l’Unità 17.11.12
Domani l’iniziativa ANPI
«No al fascismo in cento piazze diverse»
Domani giornata antifascista in tutta Italia. Con una petizione l’Anpi chiederà al presidente del Senato giustizia sulle stragi naziste
di Carlo Smuraglia
In Italia, quelli che apparivano semplici rigurgiti di nostalgismo fascista, si stanno manifestando con rinnovato impegno, con rinnovata ampiezza e con crescente diffusione. Si aprono nuove sedi di movimenti neofascisti, si assumono iniziative, spesso ardite, da parte di Forza Nuova, di «Fiamma Tricolore», di «Casa Pound», con un vero e proprio crescendo e spesso con la protezione e l’incoraggiamento anche da parte di pubblici amministratori.
Aumenta la violenza delle manifestazioni, anche da parte di coloro che storicamente risorgono in occasione delle crisi cercando di approfittarne e finiscono sempre per porre in essere vere e proprie spinte verso destra, i cui sbocchi sotto il profilo storico sono sempre stati nefasti. Si aggiungono anche i tentativi di collegamento, addirittura a livello europeo, di cui è inequivocabile dimostrazione la recente manifestazione dell’Mse a Roma. In questa situazione complessiva, la linea di difesa di coloro che credono nei valori della democrazia e dell’antifascismo è ancora troppo debole e spesso incerta tra la reazione immediata e la riflessione più ampia e il tentativo di coinvolgere nella resistenza e nel contrattacco, molti cittadini e le stesse istituzioni.
Colpisce il fatto che l’esposizione di simboli fascisti e le manifestazioni aperte di fascismo (vedi le vergognose esibizioni durante il funerale di Pino Rauti) e nazismo lascino indifferente tanta parte dei cittadini, che non ne considera la gravità e la pericolosità, e trovino un clima troppo tiepido anche nelle istituzioni che dovrebbero garantire il rispetto della Costituzione. Istituzioni che, al più, possono prendere in considerazione il problema sotto il profilo dell’ordine pubblico, senza avvedersi che il problema è molto più serio e coinvolge princìpi e tematiche riferibili ai valori costituzionali.
Tutto questo trova le sue radici nel fatto che il nostro Paese non ha mai fatto seriamente i conti con il proprio passato, non ha mai analizzato e fatto conoscere a fondo il fascismo, ha trascurato non di rado le pagine più belle della nostra storia, come la Liberazione dai tedeschi e dai fascisti, ed infine è stato troppo tiepido di fronte ai continui attacchi di negazionismo e di revisionismo. Si è diffusa la falsa idea di un fascismo «buono» e «mite», contro la verità e la realtà, a fronte dei tremila morti del primo periodo del fascismo, delle leggi razziali, delle persecuzioni di chi non era fascista e della guerra in cui sono stati mandate al massacro decine di migliaia di giovani e si è rovinato e distrutto il Paese. Revisionismo e negazionismo favoriscono la sottovalutazione dei fenomeni, producono diseducazione e disinformazione, non aiutano la diffusione di un antifascismo di fondo, che dovrebbe essere il connotato comune di tutte le generazioni. Ancora più grave che le stesse istituzioni, mai liberate del tutto dalle incrostazioni fasciste, facciano così poco per trasformarsi in quegli organismi democratici che disegna la Costituzione, con fondamentali disposizioni come l’art. 54 e l’art. 97, ma poi con tutto il quadro dei princìpi che ne costituiscono l’ossatura, il fondamento e la base.
Che dei Comuni possano mostrare aperta simpatia verso i movimenti neofascisti, così come il fatto che troppi prefetti e questori restino inerti (oppure si attestino, come si è detto, sull’ordine pubblico) a fronte di manifestazioni che dovrebbero ripugnare alla coscienza civile di tutti, sono rivelatori di una permeabilità assai pericolosa per istituzioni che per definizione dovrebbero essere democratiche.
Ma c’è di più: un governo che ad una interrogazione parlamentare inerente la vicenda Graziani risponde di non essere competente perché si tratta di un fatto locale (!). E ancora. Noi siamo convinti che gran parte degli appartenenti alle forze dell’ordine sia rispettosa delle norme costituzionali e dei doveri connessi alla loro funzione; ma non possiamo non constatare che ancora troppi sono gli episodi di violenza ingiustificata e arbitraria, da quelli collettivi (vanno ricordati i casi anche recenti vedi lo sciopero del 14 novembre in cui le forze dell’ordine hanno spesso «calcato la mano», anche se continuo a deprecare l’uso della violenza da parte di alcuni manifestanti) a quelli individuali (episodi anche recenti, di cui si è diffusamente occupata la stampa, come i pestaggi di cittadini inermi, gli «anomali» trattamenti riservati ad alcuni arrestati). Questo dimostra che è ancora insufficiente il livello di democratizzazione e di formazione all’interno di corpi che dovrebbero essere sempre e concretamente impegnati nella difesa della democrazia e della convivenza civile, nel profondo rispetto dei diritti del cittadino.
