, si aspettava una «renovatio» anche politica. Che significa? Nient’altro che questo: la coscienza religiosa, ripensata come sfera della libertà personale e dell’incontro solidale tra persone nel solco della fede doveva rinnovare la politica. Fecondare la libertà di tutti, la partecipazione e l’eguaglianza, e generare, per questa via, coesione sociale. Ma tutto ciò non era un astratto filosofema ideologico. Era il filo conduttore di tutti i campi storiografici e delle battaglie politiche che Scoppola tra i fondatori «valoriali» del Pd ha arato in prima persona.
Vediamone alcuni. Il «modernismo» cattolico ad esempio, quello di Ernesto Bonaiuti, pensatore scomunicato e avversato da destra e da sinistra. Occasione mancata quella ripulsa, di una «secolarizzazione salutare». Che avrebbe potuto per Scoppola rilanciare la Chiesa nel 900, invece di vederla fintamente egemone, e di fatto subalterna al fascismo (un giudizio coraggioso, espresso in Chiesa e fascismo del 1961). E poi dopo il fascismo, ecco De Gasperi. Erede di un popolarismo di centro che guarda a sinistra, quello del primo Don Sturzo. De Gasperi è oggetto privilegiato in Scoppola, per la sua «energia costituente». Per la capacità di tenere unita l’Italia dopo le macerie e nella guerra fredda, malgrado le asprezze. Dunque l’idea di un interclassismo progressista e inclusivo. Che dialoga, si «contamina» e incontra l’altro, senza steccati. Un De Gasperi corretto da Aldo Moro. Infine il Pd, che Scoppola sognò e volle. Come partito «post-tradizionale», non strutturato ma anti-populista. Con i cattolici a far da lievito. Oggi il Pd c’è. E benché forse non sia in tutto e per tutto come lo sognava, certo Scoppola ne sarebbe contento. E lo animerebbe da cattolico, «a modo suo».
il Fatto 14.12.12
Il Vaticano ammette: abusi sui minori. Ma nessuno paga
A tre anni dalle denunce, prime verità sull’Istituto religioso Provolo di Verona
di Paolo Tessadri
Il Vaticano ora ammette: ci furono abusi sessuali su molti bambini sordi. A commetterli furono preti pedofili, in un numero ancora imprecisato.
Il più grande scandalo di pedofilia nella Chiesa in Italia imbocca la strada della verità. La sentenza di condanna della Santa Sede arriva a tre anni dalla denuncia di 67 ex allievi dell’Istituto religioso Provolo di Verona contro 25 religiosi appartenenti alla Congregazione della Compagnia di Maria per l'educazione dei sordomuti, che dipende direttamente dalla Santa Sede. Quindici vittime ebbero anche il coraggio di testimoniare gli abusi in video e alcuni li raccontarono senza coprirsi il viso. Rivelazioni sconvolgenti, in cui descrivevano mezzo secolo di sevizie, perfino sotto l’altare, in confessionale, nei luoghi più sacri della fede.
CON LA LETTERA, inoltrata attraverso la Curia di Verona, e firmata da monsignor Giampietro Mazzoni, vicario giudiziale, ossia il magistrato del Tribunale ecclesiastico della diocesi, il Vaticano riconosce la verità delle accuse dei sordi e chiede esplicitamente scusa e perdono. E informa dei provvedimenti adottati dalla Congregazione per la dottrina della fede nei confronti dei religiosi. Punizioni, per voce delle vittime sordomute, un po’ troppo blande e contraddittorie. “Il sentimento che prevale di fronte a questa triste vicenda – si legge nella missiva – è innanzitutto di profonda solidarietà nei confronti delle vittime di abuso, che anche in ragione della loro particolare condizione, hanno portato dentro di sé lunghi anni in silenzio una sofferenza difficilmente descrivibile. A loro e alle loro famiglie va una umile richiesta di perdono. La vicenda suscita nello stesso tempo una grande amarezza: alcuni di coloro che erano chiamati a custodire e proteggere dei ragazzi particolarmente provati dalla vita ne hanno vergognosamente abusato”.
SCONFESSA di fatto il vescovo di Verona, Giuseppe Zenti, che in un primo momento si era scagliato contro i sordomuti, parlando di menzogne e anche chi aveva retto il suo gioco, vale a dire il giornale dei vescovi, Avvenire, che aveva alimentato ulteriori dubbi sulla vicenda. Zen-ti aveva parlato di “cattiverie, strumentalizzazioni e ricatto di carattere economico”, costretto poi a fare retromarcia in seguito alla presentazione di una querela da parte dei sordomuti. Ciononostante, “non ha impedito, pur con lentezze forse eccessive, che la Chiesa prendesse in seria considerazione le accuse”, scrive oggi il Vaticano. Implicitamente si fa riferimento a un cambio di rotta di Papa Ratzinger rispetto al suo predecessore sui tempi degli abusi nella Chiesa: “Un segno inequivocabile dell’impegno della Chiesa nel fare piena luce su questa vicenda”.
Si fa poi riferimento ai provvedimenti della Santa Sede. Si citano i vari religiosi coinvolti e identificati, circa una decina, ad altri non identificati, o deceduti oppure dimessisi nel corso degli anni. Per nessun sacerdote in vita è stato previsto la riduzione allo stato laicale. A don E. P., “vista l’età è stato sanzionato dalla Santa Sede con precetto penale che comporta una vita dedita alla preghiera e alla penitenza e il divieto di qualsiasi contatto con minori e l’assidua sorveglianza da parte dei responsabili individuati dal vescovo di Verona”. A un altro, quello che davanti alle telecamere aveva sconfessato ogni abuso, “ha formulato una formale ammonizione canonica che comporta una stretta vigilanza da parte dei responsabili sui suoi comportamenti”. Per il Vaticano pare sia solo una prima tranche d’indagine di una più ampia che riguarda altri ecclesiastici, per i quali la “Santa Sede ha richiesto documentazione, tuttora in esame presso la Congregazione per la dottrina della fede”. Per alcuni, come per L. G., “ricoverato in una casa di riposo. Nessun provvedimento stante la sua condizione, è stato preso nei suoi confronti”.
