l’Unità 8.11.12
Bersani: «Adesso tocca a noi»
Il leader Pd: «Vince l’America dell’inclusione e della libertà, battuti populismo e fondamentalisti del mercato»
«Con Obama vince l’America dell’inclusione e delle libertà. Questo risultato è uno sprone per i partiti democratici e progressisti europei. Ora tocca a noi fare la nostra parte per vincere e contribuire ad un’uscita dalla crisi nel segno dell’equità». Così Pier Luigi Bersani che considera il voto americano un’ottima notizia anche per l’Europa: «In Obama avremo un interlocutore molto interessato a che l’Europa cresca e esca da una politica di austerità. In più voglio anche ricordare dice il segretario Pd che Obama ha vinto con un particolare linguaggio: cioè con il coraggio della verità». Tema a cui Bersani tiene molto, non a caso è uno dei leit motiv della sua campagna elettorale, quel «linguaggio di verità» con cui bisogna parlare agli italiani per archiviare definitivamente l’era delle promesse mai mantenute e dei miracoli mai avvenuti.
«Obama dice Bersani non ha concesso niente ad affermazioni di tipo populista che vanno di moda negli Stati Uniti e si è concentrato sui temi del lavoro, anche in polemica con il predominio della finanza che invece veniva meglio interpretato dall’altro contendente, e quindi è una bella vittoria». Matteo Renzi prima parla su Facebook: «Il discorso di Obama stanotte ha regalato speranza, emozione e coraggio come a Boston nel 2004 o nella campagna per le primarie del 2008. Che spettacolo! Buongiorno America...». Il governatore pugliese Nichi Vendola, altro competitor ai gazebo, sceglie un social network, quello fondato da Mark Zuckerberg. Scrive: «Four more years (per altri quattro anni). Obama ce l’ha fatta. Buongiorno a tutti».
l’Unità 8.11.12
D’Alema: sconfitte le forze che volevano il ritorno al liberismo estremo
L’elezione di Obama è il frutto di una «battaglia fortemente ideologica» in cui ha vinto «un blocco di forze che non voleva il ritorno della destra, del liberismo estremo, dell’egoismo, della deregulation finanziaria, di quelle che erano state le idee portanti della destra e che sono state all’origine della crisi». Così Massimo D’Alema commenta il voto americano, sottolineando in particolare il peso che nella competizione elettorale appena conclusa ha avuto la «caratterizzazione forte e marcata» dei due candidati. «Credo che abbia prevalso l’idea che la ricetta della destra ha detto l’ex premier intervistato al Tg3 dei conservatori,
non solo non era una risposta alla crisi ma avrebbe riproposto le politiche all’origine della crisi. È stata ha sostenuto una battaglia fortemente ideologica».
Al Tg1 il commento di Mario Monti: «Ho inviato a Obama un messaggio di rallegramenti per questo grande successo, combattuto, conclusosi in quello spirito di unità nazionale che caratterizza l’America». Secondo Monti, Obama è «un presidente che sa usare lo strumento del mercato e gli strumenti dello stato: è importante per noi», è un «presidente attentissimo alle esigenze Usa ma che capisce l’Europa con cui è bello lavorare».
La Stampa 8.11.12
Bersani, via ai sondaggi per fare una nuova Unione
Incontri per creare due raggruppamenti, uno alla De Magistris a sinistra, uno al centro
di Fabio Martini
Guai a chiamarla «Nuova Unione». Al Pd, da anni ormai, rifiutano qualsiasi allusione a quella eterogenea coalizione, l’Unione, che dopo esser stata portata al governo da Romano Prodi nella primavera del 2006, diciotto mesi più tardi cadde per effetto di litigi intestini e trasformismi. Eppure, da qualche giorno il vertice del Pd ha avviato - con discrezione - contatti per rimettere le «ali» al partito, favorire cioè l’aggregazione di due nuovi contenitori, uno a sinistra e uno a destra del partito di Bersani. Da una parte, un listone arancione, giustizialista, aperto a personalità comuniste, guidato dal sindaco di Napoli Luigi De Magistris; e una lista moderata, che abbia come portabandiera Bruno Tabacci e qualche ministro del governo Monti. La mission? Le due liste dovrebbero consentire ad una coalizione incardinata sul partito di Bersani e sulla Sel di Nichi Vendola di provare ad avvicinare quella quota 40% che oggi appare un miraggio.
I segnali che vanno verso la «nuova Unione» si stanno moltiplicando. Nei giorni scorsi sono stati avvistati nella sede nazionale del Pd di Santa Andrea delle Fratte due cari vecchi compagni Oliviero Diliberto (segretario del Pdci) e Cesare Salvi (che lasciò i Ds per non confluire nel Pd) e qualcuno assicura di aver intravisto anche la sagoma di Marco Rizzo, ex deputato Prc e Pdci, anche se nessuno è in grado di giurare che sia salito ai «piani alti». Secondo segnale: due giorni fa si è incontrato con Pier Luigi Bersani Massimo Donadi, il presidente dei deputati dell’Idv entrato in collisione con Di Pietro. Terzo segnale: in un editoriale del direttore dell’Unità Claudio Sardo pubblicato domenica scorsa è stata fornita la cornice concettuale all’operazione: «Dopo le Primarie il Pd» chiederà un’alleanza al «Centro costituzionale», «disposto a collaborare col centrosinistra», ma anche «alle forze minori della sinistra» interessate alla sfida del governo, come dimostrano le «rotture che si stanno consumando nella Federazione della sinistra e nell’Idv». Unico paletto, la riproposizione di «sigle e siglette, vecchie o riverniciate». Come dire: bene Diliberto che qualche giorno fa ha rotto con Rifondazione, ma per rientrare nell’alleanza non pensi di portare «dentro» la sigla del suo partito.
Certo, l’ideale per Bersani resta un accordo pre-elettorale con l’Udc. Al momento si tratta di una ipotesi lontana, ma dopo la vittoria in Sicilia sta affiorando una novità: i dirigenti Udc di Lazio e Lombardia (dove si voterà prima delle Politiche) spingono per cominciare a farla lì l’intesa col Pd. Intanto gli uomini di Bersani stanno tastando il terreno per provare a far lievitare l’asse progressistimoderati, favorendo la nascita di due aree. A sinistra, dando per irreversibile la rottura tra Pd e Di Pietro, il personaggio più ambizioso è il sindaco di Napoli De Magistris che da tempo si è inteso con Bersani, per restare nell’ambito del centrosinistra e che ora dice: «Comincia a costruirsi un’alleanza tra i non allineati del sistema». Arriverà anche Donadi dall’Idv? Superare il quorum non sarà semplice. Anche se dovessero confluire, come singoli personaggi di area comunista. Ieri, un gruppo di personalità del vecchio Pci romano (Valentini, Mele) in rottura col Prc hanno diffuso un manifesto pro Zingaretti nel Lazio. Cantiere aperto anche sul versante moderato, dove si è già collocato Bruno Tabacci, in corsa per le primarie del centrosinistra, e dove potrebbero collocarsi alcuni ministri del governo Monti che non se la «sentissero» di entrare nel listone del Pd.
«Sono in troppi a volere che il Pd non vinca...»
Corriere 8.11.12
Bersani teme «giochini» Ma i suoi insistono: un'intesa è possibile
di Monica Guerzoni
ROMA — «Un accordo si troverà, perché il primo a volerlo è proprio Casini...». Enrico Letta dà voce a quell'area dialogante che, di ora in ora, si va rafforzando al vertice del Pd. Quando si appella ai partiti perché non facciano «harakiri» il vicesegretario parla soprattutto al suo, che rischia di arroccarsi nella partita più delicata della legislatura. Sì, perché mentre Bersani minaccia barricate in Aula, cresce il fronte di quanti gli rimproverano «l'immobilismo» delle scorse settimane: una linea che ha portato i democratici ad allontanarsi dall'alleato naturale, «regalando» Casini agli avversari.
Bersani si è stufato dei «giochini» di Palazzo e ha allertato i suoi perché si preparino a fare «opposizione netta», contro una legge che ritiene un'autostrada per il Monti bis: «Cosa succede se vanno avanti a colpi di maggioranza? Semplice, sarà scontro frontale. Andiamo in Aula e vediamo chi vince». Il segretario ha ben chiaro che una larga maggioranza trasversale lavora per sbarrargli il portone di Palazzo Chigi e, per quanto privo di alleati in Parlamento, si prepara alla guerra. La sfida al Senato è data per persa, ma alla Camera Bersani non dispera di portare i partiti a più miti consigli, anche minacciando i centristi con l'idea di una lista civica moderata. «L'antico vizio delle riforme a maggioranza produce o la rissa o il pantano», avverte Follini. Ma se Migliavacca si dice pronto a una «opposizione netta» e Bressa prevede che «alla Camera sarà un Vietnam», i capicorrente non sono disposti a rischiare l'assalto. «Il Porcellum va cambiato — apre Fioroni —. Bisogna garantire a chi vince la possibilità di governare e restituire agli elettori il diritto di scelta».
A taccuini chiusi diversi dirigenti, ex popolari, veltroniani e pure bersaniani, sostengono che un centrosinistra determinato a governare pur essendo minoranza sarebbe «un regalo a Grillo». E che se saltasse fuori un «premietto» all'8 per cento, Bersani non potrebbe rifiutare. D'altronde, come spiega «con il cuore sanguinante» un parlamentare stimato come Pierluigi Castagnetti, «non c'è solo la governabilità, c'è anche la democraticità e il 40 per cento bisogna prenderlo nelle urne!». E poi ci sono i deputati vicini a Rosy Bindi, che a Bersani rimproverano di aver «trascurato troppo a lungo la legge elettorale». Matteo Renzi ha offerto una sponda al leader quando ha scritto su Twitter che la modifica proposta «è quasi peggio» del Porcellum. Eppure Enrico Morando, veltroniano schierato col sindaco di Firenze, è severissimo nell'elencare tutti i «no» del Pd, dal sistema francese a quello spagnolo: «Abbiamo costruito da soli il nostro male. Se stai fermo, rischi di pagare un prezzo elevato». Ora è tardi e a Bersani non resta che alzare i toni, per uscire dal cul-de-sac e non passare per colui che ha tergiversato col segreto scopo di tenersi il Porcellum. O, per dirla con Casini e Rutelli, per uno che aspira a «prendere il 55% dei seggi con il 30% dei voti». Offesa che Bersani respinge con forza: «Non possiamo consegnare il Paese alla prospettiva di non avere un azionista di riferimento che organizzi il governo». Lo strappo del leader centrista lo ha deluso e sorpreso e Bersani con i suoi ragiona così: «Pier si accorgerà che schiacciarsi sul Pdl non gli conviene. Vuole la grande coalizione? Si assuma la responsabilità di portarci nella palude».
