martedì 20 novembre 2012

l’Unità 20.11.12
Cento morti in sei giorni a Gaza
Riservisti già schierati ai confini
La lista delle vittime diffusa da una blogger: «Non siamo solo numeri»
di U.D.G.


Rinan Arafat, 7 anni. Omar Al-Mashharawi, 11 mesi. Walid Al-Abalda, 2 anni. Hanin Tafesh, 10 mesi. Oday Jammal Nasser, 16 anni. Fares Al-Basyouni, 11 anni. Mohammed Sa`d Allah, 4 anni. Gumana Salamah Abu Sufyan, 1 anno. Tamer Salamah Abu Sufyan, 3 anni... Non sono numeri gli oltre 100 palestinesi morti nei primi sei giorni dei raid aerei israeliani su Gaza. Ognuno di loro, ha un volto, un nome, una storia. Una giovane blogger palestinese residente a Gaza, Shahd Abusalama, ha deciso di pubblicare i nomi e l’età delle persone uccise nei raid aerei israeliani. «Siccome non siamo solo numeri, continuate a seguire questo post sui nomi ed età delle persone assassinate, vittime nei giorni scorsi degli attacchi israeliani a Gaza da mercoledì», ha scritto Abusalama sul blog.
Mentre al Cairo si tratta, a Gaza si continua a morire. In cinque giorni di attacchi i feriti sarebbero oltre 700. Lunedì mattina l’offensiva israeliana contro i gruppi palestinesi avrebbe mietuto oltre dieci vittime. In mattinata quattro persone sono state uccise in un quartiere di Zeitun, nella città di Gaza: fra le vittime 2 ragazze di 20 e 23 anni e un bambino di 5 anni. Altri tre palestinesi, tutti membri della stessa famiglia, sono morti quando l’auto sulla quale viaggiavano è stata colpita nei pressi di Deir al-Balah, zona centrale del territorio palestinese. Un’altra vittima è un agricoltore di 50 anni, ucciso dai bombardamenti su Beit Lahiya, nel nord della Striscia. Altri 2 sono morti durante un raid su Qarara, ad est di Khan Yunes, nel sud della Striscia.
Almeno 18 bambini palestinesi hanno perso la vita e 252 sono quelli rimasti feriti dall’inizio delle ostilità a Gaza, e ci sono bambini anche tra i 50 civili israeliani feriti: questi i dati dell’Unicef aggiornati alle ore 15,00 di ieri. Ma il bilancio delle vittime, avverte l’organizzazione, si aggrava di ora in ora. L’Unicef esprime la sua profonda preoccupazione per il deteriorarsi della situazione e per l’impatto che essa ha sull’infanzia sia a Gaza che in Israele.
A Gaza, secondo l’organizzazione, desta allarme soprattutto la situazione sanitaria: gli ospedali sono sovraffollati a causa dell’afflusso continuo di feriti e le scorte di alcuni farmaci si sono rapidamente esaurite. L’Unicef sta predisponendo l’invio, dal suo centro logistico di Copenaghen, di scorte di emergenza per 14 farmaci di base. In queste ore, secondo l’agenzia per l’infanzia delle Nazioni Unite, le condizioni di sicurezza non consentono interventi umanitari all’interno di Gaza, anche se 5 team di psicologi dell’organizzazione stanno visitando ospedali e abitazioni private per fornire assistenza ai bambini che hanno subito shock o hanno assistito a scene violente.
L’ATTACCO AL CENTRO MEDIA
Anche uno dei media center di Gaza City è stato colpito e almeno 4 persone sono morte, mentre diverse altre sono rimaste ferite. Si tratta di un complesso già colpito nella notte fra sabato e domenica e che ospita anche alcune redazioni giornalistiche straniere e gli studi di Al-Aqsa tv, canale di Hamas. Fra le vittime del media center c’è anche Ramez Harb, il leader delle brigate Al Quds, braccio armato della Jihad islamica. E si conta anche un primo morto in Cisgiordania: si tratta di un palestinese identificato come Rushdi al-Tamimi, 31 anni. Era stato ferito gravemente dai colpi di arma da fuoco sparati dalla polizia di frontiera dello Stato ebraico mentre partecipava a una manifestazione di solidarietà con la popolazione della Striscia nel villaggio di Nabi Saleh, una quindicina di chilometri a nord-ovest di Ramallah.
La Striscia di Gaza assomiglia ormai a una «giungla di fuoco», dove la morte sembra in agguato ovunque: negli edifici governativi come nelle basi delle milizie; nello stadio di calcio come nel Media Center al-Shoruq; nei campi agricoli vicini al confine, sulle strade dove chi cavalca una motocicletta desta immediato sospetto e rischia di diventare un obiettivo di droni o aerei israeliani. Le statistiche delle vittime vengono aggiornate di ora in ora.
Dopo una notte di relativa calma nel sud di Israele, decine di razzi sono stati lanciati di nuovo verso il Negev ed uno è esploso vicino una scuola ad Askhelon, senza grandi conseguenze. L’altra notte e per tutta la mattinata di ieri, Israele ha continuato a bombardare i «siti del terrore» (postazioni per il lancio dei razzi, tunnel e campi di addestramento). Almeno ottanta gli obiettivi colpiti, tra cui anche edifici dei militanti di Hamas, tunnel per il traffico di armi tra Gaza e Rafah e lo stadio usato come base missilistica. Dall’inizio dell’offensiva, lanciata mercoledì, sono oltre 540 i razzi lanciati da Gaza e caduti in territorio israeliano.
Un comunicato del portavoce militare precisa che dall’inizio dell’operazione, l’aviazione israeliana ha colpito 1.350 «siti terroristici». Dei 75.000 riservisti israeliani richiamati in servizio per l’eventuale offensiva di terra nella Striscia di Gaza, già 40.000 sono schierati lungo il confine dell'enclave costiera, con decine di carri armati e blindati in attesa di ordini. A riferirlo è la radio israeliana. Tutto è pronto per l’invasione. A meno che al Cairo le trattative in corso per la tregua non arrivino a buon fine.

l’Unità 20.11.12
Nabil Shaath: «L’Onu si faccia garante con una forza d’interposizione»
Consigliere diplomatico di Abu Mazen, è stato ministro degli Esteri dell’Anp. È responsabile delle relazioni internazionali di al Fatah
di U.D.G.


È l’uomo delle trattative segrete che portarono agli accordi di Oslo-Washington immortalati dalla storica stretta di mano sul prato della Casa Bianca tra Yasser Arafat e Yitzhak Rabin. D’allora, è stato tra i protagonisti di tutti i passaggi negoziali che hanno segnato il Medio Oriente. Ex ministro degli Esteri dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), responsabile delle relazioni internazionali di al Fatah, primo consigliere diplomatico del presidente Mahmud Abbas (Abu Mazen), Nabil Shaath è la persona più indicata per fare il punto sulla nuova crisi di Gaza, sospesa tra l’incubo dell’offensiva di terra di Tsahal e la speranza di una tregua: «L’Anp rimarca Shaath non è direttamente coinvolto nelle trattative in corso. Siamo però informati costantemente e quello che posso dire è che si sta negoziando seriamente, anche se le questioni da risolvere sono ancora diverse e molto complesse». «La cosa più importante ora sottolinea il dirigente palestinese è porre fine alle sofferenze della popolazione di Gaza. Il diritto di difesa invocato da Israele non giustifica la morte di decine di civili, tra i quali donne e bambini». Shaath chiama in causa la comunità internazionale: «L’Onu dice si faccia garante del rispetto di un cessate-il-fuoco anche con una forza d’interposizione sul campo». Al Cairo si continua a negoziare, mentre a Gaza proseguono i raid aerei israeliani. «Sono ore decisive per scongiurare una nuova invasione di Gaza da parte israeliana. Se fosse per l’Egitto e per la popolazione della Striscia, la tregua sarebbe raggiunta in un’ora. Ma c’è chi spinge per una prova di forza militare. Una scelta irresponsabile».
Israele chiede una tregua pluridecennale, Hamas la fine delle «eleminazioni mirate»...
«Ciò che Israele sta facendo a Gaza va oltre l’esercizio del diritto di difesa. Le “eliminazioni mirate” vanno contro il diritto internazionale e la stessa Convenzione di Ginevra. Ciò che va ristabilito a Gaza, come in tutti i Territori occupati è la legalità internazionale. È ciò che l’Anp chiede. Fermare le armi e riaprire un percorso negoziale che chiarisca da subito il suo sbocco».
E per l’Autorità nazionale palestinese quale dovrebbe essere questo sbocco?
«Per quanto ci riguarda, continuiamo a credere nella soluzione “due Stati”. Ed è proprio per questo che abbiamo inteso giocare la carta diplomatica, chiedendo all’Assemblea generale delle Nazioni Unite di riconoscere la Palestina come Stato non membro dell’Onu».
Il governo Netanyahu considera questa iniziativa come un atto unilaterale. «Unilaterale è la politica che i governati israeliani hanno perseguito sistematicamente in tutti questi anni, a cominciare dalla colonizzazione di Gerusalemme est e della Cisgiordania. Sostenere la nostra richiesta rafforza l’Anp e la strategia negoziale e lancia un messaggio di speranza al popolo palestinese. D’altro canto, non possiamo subire ulteriormente la politica dell’eterno rinvio portata avanti da Netanyahu e Lieberman. Il mondo deve pronunciarsi. Per questo, come ha ribadito nei giorni scorsi il presidente Abbas, presenteremo il 29 novembre la nostra richiesta al Palazzo di Vetro chiedendo che sia votata. Non chiediamo un voto contro Israele, ma un voto per rafforzare la prospettiva di una pace fondata sul principio “due Stati per due popoli”».
Da più parti, in campo palestinese, si chiede ad al Fatah e Hamas di mettere da parte le ragioni della divisione per ritrovare l’unità.
«Le bombe israeliane non distinguono trachièdiHamasochièdiFatah.Le bombe non chiedono la carta d’identità a quanti vengono colpiti. Nell’emergenza l’unità è un obbligo a cui nessuno deve venir meno. Al tempo stesso, però, è doveroso indicare con quale strategia s’intende portare avanti la causa palestinese e quale obiettivo s’intende realizzare. Per noi, l’obiettivo è quello di realizzare lo Stato di Palestina sui territori occupati nel 1967. Uno Stato con Gerusalemme est come sua capitale». Il Cairo è in queste ore il crocevia diplomatico mediorientale. Qual è il rapporto con la nuova leadership egiziana e con il presidente Mohamed Morsi?
«Un rapporto strettissimo. L’Egitto continuerà ad essere il nostro ponte verso il mondo arabo; un mondo che chiede giustizia per i palestinesi. E senza giustizia la pace è una parola vuota». La tregua può bastare per Gaza?
«No, ma è un passaggio decisivo per arrivare alla fine dell’assedio. Gaza deve tornare a vivere».