Riguardo alle accuse di un sordomuto si scrive che sono “affette da incoerenza e contraddizione e non sono attendibili”. Poco dopo, però, si legge che “ciò non toglie che lui abbia subito degli abusi”. Perché si mette in dubbio la testimonianza di questo sordomuto, che oggi ha circa 60 anni? Perché ha coinvolto negli abusi l’ex vescovo di Verona, Giuseppe Carraro, per il quale è in atto la beatificazione. E anche in quel caso il vescovo di Verona si era scagliato duramente contro le vittime: “La beatificazione non sarà bloccata” aveva fatto trapelare da un monsignore della sua diocesi veronese. Tuttavia la Congregazione della fede “aveva disposto di sospendere il processo di beatificazione” in un primo momento e adesso il via libera.
MA OLTRE alla prima vittima, ce n’è una seconda che accusa il vescovo Carraro. Un uomo di 62 anni, sordomuto, che ha frequentato l’istituto Provolo di Verona e di Chievo dal 1956 al 1968. Ecco la sua testimonianza. “All’età di 15 anni, durante le lezioni, don D. S. mi fece uscire dall’aula e mi accompagnò in infermeria, che si trovava all’ultimo piano dell’istituto, dicendomi che doveva medicarmi. Mi fece entrare e se ne andò e in infermeria c’era il vescovo Giuseppe Carraro, lo stesso che mi aveva cresimato. Mi offrì delle caramelle e mi accarezzò, poi mi disse di togliermi i pantaloni e le mutande. Mi toccò i genitali e mi masturbò. La stessa cosa si è ripetuta a distanza di qualche mese. In istituto ho avuto rapporti sessuali anche con i miei compagni. Uno di questi, P.D., mi disse che don D. S. lo aveva portato in infermeria dove c’era il vescovo Carraro, che lo aveva sodomizzato. Mi ha detto che gli aveva fatto molto male… P. D. ha avuto due incontri, mi aveva detto, con Carraro. Lui è stato violentato anche da preti del Provolo, prima che se ne andasse nel 1966. Ha avuto molti problemi, era depresso e alcolizzato. È stato trovato impiccato a casa sua nel gennaio del 1991”.
il Fatto 14.12.12
Atti illeciti per il monsignore di Cl
Don Inzoli, fondatore del Banco alimentare, dimesso dallo stato clericale
di Alessandro Corlazzoli
Sarà un Natale difficile per il movimento di Comunione e Liberazione: monsignor Mauro Inzoli, fondatore del Banco Alimentare, la grande rete legata a Cl che coinvolge migliaia di volontari in tutt'Italia, è stato dimesso dallo stato clericale. Il don, noto a Crema per il suo legame con il presidente della Regione, Roberto Formigoni, abituato a girare in Mercedes, ha sconvolto la Chiesa lombarda e in particolare la diocesi di Crema dove fino al 3 ottobre 2010 è stato parroco della Santissima Trinità.
LA NOTIZIA è stata data dal Vescovo di Crema, Oscar Cantoni, ai preti della diocesi convocati martedi. "In data 9 dicembre 2012 il Vescovo di Crema ha emesso un decreto, su mandato della Congregazione per la Dottrina della Fede (Santa Sede), che dispone la dimissione dallo stato clericale del reverendo Monsignor Mauro Inzoli al termine di un procedimento canonico a norma del canone 1720 del Codice di Diritto Canonico. La pena è sospesa in attesa del secondo grado di giudizio. Ogni altra informazione in merito al provvedimento di cui sopra è riservata all’autorità della Congregazione per la Dottrina della Fede". Sette righe di comunicato stampa ma nessuna altra notizia sull'accusa che resta un giallo. Lunedì il monsignore ha pranzato in una nota trattoria cremasca con alcuni famigliari. Da allora è impossibile raggiungerlo al cellulare. Massimo riserbo anche in curia: negli ambienti clericali si parla di atti illeciti nella sfera privata del sacerdote, estranei a questione di carattere economico. Ciò che è certo è che le accuse rivolte al monsignore, assiduo frequentatore del meeting di Cl, potrebbero essere pesanti visto che provvedimenti di questo genere vengono assunti dalla Congregazione per la dottrina della fede solo in casi di “gravi comportamenti”.
A OGGI non vi è alcuna denuncia all'autorità giudiziaria anche perché il dicastero della curia romana non ha alcun obbligo di informare la magistratura italiana delle vicende di cui si occupa. Monsignor Inzoli ora si starebbe preparando ad affrontare il secondo grado di giudizio dell'ex Sant'Uffizio. Intanto la città di Crema è sotto choc: pochi dei politici di centrodestra a lui vicini hanno aperto bocca pubblicamente per prendere posizione.
Originario di Torlino Vimercati, 62enne, insegnate al seminario vescovile di Crema, rettore dell'istituto Santa Dorotea di Napoli. Parroco della Santissima Trinità per diacessete anni, nell’ottobre 2010 ha abbandonato improvvisamente i suoi fedeli senza dare spiegazioni. Per due anni su di lui è calata la nebbia: in molti hanno avanzato ipotesi diverse su dove fosse finito don Mauro. Sulla rete si trovano video del monsignore. Il 19 novembre 2011 presentò a Marsala, alla presenza del sindaco, la giornata nazionale della colletta alimentare. Ha guidato il liceo linguistico “Shakespeare”.
il Fatto 14.12.12
Il Messaggero di Sant’Antonio e gli spot sospetti
L’Ordine dei giornalisti sospende i direttori padre Sartorio e Segafredo
di Carlo Tecce
Il Messaggero di Sant'Antonio è un giornale molto rigoroso e molto diffuso: un milione e mezzo di copie in Italia, un milione in Europa e Sud America, l'abbonamento costa dai 23 ai 27 euro, e il direttore si chiama padre Ugo Sartorio.
La rivista cattolica più importante del continente: pagine patinate, ben curate, di ampio respiro. Troppo ampio. L'Ordine dei giornalisti del Veneto ha sospeso padre Sartorio (4 mesi) e Luciano Segafreddo (6), responsabile edizione esteri, per aver spacciato dei servizi pubblicitari a pagamento per articoli redazionali e d'ispirazione, appunto, al Santo di Padova: “È nel travaglio del dopo concilio, mentre l'Italia è agitata dalla contestazione giovanile, che i religiosi del Messaggero - si legge sul sito - ritengono giunto il momento di sviluppare appieno le grandi possibilità del bollettino con la sua capillare presenza nel paese (...) tenendo però come punto di riferimento il messaggio evangelico, la dottrina perenne della chiesa, nelle formulazioni che il magistero via via indica, come appunto aveva sempre fatto sant'Antonio”.