Vista la tenaglia che lo stringe il segretario si è imposto l'obiettivo minimo di «dare le carte» se e quando si tratterà di formare un esecutivo «politico-tecnico». Il problema è che persino dentro il Pd c'è chi non vuole lui e Vendola azionisti di riferimento e la reazione orgogliosa con cui il partito respinge il «golpe» non basta a mascherare gli umori della maggioranza. E così, in gelo con Casini e a disagio con Napolitano, che anche ieri gli ha comunicato la «preoccupazione» e l'urgenza, il segretario si trova in bilico fra trattativa e rottura. Letta spinge per il negoziato e media con Casini, ma Bersani si tiene aperta l'uscita di sicurezza della battaglia finale alla Camera, con la speranza che la legge vada a infrangersi sulle preferenze. Un'ipotesi su cui Stefano Ceccanti non scommette un euro: «Sono in troppi a volere che il Pd non vinca...».
il Fatto 8.11.12
Legge elettorale, democratici in trappola
L’accordo proposto dal Pdl è di ridurre la soglia per il premio d maggioranza e una “consolazione” del 5% al primo partito
di Caterina Perniconi
I senatori ci sono andati lo stesso in Commissione Affari costituzionali ieri sera alle 20.30. Non sapevano che nel frattempo alla Camera fossero ripresi i contatti tra Denis Verdini e Maurizio Migliavacca sulla legge elettorale. “Poi è spuntato il presidente Vizzini – raccontano – e ci ha mandati tutti a cena perché tanto il nostro lavoro lì non serviva”.
LA TRAPPOLA per il Partito democratico è stata organizzata fuori dai Palazzi. Dopo il blitz di martedì al Senato, quando è stato approvato l’emendamento proposto da Francesco Rutelli che istituisce una soglia del 42,5% per conquistare il premio di maggioranza alla coalizione (irraggiungibile per chiunque), ora l’asse Pdl-Lega-Udc ha offerto ai democratici l’opportunità di riflettere un’altra settimana su un nuovo compromesso. La proposta è quella di ridurre la soglia per il premio al 40% (sempre troppo elevata per gli alleati Pd e Sel) e concedere un “premietto” di consolazione al primo partito del 5%. Trasformando la proposta del professor Roberto D’Alimonte, premio al primo partito del 10%, in un contentino. “Quello che si sta delineando sulla legge elettorale è un pastrocchio proporzionalista” spiega il costituzionalista “peggiore del Porcellum che finirà per rendere il Paese ingovernabile”. Anche D’Alimonte è convinto: “Il comportamento di alcune forze politiche mi sembra provocatorio per impedire il successo del centrosinistra mentre così il sistema si trasformerà in un proporzionale puro”. Tutti i partiti, infatti, correranno per sé e per vincere il premio. Almeno quello di consolazione. L’Udc si sta riorganizzando e ieri ha proposto ai suoi deputati una rosa di simboli tra i quali scegliere il nuovo emblema del partito. Poi ha tirato un stoccata al Pd: “Se qualcuno vuole che Vendola e Bersani governino con il 55 per cento avendo il 30 per cento dei voti, alzi la mano. Io non lo voglio”. Questo è ciò che succede cambiando la legge elettorale a sei mesi dalla elezioni e con i sondaggi in mano: ognuno cerca di assecondare i propri interessi e non quelli dei cittadini, un milione dei quali l’anno scorso firmò un referendum per cancellare il Porcellum.
“NON VOGLIAMO governare da soli con il 30 per cento ma serve una legge elettorale che garantisca la governabilità – ha risposto Enrico Letta – la follia è pensare di tornare a un proporzionale puro”. E sebbene la riforma sia nascosta sotto la dicitura “anti-Grillo”, Bersani cerca di tenere il punto: “Nessuno può pensare che dalla palude possa venire fuori un Monti bis”. Perché toccherebbe proprio a lui, che ieri ha minacciato di modificare la legge per decreto se ce ne fosse bisogno, governare un sostanziale pareggio. “Vorrei una legge elettorale in cui dopo un’ora chi perde si congratula con chi vince – ha detto Matteo Renzi, stregato dall’America e da Barack Obama – non certo il Porcellum. Ma la modifica proposta è quasi peggio! ”. Per una volta d’accordo anche con l’altro sfidante delle primarie, Nichi Vendola, secondo il quale “sta prevalendo l’idea che il nuovo sistema di voto bisogna farlo in sartoria” mentre “ le regole del gioco andrebbero riscritte guardando con particolare attenzione alla crisi della democrazia e delle forme di partecipazione”.
LA VARIABILE sulla strada dell’intesa resta il Pdl. Perché un accordo con il Partito democratico e l’Udc costringerebbe a uno strappo con la Lega. Non a caso il senatore Roberto Calderoli oggi ha attaccato i “tavoli e tavolini che hanno fatto ritardare di sei mesi sulla riforma”. Non solo. Anche altri partiti più piccoli come l’Mpa o Coesione Nazionale sono contrari al “premietto” perché, di fatto, toglierebbe loro voti. E se l’asse della vecchia maggioranza può bastare a portare la legge fuori dal Senato, non è detto che alla Camera il percorso sia meno accidentato. Intanto un’altra settimana è persa e la sopravvivenza del Porcellum appare ancora garantita.
La Stampa 8.11.12
Legge elettorale Si tratta sul premio al primo partito
Il Pd chiede il 10%, il Pdl non vuole superare il 6 Napolitano: “Prevalga l’interesse generale”
di Ugo Magri
Non parlava di America ma di Italia Napolitano, quando ieri osservava che «non è solo fair play, negli Stati Uniti l’interesse generale prevale sui contrasti». Per poi aggiungere tra lo speranzoso e l’amaro: «Prima avremo questo atteggiamento anche da noi, meglio sarà per il paese». Il Capo dello Stato senza dubbio si riferiva al brutto spettacolo dei partiti, che finora non sono stati capaci di superare il «Porcellum», madre di tutte le vergogne politiche. Per Napolitano guai se si tornasse alle urne con le liste dei nominati, con i premi di maggioranza spropositati e con tutte le incongruenze della legge attuale. Il suo incoraggiamento si fa pressante perché alla riforma ormai sembra mancare poco, anzi pochissimo. Ieri sera la distanza tra i partiti era ridotta a un misero 4 per cento. Che non è una cifra calcolata a spanne, ma la differenza aritmetica tra quanto chiede il Pd per dire sì alla riforma, e ciò che invece sarebbe disposto a concedere il Pdl. Bersani insiste perché il premio al partito più votato sia pari al 10 per cento dei seggi, i berlusconiani sono disposti a spingersi a un premio del 6 per cento come massimo. Dieci meno 6 fa, per l’appunto, 4. Possibile che non riescano a mettersi d’accordo?
In teoria le divergenze non si esaurirebbero qui. Ad esempio, tra i partiti si sta discutendo come attribuire l’altro premio: quello che scatterebbe qualora una coalizione riuscisse a superare l’asticella piazzata al 42,5 per cento dei suffragi. Il Pd gradirebbe che, vista la difficoltà dell’impresa, quest’altro premio fosse almeno del 15 per cento, e che l’asticella venisse abbassata al 40; il Pdl viceversa insiste per tenere l’asticella dov’è, e per un «bonus» non superiore al 12,5. Bersani e i suoi (da Enrico Letta a Migliavacca, dalla Finocchiaro a D’Alema) battono sullo stesso concetto con identiche parole: «Serve garantire la governabilità, non si può pensare che creando una palude venga fuori il Montibis», basta con il governo tecnico... Ma su questo punto i due maggiori partiti non faticheranno a trovare un compromesso perché, tanto, un salto al 40 o al 42,5 per cento nessuno sembra in grado di farlo. Se si dà retta ai sondaggi, Bersani più Vendola valgono al massimo un 35, Berlusconi lo vede col binocolo. Perciò l’unico premio cui possono eventualmente aspirare non è la tombola, ma il «premietto» consolatorio al partito che, pur senza superare l’asticella, si piazza primo. Bersani (che ha ritrovato su questo punto l’intesa con Casini) sotto il 10 per ora non vuole scendere, sarebbe «inaccettabile». E il Pdl sopra il 6 per ora non intende andare.
L’ultima novità è che ha fatto rientro a Roma il Cavaliere, reduce dalla vacanza in Kenya. I suoi gli hanno riassunto i termini della questione, in modo da capire come la pensi realmente. E siccome Silvio avrebbe anche potuto dire «non mi piace nulla», mandando all’aria quanto si è deciso fin qui, tutto ieri si è fermato in attesa dell’incontro a pranzo tra Berlusconi, Alfano, Letta e Verdini. La commissione in Senato, dove si sta votando la riforma, è stata prudentemente sospesa dal presidente Vizzini. Il tavolo tra i partiti, rinviato... Una situazione paradossale. Finché, verso sera, finalmente la prognosi è stata sciolta: Verdini negozierà per conto del Pdl sulla base dello schema fin qui discusso. Può tentare la stretta finale, senza mollare sul famoso 4 per cento...
il Fatto 8.11.12
Luciano Gallino: “Cambiare si può: una lista per il lavoro”
di Salvatore Cannavò
Può essere una lista fondata sui temi del lavoro e della crisi, in fondo non ne parla nessuno, nemmeno Grillo”. Il professor Luciano Gallino la presenta così la proposta di una lista della sinistra che è stata lanciata con l’appello “Cambiare si può” firmato da numerosi esponenti della sinistra intellettuale, sociale e anche da artisti e artiste. Accanto al suo nome si trovano quelli di Marco Revelli, Paul Ginsborg oppure Moni Ovadia e Sabina Guzzanti, operai della Fiom e esponenti No Tav oppure l’esponente del comitato No Dal Molin di Vicenza. “I contenuti della nostra lista - spiega Gallino - erano già presenti nell’appello del movimento Alba (acronimo di Alleanza, lavoro, beni comuni, ambiente, ndr) di qualche mese fa. Dinanzi al fallimento della politica e alla latitanza di idee soprattutto da parte del centrosinistra ci è parso utile appellarci a chi è sensibile ai temi concreti e attivare le forze di una sinistra non solo parolaia.
Chi sono i soggetti a cui guardate?
Non i partiti. Ci sono invece tante persone che si interrogano sul significato reale della crisi economica globale e hanno intenzione di scavare un po’ di più, di trovare risposte più concrete. Queste persone sono più numerose di quanto si pensi. La crisi ha morso in profondità e ha contribuito a far nascere numerosi interrogativi sulle bugie che vengono raccontate, su improbabili luci in fondo al tunnel o sul fatto che le responsabilità di tutto sarebbero della Germania.
Non ritiene che si tratti delle stesse persone attratte dal movimento di Grillo?
In quello che dice Grillo ci sono alcune cose interessanti. Quello che a me non va, però, è il tono sopra le righe, l’elemento aggressivo fino all’insulto e al disprezzo dell’avversario. Credo che ci siano molte persone attratte da quei temi ma non dai toni da commedia popolare.
È solo una questione di toni?
Non solo: se si guarda il programma del Movimento Cinque stelle, come giustamente invita a fare Travaglio, cliccando sul sito del movimento, si può osservare, ad esempio, che il M5S non parla di lavoro o di occupazione o di altri temi che figurano nel nostro appello.
Che rapporti avete, invece, con altri soggetti della sinistra?