l’Unità 20.11.12
La Ue s’impegni per uno Stato palestinese
di Franco Rizzi


L’EUROPA GUARDA MA NON VEDE. RISPETTO A QUELLO CHE STA SUCCEDENDO NEL MEDITERRANEO, L’EUROPA NON È SOLAMENTE ASSENTE PERCHÉ GUARDA E SI PREOCCUPA DELLE CRISI FINANZIARIE CHE L’ATTRAVERSANO. Non vede perché tutti gli schemi mentali attraverso i quali ha sempre visto il Mediterraneo sono definitivamente caduti.
L’Europa e l’Occidente non possono parlare più di esportazione della democrazia, l’Europa e l’Occidente non possono più parlare di scontro delle civiltà, l’Europa e l’Occidente non possono più far riferimento a tutti i luoghi comuni con in quali ha nutrito l’opinione pubblica. Possiamo forse dire che tutti i nodi che non sono stati sciolti dal colonialismo ad oggi stanno venendo al pettine. L’Europa ha guardato al Mediterraneo con una mentalità in cui l’eurocentrismo è sempre stato lo schema logico con cui trattare gli avvenimenti del Mediterraneo.
Le rivolte arabe hanno fatto saltare tutta questa organizzazione mentale e concettuale. L’Europa si ritrova povera, nuda.
E la stessa cosa possiamo dire rispetto a quello che sta succedendo a Gaza. Questa ripresa del conflitto tra Israele e Palestina ha origini antiche, origini dovute a una politica sbagliata dell’Occidente e del mondo arabo, i cui effetti si fanno sentire ancora oggi e coloro che avevano immaginato che la questione palestinese sarebbe passata in secondo piano causa
delle rivolte arabe, si sono accorti che così non è.
Ma tutto questo è derivato dal fatto che le rivolte arabe hanno rotto l’equilibrio tra una classe dominante che ha pensato soltanto all’arricchimento e alla gestione del proprio potere e i cittadini che hanno rivendicato giustizia ed equità sociale. Le rivolte arabe non potevano non contagiare anche i palestinesi, i quali hanno due obiettivi. Uno è un obiettivo interno: il governo di Abu Mazen è abbastanza contestato e incapace di portare avanti rivendicazioni. L’altro riguarda la liberazione della loro terra da un Paese occupante. Il governo Netanyahu in tutti questi anni ha sostenuto le rivendicazioni dei coloni israeliani senza rendersi conto del vicolo cieco in cui stava spingendo Israele.
La scommessa di portare un’attacco da terra a Gaza sarà devastante per i palestinesi ma altrettanto devastante perché Israele sarà sempre più isolato.
Tutti i commenti di questi giorni ribadiscono un principio che astrattamente è comprensibile e cioè che Israele ha il diritto di reagire agli attacchi delle frange più estreme dei palestinesi di Gaza. Ma come non accorgersi che la situazione di deterioramento della situazione in Palestina è dovuta anche a una politica sbagliata del governo Netanyahu e della assenza di una capacità di intervento da parte dell’Europa e dell’America? Non si può più ignorare la centralità della questione palestinese se si vuole avere una prospettiva di pace nel Mediterraneo. Bisogna che l’Occidente si impegni per la costituzione di uno stato Palestinese.
Io credo che fondamentalmente questo non sia ancora alla portata né dell’Occidente, né di Israele. Quindi il problema oggi come oggi è estremamente complesso e va ricordato che mette in gioco non solamente il discorso tra Israele e Palestina, ma anche il fatto che le vecchie forze politiche che hanno governato la Palestina sono di fatto sorpassate dagli avvenimenti.
Le contestazioni al governo Abu Mazen in Cisgiordania sono una prova evidente, come una prova evidente è il fatto che Hamas è sempre più scavalcata dalla Jihad islamica, è sempre più scavalcata dai salafiti.
Al di là di qualsiasi discorso ideologico va detto che è in gioco la dignità del mondo. Chi vive a Gaza, chi vive in Palestina si rende perfettamente conto che i palestinesi non hanno una vita reale.
*ordinario di Storia dell’Europa e del Mediterraneo, Università Roma Tre

il Fatto 20.11.12
Israele, cento morti per vincere le elezioni
di Maurizio Chierici


IL MESSAGGIO di un’amica che vive a Tel Aviv fa sapere quali sono le condizioni che una parte e l’altra propongono per la tregua. Israele chiede il controllo sui rifornimenti che dall’Egitto arrivano a Gaza, 15 anni di tranquillità e libertà di eliminare leader pericolosi con assassini mirati. Hamas pretende la riapertura e gestione del porto che Gerusalemme controlla. Arbitro di pace: il presidente egiziano Muri, avvolto nel sospetto che una certa Washington stia tramando per collaudare la moderazione dei Fratelli musulmani. Proposte contestate, il fuoco continua. Due anni fa avevo pregato amici ebrei milanesi (con i quali condivido la speranza di una pace “normale”) di confortare le voci di chi trema in Israele per la violenza che coinvolge nella responsabilità dei governi il buonsenso di cittadini incolpevoli e ricattati dalla paura agitata appena una crisi politica divide il paese. Tacere non aiuta la ragione di fronte alle violenze quotidiane dell’espropriare le terre di chi da secoli abita lì, violazione al diritto internazionale e a decisioni Onu mai rispettate. L’indignazione che avvilisce la coscienza della diaspora perseguitata da una tragedia che ci copre di vergogna, dovrebbe scoppiare ogni volta che migliaia di famiglie vengono strappate dalle loro case requisite nel nome di una “sicurezza” da trasformare in palazzoni per “coloni” arrivati chissà da dove. L’obiettivo è rendere impossibile lo Stato palestinese e suscitare rabbie esplosive da contenere come stiamo vedendo. Alla vigilia dell’attacco a Gaza e della reazione di chi ha i razzi contati e irosamente sfida superarsenali nutriti dalle solite potenze; ancor prima che il primo ministro Netanyahu cogliesse al volo la reazione calcolata per scatenare il finimondo, Gideon Levy recensisce su Ha’aretz (ripreso da ’Internazionale) il documentario girato in un villaggio palestinese: giardini d’ulivi requisiti per costruire nuove colonie. “Film che farà vergognare ogni israeliano dotato di un minimo di onestà”. Racconta di una casa sgomberata nella notte, sempre per sicurezza. Bambini trascinati in strada e la voce di un tenente che dà ordini come chi non oso dire. Ha’aretz è il giornale che fa capire lo spirito di un Israele diverso dalle catastrofi dei protagonisti di oggi. Salviamolo.
QUALCHE GIORNO fa Avidgor Liberman, ministro degli Esteri alla Borghezio, annunciava alla signora Ashton, ministro della Commissione europea: “Se i palestinesi insistono nel voler lo Stato (disegnato dall’Onu) distruggeremo la loro Autorità e bombarderemo Gaza”. Arriva prima Netanyahu, capo del governo dimissionario: si vota e ha bisogno delle sirene della guerra per dimostrare ai falchi di Lieberman che i palestinesi lui li tratta così. Sperava nella vittoria del Romney bombe e cannoni, ma l’Obama in difficoltà per il “precipizio fiscale”, Cia decapitata, Segreteria di Stato senza segretario, è debole al punto giusto per scatenare l’inferno: palestinesi bersagli comodi e necessari. Cari amici ebrei, pacifisti sgomenti, è ancora possibile far finta di niente?

