l’Unità 24.11.12
Bersani: un governo per il lavoro
«Moralità e lavoro: partiremo da qui»
«Queste primarie sono un salto oltre la Seconda Repubblica»
Domani il giorno del voto
intervista di Claudio Sardo
Quando ha deciso di fare le primarie, e di aprire la sfida a concorrenti esterni e interni al Pd, molti hanno pensato che si trattava di una mossa spericolata. Si metteva in gioco non solo una leadership, ma il profilo del solo partito rimasto sul campo, l’idea delle alleanze, la visione di sistema. Troppi rischi mentre siamo ancora tra le macerie della seconda Repubblica, non c’è alcuna intesa sulla riforma elettorale, la crisi sociale morde e la soluzione tecnocratica è alimentata dalla sfiducia verso la politica. «Invece sottolinea soddisfatto Pier Luigi Bersani abbiamo costruito un grande evento democratico che segnerà questa stagione più di quanto oggi non si percepisca. Darà dignità e forza all’Italia in Europa. Sarà un segno di riscossa del Paese».
Per Pier Luigi Bersani, 61 anni, segretario del Pd dal 2009, le primarie sono legate all’idea di un governo nuovo. Ha accettato il rischio perché non le ha mai pensate come una questione di partito. Il tema è l’Italia. Semmai, come un partito moderno ed europeo possa costruire un’«infrastruttura» civile che torni a legare la domanda di cambiamento con quella di partecipazione, con la voglia di contare. In un tempo in cui la politica pare condannata soltanto ad eseguire (e ad essere bersaglio di insulti). «Più di un milione di persone dice si è già registrato. Centomila volontari saranno domenica al lavoro. Siamo stati capaci di mettere su una macchina organizzativa che stupisce anche all’estero. E abbiamo posto questa macchina al servizio di un’impresa democratica, finalizzata ad un esplicito cambiamento delle politiche economiche e sociali. Se è vero che il passaggio da Berlusconi a Monti ha restituito all’Italia una credibilità perduta, le primarie del centrosinistra ci faranno fare un altro balzo in avanti. Anche perché contengono, sul piano culturale, la smentita di uno dei paradigmi della Seconda Repubblica».
Di cosa sta parlando?
«Per vent’anni l’ideologia di Berlusconi si è fondata sulla contrapposizione tra partito e società civile. Questa contrapposizione è stata funzionale al leaderismo, al populismo, al discredito dei corpi intermedi come vettori di partecipazione e di democrazia. In questi giorni stiamo dimostrando che il partito è società civile, è una sua espressione viva. Il collateralismo è finito da tempo. Ma i partiti democratici e mi auguro che la nostra esperienza contagi gli altri possono diventare l’infrastruttura di una nuova rappresentanza politica. Nella competizione delle primarie non si sono schierati soltanto cittadini singoli, ma anche cittadini associati, movimenti, gruppi di interesse. Non ci sarà più un partito-mamma. Ma un partito democratico, trasparente può aiutare il nuovo civismo e offrirgli il canale per partecipare alla decisione e alla responsabilità. Peraltro il 25 novembre è anche la giornata contro la violenza sulle donne: un altro significato condiviso per la nostra azione collettiva».
In questi vent’anni, accanto al dualismo partiti-società civile, ha tenuto banco anche quello tra sinistra riformista e sinistra radicale. Non teme che questo dualismo possa minare le basi di un governo futuro a guida Pd, come avvenne già al tempo dell’Unione? «La mia idea di sinistra è il Pd. E il Pd è anche la mia idea di centrosinistra. Siamo davanti a un tempo straordinariamente nuovo. Il tempo lima le parole. E guai se restassimo prigionieri delle contrapposizioni di ieri. Dobbiamo avere chiari i nostri valori, anzitutto l’uguaglianza delle persone. Ma dobbiamo esprimere una grande capacità di governo, se vogliamo al tempo stesso affrontare le sfide reali e cambiare le cose. Non ho mai creduto a una sinistra autosufficiente. Dobbiamo cogliere nelle altre culture, democratiche e liberali, gli arricchimenti necessari per affrontare questo cambio d’epoca. Saremo riformisti. Ma non si è riformisti senza essere radicali in alcuni passaggi cruciali».
Tra i cinque candidati lei è il solo non cattolico. Eppure, quando ha proposto papa Giovanni per il pantheon dei democratici, le sono piovute addosso critiche laiche. Si è pentito?
«No. Qualcuno non ha capito che, citando papa Giovanni, parlavo anche di sinistra riformista e sinistra radicale. Ho detto che quell’uomo ha realizzato cambiamenti rivoluzionari, mentre riusciva a rassicurare. Non sono credente, ma penso di aver dimostrato la mia sensibilità: considero la cultura cattolica parte della cultura democratica e progressista, avendo contribuito anche alla definizione di uno statuto di laicità della politica e dell’ordinamento».
L’accordo sulla produttività non ha la firma della Cgil. Un guaio per il centrosinistra che si candida a governare.
«Penso all’Italia, non al centrosinistra. Dobbiamo migliorare la nostra produttività. Abbiamo deciso di usare la leva fiscale per l’innovazione e di favorire la contrattazione aziendale. Ma mi auguro che non si limiti a questo l’impegno governativo. Spero che si compia una verifica puntuale dei risultati, anche per apportare eventuali correttivi. Ma soprattutto mi pare urgente definire regole chiare sulla rappresentanza dei lavoratori. Tutto l’impianto rischia di cadere se non è chiaro chi parla a livello aziendale a nome dei dipendenti. Il governo si faccia parte attiva: se lo farà, penso che il filo del dialogo con la Cgil possa essere ripreso».
Lei è il solo che in questa campagna elettorale si è misurato con il tema delle alleanze politiche. I suoi competitori hanno deciso di sottrarsi, o di rifiutarle. «Abbiamo firmato tutti la Carta d’Intenti dove è scritto che noi progressisti siamo pronti a lavorare in Parlamento con le forze democratiche e liberali che hanno rotto con i populisti e che sono consapevoli della necessaria ricostruzione. È la nostra posizione comune. Ma ora vogliamo vedere cosa viene fuori da questo dibattito al Centro. Vogliamo sapere in cosa consiste la Terza Repubblica e se si intende lavorare con il Pd. Spero che offrano agli elettori una proposta innovativa e unitaria: ma non mi intrometto. Dico una cosa senza la minima arroganza: il Pd è troppo grande perché qualcuno immagini di usarlo come salmeria. E un’altra cosa ancora: chi vuole mettersi in gioco, lo faccia senza tirare la giacca a Monti. Non si può guidare un processo così difficile, restando ai box».
Il Pd è nato come ponte verso un nuovo sistema politico. Ma, se resta il solo partito, rischia di essere schiacciato. Nonostante queste belle primarie. La riforma elettorale è un passaggio importante. Tuttavia siamo lontani dall’intesa.
«La ricostruzione del Paese passa da un nuovo sviluppo, dalla creazione di nuovi posti di lavoro, da nuove regole di moralità pubblica, ma passa anche da un nuovo sistema politico. È vero, il rischio di una involuzione è sempre presente. La tentazione dell’eccezionalismo italiano non è finita con Berlusconi. Il populismo e la demagogia sono sempre dietro l’angolo. Noi siamo consapevoli del ruolo costituente che dovrà avere il prossimo Parlamento. E nella prossima legislatura torneremo a proporre il doppio turno di collegio. Ma ora, prima del voto, ci vuole una legge che superi il Porcellum e che consenta quel tanto di governabilità necessaria a evitare la deriva dell’Italia. Se questo non ci sarà, ci opporremo con decisione». Abbiamo parlato di alleanze nazionali. Ma per i cambiamenti necessari sono forse più importanti le alleanze europee. Lei ha firmato il manifesto di Parigi insieme a Hollande e al leader dei socialdemocratici tedeschi. Confida nel loro sostegno o le sinistre saranno risucchiate, come altre volte, dagli interessi nazionali?
«Le alleanze europee sono decisive per noi. Il cambiamento richiede una dimensione europea. E, dopo il fallimento delle destre, solo la sinistra può mettersi alla testa di un nuovo processo di integrazione. Il programma dei progressisti europei oggi coincide con l’interesse nazionale dell’Italia. Dobbiamo cogliere l’occasione delle elezioni del 2014 per avviare una fase costituente anche nell’Unione. Come dimostra la conclusione negativa del vertice di Bruxelles, non possiamo più andare avanti alla velocità degli euroscettici. La zona Euro deve fare di più, accelerando l’integrazione politica».
Non teme, di fronte alla gravità della crisi sociale, che i margini di bilancio siano troppo stretti per un governo di centrosinistra dopo Monti?
«I margini sono stretti. E non vorrei che si dimenticasse come Berlusconi e Tremonti abbiano stretto un vero cappio attorno al collo dell’Italia. Siccome non avevamo più la minima credibilità internazionale, hanno accettato condizioni che a nessun altro governo sarebbero state imposte. Ora dovremo partire da standard di bilancio quasi impossibili, con avanzi primari stellari. Tuttavia siamo in Europa e con l’Europa intendiamo riaprire una stagione di crescita: sono convinto che la svolta sia possibile. Bisogna usare la leva fiscale per favorire il lavoro e l’innovazione. Bisogna indirizzare il risparmio privato verso gli investimenti. Bisogna dare una mano agli imprenditori che vogliono potenziare le aziende. Bisogna usare il bilancio pubblico per la banda larga. Bisogna derogare selettivamente al Patto di stabilità interno per consentire ai Comuni sani di fare le opere programmate. E bisogna costruire in parallelo un piano per la moralità pubblica».
Pone questo tema all’interno di un discorso sulle priorità economiche?
«Certo. Moralità e lavoro: si deve partire da qui. La fiducia dei cittadini, quella che oggi si è persa, è un fattore primario della coesione, e dunque dell’economia. La lotta alla corruzione e all’evasione fiscale, la legalità, la sobrietà nei costi della politica, lo snellimento della Pubblica amministrazione, la legge sulla trasparenza dei partiti, la legge sul conflitto di interessi a tutti i livelli, le riforme istituzionali non sono solo i capitoli di un riscatto della moralità pubblica. Terrei insieme a questi anche i diritti: cittadinanza a chi nasce in Italia, unioni civili, legge sulla rappresentanza del lavoro. Così può rinascere la fiducia nella comunità e nello Stato».
Creare lavoro. Dare lavoro. Eppure i più sono convinti che il lavoro sia una variabile dipendente degli indici di sviluppo, o della produttività, o delle dinamiche del mercato.
«Su questo ci giochiamo tutto. Compresa la nostra coesione come società. Da dieci anni il lavoro declina. I livelli di occupazione delle donne e dei giovani sono inaccettabili. Questa è la priorità delle priorità, su cui far convergere gli sforzi del Paese. Mi fa sorridere quando usano la parola “laburista” per criticarmi. Secondo me, l’Italia è diventata troppo poco laburista e per questo rischia profonde fratture. Ovviamente nella stessa dimensione del lavoro vanno inclusi oggi sia i lavoratori dipendenti che quelli autonomi, i professionisti, gli artigiani, i piccoli imprenditori e tanti altri che rischiano l’osso del collo per tenere aperta la loro azienda in tempo di crisi. Il lavoro è anche la dimensione cercata da tanti giovani precari e dalle donne che pagano il costo più salato della riduzione dei servizi sociali».
Oggi torneranno in piazza gli studenti e gli insegnanti. Cosa ha da dire loro?