Tra coloro che hanno condiviso e appoggiato l’appello c’è Paolo Ferrero, da cui si può essere distanti politicamente ma che dice cosa di notevole concretezza sulla finanza e le politiche di austerità. Il problema è piuttosto rappresentato dai vari partiti che si alleano, si frantumano, si dividono. Non si sa mai bene con quale soggetto si ha a che fare. Punti di contatto ci sono con la Federazione della Sinistra e anche con Sel. In realtà ci sarebbero anche con gli elettori del Pd che sono cosa diversa dai loro dirigenti.
Quale sarà il rapporto con il centrosinistra?
La nostra lista è sicuramente a sinistra del Pd. Noi siamo disposti a confrontarci sui programmi ma le premesse non sono allettanti. Non c’è molto da attendersi dal Pd.
Nella lista ci sarà anche De Magistris?
Francamente non so risponderle. Vedremo nelle prossime riunioni, il 18 novembre e poi il 1 dicembre.
Sarà una lista arancione?
Non so, non ho grande attrazione per l’arancione.
Meglio il rosso?
Un rosso magari non troppo intenso ma un colore più forte non mi dispiacerebbe.
Corriere 8.11.12
Multe e no al carcere. Sulla diffamazione c'è l'accordo Pdl-Pd
Nuovo testo: salta la stretta sul web
di Virginia Piccolillo
ROMA — «Fermiamoci! Riflettiamo sulla natura di una legge che, suggerita da un caso particolare, tocca un punto sensibile della democrazia nel nostro Paese». A poco è servito l'appello accorato del presidente della commissione di Vigilanza Rai, Sergio Zavoli: il ddl Sallusti continua la sua corsa contro il tempo. Ma ora con una riformulazione «più snella», frutto di un accordo tra il Pd e il Pdl, raggiunto ieri dal presidente della commissione Giustizia Filippo Berselli (Pdl), che esulta: «Il testo è blindato, stavolta potremmo farcela». Ottimista anche sul rispetto della tabella di marcia super accelerata che prevede oggi alle 12 il termine per la presentazione degli emendamenti e martedì il voto in aula.
«L'obiettivo è dare vita a un testo molto più snello» spiega la presidente dei senatori del Pd Anna Finocchiaro, perché «così com'era, l'articolo 1 avrebbe impedito al Pd di votare positivamente nonostante l'eliminazione della pena detentiva». Ma la Federazione della stampa, che aveva salutato con favore il ritorno in Commissione del provvedimento, è cauta: «Aspettiamo di vedere il testo. Ma se la sanzione pecuniaria resta alta, resta anche la nostra contrarietà» dice il presidente, Roberto Natale.
Il testo prevede ora due articoli anziché tre. Ed è stato asciugato di quelle norme che più avevano acceso la contestazione in commissione. Eliminate le misure interdittive per i giornalisti. Non c'è più la ritorsione sui contributi per l'editoria. Depennata anche la norma «ammazza-libri», che prevedeva l'obbligo di rettifica anche per le pubblicazioni non periodiche. Sparite pure le disposizioni sui blog e i motori di ricerca, che in nome del diritto all'oblio, prevedevano la rimozione dei contenuti, dei dati e delle immagini dai siti Internet su richiesta di chi si sentiva diffamato, pena 100 mila euro di multa.
Le sanzioni pecuniarie per stampa, radio e tv, però restano. Incluso quel tetto massimo di 50 mila euro da pagare in caso di diffamazione per un fatto determinato, finora punito con l'arresto. Trentamila euro il tetto massimo per la diffamazione a mezzo stampa. 15 mila per la diffamazione semplice. Resta anche l'obbligo di rettifica, da pubblicare senza commento e delle stesse dimensioni dell'articolo diffamatorio, entro due giorni per i quotidiani, ed entro una settimana per i periodici, dall'articolo diffamatorio. Ma la pena è diminuita fino a due terzi se sia stata pubblicata la rettifica a richiesta dell'offeso nei termini previsti. È diminuita per il solo autore, se abbia chiesto la pubblicazione della smentita o della rettifica. Pena aumentata invece se il direttore o il responsabile della testata, anche online, omette di pubblicare rettifiche o dichiarazioni della persona offesa. Come pena accessoria, c'è poi la pubblicazione della sentenza.
Nato per salvare il direttore de Il Giornale, Alessandro Sallusti, dalla condanna a 14 mesi di carcere (subita per aver diffamato un giudice sulla base di una notizia falsa che non ha mai voluto rettificare), il disegno di legge procede dunque nel suo iter parlamentare anomalo. Ieri l'ultimo colpo di scena. Il ddl è stato tolto dall'Aula dove si avviava verso una sonora bocciatura del suo punto chiave, l'articolo uno che prevedeva le sanzioni al posto del carcere, e rimandato in toto alla commissione Giustizia. Malgrado lo avesse già licenziato. E malgrado contenesse dei punti già approvati dall'Aula. Una decisione contestata nell'emiciclo dall'ex ministro leghista Roberto Calderoli: «È un errore rispetto al regolamento». E fuori, da Silvia Della Monica, ex magistrato e senatrice del Pd, che ieri si è dimessa da relatrice del ddl: «Non si può far tornare in Commissione un provvedimento solo perché non piace. Sarebbe troppo facile. Non lo consente il regolamento, ma nemmeno la Costituzione. Il caso Sallusti si può risolvere il altri modi e io sono contraria alle leggi ad personam, pro o contro qualcuno».
il Fatto 8.11.12
Crimine organizzato e saluto fascista
risponde Furio Colombo
LA MAFIA è un reato e chi venisse in piazza a celebrare la mafia sarebbe prontamente fermato. Perché invece il fascismo viene scambiato con un ideale, tollerato e permesso con il compiacimento dei buoni verso i credenti?
Ettore
SE IL LETTORE si riferisce a ciò che è accaduto ai funerali di Pino Rauti, ha ragione. L'assenza di forza pubblica e di cancellazione immediata dell'evento militare e fascista è non solo riprovevole ma, dal punto di vista delle leggi italiane, certamente colpevole. La cacciata di Fini è una brutta pagina, ma riguarda la vita interna (e squallida) di certi gruppi (pensate alle grida di “fuori, fuori, va in sinagoga!”). Invece è incomprensibile che si possa procedere a tutti i macabri riti del fascismo, uno dei regimi più assassini che abbiano attraversato la storia e governato non solo l'Italia ma, assieme al nazismo, mezza Europa, senza che vi sia stato intervento, identificazione di tutti, arresto dei responsabili. Dobbiamo sapere chi sono coloro che salutano i loro morti con lo stesso saluto e le stesse grida che hanno salutato via Tasso, le Fosse Ardeatine, le stragi nei Balcani, le razzie di cittadini italiani ebrei, il gas asfissiante in Africa, i massacri in Libia. C’è sempre il rischio, a Roma, che accedano a qualche incarico pubblico. Non sarebbe giusto cavarsela parlando di una comprensibile amnesia dopo tanti decenni. Questa è gente che ha continuato a vivere nel fascismo come i mafiosi nella mafia, dopo che è stato processato e condannato dalla Storia come un delitto grave con una potente vocazione a uccidere. Da Gramsci a Gobetti, da Matteotti ai fratelli Rosselli, tutta la storia italiana dell'altro secolo è testimonianza di delitti repellenti che hanno arrecato all'Italia sofferenze e danni immensi. Impossibile trasformare in uno scherzo il comportamento che le televisioni (con encomiabile accuratezza) ci hanno fatto vedere nel giorno di quel funerale. La figura di Rauti qui non conta come rispettabile defunto, ma come non rispettabile leader fascista che ha tenuto in vita, anche dal punto di vista organizzativo, gente come quella che è andata a tributargli onore. Quando senti dare ordini perentori e obbediti con linguaggio militare (“attenti!”, “riposo!”) e l'uso deliberatamente ripetuto della parola “camerati” non potete far finta di non vedere che siete in presenza di un reato che evoca, celebra e raccomanda un delitto. Il delitto è enorme, perciò il reato deve essere perseguito. Se non lo è, c'è una grave omissione di atti d'ufficio.
l’Unità 8.11.12
Trattativa, dubbi sulla memoria dei pm
di Giovanni Pellegrino
Nel contesto internazionale e nazionale, che segnò il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica, i pm collocano, con narrazione particolareggiata, la fosca trama di una trattativa, che subito dopo l’omicidio Lima venne a svilupparsi per iniziativa dell’allora ministro Mannino. Quest’ultimo, sapendosi prossima vittima designata della vendetta mafiosa, incaricò uomini dei Ros di contattare il vertice di Cosa Nostra per conoscere quali prezzi lo Stato avrebbe potuto pagare, affinché il programma omicidiario venisse abbandonato.
Gli attentati di Capaci, via D’Amelio, Firenze e Milano, che sanguinosamente scandiscono il biennio 1992-1993, vengono inseriti nel contesto della trattativa, di cui i pm individuano con precisione altri protagonisti istituzionali (tra gli altri il capo della Polizia nella sua vicinanza a Scalfaro), assumendo che alla stessa fu funzionale nella formazione del governo la sostituzione di Scotti con Mancino e di Martelli con Conso, nonché la sostituzione di Nicolò Amato con il duo Capriotti-Di Maggio nell’amministrazione delle carceri.
Alla mafia un primo prezzo fu pagato con la mancata proroga da parte del ministro Conso di oltre 300 decreti di applicazione del 41 bis. Fu secondo i pm un «segnale di distensione» non sufficiente a soddisfare i desiderata di Cosa Nostra, per cui una nuova minaccia fu portata al neo costituito governo Berlusconi tramite il canale Bagarella-Brusca-Mangano-Dell’Utri e conseguì il risultato finale di consentire a Cosa Nostra di traghettarsi nella seconda Repubblica mediante la saldatura di un nuovo patto di coesistenza con lo Stato, di cui i pm lasciano soltanto intuire i possibili contenuti.
La gravità dei fatti sin qui esposti non è in discussione; si tratterebbe di una delle pagine più fosche della storia repubblicana anche per il prezzo di sangue che all’instaurarsi e al proseguire della trattativa sarebbe stato coscientemente pagato; sicché sorprende che dai pm non vengano contestate ipotesi delittuose diverse e maggiori da quella delineata nell’art. 338 c.p., che punisce la violenza o la minaccia esercitata da un privato ad un corpo politico, con la reclusione fino a 7 anni elevabile a 8 o a15 nel concorso delle circostanze aggravanti previste dal successivo art. 339.
I privati autori della minaccia sono ovviamente gli uomini di Cosa Nostra (Rina, Provenzano, Brusca, Bagarella e Cinà), che già sepolti da ergastoli non verranno turbati dalla nuova contestazione. Sorprendente quindi è che ai pubblici ufficiali e ai rappresentanti politico-istituzionali partecipi della trattativa non vengano contestati reati propri, connessi alla violazione del vincolo di fedeltà istituzionale, ma soltanto di avere operato come ausilio e tramite della minaccia mafiosa al governo. Agli ex ministri Mancino e Conso non viene contestato nemmeno questo, ma soltanto al primo di aver mentito quando fu sentito come testimone in un altro processo e al secondo di non aver detto la verità nel corso della specifica indagine.
