l’Unità 10.12.12
Le primarie portano i democratici al 34,6%
Grillo supera il Cav. e tanti sono gli incerti
Berlusconi flop
Al Pd il triplo dei consensi Pdl
di Carlo Buttaroni
presidente Teknè
Il ritorno di Berlusconi non riavvolgerà il nastro. E chi teme (o spera) un ritorno al passato, sta facendo male i conti. Perché Berlusconi è stato un fenomeno sociale, prima ancora che politico. Un fenomeno che ha avuto un principio e un’inevitabile fine, caratterizzato, nel mezzo, da quell’inerzia tipica di tutte le storie che hanno come protagonisti grandi masse d’individui. Fino a quando ci si sveglia accorgendosi che la favola è terminata, senza capire però bene il tipo di finale. Il «berlusconismo» è andato oltre Berlusconi, diventando un camaleontico sistema di potere e, progressivamente, un modo di pensare, una corrente sociale, uno stile linguistico. Un apparato incentrato sulla figura carismatica di un leader indiscutibile, nel cui linguaggio verbale e non, si sono rispecchiati una moltitudine d’italiani. Nel codice berlusconiano è indifferente se le frasi siano credibili e coerenti. Il senso di ciò che dice sta nel suono e nell’effetto che producono le parole. Per questa ragione ha sempre potuto permettersi di enunciare una cosa e il suo contrario, senza che la verità rappresentasse necessariamente una cifra del significato. Le sue affermazioni non devono passare il vaglio della coerenza logica, né tanto meno morale, perché ciò che conta è solo l’effetto delle parole. O la loro smentita.
Come affermato dal quotidiano tedesco Der Spiegel qualche anno fa, il berlusconismo vanta alcune similitudini con il gaullismo francese o il peronismo argentino: un leader carismatico fortemente odiato o fortemente adorato, ma che possiede l’abilità di interpretare l’umore della gente e comportarsi di conseguenza. A seconda delle situazioni, poi, può essere ribelle o conservatore, liberale o autoritario.
Tra il 1993 e il 2011 è stato lo specchio di un’Italia che si credeva al sicuro dai mostri che stava partorendo. Ma quel tempo è finito. E come tutti i fenomeni che hanno a che fare con l’uomo, anche il berlusconismo ha tracciato una parabola, con un’ascesa, un apice, un declino. Una curva che, nella fase discendente, è implosa, liberando quell’energia distruttiva che ha coinvolto l’intero sistema politico. Finendo ben prima di Berlusconi, senza alternative da offrire agli elettori di centrodestra e senza più una base sociale cui far sentire la propria voce. È stato lo stesso Berlusconi a ripeterlo più volte, motivando il suo ritorno in campo: abbiamo cercato qualcuno che fosse come il «Berlusconi del ’94». Senza trovarlo. Un terremoto che è evidente nei dati riguardanti gli orientamenti politici, che descrivono l’epilogo di una forza politica che nel 2008 aveva ottenuto il 37% dei voti e che, cinque anni dopo, perde oltre i due terzi dei consensi.
LO SPARTIACQUE DELLE PRIMARIE
L’incredibile vicenda delle primarie, annunciate, rinviate, indette e poi annullate, rappresenta la caricatura di una pièce teatrale che si trasforma in farsa. D’altra parte, non è stata la crisi economica a determinare la caduta del governo Berlusconi, ma la messa a nudo delle promesse mancate, anzi di autentici fallimenti economici e sociali che rischiavano di travolgere i nostri stessi partner europei. E la conseguenza è stata l’ennesima anomalia del nostro Paese: affidare a dei tecnici l’emergenza crisi. In tutti gli altri Paesi, infatti, anche laddove ha colpito in modo duro, è stata comunque la politica a cercare soluzioni e a governare i processi. In Italia, invece, Monti ha dovuto (e potuto) disporre di un gabinetto di soli tecnici, perché il Pdl non aveva fiato, leve, capacità di rappresentare un Paese che stava voltando pagina. La crisi del Pdl ha costretto tutti i partiti a fare un passo indietro e a sedersi in panchina.
Ma oggi il berlusconismo non c’è più. E non sembra in grado di tornare, anche se Berlusconi è tuttora capace di attrarre un numero cospicuo di elettori.
C’è invece un campo riformista, che negli ultimi vent’anni non era mai stato così forte. Le primarie hanno restituito, infatti, un’identità al centrosinistra e il Partito democratico ha completato la sua evoluzione, collocandosi a pieno titolo e senza equivoci nel campo dei grandi partiti socialisti e democratici europei. È stato un percorso lungo e difficile, ma il risultato segna un passo in avanti per tutto il Paese. Un’evoluzione che è mancata al Pdl. Più che orfano di Berlusconi, il centrodestra ne è vittima. Un tradimento dell’ispirazione liberale e della vocazione sociale della destra, mettendo invece in scena una rappresentazione spettacolare (o addirittura pornografica) della politica, che si è via via popolata di personaggi improbabili. A questa deriva Angelino Alfano non è riuscito a porre argini. Con le primarie sperava di agire su prospettive nuove, iniettando politica in uno scenario in dissolvenza. Non ce l’ha fatta. Così come non ce l’hanno fatta coloro che speravano di voltare pagina, di dare vita a un soggetto politico nuovo, affrancato dalle liturgie che hanno segnato in maniera indelebile il carattere e la vocazione del berlusconismo. I manifesti di Giorgia Meloni, che annuncia la sua candidatura alle primarie, ancora appesi nelle strade di Roma, rappresentano la metafora di questo naufragio.
Le primarie del centrosinistra si collocano invece a distanza siderale da tutto questo. Il 35% di elettori che oggi voterebbero il Partito democratico rappresentano una domanda di discontinuità con il passato, un cambio forte, netto, senza ambiguità. Un nuovo patto che vincoli la politica a misurarsi nuovamente con se stessa, con i suoi modi di fare e di essere, nelle scelte che compie e nei modi in cui le compie. Il mandato ricevuto dal Pd e da Bersani è far tornare la politica a favore dell’uomo, rifondare la società su scelte che pongono la questione morale a fondamento di quella civile, dare corpo a un’idea di società dove la libertà dell’individuo si accresce e si rafforza in un sistema di solidarietà intelligente. Affinché, nel dopo Berlusconi, non ci sia più il berlusconismo. Non si tratta di affermare il primato di un modello economico, ma di operare una riconversione dell’idea stessa di società, basata su una visione sostantiva dei diritti e dei doveri, anche come medium dello sviluppo. E, sotto questo punto di vista, per Bersani la sfida non sarà con Berlusconi ritornato in campo, ma con la delusione, la rabbia, il sentimento di una promessa tradita. Perché l’astensione, l’allontanamento dalla politica, il ripiegarsi in un disincanto urlato, sono gli effetti collaterali della fine del berlusconismo.
Il «grillismo» ne rappresenta, per molti versi, il lato più evidente. Forse anche perché il movimento di Grillo si nutre delle stesse liturgie berlusconiane, di miti fondativi che esaltano la figura del leader carismatico, dispensatore d’indiscutibili
virtù. Grillo non ha bisogno di quella coerenza logica che è a fondamento della politica, ma soltanto di stupire, rivelando una verità che non necessariamente deve essere «vera», basta che si depositi nell’animo e scateni pulsioni. Come Berlusconi, anche Grillo raccoglie una domanda sociale e la trasforma in un’ipnosi da videogames. Gli andamenti del consenso restituiscono la fotografia di un Paese profondamente diverso rispetto a quello che si è lasciato alle spalle il berlusconismo. E le prossime elezioni saranno le più importanti degli ultimi sessant’anni, perché si tratta di scegliere il futuro dell’Italia e degli italiani. Il punto di ricaduta di questa scelta dipende da cosa accadrà nei prossimi mesi. La sfida, adesso, è veramente cominciata.
il Fatto 10.12.12
Verso sinistra
I bersaniani avvertono “Così Monti rischia di perdere tutto”
di Wanda Marra
Si candidi pure Monti nella lista dei carini, che è nota per avere tanti leader e poche truppe”. Il più ironico e sprezzante nel Partito Democratico è il giovane turco, Matteo Orfini. Ma in generale il Pd almeno nella sua componente più a sinistra ostenta sicurezza. Prima di tutto, Monti non ha convenienza a scendere in campo, dicono. Senza contare che per ora non c’è niente d’ufficiale. L’intervista rilasciata a De Bortoli? Toni seccati, infastiditi. “Magari è un desiderio del Corriere della sera. E non è detto che porti bene”. I bersaniani si spingono oltre. La sua discesa in campo potrebbe essere controproducente: se il Professore resta super partes, può ancora avere qualche possibilità di diventare premier, ove mai i Democratici vincessero male; se invece scende in campo in prima persona, se perde, perde. “No, direi che noi non abbiamo paura. Anche perché questa è una possibilità che c’è sempre stata”, spiega la direttrice di Youdem, Chiara Geloni. Qualche sussulto in più si sente ovviamente nell’area montiana del partito, quella che poi si era spostata sul sostegno a Renzi. “Non credo davvero si candidi, non gli conviene”, commenta il senatore Stefano Ceccanti. E allora? “Farà un endorsement per Bersani”. Perchè, in questo momento “può aspirare a fare il presidente della Repubblica, oppure il ministro dell’Economia”, visto che per come si sono messe le cose, il premier lo fa Bersani. Se poi vince le elezioni? “Non ci sono le condizioni”.
MENO TRANQUILLO Paolo Gentiloni: “Stiamo andando verso una competizione a tre per niente facile. Con Berlusconi, caimano e anti europeista, Monti che è Monti e Bersani”. Allora, “servirebbe un Pd come quello visto nelle primarie, plurale”. Per questo, “Bersani deve coinvolgere Matteo Renzi. Anche se i segnali in questi giorni sono andati in tutt’altra direzione”. Qualcuno sarebbe pronto ad uscire dai Democratici? “No, nlavoriamo per il Pd”, dice Gentiloni. Ma certo, la campagna elettorale è appena iniziata.
E a proposito di primarie, visto che l’unica cosa chiara è che si voterà presto e col Porcellum, ora in ballo ci sono quelle per le liste. Bersani le vuol fare davvero, lasciando fuori una percentuale per società civile, ex tecnici, ma anche per qualche dirigente di partito. I giovani turchi pure le vogliono, ma sono di-sposti a lasciar fuori solo tecnici e società civile: qualsiasi dirigente o ex dirigente o parlamentare uscente le deve affrontare. Letta e Fioroni sono a favore davvero: i voti ce l’ hanno. Franceschini e i suoi le temono. La discussione è aperta. Nel tortellino magico del segretario è chiarissimo che dal punto di vista del marketing e dell’immagine almeno converrebbe farle. Mercoledì infatti ci sarà una segreteria con i segretari regionali dove se ne discuterà. Però ci sono delle oggettive questioni tecniche. Le liste vanno presentate 30 giorni prima del voto, e prima bisogna fare un regolamento. Se si vota nella prima parte di febbraio è arduo. Gazebo tra Natale e Capodanno? O forse gazebo in una data limite come il 10 gennaio? In subordine, si potrebbero fare delle consultazioni solo per i tesserati. Arturo Parisi che delle primarie è stato il padre non gradisce troppo: “So solo che non si possono fare: primarie, vere, subito senza eccezione alcuna.
POTREBBE ESSERE un boomerang se dopo averci distratto dalla vergogna della mancata riforma elettorale, le primarie servissero a coprire la vergogna di un nuovo parlamento di nominati”. Comunque, la discussione è aperta. Bersani continua ad andare per la sua strada: asse preferenziale con Sel, campagna elettorale “sobria”, sulla falsariga di quella contro il sindaco di Firenze. E intanto, rafforzamento del profilo internazionale: già sabato a Roma incontra i leader dei partiti progressisti europei. Convinto di essere l’unico a poter garantire agli italiani insieme rinnovamento, equità e rigore. Chissà se fa i conti senza i big. “Farebbe il ministro nel prossimo governo politico? ”, ha chiesto la Latella ieri a Veltroni a SkyTg24. “Non ne ho la minima idea. Continuerò ad impegnarmi”, la risposta. Un altro auto rottamato, che come D’Alema si prenota un ministero?