«Che la scuola e la cultura sono le basi della ricchezza nazionale. Che la legge Aprea è stata in parte già smontata dall’iniziativa del Pd. E che, nel passaggio in Senato, diremo ancora la nostra chiamando in Parlamento gli studenti, gli insegnanti, i genitori. Se va cambiata la struttura della rappresentanza, ciò non può avvenire senza rendere protagonisti gli attori della scuola».
I giovani, il rinnovamento, il nuovo. L’abbiamo lasciato in fondo, anche se è stato il motivo prevalente della battaglia mediatica nelle primarie. Ha un giudizio conclusivo?
«Il rinnovamento del Pd è in corso. La ruota gira e girerà ancora. Abbiamo bisogno dei giovani e i giovani hanno bisogno della buona politica. Chi ha esperienza non va buttato via, ma deve aiutare le nuove generazioni».
Un appello del mondo della cultura è arrivato per il segretario Pd con un incipit preciso: «Per far rinascere la cultura bisogna che l’Italia sia governata non più da improvvisati populisti né da pur valenti tecnici prestati alla politica, ma da politici competenti e legittimati dal consenso popolare come Pier Luigi Bersani: un politico che pone tra le sue priorità anche la crescita artistica e culturale del Paese». A seguire tantissime firme tra cui Salvatore Accardo, Dario Argento, Luis Bacalov, Giorgio Battistelli, Gisella Belgeri, Marco Bellocchio, Filippo Bianchi, Sabrina Ferilli, Massimo Ghini, Rosetta Loy, Luigi Mainolfi, Salvatore Mannuzzu, Dacia Maraini, Simona Marchini, Ennio Morricone, Gino Paoli, Ottavia Piccolo, Francesco Rosi, Stefania Sandrelli, Ettore Scola, Giovanni Soldati, Flavio Soriga, Sergio Staino, Paolo Taviani, Vittorio Taviani, Giuseppe Tornatore, Lucia Vasini, Dario Vergassola e Roman Vlad. Per il leader Pd anche Brando Benifei, vice presidente della rete europea dei socialisti e progressisti.
l’Unità 24.11.12
Francesco Guccini
«È il momento di pensare a progetti realizzabili, E lui è il più affidabile
La rottamazione? Non è una priorità. Se vincesse Renzi, io voterei Vendola»
«È una bella sfida. Ma il segretario è l’uomo giusto»
di Giuseppe Rizzo
Osservare l’Italia e il mondo da Pavana, da quel pezzo di Paese sull’Appennino tosco-emiliano che è periferia ma che per Francesco Guccini è crocevia formidabile di storie e stimoli. Osservare l’Italia e il mondo da Pavana: Guccini sorride, dice appunto che le sue sono idee come quelle di tanti altri, che vivano a Pavana o Milano o Roma. Idee comuni. Poco importa se molte di quelle messe in musica siano state colonna sonora di giorni e momenti della vita di persone di generazioni diverse.
Il suo ultimo album in studio, il ventesimo, «Ritratti», è del 2004, ma in tutti questi anni Guccini non ha mai smesso di osservare l’Italia e stigmatizzarne storture e brutalità. «Sono un comune cittadino», dice, quando lo chiamiamo per una chiacchierata sulle primarie del centrosinistra. Si schernisce, all’inizio risponde con poche parole, «sono un comune cittadino», ripete. Il comune cittadino di Pavana, però, a poco a poco allunga le frasi e i pensieri, e ci racconta le sue primarie, la coalizione che immagina e l’Italia che vorrebbe.
Per chi andrà a votare domani?
«Io appoggio Bersani e voterò sicuramente per lui».
Cos’è che l’ha convinta a votare il segretario del Partito Democratico?
«Lo voto perché è il più concreto dei cinque. Quello che non promette sogni irrealizzabili. Di promesse al vento in questi anni ne abbiamo sentite e viste svanire tantissime. Dalla destra sono arrivate promesse di tutti i tipi e di tutti i colori. Ora è il momento di pensare a progetti realizzabili, e Bersani da questo punto di vista è l’uomo giusto».
Ha seguito questi mesi di campagna per le primarie? Che gliene è sembrato? «Prima di tutto devo dire che non me l’aspettavo, ma poi, alla fine, la sfida si è fatta ed è stata bella. E rispetto a quello che sta succedendo dall’altra parte, al caos della destra, è stata decisamente più ordinata».
Cosa l’ha convinta di meno?
«L’idea della rottamazione di Matteo Renzi. Non è con la rottamazione che si risolvono tutti problemi, e sono molti, che ci sono in Italia. O meglio: non solo».
E se vince Renzi?
«Se vince Renzi io voterò per Vendola. Per carità, io dico “largo ai giovani”. Ma è innegabile che ci siano dei meno giovani che hanno ancora molte cose da dire, da fare. Cose da dimostrare, da fabbricare. Rottamare per il solo gusto di farlo non ha senso. E poi sono convinto che è una questione minoritaria rispetto a tutto quello che c’è da fare nel Paese».
Quali sono queste priorità?
«Bisogna salvare questo Paese dal pantano economico e culturale in cui è stato cacciato. Salvare i conti ma anche le teste».
l’Unità 24.11.12
Perché tra i candidati scelgo Pier Luigi
di Sandro Gozi
Deputato Pd
SONO STATO UN SOSTENITORE DI QUESTE PRIMARIE PER LA SCELTA DEL CANDIDATO PREMIER ANCHE QUANDO nessuno le voleva. Con pochissimi altri ho insistito per averle e già in aprile proposi di farle a doppio turno. Pier Luigi Bersani ha dimostrato lungimiranza nel convocarle. Oggi, con leggi elettorali abborracciate per gli accordi al ribasso tra partiti, sono ancora più convinto che le primarie vadano fatte anche per scegliere tutti i candidati al Parlamento. Per questo, chiedo che subito dopo il 2 dicembre venga fissata la data per tenerle.
Sono altrettanto convinto che Europa, diritti e libertà siano le priorità del centrosinistra italiano e proprio per portare avanti questi temi avevo presentato la mia candidatura. Tanti di noi avrebbero auspicato che i candidati rispondessero esplicitamente alle nostre proposte su come ridurre il debito pubblico, sui crediti d’imposta alle imprese, sulla legalizzazione delle droghe leggere, sull’amnistia o sull’alleanza coi radicali.
Ma credo sia assolutamente doveroso, soprattutto per me, prendere una posizione esplicita sin dal primo turno. Lo credo anche perché per voltare pagina dobbiamo saper comportarci meglio e diversamente rispetto a quanto visto in questi anni. E credo che uno degli aspetti più deteriori della nostra «italianità» sia quello di dire che qualcuno va sostenuto solo se ne ricaviamo una convenienza personale o che qualcosa conta solo se ne siamo protagonisti.
Alla luce del dibattito che si è sviluppato, Pier Luigi Bersani è il candidato che si è più avvicinato ad alcune mie priorità.
Penso in particolare all’accento sull’Europa che si trova nella sua proposta, e al referendum sugli Stati-Uniti d’Europa che assieme agli amici del Movimento Europeo sto difendendo da molto tempo, anche se su questo tema rimane ancora molto lavoro da fare Matteo Renzi, a cui va tutta la mia simpatia, ha avuto il grande merito di aver imposto nell’agenda politica italiana e nel Pd il tema del rinnovamento. Tema che, insieme a pochi altri ho posto da anni, ma sul quale Matteo è stato indubbiamente più efficace. Però il rinnovamento di per sé non è un programma di governo. Bersani, durante queste primarie, ha fatto molti passi avanti sul rinnovamento. Ora si tratta di tradurre le parole in fatti, privilegiando il merito e non la cieca fedeltà.
Infine, credo che le idee e le persone che sono emerse durante queste primarie siano il primo passo per formare una coalizione vincente. Bersani è il candidato che più degli altri ha dimostrato di riuscire a fare la sintesi politica tra le diverse proposte. Rimango impegnato a far sì che i progetti che avevo presentato su Europa, diritti, sviluppo e liberalizzazioni trovino spazio nel programma di governo e per questo riprenderò l’iniziativa politica con tutti coloro che li condividono a partire dal 3 dicembre, in vista delle elezioni politiche e del prossimo Congresso del Pd in autunno, di cui dovrà essere protagonista una generazione di dirigenti completamente nuova.
Repubblica 24.11.12
Con Bersani
Ci serve un Ulisse
di Adriano Sofri
Un Ulisse che sta con i feriti dalla crisi senza demagogie
CARO
Pierluigi Bersani, come va? Mi auguro che lei vinca queste primarie.
Poi, proverbialmente affidabile com’è, dovrà guardarsi anche un po’ da
se stesso.
PERCHÉ la crisi sfugge alla normale amministrazione. È
normale amministrazione anche quella che, riconoscendo e anzi
accentuando la drammaticità della crisi, s’ingegna a rincorrerne i
disastri senza toccare la logica che l’ha causata. In una barca che fa
acqua e va a fondo, chi usi un secchiello per svuotarla (tecnicamente:
aggottare) può tutt’al più rinviare l’affondamento, non sventarlo. E’
quello che sta avvenendo in Europa col debito: governi, di banchieri o
di politici, aggottano più o meno affannosamente, e la barca va a fondo.
Dunque lei, che ha il pregio di non disdegnare i secchielli, e di usare
volentieri l’espressione “un po’ ” — “si può fare un po’ meglio”, dice,
come un riformista emiliano, e un po’ anche come lo scrivano Bartleby —
affronterà il dilemma della crisi: correre di qua e di là a rattoppare
le falle, o provare a convertire modi di lavoro, di consumo, di vita.
Intanto, restituendo alla politica internazionale il primato che la
finanza ha confiscato. Gli speculatori fischiettano l’Internazionale,
gli sfruttati hanno dimenticato le parole. Il riscatto della politica
non è il ritorno alla sovranità degli stati nazionali umiliata dal
rating.
Dipendiamo dal mondo intero, e possiamo fare che il mondo
dipenda un po’ anche da noi. La nostra democrazia non è più una riserva
privilegiata e al sicuro, da estendere o no ai territori ancora occupati
dal dispotismo asiatico: la nostra democrazia ormai dipende
dall’acquisto della democrazia altrui. La scelta di Nichi Vendola per
l’europeismo federale e sociale di Altiero Spinelli e di Ernesto Rossi è
la vera garanzia di una collaborazione, impossibile con la demagogia
antieuropea accarezzata da Grillo e da nazionalismi di “estrema
sinistra”.
Il legame fra partiti e movimenti europei non è mai stato
così essenziale, e anche fra sindacati, in Europa e fuori, come ha
finalmente fatto intuire lo scorso 14 novembre. Fra i sentimenti che
Matteo Renzi sente più moderni c’è l’insofferenza per il sindacato,
anche a scapito di categorie modernissimamente calpestate come le
commesse nel commercio. Temo che l’entusiasmo iniziale di Renzi per
Marchionne avesse questo se-
gno. Conservazione e corporativismi
sindacali sono una cosa, impazienza verso la tutela sindacale di
occupati di ogni genere e disoccupati è una debolezza autoritaria. La
modernità è lo sviluppo sindacale in Cina e in Arabia Saudita, non la
sua decadenza qui.
Ieri Massimo D’Alema — di cui era sciocco pensare
che fosse “attaccato alla poltrona”, è attaccato alla sua passione
politica — ha definito una banda di squilibrati i coinquilini del suo
governo, che esigevano l’uscita dalla Nato. Però quando Vendola oggi
denuncia la colossale spesa per i nuovi bombardieri, dice una cosa
sacrosanta e piena di ragionevolezza. L’Unione Europea dei (quasi) 28
eserciti nazionali è una follia, e le loro spese in armamenti (Grecia
alla fame compresa) sono un delirio estremista.