Pure sembra indubitabile, almeno a chi scrive, che un ministro della Giustizia, che nel non prorogare ben trecento regimi di carcere duro paga consapevolmente un prezzo a Cosa Nostra, commetta un reato proprio del suo ufficio. E rilievo non tanto diverso meriterebbe un ministro dell’Interno che accetta l’ufficio nella consapevolezza di essere stato nominato perché ritenuto affidabile nella prosecuzione d’una trattativa già in corso con la principale associazione criminale del Paese.
E tuttavia le ragioni tattiche che hanno ispirato questa scelta abdicativa dei pm sono abbastanza chiare, una volta che la contestazione di un reato ministeriale li avrebbe privati della possibilità di proseguire le indagini perché la legge attribuisce queste competenze al Collegio per i reati ministeriali. È legittimo quindi domandarsi se, in un sistema dominato dalla obbligatorietà dell’azione penale, la scelta dei reati contestabili possa esser così profondamente influenzata dalla volontà di conservare la competenza alla prosecuzione.
Ma le perplessità che la lettura della memoria dei pm suscita sono anche altre. Secondo la ricostruzione della Procura le condotte di minaccia, che sostanziano l’addebito penale, sarebbero comunque cessate nel ’94, quando avrebbero raggiunto il fine cui erano dirette, e cioè la definitiva saldatura del nuovo patto di coesistenza tra lo Stato e la mafia. Ma dal ’94 ci separa uno spazio temporale di ben 18 anni così da fondare il sospetto che si sia già prescritto il delitto, per cui si procede; un sospetto che i pm sono indubbiamente attrezzati a fugare, se hanno chiesto il rinvio a giudizio e non il proscioglimento per prescrizione. Ma ciò non toglie che, se un rinvio a giudizio verrà disposto, sui tre gradi del successivo processo la prescrizione incombe come una probabilissima mannaia.
In qualche modo i pm sembrano farsi carico del problema nella parte finale della loro memoria, quando evocano come unica e legittima ragione di Stato la ricerca della verità, in cui si dicono ancora impegnati, così implicitamente prospettando l’utilità all’accertamento del vero anche di una conclusione del processo con una sentenza di proscioglimento per intervenuta prescrizione. In tal modo la Procura palermitana trascura, come già avvenuto in altri notissimi casi, che il proscioglimento per prescrizione non accerta che il fatto contestato sia stato commesso, ma attesta soltanto l’insussistenza nel processo di elementi sufficienti ad escluderne la commissione.
Repubblica 8.11.12
Blitz alla Camera, salta la legge anti-omofobia
Pdl, Lega eUdc bocciano il testo in commissione. Il Pd: “Vergogna, il governo faccia un decreto”
di Elsa Vinci
ROMA — Bocciata la legge contro l’omofobia. Se la Francia da ieri riconosce i matrimoni tra omosessuali, in Italia omofobi e transfobici possono continuare a girare indisturbati. Le norme che prevedono pesanti sanzioni penali per chi non rispetta una sessualità diversa finiscono in soffitta: a Montecitorio la commissione Giustizia ha approvato un emendamento della Lega Nord che ha cancellato l’intera legge. Il testo in discussione estendeva i contenuti della legge Mancino del 1993: un anno di carcere per chi istiga non solo all’odio razziale, etnico o religioso ma anche a quello contro le persone omosessuali. «Italietta bigotta », riecheggia la sinistra. «Medioevo dei diritti», accusa Ingazio Marino, senatore dei democratici. «Il centro-destra condanna il paese all’oscurantismo », reagisce Nichi Vendola, leader di Sel. Il Parlamento è diviso ma c’è chi non si arrende.
Paola Concia del Pd, totem della comunità gay, da sempre impegnata nell’approvazione della legge, promette che la battaglia riprenderà in aula, dove però rischia di riformarsi il “fronte del no” organizzato da Pdl, Lega Nord e Udc. Donatella Ferrante, capogruppo del Pd in commissione Giustizia, chiede al ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri, di intervenire direttamente con un decreto legge. «Le aggressioni sono all’ordine del giorno — ricorda — e solo il cinismo di Alfano, Casini e Maroni può perseverare in questa ipocrisia imbarazzante». Giulia Bongiorno (Fli), presidente della commissione Giustizia, parla di «ennesima occasione gettata al vento». Anche lei auspica l’intervento dell’esecutivo: «Rivolgo un appello a questo governo, così attento alle istanze europee, affinché riconosca l’urgenza di un intervento legislativo». Sul testo bocciato, prima firma Di Pietro-Palomba, giura di non arrendersi pure l’Idv. «Ancora una volta — afferma Federico Palomba — la lobby omofoba è intervenuta per bloccare una norma giusta e
opportuna».
Una sola eccezione nel centro destra: la pdiellina Mara Carfagna, ex ministro per le Pari opportunità, al momento della votazione si è astenuta. «L’iter della norma anti omofobia — dice — deve andare avanti per trovare in aula soluzioni condivise ed equilibrate come quelle già attuate in molti Stati moderni». Lo stop alla legge ha provocato l’ennesimo strappo nella maggioranza che sostiene il governo Monti, e soprattutto ha allontanato ancora di più Pd e Udc. Ma al di là del dato politico, l’Italia sembra non riuscire a dotarsi di uno strumento giuridico che punisca i reati contro la discriminazione sessuale. La legge è stata affossata proprio nel giorno in cui tre Stati americani hanno approvato le nozze tra persone dello stesso sesso, mentre la Corte Costituzionale spagnola difende la legittimità della legge sul matrimonio omosex, e il governo francese sdogana i matrimoni gay. L’Italia, controcorrente, è l’unico Paese fondatore dell’Unione europea a non avere leggi di tutela per gli omosessuali. È recentissima, tra l’altro, l’ennesima aggressione omofobica di due ragazzi a Firenze che si tenevano per la mano. Il sindaco Matteo Renzi invita «a guardare soprattutto ai diritti». Il Pd ha scritto al ministro dell’Interno: se il Parlamento non è in grado di legiferare vi sono tutte le ragioni di necessità e urgenza per valutare la presentazione di un decreto governativo.
La Stampa 8.11.12
La Chiesa delusa Aveva puntato sui valori di Mitt
Aborto e sanità obbligatoria, i “peccati” di Obama
di Andrea Tornielli
Benedetto XVI ha inviato un messaggio a Obama, pregando Dio «perché lo assista nelle sue altissime responsabilità di fronte al Paese e alla comunità internazionale» e perché «gli ideali di libertà e giustizia» che hanno guidato i padri fondatori «continuino a risplendere nel cammino della nazione». Il portavoce, padre Federico Lombardi, ha aggiunto l’augurio che il Presidente «possa servire il diritto e la giustizia» nel «rispetto dei valori umani e spirituali essenziali, nella promozione della cultura della vita e della libertà religiosa». Accenni non casuali, dato che negli ultimi mesi proprio su questi temi a Obama erano arrivate le critiche accese dalla nuova leadership dei vescovi Usa di nomina ratzingeriana.
L’atteggiamento della Santa Sede appare ben più cauto rispetto al novembre 2008. Allora, appena eletto Obama, «L’Osservatore Romano» titolò: «Una scelta che unisce». Il quotidiano vaticano, accusato dai prelati Usa di troppo entusiasmo, oggi invece sottolinea che «l’ondata di speranza in un cambiamento radicale montata quattro anni fa è ormai esaurita».
Nei sacri palazzi abita una pattuglia di prelati americani che speravano nella vittoria di Mitt Romney: il cardinale Raymond Burke, Prefetto della Segnatura, noto per le sue posizioni contrarie a Obama; l’assessore della Segreteria di Stato, Peter Brian Wells e il Prefetto della Casa Pontificia, James Harvey. Contrari anche due porporati curiali ormai pensionati, Bernard Law e James Stafford.
Con Obama il Vaticano ha molte consonanze sulla politica internazionale: la lotta alla povertà, il dialogo con l’Islam, la ricerca di soluzioni diplomatiche per le crisi in Siria e in Iran e la questione palestinese, la gestione dell’immigrazione. Ma per Benedetto XVI e i suoi collaboratori in Segreteria di Stato rimane imprescindibile il richiamo ai valori «non negoziabili». Non a caso, ricevendolo nel luglio 2009, Ratzinger donò a Obama copia dell’istruzione «Dignitas personae», dedicata alla bioetica e alla dignità da riconoscere a ogni essere umano fin dal concepimento.
La Chiesa americana, con l’appoggio papale, è scesa in campo massicciamente. Il cardinale di New York Timothy Dolan ha definito «sconsiderata» la decisione di rendere obbligatoria anche per le associazioni religiose l’assicurazione sanitaria per i dipendenti, che comprende rimborsi per la contraccezione e l’aborto. Il cardinale di Chicago Francis George ha invitato il clero a «istruire» i fedeli alla vigilia del voto. Il vescovo Daniel Jenky ha chiesto ai preti di leggere dal pulpito una lettera anti-Obama, mentre l’arcivescovo di Baltimora, William E. Lori, ha bollato la riforma sanitaria come «minaccia alla libertà religiosa».
Una battaglia che ha trovato sponde anche al di qua dell’Oceano, come quella della Fondazione «Giovanni Paolo II per il Magistero sociale» presieduta dal vescovo di San Marino Luigi Negri, che ha diffuso una nota augurandosi che il popolo americano «non abbia a pentirsi» della scelta.
il Fatto 8.11.12
Obama ha fatto il miracolo perché non ha ceduto
di Furio Colombo
Voglio annotare due frasi che ho raccolto, una all'inizio della notte di Obama, l'altra alla fine. A Roma, la più importante notte elettorale in molti anni è iniziata in un albergo dove l'ambasciatore americano aveva riunito alcune centinaia di persone (soprattutto americani a Roma) per vedere in diretta l'evento. Ma prima ha fatto un discorso, gentile e diplomatico, da ambasciatore. Salvo una cosa. A un certo punto ha detto: “Queste elezioni sono costate 6 miliardi di dollari. É una cifra davvero eccessiva. Troppi soldi e troppo poche idee”. In quell'istante, senza sapere il risultato che sarebbe venuto dopo alcune ore, l'ambasciatore Thorne ha spiegato il senso, ma anche la gravità di ciò che stava per concludersi, quella notte, in America: una cifra immensa riversata sulle elezioni americane con un unico scopo, rimuovere Barack Obama. Per questo la seconda frase mi sembra memorabile. Ha detto il conduttore della Cnn, Wolf Blitzer, quando la vittoria di Obama è apparsa sicura: “La prima elezione di Obama è un evento storico. La sua rielezione è un miracolo”.