La Stampa 10.12.12
E Bersani frena Monti: “Meglio non si candidi”
Il segretario Pd: serve all’Italia, deve restare super partes
di Carlo Bertini
Problema numero uno, convincere Monti che è meglio per tutti se resta una riserva della Repubblica senza scendere in campo; e viceversa convincere Renzi a schierarsi subito a fianco della «ditta». Problema numero due, trovare il tempo per fare le primarie dei parlamentari, unico passpartout per non far imbestialire gli elettori avvelenati per la riedizione del Porcellum. Problema numero tre, riuscire a vincere bene avendo i numeri anche al Senato: questione di prima grandezza, che si intreccia col fattore Monti. Perché se il professore presenta una sua lista, il rischio pareggio a Palazzo Madama, dove vige un complesso meccanismo di premi su base regionale, si fa molto più concreto. Anche perchè circolano sondaggi che attribuiscono a Bersano un 30% di gradimento contro un buon 22-23% di Monti. Ecco, se questi sono i nodi con cui deve fare i conti Bersani, nella colonna dei fattori positivi c’è solo l’accelerazione imprevista del premier: che di fatto, consente al leader Pd di cavalcare l’onda delle primarie, obbligandolo però a stringere i tempi della road map tra le capitali europee per legittimare l’affidabilità del new centrosinistra.
E se Bersani va ripetendo in privato «Monti è meglio che non scenda in campo», nel Pd fioccano le scommesse su cosa farà il premier: lo stesso leader, nei suoi conversari, continua a dire che non va tirato per la giacca e spera che il Professore non ceda ai richiami di parte. Perché come dice uno dei suoi consiglieri «deve restare una carta per l’Italia e non per Casini, Fini o Montezemolo». Del resto, l’elemento di novità di queste ore, ragionano al vertice del Pd, è che il Pdl è divenuto il vero avversario di Monti. E ciò oggettivamente avvicina il professore allo schieramento che fa della «ricostruzione del paese» la sua bandiera. Comunque vada, la prima cosa che farà Bersani nel caso di vittoria sarà sedersi al tavolo con Monti per decidere insieme come collaborare, «in quale ruolo lo deciderà lui».
E’ chiaro però, tra le righe dei discorsi di molti dirigenti, che la corsa al Colle più alto potrebbe complicarsi alquanto se il professore diventasse una controparte alle elezioni. «Ma come fa in 15 giorni a organizzare una sua lista? », è la domanda ricorrente. «Dovrebbe appoggiarsi ad un partito già esistente. E che interesse può avere a mettersi nelle mani di un leader di minoranza, sapendo che, se sta fermo, da chi vincerà avrà un riconoscimento istituzionale?».
Dall’ala sinistra, qualche resistenza a far diventare Monti «il santino di Bersani in campagna elettorale» viene dai «giovani turchi». Matteo Orfini fa notare come «i limiti del governo Monti li abbiamo indicati anche noi, nutriamo rispetto per ciò che ha fatto, ma ora serve altro. E non c’è un buon clima nel paese, oltre ai sondaggi sul governo che sono in caduta libera...».
Per quel che riguarda Renzi, il leader si augura che partecipi alla prossima riunione di Direzione prima di Natale e che spenda il suo volto e la sua verve in campagna elettorale. E anche i più acerrimi avversari interni sperano di vederlo nei talk show e in giro a fare comizi, «lo dobbiamo coinvolgere e lui si deve fare coinvolgere e dimostrare il suo valore aggiunto... ». Ma l’impresa si presenta ardua e la freddezza nei rapporti è dimostrata dal fatto che in tutti questi giorni Bersani non abbia ancora chiamato Renzi. Mercoledì riunirà i segretari regionali per decidere come fare le primarie per i parlamentari. E Orfini, che è uno dei giovani della segreteria, mette subito le mani avanti: «Devono essere vere, tutti i parlamentari uscenti e i dirigenti le devono fare, senza tutelare le correnti con le quote o altre furbate. Se il 20% delle liste verranno decise centralmente, devono essere posti per la società civile o per eventuali esponenti del governo da candidare...».
Corriere 10.12.12
I timori del Pd: più utile se il Professore resta fuori
Bersani preoccupato all'ipotesi di una lista Monti
di Maria Teresa Meli
ROMA — E se lo facesse davvero? Se sul serio Mario Monti decidesse di battezzare una lista di centro, pur non presentandosi in prima persona? Al Pd non si parla d'altro. C'è chi lo fa sperando che questo serva al Partito democratico per avere un viatico internazionale, tramite un'alleanza con i moderati guidati dal premier, e c'è chi invece pensa che il terzo incomodo possa arrecare danno al centrosinistra.
A Largo del Nazareno tutti, o quasi, cercano di cucirsi le bocche, ma le implicazioni della discesa in campo dell'attuale presidente del Consiglio sono tali che tenere le labbra sigillate diventa impresa improba, se non impossibile. Il primo a parlare, non a favore di telecamere e microfoni, che quelli poco gli interessano, convinto com'è che la comunicazione passi altrove, è Pier Luigi Bersani. Il segretario del Pd, con l'aria sorniona che lo contraddistingue, e di cui non può fare a meno perché è un tratto fondamentale del suo carattere, si rivolge ai suoi con queste parole: «Mi sembra più utile al Paese che Monti stia fuori della contesa, dopodiché è ovvio che deciderà lui. Dopodiché io penso che Monti debba restare una carta per tutti, non un'occasione per Montezemolo, Casini e Fini».
E' ovvio che Monti decida da solo. Ed è altrettanto ovvio che il leader del Partito democratico prenderà le sue contromisure. La posta in gioco è alta, anzi altissima: è il governo dell'Italia. Bersani, nel suo pragmatismo tinto di umiltà, ha chiaro l'obiettivo finale e prepara la controffensiva: «L'iniziativa di Berlusconi rischia di bloccare tutto. La mia agenda non cancella quella di Monti, ma va oltre. Anche perché io ho sempre detto che se vincessimo sia alla Camera che al Senato, ci allargheremmo comunque ai moderati».
Parla così il segretario del Pd, ma sa bene che c'è chi scommette sulla sconfitta del centrosinistra, che sarebbe agevolata dalla presentazione di una lista che ruberebbe i voti a Berlusconi ma anche al Pd. Compulsa i sondaggi, Bersani, e si rende perfettamente conto che i 169 seggi che vengono attribuiti al centrosinistra a Palazzo Madama, possono diventare 155, se si perdono le Regioni-chiave, a cominciare dalla Lombardia. La maggioranza conta 158 seggi al Senato e non è detto che il centrosinistra vincente li conquisti tutti, anche perché l'eventuale discesa in campo di Monti potrebbe sparigliare le carte.
Il segretario del Partito democratico ha ben presenti le implicazioni che un eventuale ingresso di Monti in politica comporterebbe. E fa affidamento sul fatto che, alla fine della festa, al centro non possa «decollare nulla di serio». E perciò rimane attaccato al suo piano originale: «Che il centro prenda il 15 per cento o l'8 non ci cambia molto. Con questa legge elettorale vinciamo alla Camera e dopo ci allarghiamo ai moderati anche se siamo autosufficienti». Ma è un mantra che convince fino a un certo punto. Perché la domanda resta sempre lì sospesa. E se Monti si candidasse? Berlusconi avrebbe un'autostrada spianata perché, insieme a Grillo, raccoglierebbe i consensi di chi in questi anni è stato piegato dagli eventi della crisi.
Il Pd, però, non potrebbe fare campagne né conto Monti né a suo favore. Stefano Fassina, responsabile economico del partito, assicura che, discesa in campo o meno del premier, non l'avrebbe fatta lo stesso: «Faremo una campagna contro chi ha determinato le condizioni per cui, unico caso in Europa, abbiamo il pareggio del bilancio nel 2013: è colpa delle misure più dolorose attuate dal governo Monti». Stefano Ceccanti, uno dei capofila dei filo-montiani del Pd immagina uno scenario diverso: «Monti sarà a capo di una lista di centro alleata del Pd, in questo modo Bersani andrà a Palazzo Chigi e lui al Quirinale».
Ma Paolo Gentiloni che è convinto come Veltroni che il centro che verrà sarà il nuovo antagonista del Pd, declina il problema in modo diverso: «Monti in campo rappresenta certamente una competizione rilevante per noi, ma è anche una chance per costruire una maggioranza politica responsabile ed europeista».
Allo stato maggiore del Pd si prefigura il futuro attraverso i sondaggi che sembrano assai rassicuranti: raccontano che Bersani nel favore degli italiani ha conquistato il 30 per cento, mentre Mario Monti è inchiodato a un 22 che tende a calare. Chiosa di Matteo Orfini: «Scendendo in campo il premier rende impossibile il Monti bis, dato che a occhio e croce il risultato del centro non sarà straripante». Già, a Largo del Nazareno ci si rassicura con la coperta di Linus dei sondaggi.
Repubblica 10.12.12
Bersani avverte tutti “Alle elezioni resto io il candidato premier”
“In caso di pareggio niente Monti bis”
di Giovanna Casadio
ROMA — Monti in campo? «Il Pd va dritto per la sua strada. L’indicazione delle primarie è stata chiara. E all’indomani del voto, se vinceremo, il mio primo incontro sarà con il Professore, per capire quale potrà essere il suo impegno ». Per Pier Luigi Bersani è stata una giornata di telefonate: è rimasto a Piacenza, dove stamani incontrerà il candidato “governatore” della Lombardia, Umberto Ambrosoli. Il segretario democratico ribadisce che si tratta di accelerare l’approvazione della legge di Stabilità, il decreto Ilva, e poi rimboccarsi le maniche per affrontare le elezioni a febbraio. Ma la mossa di Monti - e soprattutto la possibilità che il Professore si candidi direttamente o che dia in franchising il proprio “marchio”, l’Agenda Monti -, costringe i Democratici ad aggiustare il tiro. E a ribadire che non ci possono essere alternative alle scelte compiute dai militanti di tutto il centrosinistra.
Bersani mette dunque le mani avanti: il candidato premier, forte di un 60% di consensi alle primarie, è e resta lui. Tuttavia, se Monti accentua il suo profilo anti berlusconiano e i supporter Casini-Montezemolo-Riccardi insistono per un fronte di salvezza nazionale - sono i timori dello stato maggiore democratico -, le quotazioni di un Monti di nuovo premier, potrebbero salire. In quel caso, però, l’avvertimento di Largo del Nazzareno è piuttosto netto: Monti non sarebbe più super partes e se si fosse speso in prima linea con i centristi, avrebbe assai meno chance di diventare presidente della Repubblica dopo Napolitano. Anche per questo lanciano un monito agli alleati Udc e montiani: «Il Professore non va tirato per la giacchetta».
In un’intervista al Wall Street Journal Bersani dichiara che «se non ci sarà una maggioranza parlamentare, la soluzione non sarà né Monti né Bersani ma nuove elezioni». E lancia un messaggio agli osservatori internazionali: «Senza di noi l’Italia sarebbe un problema per l’Europa e per il mondo».
Per il resto, la strategia bersaniana è sempre quella di costruire un Polo progressista che si allarghi poi a un’alleanza con i Moderati, in nome della governabilità del paese. Una coalizione post-voto, perché con il Porcellum un patto Pd-centristi subito - al netto di altre considerazioni politiche come il malumore vendoliano - non sarebbe conveniente.
Casini invece spinge per l’aggregazione di tutte le forze del centro con la speranza proprio di un Monti-bis: «In Italia c’è un’area progressista, che ha fatto le primarie con la vittoria di Bersani dice - e un’area che a livello europeo con Montezemolo; avverte che chiunque guiderà il paese dovrà «tenere i conti pubblici sotto controllo e mantenere gli impegni con l’Europa». Il presidente della Camera, e leader di Fli, vorrebbe un «rassemblement di forze di cittadini con Monti e che lui benedica laicamente questo schieramento ». Obiettivo? Quello di continuare la politica del rigore e rassicurare l’Europa.
Eppure Stefano Fassina, il responsabile economico del Pd, considerato un “gauchista”, ritiene che anche rispetto all’Europa «siamo su una rotta che non funziona e che va corretta». E che c’è una specificità programmatica del centrosinistra, di rigore ma pure di sensibilità sociale, equità, sviluppo. Nel Pd ci sono “filo montiani” accesi (molti dei quali hanno votato Renzi alle primarie), ma difficilmente potranno rimettere in discussione la corsa di Bersani per Palazzo Chigi. Troppo netta è stata la vittoria del segretario.