Tornare a un governo
eletto non sarebbe un gran passo avanti, se lasciasse immutati l’operato
del governo e i suoi condizionamenti. Anzi, l’“agenda Monti” applicata
da chi non sia Monti sarebbe meno efficace. Lei, Bersani, dichiara su
Twitter che l’ultimo De Gregori è forte.
Sarà votato da tante persone
perché rilutta alla demagogia, quando respinge il fanatismo dell’“uomo
solo al comando” suona sincero, e anche per quella fiducia nell’“usato
sicuro” che è un po’ il contrario della rottamazione: ma bisognerà anche
che si stacchi — “un po’” — dall’usato. Anche queste metafore lo
dimostrano, sempre più lontane dall’andamento reale di auto private e
acciaierie mortifere. Fu un errore grave baloccarsi con la fine del
lavoro. Lo sarebbe altrettanto barricarsi attorno a produzioni e consumi
che hanno fatto il loro tempo, o che è giusto che lo facciano.
Chiamando gli italiani a un’impresa comune, a una fraternità aperta,
bisognerà mirare alle cose più intelligenti: alla scuola, alla ricerca,
all’invenzione, alla bellezza. Io confido che lei, come l’appassionato
Vendola, abbia davvero a cuore le persone povere, e quelle impoverite,
doppiamente ferite da qualcosa cui non si pensavano destinate. E le
persone straniere e degne d’essere nostri concittadini. Che la sua
avversione ai personalismi non ceda alle pretese di apparati e notabili:
delle quali non ho mai capito se vengano prima dei cedimenti, o
viceversa, come l’uovo con la gallina. Sarebbe bello provare: e se,
specialmente quando si tratti dei diritti di alcune persone che non
toccano quelli di altre persone, e ci si sente minacciare: “Allora me ne
vado”, rispondere con calma: “Vai pure”. Confido che l’attenzione alle
alleanze non vada a scapito del legame da ristabilire con chi è stato
spinto verso richiami demagogici o al disgusto. Persone di coscienza
chiara hanno scelto di costituirsi in partito, persuasi che col Pd non
ci sia niente da fare. Provi a mostrare il contrario.
Non sono state
male, queste primarie, finora. Via via Renzi ha impiegato toni e
argomenti — per esempio, la rivendicazione di essere “la vera sinistra” —
che possono confermare la diffidenza per una sua spregiudicatezza, ma
anche segnalare un’apertura. Oggi è meno probabile che l’esito delle
primarie porti a una rottura del Pd. Ho letto i programmi, sono come
devono essere, promettenti, estemporanei, pubblicitari. Non ci sono
differenze dirimenti? Non l’inclinazione per i finanzieri, nella quale
caso mai Renzi emula i rivali anziani, fin troppo entusiasti a loro
tempo di andare a cena coi banchieri. Sul liberismo sì: ma il liberismo è
una gran bella idea, come la provvidenza, che si è rivelata strada
facendo un’illusione di alcuni, e un alibi truffaldino di altri. Il
liberismo somiglia, in alcuni credenti nell’onesto capitalismo, alla
nostalgia dei “veri comunisti” di fronte ai disastri del comunismo
reale. A ciascuno la sua nostalgia di un passato, reale o immaginato.
Renzi e i suoi dicono di non amarla, la bella nostalgia, preoccupati di
indebolire la pretesa di “ripartire da capo”. Noi vecchi il futuro lo
vedemmo, quando finimmo in un vicolo cieco, si chiamava femminismo,
ecologia. Il buon passato continuava a chiamarsi libertà, uguaglianza,
solidarietà, carità. A distanza di qualche decennio e di una ragnatela
globale, il futuro resta segnato da quelle aspirazioni. Il presente,
s’intende, è un eterno tradimento: e tuttavia il futuro si nutre del
passato, specialmente di ciò che nel passato sembrò buono, e si rivelò
cattivo. Alessandro Baricco raccomanda a Renzi di fare come gli arabi
sbarcati in Spagna, che si bruciarono i vascelli alle spalle per
mostrare che quella sarebbe stata d’ora in poi la loro terra: non
avrebbero avuto più un passato, solo il futuro. Bello. Disincantato ai
sogni di azzeramento, io le suggerisco, caro Bersani, di guardare a
Ulisse, a quel desiderio di partire e tornare e ripartire, a quella
nostalgia inesauribile di Itaca e al richiamo fatale dell’alto mare
aperto. Ulisse, erano gli dei offesi a distruggergli la flotta: non
importa, i paragoni devono essere grandiosi. Lei faccia come Ulisse, “un
po’”, si capisce. Purché non si accontenti di aggottare.
La Stampa 24.11.12
Pierluigi Bersani
La freddezza per Matteo e l’affetto per Nichi “Niente gioco della torre”
«A nche io mi fido di me» (ironico), ma lui si «fidasse del partito» perché qualche volta dà l’impressione «di aver sbagliato primarie» e non sarebbe niente male se «per una volta predicasse a casa sua, nel Pd». Sono frasi pronunciate in tempi diversi, ma tutte da Pierluigi Bersani a proposito di Matteo Renzi. Se andava bene, due palmi di distanza: «Se vinco nominerò Renzi ministro? Non ci ho pensato». Freddezza, poco affetto e senz’altro pochissima dissimulazione. Giochi di parole profondamente bersaniani sullo slogan dell’avversario: «Adesso! E dopo?». Reazioni infastidite alle minacce di rottamazione: «Non è accettabile che ci sia qualcuno che ti dice: tu sei il ramo secco». Il rinnovamento «lo facciamo noi senza bisogno di Renzi». E dunque «le idee di Renzi non sono sovrapponibili alle mie» e fosse soltanto una questione di contenuti, lo è anche nella forma quando la forma è sostanza: «Mi sento lontano dallo stile di Renzi e come si diceva una volta lo stile è l’uomo». Anzi, poiché il sindaco di Firenze si accompagna con certi finanzieri da paradiso fiscale, «chi ha base alle Cayman non dovrebbe dare consigli». Pertanto non venga a dire a noi di mettere tutti i conti on-line, «noi lo faremo, ce li metta lui», con vago riferimento ai viaggi aerei privati. Interessanti anche un paio di uscite di Alessandra Moretti, dello staff del segretario: «Basta lagnarsi». «Maschilista». Più soffice il rapporto con Nichi Vendola perché è «una persona speciale» oppure «una persona splendida» e infatti «abbiamo un rapporto splendido» e alle primarie «deve essere protagonista» dal momento che la nostra è «una competizione fra amici» e siamo «legati da grande simpatia». Io e lui faremo «tanta strada assieme» perché se la sua presenza nella coalizione «spaventa i mercati» ciò dipende da «un pregiudizio». Così, quando il governatore pugliese viene prosciolto, Bersani la definisce «una bella giornata». Non c’era dunque nessuna perplessità, «tra Casini e Vendola mi tengo Vendola». Oddio, «prima Vendola e poi vediamo Casini». «Non facciamo il gioco della torre». E tra Vendola e Renzi? «Voterei Renzi».
"Da Vendola non accetto lezioni di centrosinistra Bersani è una persona seria, un galantuomo, mi fido di lui"
"È inaccettabile che uno ti dica: tu sei un ramo secco Vendola è una persona speciale, ho un rapporto splendido Renzi è una variabile estremista del liberismo Bersani è un amabile socialdemocratico, ma è Golia"
Corriere 24.11.12
Alle urne anche l'ex finiano Campi «Se Renzi perde guidi i moderati»
MILANO — «In questo momento le primarie del centrosinistra sono, assieme al laboratorio dei moderati, l'unico spazio vitale del sistema politico italiano». Alessandro Campi, ex direttore scientifico della Fondazione Farefuturo, anima culturale dei finiani, spiega così la scelta di partecipare al voto in programma domenica. Una scelta annunciata via Facebook e che sul social media è stata oggetto di discussione. «Non faccio nessun endorsement pubblico, vado alle urne come cittadino e intellettuale interessato — precisa il professore di Storia delle dottrine politiche —. Sono stato anche alla convention di Italia Futura a Roma». E spiega: «Non si tratta di cambiare campo, ma di far ripartire la progettualità in questo Paese. Beppe Grillo è un demagogo, per il centrodestra servirebbe l'elettroshock». Se per molti le primarie potrebbero essere solo l'avvio di un grande cambiamento nel panorama politico, per Campi lo sono certamente qualunque sia l'esito del voto. Lo studioso, infatti, in un articolo su Il Mattino ha ipotizzato un passaggio di Matteo Renzi nell'area dei moderati, in caso di sconfitta. «Si tratta solo di un mio ragionamento», spiega. «Renzi ha le capacità di diventare l'uomo nuovo che molti cercano. Se è vera l'indisponibilità di Monti, il sindaco di Firenze scompaginerebbe le carte in tavola: in caso di sconfitta a lui basterebbe prendere atto che la sinistra non vuole cambiare e fare un ulteriore passo avanti». Un'idea che trova le sue basi nei dati snocciolati da una ricerca del Centro Italiano Studi Elettorali: l'elettorato di Renzi sarebbe composto al 50,7% da persone che si collocano nel centrodestra (35,3% di destra e 15,4% di centro). Molti insospettabili, come Sofia Ventura e Giorgio Squinzi, negli scorsi mesi hanno avuto parole d'elogio per il «rottamatore». «Renzi ha un consenso tanto trasversale ed è un bene, la maggioranza relativa dei suoi simpatizzanti è e resta comunque di sinistra», chiosa Campi. Intanto, per i cinque contendenti si gioca lo sprint finale nel convincere gli indecisi (il 12%) a votare: tra loro stravince il partito di coloro che verso le Politiche 2013 allargano al momento le fila di incerti e astenuti (il 65%).
Emanuele Buzzi
La Stampa 24.11.12
Palazzo Chigi i Democratici e gli equilibri oltre le urne
di Marcello Sorgi
Il centesimo che non avrebbe mai investito sull’ipotesi del Monti-bis, Pierluigi Bersani è pronto a scommetterlo su una promozione del premier al Quirinale, come successore di Napolitano. Il leader del Pd (ma non solo lui) ha incassato la presa di posizione del Capo dello Stato, contraria alla candidatura di Monti alla guida dello schieramento moderato, e ha tracciato, in caso di vittoria del centrosinistra, l’ipotesi di una sua elezione alla Presidenza della Repubblica. Da cui poi, par di capire, a Monti toccherebbe varare un governo guidato dallo stesso Bersani.
Ma se l’intervento di Napolitano ha tranquillizzato (per quanto possibile: siamo pur sempre alla vigilia del primo turno delle primarie) il Pd, al centro e a destra la ventilata esclusione del professore dalla prossima campagna elettorale ha creato preoccupazioni. Monti è infatti, non solo per le formazioni centriste, ma anche per una consistente ala del Pdl a cui fanno capo ex-ministri come Frattini e Gelmini, il candidato ideale per tentare il difficile recupero di una tornata elettorale che sembra segnata a favore del centrosinistra. La sua convinta o forzata astensione da una partita così difficile riapre il problema della ricerca di una personalità che sia in grado di federare il centrodestra, in una tornata elettorale in cui, salvo sorprese dell’ultima ora, Berlusconi dovrebbe assumere il ruolo di padre nobile, e Alfano, dopo le primarie del 16 dicembre, quello di candidato premier.
In una situazione così complicata, l’intento di Napolitano è stato invece quello di preservare per Monti la possibilità di essere ancora chiamato a guidare un governo d’emergenza, se i risultati elettorali non dovessero indicare chiaramente una maggioranza nelle nuove Camere. A giudizio del Capo dello Stato il ruolo di presidente super partes di una nuova larga maggioranza sarebbe stato certamente pregiudicato da un’entrata in scena del premier alla guida di uno degli schieramenti in campo, e da una competizione, che si annuncia molto dura, con i leader del centrosinistra e del centrodestra.