IL FATTO È che Obama ha affrontato la rischiosissima prova della rielezione (essere presidente una volta sola è un segno che resta, non gradevole, nella storia del Paese e che si fa notare persino ai bambini a scuola) facendo il contrario di ciò che un buon manager o stratega avrebbe dovuto suggerirgli: non ha ceduto su nulla, non ha ridisegnato la sua immagine secondo un profilo più accettabile per il probabile nemico. Non ha lasciato cadere gli aspetti più contestati delle cose fatte o di quelle da fare. Qualcuno avrà fatto caso a una piccola frase del suo discorso che, da sola, lo distingue da tutti i predecessori. Eccola: “L'America è di bianchi e di neri, di nativi americani e di ispanici, di giovani e di vecchi, di abili e disabili, di etero e di gay”. Mai detto prima nella storia americana. Nuove minoranze entrano, accettate alla pari nel “melting pot”, la grande fusione di religioni e di razze che a mano a mano ha preso a bordo gli esclusi. Ma c'è un altro aspetto che attribuisce a Barack Obama un ruolo unico, finora, nella politica americana. Per salvare la sua legge per l'assistenza medica gratuita gli hanno chiesto un piccolo ritocco: niente aborto, non importa se terapeutico o no. L'aborto è omicidio (è la visione della Chiesa cattolica e di alcune potenti chiese fondamentaliste) e lo Stato non può finanziare omicidi. Di colpo il Partito Repubblicano è diventato religiosissimo, ha tentato di impadronirsi di una massa di poveri e di indurli a votare contro se stessi. Tutto ciò Barack Obama lo conferma nel suo discorso di vittoria, nel modo più chiaro possibile. Prima frase da ricordare: la democrazia è fondata sull'uguaglianza. Il valore di questa affermazione è sconvolgente perché è un gesto che respinge la gara fra privilegiati. Seconda frase. Obama racconta la storia di un padre che lo ha avvicinato, nell'Ohio, per parlargli della sua bambina di otto anni. La bambina è malata di leucemia. Dunque è condannata a morte, perché, neppure vendendo le poche cose che possiede, il padre potrebbe pagare le cure e gli ospedali che la salverebbero. Obama racconta, perché la sua folla raccolga l’impegno: non si abbandona nessuno. Terza frase: “Voi avete fatto di me un presidente migliore, perché noi siamo una famiglia e nessuno va avanti da solo. O insieme o niente. Questa è l'America”.
È IMPORTANTE fare molta attenzione al modo in cui Obama dice “famiglia”. Non intende un family day in cui si certificano certe vite e se ne scartano altre, e ciascuno, per famiglia intende i propri congiunti. Qui famiglia sta per popolo, sta per nazione, e anche per Stato. Poi Obama affronta l'idea di eccezionalismo. È una strana definizione con due facce. La prima è un vanto, che non può non essere caro a Obama perché significa: noi non abbiamo alcun passato in comune. Noi abbiamo in comune il futuro e, in questo, siamo l'unico popolo al mondo. Ma il secondo significato di questo strano e misterioso fattore della costruzione dell’America è: nel momento in cui ti vanti di essere eccezionale, l'eccezionalità scompare.
Questo vale soprattutto per la potenza. Obama la concepisce come diplomazia e come politica, non come forza. E così comincia la seconda epoca Obama, ora l’ancor giovane presidente degli Stati Uniti definisce la sua immagine, vita e lavoro, non per un sondaggio, ma per la Storia.
La Stampa 8.11.12
La Grecia dice sì al piano di austerity, il Parlamento approva i nuovi tagli
Atene s’infiamma: “Siamo alla fame”
di Tonia Mastrobuoni
qui
l’Unità 8.11.12
Sì di Hollande alle nozze gay
Via libera del governo al «matrimonio per tutti»
La parola al Parlamento. La Chiesa si oppone
di Luca Sebastiani
PARIGI Costretti dalla crisi economica ad una circospetta melina politica durata mesi, ieri finalmente il governo socialista è uscito allo scoperto e ha dato corpo ad uno degli impegni fondamentali che François Hollande aveva preso di fronte ai francesi. Il Consiglio dei ministri ha infatti approvato il progetto di legge che apre l’istituto del matrimonio e dell’adozione alle coppie dello stesso sesso. È il «matrimonio per tutti», come è stato ribattezzato per sottolineare la filosofia di un provvedimento che non si vuole rivolto ad un gruppo, agli omosessuali in particolare, ma che intende aprire all’uguaglianza al di là del sesso.
Si tratta di una misura storica, che prima di entrare in vigore dovrà passare in Assemblea a gennaio, ma che ha già acceso un vasto dibattito, soprattutto dalla parte delle Chiese. A differenza del 1999, quando il governo della «gauche plurielle» di Lionel Jospin introdusse le unioni civili (Pacs) sotto il fuoco di una feroce polemica politica memorabile anche nella sua messa in scena parlamentare, questa volta infatti la destra sembra non aver cercato il corpo a corpo. Certo, il campo gollista resta contra-
rio ed ha già invocato un rinvio o in subordine un referendum, ma anche a destra le mentalità sono ormai evolute. Nel suo programma, per gli omosessuali propone infatti un’unione civile che eguagli in diritti il matrimonio pur restandone distinto.
In realtà è la società che è molto evoluta dal ’99. Oggi, secondo un sondaggio di le Monde, è il 65% dei francesi ad essere favorevole al matrimonio tra omosessuali, e il 52% all’adozione. E non è un caso che le voci contrarie, sia politiche, ma soprattutto religiose, si siano concentrate sui diritti dell’infanzia per contestare l’impianto del matrimonio per tutti.
RELIGIONI CONTRO
Le Chiese di Francia, con quella cattolica a far da apripista, hanno infatti occupato il campo dell’opposizione e da settimane si premurano di rilasciare dichiarazioni altisonanti. Una santa alleanza tra musulmani, ebrei e cristiani (cattolici, ortodossi e protestanti) emersa a metà settembre, al Consiglio dei rappresentanti di culto in Francia. Contrari al provvedimento ognuno è partito alla battaglia per proprio conto, tutti però cercando di evitare il dibattito politico per privilegiare quello sociale. Rispetto ai tempi dei Pacs le tre religioni monoteiste hanno evitato di rifarsi ad argomentazioni teologiche, ma hanno preferito spostare il dibattito sul piano «antropologico». In particolare i cattolici hanno insistito sulla differenza sessuale alla base del patto sociale che struttura la società, e sul diritto dei bambini di costruirsi un’identità riferendosi alle figure del padre e della madre.
Il tam tam dei cattolici aveva preso inizio già quest’estate con la preghiera del presidente della Conferenza episcopale, il cardinale André Vingt Trois, ed è continuato quasi quotidianamente fino al climax di questo fine settimana, quando l’arcivescovo ha tuonato definendo il «matrimonio per tutti» un «inganno» che farà «tremare le fondamenta della nostra società».
A contrastare la Chiesa più che la gauche politica è stata quella civile, in particolare l’associazionismo omosessuale che ha smontato le teorie della Chiesa convocando a riprova l’esperienza di fatto di molte coppie omosessuali con o senza figli, più diffusa di quanto si pensi. E che da oggi avrà un riconoscimento di diritto.
La Stampa 8.11.12
Pechino pensa al Congresso Barack è in secondo piano
Riflettori puntanti sulla transizione nel partito comunista
di Ilaria Maria Sala
La Cina ha guardato alla campagna elettorale americana con distacco: assenti le maratone televisive che riportavano il minuto per minuto dei sondaggi, della votazione e infine dei risultati. Anzi: ieri mattina l’agenzia di stampa Xinhua ha lanciato un dispaccio titolato «Gli occhi del mondo sono puntati sulla Cina».
Nulla che vedere con le elezioni presidenziali Usa: si tratta dell’apertura - oggi del 18esimo Congresso del partito comunista cinese, che ha quest’anno l’incarico decennale di nominare il nuovo Comitato centrale del politburo, che apparentemente sarà ridotto da nove a sette membri e guiderà le nomine più importanti della politica cinese. L’atmosfera preCongresso è asfissiante: le misure straordinarie di sicurezza sono così numerose da comprendere l’obbligo per i tassisti di strappare le maniglie degli sportelli e dei finestrini, per prevenire che un passeggero testa calda possa decidere di gettare volantini sovversivi da un’auto in corso.
Internet è più lento che mai, i siti bloccati sono più numerosi del solito, e il centro della capitale è pieno di zone nelle quali è proibito transitare o sostare. Il Congresso durerà fino al 14 novembre, ed è quanto di più lontano dalla politica americana si possa immaginare: niente elezioni ma nomine, stabilite da più di duemila membri del Partito (fra cui uomini d’affari e medaglie d’oro alle Olimpiadi), senza eccessive incognite. Si sa fin d’ora che il prossimo segretario di Partito sarà Xi Jinping, che in marzo assumerà anche il ruolo di Presidente, succedendo Hu Jintao. Il Primo Ministro sarà Li Keqiang, mentre l’attuale Wen Jiabao terminerà il suo mandato. I restanti cinque uomini (sembra non ci siano donne) sono, secondo l’analista Willy Lam, «molto conservatori: le indiscrezioni di riforme che si sono avute in questi giorni sono solo per non inquietare gli osservatori, ma dopo la crisi legata alla caduta di Bo Xilai, la leadership non vorrà rischiare e sceglie di non promuovere nulla di nuovo, alla ricerca della stabilità».
E’ proprio quello che Pechino si aspetta anche da Obama, pur mantenendo toni bassi sulla rielezione: forse per evitare spiacevoli paragoni fra il modo di scegliere i leader negli Usa e in Cina. Anche sui siti web dei quotidiani cinesi le prime notizie riguardano tutte il Congresso, e solo cercando fra le brevi si può scoprire la conferma di Obama alla Casa Bianca. Il compassato silenzio ufficiale cinese è però smentito dal web, malgrado censura e lentezze: quando la vittoria di Barack Obama era cosa certa, 25 milioni di tweet riguardanti Obama sono stati contati su Sina Weibo, il principale sito cinese clone di Tweeter (censurato). La maggior parte di loro è felice dell’elezione di Obama, pochi arrischiano paragoni su come vengono scelti i leader in un Paese e nell’altro. E’ ancora lontano il giorno del suffragio universale in Cina. Invece Ting Wai, professore all’Università Battista di Hong Kong, cita fra le possibili riforme quella dell’informazione: «non una liberalizzazione totale, ma una diminuzione della censura». L’attuale stretto giro di vite su Internet, però, lascia pensare che anche questa riforma non sia fra le più urgenti.
Corriere 8.11.12
Cina, il Grande Ricambio Alla ricerca dei riformisti
Via oggi al Congresso del Partito comunista
di Marco Del Corona
PECHINO — I camerieri cinesi che ieri, alla festa elettorale all'ambasciata americana, hanno esultato per la vittoria di Barack Obama, non concederanno il bis. Da cittadini della Repubblica Popolare stanno per avere il loro nuovo leader ma la liturgia del potere a Pechino ha un altro passo.
Accanto alle luminarie che danno il benvenuto al 18° Congresso del Partito comunista («shibada»), il rito prevede un ricorso massiccio a polizia e misure di sicurezza, con i potenziali guastafeste spediti fuori città o sott'osservazione. Il consesso comincia oggi, i delegati dovevano essere 2.270 ma due sono morti, e si procede in 2.268. Ci sono 34 imprenditori privati e, per la prima volta, 26 lavoratori migranti, mentre anche i media governativi evocano l'ineluttabilità di riforme peraltro dai contenuti sfumati fino all'impalpabilità.