il Fatto 20.11.12
Voto 2013. Parla il giurista Pellegrino
L’avvocato anti-Polverini sull’election day
“Il Quirinale fa il gioco del Pdl”
Il Colle condiziona i giudici
di Paola Zanca


L’avvocato che difende i cittadini del Lazio, che chiedevano al Tar di votare subito, se prende con Napolitano che ha accorpato le consultazioni regionali e politiche: “Dopo le parole del presidente i giudici non possono decidere serenamente”- Sono sorpreso come cittadino, come giurista, come avvocato. Si è creato un corto circuito e la serenità di tutte le istituzioni rischia di esserne travolta”. Gianluigi Pellegrino è il legale che ha difeso davanti al Tar del Lazio il movimento di cittadini che chiede a Renata Polverini, presidente dimissiona-ria della Regione, di tornare subito alle urne. Davanti al Tar ha vinto. Ma adesso si ritrova contro le più alte cariche dello Stato: il governo e il Presidente della Repubblica che, 4 giorni fa, con un comunicato, ha detto che le elezioni si possono rimandare di altri tre mesi, magari accorpate alle politiche.
Avvocato Pellegrino, riassumiamo brevemente che è successo.
È semplice: la presidente Polverini, appoggiata da Berlusconi e Casini, sostiene che le elezioni può indirle quando vuole.
Dice che si blocca il Paese...
L’interesse politico è chiarissimo: evitare il doppio appuntamento elettorale, ma solo perchè si ha paura degli effetti dei risultati delle regionali sulle politiche.
Il Movimento difesa del cittadino si è rivolto al Tar.
Che ci ha dato ragione e ha ordinato alla Presidente di votare entro 90 giorni, come stabilito dalla Consulta nel 2003.
Ma la Polverini ha fatto ricorso al Consiglio di Stato.
È un suo diritto. Noi eravamo in serena attesa dell'udienza, fissata per martedì prossimo.
Invece?
Invece la sera di venerdì 16 novembre apprendiamo da un comunicato del Quirinale che il governo ha stabilito, senza attendere la sentenza, esattamente quello che volevano la Polverini e il Pdl: ovvero, che non si vota subito ma tra cinque mesi e che c'è la possibilità di votare con le Politiche. Apprendiamo anche che per il Capo dello Stato è una scelta opportuna.
Dunque, inutile aspettare il verdetto del Consiglio di Stato?
Con che serenità volete che un giudice decida ora questa causa? Se dà ragione ai cittadini del Lazio che chiedono il voto subito, dà uno schiaffo alle più alte cariche dello Stato. Dovrà trovare il modo di emettere una pronuncia compatibile con questo singolare deliberato. Il messaggio che esce all’esterno è che salta in modo clamoroso la divisione dei poteri.
Questa storia assomiglia a quella del conflitto di attribuzione sollevato da Napolitano contro la procura di Palermo?
Non si possono fare paragoni, primo perché la Corte Costituzionale è il giudice naturale del Capo dello Stato. Secondo perchè un Presidente che ritiene che le sue competenze siano invase, non ha altra via che quella di rivolgersi alla Corte. Qui invece era tutt'altro che dovuto che Napolitano esprimesse pubbliche valutazioni su vicende amministrative sottoposte alla valutazione di un giudice.
Dal Quirinale si aspettava un atteggiamento diverso?
Qui non ci sono violazioni formali: è la serenità delle istituzioni in gioco. Mi sarei aspettato semmai che il Presidente usasse la moral suasion per arginare le partigianerie del governo.
Per esempio?
I messaggi morbidi e ambigui del ministro Cancellieri: a giorni alterni diceva che si doveva votare subito e che stava valutando l'election day. Poi il decreto 174, con cui il governo è intervenuto caoticamente sul numero di consiglieri regionali, dando adito alla Polverini di dire che, in questo caos, non può indire le elezioni. Tutto questo è stato voluto da chi nel governo fa sponda con la Polverini. Ho appreso dai giornali che il suo avvocato era uno stretto collaboratore del sottosegretario Catricalà. Poi, ciliegina sulla torta.
Quale?
La Cancellieri, dopo la sentenza del Tar che disponeva elezioni subito nel Lazio, ha annunciato invece il voto in febbraio in 3 regioni, alzando così la palla alla protesta del Pdl che ha messo a ferro e fuoco il Paese dicendo che c'erano due elezioni a 60 giorni una dall'altra.
Perchè l’ha fatto secondo lei?
Un caos funzionale al punto di caduta che voleva il centrodestra. Un gioco delle parti clamoroso. Che Monti utilizza a suo esclusivo vantaggio, ora anche elettorale.
Come se ne esce?
Quanto meno mandando a casa la Polverini e i 70 consiglieri.
Un commissariamento?
Sì, ci sono tutti i presupposti e l’impulso può partire dal governo e dal Quirinale. Se è vero che l'esigenza è salvare il Paese, io dico che il Paese si salva anche così, dando un messaggio ai nostri figli: cosa devono pensare, che è giusto comportarsi come la Polverini? Che è giusta una protervia del potere così clamorosa? Che così vogliono le più alte cariche dello Stato?

Corriere 20.11.12
Quando le società possono esplodere
di Giovanni Sartori


Se manca il lavoro, chi deve rimediare? Sembra ovvio: lo Stato. Ma lo Stato è già, di per sé, un colossale datore di lavoro. È anche, purtroppo, un cattivo datore di lavoro che spende male, che spende troppo e che, almeno da noi, è intriso di corruzione mafiosa e privata. Anche così è bene che l'opinione pubblica si renda conto della mole di spese che lo Stato deve oggi affrontare.
In primo luogo deve pagare la burocrazia che lavora per lo Stato: una vera e propria armata, più le venti armatine regionali. In secondo luogo deve garantire la sicurezza, e quindi pagare le forze armate, la polizia, i carabinieri. In terzo luogo è lo Stato che deve provvedere alla viabilità, e quantomeno alle strade: costruirle e mantenerle. Poi deve provvedere alla istruzione pubblica, scuole e Università. Infine la sanità. Negli Stati Uniti uno dei maggiori problemi pendenti è proprio se la salute debba essere a carico di assicurazioni private. Ma in Europa la salute è quasi sempre una protezione che deve essere fornita dallo Stato.
Come si vede, lo Stato di costi e di incombenze ne ha. E quando ha pagato gli interessi sui suoi sprovveduti debiti si ritrova senza un copeco in cassa. E finora non ho ricordato un ultimo dovere: la manutenzione del territorio e di tutte le cose che richiedono manutenzione. Fino all'avvento della società industriale la manutenzione richiesta era soprattutto agricola (che includeva, però, i terrazzamenti che consolidano un territorio friabile con tante colline); ma questa manutenzione è da gran tempo dimenticata. Quando arrivano le alluvioni si scopre che gli alvei dei torrenti non vengono mai ripuliti e che sono strozzati da cementificazioni tanto incoscienti quanto sospette.
Come si vede, lo Stato ha già di per sé moltissimo da fare e da spendere. Ed è bene che si fermi nell'ambito che ho appena ricordato e che lasci libera la massa di persone che sono o che dovrebbero essere addette alla produzione di beni, nonché dei servizi non serviti dallo Stato. Perché questa è l'economia che sorregge tutto il resto (ivi incluse le spese dello Stato). E se questa economia «di base» entra in crisi, in depressione, allora sono guai.
La dottrina distingue tra «privazione assoluta» e «privazione relativa» (il termine inglese è deprivation). Nella prima, diffusa specialmente in Africa, i morti di fame si lasciano morire di fame: non reagiscono, restano seduti e muoiono. Nel caso della privazione relativa, invece, chi è minacciato dalla fame non è rassegnato, non resta passivo: si rende conto di quel che sta succedendo e reagisce. Pertanto tutte le insurrezioni, tutte le rivolte, presuppongono uno stato di privazione relativa nel quale chi teme una ricaduta nella miseria si ribella. Che poi le ribellioni risolvano i problemi non è detto. Ma intanto avvengono, e non possono essere ignorate. Il caso peggiore, in Eurolandia, è quello della Grecia. Ma anche la situazione italiana è grave, se è vero (le statistiche sulla disoccupazione non sono mai troppo sicure) che circa il 35 per cento dei nostri giovani in cerca di lavoro non lo trova. Perché questi giovani sono proprio quelli che dovrebbero alimentare l'economia produttiva, l'economia che sorregge tutto il resto, insomma, lo zoccolo duro della produzione di ricchezza. In questa situazione una società libera rischia di esplodere e di sfasciarsi. Vedi la Grecia.