Mercoledì Bersani riunisce segreteria e segretari regionali: lì si farà il punto della situazione e si parlerà di liste. Sarà mantenuta la promessa di primarie/consultazioni a inizio gennaio per scegliere i candidati al Parlamento e ci sarà il “nodo” delle deroghe per gli “elefanti” (i leader di lungo corso), da affrontare. Su una cosa Democratici e centristi sono completamente d’accordo: sull’irresponsabilità di Berlusconi e Pdl. «Sono bastati due giorni dal suo ritorno in campo e Berlusconi ha portato il paese sull’orlo della crisi. Ha fatto cadere il governo Monti e ha messo a rischio i sacrifici degli italiani », attacca Dario Franceschini, il capogruppo Pd alla Camera. «L’irresponsabilità del Pdl colpisce i più deboli», denuncia Francesco Boccia. Per Veltroni e per Rosy Bindi il ritorno di Berlusconi precipita il paese nel passato.
Già oggi Anna Finocchiaro, la presidente dei senatori democratici, farà il punto su come proseguire i lavori al Senato. La riforma elettorale rimarrà nel porto delle nebbie dove si trova da tempo. La legge di Stabilità avrà la precedenza su tutto con un iter velocissimo. Il Pd punta al raccordo con il governo per alcune modifiche, anche perché in questo provvedimento economico del governo c’è dentro di tutto.
Repubblica 10.12.12
Letta: “Dobbiamo impostare la nostra campagna nel segno dell’ottimismo”
“Monti e Pierluigi troveranno un’intesa”
di Alberto D’Argenio
ROMA — «Le dimissioni di Monti sono un gesto politicamente intelligente e avveduto, una scelta di saggezza. Se fosse rimasto al suo posto sarebbe stato messo sulla graticola dal Pdl facendo entrare il Paese in una situazione di totale fibrillazione che alla lunga avrebbe portato al crollo di quella credibilità che abbiamo acquisito con tanta fatica». Enrico Letta, vicesegretario del Pd, guarda al futuro con ottimismo, è fiducioso sulla capacità del centrosinistra di governare ma ricorda che «nei prossimi giorni ci sarà ancora bisogno della saggezza di Napolitano per evitare che la legislatura finisca davvero male: stiamo vivendo un momento delicato e restano da approvare la Legge di Stabilità, il pareggio di bilancio in Costituzione e il decreto Ilva».
Certo è che Berlusconi è tornato a incidere sulla vita del Paese.
«Dobbiamo impostare una campagna elettorale che non sia un referendum pro o contro Berlusconi. Al contrario dobbiamo spiegare agli italiani e all’estero che senza Berlusconi e il suo partito in maggioranza saremo in grado di fare cose estremamente utili per la competitività del Paese, di rendere il l’Italia più attrattiva. Ad esempio, Berlusconi ha impedito al governo di mettere il falso in bilancio, l’autoriciclaggio e l’allungamento della prescrizione nel decreto contro la corruzione. Noi invece lo faremo e questo conterà molto per gli investitori».
Non teme che intanto con l’addio di Monti su di noi si possa abbattere una nuova tempesta finanziaria?
«No, sono fiducioso e ottimista, non siamo nel novembre 2011 e sono convinto che un governo di centrosinistra scelto dagli elettori sarà una soluzione politicamente forte, in grado di curare anche l’aspetto sociale che sta facendo soffrire i cittadini e pienamente accettato da mercati a partner Ue. Di questo il Pd deve prendere consapevolezza, dobbiamo essere fiduciosi nei nostri mezzi. Oltretutto credo che tanto la comunità internazionale quanto gli investitori accoglieranno con favore la prospettiva di elezioni più ravvicinate che faranno chiarezza rispetto ad una campagna elettorale lunga e con un governo indebolito».
Ci sarà un allargamento al centro?
«Mi fido di Bersani e delle sue scelte, lui è il leader legittimato dalle primarie»
Quale ruolo per Monti?
«Monti ha dimostrato grande saggezza nelle scelte politiche e penso che farà lo stesso in questo frangente. Aspettiamo e vediamo. Non penso che tornerà alla Bocconi e sarebbe negativo se lo facesse. In questo anno Monti e Bersani si sono intesi bene, sono certo che troveranno la soluzione migliore. Vorrei aggiungere che le primarie hanno dimostrato il grande ruolo che Renzi ha avuto nel regalare nuovi consensi al Pd: sarebbe un errore se non creassimo le condizioni per farlo uscire dalla città di Firenze, spero che al più presto sia in pista affianco a Bersani nel guidare la nostra colazione verso le elezioni».
L’accelerazione verso il voto farà saltare le primarie per i parlamentari?
«No, faremo il possibile e l’impossibile per tenerle».
Corriere 10.12.12
«In Sicilia e Lombardia Pd costretto ad allearsi»
di Dino Martirano
ROMA — Ora che le elezioni sono più vicine — e il voto con il «Porcellum» è una quasi matematica certezza — la coalizione che è in testa ai sondaggi (Pd-Sel) si misura concretamente con i 17 premi regionali previsti dalla legge Calderoli per il Senato: sarà infatti l'esito dello scrutinio di Lombardia, Veneto e in Sicilia a fare la differenza al fine di determinare una maggioranza autonoma dell'alleanza Bersani-Vendola anche a Palazzo Madama. Secondo i calcoli di Roberto D'Alimonte — il professore di Scienza della politica che propone le sue analisi sul «Sole 24 ore» — lo scenario che si apre prevede una quasi certezza per il voto della Camera (Pd-Sel vincono e conquistano il 54% dei seggi) e due incognite per quello del Senato. A Palazzo Madama, la lista (o le liste) dei progressisti sarà maggioranza in aula a due condizioni: vincere in tutte le Regioni, ovviamente, oppure perdere bene in Lombardia e in Veneto. «Perdere bene — spiega D'Alimonte — significa arrivare secondi da soli senza che nessun altro partito e/o coalizione superi lo sbarramento dell'8%».
In questo caso — in Lombardia e in Veneto vince il blocco Pdl-Lega, mentre quello Pd-Sel arriva secondo e tutti gli altri restano sotto lo sbarramento dell'8% — Bersani e Vendola avrebbero lo stesso la maggioranza al Senato con 169 seggi. E se la sconfitta al Senato si estende anche alla Sicilia, la maggioranza dei progressisti scende a quota 165, sempre sopra la soglia dell'autosufficienza.
Tutto cambia, invece, se — come è prevedibile — nelle tre Regioni-chiave (Lombardia, Veneto e Sicilia) la coalizione Pd-Sel perde e deve dividere il «premio di consolazione» con il Movimento 5 Stelle e con il Polo di Centro. In quel caso, i calcoli di D'Alimonte dicono che Bersani e Vendola non avrebbero più la maggioranza in Senato: 155 seggi (3 sotto la soglia di sopravvivenza) e addirittura 146 se le cose si mettono male anche in Sicilia.
Ecco allora che le simulazioni con i meccanismi previsti dal «Porcellum» fanno porre una domanda allo stesso D'Alimonte: «Quando le coalizioni erano due abbiamo avuto scenari differenti: nel 2006, una maggioranza molto risicata di Prodi al Senato mentre nel 2008 la vittoria di Berlusconi ha determinato un margine di vantaggio molto più consistente per Pdl e Lega a Palazzo Madama. Bene, cosa succede ora che il "Porcellum" è sempre lo stesso ma le coalizioni potrebbero essere 3 o addirittura 4?».
La partita è troppo importante per non tentare anche qualcosa di inedito. Come avvenne nel '94, quando con il «Mattarellum» Berlusconi si alleò con Bossi al Nord e con Fini nel resto d'Italia, oggi il polo Bersani-Vendola e quello rappresentato da Casini potrebbero marciare separati a livello nazionale ma escogitare alleanze regionali mirate. Il fine sarebbe quello di non rischiare brutte sorprese in quelle che D'Alimonte chiama le «battlegrounds regions», mutando un termine usato per le campagne elettorali negli Usa. «Dunque — argomenta infine il professore — la domanda è la seguente: tra le maglie del "Porcellum" c'è spazio per queste alleanze variabili da Regione a Regione? Per il premio nazionale della Camera certamente no, ma per i 17 del Senato la legge non vieta esplicitamente le alleanze limitate ad alcune regioni. Di sicuro, su questo punto il "Porcellum" è ambiguo e lascia spazio a diverse interpretazioni». Resta da vedere, però, se la soluzione tecnica di alleanze a geografia variabile su base territoriale porta con sé anche quella politica. Che in ogni caso deve colmare le distanze, considerevoli, tra Vendola e Casini.
l’Unità 10.12.12
La laicità del cardinale Scola tra diritto e morale
La cultura secolarista nasce nella società prima che nella politica e nel diritto positivo
di Nicola Colaianni
NEL SUO DISCORSO AMBROSIANO IL CARDINALE ANGELO SCOLA HA POSTO QUESTIONI NON FACILI, MERITEVOLI DI RISPOSTE NON DISINVOLTE.Lo ha fatto senza il lessico integralistico dei «valori non negoziabili» e del «relativismo». Lo stesso modello francese di laicità lo ha criticato a fondo in nome non di una «sana» laicità ma del rispetto della natura plurale della società. Una buona base di dialogo, questa sulla critica di una laicità valore a se stante, ostile agli altri valori, al punto da apparire a sua volta (pensiamo alla legge che vieta di portare in pubblico il velo o altri segni religiosi) una «religione» escludente il Dio degli altri.
Tuttavia, questa «idea dell’in-differenza» delle istituzioni statuali rispetto al fenomeno religioso non appartiene al principio supremo di laicità, da anni (dal 1989) elaborato dalla nostra Corte costituzionale. Esso, infatti, «implica non indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni ma garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione, in regime di pluralismo confessionale e culturale». Se guardiamo all’Italia, quindi, il discorso non è plausibile e si misura piuttosto con una categoria ideologica: quella di uno Stato come potere sovrano precostituito alla Costituzione, capace di «gestire la società civile» su momenti fondamentali dell’esperienza umana (la nascita, il matrimonio, la generazione, l’educazione, la morte). I mutamenti su tali questioni di vita e di morte, di famiglia e di educazione, nascono in realtà nella società civile, e non da procedure decisionali tendenti ad «autogiustificarsi in maniera incondizionata». Esse, invero, sono condizionate proprio dalla Costituzione, nella quale confluiscono e si intrecciano pluralisticamente le aspirazioni e gli interessi di tutti: credenti (ma anche non credenti, o diversamente credenti) compresi.
Nella a-storica visione di uno Stato senza Costituzione, che caratterizza il discorso di Scola, non viene avvertito il fenomeno, per dirla con il compianto Roberto Ruffilli, della «perdita del centro» nello Stato costituzionale di diritto. Ne consegue una sopravvalutazione della politica: di nuovo centralistica, assolutistica, onnipotente: speculare, in fondo, a quella che domina la contrastata laicità alla francese. Non vi si trova quella tensione tra contemplazione e politica, che infatti al cardinal Martini sembrava avvolta in questo tempo da una fitta nebbia. Per esempio, si cita «il dovere e quindi il diritto di cercare la verità», di cui parla il Concilio, per affermare che lo Stato non deve porre a suo fondamento la scelta pur legittima «di quanti non soddisfano l’obbligo di cercare la verità per aderirvi». Certamente è così: ma neppure lo Stato può porre a fondamento la scelta di quanti soddisfano quell’obbligo (tale per i credenti). Il diritto di libertà religiosa si risolverebbe, altrimenti, nel dovere di ricerca della verità. Senonché diritto e dovere appartengono a sistemi normativi diversi.
Il primo è indubbiamente un diritto positivo, costituzionalmente riconosciuto, il secondo è un dovere non giuridico ma morale, esigibile (come, del resto, anche la Dignitatis humanae afferma nel passo citato) nell’ordine spirituale. Immedesimare quel diritto e quel dovere nell’ordine temporale significa confondere due sistemi normativi, il diritto e la morale, con la conseguenza o di retrocedere il diritto positivo a diritto morale o di innalzare l’obbligo morale ad obbligo giuridico.
Il discorso del cardinale Scola ha il merito di contribuire autorevolmente alla formazione di un dibattito non scontato sulla laicità, ma a partire da una visione in fondo pessimistica sul contrasto tra cultura secolarista e fenomeno religioso, che certamente non rende i tanti contatti provocati dal camminare insieme.