Tra i marmi ipertrofici della Grande Sala del Popolo, da oggi al 14 si finiscono di mettere a punto gli assetti per i prossimi dieci anni. Gli accordi essenziali dovrebbero essere già chiusi. Il segretario del Partito, Hu Jintao, e il numero tre, Wen Jiabao lasceranno il comitato permanente del Politburo, il vertice del sistema, insieme con altri cinque compagni: dei nove componenti attuali ne resteranno in carica solo due, probabilmente in una formula ridotta a sette componenti.
I due superstiti sono proprio coloro che costituiranno il volto di un potere comunque collettivo: Xi Jinping, destinato a diventare segretario e dunque numero uno del Paese, e Li Keqiang. In marzo, con la sessione annuale del parlamento, il passaggio di consegne si completerà: Hu cederà a Xi il ruolo cerimoniale di capo dello Stato e Li, ora vicepremier, subentrerà a Wen come primo ministro. Verranno distribuite le altre cariche istituzionali e fino ad allora nuovo Politburo e vecchio esecutivo coabiteranno. Incerta la presidenza della commissione militare, che Hu potrebbe trattenere ancora per sé. All'appuntamento il Partito arriva affaticato. E non soltanto per il rallentare dell'economia che impone ripensamenti urgenti. La formazione politica più grande della Storia, oltre 82 milioni di iscritti, deve conservare agli occhi del popolo una legittimazione ingracilita. «Abbiamo tratto — spiegava ieri il portavoce Cai Mingzhao — lezioni estremamente profonde dai casi di Bo Xilai e Liu Zhijun», l'ex capo del Partito a Chongqing e l'ex ministro delle Ferrovie, espulsi dal Partito per corruzione e altro. E la corruzione, con la crescente divaricazione fra élite ricca e il «Paese reale», è uno dei temi più visceralmente sentiti.
Le speculazioni sulla personalità di Xi Jinping e la composizione del vertice indulgono sulle credenziali riformiste di questa o quella figura, di questa o quella fazione. Pare smentita la rimozione del «pensiero di Mao Zedong» dalla costituzione del Partito (non quella dello Stato). Che sarà ritoccata — è stato spiegato — ma non nella cornice fondamentale.
Come ha scandito ieri il portavoce Cai, il ruolo guida del Partito comunista non si discute: «La riforma del sistema politico deve attenersi alla realtà della Cina». Un mantra risaputo.
Piuttosto, Hu e Xi potrebbero introdurre ora forme di democrazia interne al Partito simili a quanto sperimentato dal Vietnam comunista. Secondo la Reuters, che cita «tre fonti vicine alla leadership», il piano sarebbe di aumentare il numero dei candidati per i diversi livelli decisionali del Partito. Se così fosse, per selezionare i circa 200 membri del comitato centrale, i 2.268 delegati potrebbero scegliere tra un numero di candidati superiore anche del 40%, quindi 280 in lizza per 200 poltrone (nel 2007 il margine era dell'8%); allo stesso modo, il comitato centrale sceglierebbe i 25 componenti del livello successivo, il Politburo, tra più di 25 aspiranti; e a sua volta, il Politburo potrebbe scegliere i 7 o 9 del comitato permanente, il gruppo supremo, tra più di 7 o 9 nomi.
Ritocchi esoterici, ma se l'ipotesi si materializzasse, il 18° Congresso sarebbe davvero un po' diverso dagli altri.
La Stampa 8.11.12
Nel minestrone di Macaluso i guai della sinistra d’oggi
Un libro-intervista dell’ex esponente migliorista: l’errore del Pci e dei suoi eredi è non essersi voluto integrare nel socialismo europeo
Nel ventennio berlusconiano la storia controcorrente di ciò che accadde dall’altra parte
La destra comunista sempre più emarginata, quasi espulsa, a partire dalla successione a Berlinguer
di Marcello Sorgi
Se davvero, con la caduta ormai prossima della Seconda Repubblica, si comincerà a scrivere la storia del ventennio, accanto al famoso risotto di Massimo D’Alema che segnò l’ingresso di Antonio Di Pietro in politica, da oggi in poi bisognerà mettere il minestrone di Emanuele Macaluso. Davanti al quale Giuliano Amato fu per qualche ora candidato del centrosinistra alle elezioni del 2001 in cui poi invece, al suo posto, Francesco Rutelli andò incontro alla sconfitta. Quel giorno c’era anche Giorgio Napolitano, del tutto ignaro del destino che lo aspettava cinque anni dopo al Quirinale. Amato, come premier in carica, era pronto a guidare la coalizione; ma l’indomani, quando Veltroni gli comunicò che i sondaggi davano con molte probabilità il centrosinistra battuto, preferì ritirarsi. «Giuliano non è mai stato un combattente», annota Macaluso nel suo Politicamente s/corretto - La sinistra dalla Bolognina a oggi nel racconto controcorrente di un protagonista (Dino Audino Editore, pp. 95, € 9,90), una lunga intervista con Peppino Caldarola, piena di aneddoti e dettagli gustosi.
Gli anni dal ’93 a oggi sono stati ricostruiti finora soprattutto come quelli di Berlusconi. Questa invece è la storia di quel che accadde nell’altra metà del cielo. La tesi di Macaluso è che la fine del Pci, prima ancora che dalla caduta del muro di Berlino nel 1989, fu determinata dalla volontà di non scegliere di integrarsi nell’orizzonte del socialismo europeo. Passi, il rifiuto di una scelta come questa, dopo la morte di Berlinguer e il duello decennale tra Pci e Psi. Ma dopo la scomparsa di Craxi e del suo partito, perché il Pds, e poi i Ds, con tutti i leader da Occhetto a D’Alema a Veltroni a Fassino, si sono sempre rifiutati di schierarsi con i socialisti che governano in Europa?
La risposta che Macaluso si dà è legata alle sorti della destra comunista, la corrente amendoliana, «migliorista», di cui Napolitano è stato il leader, e che ha dovuto scontare una progressiva emarginazione, quasi un’espulsione, dal suo partito. C’è la vicenda della successione a Berlinguer, in cui prima lo stesso Napolitano, poi Luciano Lama, vengono scartati per richiamare in campo l’anziano Alessandro Natta. C’è una sorta di processo interno contro Macaluso, accusato, nella sua Sicilia in cui ha combattuto per decenni contro la mafia, di far parte di un’anima del partito compromessa in una rete d’affari con i boss e legata a quelli che sarebbero i mandanti interni dell’assassinio di Pio La Torre. È troppo. Macaluso il 20 giugno ’95 scrive a D’Alema, e annuncia la sua uscita dal partito. La lettera, pubblicata integralmente e rimasta senza risposta, documenta una forma di stalinismo sopravvissuto anche in tempi in cui il partito aveva abbandonato da tempo la definizione «comunista».
Da quel momento in poi comincia per l’autore una seconda vita di battitore libero della sinistra. Che mantiene peso intatto all’interno del suo campo. Si può consentire, in polemica con tutti, di difendere Andreotti e sostenere che andava processato «politicamente», e non «giudiziariamente» per i suoi rapporti con la mafia. Può condurre con più libertà la battaglia per la scelta socialista, che il partito continuerà a rifiutare. E a un certo punto viene invitato a un pranzo riservato in vista della nascita del Pd. A tavola ci sono lo storico Pietro Scoppola, senatore, storico e padre nobile della sinistra cattolica, e il cardinale Achille Silvestrini, che ai vertici della Curia sta dalla stessa parte. Gli spiegano che l’insistenza sulla natura laica della componente che viene dall’ex Pci rischia di compromettere la fusione con gli ex Dc. E per essere più chiaro, Scoppola spiega che in Italia un partito siffatto «non può non avere un rapporto particolare con la Chiesa cattolica». Tanto basta a Macaluso per restarne fuori. E a suo giudizio, per mettere il Pd nell’equivoco e nei guai in cui si trova ancor oggi.
Repubblica 8.11.12
Il tramonto della destra
di Marc Lazar
Il 2012 è caratterizzato dallo scacco subito da due figure, le più emblematiche della destra europea tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo: quelle di Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy. Porre a confronto questi due uomini non significa certo considerarli identici su tutti i punti; al contrario. Le differenze sono legione. L’età: l’italiano è nato nel 1936, il francese nel 1955. La professione: il primo è uomo d’affari, il secondo avvocato. L’impegno nella vita politica: Berlusconi lo ha scelto tardivamente, aprendo un conflitto d’interessi senza precedenti, fonte di considerevoli tensioni nella vita italiana; mentre Sarkozy ha aderito giovanissimo al movimento neo-gollista. Il contesto italiano differisce da quello francese anche su molti altri registri: l’Italia è stata scossa, negli anni ’90, da uno tsunami politico che non ha l’equivalente in Francia; ma anche qui, sia pure con modalità diverse, c’è stata una crisi di rappresentanza. Diversa anche la storia dei rispettivi partiti. L’Ump (Union pour un mouvement populaire) è nata assai prima di Sarkozy, che tuttavia l’ha riplasmata a proprio vantaggio; mentre Berlusconi ha creato di sana pianta prima Forza Italia e poi il Pdl. La Repubblica italiana versa tuttora in una fase di transizione incompiuta ed estenuante, mentre la Francia è retta dalla Costituzione della V Repubblica che, nonostante difetti e critiche, si dimostra efficace. Infine, Berlusconi, a differenza di Sarkozy, ha sempre dovuto agire in seno a una coalizione.
Ciò nondimeno, i due uomini presentano numerosi tratti in comune, tanto da giustificare il termine di “sarko-berlusconismo”. Li accomuna innanzitutto il periodo della loro ascesa al potere: Sarkozy è eletto sindaco di Neuilly, contigua a Parigi, nel 1983, e quindi deputato nel 1988, ma la sua vera ascesa inizia nel 1993 quando, appena 38enne, viene nominato ministro del Bilancio. Da quel momento in poi è uno dei politici francesi più in vista, e sarà presidente della Repubblica dal 2007 al 2012. Berlusconi scende in campo nel 1994, e ossessiona letteralmente l’Italia per quasi 20 anni, al potere come all’opposizione. In secondo luogo entrambi hanno attuato nel campo della comunicazione un vero sconvolgimento, che Sofia Ventura ha analizzato bene nel libro
Il racconto del capo
(Laterza). E ciò non soltanto attraverso l’uso che hanno fatto dei media, in particolare della televisione; ma anche con la loro narrazione politica, il loro stile di provocazione permanente, l’abbattimento di molti tabù e lo stravolgimento dei codici e delle regole abituali della politica, personalizzandola a oltranza. L’uno e l’altro si sono sforzati di costruire un’egemonia culturale intorno a valori contraddittori: Europa e nazione, liberismo e protezionismo, modernità e tradizione, elogio del lavoro e celebrazione dei piaceri della vita. Entrambi hanno occupato un vasto spazio, dal centro ai confini della destra estrema, costruendo intorno a sé un blocco sociale, certo con alcune differenze legate alle caratteristiche di due società diverse,
ma con le stesse basi sociali: professionisti, autonomi, manager, ceti popolari, anziani, abitanti delle piccole e medie città, cattolici osservanti.