Repubblica 20.11.12
Bersani contro la tenaglia del bis “Senza di noi difficile fare il governo”
“E sulla legge elettorale adesso non si tratta più”
di Goffredo De Marchis


ROMA — Trattativa finita sulla legge elettorale, dicono al Partito democratico. Pier Luigi Bersani si concentra sulle primarie, convinto che alla fine dimostreranno soprattutto la forza del centrosinistra e del Pd. Nei sondaggi continua la crescita del suo partito e all’indomani del 25 potrebbe registrarsi un ulteriore balzo in avanti. «Senza di noi — è la convinzione dei democratici — sarà difficile sia una modifica del sistema di voto sia la formazione di un nuovo governo». Ma a Largo del Nazareno non si nascondono la doppia insidia di una tenaglia che ha un obiettivo ormai chiaro: il ritorno di Mario Monti a palazzo Chigi. L’iniziativa di Montezemolo e Riccardi ufficializza la corsa del premier per il bis. Le parole di Monti dal Kuwait la confermano anche se ieri la precisazione chiesta dal Pd è arrivata. L’esternazione di Napolitano completa il cerchio. Un quadro allarmante, completato dal muro contro muro sulla riforma del Porcellum. La legge, sostanzialmente proporzionale, che da oggi verrà votata in commissione al Senato favorisce una larga coalizione e dunque un nuovo esecutivo Monti.
Bersani vede la conventio ad excludendum, ne conosce i contorni, l’ha denunciata ad alta voce quando ci fu il blitz sulla riforma elettorale di una maggioranza diversa da quella di governo, una riedizione della Casa delle libertà: Pdl, Udc, Lega, Fli. «Non vogliono farci governare», disse allora il leader Pd. Ma la partita delle primarie è la chiave e va oltre la sfida con Renzi. Una legittimazione popolare forte, le file ai gazebo, il riconoscimento degli avversari al vincitore, il patto che lega i candidati con la firma alla carta d’intenti, sono elementi, secondo il segretario, capaci di offrire una prova muscolare e innescare un circolo virtuoso. Nel Paese, ma anche negli ambienti internazionali che rappresentano uno degli ostacoli all’ascesa del centrosinistra e uno dei viatici maggiori per il Monti bis. Milioni di elettori alla competizione interna sarebbero anche un segnale per chi vuole procedere senza il Pd sulla legge elettorale. Però, la preoccupazione per la tenaglia rimane.
Stamattina a Largo del Nazareno torneranno a riunirsi i capigruppo e gli sherpa del Pd sulla riforma. I contatti tra Maurizio Migliavacca e i colleghi Denis Verdini e Lorenzo Cesa sono interrotti da giorni. L’incarico affidato da Bersani ai suoi ambasciatori è molto netto: non stiamo fermi, ma la nostra posizione è quella, vediamo dove arrivano loro. “Loro” sono tuttavia determinati ad andare avanti. L’Udc non si occupa più di tenere i rapporti diplomatici con i democratici. Ha problemi nel suo campo dopo la comparsa di un soggetto concorrente come quello di Montezemolo e Riccardi. Può difendere la linea del Monti bis, che fuori dal Palazzo è stata impugnata dal movimento civico di Italia Futura, lavorando in Parlamento a una legge che aiuti l’esito desiderato. L’associazione “Verso la terza repubblica” gode di alcune simpatie tra i parlamentari, ma non ha un suo gruppo ed è fuori dalle trattative. I rapporti tra centristi e democratici sono ai minimi termini. Bersani fa sapere che guarda «con molta attenzione » al lavoro del presidente Ferrari. «Ho sentito parole d’ordine che sono le nostre da tempo. E sono coerenti con l’alleanza tra progressisti e moderati », dice. Un gesto di sfida all’altro Pier? Dario Franceschini da giorni suggerisce di avviare da subito un dialogo con la nuova lista civica. E stamattina proporrà al vertice del partito di andare a vedere le carte sulla riforma elettorale. «Possiamo accettare un premio al partito dell’8 per cento e metterli in difficoltà», è la posizione del capogruppo alla Camera.
La formula magica del Pd è quella del 40/10/5. Il 40 per cento è la soglia oltre la quale la coalizione vincente prende il 52,5 per cento dei seggi, 10 per cento è il premietto di governabilità al primo partito, 5 per cento lo sbarramento. Ricalca la formula D’Alimonte. La risposta del Pdl però è un rifiuto netto. E l’apertura iniziale dell’Udc a una mediazione sembra svanita. La conferma si avrà oggi quando cominceranno le votazioni al Senato e non saranno lanciati ponti verso il Pd. Ma adesso tutto il quartier generale di Largo del Nazareno ha l’attenzione solo sulle urne di domenica. Si attribuisce un enorme potere taumaturgico alle primarie, la forza di rovesciare gli equilibri. Tanto più se dopo un eventuale vittoria di Bersani nascerà subito un ticket con Matteo Renzi. Il segretario democratico non rinuncerà al contributo del sindaco di Firenze, al suo bacino di voti.

il Fatto 20.11.12
Firenze, scontro in Comune sui fondi di Algebris
Mazzei, Ente Cassa di Risparmio di Firenze, svela il patto della spiaggia: lì avrebbe conosciuto Serra
di Sara Frangini


Firenze Un investimento, 10 milioni di euro, dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze proprio nel fondo di Davide Serra, deciso giorni prima della ormai nota cena di ottobre tra Renzi e il mondo della finanza rampante italiana. I vertici della Fondazione ammettono tutto, con il presidente Jacopo Mazzei che scagiona Renzi (“non ne sapeva niente”) e rivela il patto della spiaggia (“ho conosciuto Serra al mare, è nato tutto lì”). L’argomento, dal bagnasciuga, è arrivato nell’arena del Consiglio comunale di Palazzo Vecchio. Matteo Renzi ieri era assente per la decima volta consecutiva. Si aspettava un chiarimento dopo l’inchiesta del Fatto Quotidiano che ha svelato come la fondazione Ente Cassa di Risparmio abbia investito 10 milioni di euro in CoCo bond ad alto rischio tramite il fondo Algebris di Davide Serra. E una risposta era attesa anche vista la presenza, nel-l’Ente Cassa, di persone molto vicine al primo cittadino, come il presidente Mazzei e il consigliere di amministrazione Marco Carrai. Oltre a Bruno Cavini, portavoce di Renzi e inserito nel comitato di indirizzo dell’Ente con nomina diretta del primo cittadino. “È necessario fare chiarezza sugli aspetti che legano i tre soggetti e sulle valutazioni alla base delle quali è stato fatto l’investimento da parte dell’Ente Cassa di Risparmio”, hanno incalzato i consiglieri dell’opposizione di sinistra Tommaso Grassi e Ornella De Zordo. La risposta “la darò con le parole di Mazzei sui giornali di oggi (ieri ndr)”, ha detto l’assessore Rosa Maria Di Giorgi.
Allora ricordiamolo, cosa ha detto il presidente del Cda della fondazione. Che non è stato lui a presentare Serra a Renzi e che “nel-l’operazione nemmeno Carrai c’entra nulla: tutto è partito da un mio incontro di questa estate al mare con Serra”. Parola di Mazzei, e ora anche della giunta, che ha ammesso quindi l’investimento nel fondo ad alto rischio, dopo che il presidente del Consiglio Eugenio Giani aveva liquidato la domanda con un “no, è inammissibile”. Giani però ha dovuto fare dietro-front perché appena pronunciata la parola “inammissibile”, la stessa che venne azzardata quando vennero chiesti chiarimenti sul caso Lusi, è esplosa la tensione. Nervosismo, brusii, proteste animate, grida. La prima a perdere le staffe, durante la replica del consigliere Grassi che contestava la decisione, è stata sempre lei, l’assessore Giorgi: “Non deve rispondere”, ha urlato a Giani a microfono spento. Insofferente, piccata: “Basta ora, non rispondiamo. Mai vista una cosa del genere”. Per poi tornare sui suoi passi, esasperata dal clima: “Ora rispondo, fatemi rispondere, tanto l’avevamo preparata”. Dai banchi del Consiglio si sono levati commenti critici e durissimi. Anche nello stesso gruppo del Pd, con la bersaniana Cecilia Pezza che non ha esitato a definire Firenze una “città esposta alla vergogna anche per la continua assenza del sindaco”. La consigliera De Zordo ha ricordato come siano state “ammesse domande su tutto, Siria, Terzo Mondo, e ora questa no. Perché?”. “Perché è una domanda scomoda”, attacca Massimo Sabatini della Lista Galli (centrodestra). E l’impressione che fossero in tanti, ad essere in imbarazzo, è stata fortissima. Tutti eccetto Renzi che a debita distanza, su Twitter, replica com’è nel suo stile: “Mi raccomando: non rispondiamo alle provocazioni di queste ultime ore. Testa alta e sorridere”.
E a Otto e mezzo: “Se questo è tutto quello che hanno per colpirmi è solo fango”. La questione soldi è al centro di questi ultimi giorni di primarie. Lo storico tesoriere dei Ds Ugo Sposetti ha fatto i conti in tasca a Renzi: “Finora ha speso per le primarie 2 milioni e 800mila euro, mentre il tetto massimo è di 200mila”. Ieri Dagospia rilanciava un pezzo del Corriere della Sera del 15 giugno 2007 dove lo stesso Sposetti parlava del rapporto con il mondo della finanza. “Mi accorgo che sono tutti molto, molto sorpresi, e a volte persino scandalizzati, dal fatto che alcuni politici parlino con banchieri e imprenditori – aveva dichiarato - Ma con chi dovremmo parlare? Con chi dovrei parlare, io? Con gli straccioni?”.