E chissà se i fedeli avranno affrontato il dubbio sfogliando gli speciali regionali, puntuali come vespri, maestosi come novene: Abruzzo, la regione premia i suoi figli; Veneto informa, tra folclore e tradizione; Piemonte, lo spazzacamino nel mirino.
E ANCORA, ogni mese: Marche, lavoro e dignità; Veneto informa, più forza ai giovani; Veneto, un impegno che si rinnova; Molise, una terra da premiare; Umbria, sempre più protagonisti. Quando i temi deragliano per incensare con il turibolo le amministrazioni locali, e forse il lettore, seppur fedele, cova qualche sospetto, c'è sempre una scoperta che li soddisfa tutti, i sospetti. Come la documentata sviolinata a quelle “aziende amiche della famiglia” o come l'imprescindibile intervista al banchiere che gestisce la Camera di commercio italiana a Londra.
E in questo florilegio di pezzi bizzarri e un po' fuori luogo, non citiamo i racconti appassionati e appassionanti di Carmen Lasorella, che potrebbero oscurare gli interventi del cardinale Angelo Scola.
L'Ordine accusa i due giornalisti di aver confuso la pubblicità con l'informazione. A Segafreddo contestano di aver tenuto contatti con enti pubblici e privati per concludere accordi che prevedevano uno scambio gravissimo per la categoria: chi pagava aveva in mano un paio di pagine, scriveva (non firmava) e si guadagnava la propaganda camuffandola per notizia. Siccome qualche cognome andava sacrificato, Segafreddo ha pensato bene di utilizzare lo pseudonimo di un redattore assente per malattia: un peccato di omissione, almeno.
La testata farà ricorso. Addirittura padre Sartorio si fa difendere dall'ufficio stampa del Messaggero. La seconda notizia è che il Messaggero ha un ufficio stampa: “I superiori gli hanno riconfermato la fiducia e il loro sostegno”. Beh, ora al padre tocca il perdono più delicato. Quello dei 3,5 milioni di lettori che garantiscono centinaia di milioni di euro l’anno. Forse non bastavano.
Non c’è limite al giornalismo creativo, un po’ reclame e un po’ parrocchia.
La Stampa 14.12.12
Fra Cina e Santa Sede torna il gelo
Perché Pechino ha deciso di destituire un vescovo?
di Andrea Tornielli
Nuove tensioni tra Vaticano e Cina: il Consiglio dei vescovi cinesi e dell’Associazione patriottica – organismi filogovernativi non riconosciuti dalla Santa Sede – hanno deciso di destituire il vescovo ausiliare di Shangai Taddeo Ma Daquin, designato solo qualche mese fa. La sua nomina, avvenuta con il consenso di Roma e di Pechino, era stata considerata come il possibile inizio di una nuova stagione nei rapporti tra Cina e Vaticano: il giovane prelato è infatti una figura che per la sua storia personale avrebbe portato a sanare le divisioni tra la comunità clandestina e quella ufficiale. Al termine della sua ordinazione episcopale, avvenuta nella cattedrale di Xujiahui lo scorso 7 luglio, il neovescovo aveva fatto una dichiarazione pubblica affermando di voler lasciare l’Associazione patriottica, nella quale ricopriva delle cariche. Le sue parole avevano provocato la reazione delle autorità politiche cinesi che dopo averlo prelevato lo avevano rinchiuso nel seminario di Sheshan, imponendogli un regime di isolamento e impedendogli di esercitare il suo ministero. La situazione era apparsa subito difficile, anche perché durante la cerimonia il vescovo non si era limitato a dimettersi dalle cariche ricoperte nell’Associazione patriottica, ma aveva dichiarato di volerla abbandonare. Una dichiarazione in linea con le più recenti direttive vaticane. E così si è aperta l’ennesima crisi. La Santa Sede considera del tutto illegittima la destituzione, dato che soltanto il Papa può destituire un vescovo. La prima reazione da Roma è stata quella del segretario della congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli, il salesiano Savio Hon Tai-fai, il quale ha rivolto un appello alle autorità di Pechino: «Vorrei proprio che la nuova leadership della Repubblica popolare cinese portasse una nuova visione della politica nel rapporto fra Chiesa e Stato, senza usare più i vecchi metodi del passato, che non fanno del bene a nessuno». Alla luce di questi ultimi eventi è sempre più urgente cercare di attuare la proposta avanzata alcune settimane fa dal cardinale Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli: l’istituzione di una commissione bilaterale tra la Santa Sede e le autorità di Pechino.
l’Unità 14.12.12
Editoria, salvare un settore decisivo per la democrazia
di Fulvio Fammoni
Presidente Fondazione Di Vittorio
GLI ULTIMI DUE O.D.G. PARLAMENTARI ACCOLTI DAL GOVERNO SULL’EDITORIA SONO RELATIVI ALLA LEGGE DI STABILITÀ E ALL’ASTA PER I MULTIPLEX. La crisi è decisa, ma il governo è in carica e ha il dovere di onorare gli impegni assunti. L’asta per i multiplex probabilmente non si farà, un anno di tempo non è bastato ai tecnici e in una
fase così drammatica è davvero un fatto grave.
La legge di stabilità incorporerà molti altri provvedimenti (si parla anche del mille proroghe) e diventa probabilmente lo strumento possibile per intervenire. La delega di riforma del settore a questo punto potrà essere adottata solo dal prossimo governo, ma si deve lasciargli questa possibilità: cosa si riordinerà se il settore non ci
sarà più?
È dunque responsabilità dell’esecutivo non provoca-
re: un duro colpo al pluralismo dell’informazione, la chiusura di decine di testate ed un ulteriore dramma occupazionale.