La loro irradiazione è stata reale, come il loro smalto e il prestigio di cui hanno goduto, sebbene al tempo stesso abbiano suscitato vivaci opposizioni. Come si spiega allora il declino di Berlusconi e poi di Sarkozy? La crisi finanziaria, e quindi quella economica, hanno scompaginato ogni cosa, facendo dilagare il disincanto tra i sostenitori dei due leader per le tante promesse non mantenute, e alimentando l’aspirazione al cambiamento. A dire il vero, il fatto che questi leader forti abbiano concentrato tutta l’attenzione sulla loro persona li ha esposti a un pericoloso effetto boomerang: oggi l’opinione pubblica li vede come i responsabili del deterioramento economico e sociale. In questo clima, l’incanto che avevano suscitato si è rotto.
C’è ora da chiedersi cosa ciascuno lascerà dietro di sé, sempre che la loro rinuncia alla politica sia reale – una decisione di cui si può dubitare, almeno nel caso di Sarkozy. Si manifesta qui una differenza di rilievo: in Francia l’Ump continua ad esistere, e rimane un’efficace macchina elettorale. Diverso il caso del Pdl, anche perché Berlusconi non voleva un partito solido, che col tempo avrebbe potuto fargli ombra. Ma l’ingombrante eredità dei due leader fa sentire comunque il suo peso su tre questioni fondamentali. La strategia: che posizione deve assumere la destra, con chi allearsi? La leadership: chi sarà il successore del capo e come esercitare la direzione del partito e della destra, con quale stile, in un momento in cui l’opinione pubblica è indubbiamente stanca di dirigenti tutto smalto e lustrini, e si aspetta personalità serie e competenti? Infine, e soprattutto, si pone il problema del futuro del sarkozysmo e del berlusconismo, cioè di forme di cultura politica più longeve di chi, a un dato momento, le ha generate e incarnate. Le idee, i valori, le proposte, lo stile e gli atteggiamenti di questi due leader hanno sedotto gli elettori, impregnando la società italiana come quella francese; e tutto ciò non scomparirà con un colpo di bacchetta magica.
È questa, peraltro, la sfida che la sinistra francese sta affrontando. François Hollande ha vinto le elezioni presidenziali, ma la sua politica è già criticata da una maggioranza di francesi e al momento il presidente si sta dimostrando incapace di costruire un altro progetto, di proporre un’altra narrazione. Stessa sfida per il Pd, oggi impegnato nelle sue primarie, che non deve illudersi di poter vincere meccanicamente le elezioni la primavera prossima, qualunque sia la legge elettorale prescelta.
Nel teatro della politica francese e di quella italiana, due dei principali attori sono usciti di scena; ma nessuno sa come andrà avanti il copione: è ancora tutto da scrivere. Un programma di vasta portata.
(Traduzione di Elisabetta Horvat)
l’Unità 8.11.12
La dittatura della tecnologia
Un’egemonia che deforma gli affetti, «uccide» il prossimo e ci fa male
di Luigi Zoja
Due le cause alla base dell’estraneazione contemporanea: l’anonimato della civiltà di massa e la tecnologia che rende gli esseri umani dipendenti, riducendo la loro capacità di comunicare
ATTRAVERSO UN PERCORSO SOTTERRANEO, UNIVERSALE E TRASVERSALE, CHE INVESTE OGNI POPOLO CON LA IPERMODERNIZZAZIONE, si è imposta a noi una nuova «dittatura»: una egemonia autoritaria non di certe forme politiche, ma di un universo economico e tecnologico che non ha precedenti in tutta la storia umana. Esso sconvolge e deforma i nostri affetti e le nostre relazioni con gli altri, le nostre emozioni e il controllo del nostro sistema neuronale.
La critica al consumismo esasperato ci dice da tempo che acquistando oggetti e progresso, la nostra attenzione è distolta dagli uomini, quindi riversata sugli acquisti e sulle cose. Negli ultimi anni, però, abbiamo anche appreso che la tecnica genera (ad esempio attraverso internet o i telefoni cellulari) rapporti prima inesistenti con chi è lontano, ma in cambio si porta via l’affetto per chi è vicino e ci svincola dalle responsabilità che esso comportava.
Due sono dunque le cause profonde e irreversibili che concorrono alla attuale estraneazione. La prima è l’anonimato della civiltà di massa.
Fino ad un secolo fa, la stragrande maggioranza della popolazione mondiale (ben più del 90%) era agricola: una condizione dominante anche nei paesi già allora più ricchi, in Nordamerica e in Europa centro-settentrionale. L’economia e la società erano fortemente locali: la maggioranza della gente viveva nello stesso luogo per tutta la vita (il fascino ambiguo del servizio militare stava in gran parte nell’essere uno dei pochi eventi che potevano portare lontano). E la maggior parte della popolazione conosceva solo 200, al massimo 300 persone in tutta la vita. L’animale uomo, del resto, si è evoluto durante gran parte della sua storia come nomade che vagava in piccole bande su territori quasi vuoti. Il suo sistema nervoso è dunque predisposto per riconoscere, memorizzare e accogliere positivamente un numero ben ristretto di volti.
VITA IN CITTÀ
Ma dal 2008, hanno detto le Nazioni Unite, più della metà della popolazione terrestre vive in città. È una svolta senza precedenti, più importante del passaggio dell’egemonia mondiale dagli Stati Uniti alla Cina. Anche la Cina sarà una breve comparsa sul palcoscenico delle epoche: altri protagonisti vi saliranno e scenderanno come è capitato all’Impero persiano e a quello di Alessandro, a Roma, alla Spagna e all’Inghilterra. La città, invece, dice l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite non cederà più il primato alla campagna.
Nelle città, l’individuo medio, che esce in strada, usa mezzi pubblici, visita uffici e supermercati, vede migliaia di nuovi volti anonimi: non durante la vita, ma ogni giorno. Il suo sistema nervoso, i suoi meccanismi (animali e naturali) di allarme di fronte agli sconosciuti, sono costantemente mobilitati: non se ne accorge solo perché si tratta di una condizione che non è particolare, ma permanente. Vive in un stato (strisciante, inconscio) di stress e diffidenza continui. Non sorride più riconoscendo i volti, come facevano i suoi antenati nel villaggio. Per riconoscere volti, accende la televisione. I sorrisi, artificiali e anonimi, di attori e presentatori che non ha mai incontrato, gli sono noti: sono la sua famiglia, tecnologica e preconfezionata.
Il secondo fattore di distanza e perdita del prossimo è infatti la tecnologia.
La tecnologia ha fatto cose meravigliose che moltiplicano le possibilità di interagire con gli altri. Già da tempo, però, è stato lanciato l’allarme: gli uomini non sono capaci di usarla, ne divengono dipendenti come da una droga e perdono la capacità di comunicare anziché arricchirla. A questo fenomeno è stato dato il nome di «Paradosso di internet». Più recentemente, pubblicazioni scientifiche ci hanno fornito dati concreti. Nel ventennio 19872007 le ore quotidiane che il cittadino inglese medio trascorre davanti a mezzi di comunicazione elettronici sono passate da 4 a circa 8. Nello stesso periodo, quelle trascorse comunicando con persone reali sono scese da 6 a poco più di due.
Tutto questo è morboso in ogni senso. È ingiusto, ci suggerisce istintivamente ogni morale laica o religiosa. È dannoso psicologicamente, come ho cercato di argomentare in un breve saggio sulla Morte del prossimo. Ma è anche così innaturale per il nostro corpo da costituire un grave fattore patogeno: la sostituzione dei contatti sociali con quelli elettronici può, per esempio, favorire alterazioni nei leucociti e diminuire la resistenza ai tumori.
Secondo la Scuola di Medicina di Harvard, nelle persone di oltre 50 anni socialmente isolate la perdita di memoria avanza a velocità doppia rispetto a quelle integrate. E così via.
In simili condizioni, ci abituiamo sempre più a recitare le relazioni umane e affettive, così come ce le propongono già confezionate i mass media, anziché relazionarci veramente. Avendo osservato l’accelerarsi di questi fenomeni negli ultimi decenni, avendone misurato le conseguenze devastanti sui propri pazienti, uno psicoanalista quale sono di professione si è permesso di uscire dal suo ambito e rivolgere una domanda a teologi e filosofi.
Per millenni, un doppio comandamento ha retto la morale ebraico-cristiana: ama Dio e ama il prossimo tuo come te stesso. Alla fine dell’ottocento, Nietzsche ha annunciato: Dio è morto.
Passato anche il Novecento, non è tempo di completare quella affermazione? È morto anche il prossimo. Abbiamo perso anche la seconda parte del comandamento perché non abbiamo più esperienza di una verità che ci era trasmessa dalla tradizione giudeo-cristiana. Tanto in ebraico nel Levitico, quanto in greco nei Vangeli, prossimo significava: il tuo vicino, quello che vedi, senti, puoi toccare. Nella complessità delle tecniche e della società urbana l’esperienza della vicinanza sembra sparire per sempre.
Chi è l’autore
Psicoanalista e scrittore di fama internazionale
Luigi Zoja è uno psicoanalista di fama mondiale, ha studiato al Carl Gustav Jung Institute di Zurigo. È stato presidente dell'International Association for Analytical Psychology e presidente dell'Associazione Internazionale di Psicologia Analitica. Ha vinto due Gradiva Award. Scrittore prolifico, ha pubblicato numerosi saggi: «Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre» (2000), «Storia dell'arroganza» (2003), «Giustizia e Bellezza» (2007), «Contro Ismene. Considerazioni sulla violenza» (Bollati Boringhieri 2009), «La morte del prossimo» (Einaudi, 2009), «Centauri. Mito e violenza» (Laterza 2010), «Paranoia. La follia che fa la storia» (Bollati Boringhieri 2011), «Al di là delle intenzioni. Etica e analisi» (Bollati Boringhieri 2011)
«Il tramonto dell’Occidente» Un forum a Cagliari
Da venerdì a domenica Cagliari sarà teatro del «Tramonto dell’Occidente. Leggere la crisi nel confronto tra letterature», forum realizzato dai Presìdi del Libro della Sardegna che si propone di riflettere sul momento storico che stiamo attraversando per confrontarsi sulla crisi economica e di pensiero, morale e sulle alternative possibili. A partire dell’idea che non viviamo solo una crisi, ma forse la fine di un mondo. Il forum si apre con la sezione «Identità in viaggio»: l’Occidente visto dall’Altrove raccontato da scrittrici e scrittori. Seguiranno «Il tramonto del paesaggio»: a partire da una riflessione di Pier Paolo Pasolini, addetti ai lavori parleranno del paesaggio in quanto specchio della contemporaneità e «Società e individui nella crisi: miti dei nostri giorni» dedicato all’evoluzione delle relazioni e dei miti propri nell’era del Villaggio Globale. Il forum si chiude con il tema «Strategie per sopravvivere»: per passare dagli approcci più pragmatici che ci consentono di decifrare economie enigmatiche, alle alternative energetiche, fino a toccare temi urgenti come gli scenari politici globali e il rapporto tra imprese e lavoratori. Numerosi gli ospiti, tra i quali Giulietto Chiesa, Mauro Covacich, Paolo Di Paolo, Ugo Mattei, Marino Niola, Roberta Torre, Giorgio Vasta, Massimo Venturi Ferriolo, Ornela Vorpsi, Luigi Zoja, del quale pubblichiamo in questa pagina un brano del suo intervento.