Ne è prova proprio il costituzionalismo, come processo di positivizzazione delle esigenze di giustizia e di rispetto della dignità umana. Questo principio conciliare si trova già nella Costituzione italiana (e in altre, dalla Germania alla Spagna, oltre che nella giurisprudenza europea, a partire dalla sentenza Omega del 2004), dove attraversa tutti i diritti fondamentali: parametro della retribuzione del lavoratore e della sua famiglia, limite della pur libera iniziativa economica. A dimostrazione, per dirla appunto con la Dignitatis humanae, che «si fanno sempre più stretti i rapporti fra gli esseri umani di cultura e religione diverse».
Corriere 10.12.12
Bagnasco: irresponsabile chi pensa a se stesso mentre la casa sta bruciando
«Non si possono mandare in malora tutti i sacrifici fatti dai cittadini»
di Gian Guido Vecchi
La preoccupazione più grande del cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, la Conferenza episcopale italiana, «è la tenuta del nostro Paese e la coesione sociale». In un'intervista al Corriere definisce «irresponsabile chi pensa a se stesso mentre la casa brucia». E aggiunge: «Un anno fa il problema era di mettere in sicurezza l'Italia in una crisi di sistema a lungo sottovalutata e di fronte a una classe politica incapace di riforme effettive. Il governo tecnico ha messo al riparo da capitolazioni umilianti. Non si possono mandare in malora i sacrifici di un anno».
«Non si può mandare alla malora i sacrifici di un anno». Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, è preoccupato e certo non lo nasconde. L'arcivescovo di Genova è appena tornato da un battesimo. Nella lettera di Natale ai bambini della sua diocesi ha scritto: «La vita vera si realizza quando si ama molto». Più che mai di questi tempi, si tratta anche di «amare il nostro Paese», ha ripetuto più volte.
Eminenza, tra crisi economica e politica il Paese vive ore drammatiche. Qual è in questo momento la preoccupazione più grande della Chiesa italiana?
«La preoccupazione più grande è la tenuta del nostro Paese e quindi la coesione sociale. Fino a quando ce la farà l'Italia? Un anno fa il problema era di metterla in sicurezza dentro una crisi di sistema che era stata sottovalutata per troppo tempo e di fronte a una classe politica incapace di riforme effettive, spesso solo annunciate. Nel frattempo il governo tecnico ha messo al riparo da capitolazioni umilianti e altamente rischiose. Non si può mandare in malora i sacrifici di un anno, che sono ricaduti spesso sulle fasce più fragili. Ciò che lascia sbigottiti è l'irresponsabilità di quanti pensano a sistemarsi mentre la casa sta ancora bruciando. E si conferma la radice di una crisi che non è solo economica e sociale, ma culturale e morale. Per troppo tempo i partiti sono stati incapaci di pervenire a decisioni difficili e a parlare il linguaggio della franchezza e non quello della facile demagogia».
Come valuta la scelta del premier Mario Monti di lasciare dopo l'approvazione della legge di Stabilità?
«La chiusura anticipata della legislatura è sempre un segnale negativo per la politica e per un Paese. Nello specifico, piuttosto che galleggiare è meglio un atto coraggioso. Era una decisione, forse, inevitabile. Ma i grandi sacrifici che sono stati richiesti hanno il diritto di vedere frutti concreti, oltre ad avere permesso di non cadere nel baratro del fallimento del sistema-Paese. Inoltre è saggio tenere in seria considerazione l'autorevolezza che l'Italia ha acquisito in campo europeo e internazionale».
«Ora sono più libero», ha detto Monti. Crede che possa giocare ancora un ruolo di servizio al Paese?
«Il governo Monti è stato fin qui sostenuto da forze trasversali a motivo della gravità eccezionale dell'ora. Il momento presente richiede di continuare a concentrarsi sui problemi prioritari dell'economia, sul modo di affrontare la drammatica questione del lavoro e sulla lotta alla corruzione. Da questo punto di vista, sarebbe un errore in futuro non avvalersi di chi ha contribuito in modo rigoroso e competente alla credibilità del nostro Paese in campo europeo e internazionale evitando di scivolare verso situazioni irreparabili».
Ma, per ridare sviluppo al Paese, quali sono le prospettive da privilegiare?
«A mio parere, c'è una condizione di partenza di cui tener conto per non vivere fuori dalla storia. Mi riferisco all'Europa. Pur condividendo l'impressione che sia stata data per scontata la sua identità, tralasciando di valorizzarne le sue coordinate culturali e spirituali, resta vero che non è pensabile di tirarsi fuori dall'area di riferimento economica e finanziaria del nostro Paese, pena un isolamento autolesionistico. Occorre mettere in conto di interagire con il Continente che il nostro Paese ha contribuito a consolidare».
E quindi?
«Fatta questa doverosa premessa geopolitica, penso che giovani e famiglia siano due prospettive da assecondare con maggiore convinzione. Sono profondamente persuaso che i giovani siano in grado di dare una spinta decisiva al cambio di passo richiesto in questa fase. La famiglia poi è decisiva come sempre. Nella difficile congiuntura l'unico ammortizzatore umano e sociale garantito pressoché a tutti si è rivelata la famiglia. E così ha trovato conferma il rilievo strategico di un'esperienza che non sopporta riduzioni o travisamenti e che in una società liquida e sfilacciata riesce a imporsi come una garanzia di solidarietà e di responsabilità».
Durante il pellegrinaggio alla Madonna della Guardia, a fine agosto, lei disse: «È necessario stringere i ranghi dell'amore al Paese». E ha insistito più volte sulla necessità di «rinnovare i partiti, tutti i partiti». Nel frattempo ci sono state le primarie del centrosinistra con la vittoria di Bersani e Berlusconi ha deciso di ricandidarsi. A che punto siamo, quattro mesi dopo?
«Il vento gelido dell'antipolitica, comunque si esprima, non va sottovalutato. Non si tratta di un atteggiamento momentaneo e solo umorale che si supera in virtù di formule ad effetto, grazie a cosmesi solo esterne. La richiesta corale di riforma della politica, pur essendo un processo complesso, richiede inevitabilmente anche la riforma dei partiti e del personale politico. Ma anche di riformare la macchinosità dello Stato. Partecipare alla vita politica del Paese esige una dignità reale e la capacità di decidere con lungimiranza quale è il vero bene di tutti, a cominciare dai più deboli. Non si tratta di trascurare delle categorie ma di garantire e promuovere le diverse articolazioni della società in un circolo virtuoso per cui tutti possano crescere. Naturalmente partecipare significa anche poter scegliere i propri rappresentanti».
Quanto possono sentirsi rappresentati, i cattolici, in questo quadro? C'è un vuoto di rappresentanza dei moderati?
«Il fermento nelle file del laicato cattolico per un impegno a favore di una buona politica ha registrato in questi ultimi mesi una significativa accelerazione. D'altra parte pensare alla transizione del nostro Paese a prescindere dalle sue radici cristiane appare un'operazione antistorica, puntualmente contraddetta dall'esperienza di tanti che sperimentano la prossimità dei servizi sociali della Chiesa, sparsi capillarmente ovunque. Il cristianesimo sa di essere esperienza non di regresso, ma propulsiva, una forza di moderazione e di continuo rinnovamento, capace di proporre modelli di vita in cui l'esasperazione del consumismo e del liberalismo è superata in vista di uno sviluppo più solidale ed equilibrato. Ne consegue una visione più rispettosa della dignità della persona, in tutti i suoi valori fondamentali che costituiscono il patrimonio del nostro Paese. Sono convinto che, come in una famiglia, le difficoltà possano sprigionare energie nuove così da superare prove ed errori e aprire una stagione migliore per l'Italia».
il Fatto 10.12.12
Firenze doc
Un forno, un fondo e un campetto per Renzi
di Marco Lillo
Chi l’avrebbe mai detto che nel passato immobiliare di Matteo Renzi ci fosse anche un forno a Rignano sull’Arno, dove il sindaco è cresciuto e hanno sede la sua famiglia e l’impresa fondata dal papà? Il 23 luglio del 2001 il futuro sindaco compra la quota indivisa di mezzo fondo adibito a panificio con laboratorio, forno, deposito farina, bagno, antibagno e spogliatoio. Locali raggiungibili – specifica il notaio nel rogito – dalla via attraverso il locale adibito alla vendita, il prezzo è 80 milioni di lire. Tuttora a quell’indirizzo c’è la rivendita Pagnotta. Il “vice-leader” Pd spiega: “Un’idea di mio padre, l’immobile era intestato a me, ma lo comprò lui”. Effettivamente passano tre anni e Renzi, ormai divenuto presidente della provincia di Firenze, rivende tutto a papà Tiziano per 35 mila euro. Poco dopo Renzi si trasferisce a Pontassieve e compra casa (dove vive) da un ente religioso: l’Opera Assistenza Malati Impediti di Firenze, l’Oami. Il 4 ottobre del 2004 il fondatore dell’Opera, Monsignor Enrico Nardi, classe 1916, poi deceduto, cede il villino a Renzi. L’Oami gestisce case famiglia e ha rapporti con la Provincia ma il presidente Renzi viene trattato come gli altri potenziali acquirenti. Per questo villino in tre livelli, compreso terreno e sottotetto, Renzi paga ben 660 mila euro dei quali 250 mila provenienti dal mutuo di 300 mila euro contratto con la Cassa di Risparmio di Firenze. Tasso: 2,9% più Euribor, 240 rate. Il resto con risorse proprie. “Monsignor Nardi sapeva far fruttare i beni dell’Opera e fece una piccola gara. Alla fine la spuntai su un carabiniere” , ricorda il sindaco. Sulla casa il 22 dicembre del 2009 viene posta l’ipoteca per un secondo mutuo di 160 mila euro da restituire in 300 rate, contratto per far fronte alle spese della campagna per sindaco. Il 28 luglio del 2010 Renzi e la moglie Agnese Landini hanno costituito un fondo patrimoniale per mettere la casa di famiglia al riparo dalle mire dei creditori che volessero pignorarla e metterla poi all’asta. Una scelta legittima per chi è esposto a cause e vuole tutelare la famiglia da sorprese spiacevoli. A chi gli chiede se temesse il verdetto della Corte dei Conti che indaga su di lui, Renzi sorride: “Quell’indagine non mi preoccupa. Il fondo era stato creato perché c’era una causa civile che poi ho vinto”. Nell’atto Renzi dichiara che il villino vale un milione di euro. Una rivalutazione di 340 mila euro dovuta anche ai lavori di ristrutturazione. La casa include 4 stanze, un salone e due grandi bagni più due bagni piccoli a corredo delle ampie soffitte e cantine. Senza contare il giardino di mille metri con le porticine per tirare due calci al pallone. In zona si dice che Renzi abbia tentato di vendere davvero la villetta a un milione, ma non abbia trovato un acquirente.
Repubblica.10.12.12
Né controlli esterni né dati ufficiali le mani di Grillo e Casaleggio sulla macchina delle primarie
Giallo sui voti dei candidati. I dissidenti: più trasparenza
di Annalisa Cuzzocrea e Tiziano Toniutti
ROMA — Nessuna certificazione del voto, nessun controllo di terzi sullo scrutinio, nessun dato ufficiale sul numero degli elettori, sulla suddivisione delle circoscrizioni o sui voti ricevuti dai diversi candidati. Una sola certezza: con “Parlamentarie” fatte in questo modo, senza un software certificato da un esterno, senza controlli di alcun tipo ai seggi — seppure online — Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, nel segreto del server, avrebbero potuto fare, indisturbati, qualsiasi cosa. Scegliere i capolista, manomettere le votazioni, recepire dei voti e non raccoglierne altri. Quel che è certo, è che il “capo politico” dei 5 stelle ha scelto la totale opacità. Il MoVimento che è entrato nei consigli comunali e regionali con le webcam in mano, e che proclama di voler fare lo stesso in Parlamento, sceglie i suoi “portavoce” rimettendosi alla buona fede dei capi supremi. Che hanno deciso tutto: i requisiti di chi poteva candidarsi e di chi poteva votare, la suddivisione delle circoscrizioni, le inclusioni e le esclusioni ad personam.