Il sostegno pubblico all’editoria fu deciso in attuazione dell’art.21 della Costituzione e ha via via rappresentato una parziale risposta alle evidenti distorsioni e mancata regolamentazione di un mercato dominato dal conflitto d’interesse. In Italia circa il 60% delle risorse pubblicitarie sono raccolte dalle tv e i 5 maggiori gruppi editoriali introitano più del 60% delle risorse in editoria.
La legge Gasparri è un incentivo ai monopoli. Invece di intervenire su questi aspetti che riguardano e tutelano i più forti, si è sempre preferito infierire sui più deboli. Questa è la vera anomalia in Europa, non il finanziamento pubblico che invece esiste in tutti gli altri Paesi o in forma diretta dagli stati o tramite le forme istituzionali decentrate. Non ce lo chiede dunque l’Europa di tagliare, questa volta non vale nemmeno come scusa.
Si tratta di decine di giornali con orientamenti e opinioni molto diverse, di un patrimonio dell’informazione e della democrazia italiana che va verso una drastica riduzione. Si è spesso associato i tagli alle distorsioni nell’uso dei finanziamenti ma adesso con gli ultimi interventi si è fatta piazza pulita dei problemi passati.
Deve essere inoltre chiaro che intervenire a sostegno dell’editoria non è assistenza ma un investimento. Il settore fattura circa 500 milioni di euro e a questo va aggiunta la carta, la distribuzione, le edicole, le industrie grafiche etc.
Se 4000 persone perderanno il lavoro, oltre al dramma per quei lavoratori, ci sarà meno contribuzione, meno consumi e invece aumento dei costi con il ricorso agli ammortizzatori sociali. Via via che le attività diminuiranno lo stato incasserà meno Iva, Irpef, Irap etc. Una proiezione a 2/3 anni dimostrerebbe che si perderà e spenderà di più di quanto si afferma di risparmiare.
C’è un clima verso l’informazione preoccupante e che dobbiamo aiutare a cambiare, non difendendo tutto, ma difendendo il lavoro, lo sviluppo e la libertà di informazione, che sono irrinunciabili. La cura non sta nella riduzione delle fonti ma nel pluralismo e nell’abbattimento dei monopoli. Questo chiediamo noi al governo.
il Fatto 14.12.12
Valentino Parlato
“Io, i banchieri e il manifesto. Che non mi piace più”
di Antonello Caporale
Valentino Parlato è stato l'unico comunista al mondo che ha fatto scucire soldi ai capitalisti. L’unico intellettuale che si è così impadronito delle virtù (e dei vizi) dei banchieri da averli saputo tenere a bada. Senza Valentino Parlato il manifesto avrebbe smesso di respirare da tempo. Lui ha bussato a ogni porta e sempre un filo d’aria ha trovato: uno sconto cambiali, un prestito a sessanta giorni, un anticipo sui finanziamenti. Da Cuccia a Geronzi, tutti hanno firmato assegni o consigliato di farlo. Però, ed è anche questo un unicum nel mondo dell'informazione, il quotidiano non ha mai avuto bisogno di parlar bene dei suoi finanziatori, mai succube, mai con la bocca cucita. Ora Parlato prende cappello e lascia la ciurma. È l'ultimo dei grandi vecchi che abbandona il vascello già corsaro, oggi invece preda di onde così alte che prefigurano (e noi invece scongiuriamo che così non sia) l’inabissamento. ParlatoinsiemeaRossanaRossanda e Luigi Pintor ha anche rappresentato per la cultura della sinistra e per intere generazioni di intellettuali l'enunciazione quotidiana di una possibilità diversa dal comunismo sovietico: la rivoluzione dei rapporti tra le classi sociali non come sogno ma come pratica sperimentabile, sostenibile, moderna. Quarant'anni a sognare e a provare l'alternativa, e poi la resa. “Non abbandono la battaglia, non ho smesso di combattere e non ho voglia di desistere. Penso che ci sia un campo aperto per questo giornale, ma non in questo modo, con questa direzione, seguendo questa linea editoriale”.
È colpa di Norma Rangeri dunque? È responsabilità della direttrice se il comunismo non è una parola più comprensibile né spendibile?
Un giornale deve avere un'identità e custodirla. La colpa di Rangeri è di averne smarrito la missione, resa opaca l'identità. Cosa è oggi il manifesto?
Il 31 dicembre rischia di chiudere. E la sua defezione non aiuta.
La mia e quella di tanti altri. La Rangeri non ha tenuto conto dei miei consigli e io ne prendo atto. Ritengo di formalizzare un dissenso, certo non mi sogno neanche di ritirarmi a vita privata. Ci sono con le mie forze di ottantaduenne. Ma sono qua e non mi eclisso.
Il giornale ha bisogno di finanziatori, e tu eri un impeccabile cercatore di funghi. Cercavi e trovavi.
Certo, ho sempre avuto un buon rapporto con i banchieri. Il mio lavoro all'interno del giornale era anche questo, e io lo portavo avanti. E devo dire di più: molti banchieri mi stanno davvero simpatici.
Ci credo, con tutti i quattrini che gli hai spillato!
Leggo continuamente che la finanza è il male assoluto di questa società. Ma il predominio della finanza è l'effetto della crisi della politica, della mancanza di governo. La finanza non è buona né cattiva. Contenerla, governarla, gestirne lo sviluppo, sovraintendere agli affari è compito della politica. Ma lo Stato, il potere del Palazzo e la sua rispettabilità, la sua reputazione sono andati smarriti. E allora l'effetto ottico è quel che si diceva...
Con quali banchieri hai legato di più, ti sei capito di più?
Con Enrico Cuccia, anzitutto.
Soldi anche da lui?
No, soldi niente. Ma buoni consigli, ottime entrature e una sintonia che non è mai finita.
Cuccia era un lettore del manifesto?
Nooo. Lo annusava, lo sfogliava ma niente più. Però comprendeva il suo ruolo e in qualche modo lo difendeva. E poi aveva radici siciliane come le mie e spesso mi diceva: tra greci e greci non si vende roba cattiva. Un motto antico, il senso di una condivisione, l'appartenenza a un mondo in qualche modo comune.
Da Geronzi invece parecchi assegni.
Parecchi no. Era sincero, schietto con me. Diceva sì ed era sì. Molte volte diceva no, e purtroppo era no.