Ma Monti stava davvero preparandosi a candidarsi, come chiedevano sia Casini sia Montezemolo e Riccardi? Il presidente del consiglio non ha mai fatto trapelare pubblicamente questa intenzione, ma non l’ha neppure smentita. Resta il fatto che la rinuncia al seggio di senatore a vita, premessa indispensabile per un eventuale inserimento in lista del premier, le rare volte che è stata presa in considerazione s’è rivelata molto difficile. Francesco Cossiga, che ci provò un paio di volte, amava dire ironicamente che per smettere di essere senatore a vita l’unica cosa da fare era togliersi la vita.
l’Unità 24.11.12
Credenti, non credenti e il voto di domani
di Emma Fattorini
DOMANI ANDRÒ A VOTARE BERSANI, UN PO’ DELUSA. PERCHÉ MI SAREBBE PIACIUTO «VOTARLO» INSIEME AD ANDREA RICCARDI E NON A NICHI VENDOLA. Come a tanti, anche a me piace Bersani «come persona» ma è difficile voltarlo con entusiasmo dopo la delusione provocata dalle sue ultime scelte. La scelta di allearsi con forze così lontane dal suo leale sostegno al rigore e all’europeismo di Monti, la scelta di rinsecchirsi in un recinto di sinistra quando tutto è allo sfacelo e, quando, nell’immoralità e nella dissoluzione della politica, avrebbe finalmente avuto l’occasione per quell’incontro con tutti i riformisti, innovatori laici e cattolici che il Pds, Ds, Pd inseguono da sempre (almeno a parole anche se poco nei fatti).
Neanche a me piace parlare di moderati. Alla stessa convention di Riccardi-Montezemolo diversi interventi hanno esplicitamente rifiutato quell’aggettivo, ad esempio negli interventi femminili che hanno polemizzato con il moderatismo in nome di riforme forti e «rivoluzionarie», nella cultura e nelle politiche sociali. O in quello spirito del migliore degasperismo, quello dello «zaino in spalla», che, per senso di responsabilità, innovazione e merito, può aiutare la ricostruzione ben più di stanche e rassicuranti formule di una sinistra conservatrice.
Eppure a me Bersani era piaciuto non solo per la sua affidabile e rassicurante bonomia emiliana, ché da corregionale ne vedevo bene vizi e virtù. A me avevano convinto piuttosto due scelte di fondo coraggiose e generose: il responsabile e leale sostegno a Monti, nonostante l’evidente distanza di cultura politica e questione solo apparentemente minore la sua apertura e disponibilità al dialogo sul tema dei diritti civili, fatta non strumentalmente tanto e solo per «piacere ai cattolici». È questa una questione ben più importante di quanto non sembri, e ripeto non solo perché servirebbe a blandire le gerarchie ma perché metonimica di un atteggiamento di lungo periodo della sinistra, passata troppo disinvoltamente dalla strumentalità interessata o, nei casi migliori, dalla tattica di memoria togliattiana verso le questioni che stanno a cuore ai cattolici a quello pseudo-relativismo radicaloide, riventicativo e scomposto dell’ultimo decennio. Nelle posizioni di Bersani su quei temi coppie di fatto, fine vita, legge 40 ho visto invece una convinzione sincera: l’idea che davvero credenti e non credenti abbiano più cose in comune di quelle che li dividono. E, andando indietro con la memoria, mi sono ricordata che tanti, ma tanti anni fa era lui quell’esponente del Pci che a Bologna a un dibattito sulla teologia e la vita mi poneva interrogativi davvero interessati sul personalismo cristiano. Che fosse di animo fine, del resto, sono in tanti a dirlo.
Insomma con il passare del tempo Bersani sembrava far digerire (anche se molto a malincuore) il fallimento di un partito davvero post-comunista, autosufficente, moderno, innovatore, capace di parlare ai moderati, cioè quell’ultima speranza che aveva dato Veltroni che si potessero riprendere i fili delle migliori attese fiorite dopo l’89. Un partito in cui anche i cattolici potessero davvero trovare il riconoscimento dei loro valori, e che questo si riducesse solo a una rivendicazione di posti di potere. E la forza del fenomeno Renzi sta tutta nel fallimento di quel tentativo.
Finita dunque quell’ultima illusione, il Pd, più realisticamente sembrava riposizionarsi sulla vecchia idea di un partito di ispirazione socialdemocratica, ma con dignità e realismo. Sempre meglio di quella estenuante guerra di logoramento interna che aveva paralizzato, senza una linea e una identità, la sinistra italiana per decenni. Esempio di irresponsabilità della sua classe dirigente che andrebbe rottamata per questo e non per l’età. Per l’arroganza con cui ha preso in giro la sua base per decenni. E per avere illuso che davvero penso ai cattolici ci sarebbe potuto essere uno spazio reale per loro, per le loro idealità e convinzioni.
Insomma fine di un’illusione, ma con dignità, questo aveva rappresentato Bersani.
Ora vedo il rischio che sperperi anche questo patrimonio, per la consueta, arcaica paura della sinistra di avere qualcuno alla sua sinistra. Fallita l’idea di un partito riformista e liberal, disposto a ripensare davvero a fondo il ruolo del sindacato perché, anziché legarsi alla sinistra radicale non assomigliare allora sul serio a una Spd, che quella sinistra tiene distinta e distante?
l’Unità 24.11.12
Se l’Avvenire mette in mora i moderati
di Michele Prospero
Venti freddi di recessione, con picchi paurosi di disoccupazione e zone di sterminato disagio giovanile, continuano ad abbattersi sulla vecchia Europa, incuranti delle costose politiche del rigore. Su Avvenire di ieri, a firma di Leonardo Becchetti e Giancarlo Marini, è apparso un importante editoriale.
Un articolo che senza alcuna reticenza denuncia la piaga europea di un’austerità miope che scorre priva di ogni efficacia terapeutica e aggrava ancor più il malessere sociale. Al centro della riflessione è collocato il fallimento delle (non) politiche di rigore che non riescono ad addomesticare lo spread e quindi a favorire la crescita economica. Nel loro impatto reale, le misure imposte ai paesi affogati dal debito si convertono anzi in un paradossale e inopinato trasferimento di risorse. Come un mostro famelico, l’austerità toglie le esigue risorse ai Paesi in ginocchio per darle in dono a quelli che versano in condizioni competitive migliori. I governi delle nazioni più ricche, e per ora risparmiate dall’emergenza, solo per mantenere il consenso in vista delle imminenti elezioni, giocano con il demone della crisi (e civettano con la speculazione sul debito sovrano) e ostruiscono ogni percorso per una risposta europea alla crisi.
Il quotidiano cattolico rivela con acutezza la perversione del meccanismo ora vigente: ai Paesi più indebitati vengono richieste sempre nuove prestazioni eccezionali per migliorare subito i loro conti. Con tagli, rinunce ai diritti fondamentali e sacrifici sopportati in nome di un risanamento obbligato, i Paesi marciano diritti verso la cupa recessione. E così proprio la caduta della spesa pubblica, suggerita per mostrare agli investitori globali segnali di ravvedimento, fa precipitare entro una decrescita paralizzante. Il combinato maldestro di tagli, debito e recessione non fa altro che confermare il ritardo dei Paesi colpiti dalla crisi e aggravarlo nel tempo per la sconfortante mancanza di ogni segnale di crescita.
Il rigore è per certi versi l’arma impropria brandita dai Paesi più ricchi che, grazie all’austerità richiesta come abito per gli altri, accumulano un plusvalore competitivo e lo mantengono ben saldo, almeno finché la caduta generalizzata dei consumi non provocherà recessione anche nei loro confini. Un’Europa che si rivela come un arido terreno di conflitto tra opposte volontà di potenza è ben lontana dall’essere una area politica e sociale omogenea. Per questo Becchetti e Marini invitano a rompere un tabù quando se la prendono con «i sacerdoti del rigore» incapaci persino di presidiare l’integrità dell’euro dagli attacchi speculativi.
La disciplina fiscale concordata ai tempi di Maastricht, quando però i singoli Stati conservavano ancora intatta la sovranità sul fisco e sulla moneta, si rivela ormai una camicia di forza. È chiaro che così, sfidando anche l’idolo del Fiscal Compact («una cambiale in bianco agli speculatori da parte dei paesi sotto attacco»), gli editorialisti di Avvenire invitano ad entrare in un terreno minato, da attraversare con estrema cautela per non saltare in aria sotto l’accusa di completa inaffidabilità economica. Eppure, nell’agenda di una sinistra europea che sia degna di questo nome, non può essere a lungo cancellato l’appuntamento con una seria e anche consensuale rivisitazione di accordi che proceda con le accurate revisioni istituzionali, con le delimitazioni delle nuove funzioni della Bce.
Occorre un governo della ricostruzione che lavori in Italia per definire misure di equità e per sviluppare nel contempo agganci solidi in Europa per evitare costosi e impossibili atti unilaterali. A questo riguardo, Alfredo Reichlin l’altro giorno su l’Unità poneva degli interrogativi molto impegnativi ad un mondo cattolico agitato dalle sirene che accompagnano le tristi tentazioni neo-moderate. Questo editoriale di Avvenire fornisce in fondo una risposta alle preoccupazioni di Reichlin, a conferma che nell’arcipelago del cattolicesimo democratico abita una forte sensibilità sociale che lo proietta ben oltre la foresta del moderatismo e del liberismo comunque riverniciato.
La crisi drammatica che sconvolge l’Europa, generando abissali esclusioni e nuove povertà, non si placa certo inseguendo il piffero di qualche ricco manager illusionista che combatte le politiche di inclusione e promette una terza repubblica a salda conduzione tecnica. Per un governo della ricostruzione che nel rispetto dei vincoli di bilancio abbozzi anche politiche macroeconomiche, sostenga la domanda interna e sfidi i dogmi del liberismo e della «non-politica» europea, la confluenza organica del cattolicesimo democratico con le culture politiche progressiste è nell’ordine naturale delle cose.
l’Unità 24.11.12
Studenti e prof di nuovo in piazza
Oggi la manifestazione a Roma. Tensione per il corteo di Casapound
Contro la sfilata dei «fascisti del terzo millennio» si è mossa anche l’Anpi
Nelle strade i «book block». Il prefetto: «Niente zona rossa. Ma nessuno arriverà fino ai palazzi del potere»
di Luciana Cimino
Nessuna zona rossa, ma i palazzi del potere restano blindati. Oggi la scuola torna in piazza. Studenti e universitari si ritroveranno a Piramide per poi confluire verso il centro. Il prefetto Pecoraro non chiuderà la città, ma ha fatto sapere che alcuni luoghi saranno inviolabili e non saranno tollerati caschi o travisamenti. Allarme per il corteo di Casapound autorizzato dalle autorità.
Nessuna zona rossa è prevista per oggi in una Capitale invasa dai cortei. Ma i cosiddetti palazzi del potere rimarranno comunque fuori dalla portata dei manifestanti. «Non facciamo zone rosse, autorizziamo solo itinerari chiesti. Se qualcuno all’improvviso scende in piazza senza autorizzazione ci saranno contromisure». Il prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, è chiarissimo.