Corriere 20.11.12
Tra sindaco e Sposetti battaglia (di conti) sulle spese della Leopolda
di Angela Frenda


MILANO — Soldi. È di questo che si continuerà a parlare nei prossimi giorni. E forse anche dopo il voto delle primarie. Perché tra i due sfidanti, Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi, siamo alla lista della spesa. Ad aprire il fuoco con un'intervista a Pubblico, ci ha pensato ieri l'ex tesoriere ds Ugo Sposetti. Che ha fatto un po' di conti sulla Leopolda: «È costata oltre 350 mila euro. Tra affitto, catering, assicurazione. Per l'organizzazione solo 250 mila... L'assicurazione per 12 mila persone? Altri 15 mila euro almeno. I vigili del fuoco sono 6 mila euro. 2 mila euro per caffè e acqua ai giornalisti. E così via. Insomma, Renzi si dovrebbe solo vergognare». Le spese di Renzi per la Leopolda saranno messe tutte sul sito, garantiscono i suoi. Il tetto è 200 mila euro. Ma al momento c'è solo la fattura delle due assicurazioni fatte per l'evento, con Ina Assitalia: per un totale di 950 euro. Le altre, dicono dai comitati, arriveranno nelle prossime settimane, visto che l'evento è finito da poco. Ma facendo un po' di ricerca, e con l'aiuto del tesoriere Alberto Bianchi, avvocato personale del sindaco di Firenze, è stato possibile comunque ricostruire le spese fatte per allestire questa terza edizione alla Stazione Leopolda. E se saranno confermate (come sembra) sono molto diverse da quanto ipotizzato da Sposetti. Eccole: per l'affitto sono stati spesi 18 mila e 200 euro. A questi vanno aggiunti altri 10 mila euro (tra affitto e gestione) per la locazione di una parte del nuovo teatro dell'Opera. Per l'allestimento (schermo led, «americana», tensostruttura, sedie e tavoli, spazio gonfiabili per i bimbi, banchetto per i gadget): 16 mila euro. Cartellonistica: 10 mila euro. La sicurezza, poi. Sposetti parlava di vigili del fuoco. Invece sembra che per la sicurezza (e cioè impianto elettrico, sicurezza generale della struttura, personale) siano stati spesi circa 13 mila 700 euro. Al di là dei volontari che pure c'erano e ovviamente non sono stati retribuiti. C'è poi il catering (tortellini, pappa al pomodoro, insaccati, pane senza sale, ribollita, frutta fresca...): 15 mila euro. L'assicurazione, come si è detto, 950 euro (Sposetti ipotizzava 15 mila euro): per un massimale di 3 milioni e un'ipotesi di affluenza di 10 mila persone. E poi 2.250 euro per 15 hostess. E Roberto Reggi, coordinatore della campagna per Renzi, replica a Sposetti: «Sapete come definiamo gente come lui, a Piacenza? Senza vergogna. Noi le spese le stiamo mettendo sul sito, loro non hanno nemmeno cominciato. E parla proprio lui, che gli ultimi 5 anni ha gestito i soldi di un partito fantasma, i Ds, senza metterli online, ma nemmeno offline. Quando dicevo scagnozzo, pensavo proprio a lui». E Lino Paganelli, delegato di Renzi al Coordinamento nazionale, aggiunge: «Sposetti? Lo conosco bene, è solo un provocatore. Inventa cifre in libertà. Bersani ha fatto 4 milioni di depliant. Quanto ha speso? Diranno 50 euro...». Intanto il caso dell'investimento di dieci milioni da parte dell'Ente Cassa di risparmio di Firenze (fondazione in cui il sindaco Matteo Renzi ha nominato un membro nel comitato d'indirizzo, il suo portavoce Bruno Cavini) nei CoCo bond del fondo Algebris del finanziere Davide Serra ha «scaldato» ieri il consiglio comunale fiorentino e diviso il Pd.

l’Unità 20.11.12
Il dividendo della crisi più pesante per i poveri
di Nicola Cacace


IL 2012 CON UN PIL -2,3%, SARÀ L’ANNO PIÙ DURO DOPO IL 2009. CHI PAGHERÀ I COSTI DI QUESTA ULTERIORE CADUTA DEL REDDITO, ANCORA LA POPOLAZIONE PIÙ POVERA? Come mostrano i dati Bankitalia elaborati da un gruppo di economisti (Peragine e Brunori, nel Merito.com, 16/11) «nel periodo 2006-2010 gli effetti della crisi non sono stati eguali per tutte le famiglie, le fasce a basso reddito hanno sofferto di più e complessivamente la recessione ha avuto un effetto regressivo sulla distribuzione dei redditi. A una riduzione annua del Pil nel quadriennio dello 0,7%, corrisponde una perdita di reddito del 3,5% annuo per il primo decile della popolazione (il 10% più povero), dell’1,5% per il secondo decile e così via; solo per l’ultimo decile cioè per i 2,4 milioni di famiglie più ricche, la crisi non ha prodotto riduzioni del reddito».
Nel biennio successivo, 2011-12 non c’è alcun dubbio che anche le politiche di risanamento, quelle precedenti e quelle attuate da novembre in poi dal governo Monti, hanno avuto carattere altrettanto regressivo. Monti, pur avendo avuto il merito del recupero di credibilità internazionale e di risanamento dei conti, non ha avuto in massima considerazione, o non ha potuto ispirarsi a una logica di più equa distribuzione dei sacrifici. I valori cui si sono ispirate le manovre governative, dalle pensioni al lavoro all’Imu, forse anche per i condizionamenti del centrodestra tuttora maggioritario in Parlamento, non hanno avuto alcun carattere di progressività.
D’altra parte non è un mistero che i valori del professore siano mossi da filosofie liberiste più che keynesiane, come confermato anche da un recente articolo dell’Economist sull’Italia, che definisce il professore «Monti, a declared antikeynesian». Anche i keynesiani sono per il libero mercato dando però importanza centrale al ruolo dello Stato investitore quando il ciclo economico lo richiede. Nella concezione keynesiana prevalente nei partiti europei socialdemocratici e progressisti, si sottolinea la funzione dello Stato nella redistribuzione della ricchezza e nel garantire diritti fondamentali come istruzione, sanità, sicurezza.
Monti ha fatto e sta facendo molte cose importanti e necessarie, ma senza toccare gli scandalosi privilegi dei super burocrati, senza attuare una spending review con tagli mirati e non orizzontali, aumentando la pressione fiscale per tutti ma non in modo progressivo, sui modelli Obama o Hollande. La legge sulle pensioni, necessaria ma poco attenta all’equità, ha fatto dell’Italia l’unico Paese che nel 2020 avrà un’età pensionabile di 67 anni ignorando i problemi della disoccupazione giovanile e femminile record. Nel Paese a più alta diseguaglianza d’Europa, anche per i privilegi dei politici, la norma per abbattere realmente i vitalizi dei consiglieri regionali (norma anti Fiorito) è stata introdotta dal Parlamento a correzione dell’inefficace versione governativa. L’Italia ha firmato il fiscal compact per ridurre in 20 anni il debito pubblico al 60% del Pil, ma si sono ignorate le proposte avanzate, anche da economisti e banchieri, di una patrimoniale straordinaria che chiedesse un contributo una tantum di solidarietà a quel 10% di famiglie super ricche proprietarie del 50% della ricchezza nazionale, che poco hanno sofferto dalla crisi come sopra mostrato. Il professore si è difeso dicendo che «non siamo attrezzati», mentre con un po’ di volontà politica qualcosa si poteva fare utilizzando il catasto per la ricchezza immobiliare e la centrale rischi di Bankitalia per la ricchezza finanziaria, come basi di partenza per una fiscalità patrimoniale più progressiva dell’Imu attuale che vale per tutti, ricchi e poveri. Il prof. ha condannato la concertazione, pratica seguita correntemente in Germania ed in tutti i Paesi più avanzati del nord Europa, per poi chiedere ai sindacati di firmare in tempi brevi un accordo per la produttività.
Altre scelte contrarie all’equità sono quelle sulla redistribuzione del lavoro. In Germania per non licenziare si riducono gli orari con la Kurtzarbeit mentre il nostro governo defiscalizza gli straordinari. Sulla responsabilità sociale delle imprese fa peggio, come quando approva le «libere scelte di delocalizzazione della Fiat», ignorando i sacrifici del Paese di un secolo di difesa della maggiore industria nazionale e le stesse posizioni più avanzate, Enciclica Caritas in veritate inclusa, che invocano «un capitalismo etico attento agli interessi non solo degli azionisti, ma anche di lavoratori e territorio». In conclusione, i motivi per cui Monti va bene ma l’agenda Monti un po’ meno, sono gli stessi che distinguono conservatori e progressisti nel mondo, i primi sono per la libertà senza eguaglianza, i secondi per l’eguaglianza nella libertà.