CORPO ELETTORALE SCONOSCIUTO
Fino a giovedì sera, giorno della conclusione del voto, non se ne sapeva proprio nulla. L’unico numero conosciuto era quello dei candidati: 1.400. Poi, un post in cui si parla di 95mila “voti disponibili”. Qualcuno ha pensato si trattasse degli aventi diritto. Sbagliato: il giorno dopo gli stessi attivisti segnalano che quel numero va diviso per tre, perché ciascuno poteva esprimere tre preferenze. Quindi, il corpo elettorale — coloro che sono stati abilitati a votare da Grillo e Casaleggio — dovrebbe essere di 31.600 persone. Anche su questo, però, non c’è alcuna certezza né alcuna ufficialità. Così come non si sa in base a cosa siano state divise le circoscrizioni, visto che non si è tenuto conto della maggiore o minore presenza del MoVimento nelle diverse regioni (il che influisce non poco sul numero delle preferenze che un singolo candidato riesce a prendere). Di più: di quei 31mila, alcuni non sono riusciti o non hanno voluto votare. Secondo i dati raccolti da alcuni attivisti, che si parlano sulla pagina Facebook “Solo 5 stelle”, in Trentino avrebbero votato solo 173 persone, in Umbria 311, in Liguria 650, in Emilia 1.770. Che divisi per tutti i candidati, fa una manciata di voti ciascuno.
NESSUNA CERTIFICAZIONE ATTENDIBILE
«Non dico che i risultati siano stati truccati, ma era sicuramente possibile farlo», dichiara a Repubblica uno dei maggiori esperti di strategie di Rete italiani. «Per evitare ogni dubbio, il MoVimento avrebbe dovuto e potuto affidare a un agente terzo, magari una società di rilevazione statistica come la Doxa, la gestione dei voti e dei conteggi, certificandone la validità attraverso l’utilizzo di una struttura esterna a Casaleggio
Associati», ovvero la spina dorsale tecnologica della presenza web di Beppe Grillo. «La mancanza di trasparenza dà adito a congetture. È come se in una partita di calcio una delle squadre facesse anche la funzione dell’arbitro. Per garantire l’elettore e i candidati, invece, si poteva anche solo realizzare un sistema di certificati elettronici collegati al codice fiscale, con la gestione delegata a un terzo attore. Così il voto sarebbe stato sicuro. Le “Parlamentarie” sono elezioni a costo zero, ma sono mancati i servizi necessari per garantirne la veridicità e la trasparenza».
IL NUMERO DEI VOTI
Per chi non ha votato, il numero delle preferenze ricevute dai candidati resta un mistero. Consultando gli elenchi sul blog compaiono solo nome, cognome e posizione in lista. Se però si accede al portale con le credenziali utilizzate per votare, si arriva a una pagina in cui i numeri dei voti compaiono, ma solo per la circoscrizione di competenza. Nel Lazio 1 la capolista Federica Daga ne ha presi 390. La seconda, Marta Grande, 335 e 332 la terza, Roberta Lombardi. Numeri esigui per una consultazione da 95 mila voti previsti, anche nelle circoscrizioni popolose. Il tutto, inficiato dall’impossibilità (o dalla possibilità ripetuta) di votare per bizze del sistema, denunciata da alcuni aventi diritto.
L’ATTESTAZIONE DEL VOTO
Nessun documento, cartaceo o elettronico, ha certificato la votazione, com’era stato inizialmente annunciato. L’unica testimonianza era data dal sistema web che, quando si accedeva alla sezione elettorale nei giorni del voto, mostrava la scritta «Hai votato ». La schermata ora è sparita, sostituita dai risultati. Lo “staff” (occorre ricordarlo, del tutto misterioso) ha comunicato di aver avuto problemi con gli indirizzi gmail, uno dei più diffusi. Sarebbe questa la ragione della mancata ricevuta, così come delle mail non arrivate agli aventi diritto cui erano state promesse come via libera al voto.
LE POLEMICHE
Alcuni dissidenti hanno lanciato una petizione in cui chiedono al “guru” «di rendere immediatamente pubblici e trasparenti il numero totale certo delle persone iscritte al Portale, di coloro che sono stati abilitati al voto e dei votanti suddivisi per regione e provincia ». Altri stanno facendo un sondaggio online per verificare quante persone sono incappate in problemi o irregolarità. Puntuale, un post scriptum apparso sul blog minaccia: «Sono in corso alcuni tentativi di acquisire i dati degli iscritti al MoVimento 5 Stelle tramite sedicenti sondaggi o censimenti pubblicati su Facebook. Sono ovviamente degli illeciti e saranno denunciati alle autorità». Anche stavolta, di risposte nel merito, nemmeno una.
Repubblica 10.12.12
L’hacker
“Il software utilizzato non garantisce dagli abusi”
ROMA — La mancanza di trasparenza nelle operazioni di voto a 5 stelle apre il campo a diversi interrogativi sulla validità delle elezioni. Raoul Chiesa, presidente dell’azienda di sicurezza informatica Cyberdefcon, collaboratore Onu e figura storica della scena hacker italiana, spiega perché — per avere elezioni sicure — bisognava agire diversamente.
Le elezioni web del M5S sono affidabili da un punto di vista del risultato e della sicurezza dei dati?
«L’esperienza insegna che se un software è aperto, ci sono molte più possibilità che sia sicuro, se è chiuso no».
Nel caso delle “Parlamentarie” si è votato su una piattaforma elettronica proprietaria, appartenente al “Non Partito” di Grillo. Quali rischi ci sono?
«Il problema è che se la piattaforma è chiusa, ovvero il codice con cui è realizzata non è accessibile da altri che non siano gli sviluppatori, non si può affermare che sia sicura o che sia priva di difetti o bachi».
Nel sistema realizzato da Grillo e Casaleggio la sicurezza del voto appare non certificabile in nessun modo. Bisogna fidarsi e basta?
«Se chi utilizza la piattaforma non invia all’esterno i dati a chi può verificarne la sicurezza, non si può affermare che il dato elettorale non sia abusabile».
(t.t.)
Corriere 10.12.12
La cultura liberale in Italia rimane un fantasma senza eredi
di Ernesto Galli Della Loggia
«Come mai in Italia la cultura politica liberale non è riuscita a conquistare l'egemonia,
in particolare nell'area politica che gli è storicamente affine, e cioè nel centrodestra?» (Sicché da vent'anni il centrodestra è costretto — aggiungo io — a essere rappresentato in larga maggioranza da Berlusconi). Questa la domanda cruciale che si ripropone periodicamente, e alla quale pochi giorni fa ha dato voce anche Massimo Mucchetti sul Corriere del 4 dicembre, riferendosi in particolare all'economia.
Una possibile risposta deve partire innanzi tutto da una considerazione: non tutte le culture politiche liberali, non tutti i liberalismi, sono eguali. Ogni Paese ha la sua storia. Nella sostanza, per esempio, il liberalismo italiano non è mai stato liberista. A cominciare da Cavour, favorevolissimo a ogni intrapresa privata ma insieme pronto a far intervenire (direttamente o indirettamente) lo Stato in ogni investimento ritenuto necessario allo sviluppo economico. E per finire con tutta la classe dirigente fino a Giolitti, fondamentalmente d'accordo nella scelta protezionista. Nel liberalismo italiano la posizione liberista ortodossa, insomma, è stata sempre di sparute minoranze (Einaudi, Giretti, De Viti De Marco). Le quali, del resto, si sono caratterizzate per essere tanto «antistataliste» quanto, e forse più, «antimonopolistiche», cioè nemiche di ogni forma di coalizione d'interessi particolari (anche sindacali) a danno dell'interesse generale. E anche per ciò sono state viste spesso con simpatia da uomini e forze di Sinistra (penso a Salvemini ma anche a Gramsci). Come si vede, che in Italia i liberisti cerchino (e magari trovino) ascolto al di fuori dal Centro e dalla Destra non è certo una novità.
Alla Destra politica italiana di questi anni non è dunque l'antistatalismo economico quello che è mancato, per dirsi in linea con la tradizione liberale italiana (che dal suo canto, ripeto, non l'aveva mai avuto nel proprio bagaglio teorico e pratico). Paradossalmente, invece, è proprio lo «statalismo» di quella tradizione che ha fatto difetto. Le sono mancati cioè il senso dello Stato e della dignità delle istituzioni, l'attenzione per l'etica pubblica, per il buon governo e per le sue regole, l'impegno per il bene collettivo, la preoccupazione per gli interessi nazionali, infine l'opportunità di marcare una giusta distanza dalle richieste non sempre accettabili della Santa Sede (presenza preziosa per l'Italia, ma non mai priva di potenziali problemi per la sua statualità). Le hanno fatto difetto, insomma, tutte le cose che l'identità del liberalismo italiano ha tratto dal suo rapporto intrinseco, e in certo senso costitutivo, con il Risorgimento e la nascita dello Stato nazionale. Le cose che inevitabilmente — dal momento che la storia non è acqua — ne hanno fatto un liberalismo diverso dal liberalismo inglese o americano.
In questo liberalismo, peraltro, una certa misura di statalismo si è pure accompagnata, però, all'individualismo. Certo: un individualismo declinato non tanto nella dimensione manchesteriana degli animal spirits (istinti vitali), quanto in quella dei diritti, della promozione e dell'accertamento del merito, dello sviluppo di una soggettività autonoma sebbene inserita in una precisa identità storico-culturale: da cui per l'appunto la tradizionale attenzione a un'istruzione «pubblica» (ancora una volta secondo una modalità ereditata dalla vicenda risorgimentale). In complesso, dunque, un liberalismo molto elitario, ma in un certo senso anche assai poco classista: a differenza, mi pare, del suo omologo anglosassone per il quale si potrebbe forse dire esattamente l'opposto.
Ora, di un tale liberalismo la destra berlusconiana ha certamente mostrato di non sapere quasi nulla, d'accordo. Ma esiste forse una parte significativa della società italiana che invece nutre davvero tali valori? che si può dire liberale in tal senso? e qual è? dove sta? Queste sono le domande e insieme il problema. La forza di Berlusconi è stata e continua a essere, in realtà, quella di potersi muovere a suo capriccio in un vuoto di cultura politica liberale che caratterizza metà del Paese. Troppo spesso, infatti, l'Italia di Destra è di destra solo perché è contro la Sinistra.
Non da oggi è così. Non è da oggi che il liberalismo di cui sto parlando è svanito dall'orizzonte italiano. Esso probabilmente ha cominciato a farlo in coincidenza con quella vera e propria catastrofe storica che non solo per lo Stato italiano, ma anche per la cultura della società che da un secolo faceva corpo con esso, ha rappresentato la sconfitta nella Seconda guerra mondiale. Si produsse allora un'eclissi la quale è rimasta in certo senso occultata dalla scelta della Democrazia cristiana degasperiana — che specie all'inizio e per quanto le fosse possibile cercò di farsi erede di quel liberalismo — ma che con il passare del tempo è divenuta sempre più evidente. Fino a risaltare in piena luce, paradossalmente ma non troppo, proprio quando, nel 1994, la fine della Dc e il bipolarismo hanno consegnato alla Destra un ruolo nuovamente autonomo e un inaspettato, amplissimo, spazio politico.
Da quel 1994 siamo così costretti a scoprire di continuo quanto pesi negativamente sul Paese l'assenza di una cultura liberale. Quanto pesi sulla Destra, ma non meno sui cattolici — privi dell'interlocuzione necessaria nei loro tentativi di ricostituire un qualunque Centro — e infine quanto pesi negativamente pure sulle sorti del sistema politico nel suo complesso. E perciò, in definitiva, pure sulla Sinistra, consegnata a un'inquietante solitudine.
Repubblica 10.12.12
Il cavalier Rieccolo e il muro del Professore
di Ilvo Diamanti
ECCOLO di nuovo. Il Cavaliere. Ri-discende in campo. E sfida tutti. Il centrosinistra – che da qui tornerà ad essere riassunto nell’alveo dei “comunisti”. Il Terzo Polo di centro – gli “utili idioti”. E prima di tutto e di tutti: Monti. Il Professore.
Il vero responsabile della crisi economica italiana. Che, ovviamente, quando c’era Lui, era molto meno pesante. Anche se i Nemici – i Comunisti Pessimisti – la agitavano ad arte, come argomento polemico contro di Lui.