Oggi alle 9.30 gli studenti e universitari si ritroveranno a Piramide e poi sfileranno verso il centro della città. Non hanno mai nascosto di voler arrivare sotto il Parlamento, anzi lo hanno annunciato anche ieri premettendo che «la violenza del 14 novembre non ci ha messo paura». «Percorreremo le strade del centro, saremo imprevedibili nell’attraversare la città e porteremo in piazza le pratiche che appartengono al movimento studentesco annunciano gli studenti di Link arrivare ai palazzi del potere, occupare luoghi significativi, segnalare le banche in quanto responsabili della crisi, bloccare la città». I book block, gli scudi di cartone e gommapiuma a forma di libro, ci saranno. «Torneremo in piazza con i book block, uno strumento con cui abbiamo difeso i nostri corpi e più volte provato a violare insensate zone rosse aggiungono porteremo anche i caschi, avendo sperimentato sulla nostra pelle la violenza ingiustificata delle forze dell’ordine». E insistono nel dire che sarà una protesta pacifica. Dal canto suo il prefetto Pecoraro, comunicando alla stampa che finora le forze dell’ordine non hanno indizi di una regia di scontri, risponde agli studenti: «i luoghi sacri della democrazia sono inviolabili».
Tuttavia apre a delle delegazioni, che in piccolo gruppo potrebbero incontrare oggi alcuni rappresentanti delle istituzioni. Chiusura netta invece verso «chi si presenta con scudi, martelli e caschi: ha ben altre intenzioni». E precisa: «il travisamento con il casco, come ogni sorta di travisamento, è punibile. Chi lo indossa se viene identificato sarà invitato a toglierlo, altrimenti è denunciabile». «Vorrei assistere a un corteo pacifico in cui si possano esprimere le proprie idee nel rispetto della legge e non a episodi negativi come quelli della settimana scorsa» ha detto Pecoraro, spiegando che «chi ha voluto gli scontri, e non sono state certamente le forze dell’ordine, ha fatto sì che l’attenzione dell’opinione pubblica si concentrasse sugli scontri stessi e non sui motivi della protesta». E ribadisce con chiarezza: «non abbiamo nessun interesse a determinare situazioni conflittuali ma non possiamo permettere che gli agenti siano lasciati alla mercé dei violenti». Le forze dell’ordine capitoline saranno impegnate su più fronti.
Ma oltre al corteo degli studenti,
oggi è previsto anche dalle 10 alle 14 un sit-in di professori e precari davanti il Ministero dell’Istruzione, poi il grande raduno della Flc-Cgil per in difesa della scuola pubblica (al quale hanno aderito anche Vendola, Ferrero, Di Pietro) in piazza Farnese, il corteo dei Cobas, quello dei neofascisti di Casapound, da piazza Mancini a Ponte Milvio, e il contro sit–in antifascista a Piazza dell’Esquilino.
Per adesso il dispositivo previsto dalla questura è quello ordinario. Contingenti a controllare testa e coda del corteo e nuclei mobili, palazzi istituzionali presidiati, cassonetti tolti in alcuni punti strategici. Blindato il centro storico. Nonostante le poteste di cittadini e associazioni (prima fra tutte l’Anpi ma in rete era nato anche un appello ad Alemanno «Contro i cortei neofascisti in città») la sfilata dei «fascisti del terzo millennio», come si autodefiniscono i militanti di CasaPound, non è stato bloccata. Ieri anche il presidente della Comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici aveva chiesto «al Prefetto di revocare l’autorizzazione alla manifestazione di Casapound, con tanto di candidatura alle amministrative. Questa è la ricostituzione del partito fascista ed è un reato».
Ma Pecoraro risponde che non si può. «Non abbiamo motivi di ordine pubblico né motivazioni per applicare la legge Scelba che possano autorizzare un divieto. Casapound ci ha chiesto un itinerario che poi abbiamo modificato in modo da evitare interferenze, riteniamo che possa essere pacifico». Dal canto suo il movimento di Gianluca Iannone annuncia che arriveranno in queste ore a Roma diversi pullman di militanti da tutta Italia per sfilare, «contro il governo delle banche di Monti». «Nessuna interferenza con i neofasciti», dicono intanto gli studenti ma annunciano che il loro corteo sarà caratterizzato da una «forte impronta antifascista».
La Stampa 24.11.12
La rivolta delle divise “Noi pronti a scansarci”
Monta la protesta tra le forze dell’ordine: “Non siamo tutelati”
di Francesco Grignetti
Finora era una provocazione di Beppe Grillo. «Soldato blu - aveva scritto sul suo blog il giorno dopo gli scontri di Roma non ti senti preso per i fondelli a difendere l’indifendibile, a non schierarti con i cittadini? Togliti il casco e abbraccia chi protesta, cammina al suo fianco». La notizia è che sta succedendo. Non perché poliziotti e carabinieri siano di colpo diventati grillini, ma perché il malumore dentro le forze di polizia è esploso oltre ogni limite. E così il 90% dei celerini a inizio settimana ha chiesto un giorno di ferie per evitare il servizio di piazza: protesta clamorosa, ma simbolica. Le ferie sono state respinte; gli agenti saranno al loro posto. Ma intanto il segnale è arrivato ai piani alti del Viminale. Il Cocer dei carabinieri, a sua volta, scrive: «Siamo del parere che il personale delle forze dell’ordine che deve difendere i palazzi del potere debba invece essere pronto a togliere i cordoni e scansarsi all’arrivo dei manifestanti facinorosi».
Clamoroso. Oggi si attende u n’e n n e s i m a giornata difficile per l’ordine pubblico, il ministro Annamaria Cancellieri non perde occasione per dire quanto sia «preoccupata» dalla deriva violenta delle proteste e ora, in tutta risposta, dalla pancia della polizia e dei carabinieri si alza un vero e proprio ruggito di rabbia. «Quelle parole sul numero di identificazione da mettere sui caschi - spiega Felice Romano, segretario del Siulp - hanno toccato un nervo delicatissimo. La Cancellieri non s’è resa conto che andava a intaccare l’ultima riserva morale dei nostri: l’orgoglio di servire lo Stato. Certo non è per uno stipendio da fame che si fa questo lavoro. Da qualche anno, poi, non c’è provvedimento che ci lasci in pace. La gente in divisa non ce la fa più. Restava l’orgoglio. Quando invece si inverte l’onere della prova, e con questa storia del numero identificativo si manda il segnale che deve giustificarsi chi è in piazza per garantire il rispetto delle leggi, e non chi arriva per scassare tutto, allora salta il tappo».
Gli fa eco Alessandro Rumore, appuntato dei carabinieri, delegato del Cocer: «Il carabiniere, quando torna a casa, e si sveste della divisa, è un italiano qualunque con i problemi di tutti. Figurarsi se non capisce la rabbia di chi ha perso o non trova il lavoro. Ai manifestanti, tra i quali potrebbero esserci i nostri figli, diciamo che siamo al loro fianco poiché i loro problemi sono anche i nostri. Con l’aggravante che alla fine ci ritroviamo ad essere abbandonati dal ministero dell’Interno e attaccati da opinionisti ignoranti in materia. E mentre veniamo mandati in piazza a prendere le botte, vediamo contestualmente approvare provvedimenti per noi oltremodo penalizzanti».
Il documento del Cocer, al riguardo, trasuda furia. «Dopo aver appreso che bisogna essere numerati come altri uomini che fanno tornare alla mente epoche tragiche del passato per essere picchiati e poi magari ricevere un premio in danaro».
Potrebbero sembrare parole sopra le righe. Ma il paradosso è che in questi giorni sono proprio i sindacalisti con le stellette a frenare la rabbia dei loro colleghi. Tra i celerini si è sfiorato l’ammutinamento. È circolata persino la propostachoc di mettere un punto interrogativo sul casco e presentarsi così agghindati in piazza. «Sarebbe stato un errore clamoroso - spiega Felice Romano - e li abbiamo dissuasi. La polizia non si può permettere di apparire men che affidabile».
Il punto è che polizia e carabinieri chiedono maggiore attenzione al governo. L’elenco delle doglianze è lunghissimo, dallo straordinario non pagato alle qualifiche non rispettate, ai turni che diventano sempre più pesanti per via dei buchi in organico, all’ultima questione delle pensioni. In piazza chiedono più tutele. Una delle misure legislative che hanno quasi «preteso», è l’arresto in flagranza differita per i violenti di piazza. Ha funzionato allo stadio, vogliono che sia esteso alle manifestazioni. I sindacalisti sciorinano alcuni numeri: nel 2010 ci sono stati 122 feriti tra le forze dell’ordine per incidenti in manifestazioni sportive; due anni dopo i feriti si sono dimezzati grazie al Daspo e all’arresto in flagranza differita. Per le manifestazioni di piazza, invece, i feriti sono passati da 260 (2010) a 711 (2011). E il trend peggiora. «Il disagio tra noi è fortissimo - conferma Nicola Tanzi, Sap - e c’è necessità di leggi più adeguate. Insistiamo: serve il fermo preventivo di chi si presenta travisato in piazza».
il Fatto 24.11.12
Giuseppe De Rita
“Siamo senza talento, anche per il crimine”
intervista di Antonello Caporale
Siamo una società di coriandoli. Linguette di carta che volano ciascuna per suo conto e si disperdono senza mai ritrovarsi. Una società di pesi piuma, senza grandi talenti, senza molti pensieri”.
Addormentati.
“Manca il conflitto sociale”.
Purtroppo o per fortuna?
“Il conflitto esibisce un pensiero, garantisce una riflessione, muove intelligenze, cambia la società. Il conflitto è benefico”.
Non c’è conflitto, ma c’è violenza.
“No, neanche questo è vero. La suggestione è frutto di una rifrazione mediatica, quasi un effetto ottico. Episodi singoli, onde emotive, sprazzi violenti in una società piuttosto vecchia e stanca, che ha corso troppo ed è ancora relativamente agiata”.
Le squadracce naziskin che puntano il coltello alla gola dei tifosi inglesi, la crudeltà delle parole che conducono al suicidio un ragazzino, la guerriglia per strada e i manganelli che la polizia esibisce nelle piazze, la criminalità organizzata che domina fette intere di territorio. Tutto insieme e tutto oggi. Troppo, e tanto da far paura. Giuseppe De Rita, che studia l’Italia con la cura e la precisione di un entomologo, invita a non esagerare. Conosce ogni sbuffo del Paese, i mal di pancia, gli sguardi rabbiosi e quelli indolenti. A volte lo vezzeggia come fosse un fanciullino, altre, ed è questo caso, lo stordisce con un ceffone sonoro.
“La violenza può essere un effetto collaterale di un conflitto sociale, di una crepa che si manifesta nella società, e di un pensiero organizzato che si contrappone a un altro. Col Sessantotto è nata l’Italia nuova, le piccole aziende, i grandi numeri del sommerso. Quello era un conflitto autentico. La storia patria dell’ultimo cinquantennio è figlia di quel conflitto. Oggi purtroppo non è così. Ignava quando non pigra, non conosce che la solitudine. Questi sono picchi di rabbia, piccole onde isolate”.
Ci sarebbe da rallegrarsene.
“Niente affatto. Marcuse illustrava questa nostra età, del cosiddetto tardo capitalismo: moltiplica l’offerta e distrugge il desiderio. Ecco, questa è una società senza desiderio, senza rabbia organizzata né un’idea condivisa di futuro. Siamo soli ma senza solitudini; soli e senza desideri”.
Disperazioni singole.
“Ci sono migliaia di precari, ma ciascuno vive la sua difficoltà nel silenzio della sua stanza, della sua casa. Nessuno riconosce come propria la precarietà dell’altro, non la identifica, non avverte relazione né connessione, e la sua difficoltà resta una questione domestica, un dilemma personale, una disgrazia singola. E la rete non collega i sentimenti e per di più azzera le relazioni fisiche. Siamo più vicini eppure molto più lontani l’uno dall’altro”.
Viva il conflitto!