Repubblica 8.11.12
L’anima della finanza
Il provocatorio saggio di Shiller in difesa dei banchieri ha creato molte discussioni
I paradossi dell’economia dalla parte di Wall Street
di Maurizio Ferraris
Per Schiller (con la c) l’uomo è veramente uomo solo quando gioca, per Shiller (senza c) solo quando gioca in borsa. In Finanza e società giusta (il Mulino) Robert J. Shiller, che insegna economia a Yale, difende la moralità della finanza in un mondo che non l’ha mai amata, e che ora la ama meno che mai.
L’impresa è importante: una finanza screditata non è mai una buona cosa, come si è potuto verificare nella crisi del ’29, quando la rivolta contro i “Banksters” (Bankers + Gangsters) fu una delle origini dei movimenti di estrema destra che culminarono nel nazismo. Tuttavia Shiller, già autore degli Spiriti animali, adotta una strategia quasi provocatoria: la finanza non persegue il profitto, è una attività artistica che «permette di sfogare l’aggressività in modo sostanzialmente costruttivo e senza perdite di vite umane». Di colpo invece che in un saggio, ci si sente subito nel duetto tra Zerlina e Don Giovanni: “Io so che raro / colle donne voi altri cavalieri / siete onesti e sinceri”. “È un’impostura / della gente plebea! La nobilità /ha dipinta negli occhi l’onestà”. E proprio questo rende la lettura sorprendente: si scopre l’altro lato del mondo. Di chi lo guarda dall’alto e pensa che tanto più si rischia e si fa rischiare, tanto più l’economia ne trarrà vantaggio.
La fenomenologia delle figure economiche incomincia con gli amministratori delegati e si conclude con i filantropi, non a caso perché l’assunto è che la finanza sia essenzialmente filantropia: «Si trae piacere dal realizzare un prodotto pregevole o dall’aiutare i clienti, dal dare un lavoro ai dipendenti». Ma allora perché gli amministratori delegati sono pagati così tanto? Shiller risponde: «Gli amministratori delegati di solito non sono particolarmente amati o popo-lari, con poche eccezioni. Quindi, una remunerazione elevata è il miglior modo di attrarre candidati qualificati per questo compito».
Perché sono così impopolari?
Per via delle calunnie dei media. E comunque la crescita dei compensi dipende dal «miglioramento del nostro sistema capitalistico, che è giunto a riconoscere l’importanza di leader qualificati». Che dunque la sproporzione tra il pagamento degli operai e quello degli amministratori delegati sia infinitamente superiore a decenni fa deve essere visto non come un inaccettabile aumento delle disuguaglianze ma come un progresso dell’umanità nel suo insieme. E, chiosa Shiller, questo è il motivo per cui un gruppo di consulenza di cui fa parte «ha ammonito il governo a non emanare regole in materia di remunerazione degli ammini-stratori delegati».
Ma come avrà fatto questa casta di maschi alfa a sbagliare così di grosso, per esempio in tema di mutui? «Perché hanno operato sulla base della congettura errata che le agenzie di rating fossero infallibili». Ora, pensare che una qualsiasi istituzione umana sia infallibile non è proprio sensato, ma aiuta a vedere come i ragionamenti possano essere ribaltati. Infine ci sono i Trader che «suscitano il risentimento maggiore, dal momento che essi non si presentano come operatori che aiutano la società in modo diretto». Eppure, prosegue Shiller, il loro operato «rende i mercati finanziari più rappresentativi delle nostre esigenze », permettendo con ciò di «far avanzare gli obiettivi principali del movimento Occupy Wall Street». Per parte loro, i market designer «umanizzano la finanza e la rendono più rilevante per il benessere umano».
Ora è evidente che queste, dati i risultati degli ultimi anni, sono tutte affermazioni difficili da condividere: si tratta di una sorta di utopismo finanziario che ha creato molto dibattito negli Usa, poiché come ha scritto il New York Times, ecensendo il libro, «Shiller non pensa di dover contenere la finanza, ma di realizzarla». E questo è il punto chiave. Nell’antropologia tratteggiata dal volume, il solo genere nocivo sono i professori, su cui grava una buona fetta di responsabilità della crisi: «Gli errori commessi dai docenti nei decenni passati sembrano avere svolto un ruolo importante nella grave crisi finanziaria». La nocività cresce in maniera proporzionale all’allontanarsi dal centro della finanza, culminando forse nelle vittime della crisi economica, perché ovviamente senza quelle vittime nessuno sarebbe autorizzato a criticare la finanza. E qui si arriva all’ultimo punto delle tesi estremistiche di Shiller: all’inizio del ’900 alcuni credettero che la guerra avrebbe portato ricchezza e, soggiacendo a questa illusione fatale, si è andati incontro a una catastrofe; all’inizio del 2000 altri si sono illusi che fosse conveniente truffare le persone, per esempio concedendo mutui insolvibili o inducendole a comprare titoli spazzatura, ed è stata un’altra catastrofe.
L’analogia con la guerra fa pensare. Perché è indubbio che le illusioni danneggiano, ma intanto è più responsabile chi queste decisioni le prende, cioè i generali e i banchieri, e non chi le subisce, magari consapevolmente ingannato, cioè i soldati e i clienti. E soprattutto il rischio di chi prende le decisioni è minimo rispetto a quello di chi le subisce: come il generale difficilmente morirà in battaglia, così il banchiere difficilmente finirà sotto un ponte. Ed è forse questo il lato più debole del libro. Perché se è vero che ci rivela cose che conosciamo pochissimo (da quanti avvocati ci sono nel mondo, al profilo degli assicuratori fino a una storia dei mutui) è anche vero che nella necessità di giustificare la finanza l’autore passa dal ragionamento alla visione. Fino a incitare i giovani idealisti a fare carriera nell’ambito dei derivati.
Repubblica 8.11.12
La filosofia risponde
Da domani con “Repubblica” la collana a cura di Maurizio Ferraris
Le parole chiave spiegate dai classici del pensiero
Ha scritto Musil in L’uomo senza qualità: «Oggi solo i criminali osano nuocere al prossimo senza filosofia». L’obiettivo di questi volumi a cura di Maurizio Ferraris è più modesto e sperabilmente meno nefasto: scegliere alcune domande ricorrenti nella vita di tutti, e cercare di mostrare come sono state articolate dai filosofi, sia attraverso una ricostruzione tematica e argomentativa (dovuta a Lauro Colasanti, Mario De Caro, Piergiorgio Donatelli, Paolo Fait, Maria Laura Lanzillo, Massimo Marraffa, Stefano Velotti e grazie a Laterza editore), sia attraverso una scelta antologica (con il sostegno di Alex Cambiaghi e Silvia Margaroli) che spazia tra filosofia e letteratura, ovviamente intendendo “letteratura” in senso estensivo, ossia con documenti storici e politici, oltre che con versi e opere di finzione.
Con questo lavoro abbiamo cercato di far sì che la filosofia mostrasse almeno due dei suoi volti. Quello – per esprimersi con i termini della psicologia settecentesca – di una disciplina di ragionamento che cerca di sviluppare l’acumen, la capacità di vedere le differenze in cose apparentemente uguali, e quella di una prospettiva culturale che cerca di promuovere l’ingenium, la capacità di cogliere somiglianze in cose, epoche, fenomeni e problemi apparentemente diversi o addirittura antitetici.
Perché la filosofia è molte cose ma, come si ricorda nel volume conclusivo, richiamandosi a un celebre passo di Hegel, la filosofia è anzitutto un lavoro, nel senso che non è una illuminazione soprannaturale o geniale (nessun filosofo di buon senso inizierebbe un suo saggio con “Cantami o diva”), bensì un manufatto artigianale o quantomeno una pratica che si acquista con l’esercizio, come avviene con qualunque altra pratica o abilità.
Al tempo stesso, come diceva questa volta Borges, la filosofia è un ramo della letteratura fantastica. Sembra una boutade ma è vero. La filosofia deve necessariamente confrontarsi con il reale, ma inserisce questo reale in un grande universo di possibili. Questa, se vogliamo, è la sua vera differenza rispetto alla scienza. Ma anche la sua grande vicinanza alla vita, in cui, magari senza accorgercene, ci misuriamo continuamente con il possibile, in particolare quando facciamo valutazioni o, se va male, recriminazioni («avrei potuto agire altrimenti»).
E proprio perché ci misuriamo ogni giorno con questi problemi è meglio non affrontarli a mani nude: la logica che ci insegna come ragionare, l’etica che ci suggerisce come agire, la storia che ci racconta come sono andate le cose nel mondo reale, la letteratura che immagina come andrebbero in mondi di finzione, e la filosofia che è un po’ di tutto questo.
Repubblica 8.11.12
Secondo i dati Ads di settembre, il quotidiano è in testa e sfonda il tetto delle 400 mila copie in abbinamento con il Venerdì
Repubblica conferma il primato in edicola
ROMA — Repubblica conferma il suo primato in edicola. Anche nel mese di settembre, il quotidiano diretto da Ezio Mauro è in testa alla classifica dell’Ads (Accertamenti Diffusione Stampa) con 348 mila 40 copie vendute in media ogni giorno in edicola. Sono oltre 11 mila copie in più del diretto concorrente, il Corriere della Sera, che a settembre si ferma a 336 mila 822 copie (sempre nel canale distributivo delle edicole). In abbinamento con il settimanale Il Venerdì, il quotidiano Repubblica sfonda il tetto delle 400 mila copie e si attesta, in edicola, a 406 mila 531. Sul fronte dei giornali sportivi, la Gazzetta dello Sport (nella edizione del lunedì) è a 290 mila 584 copie, mentre il Corriere dello Sport (stesso giorno) è a 209 mila 445 di venduto. Al terzo posto, il quotidiano torinese Tuttosport che supera il tetto delle 108 mila copie. Nell’informazione politica generale, la Stampa è a quota 211 mila 258, seguito dal Sole 24 Ore, organo della Confindustria, che è 127 mila 335 copie in edicola e supera il Resto del Carlino (121 mila 041). A seguire, la Nazione con 101 mila 041 copie. Tra gli organi della destra, Libero ha un venduto di 54 mila 830 copie, mentre il Giornale gira a 107 mila 779. Nella galassia del Gruppo Editoriale l’Espresso, si registra la performance del quotidiano Il Tirreno che vende 63 mila 863 copie ogni giorno in edicola (è sempre un valore medio). Segue La Nuova Sardegna, a quota 51 mila 031. Ecco poi il Messaggero Veneto, con 44 mila 990 copie; il Piccolo di Trieste con 30 mila 11; il mattino di Padova con 23 mila 956; infine la Gazzetta di Mantova con 22 mila 130.