Un tipo glaciale, freddo, calcolatore.
Non direi. Ho conservato buoni rapporti con lui e ancora due sere fa ero alla presentazione del suo libro. La stima è rimasta.
Sembra invece che l'amicizia sia finita con i suoi compagni
Il disaccordo è sulla linea editoriale. E io sono l'ultimo della lista che prende posizione. Forse avrei dovuto farlo prima. Ma ripeto: il mio no è a questo giornale, a come oggi interpreta questo mondo. Non è un addio al manifesto.
Repubblica 14.12.12
Manifesto, l’addio di Parlato
intervista di Alessandra Longo
qui
l’Unità 14.12.12
Scuola, se cala la capacità di comprendere la lettura
Benedetto Vertecchi
ANCORA UNA VOLTA, LA PUBBLICAZIONE DEI DATI DI UN’IMPORTANTE RICERCA COMPARATIVA SUI RISULTATI CONSEGUITI IN VARI SISTEMI SCOLASTICI è stata l’occasione per esprimere giudizi da bar dello sport. In questo caso, si tratta di una rilevazione promossa dall’International Association for the Evaluation of Educational Assessment (Iea), volta ad accertare il livello di capacità di comprensione della lettura raggiunto dagli allievi che frequentano il quarto anno del ciclo dell’istruzione primaria (Pirls, acronimo di Programme for International Reading Literacy Study). In Italia, tale definizione individua i bambini di nove anni. Rilevazioni precedenti avevano consentito di esprimere un giudizio ampiamente positivo sulla capacità di comprensione raggiunta nelle scuole elementari italiane. L’Italia si collocava, infatti, nelle prime posizioni della graduatoria. Ora è emersa una situazione diversa: le nostre scuole, pur continuando a collocarsi al di sopra della media dei Paesi partecipanti, sono scivolate di molte posizioni nella classifica internazionale. Sono subito emerse due linee interpretative. Da un lato si è sostenuto che la perdita è stata modesta, e comunque ci si trova di fronte ad un quadro che è ancora fondamentalmente positivo. Ma, dal lato opposto, si è fatto osservare che i risultati meno positivi sono stati ottenuti in un periodo di tempo in cui le scuole elementari hanno subito gli effetti devastanti delle modifiche degli ordinamenti (mi rifiuto di chiamarle riforme) introdotte quando responsabili del ministero dell’Istruzione erano prima Letizia Moratti e, dopo un paio d’anni di intervallo, Mariastella Gelmini. Anche se questa seconda posizione ha molto di vero, considerato il basso profilo degli interventi menzionati, credo che in un caso e nell’altro ci si limiti a rilevare sintomi marginali di un male molto maggiore, che non ha origine nel sistema scolastico, anche se per molti versi è proprio l’attività educativa quella che deve subirne le conseguenze più gravi.
Infatti, sullo sviluppo della comprensione della lettura influiscono sia le decisioni didattiche assunte all’interno della scuola, sia le esperienze che gli allievi compiono al suo esterno. Da troppo tempo le scelte politiche hanno lasciato che si affermasse a livello sociale una cultura che contrasta sostanzialmente con quella che fa da supporto all’educazione scolastica. Bambini e ragazzi sono sottoposti a condizionamenti il cui intento principale è di accrescerne la propensione al consumo e, per ottenere che questo intento si realizzi, si ricorre a messaggi di facile acquisizione, che non richiedono un particolare impegno per essere compresi, che comportano un numero limitato di parole e sono privi di asperità grammaticali e sintattiche. Sul piano della motivazione, i messaggi sono resi accattivanti per le prospettive di successo che evocano o a cui alludono. I messaggi sono proposti da personaggi sorridenti, nei quali tutto mostra che abbiano raggiunto i risultati che fanno intravedere e che si traducono, nell’immediato, nell’acquisizione di oggetti del desiderio e, in prospettiva, di quantità indefinite di denaro.
Tutti sono felici, ma nessuno spiega perché lo siano. È possibile che non ci si ponga mai il problema delle conseguenze che può avere sulla popolazione l’assenza di una politica per l’educazione e la cultura sottratta alle rozze logiche speculative che ormai sembrano padrone incontrastate del campo? Eppure, si tratta di un problema non solo italiano, per il quale altrove sono già state elaborate soluzioni, che consistono nell’accrescere il tempo di funzionamento delle scuole per contrastare l’effetto dei condizionamenti esterni. Bambini e ragazzi trascorrono a scuola gran parte del loro tempo, svolgendo attività il cui scopo è di bilanciare l’incidenza negativa delle esperienze che si compiono nella vita quotidiana.
Negli anni passati si sono avute continue riprove di quanto poco le rilevazioni a fini valutativi siano considerate il punto di partenza per riflettere sui mutamenti in atto nella cultura e nella società, e per assumere le decisioni capaci di contribuire e orientare i cambiamenti attraverso l’educazione. C’è bisogno di affermare interpretazioni meno anguste della valutazione del sistema scolastico: non basta rilevare che i dati non soddisfano, ma si devono cercare le ragioni delle difficoltà che le scuole incontrano nello svolgimento del loro compito. La ricerca valutativa non può esaurirsi in rilevazioni impegnative (come sono quelle che coinvolgono tutti gli allievi), dalle quali provengono solo modeste indicazioni su ciò che non funziona e nessuna indicazione sul perché. Occorre esaminare l’evoluzione del linguaggio, delle strutture argomentative, dei repertori sapienziali, degli apprendimenti impliciti e via elencando. E non ci si può limitare ad un esame dall’interno delle scuole, ma si deve considerare in che modo sulla loro attività si esercitino i condizionamenti dall’esterno.
l’Unità 14.12.12
Immigrati, basta retate e sgomberi
di Filippo Miraglia
Responsabile immigrazione Arci
IL 13 DICEMBRE DEL 2011 VENIVANO UCCISI NEL CENTRO DI FIRENZE MODOU SAMB E MOR DIOP. ALTRI 3 CITTADINI SENEGALESI rimanevano feriti, uno di loro in modo così grave da ricavarne un’invalidità permanente. La loro unica colpa tentare di sopravvivere, africani in un paese che non era il loro, facendo i venditori ambulanti. Motivo sufficiente per armare la mano di Gianluca Casseri, un simpatizzante di Casa Pound.