“Il conflitto per essere vero ha bisogno di un pensiero, di una riflessione profonda. E il conflitto è benefico, serve alla società perchè la ristruttura, fa emergere idee e gambe. Uomini nuovi”.
E tutti questi coltelli in giro? E le botte da orbi per strada?
Questi che fenomeni sono?
“Magari mi iscriverete fra i beoti ottimisti, ma questi non sono sintomi di un conflitto, piuttosto enzimi di un disagio che la crisi tende a espandere. Non da sottovalutare ma non in grado di farmi dire: l’Italia è divenuta un Paese violento”.
La paura come effetto ottico?
Tipica rifrazione mediatica. Le cosiddette bolle. Si estremizzano e si rendono di massa particolari picchi emotivi”.
I continui disordini di piazza li rubrichiamo come picchi emotivi?
“Ricordo quando partecipai alle proteste per Trieste italiana. Botte da orbi per strada, eppure quella fu una ragazzata, non una cosa seria”.
Ah, ecco.
“Pensi se l’opposizione al berlusconismo si fosse tradotta in atti violenti. Immagini se i girotondi avessero deciso una battaglia anche fisica. Ecco, in quel caso”.
Meno male che non è stato così.
“Anch’io dico meno male. Non fraintenda. Non è che non veda il disagio o questi episodi. Ma la violenza è un’altra cosa. Mi pare più grave che non esista il conflitto, perchè significa che i gruppi sociali non hanno capacità di analisi, né profondità. Amico mio, siamo ancora parecchio immersi nell’agio”.
Italia in poltrona. “Ecco, mediamente in poltrona, asfittica, senza slancio e senza idee. Siamo una società a coriandoli: l’uno disperso per aria segue una sua propria traiettoria. Mille e mille coriandoli in cielo, ognuno per la sua via aerea”. Ci vuole talento anche per essere dei criminali.
“Anzitutto ci vuole organizzazione. Infatti si dice criminalità organizzata. Ed ha un senso definirla così”.
Non c’è consolazione.
“Mi pare proprio di no”.
Corriere 24.11.12
L'odio cieco degli ultrà senza politica
di Giovanni Bianconi
Destra e sinistra perdono importanza, il collante è la provenienza dai quartieri
ROMA — Quando sono andati a perquisire le case dei fermati, presunti aggressori del pub «Drunken Ship», i poliziotti non hanno trovato alcun indizio di militanza politica. Niente estrema destra, nessun riferimento a ideologie antisemite. Uno dei due arrestati — sostengono alla Digos — sarebbe vicino al gruppo di tifosi romanisti «Offensiva Ultras», ed era noto per aver partecipato ad alcuni scontri del 2006 che gli valse il divieto di entrare allo stadio. Ma dai reati contestati fu assolto, precisa il suo avvocato, e il divieto revocato.
Sei anni dopo, quel ragazzo di 27 anni di cui l'unica militanza conosciuta è quella nel tifo giallorosso (e c'è chi afferma che sia un «cane sciolto», senza legami coi gruppi organizzati) si ritrova coinvolto nel raid contro i supporter inglesi. Che col passare delle ore sembra assumere una colorazione più «sociale» che razzista. Più di appartenenza identitaria che a schieramenti ideali: ultrà di casa nostra contro ultrà britannici, senza distinzione tra una squadra e l'altra se sarà dimostrato che al fianco dei romanisti c'era pure qualche laziale. Gli investigatori che si occupano di tifo estremo studiano da tempo le dinamiche delle curve, e per quella di marca giallorossa sono giunti a una conclusione: le adesioni politiche che negli anni passati erano inizialmente orientate in prevalenza a sinistra e successivamente a destra, negli ultimi tempi hanno lasciato il posto a un sentimento di ribellione e protesta generalizzata che supera le barriere ideologiche. Un oltranzismo indirizzato essenzialmente contro le forze dell'ordine, simbolo dell'istituzione contrapposta alla cosiddetta «mentalità ultras».
Del resto la militanza politica ha perso buona parte del suo fascino in tutta la società civile, ed è naturale che ciò sia avvenuto anche in quello spicchio molto particolare che sono le curve degli stadi, dove dentro si può trovare di tutto. Miscelato secondo regole non sempre chiare. Tra chi aveva un'identità politica c'è chi l'ha conservata, ma al momento degli scontri passa in secondo piano. Che si debbano affrontare «le guardie» o i sostenitori delle squadra avversarie, come l'altra notte. Prevale l'alleanza contro il nemico comune, la rivolta violenta come valore in sé, che dà luogo a strane commistioni. Capita così che militanti di destra e di sinistra si ritrovino al fianco di chi non s'è mai interessato di partiti, e che i romanisti ingaggino battaglie insieme ai laziali, uniti dalla frequentazione dello stesso ambiente: un quartiere, una periferia, un qualsiasi luogo di ritrovo o aggregazione. E se c'è da assaltare un bar con gli inglesi dentro, magari per vecchie ruggini, o da fronteggiare un muro di celerini, si va insieme.
Il gruppo «Offensiva ultras», al quale secondo gli investigatori faceva riferimento uno dei fermati per l'aggressione di giovedì notte, potrebbe essere un esempio di questa evoluzione. A giudicare dalle foto della curva Sud sembra frequentato da estremisti di destra: lo striscione esposto nella parte bassa degli spalti appare spesso affiancato da qualche croce celtica, e alcune scritte sui muri sono accompagnate dal fascio romano stilizzato. Poi però, tra gli imputati per gli scontri alla manifestazione degli Indignati del 15 ottobre 2011 (quella terminata con la camionetta dei carabinieri data alle fiamme in piazza San Giovanni) figurano due ragazzi di 20 e 27 anni appartenenti proprio a «Offensiva». Strano, visto che quell'appuntamento era stato indetto dalla sinistra più estrema e arrabbiata. Meno strano se si considera che nei tumulti furono coinvolti ultras di altre squadre venuti da città come Livorno, Ancona, Teramo. Tifoserie notoriamente catalogate a sinistra, ma è probabile che in quell'occasione la calamita fosse più la prospettiva di battagliare con gli sbirri che non la proposta politica sottesa al corteo.
Pochi giorni fa, all'indomani del derby Lazio-Roma, è stato arrestato un altro tifoso ritenuto affiliato a «Offensiva ultras». Ha 23 anni, ed è accusato di aver lanciato una molotov contro le forze dell'ordine: azione tipica di una manifestazione politica d'altri tempi più che di disordini da stadio, dove solitamente compaiono armi improprie di diverso tipo. Il processo dovrà stabilire se è davvero colpevole, lui come gli altri inquisiti per i tanti episodi di violenza legati al tifo. Che certamente possono avere anche connotazioni politiche o razziste. Ma il collante nella maggior parte dei casi pare diverso. Qualche settimana fa alcuni gruppi di laziali avevano preparato un'accoglienza poco amichevole per i sostenitori del Panathinaikos che in quell'occasione erano spalleggiati dai romanisti. Ma al momento di partire all'attacco hanno trovato i reparti schierati dalla polizia, che era riuscita a intercettare i piani di battaglia. E non è successo quasi niente.
l’Unità 24.11.12
Antisemitismo Fatti e opinioni
di Moni Ovadia
IL LETTORE DI QUESTO GIORNALE SA CHE SONO UN SUO COLLABORATORE CON UNA RUBRICA SETTIMANALE E CON QUALCHE ALTRA RAPSODICA «INCURSIONE» CHE MI VIENE RICHIESTA DI TANTO IN TANTO. Spesso approfitto dello spazio concessomi per scrivere di Medioriente e specificamente di conflitto israelo-palestinese (fatto). Ogni volta che, sulla dolorosa questione, esprimo le mie idee strettamente personali e, ribadisco «strettamente personali» perché non rappresento nessuno, piovono contro di me le accuse di ebreo antisemita, nemico del popolo ebraico o traditore (opinioni).
Questo avviene tramite mail, post e dichiarazioni su vari blog e siti inviatimi da fanatici, farabutti o sbroccati di varia risma (opinione). Alcune persone, sia amici che detrattori, ritengono che ciò che dico e penso, anche a causa della passione partecipante con cui mi esprimo, abbia un’influenza rilevante a causa della mia notorietà e che quindi dovrei essere cauto (opinione). Io sostengo invece che ogni essere umano, in democrazia, sia libero di esprimere come meglio crede le sue idee (opinione) e se coloro che non le condividono o vi si oppongono ravvisano nei suoi discorsi i reati di istigazione all'odio o al razzismo, possono rivolgersi all'Autorità giudiziaria per denunciarlo (fatto) in luogo di spargere vigliaccamente ripugnanti accuse protetti dalla libertà della rete (fatto). Sono ebreo e, a mio modo, ho dedicato trent'anni e più della mia vita professionale e di studio, alla cultura ebraica della Diaspora in particolare quella yiddish (fatto). Ho contribuito alla diffusione dei suoi valori e della sua espressività nel mio Paese (fatto). Antisemitismo è sottocultura dell'odio e della violenza contro gli ebrei (fatto) ed io ho sempre combattuto con tutte le mie forze quest’ideologia criminale come ebreo e come essere umano (fatto).
Ho invece criticato aspramente le politiche di molti governi israeliani (fatto). Esponenti istituzionali e della destra e dell'estrema destra e loro sostenitori in Israele e nella Diaspora, sostengono che chi professa posizioni politiche radicalmente avverse alla loro, sia antisemita tout court (opinione). Io penso invece che costoro siano fanatici, affetti da cortocircuiti psicopatologici o, peggio, siano dei fascisti (opinione). Non ho mai messo in discussione il diritto di Israele all'esistenza, né la sua piena legittimità (fatto), in primis perché la proclamazione e la nascita dello Stato di Israele è stata sancita a grande maggioranza da una risoluzione dell'Onu (fatto) e io credo al valore della legalità internazionale pur riconoscendo gli enormi limiti che limitano l'efficacia dell'azione degli organismi preposti alla sua tutela (opinione). Altresì condivido l'assioma che non possa essere messo in discussione l'inviolabile diritto a tutelare la sicurezza dei propri cittadini per ogni nazione, nessuna esclusa (fatto). Nethanyahu, Lieberman e i loro ultras invece praticano il credo che al governo israeliano sia sempre e comunque consentito violare il diritto internazionale (fatto). Condannano giustamente il lancio di razzi da parte di Hamas sulle città israeliane (fatto) e gli attentati terroristici (fatto), ma hanno trovato giusto blindare Gaza come in una gabbia con un blocco totale, compreso quello navale, glissando sulle convenzioni che considerano l'assedio un atto di guerra (fatto). Praticano l'occupazione e la colonizzazione di terre dei palestinesi con ininterrotto accanimento (fatto), li espropriano dalle loro case a migliaia o le demoliscono (fatto), li cacciano dalle loro terre e gliele rubano (fatto), razionano loro l'acqua (fatto), praticano durante le operazioni militari stragi di civili e punizioni collettive che rende un inferno la vita della popolazione inerme, in particolare quella dei bimbi (fatto), hanno instaurato un apartheid de facto e promuovono l' «ebraizzazione» di Gerusalemme con continue requisizioni (fatto). Questi sedicenti democratici promuovono, senza se e senza ma, questi abusi e criminalizzano chi li condanna con l'infamante calunnia di antisemita (opinione). Ma se stare dalla parte degli oppressi, dei discriminati, dei segregati, chiunque essi siano e chiunque sia l'oppressore è antisemitismo, allora sì, lo confesso, sono un ebreo antisemita (opinione e fatto).
l’Unità 24.11.12
Femminicidio: ribelliamoci ora
di Roberta Agostini
Sono più di cento le donne uccise fino ad oggi nel nostro paese. Dal sud al nord senza distinzione di nessun tipo, reddito, livello di istruzione, etnia, appartenenza religiosa. Un solo elemento unifica queste morti: sono tutte o quasi state uccise da chi conoscevano, il partner, un familiare, un cosiddetto amico.