Eccolo di nuovo. Berlusconi. Non poteva essere diversamente. Impensabile che uscisse di scena spontaneamente. Ammettendo, in questo modo, la propria sconfitta. La fine del Berlusconismo. D’altronde, i sondaggi d’opinione spiegano e giustificano la sua decisione. Anche al di là dei motivi personali che lo muovono. L’esigenza di tutelare i propri interessi e di difendersi dai molteplici procedimenti giudiziari che lo riguardano. Al di là di tutto ciò, l’ultimo anno ha dimostrato l’incapacità del centrodestra di re-inventarsi. Di trovare un’identità e una leadership alternative. Senza Berlusconi. In meno di due anni, il PdL è sceso, nei sondaggi, dal 30% al 18%. Solo un anno fa era ancora al 25%. Il suo delfino, Angelino Alfano, si è dimostrato incapace di nuotare da solo. In un anno: il PdL si è diviso. Il 44% dei suoi elettori sceglierebbe Berlusconi come candidato premier. Dunque, meno di metà. In ogni modo, però, quasi l’80% di essi preferirebbe che il candidato venisse scelto attraverso le primarie (Atlante Politico di Demos, dicembre 2012). Ma il PdL non è come il Pd. Come il centrosinistra. Non ha radici nel territorio. Solo An aveva legami di appartenenza con la società. Ma, dopo l’unificazione con il – o meglio, l’annessione al – PdL, è confluita anch’essa nel “partito personale” di Berlusconi. Dove i rapporti fra il leader e il suo popolo avvengono per identificazione personale e per via “mediale”. Impossibile per altri interpretare lo stesso ruolo. Ma difficile anche selezionare il gruppo dirigente, tanto più il candidato premier, dal basso. Così il PdL, insieme al centrodestra, ha perso terreno. E lo ha, parallelamente, ceduto ai concorrenti. Al centrosinistra, al Pd. Allo stesso M5S. All’area grigia dell’incertezza.
Per questo Berlusconi è ri-disceso in campo. Per opporsi alla scomparsa del PdL. Per ritardare, almeno, la fine della Seconda Repubblica. Fondata “da” e “su” Berlusconi. Sul “partito personale”. Sulla “democrazia del pubblico”.
Eccolo di nuovo. Il Cavaliere. Evoca la memoria del 2006 (come ha suggerito Roberto D’Alimonte sul Sole 24 Ore). Quando tutti lo davano per sconfitto e lui, da solo, riuscì a rimontare. Fino, quasi, a pareggiare, contro il centrosinistra guidato da Prodi. Ma i tempi sono cambiati, da allora. Il PdL, oggi, pesa molto meno di FI, da sola. La Lega: è alla ricerca del terreno perduto. Fiaccata dagli scandali interni. Ma anche dalle divisioni. Non sarà facile tornare con Berlusconi, dopo un lungo periodo di opposizione. Contro il governo. Ma anche contro Berlusconi. Il quale, peraltro, oggi è molto debole, dal punto di vista del consenso personale. La fiducia nei suoi confronti si è ridotta al 20%. Alla fine del 2005 era intorno al 32% e nei primi mesi del 2006 era risalita oltre il 35% (dati dell’Atlante Politico di Demos). D’altronde la Tv, sua tradizionale alleata, oggi conta meno.
Peraltro, la posizione dei concorrenti appare molto più solida di allora.
I consensi del Pd si aggirano intorno al 38%. Una misura, certamente, accentuata dalle primarie e dal declino dell’Idv. Tuttavia, il divario rispetto al PdL appare enorme. Difficilmente colmabile. Certo, la legge elettorale può complicare la conquista di maggioranze stabili al Senato. Ma, a differenza del 2006, Berlusconi e il Centrodestra non potranno contare sull’alleanza con i Centristi. L’Udc e le altre formazioni del Terzo Polo correranno da sole. Per se stesse e, soprattutto, contro Berlusconi. Perché il Cavaliere ha annunciato il suo ritorno “contro” Monti. Dunque, contro il Pd e, ancor più, contro il Terzo Polo di Centro. Che a Monti ha giurato fedeltà.
Eccolo di nuovo. Berlusconi. Nel 2006 si era presentato come l’Imprenditore contro i Nemici del Mercato. Fiducioso che non vi fossero “tanti coglioni che votano sinistra”. Oggi, invece, è il leader dello schieramento “antipolitico”.
Farà campagna elettorale contro i comunisti del Pd, contro l’Euro e l’Europa. Contro Monti. Insieme alla Lega e in concorrenza con il M5S. Monti, da parte sua, ha annunciato le dimissioni, dopo la legge di stabilità. In questo modo, è divenuto l’attore protagonista. Della prossima campagna elettorale e, ancor più, della stagione dopo il voto. Anche se non è detto che “scenda in campo” direttamente. Che promuova una lista “personale”. O che accetti di venire candidato (premier) da uno schieramento. Il Terzo Polo: rischia di essere un soggetto limitato, rispetto alle ambizioni del Professore. Il centrosinistra: come potrebbe proporre il suo nome, dopo aver mobilitato milioni di elettori per scegliere il candidato premier? (E poi, come la prenderebbe Sel?).
Annunciando le dimissionI da premier, Monti ha rifiutato di diventare bersaglio della campagna elettorale di Berlusconi. E di altri soggetti politici. Ma, in questo modo, costringerà tutti a esprimersi e a “schierarsi” sulla sua esperienza di governo. Sulle riforme fatte e su quelle non fatte. Sul suo ruolo. In politica interna, ma anche in politica estera. Nei rapporti con la Ue, la Bce, l’Fmi. Con gli altri governi internazionali. Presso i quali il Professore gode di largo credito.
Monti, d’altronde, dispone ancora di un ampio consenso personale anche in Italia, superiore al 47%. Mentre il suo governo ha la fiducia di circa il 44% degli elettori (Dati Demos, dicembre 2012). Un sostegno ampio rispetto ai governi che l’hanno preceduto, in tempi assai meno difficili. Ma anche in confronto ai governi e ai premier degli altri paesi europei – in condizioni economiche migliori del nostro.
Che si presenti come candidato premier (non come parlamentare, ovviamente, visto che è senatore a vita) oppure no, Monti è destinato ad essere il protagonista della prossima campagna elettorale. Il nuovo Muro che attraversa la politica italiana. E divide partiti ed elettori. Pro o contro.
Ciò rafforza l’idea che le prossime elezioni costituiscano una svolta. Perché offrono l’occasione per chiudere la Seconda Repubblica. Di andare oltre il Berlusconismo. Oltre Berlusconi. Definitivamente.
Corriere 10.12.12
Serve un pool di giudici anti stalking per evitare altre vittime tra le donne
di Fiorenza Sarzanini
Lisa Puzzoli poteva essere salvata. Bastava che un magistrato esaminasse la sua richiesta di tenere lontano da lei e dalla sua bambina Vincenzo Manduca, l'ex fidanzato che l'aveva molestata e picchiata più volte soltanto perché non le perdonava di averlo lasciato. E che tre giorni fa, al culmine dell'ennesima discussione, l'ha uccisa a coltellate. Era il padre della piccola, ma questo non è bastato a placare la sua ira nei confronti della giovane donna. Anzi, negli ultimi tempi era diventato ancor più aggressivo e violento. Per questo Lisa non voleva più avere alcun contatto con lui. Aveva paura e lo aveva raccontato ai familiari e agli amici. Poi lo aveva detto al suo avvocato e la scelta era stata fatta: chiedere un provvedimento previsto dalla nuova legge sullo stalking che gli impedisse di avvicinarsi.
Fa impressione sentire adesso le parole del procuratore di Udine Antonio Biancardi che quasi se la prende con le vittime «che devono stare attente e tutelarsi» mentre dice che i magistrati possono fare poco o nulla perché «in questi casi serve soltanto l'arresto, ogni altro atto è inutile». In realtà il suo ufficio non ha neanche provato a tutelare Lisa: nonostante le botte, le denunce e le istanze presentate dalla donna contro Manduca, non risulta sia mai stata presa in considerazione alcuna ipotesi di misura restrittiva.
È arrivato il momento di intervenire perché in nessuna parte d'Italia si sia costretti a piangere un'altra Lisa. E sono proprio i capi degli uffici giudiziari a doverlo fare, organizzando gruppi — anche esigui — di pubblici ministeri che si dedichino esclusivamente a questa materia, che si occupino di difendere le vittime e punire i carnefici. Creando corsie preferenziali affinché i giudici esaminino in via di urgenza le richieste di interdizione o di cattura. Non servono nuove leggi, basta applicare quelle che ci sono. Ma bisogna farlo davvero, senza nascondersi dietro difficoltà procedurali o carenza di mezzi e risorse. Si deve ascoltare il grido di aiuto di quelle donne che sempre più spesso si ritrovano a lottare da sole contro l'aguzzino. E proteggerle senza esitazioni.
l’Unità 10.12.12
Tra Netanyau e Meshaal è scontro aperto
di U. D. G.
Quell’accoglienza trionfale non è andata giù a Benjamin Netanyah. Il trionfo che Gaza ha tributato a Khaled Meshaal, leader di Hamas, tornato nella Striscia dopo 45 anni di esilio. «Ieri (sabato, ndr) siamo di nuovo venuti in contatto con la vera faccia dei nostri nemici». Così il premier israeliano nella consueta riunione domenicale del governo si è riferito alle parole del leader di Hamas pronunciate durante un comizio a Gaza. «Non hanno alcuna intenzione di raggiungere un compromesso con noi; vogliono distruggere lo Stato. Falliranno, ovviamente. Negli annali della storia del nostro popolo ha aggiunto noi, il popolo ebraico, abbiamo vinto tali nemici». È «interessante» ha poi proseguito Netanyahu che il presidente dell’Autorità nazionale palestinese Mahmud Abbas (Abu Mazen), non abbia «emesso alcuna condanna, nè un commento sulla distruzione di Israele», cosi come in precedenza non ha condannato «i missili lanciati su Israele». «Con mio rammarico ha sottolineato egli si batte per l'unità con Hamas, che è supportata dall’Iran».
«Ai miei tempi Meshaal non avrebbe osato avvicinarsi a Gaza. Oggi appare come un eroe trionfante». Parola dell’ex primo ministro centrista Ehud Olmert che in un'intervista a Ynet ha detto la sua sulla situazione complessiva di Israele confermando nello stesso tempo la scelta di non correre alle prossime elezioni politiche, in programma il 22 gennaio. Olmert osserva critico come Israele sia governato da una leadership di «destra radicale entrata in un braccio di ferro con l'intera comunità internazionale». E pur avendo condiviso la decisione di uccidere il capo dell’ala militare di Hamas Ahmed al-Jaabari all’avvio dell' operazione ha constatato come non si sia ottenuto né lo stop di Hamas, né quello della Jihad. «Sono diventati ha osservato con preoccupazione più forti avendo ottenuto un ombrello diplomatico... Di fatto hanno avuto un riconoscimento. Non è un buon segnale».
Repubblica 10.12.12
Il presidente allo Spiegel: “Ci saranno due Stati e tre blocchi di colonie. Ma dovremo cedere pezzi di territorio”
Israele, Peres avverte Netanyahu “Adesso trattiamo con i palestinesi”
di Fabio Scuto
Ho cercato di convincere Abu Mazen a non fare questo passo all’Onu, ma credo che lui sia un partner serio
GERUSALEMME — Il presidente Shimon Peres è l’ultimo dei “padri fondatori” dello Stato di Israele, la sua autorevolezza gli consente di assumere posizioni sempre più spesso non in linea con l’attuale governo di Benjamin Netanyahu, specie per quel che riguarda le trattative di pace con i palestinesi e la colonizzazione della Cisgiordania. Lo stallo delle trattative di pace negli ultimi tre anni hanno messo Israele in una difficile posizione e bisogna guardare al futuro non al passato, ed ecco perché il governo israeliano «che uscirà dalle elezioni del prossimo 22 gennaio dovrà aprire subito le trattative con i palestinesi perché non c’è un’opzione migliore di quella di una soluzione con due Stati», Israele e la Palestina. Un consiglio e un monito al tempo stesso per il premier Netanyahu, dato dai sondaggi vincitore anche al prossimo voto.
«Dobbiamo mettere la parola fine e dire che i peccati del passato sono perdonati e che non ci accuseremo più a vicenda», ha confidato allo Spiegel il presidente israeliano. «Se vogliamo essere sinceri», ha detto Peres al settimanale tedesco, «i dati di fondo di un accordo sono chiari: ci saranno due Stati e tre blocchi di insediamenti, per i quali dovremo concedere ai palestinesi un pezzo di territorio ugualmente grande». «Gli insediamenti occupano tra il 2% ed il 6% della superficie del territorio della Cisgiordania ed un territorio ugualmente grande dovremo darlo ai palestinesi da un’altra parte. Non si tratta di un problema insolubile». Parole chiare che certamente non possono esse condivise dal premier Netanyahu, impegnato invece in una rappresaglia a tutto campo dopo il ricorso della Palestina all’Onu, dal blocco delle restituzioni doganali all’Anp alla decisione di sbloccare la costruzione di migliaia di case negli insediamenti attorno a Gerusalemme. Dell’opzione di uno “scambio di territori”, poi, Netanyahu e la maggioranza di ultra-destra che lo sostiene non vogliono nemmeno sentirne parlare.