Nei giorni successivi ci fu una reazione ampia e unitaria. Una grande manifestazione nel capoluogo toscano e tante, tantissime iniziative contro il razzismo. A un anno di distanza, la città di Firenze, la Toscana democratica e antirazzista, le organizzazioni del mondo dell’immigrazione, in primo luogo la comunità senegalese, sono state protagoniste di una riflessione collettiva sulle cause di quella tragica vicenda e di che azioni intraprendere per evitare che possa ripetersi.
Per chi come noi considera la lotta al razzismo un impegno prioritario, quel che succede in questi giorni è importante ma non basta.
L’Italia è stata il Paese delle leggi razziali e l’antisemitismo non è mai scomparso dai riferimenti culturali di una area politica che è ancora molto diffusa, soprattutto tra i giovani. La politica e la stampa si sono occupate poco di questo negli anni del governo Berlusconi, quando veniva dilatato strumentalmente un rischio sicurezza legato in particolare alla presenza dei migranti.
Nell’ultimo anno questo tema si è attenuato e oggi gli italiani attribuiscono il loro senso di precarietà alla crisi che continua a mordere e a impoverire, non a propagandistiche «invasioni» di stranieri. Tuttavia il sentimento di intolleranza e fastidio nei confronti degli immigrati e delle minoranze non è affatto scomparso.
Costruito per lunghi anni attraverso campagne di stampa «bipartisan» (qualcuno ricorderà la tragica vicenda della signora Reggiani, uccisa a Roma il 30 ottobre del 2007, che diede il via a una campagna di diffamazione e criminalizzazione dei rumeni e, più in generale, degli stranieri, a cui in pochi reagirono) e alimentato da scelte legislative, delibere o ordinanze di tante amministrazioni locali, il razzismo ha consolidato le sue radici nella nostra società fino a diventare elemento identitario di singoli e comunità. Oggi la retorica discriminatoria nei confronti delle minoranze e degli stranieri ha perso mordente, ma non è difficile prevedere che basterebbe poco per rianimarla, per risvegliare il mostro che dorme se venisse ritenuto funzionale agli interessi di questa o quella parte politica. Per sradicare il razzismo latente, o quello che in maniera esplicita si manifesta periodicamente con la violenza del linguaggio e dell’azione, serve una grande operazione culturale che si sostanzi in politiche, iniziative e atti pubblici che vadano nel senso opposto a quello che ha caratterizzato in questi anni la nostra società.
Per rendere davvero omaggio ai due senegalesi uccisi un anno fa, bisognerebbe chiudere la stagione delle retate contro gli ambulanti, nelle città e nelle spiagge, come se si trattasse di pericolosi criminali; bisognerebbe smetterla con gli sgomberi dei campi rom che obbligano intere famiglie a spostarsi in continuazione da un posto all’altro. Servirebbero azioni di riparazione sociale e culturale, che restituiscano dignità e protagonismo alle tante vittime di una persecuzione che non ha giustificazioni. Applichiamoli finalmente quei principi di uguaglianza e solidarietà che fanno della nostra Costituzione una delle più avanzate del mondo.
Repubblica 14.12.12
Gunter Grass: “I populisti sfidano l’idea di Europa, basta tagli o la rabbia spazzerà via tutti”
intervista di Andrea Tarquini
qui
il Fatto 14.12.12
Cacciabombardieri
Aerei F-35, anche il Canada rinuncia “Cari e inadeguati”
Olanda, Australia e Inghilterra tentennano
Solo l’Italia va spedita
di Daniele Martini
Per gli F-35 il Canada ci ripensa, l’Italia invece procede come un treno. Si fa sempre più frastagliata la compagine dei paesi interessati al progetto per la costruzione dei cacciabombardieri più costosi di tutta la storia dell’aviazione. Prima di tuffarsi in via definitiva nell’operazione l’Australia, per esempio, vuole riflettere bene e sta prendendo tempo avendo spostato la data definitiva del sì o del no al 2015. L’Olanda che insieme all’Italia dovrebbe partecipare all’assemblaggio del velivolo si trova in una curiosa posizione in cui non è né pesce né carne: il Parlamento ha votato a favore dell’abbandono, ma il governo stenta a tradurre la scelta in decisioni definitive. In Gran Bretagna tentennano perché non riescono a decidersi su quale versione del velivolo puntare, sulla A tradizionale, B a decollo verticale o C per le portaerei. Tra l’una e l’altra versione ci sono differenze notevoli non solo di prestazioni, ma di costi. Il governo canadese ha deciso di uscire per il momento dalla partita dopo mesi e mesi di polemiche e dibattiti lasciandosi aperta la possibilità sia di un’ulteriore retromarcia sia di un cambio totale di orientamento puntando su un altro tipo di aereo. I concorrenti dell’F-35 prodotto dalla Lockheed Martin non mancano di certo, dall’F-18 di nuova generazione della Boeing al Rafale della francese Dassault al Typhoon Eurofighter di un consorzio di imprese europee di cui fa parte anche Alenia della Finmeccanica. La scelta canadese è avvenuta considerando i prezzi del velivolo ritenuti troppo cari e sulla base delle performance valutate inferiori alle attese. Sulla decisione hanno influito in particolare due rapporti, uno della Corte dei conti e l’altro della società di analisi Kpmg. In entrambi gli studi venivano contestate le cifre di costo ufficiali e soprattutto quelle relative alla manutenzione. In Italia, invece, l’adesione governativa al progetto resta salda nonostante cresca l’opposizione ad esso a diversi livelli. Secondo quanto riportato dal sito Altreconomia il nostro paese avrebbe già concluso i passaggi preliminari per l’acquisto di 3 velivoli e ne avrebbe opzionati altri 4. La legge di riforma della Difesa potrebbe modificare in extremis questo orientamento perché sposta dalle stanze del ministero alle aule parlamentari la decisione sull’acquisto dei sistemi d’arma. Ma non è ancora chiaro se questo positivo cambiamento valga anche per i programmi in itinere come gli F-35 o solo per i progetti futuri.
il Fatto 14.12.12
Orwell a Mosca: Putin “piccolo padre” dei russi
Il presidente ridisegna la società:
le famiglie con 3 figli, solo buone notizie sui media e il modello della Grande Madre Russia
di Alessio Altichieri
Prosegue la segregazione della Russia dietro un muro di superbo nazionalismo. “Sono inaccettabili interferenze nella nostra politica interna”, ha detto Vladimir Putin, il presidente, parlando a mille politici riuniti nella grande Sala di San Giorgio, al Cremlino, nell’annuale discorso sullo stato della nazione. A chi allude? “Chi riceve soldi dall’estero per il suo lavoro politico e serve interessi stranieri, non può essere un politico in Russia”, ha sentenziato. Gli esponenti dell’opposizione, che magari ricevono sostegno da fuori per la difesa dei diritti civili, sono avvisati: la manifestazione prevista per domani davanti alla sede dell’ex-Kgb, sarà etichettata come una manovra di agenti occidentali.