Uccise perché donne, ma in realtà i dati non li conosciamo veramente perché non abbiamo un sistema informativo che ci consenta di monitorare il fenomeno nei suoi diversi aspetti. L’ultima ricerca approfondita l’ha fatta l’Istat nel 2007. L’anno dopo un gruppo di giornaliste e scrittrici ha pubblicato un libro «Amorosi assassini» analizzando per un anno le pagine dei quotidiani e raccogliendo in ordine cronologico, mese per mese, circa trecento casi di violenza e tracciando una terribile e dolorosa fotografia della vita e della morte di quelle donne.
Ma quante rimangono in silenzio? Le donne pagano con la vita per aver detto un no, quel «no» che fu pronunciato da Franca Viola tanti anni fa, che ha cambiato i rapporti tra uomini e donne nel Paese, ma che ancora non si è affermato, così come le parole autonomia ed eguaglianza.
Intorno a questo 25 novembre ci siamo ritrovate in tante occasioni, associazioni, ong, donne impegnate nella politica e nelle istituzioni per discutere di come rilanciare la battaglia contro la violenza. Un primo obiettivo concreto, importantissimo è stato raggiunto anche grazie al nostro impegno parlamentare e alla raccolta di firme che abbiamo promosso in molte città: il governo il 27 settembre scorso ha firmato la convenzione di Istanbul e dobbiamo fare in modo che la legge di ratifica venga approvata entro la fine di questa legislatura, dotando il nostro Paese di uno strumento essenziale di contrasto alla violenza.
In più occasioni dalla presentazione della convenzione «No more», promossa da numerose ed importanti associazioni, alle iniziative di «Se non ora quando», fino alla presentazione della proposta di legge del Pd al senato ci siamo tutte dichiarate d’accordo sul fatto che la violenza non è un fatto privato e non è neppure un’emergenza, ma un dato strutturale in una società che pone donne ed uomini in una relazione di disparità e di dominio.
Per combatterla servono politiche concrete in un’ottica multidisciplinare ed integrata: serve uno sforzo coordinato tra enti locali e livelli nazionale e sovranazionale. Serve una rete forte e sinergica tra i diversi attori del contrasto: centri antiviolenza, magistratura, forze dell’ordine, presidi sociali e sanitari e serve la loro formazione aggiornata e costante. Servono risorse per le politiche di accoglienza delle vittime (in Italia ci sono 500 posti letto e ne servirebbero 5000) e per le politiche di prevenzione. Serve una cultura nuova e diversa di educazione alla parità e al rispetto, una battaglia della quale dovrebbero essere protagonisti la scuola, gli insegnanti, i ragazzi ed i mass-media, tutti. Di fronte ad un fenomeno tanto complesso, le politiche giudiziarie e di sicurezza possono essere una risposta solo molto parziale.
Serve una reazione civile, una nuova consapevolezza dell’autonomia e della libertà femminile, dalle quali nascono nuove relazioni tra uomini e donne che poggiano sulla reciprocità, sul rispetto e non sul dominio. Un riconoscimento reciproco tra uomini e donne fondato sul senso dei propri limiti.
Domani sceglieremo il futuro candidato alla presidenza del consiglio, ma saremo uniti, uomini e donne, per ribadire il nostro impegno costante contro la violenza.
l’Unità 24.11.12
Accendere la luce sulla violenza. Domani le donne si mobilitano
di Cristiana Cella
Per troppi anni le donne italiane vittime di violenze, intimidazioni e umiliazioni, sono state private della loro libertà e dei loro diritti, nascoste sotto un burka fatto di paura, ignoranza, omertà, vergogna, silenzio. E il silenzio è anch’esso violenza. Per anni, violenze psicologiche e fisiche, fino agli omicidi, sono state rinchiuse nell’ambito ambiguo del privato, nella colpevole tolleranza di una cultura distorta e diffusa, nella palude del sommerso. Non esistono neppure dati certi. Nell’unica ricerca del 2007, dell’Istat, si parla di 6 milioni di donne vittime di stupro, minacce e molestie. Quasi sempre ignorate. Si è giustificata la violenza con la gelosia, la passione, il dolore di essere abbandonati. Le parole sono importanti, hanno conseguenze e l’amore non ha nulla a che fare con la violenza. Le cose, adesso, cominciano finalmente a cambiare, grazie alla tenacia di donne coraggiose, che hanno continuato a denunciare, proteggere e combattere, nelle loro vicende personali, nelle associazioni, nei media e nei Centri Antiviolenza. La parola femminicidio è entrata con forza nel vocabolario, come «specifico reato e crimine contro l’umanità», come scrive Barbara Spinelli.
Nel 2012 l’Italia è scesa dal 74° all’80° posto – dopo il Ghana e il Bangladesh – nella classifica del Gender Gap Report sulla condizione della donna nel mondo, stilata dal World Economic Forum. Nel 2011 e nel 2012 le nazioni Unite e il Comitato Cedaw hanno redarguito il nostro Paese, preoccupati non solo per la diffusione della violenza contro donne e bambine e per l’elevato numero di femminicidi ma anche per « il persistere di tendenze socio-culturali che minimizzano o giustificano la violenza domestica».
Nel testo della Convenzione «No more» (www.nomoreviolenza.it), promossa da diverse associazioni di donne si chiede al Governo di verificare l’efficacia del Piano Nazionale contro la violenza varato nel 2011, perché la protezione della vita e della libertà delle donne diventi subito priorità dell’agenda politica. La prima risposta è stata quella del Presidente Napolitano che ha mandato ieri una lettera di ringraziamento al Cooordinamento delle Associazioni promotrici. Cinquanta parlamentari hanno, intanto, aderito all’interpellanza lanciata da Rosa Callipari del Pd.
La data di domani non sarà più solo una ricorrenza formale e scomoda. Ma una giornata di mobilitazione nazionale per divulgare, riflettere e trovare soluzioni concrete. Urgenti, perché il fenomeno non fa che aumentare. In media ci sono più di 100 femminicidi all’anno, quest’anno, siamo già a 115, una donna su tre subisce violenza fisica o sessuale nel corso della sua vita. Secondo le anticipazioni dei dati 2012 di Telefono Rosa questo tipo di abusi, all’interno dei rapporti amorosi, ha raggiunto l’85% di tutte le violenze, il 3% in più del 2011. Per il 25 novembre, Telefono Rosa ha organizzato al Centrale Teatro Preneste, a Roma, alle ore 10, uno spettacolo (15 22, scritto da Pina Debbi, regia Tiziana Sensi; titolo che prende spunto dal numero nazionale antiviolenza che dal 19 dicembre sarà gestito da Telefono Rosa) per far conoscere e riflettere sul fenomeno. Moltissime le iniziative di associazioni di donne per accendere i riflettori sulla ‘normalità’ di questa inaccettabile tragedia che si consuma ogni giorno.
Far luce e trovare soluzioni sono le parole d’ordine della giornata di domani. Simbolicamente, dalle ore 17 in poi, si illuminerà anche il Colosseo. Far luce anche su quelle forme di violenza meno conosciute, come stalking, intimidazioni e minacce, di cui sono vittime le donne per il loro lavoro.
Il 27 si terrà a Montecitorio, un convegno sulle gravi minacce di cui sono state vittime nel 2012 molte giornaliste. Nasce in questi giorni anche una nuova associazione, «Hands off WomenHow», con l’obiettivo di creare una rete internazionale di associazioni e persone per contrastare la violenza sulle donne. In questi giorni si rinnova anche il sito zeroviolenzadonne.it.
Cambiare è possibile ma richiede il coinvolgimento di tutta la società, soprattutto degli uomini.
Corriere 24.11.12
Stato palestinese, l'Italia chiede una linea europea
di Maurizio Caprara
ROMA — Il «cessate il fuoco» tra Israele e Hamas su Gaza non elimina per l'Italia un problema: che cosa votare sulla risoluzione con la quale l'Autorità nazionale di Abu Mazen vorrebbe far salire alle Nazioni Unite la condizione della rappresentanza palestinese da delegazione di «ente» con invito permanente a quella di Stato osservatore non membro? A caldeggiare un «sì» alla proposta che verrà portata il 29 novembre nell'Assemblea generale a New York è stato ieri alla Farnesina il ministro degli Esteri palestinese Riad al Malki.
Ricevuto dal suo collega Giulio Terzi, l'inviato di Abu Mazen ha giudicato il colloquio «franco e amichevole». In pubblico Terzi ha affermato che la scelta italiana «non è ancora definita» perché il governo punta a una posizione comune dell'Unione Europea e reputa i negoziati israeliano-palestinesi «il principale binario» per un processo di pace.
Tra i 193 Paesi dell'Onu, Abu Mazen conterebbe su oltre 120 voti. Il governo italiano preferirebbe un'astensione europea. Qualora non la ottenesse, Israele, contrario alla richiesta palestinese, ha chiesto nei canali diplomatici di votare contro per bilanciare i favorevoli dell'Ue. I presupposti per una spaccatura non mancano: Svezia, Portogallo, Irlanda, Lussemburgo, Malta sono per il «sì», la Francia non lo esclude. La Repubblica Ceca tende verso il «no», Germania e Olanda potrebbero aggiungersi. Di astensionisti ne esistono, ma qualcuno teme che il rafforzamento di Hamas non debba indurre a indebolire Abu Mazen. Nell'attesa, Terzi si è premurato di dire: il voto «non va interpretato come un referendum tra Stato palestinese sì o no».
Corriere 24.11.12
Il peso insostenibile della pace
Keynes: così la Conferenza di Parigi nel 1919 preparò la tragedia
di Pietro Citati
Non ho mai letto la Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta, che John Maynard Keynes pubblicò nel 1936. E me ne vergogno. Ma mi permetto di consigliare a qualsiasi lettore Le conseguenze economiche della pace (Adelphi), che ebbe un grande successo subito dopo la Conferenza di pace di Parigi nel 1919. Ora Adelphi pubblica un piccolo libro, Le mie prime convinzioni (a cura di David Garnett, Pierangelo Dacrema e Brunella Bruno, con un saggio di Giorgio La Malfa, pp. 148 12), che sviluppa la materia delle Conseguenze economiche della pace. Il 2 febbraio 1921 Keynes ne lesse una parte ai suoi amici di Bloomsbury. «Caro Maynard», gli scrisse Virginia Woolf, «ci faresti avere il tuo manoscritto in modo che possiamo leggere quello che ci siamo persi ieri sera? Lo terremo segreto, e te lo restituiremo subito. Ci è parso magnifico, e non so dirti quanto ti invidio per il modo come descrivi i personaggi».
Keynes aveva passato i primi mesi del 1919 a Parigi come rappresentante del ministero del Tesoro inglese alla Conferenza di pace. Tutti gli alberghi di Parigi erano occupati da rappresentanti dei vari paesi, dalla Gran Bretagna alla Germania agli Stati Uniti all'Australia al Giappone. Come un vero figlio di Ermes, Keynes si muoveva tra la protervia, la stolidità e l'inutile sottigliezza dei politici di tutto il mondo, e li guardava con un occhio spaventosamente ironico. «Un senso di incombente catastrofe — scriveva — sovrastava la frivola scena; la futilità e piccolezza dell'uomo davanti ai grandi eventi che lo fronteggiavano; il misto di impotenza e irrealtà delle decisioni; leggerezza, cecità, arroganza, grida confuse da fuori: tutti gli elementi della tragedia antica erano presenti». Ma, stando seduto tra i teatrali ornamenti nei saloni di gala francesi, Keynes si chiedeva se i volti di Wilson e Clemenceau fossero delle vere facce umane, e non «le maschere tragicomiche di qualche strano dramma o spettacolo di burattini».