Su quale sia l’unico partner credibile per la pace Peres non ne ha mai fatto mistero, anche dopo l’iniziativa di Abu Mazen all’Assemblea generale dell’Onu che il presidente israeliano ha comunque giudicato sbagliata. «Ho cercato di convincerlo a non fare questo passo proprio ora, non era il momento. Ma credo ancora che lui sia un partner e un uomo serio e lo rispetto», ha raccontato l’altro giorno Peres alla tv israeliana. Ma Abu Mazen ha mostrato «coraggio » nella sua iniziativa all’Onu nonostante la forte opposizione di Israele e degli Stati Uniti, «coraggio non solo andando a Palazzo di Vetro, ma nell’affermare di essere contro il terrorismo e a favore della pace». Peres giustifica in qualche modo il comportamento del leader dell’Anp: «Si è sentito abbandonato da noi, dagli Usa, dall’Europa e dal resto del mondo, e voleva fare qualcosa».
La Stampa 10.12.12
Tibet, svolta di Pechino È caccia ai monaci che incitano a darsi fuoco
Arrestati un religioso e il nipote. Il regime accusa “Agivano su istruzione del Dalai Lama”
di Ilaria Maria Sala
E’ scattata – come promesso qualche settimana fa da Pechino – la rappresaglia delle autorità cinesi contro chi reputa essere «istigatore» delle immolazioni in Tibet: così, ieri, l’agenzia di stampa cinese «Xinhua» ha fatto sapere che «un monaco e suo nipote sono stati arrestati per il loro ruolo nell’incitare autoimmolazioni».
SI tratta di Lorang Konchok, monaco di 40 anni del monastero di Kirti (uno dei più importanti del buddismo tibetano e al centro di focolai di proteste contro il controllo cinese dell’altopiano) accusato di aver persuaso otto persone a darsi fuoco dal 2009, quanto cominciarono proteste di tal genere ad oggi. «L'uomo avrebbe agito su istruzioni del Dalai Lama e dei suoi seguaci», secondo quanto viene attributo a una sua confessione e a un’indagine della polizia.
L’uomo avrebbe detto che le immolazioni non sono contro la dottrina buddista e che gli immolati sono degli eroi. Secondo «Xinhua», dopo un’immolazione, Lorang sarebbe stato contattato da gruppi tibetani in esilio, e avrebbe dato loro informazioni su quanto avviene nell’altipiano. Per questa opera di «istigazione»Konchok avrebbe reclutato suo nipote 31 enne Lorang Tsering.
I due sono dunque stati arrestati, «dato che incitare e convincere persone innocenti a bruciarsi a morte non è in linea con la legge», riferisce la «Xinhua». In un comunicato la polizia afferma che i due registravano tutte le informazioni e le passavano ai tibetani in India dove si trova il governo in esilio e il Dalai Lama.
Nel frattempo, altre due persone si sono date fuoco, portando a 94 il numero di tibetani che si sono dati fuoco. Le due vittime sarebbero Pema Dorjee, 23 anni e Kunchok Phelgye. L’organizzazione umanitaria Human Rights Watch, ha detto che «invece di aumentare la repressione e far credere alle persone che non c’è speranza di cambiamento, Pechino dovrebbe agire per rispondere alle difficoltà dei tibetani».
Oggi intanto si prospetta una giornata di protesta e tensione: il mondo celebra infatti la Giornata mondiale per i Diritti Umani, e anche quella di Solidarietà con il Tibet. Per segnare dunque la ricorrenza, in questo momento caratterizzato dall’agghiacciante susseguirsi di torce umane, la diaspora tibetana ha chiamato ad una «Giornata globale di azione per il Tibet» organizzando una serie di manifestazioni in vari punti del pianeta, per attirare l’attenzione sulle difficoltà attraversate dal Tibet e dai suoi abitanti.
Le manifestazioni dovrebbero aver luogo negli Stati Uniti e in India e Nepal, dove si trova il maggior numero di rifugiati tibetani, ma anche nel Tibet stesso, malgrado i controlli e le pesanti conseguenze che gesti di questo tipo hanno dimostrato di avere sull’altipiano. Ma anche in Nepal, già da qualche anno, ai tibetani rifugiati non è più consentito portare avanti delle manifestazioni di protesta – una proibizione che pochi vogliono davvero mettere alla prova, dato che i profughi tibetani, arrivando su suolo nepalese già da qualche anno non ricevono più documenti d’identità, e un arresto potrebbe equivalere a una deportazione.
Corriere 10.12.12
I Tory favorevoli ai matrimoni gay, le unioni civili non hanno colore
di Dino Messina
La notizia non è che probabilmente entro la primavera del 2014 in Gran Bretagna saranno possibili i matrimoni tra partner dello stesso sesso (finora sono ammesse le unioni civili), ma che la spinta a questa vera rivoluzione nel costume venga dal partito conservatore che oggi guida il governo con David Cameron ed esprime anche il sindaco di Londra, Boris Johnson. Sono proprio i due più conosciuti rappresentanti dei Tory tra i promotori della campagna in favore della proposta di legge per il riconoscimento delle nozze gay, con la possibilità di celebrare i matrimoni anche in luoghi di culto.
Accanto al sindaco di Londra e al primo ministro, anche altri esponenti di primo piano, come il ministro dell'Istruzione Michael Glove, quelli degli Esteri Alistair Burt e dei Trasporti, il cattolico Patrick McLoughlin, oltre al leader dei conservatori scozzesi Ruth Davidson. In tutto diciannove rappresentanti che con una lettera aperta al «Sunday Telegraph» hanno gettato lo scompiglio tra le fila dei tradizionalisti che di sicuro daranno battaglia contro la proposta.
Al di là del successo dell'iniziativa, che la stampa britannica dà per scontato, a noi italiani, abituati con novecentesco riflesso condizionato a ragionare in termini di destra e sinistra, rimane la meraviglia che la proposta sia venuta dal partito conservatore. Ve lo immaginate il sindaco di destra della più grande città italiana firmare assieme al capo dello schieramento conservatore una proposta per i matrimoni gay? Una meraviglia ingiustificata, perché i diritti civili non dovrebbero avere colore politico.
Ma forse in Italia la proposta di legge avanzata da Cameron e Johnson non sarebbe fatta propria nemmeno dallo schieramento di centrosinistra. Per quella storica prudenza dovuta alla presenza della chiesa che, come notava Massimo Teodori su questa pagina il 6 dicembre, difficilmente potrebbe spingere anche gli esponenti cattolici dello schieramento progressista a mettere in discussione quei «valori non negoziabili» che fin qui ci hanno dato tra le legislazioni più conservatrici in tema di coppie di fatto.
Repubblica 10.12.12
I beni culturali senza una politica
di Salvatore Settis
Finalmente rivelati i progetti del ministro Lorenzo Ornaghi. Rispondendo con solo nove mesi di ritardo a una lettera firmata da oltre cento direttori di musei, archivi, biblioteche che lamentavano lo stato deplorevole dei beni culturali e il nessun riconoscimento dei loro meriti e del loro lavoro, il ministro ha parlato chiaro (Corriere della sera, 8 dicembre): bando alle ciance, la vera priorità del nostro tempo è «evitare a ogni costo il diffondersi della peste dell’invidia e delle gelosie sociali», che porterebbero a «un incattivimento della società italiana più pericoloso dello spread, più nefasto di ogni immaginabile stallo dei partiti o del sistema rappresentativo- elettivo». Ecco dunque l’agenda Ornaghi: la pace sociale si raggiunge rinunciando a invidie e gelosie, ognuno si accontenti del suo stato, zitti e mosca. Quanto al suo dicastero, pro bono pacis sarà meglio non rispondere nemmeno al direttore degli Uffizi, anzi bastonarlo se si accorge che il suo stipendio è un decimo di quello dei suoi colleghi americani e un ventesimo di quello di un deputato (italiano) che vende il voto al miglior offerente. No all’invidia
sociale, viva l’armonia. È un modello che si può estendere: per esempio, guai ai disoccupati che vorrebbero lavorare, sono solo degli invidiosi. Vergogna se un malato che non può curarsi per i tagli alla sanità dice che chi può permettersi un’assicurazione godrà di miglior salute. Vituperio su alunni, insegnanti e genitori che vorrebbero una scuola pubblica funzionante, e osano ricordare che secondo la Costituzione (art. 33) scuole e università private, compresa la Cattolica di cui Ornaghi è stato rettore fino a un mese fa, hanno piena libertà ma «senza oneri per lo Stato». Tutta invidia. Qualcuno si permette di ipotizzare «una società in cui tutti i meriti ottengano il loro giusto compenso»? Ma è una «critica sprovvista di un realistico contributo costruttivo », anzi «un malvezzo». Questi «incattivimenti» meglio eliminarli alla radice, pax vobiscum. E perché non affrontare gli altri nodi della politica stigmatizzando anche gli altri vizi capitali? Un brillante biologo conteso da università di tutto il mondo vorrebbe una cattedra in Italia (ma non può: i concorsi sono bloccati da sette anni)? Pecca di superbia!
Un operaio di Taranto protesta perché all’Ilva si registra un aumento dei tumori fino al 419 %? Si è macchiato di un altro vizio deplorevole, l’ira. Un malato si lamenta della pessima qualità del cibo in ospedale? Si penta, sta peccando di gola. Un direttore resiste all’idea di privatizzare attività e biglietteria del suo museo? Ma è avarizia! Restano due vizi nella lista, lussuria e accidia. Del primo abbiamo registrato fin troppi esempi (in Parlamento e nei CdA), ma non incattiviamoci al punto di ricordarli. Di accidia viene accusato frequentemente proprio Ornaghi, ma si tratta palesemente di «distorsioni o fratture che caratterizzano la nostra convivenza civile». E a Gian Antonio Stella che gli aveva chiesto ragione della sua ostinata assenza dalla scena (detta in linguaggio curiale, quel Ministero è davvero “sede vacante”), il ministro risponde serafico che sì, magari fra un mesetto, «trascorso questo periodo di feste», potrebbe concedergli un incontro.
Piuttosto, in questa politica- catechismo, varrà la pena di ricordarsi anche dei Dieci Comandamenti.
Settimo: Non rubare, per dirne una.
Ma allora come mai Ornaghi ha difeso in Parlamento il suo consigliere Marino Massimo De Caro, arrestato pochi giorni dopo per il furto di migliaia di libri nella biblioteca napoletana dei Girolamini di cui, proprio in quanto consigliere del ministro, era stato nominato direttore? E come mai Ornaghi non ha sentito nemmeno il bisogno di scusarsi via via che la magistratura scopriva altri furti del De Caro (ancora e sempre in galera), in decine di altre biblioteche in cui entrava come suo consigliere? Forse per non «incattivire»? Sarà, invece, ostensione di bontà la sua tesi, spesso ripetuta tra un coro di fischi, che è meglio che lo Stato se la svigni dai musei e ceda il passo ai privati? Per troppo tempo abbiamo sperato che la destra “colta e pulita” del governo Monti segnasse un progresso rispetto alla destra becera e incolta dei governi Berlusconi, ma almeno in questo caso non è così. Sarà forse per carità cristiana, ma certo Ornaghi ha voluto dimostrare urbi et orbi che il povero Bondi non era, dopotutto, il peggior ministro possibile. Bisogna ammetterlo, ce l’ha fatta.
La Stampa 10.12.12
Ho visto stelle che voi umani...
di Piero Bianucci
Mentre oggi a Stoccolma si consegna il Nobel per la fisica parla Riccardo Giacconi, l’ultimo italiano ad averlo vinto: 50 anni fa, con l’astronomia in raggi X, ha aperto un nuova finestra sul cielo Riccardo Giacconi è nato a Genova 81 anni fa ma ha lavorato per gran parte della sua vita in America. Nel 2002 ha vinto il premio Nobel per la fisica Oggi a Stoccolma i fisici David Wineland e Serge Haroche ritirano il premio Nobel per le loro ricerche di meccanica quantistica che aprono la strada a computer ultraveloci. Bisogna risalire ahimè a 10 anni fa per trovare un fisico italiano laureato con il Nobel. È Riccardo Giacconi. Ma mentre Wineland e Haroche si muovono nel microcosmo dell’atomo, il laboratorio di Giacconi è l’universo intero.