POI, QUANDO sarà isolata, ci penserà lui a forgiarne il pensiero. È fresca la proposta di un deputato di Giusta Russia, il partito di Putin, di limitare al 30% lo spazio per le cattive notizie sui giornali: tutto il resto dev’essere dipinto di rosa. L’idea non stupisce e l’oscuro proponente, Oleg Mikheev, somiglia ai carneadi belusconiani – tipo Paniz – che uscivano dall’anonimato per presentare, spontaneamente s’intende, un bella legge per il capo, ignaro di tutto. E non stupisce perché l’insofferenza per le cattive notizie, cioè le notizie tout court, è d’ogni dittatore: Carlo Emilio Gadda, con sarcastico livore, fece censurare l’orrendo delitto di via Merulana a un titoletto microscopico sul Messaggero, perché il Duce, voleva così. Putin è solo un emulo. Astuto, ovvio. Nel discorso ha infilato anche l’elogio della democrazia, “l’unica scelta politica della Russia”. E ha annunciato il divieto per i dipendenti statali di avere conti all’estero: “Che fiducia si può avere in un funzionario o in un politico che esalta la grandezza della Russia e poi piazza i soldi all’estero? Lo Stato non può diventare una casta separata”.
LA PLATEA, che pagherebbe di tasca propria se la proposta diventasse realtà (si calcola che escano dalla Russia circa 80 miliardi di dollari l’anno), è scattata in un applauso alla brillante idea del capo. E lui, boss tra yes-men, s’è permesso una battuta: “Aspettate a battere le mani: non sapete che può venire dopo”. In verità, poi, sono venuti solo progetti d’ingegneria sociale, come l’aumento dei sussidi alle famiglie che fanno un terzo figlio: “Famiglie con tre figli dovrebbero essere la norma”, ha detto, immemore che la nazione popolosa fu già il sogno infranto di Ceausescu (e del Mussolini che voleva le donne italiane perennemente gravide). Ultimo problema: le 21 repubbliche autonome della Federazione Russa che, secondo Putin, asseriscono con troppo zelo la propria identità: “Non possiamo permettere la creazione di enclave con una loro giurisprudenza informale, che vivono al di fuori dello spazio legale e culturale del Paese”, ha detto. Questo, invero, potrebbe diventare un guaio – se Putin insistesse. Perché proprio pochi giorni fa una commissione del Cremlino ha proposto una “strategia delle nazionalità” che, ispirandosi a un retrivo filosofo ottocentesco, Nikolai Danilewsky, per la prima volta considera una sola “civiltà” russa, buona per tutti i popoli della Federazione.
COSÌ il cerchio si chiuderebbe: la Russia segregata dal mondo, omologata sotto una sola etichetta etnica, si gonfierebbe di prole numerosa, esaltata da notizie solo positive. Nemmeno Orwell avrebbe immaginato una fattoria degli animali come quella di Putin.
il Fatto 14.12.12
Svizzera, sì alle adozioni gay
La Camera Bassa del Parlamento svizzero ha approvato un testo che apre la strada alle adozioni per i gay. Con 113 voti a favore e 64 contrari, il Consiglio nazionale ha dato il via libera all’affidamento di qualsiasi figlio (naturale o meno) avuto anche prima dell'inizio della relazione. Ansa
l’Unità 14.12.12
A novant’anni dalla nascita
Bianciardi dove sei?
Il ricordo dell’intellettuale più crudo Uno sguardo incorruttibile e doloroso
Raccontava di minatori, cercava compagni per la rivoluzione: fu solo
Oggi basta un po’ di anticonformismo per vendersi bastian contrari, e rimanere ben integrati
Lo scrittore maremmano dissentiva, si misurava nel conflitto, nella distanza
di Marco Bucciantini
LUCIANO BIANCIARDI AVEVA IL FEGATO AMARO E AVVELENATO, NON CI SAREBBE ARRIVATO A NOVANT’ANNI: SAREBBERO STATI OGGI. S’è fermato un bel pezzo di strada prima, gli mancava un mese a 49 anni, il 14 novembre del 1971. La bomba che voleva piazzare sotto il Torracchione, per vendicare i minatori di Ribolla, morti per il grisù disse il processo, crepati come sorci per calcolo e interesse del padrone, scrive invece la storia, quella bomba lì gli era rimasta addosso. E la miccia bruciava lenta, incendiata dalla sua vita impossibile, «agra», riassunse lui in un libro che diventò un bel film di Lizzani, e un titolo che adesso è una frase fatta, La vita agra, appunto.
Il Bianciardi, un maremmano. Spesso capita di rimpiangere uno sguardo perduto, un punto di vista genuino e diverso sulla realtà. Quante volte si è letto (si è detto): «Ah, se ci fosse ancora Pasolini». O De André: ognuno può completare la sua lista. Forse qualcosa di loro è rintracciabile, sono autori (anche idoli) che hanno lasciato qualcosa dentro qualcuno. Sono occhi con cui è capitato di «vedere». Con Bianciardi no: non ci sono eredi, né imitatori, neanche sbiaditi. «Sopportatemi, duro ancora poco», disse a chi gli stava vicino, nei giorni che correvano verso la morte. Durò poco.