l’Unità 20.11.12
Roma, il liceo Tasso sceglie di protestare con una lezione sulla Resistenza
di Luciana Cimino


ROMA Domenica gli studenti del Liceo Tasso di Roma si sono travestiti in piazza del Popolo da medici, pazienti, infermieri per «curare la scuola pubblica». Da ieri invece hanno iniziato un ciclo di lezioni pubbliche, sempre nella nota piazza capitolina, mentre un altro folto gruppo di compagni rimane a occupare la scuola.
Davanti a una settantina di studenti seduti sotto l’obelisco si sono tenute lezioni sul ddl Aprea (uno dei punti cardine della protesta), sulla poesia di Shakespeare e un’ora di giapponese. Infine è intervenuto il critico e scrittore Alberto Asor Rosa che ha tenuto una lezione sugli autori della Resistenza, da Fenoglio a Calvino. Fino a mercoledì si alterneranno in piazza professori del liceo (solidali con le ragioni del movimento) e altri ospiti particolari per lezioni speciali stabilite «dal basso» dagli studenti. «Vogliamo far capire che non si tratta solo di “autunno caldo” spiega Lorenzo andremo avanti finché ci sarà bisogno». «C’eravamo anche noi il 14 novembre racconta i media sugli atti violenti dei manifestanti hanno mentito, era un corteo pacifico, noi avevamo le migliori intenzioni, ora il messaggio è stato compromesso». Faranno altre lezioni sul ddl Aprea, «tutti devono capire che è un attacco alla scuola pubblica, è una pseudo privatizzazione che mina di fatto l’omogeneità dell’istruzione». Se il Tasso fa lezione in centro, al Liceo di via Papareschi gli studenti hanno approfittato dell’occupazione per restaurare, autotassandosi, l’edificio in pessime condizioni. Mentre altri istituti nel resto della Capitale continuano ad essere occupati o autogestiti.
In totale sono una settantina nella provincia di Roma. Lo stesso nel resto del paese: una decina le scuole in assemblea permanente tra Catania e provincia, una decina di istituti occupati in Veneto (a Padova domenica professori di scuole medie e superiori si sono seduti sui gradini della Loggia della Gran Guardia in piazza dei Signori a correggere i compiti in pubblico), altrettanti in Emilia Romagna. Un fermento in vista del prossimo sciopero generale della scuola indetto dai 5 sindacati del settore per il 24 novembre. Prevista una grande manifestazione a piazza del Popolo ma i Cobas chiedono un corteo. «Ci sembra una piazza ben poco capiente per la marea di manifestanti che ci attendiamo», dice il segretario Piero Bernocchi. Per il Gilda, «l’appuntamento di piazza del Popolo sarà solo il primo di una lunga battaglia a difesa dei diritti degli insegnanti». Mentre Mimmo Pantaleo, segretario generale FlcCgil commenta: «Le lotte degli studenti e dei docenti pongono la necessità di cancellare le politiche di austerità che stanno allargando le disuguaglianze e umiliando una intera generazione che è esclusa dal lavoro e dal diritto allo studio. Non lasceremo i ragazzi».

il Fatto 20.11.12
Attivisti del Teatro Valle aggrediti nel Ghetto
Cinque ragazzi picchiati dopo la manifestazione di mercoledì:
un loro video inedito testimonia i fatti:
“Qui dentro siete morti, non potete entrare, o vi ammazziamo”
di Lorenzo Galeazzi


Tre fermo immagine. Tre volti dai quali partire per identificare i protagonisti dell'aggressione contro gli attivisti del Teatro Valle avvenuta mercoledì scorso nel quartiere ebraico di Roma. E poi quella registrazione: “Se entrate qui dentro (al ghetto, ndr) siete morti”. Agenti in borghese ai quali è sfuggita la mano? Cittadini esasperati dalla tensioni della mattinata? O, peggio, gente del luogo che ha organizzato la “difesa” del rione in occasione del corteo degli studenti? “Alcuni – raccontano i ragazzi – avevano radio simili a quelle in dotazione agli agenti, altri invece la kippah e peot (copricapo e riccioli tradizionali che portano gli ebrei ortodossi, ndr) ”. Fatto sta che proprio nel giorno in cui il ministro della Giustizia Paola Severino annuncia la chiusura dell'indagine interna sul presunto lancio di lacrimogeni dalle finestre del suo dicastero (confermando la tesi dei candelotti sparati dal basso), si apre un nuovo fronte sulla gestione di quella giornata.
ECCO I FATTI: sono le 16.00 del 14 novembre e dopo gli scontri la città sta tornando alla normalità. Cinque attivisti, tre ragazze e due ragazzi, stanno rientrando a casa dopo il corteo. In piazza delle Cinque Scole incrociano due uomini che dopo averli squadrati si mettono a seguirli. Davide, uno dei giovani, accende la telecamera: “Pensavamo fossero agenti in borghese e volevamo tutelarci registrando un eventuale abuso”. Non l'avesse mai fatto, perché i due se ne accorgono, gli saltano addosso e così comincia la gazzarra. Mentre Davide viene immobilizzato e malmenato, agli altri si avvicinano persone che presentano come poliziotti, ma, come raccontano i ragazzi, le intimidazioni continuano: “Vi portiamo dentro e poi vi ammazziamo”. Nonostante il pestaggio, in un attimo di lucidità, il giovane riesce a premere rec e così comincia la registrazione pubblicata in esclusiva dal Fatto: “Mi volevi fotografare? Lo sai che sei un pezzo di merda? Se ti muovi ti ammazzo. Vedi come ti ho preso? Basta che stringo un po’ e tu sei morto”, poi botte e grida di dolore.
Il parapiglia fino a quando una delle ragazze riceve una telefonata e urla che li stanno arrestando e di chiamare gli avvocati, poi una signora passa e si mette a gridare. Può bastare. La “lezione” è finita e gli uomini liberano Davide che viene portato via sanguinante dagli amici terrorizzati.
Dopo alcuni giorni, passata la paura, gli attivisti decidono di fare uscire la notizia e il clamore è immediato: in poche ore il video del Fatto viene condiviso da migliaia di persone sui social network suscitando indignazione e rabbia per quanto avvenuto. Ma nessuna risposta sull'identità degli aggressori. Anche la comunità ebraica della Capitale è sotto choc: “Chiedo ai ragazzi del Valle di incontrarci e di aiutarci a capire chi è stato”, dice il portavoce Ruben Della Rocca che esclude categoricamente l'esistenza di ronde nel quartiere: “Oltre alle forze dell'ordine, organizziamo la nostra sicurezza con guardie giurate e un'associazione di genitori che non picchia la gente”.
IL PRESIDENTE Riccardo Pacifici, dopo la solidarietà di rito, si concentra sui “punti oscuri”, adombrando dubbi sulla veridicità del video: “È stato montato”. In realtà quel filmato è la nostra esclusiva dove alle scene di violenza si alternano le interviste alle vittime, mentre l'integrale è online sul sito del Valle. E in entrambi si sente chiaramente l'audio: “Potete fare casino per tutta Roma, ma se entrate qui dentro siete morti. Questo non si chiama ghetto da 500 anni, è il quartiere ebraico”.