A Parigi, gli Alleati stavano preparando per la Germania una pace cartaginese: la prosecuzione dell'embargo, l'occupazione del territorio tedesco, la proibizione di commercializzare, al di fuori dei propri confini, oro, titoli esteri o altre disponibilità liquide, la requisizione della flotta mercantile. Dapprima alla conferenza e poi nelle Conseguenze economiche della pace, Keynes con la sua calma voce ironica dimostrava cosa sarebbe successo: dapprima la disperazione e la fame in Germania, poi la diffusione d'odio verso i vincitori, infine la futura vendetta dei vinti, che dopo due decenni avrebbe portato all'autodistruzione dell'Europa.
Ciò che affascina e meraviglia nelle Conseguenze economiche della pace è il dono narrativo e il talento psicologico, che ne fanno un capolavoro letterario, da mettere accanto ai libri di Virginia Woolf e di Lytton Strachey.
Ecco le mirabili pagine su Clemenceau. «Nel Consiglio dei Quattro — Clemenceau portava una giubba a tagliere di buon panno nero, e alle mani, che non erano mai scoperte, guanti grigi di pelle scamosciata; le scarpe erano di grosso cuoio nero, ottime, ma di foggia campagnola, e a volte fermate sul davanti, curiosamente, da una fibbia invece dei lacci. Nella sala della casa del presidente Wilson in cui si tenevano le riunioni regolari del Consiglio dei Quattro, Clemenceau sedeva su una seggiola quadrata, rivestita di broccato, nel mezzo del semicerchio davanti al caminetto, con alla sua sinistra il primo ministro italiano Orlando e, accanto al caminetto, il presidente Wilson, e alla sua destra, dirimpetto a Wilson, il premier britannico Lloyd George». «Non aveva con sé carte né portafogli e non era assistito da un segretario personale, ma vari ministri e funzionari francesi confacenti all'argomento in esame erano presenti intorno a lui. Il suo passo, la mano e la voce non mancavano di vigore; nondimeno, specialmente dopo l'attentato di cui era stato oggetto, aveva l'aspetto di un uomo molto vecchio, che riservava le sue forze per le occasioni importanti. Parlava di rado, lasciando l'esposizione iniziale del punto di vista francese ai suoi ministri o funzionari; spesso chiudeva gli occhi e se ne stava rilasciato sulla sedia con un viso impassibile di cartapecora, le mani guantate di grigio intrecciate in grembo. Una breve frase, recisa o cinica, era in genere sufficiente, una domanda, una sconfessione netta dei suoi ministri senza salvarne la faccia, o un'impuntatura caparbia rafforzata da qualche parola in un inglese dalla pronuncia asprigna. Ma eloquenza e fervore non mancavano quando ce n'era bisogno, e l'improvvisa eruzione verbale, spesso seguita da un accesso di tosse cavernosa, produceva il suo effetto piuttosto col vigore e la sorpresa che con la persuasione».
* * *
La figura di Keynes mi incanta, e rinuncerei volentieri al posto importantissimo che egli ha segnato nella scienza economica, per raccogliere le tracce lasciate in quella meravigliosa raccolta di chiacchiere, pettegolezzi e opinioni che sono le Lettere di Virginia Woolf. Keynes vi appare dappertutto, sempre sottile, intelligente e frivolo. Frequentava Virginia: per qualche tempo abitò un pied-à-terre al piano sotto il suo: andava a trovarla nella sua casa di campagna; e quando prese in affitto una casa a Gordon Square ne fece il centro di una nuova Bloomsbury, dando feste e balli in maschera.
Nelle lettere di Virginia Woolf appare continuamente Lydia Lopokova, che aveva danzato come prima ballerina della compagnia Diaghilev nel 1916, 1919 e 1925, nelle rappresentazioni della «Boutique Fantasque», di «Les Sylphides» e della «Bella addormentata». Ritornò a ballare nel 1926 in un adattamento da Milton, e immaginava di mimare anche delle scene di Orlando. Almeno nei primi anni di conoscenza, sembrava deliziosa a Virginia Woolf: veniva a trovarla di tanto in tanto, come un uccellino che saltava allegramente da un ramo all'altro; graziosa, esuberante, spiritosa, simpaticissima. Aveva l'aria di uno scoiattolo: stava seduta per ore e ore a lustrarsi il naso con le zampe anteriori.
Malgrado una relazione con Duncan Grant, Keynes spalancava i suoi occhi limpidi sul mondo femminile, e quando vide Lydia Lopokova danzare nella compagnia Diaghilev, si innamorò di lei. Voleva sposarla, dovette affrontare ostacoli: ci riuscì soltanto il 4 agosto 1925, e venti giorni dopo diede un grande ricevimento. Malgrado la simpatia per Lydia, Virginia era stata contraria al matrimonio. «Penso veramente — aveva scritto alla sorella — che dovresti fermare Maynard prima che sia troppo tardi. Non riesco a credere che si renda conto delle possibili conseguenze. Mi vedo fin troppo bene Lydia diventare grassa, affascinante, esigente; Maynard entrare nel governo; e casa sua diventare luogo di duchi e di primi ministri. Maynard, che è un uomo semplice, sprofonderebbe irrimediabilmente prima di rendersi conto della sua condizione. Poi si sveglierebbe, per ritrovarsi con tre bambini, e controllato a vita». Lydia era molto meglio come bohèmienne senza legami, affamata e piena di speranze, che come matrona, con tutti i suoi diritti assicurati.
A Londra e nella sua casa di campagna, Virginia Woolf continuò a controllare, con ironia non sempre benevola, il matrimonio dell'uccello-scoiattolo con il grande economista scrittore. Lydia aveva un carattere gradevole e un cervello limitato. Il suo contributo era uno strillo, un ballo: poi il silenzio, come una bambina remissiva, con le mani intrecciate. «Dicono — scriveva Virginia — che ora si può conversare con Keynes solo usando parole di una sillaba. Se no, Lydia non capisce». Tutto quello che aveva preveduto intorno a Keynes e a Lydia — aggiunse — si stava avverando. «Hanno pranzato con noi due sere fa; e mio Dio! Il passerotto si sta già trasformando in una gallina, riservata, silenziosa, seria, matura, completa di uovo, penne e coccodè. Uno spettacolo davvero triste, e vedo avvicinarsi il giorno in cui non sopporterà nessuna allusione alla danza».
Credo che Virginia esagerasse. La ballerina-passerotto continuò a saltare con grazia da un ramo all'altro; e lo scoiattolo non smise di lustrarsi il naso con le piccole zampe anteriori.
Corriere 24.11.12
Censure feroci su Bergman L'Italia tradì anche i dialoghi
Sesso e religione, stravolte intere frasi nel doppiaggio
di Paolo Mereghetti
La «verginità» trasformata in «sfacciataggine». Il figlio in nipote, a scanso equivoci incestuosi. E se una donna racconta che la prima volta che ha fatto l'amore era «in chiesa» lo spettatore italiano sente invece «in un sottoscala». Non sono errori di traduzione, sono interventi deliberati che la censura italiana impose, tra i tanti, ai film di Ingmar Bergman prima di concedere il visto.
Siamo abituati a pensare al censore come a una specie di Edward mani-di-forbice sempre pronto a far sparire baci proibiti o scollature provocanti (quando non addirittura a inviare al rogo film troppo osceni per essere «recuperati» come Ultimo tango a Parigi). Eppure nel caso del maestro svedese l'intervento fu persino più subdolo e invasivo, arrivando anche a cambiare dialoghi e battute. La prova ce la dà la «Bergman Collection»: 25 titoli (più due solo sceneggiati e vari documentari sul suo lavoro) che Bim, Qmedia e 01 metteranno in vendita entro febbraio, ognuno accompagnato da un ebook di analisi e documentazione curato da Roberto Chiesi e Paola Cristalli della Cineteca di Bologna, dove i film non solo hanno ritrovato lo splendore originale (grazie a un restauro in alta definizione) ma sono stati reintegrati delle scene tagliate. Mentre i sottotitoli in italiano permetteranno di verificare le assurdità e gli oscurantismi imposti dalla censura in fase di doppiaggio.
Prendiamo uno dei film più famosi di Bergman, Il posto delle fragole, viaggio onirico di un vecchio professore che ripensa alla sua vita: le parole sarcastiche del protagonista a proposito di un prete sparirono, così come il riferimento beffardo di uno dei giovani autostoppisti a un coetaneo che voleva prendere i voti. E quando la giovane Sara confesserà la propria verginità, gli italiani pensarono che parlasse della sua sfacciataggine mentre l'ironico interrogativo «Ma come si può credere in Dio?» fu cambiato in «Ma perché discute sempre di Dio?».
Altri esempi. Nei Quattrocento colpi, Antoine Doinel ruba in un cinema una foto di Harriet Andersson seminuda in Monica e il desiderio. Chissà che cosa avrà pensato lo spettatore italiano, a cui il film arrivò con 25 metri di tagli, che fecero sparire tutti i nudi della protagonista, così come furono accorciate o manipolate le scene in cui Monica fa entrare nel proprio sacco a pelo il fidanzato Harry. Tutte scene che naturalmente l'edizione in dvd reintegra, così come sarà possibile ritrovare le intenzioni originali del regista in Sorrisi di una notte d'estate: il figlio dell'avvocato Egerman ridiventa figlio da nipote e quando una domestica troppo disponibile sarà apostrofata con «Una cameriera resta sempre una cameriera» i sottotitoli ci sveleranno che Bergman aveva fatto dire «Una sgualdrina resta sempre una sgualdrina». Così come «una goccia di seme di una pozione d'amore» diventa «una goccia di sangue», dai dialoghi spariscono le allusioni a Martin Lutero (siamo un Paese cattolico o no?) e gli studi «di teologia» diventano studi «di filosofia».
L'ecatombe non si ferma. Nel Settimo sigillo la canzone medioevale che canta lo scudiero viene purgata e stravolta (Non più «Tra le gambe di una troia/è la vita una gran gioia./In alto siede l'Onnipotente/così lontano che è sempre assente/mentre il Diavolo suo fratello/lo trovi anche al tuo cancello» bensì «È stanco il cavaliere/è stanco lo scudiero/ma il cavaliere è fiero/e ammetterlo non può./Ei sogna di pranzare/di bere e poi dormire/però non lo vuol dire o forse non lo può»). Nella Fontana della vergine saltarono 30 secondi nella sequenza dello stupro e la censura aggiunse addirittura un fotomontaggio per dissimulare un'inquadratura. Ma forse lo scempio maggiore lo subì Il silenzio che anche in Svezia suscitò reazioni controverse e in Argentina fece condannare il distributore a un anno di carcere (per fortuna con la condizionale). Vietato ai minori di 18 anni nonostante la soppressione totale di ben tre scene (quella in cui Anna spia una coppia che fa l'amore, quella in cui Ester si masturba e quelli finale dell'amplesso tra Anna e uno sconosciuto), il film trasformò una «chiesa» in uno «scantinato», il monologo in cui Ester confessa il suo disgusto per gli uomini perse tutta la sua crudezza («sangue e muco» diventano «ormoni e uomini» e via di questo passo) arrivando a «far pentire» la donna della propria sessualità mentre l'arbitraria traduzione della misteriosa parola «Hadjek» con «anima» (sul biglietto che scrive Ester) aprì il film a una lettura spiritualista che Bergman non voleva assolutamente.