La miniera esplose il 4 maggio del 1954. Morirono 43 operai, Luciano li conosceva tutti. Andava a sedersi fuori, li aspettava, ci parlava, portava libri da leggere perché si era inventato era direttore della biblioteca Chelliana di Grosseto un bus sgangherato per portare da leggere in campagna, e sollecitava il suo assistente Aladino: «Mi raccomando, andiamo a occhio». Significava: ricordiamoci a chi prestiamo i libri, perché compilare schede e fogli rientrava in un senso pratico sconosciuto al Bianciardi. In questo modo sapeva di perdere molti testi, ma ai rimproveri dell’amministrazione rispondeva alla Bianciardi: «Meglio un libro rubato che un libro mai letto». I minatori, allora: «I miei amici», diceva. Denunciava la loro condizione di povertà e di pericolo. Alcuni di loro gli raccontarono della galleria in cui stavano scavando a fondo cieco, «lo scriva sui giornali: corriamo il rischio di saltare tutti per aria». Questo accadde.
E Bianciardi va via, va a Milano, va a morire: ci metterà diciassette anni. Traduce (Miller, Faulkner, tanti altri). Scrive, studia. S’incazza. Dissente. Beve, ma non si corrompe. Trova il successo, cercandolo e odiandolo, perfino combattendolo, rifiuta l’offerta di Montanelli di accasarsi al Corriere, si fa licenziare dalla Feltrinelli, «perché strascicavo i piedi, e mi muovevo piano, mentre altri erano fannulloni frenetici che riuscivano, non si sa come, a dare l’impressione di star lavorando. Pensa, si prendono pure l’esaurimento nervoso», ricordò un giorno alla figlia Luciana, che ne custodisce la memoria. Ma la notorietà arriva comunque, con quel libro, La vita agra, con l’intellettuale di provincia che va in città per far esplodere il Torracchione, la sede della Montecatini, i padroni della miniera. Cercate questo libro fra gli scaffali, o in libreria, leggetelo, e anche il Lavoro culturale: solo gli autori così dis-integrati, gli intellettuali così puri possono essere (alla lunga, ci vuole tempo) così profetici. Dentro quell’io narrante spudorato che è lui certamente, ma è anche l’indefesso lavoratore dell’immateriale, al servizio di un sistema imbattibile, c’è l’autobiografia di un qualunque trentenne di oggi, costretto alla perdita dell’innocenza senza avere niente in cambio, nemmeno la paga. È doloroso, Luciano: cerca compagni per la rivoluzione, incontra persone che faticano a combinare il pranzo con la cena, indaffarate a sopravvivere come formiche. Si addormenta, alla fine, annichilito, dopo aver attraversato tutti i simboli del vivere comune, dalla famiglia al sesso, dal lavoro ai soldi, senza trovarne il senso. Si rifugia nel bastione che la vita non ha potuto distruggere: l’unica rivoluzione possibile è dentro, in interiore homine. Ma non basta a curare l’esistenza.
Prima di tutti tratteggiò il carrierismo politico, «arte della conquista e della conservazione del potere». E pronosticò l’inevitabile cannibalismo consumista, nei «bisogni indotti dalla pubblicità, con i padroni che decidono per noi cosa dobbiamo desiderare». Questo è il Bianciardi che anticipa e che resta. Ma servirebbe quello scomparso, quello introvabile, crudo e nudo, che odora di pastrano sdrucito, di polvere e di carbone. Chi lo ha letto, lo sa, lo sa. Lui che cammina per ballatoi e ciottolati, e spiega perché, come mai, che lima la lingua e va avanti con il suo stile preciso, nuovo, fantasioso, davvero anarchico, dolce e cinico, un cazzotto e un sorriso, un sogno e un’analisi, un lessico allacciato alla manualità, un frasario che deve qualcosa a Gadda. Il Bianciardi che consiglia ai bambini di leggere Diabolik, «dove il bene in qualche modo vince sul male, dove la donna è forte», invece del libro Cuore, «dove ti affezioni a personaggi che poi muoiono in guerra, straziati, e i bambini poveri restano somari a vita, e quelli ricchi sono i più bravi della classe». Straordinario.
Soffiava vetriolo, ne aveva tanto in corpo da rovinarsi. Dopo La vita agra gli dissero: insisti con il tema dell’incazzato, funziona e fai soldi. E lui scrisse un romanzo del Risorgimento: adorava la storia e Garibaldi, il suo coraggio e la sua energia democratica. Era un ribelle che camminando finiva sempre sulla strada sbagliata, fuori campo, a concimare la sua penosa libertà. Da lì ci vedeva meglio. La fedeltà a se stesso fu spietata: questo manca negli intellettuali che oggi scelgono sempre una parte dove stare, un guadagno da proteggere. Che confondono e truccano l’anticonformismo per il conflitto. Bianciardi non aveva questo senso di colpa (l’unico: aver lasciato la Maremma). Non aveva bisogno di negare l’adorazione per le gambe della Carrà, o l’interesse per il calcio: gli ultimi due anni curò la rubrica delle lettere per il Guerin Sportivo di Gianni Brera, quegli interventi sono diventati un libro di massime, Il fuorigioco mi sta antipatico.
Era un disturbo, era un’agenda con le date a caso, un trapezista che preferiva cadere, perché non c’è verità nell’equilibrio, nell’ordine. Da vivo, era perfetto per essere morto, per essere poi riscoperto, per essere rimpianto: tutte quelle declinazioni dell’affetto che avrebbero chiesto ai suoi contemporanei il tempo, la tolleranza, l’intelligenza, la curiosità. È un pensiero che fa rabbia, il Bianciardi. È un conto aperto.
Un giorno era seduto sulla scalinata della scuola elementare di Grosseto, in attesa che dall’edificio dirimpetto, che ospitava il liceo classico dove aveva studiato e insegnato, uscisse la figlia. Il bidello napoletano lo riconobbe e lo chiamò, «professore, venite a sedervi di sopra, sui gradini ci sono le cacche di piccione». Lui rispose: «Vedi Quirino, nella vita bisogna scegliere su quali merde mettersi a sedere, io ho scelto questa».
Repubblica 14.12.12
La doppia vita dell’infinito
Così la matematica esorcizza il demone dell’indistinto
“L’infinito nel pensiero dell’antichità classica2 di Rodolfo Mondolfo
In uscita per Bompiani
di Paolo Zellini
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