Repubblica 20.11.12
Addio mito “Wasp”, l’America meticcia cambia volto
di Vittorio Zucconi


WASHINGTON Il lungo crepuscolo dell’Uomo Bianco, di «colui che si mangia il grasso » come lo avrebbero chiamato i Lakota delle Grandi Praterie sbalorditi dalla sua ingordigia, ha avuto, in quel quartetto che si è conteso il timone degli Stati Uniti una conferma talmente ovvia da passare inosservata. Come l’idea di un capo dello Stato di sangue misto africano ed europeo si è ormai definitivamente radicata, così l’avanzata demografica, culturale, economica dell’America “meticcia”, non bianca e non protestante, è divenuta inarrestabile e normale. Persino una parola fino a ieri impronunciabile, — “mulatto” — torna a essere usata nei campus universitari senza connotati dispregiativi o razzisti, ha rilevato un’inchiesta dell’istituto Pew tra i giovani.
Era inevitabile che il segno del tramonto dei bianchi si intravedesse con più chiarezza nella nazione che è dalle origini il laboratorio, e insieme il bacino alluvionale, di tutti i cambiamenti sociali e culturali. In una società nella quale fino al 1968 la “miscegenation”, le unioni e i matrimoni fra bianchi e neri era un reato in sei stati dell’Unione e il popolarissimo predicatore Battista Jerry Falwell avvertiva che «permettere matrimoni con individui di razze diverse avrebbe portato inesorabilmente alla fine della razza bianca », la rivoluzione etnica dell’ultimo mezzo secolo è stata radicale e irreversibile. Dall’inizio di quest’anno, nascono più bambini di colore o di sangue misto che bianchi. I matrimoni fra persone di etnie diverse sono passati dal 2 per cento negli anni ‘60 al 18% nel 2011 e questa cifra non tiene ovviamente conto delle coppie di fatto, senza certificati, ma con piena capacità di avere figli. E l’immigrazione dall’Europa “bianca e protestante” è ormai ridotta a uno sgocciolio, rispetto al fiume di nuovi americani venuti dal Sud della frontiera, dall’Africa o dall’Asia. Soltanto un immigrato su dieci, oggi, arriva dal Vecchio Continente.
La multietnicità, alla quale la retorica del melting pot, del crogiolo di popoli ha sempre pagato più un tributo formale che reale, è l’elemento dominante dell’America che sta crescendo e diventando adulta in queste ore. In Massachusetts, proprio la terra dove prima gli avventurieri della Mayflower e poi i Puritani calvinisti sbarcarono, è stata eletta senatrice una donna, Elizabeth Warren che ha vantato la propria origine Cherokee, mentre il suo avversario, il repubblicano Brown, disperatamente cercava di negargliela. Sosteneva che «non aveva la faccia da indiana», sapendo che quelle tracce di Dna protoamericano sarebbero state un vantaggio, e non un handicap, per lei. Il rovesciamento dei pregiudizi.
Le speranze del Partito Repubblicano, devastato dalla miopia dei suoi mandarini che hanno imposto Romney al proprio elettorato e dal ringhioso fanatismo del “Tea Party”, oggi brancola e cerca nella propria panchina — così dice il gergo del momento — riserve promettenti come il governatore della Lousiana Bobby Jindal, originario dell’India, il cui nome originale è Pyush o Marco Rubio, figlio di cubani, mentre si rispolvera dall’armadio un altro Bush, Jeb, fratello dell’ex presidente e sposato con una messicana, Columba Garnica. La caccia al voto ispanico, nero, asiatico è vista come la sola speranza di recupero per un partito che si è rinchiuso nella illusione di una sollevazione della minoranza di maschi bianchi contro la prepotente ascesa dei non bianchi e non maschi.
Tutto ciò che sarebbe stato micidiale una generazione fa, il colore della pelle, il Dna, la cultura, la religione è oggi vissuto come un atout, come l’asso del gioco futuro. La rivoluzione demografica sta producendo una rivoluzione politica e culturale, secondo la semplice verità enunciata dopo il 6 novembre da un sondaggista e stratega demoratico, Charlie Cook. Quando gli è stato chiesto quale nuova forma di sondaggio avesse usato per azzeccare con precisione il voto negli stati chiave, Charlie Cook ha risposto: «Quello che esce ogni dieci anni. Si chiama censimento». Furono necessari 170 anni per vedere un non-Wasp, un cattolico come Kennedy, elevato alla presidenza, anche se poi prontamente eliminato. Sessant’anni dopo, lo straordinario è divenuto l’ordinario. «The New Normal », la nuova normalità dell’America nel XXI secolo, comincia a realizzare la promessa scritta nel certificato di nascita di una nazione nuova, custodita negli Archivi Nazionale di Washington: «Consideriamo evidente che tutti gli uomini siano stati creati uguali».

Repubblica 20.11.12
Bauman: “Le emozioni passano, i sentimenti vanno coltivati
Non conosciamo più la gioia delle cose durevoli, frutto di lavoro
di Raffaella De Santis


La filosofia della routine
Il grande sociologo spiega come i legami siano stati sostituiti dalle “connessioni”
E aggiunge: “Ogni relazione rimane unica: non si può imparare a voler bene”
Disconnettersi è solo un gioco. Farsi amici offline richiede impegno

Amarsi e rimanere insieme tutta la vita. Un tempo, qualche generazione fa, non solo era possibile, ma era la norma. Oggi, invece, è diventato una rarità, una scelta invidiabile o folle, a seconda dei punti di vista. Zygmunt Bauman sull’argomento è tornato più volte (lo fa anche nel suo ultimo libro Cose che abbiamo in comune, pubblicato da Laterza). I suoi lavori sono ricchi di considerazioni sul modo di vivere le relazioni: oggi siamo esposti a mille tentazioni e rimanere fedeli certo non è più scontato, ma diventa una maniera per sottrarre almeno i sentimenti al dissipamento rapido del consumo.
Amore liquido, uscito nel 2003, partiva proprio da qui, dalla nostra lacerazione tra la voglia di provare nuove emozioni e il bisogno di un amore autentico.
Cos’è che ci spinge a cercare sempre nuove storie?
«Il bisogno di amare ed essere amati, in una continua ricerca di appagamento, senza essere mai sicuri di essere stati soddisfatti abbastanza. L’amore liquido è proprio questo: un amore diviso tra il desiderio di emozioni e la paura del legame».
Dunque siamo condannati a vivere relazioni brevi o all’infedeltà…
«Nessuno è “condannato”. Di fronte a diverse possibilità sta a noi scegliere. Alcune scelte sono più facili e altre più rischiose. Quelle apparentemente meno impegnative sono più semplici rispetto a quelle che richiedono sforzo e sacrificio».
Eppure lei ha vissuto un amore duraturo, quello con sua moglie Janina, scomparsa due anni fa.
«L’amore non è un oggetto preconfezionato e pronto per l’uso. È affidato alle nostre cure, ha bisogno di un impegno costante, di essere ri-generato, ri-creato e resuscitato ogni giorno. Mi creda, l’amore ripaga quest’attenzione meravigliosamente. Per quanto mi riguarda (e spero sia stato così anche per Janina) posso dirle: come il vino, il sapore del nostro amore è migliorato negli anni».
Oggi viviamo più relazioni nell’arco di una vita. Siamo più liberi o solo più impauriti?
«Libertà e sicurezza sono valori entrambi necessari, ma sono in conflitto tra loro. Il prezzo da pagare per una maggiore sicurezza è una minore libertà e il prezzo di una maggiore libertà è una minore sicurezza. La maggior parte delle persone cerca di trovare un equilibrio, quasi sempre invano».
Lei però è invecchiato insieme a sua moglie: come avete affrontato la noia della quotidianità? Invecchiare insieme è diventato fuori moda?
«È la prospettiva dell’invecchiare ad essere ormai fuori moda, identificata con una diminuzione delle possibilità di scelta e con l’assenza di “novità”. Quella “novità” che in una società di consumatori è stata elevata al più alto grado della gerarchia dei valori e considerata la chiave della felicità. Tendiamo a non tollerare la routine, perché fin dall’infanzia siamo stati abituati a rincorrere oggetti “usa e getta”, da rimpiazzare velocemente. Non conosciamo più la gioia delle cose durevoli, frutto dello sforzo e di un lavoro scrupoloso».
Abbiamo finito per trasformare i sentimenti in merci. Come possiamo ridare all’altro la sua unicità?
«Il mercato ha fiutato nel nostro bisogno disperato di amore l’opportunità di enormi profitti. E ci alletta con la promessa di poter avere tutto senza fatica: soddisfazione senza lavoro, guadagno senza sacrificio, risultati senza sforzo, conoscenza senza un processo di apprendimento. L’amore richiede tempo ed energia. Ma oggi ascoltare chi amiamo, dedicare il nostro tempo ad aiutare l’altro nei momenti difficili, andare incontro ai suoi bisogni e desideri più che ai nostri, è diventato superfluo: comprare regali in un negozio è più che sufficiente a ricompensare la nostra mancanza di compassione, amicizia e attenzione. Ma possiamo comprare tutto, non l’amore. Non troveremo l’amore in un negozio.
L’amore è una fabbrica che lavora senza sosta, ventiquattro ore al giorno e sette giorni alla settimana».
Forse accumuliamo relazioni per evitare i rischi dell’amore, come se la “quantità” ci rendesse immuni dell’esclusività dolorosa dei rapporti.
«È così. Quando ciò che ci circonda diventa incerto, l’illusione di avere tante “seconde scelte”, che ci ricompensino dalla sofferenza della precarietà, è invitante. Muoversi da un luogo all’altro (più promettente perché non ancora sperimentato) sembra più facile e allettante che impegnarsi in un lungo sforzo di riparazione delle imperfezioni della dimora attuale, per trasformarla in una vera e propria casa e non solo in un posto in cui vivere. “L’amore esclusivo” non è quasi mai esente da dolori e problemi – ma la gioia è nello sforzo comune per superarli».
In un mondo pieno di tentazioni, possiamo resistere? E perché?
«È richiesta una volontà molto forte per resistere. Emmanuel Lévinas ha parlato della “tentazione della tentazione”. È lo stato dell’“essere tentati” ciò che in realtà desideriamo, non l’oggetto che la tentazione promette di consegnarci. Desideriamo quello stato, perché è un’apertura nella routine. Nel momento in cui siamo tentati ci sembra di essere liberi: stiamo già guardando oltre la routine, ma non abbiamo ancora ceduto alla tentazione, non abbiamo ancora raggiunto il punto di non ritorno. Un attimo più tardi, se cediamo, la libertà svanisce e viene sostituita da una nuova routine. La tentazione è un’imboscata nella quale tendiamo a cadere gioiosamente e volontariamente».
Lei però scrive: «Nessuno può sperimentare due volte lo stesso amore e la stessa morte».
Ci si innamora una sola volta nella vita?
«Non esiste una regola. Il punto è che ogni singolo amore, come ogni morte, è unico. Per questa ragione, nessuno può “imparare ad amare”, come nessuno può “imparare a morire”. Benché molti di noi sognino di farlo e non manca chi provi a insegnarlo a pagamento».
Nel ’68 si diceva: «Vogliamo tutto e subito». Il nostro desiderio di appagamento immediato è anche figlio di quella stagione?
«Il 1968 potrebbe essere stato un punto d’inizio, ma la nostra dedizione alla gratificazione istantanea e senza legami è il prodotto del mercato, che ha saputo capitalizzare la nostra attitudine a vivere il presente».
I “legami umani” in un mondo che consuma tutto sono un intralcio?
«Sono stati sostituiti dalle “connessioni”. Mentre i legami richiedono impegno, “connettere” e “disconnettere” è un gioco da bambini. Su Facebook si possono avere centinaia di amici muovendo un dito. Farsi degli amici offline è più complicato. Ciò che si guadagna in quantità si perde in qualità. Ciò che si guadagna in facilità (scambiata per libertà) si perde in sicurezza».
Lei e Janina avete mai attraversato una crisi?
«Come potrebbe essere diversamente? Ma fin dall’inizio abbiamo deciso che lo stare insieme, anche se difficile, è incomparabilmente meglio della sua alternativa. Una volta presa questa decisione, si guarda anche alla più terribile crisi coniugale come a una sfida da affrontare. L’esatto contrario della dichiarazione meno rischiosa: “Viviamo insieme e vediamo come va…”. In questo caso, anche un’incomprensione prende la dimensione di una catastrofe seguita dalla tentazione di porre termine alla storia, abbandonare l’oggetto difettoso, cercare soddisfazione da un’altra parte».
Il vostro è stato un amore a prima vista?
«Sì, le feci una proposta di matrimonio e, nove giorni dopo il nostro primo incontro, lei accettò. Ma c’è voluto molto di più per far durare il nostro amore, e farlo crescere, per 62 anni».