Nel 1962 aveva 31 anni ed era un cervello in fuga negli Usa quando aprì una finestra sul cielo che con i raggi X ci invia notizie di stelle esplose, buchi neri, galassie primordiali. Come Galileo inventò il telescopio ottico, lui inventò il telescopio per la radiazione X. C’è però un problema. Il suo telescopio non funziona al suolo perché l’aria assorbe i raggi X che arrivano dallo spazio. Bisogna metterlo in orbita. Il primo volò nel 1978 con il satellite Einstein e ora Giacconi sonda il cielo con Chandra, lanciato nel 1999, molto più potente. Ma l’astronomia X l’aveva fatta nascere prima, con strumenti rudimentali messi a bordo di razzi americani.
«Le cose erano partite male racconta -. Il primo dei nostri razzi esplose sulla rampa di lancio. Il secondo salì a 200 chilometri ma non si aprirono le ante che avevano protetto gli strumenti durante il volo. La terza volta andò bene. Era il 18 giugno 1962, mancava un minuto a mezzanotte. Cercavamo raggi X che allora si pensava provenissero dalla Luna. Invece scoprimmo la prima stella X, una sorgente nella costellazione dello Scorpione».
Ci sta il paragone con Galileo? «Soltanto in un senso: l’epoca di Galileo e la nostra hanno in comune una enorme potenzialità di scoperte. Anzi, noi ne abbiamo di più. Oggi sappiamo che l’universo alla portata dei nostri occhi è soltanto il 3% di ciò che esiste. Del restante 97% ignoriamo tutto. Sotto questo aspetto, il 2012 è meglio del 1609, l’anno in cui Galileo costruì il cannocchiale. L’astronomia in raggi X è ciò che serve per esplorare questo universo sconosciuto, fatto di materia e di energia oscure».
Genovese di nascita (6 ottobre 1931), milanese di laurea, americano per biografia scientifica, Giacconi spiega: «Noi viviamo in un mondo a bassa energia, l’energia della luce visibile. I telescopi a raggi X invece vedono fenomeni ad alta energia, per esempio buchi neri che inghiottono stelle. Bene: nell’universo i fenomeni ad alta energia non sono l’eccezione ma la regola. Solo grazie a essi potremo capire l’evoluzione dell’universo. L’astronomia in raggi X è la più adatta per rispondere alle grandi domande della cosmologia. Abbiamo una straordinaria opportunità di imparare cose nuove. Ma ci vorrebbe un telescopio per i raggi X con una potenza pari a quella che il telescopio spaziale Hubble ci offre per la luce visibile».
Peccato che scarseggino i finanziamenti. «Il vero problema dice Giacconi è che oggi tutti i soldi della Nasa sono assorbiti da un unico colossale progetto: il James Webb Telescope, lo strumento destinato a prendere il posto di Hubble. Doveva costare alcune centinaia di milioni di dollari, siamo già a parecchi miliardi ed è in ritardo di anni. Ora si parla di lanciarlo nel 2018. Sa cosa le dico? Quando il James Webb Telescope avrà finito la sua missione, il caro vecchio Hubble sarà ancora lì a scrutare il cielo dalla sua orbita intorno alla Terra... ».
Giacconi il telescopio Hubble lo conosce bene: è stato il primo direttore dello Space Telescope Science Institute di Baltimora, dove affluiscono i dati del super-occhio spaziale, e ne ha organizzato la gestione su scala planetaria: «Quando nel 1978 lanciammo il satellite per raggi X Einstein, una cosa fu chiara: i dati richiedevano uno speciale trattamento preliminare, senza il quale gli scienziati non avrebbero saputo utilizzarli. Decidemmo di farlo e di mettere i dati a disposizione di tutti. Ciò ha dato un forte impulso alla ricerca. Nel caso di Hubble abbiamo fatto la stessa cosa».
Odia la burocrazia e le pastoie accademiche. «Il periodo più bello della mia vita è quello in cui ho lavorato per una ditta privata, la American Science and Engineering. Per parecchi anni, mentre facevamo nascere l’astronomia X, l’unico limite è stato nei nostri cervelli. Se ci veniva un’idea buona, i soldi per metterla alla prova erano subito lì. Con la Nasa, arrivare al lancio del satellite Uhuru e poi dei satelliti Einstein e dell’attuale Chandra, è stata una fatica durata decenni».
E il premio Nobel? «Anche questa è una storia lunga. Dopo la scoperta del cielo in raggi X mia madre mi diceva: che cosa aspettano? Non sai farti valere! Parlo degli Anni 70. Ai primi di ottobre del 2002, una mattina alle 6 suona il telefono. Grande spavento. Sarà successa una disgrazia? No, mi spiegano che ho avuto il Nobel. Non ci pensavo più da un sacco di tempo. Poi suonarono alla porta. Aprii e fui abbagliato dai flash dei fotografi».
Che cosa sogna? «Finora è stato come guardare dal buco della serratura. Sogno un telescopio a raggi X a largo campo, che permetta di inquadrare in un solo colpo d’occhio un bel pezzo di universo».
Corriere 10.12.12
Il mito dell'eugenetica, una storia in nero
La scienza che migliora la razza: un'idea trasversale alla politica e alle religioni
di Armando Torno
L'eugenetica è giovane. Cominciò nell'800 a far parlare di sé. È quel ramo della genetica che si proponeva il progressivo miglioramento della specie umana utilizzando l'incrocio tra individui portatori di caratteri favorevoli. O, per essere meno generici, di sviluppare le qualità innate di una razza. Nel suo etimo c'è quell'eu — in greco significa bene, buono — che ne ha condizionato la storia. Il termine eugenismo lo coniò nel 1883 Francis Galton, cugino di Darwin, anticipando di una ventina d'anni l'invenzione della parola genetica. Insomma, è la prima scienza contemporanea sull'ereditarietà. Ma a dare ad essa dignità accademica e scientifica fu Karl Pearson, professore di matematica applicata all'University College di Londra (ha lasciato il suo nome anche nelle scienze statistiche, tra l'altro per lo studio delle cosiddette «Curve di densità»).
Ora un libro di Lucetta Scaraffia edito presso la Morcelliana, con un saggio di Oddone Camerana, ricostruisce l'avventura di tale disciplina: Per una storia dell'eugenetica. Il pericolo delle buone intenzioni. Descrive, con documentazione notevole e chiarezza, il quadro delle élite culturali di numerosi Paesi occidentali che hanno ideato e diffuso questa nuova ideologia tra la fine dell'800 e i primi decenni del secolo scorso. Senza dimenticare che l'eugenetica ha causato un terremoto culturale, le cui scosse hanno investito anche la letteratura (è il tema di Camerana).
Lucetta Scaraffia affronta la questione con «sguardo nuovo», cercando le radici del pensiero eugenetico in Malthus e Darwin. Quest'ultimo, padre delle teorie evoluzionistiche, diede un contributo notevole alla «cancellazione dell'idea che l'essere umano è privilegiato in quanto figlio di Dio, creato a sua immagine e somiglianza». Non aveva forse scritto ne L'origine dell'uomo che abbiamo le medesime intuizioni, sensazioni, passioni, affezioni ed emozioni dei primati? La divulgazione scientifica del secondo Ottocento creò il terreno favorevole. E l'eugenetica, nota la Scaraffia, «offriva finalmente agli uomini di scienza l'occasione di uscire da laboratori e università per diventare famosi e, di conseguenza, raccogliere fondi per le loro ricerche». Gli aspetti culturali si trasformano in fenomeni biologici. La razionalità scientifica diventa razionalità politica. Nel 1919 il premio Nobel per la medicina Charles Richet potrà scrivere nel suo fortunato La sélection humaine: «Dopo l'eliminazione delle razze inferiori, il primo passo nella via della selezione è l'eliminazione degli anormali. Proponendo con risolutezza questa soppressione degli anormali, io sicuramente vado a urtare la sensibilità della nostra epoca... preferisco i bambini sani ai bambini tarati... non vedo nessuna necessità sociale di conservare questi bambini tarati».
Le teorie eugenetiche, nate in Inghilterra e Francia (e quelle sull'ereditarietà criminale in Italia, con Lombroso), conosceranno uno straordinario successo in Svizzera, Scandinavia, Germania, negli Usa. Negli Stati Uniti pazienti dei manicomi, criminali e devianti furono sterilizzati: si parla di 30 mila casi tra il 1907 e il 1939; tuttavia le sterilizzazioni, ricorda Lucetta Scaraffia, «continuarono ad essere praticate fino agli anni Settanta». Nel 1926 nel cantone di Berna si era cercato di imporre la sterilizzazione alle donne «troppo prolifiche»; la Danimarca cominciò nel 1929 quella per «gli internati negli asili psichiatrici». E in Svezia? Se tra il 1935 e il 1976 si praticarono oltre 60 mila sterilizzazioni, la coppia Gunnar e Alva Myrdal — lui premio Nobel per l'economia nel 1974, lei per la pace nel 1982 — socialdemocratici e riformatori, furono grandi sostenitori dell'eugenetica.
Certo, è una storia che avrà nella Germania nazista un celebre capitolo, ma investì anche il mondo cattolico (come mostra l'estratto pubblicato qui a fianco di Lucetta Scaraffia) e le grandi democrazie. Nel 1910, per esempio, si leggeva sull'Enciclopedia Britannica, alla voce «civilizzazione», che il progresso dell'umanità avrebbe dovuto includere «il miglioramento biologico della razza attraverso l'applicazione delle leggi sull'ereditarietà».
Corriere 10.12.12
Quando padre Gemelli lodava la selezione «buona»
di Lucetta Scaraffia
Uno dei tòpoi del XIX secolo, sovente rappresentato nei romanzi, è la contrapposizione tra la figura del prete, ottenebrato dall'oscurantismo, e quella del medico, aperto al progresso e quindi al bene dell'umanità. In questa contrapposizione l'eugenetica — figlia del grande nemico, l'evoluzionismo — giocò certo un ruolo non secondario, dal momento che la Chiesa l'aveva avversata apertamente, almeno a partire dal 1930. Ciononostante, è interessante ricordare che non sono mancati grandi medici cattolici che hanno simpatizzato per questa nuova scienza. Un esempio importante è il medico italiano, nonché frate francescano, Agostino Gemelli, fondatore dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, che rivela un atteggiamento favorevole nei confronti dell'eugenetica in sé, come dimostra il fatto che ogni volta che affronta l'argomento in qualche suo intervento cita in positivo la definizione di eugenetica data da Galton. Nel commentare il primo congresso italiano di eugenetica sociale del 1924, Gemelli afferma che essa costituisce una «preziosa conquista in continuo sviluppo»; e ancora nel 1952 dirà che si tratta di «idee fondamentali, che si possono riconoscere in fondo sane fondamentalmente, costituirono però il nucleo di deformazioni numerose». Galton, va ricordato, è l'inventore della biometria, disciplina che applica metodi statistici alla biologia, e specialmente agli studi di ereditarietà: una linea di ricerca che Gemelli praticò per anni, e che introdusse come insegnamento nell'università da lui fondata. Gemelli sembra non avere dubbi. Egli non crede che l'eugenetica sia in sé una disciplina sorta su basi false, si limita a giudicare sbagliati solamente alcuni dei metodi che vengono applicati per praticare la selezione negativa delle nascite, come il neomalthusianesimo, la sterilizzazione volontaria e involontaria e naturalmente l'aborto. Gemelli non si pone mai «il problema di valutare il significato antropologico e la portata morale sia della ricerca empirica, sia dell'applicazione dei suoi risultati, specie per quelli che riguardano direttamente la condizione umana» e cita in proposito un illuminante giudizio del filosofo Bontadini del 1959: «Non fu difficile al Gemelli mostrare che il conflitto sussisteva soltanto tra alcuni scienziati da una parte e la religione dall'altra, mentre la scienza stessa restava neutrale». Gemelli poté così aderire al nucleo scientifico — o meglio creduto tale — delle teorie eugenetiche, che egli considerava come un'evidenza scientifica neutrale, senza rendersi conto che si trattava di una modalità di interpretazione dell'umano radicalmente contraria a quella cristiana.