Repubblica 20.11.12
Come difendere la libertà in rete
Un saggio di Franco Bernabè sulla privacy nell’era di Internet
di Stefano Rodotà


Nel mondo di Internet e dintorni è tutto un fiorire di scritti dei suoi protagonisti, autocelebrativi, assertivi delle meraviglie dell’innovazione tecnologica, venati talora da disprezzo per chi esercita riflessione e critica. Può sorprendere, allora, che un appartenente a questo mondo, il presidente esecutivo di Telecom Italia Franco Bernabè, abbia scritto un saggio dal titolo Libertà vigilata (Laterza), che si allontana da quello schema e suscita interrogativi. Di quale libertà si sta parlando? Chi sono i vigilanti? E quali i soggetti sottoposti al loro controllo?
La descrizione di quello che è stato chiamato il “digital tsunami”, con le caratteristiche assunte dalla raccolta e dal trattamento dei dati personali, apre il libro, e rende espliciti i problemi da affrontare. È significativo che Bernabè scriva che «la salvaguardia della riservatezza della sfera personale rappresenti solo uno degli aspetti in gioco: la posta è molto più alta, ed è la libertà individuale». Qui si coglie il distacco da un modo di considerare la privacy nel mondo dell’impresa. Nel 1999, Scott McNealy, allora amministratore delegato della Sun Microsystems, disse: «voi avete zero privacy. Rassegnatevi». Nel 2010, Mark Zuckerberg ha decretato la fine della privacy come regola sociale. Si riflette qui un obiettivo preciso: considerare proprietà dell’impresa i dati da essa raccolti su qualsiasi persona. Ecco, allora, congiungersi la questione della tutela di diritti e libertà fondamentali e quella delle regole che devono accompagnare il funzionamento del mercato.
Compaiono a questo punto gli “OvertheTop”, gli operatori che utilizzano Internet come un’unica piattaforma e costruiscono i propri servizi “al disopra della rete”, creando un sistema distributivo «impensabile per qualsiasi altro servizio di rete (ad esempio, acqua, energia e gas)». La logica della loro attività porta ad una “monetizzazione” dell’informazione raccolta ed alla creazione di monopoli, con effetti che Bernabè descrive con particolare riferimento a Facebook e Google. Qui non è possibile seguire nei dettagli una esposizione che, come in tutto il resto del libro, offre al lettore una descrizione puntuale del funzionamento dell’intero sistema. Ma il punto rilevante è rappresentato dal’individuazione del modo in cui si sta redistribuendo il potere nel mondo globale, con l’emersione di un “Big Data”, di soggetti non sottoposti ad alcun controllo. Questo potere non riguarda solo la sfera dell’attività economica ma, attraverso la costruzione di “profili” delle persone, incide sulla loro stessa identità. Mentre in passato si poteva definire l’identità affermando che «io sono quello che dico di essere», oggi si dovrebbe concludere che «tu sei quello che Google dice che tu sei». Paradigmi economici e sociali vengono radicalmente mutati.
Si giunge così al cuore di molte questioni, riassunte dal termine privacy. Bernabè sottolinea come la debole tutela dei dati personali abbia favorito i modelli di business delle imprese americane, creando una situazione di svantaggio competitivo per quelle europee, tenute a rispettare le regole dell’Unione europea che considerano quella tutela come un diritto fondamentale della persona. Vengono allora indicati modelli di disciplina che dovrebbero consentire un corretto equilibrio tra diritti della persona e esigenze delle imprese. Si offre così materiale per una discussione generale che qui può essere soltanto accennata, partendo dalla constatazione che lo stesso ambiente americano comincia ad essere penetrato dalla consapevolezza che la crescente possibilità di raccolta dei dati personali non può tradursi nel diritto di usare quei dati come se fossero proprietà esclusiva di chi li ha raccolti, considerando marginale o indifferente la volontà degli interessati. Si accentua, così, l’attenzione per il rispetto della dignità della persona e si propongono norme severe sulla raccolta delle informazioni da parte dei datori di lavoro e per la costruzione di profili a fini di pubblicità commerciale. Bernabè propone poi di andare oltre lo schema attuale – consenso preventivo al trattamento dei dati personali o opposizione a un trattamento già iniziato – adottando forme di gestione dei propri dati che consentano un controllo complessivo sul modo in cui vengono utilizzati. Ma questo tipo di soluzione può determinare difficoltà che finirebbero con il disincentivare la persona a impiegare il proprio tempo nell’amministrare l’identità digitale. Si finirà, allora, con il trasferire questa attività ad una nuova categoria di professionisti, i gestori dell’identità, confinando tra le buone intenzioni i progetti di una sua autogestione?
Come ben si vede, si apre un ampio spazio per una discussione che riguarda la stessa collocazione della persona nel mondo digitale. Le suggestioni di Bernabè non si fermano qui. Altrettanto impegnative sono le analisi riguardanti l’assetto complessivo di Internet, condotte sempre sul filo di una informazione puntuale e di aperture sui problemi legati all’innovazione. Compare così il timore di regole che possano comprimere in forme improprie l’attività d’impresa, senza tuttavia indulgere alla logica prevalente che fa del mercato una sorta di inviolabile legge di natura. E questa linea si manifesta anche nella delicata materia della sicurezza delle reti, che Bernabè esamina anche alla luce del “caso Tavaroli”, che ha riguardato proprio Telecom e ha rivelato gravi lacune nella gestione delle informazioni personali. L’allora responsabile della sicurezza di Telecom, infatti, ha potuto utilizzare in maniera illecita i dati di traffico, cioè le informazioni che consentono di ricostruire, attraverso le chiamate telefoniche, la rete di relazioni sociali delle persone. Bernabè riconosce «una sostanziale carenza di misure» adeguate a contrastare le violazioni, facendo propri i rilievi del Garante per la privacy e descrivendo i nuovi meccanismi di garanzia. E questo è davvero un tema capitale per la difesa dei diritti, poiché il dilatarsi delle dimensioni delle banche dati è sempre più spesso accompagnato, in tutto il mondo, da loro violazioni.
Dinamiche diverse s’intrecciano, e segnalano una “evoluzione rivoluzionaria” che dovrebbe approdare ad una “seconda Internet”. Ma questa traiettoria evolutiva non dovrebbe in nessun caso mettere in discussione la neutralità della rete e il suo carattere egualitario e libero, senza i quali Internet entrerebbe in contraddizione con se stessa e la propria storia.