Insomma, un quadro insoddisfacente e preoccupante, contro il quale occorre reagire non solo episodicamente, ma in modo coordinato e diffuso, che riguardi i cittadini, le associazioni, i partiti, i movimenti, ma si riferisca anche alle istituzioni. Uno studioso ha scritto di recente un libro con un titolo significativo: «Italia: una nazione senza Stato», osservando che se si è ormai costruita l’anima (la Nazione) manca, tuttavia, un «corpo» che a quella corrisponda (cioè una Costituzione non solo fatta di intangibili principi ma applicata concretamente e rispettata, governi duraturi, Parlamento che funziona, leggi comprensibili e ispirate a interessi generali, strutture organizzative efficienti e imparziali, burocrazia non arcigna ma fatta per il cittadino, e così via).
Noi siamo d’accordo, in linea di principio, ma pensiamo che in materia di democrazia e di antifascismo ci sia bisogno di uno slancio salutare e innovativo sia per l’anima che per il corpo; ed a questo vogliamo contribuire con una grande campagna di massa per creare una vera cultura dell’antifascismo e della democrazia, per disperdere ogni vocazione autoritaria e populistica, per ricreare la fiducia reciproca fra cittadini e istituzioni.
Di tutto questo parleremo in più di 100 piazze del Paese domani 18 novembre, Giornata Nazionale del tesseramento all’Anpi. Un momento per noi prezioso e importante per portare ossigeno e forza alla democrazia e all’antifascismo e per confrontarci con i cittadini su temi fondamentali per la stessa convivenza civile, individuando i modi e le vie per uscire da una crisi che non è solo economica ma anche politica e morale.
l’Unità 17.11.12
Polizia
Matricole visibili garanzia per tutti
di Ma. So.
«Una questione delicata su cui non ho ancora deciso». Risponde così il ministro dell’Interno Cancellieri sulla questione dei numeri di matricola visibili sui caschi o le divise degli agenti per identificare gli autori di eventuali abusi. Succede in Germania, succede nel Regno Unito, perché non si può fare anche in Italia? Lasciare che il ministero o la magistratura, e soltanto loro, possano identificare gli autori delle violenze attraverso il numero di matricola è una garanzia per tutti. Per chi svolge il proprio lavoro con competenza e onestà e per chi manifesta sapendo che le eventuali «mele marce» non resteranno impunite. Perché attendere? Bisogna impedire che il clima di sfiducia nelle istituzioni democratiche cresca ancora.
l’Unità 17.11.12
Muoversi per crescere. Appello per Bersani
Ma lo è anche nei grandi nodi extraurbani dove non è mai decollata l’integrazione modale e dove mancano le infrastrutture necessarie a superare i colli di bottiglia. Il settore dei trasporti è un settore cruciale, è lì che si giocherà la sfida del prossimo decennio. Un sistema inadeguato, vecchio, inquinante e senza regia sta frenando, oggi, i tempi di reazione alla crisi e limiterà, domani, la capacità di competere. A quasi trent’anni dal primo Piano generale dei trasporti la gomma continua ad essere la modalità prevalente per le merci e per i passeggeri. I Tir e le auto invadono quotidianamente le nostre strade con un costo sociale incalcolabile in termini di inquinamento, perdite di vite umane e spreco di tempo. Il riequilibrio modale è ancora lontano dal venire. La cura del ferro, di cui si sente ancora bisogno, non è mai stata realizzata, nel trasporto regionale e nelle merci. I porti «che dovrebbero operare nell’ottica di cooperazione e di condivisione sotto una regia che li renda funzionali all’esigenze del sistema Paese» mancano delle necessarie infrastrutture per rendere il trasporto marittimo alternativo a quello terreste e non è mai stata posta in essere una credibile politica di riordino dell’autotrasporto. E le politiche di mobilità urbana hanno mancato di coraggio e creatività nel disincentivare l’utilizzo e l’acquisto delle auto e mettere in campo massicci investimenti in trasporto pubblico e mobilità sostenibile. I centri urbani devono essere liberati. I nostri grandi monumenti non possono essere ridotti a sontuosi spartitraffico e le piste ciclabili non possono essere considerate un lusso. Gli italiani devono rivoluzionare il proprio modo di vita ed imparare a spostarsi in modo collettivo. Ma la politica deve essere da guida. Anche per i processi di risanamento industriale nel trasporto pubblico locale, che oggi attraversa una crisi gravissima, da affrontare con urgenza e decisione.
Chi si candida a governare il paese ha l’obbligo di mettere in campo un imponente intervento per modernizzare, fluidificare e razionalizzare il sistema dei trasporti mettendo al centro la logistica che è innovazione, tecnologica e ricerca e il massimo possibile di sicurezza sul lavoro. Investire nei trasporti vuol dire anche salvare la nostra industria specializzata dalla speculazione finanziaria e metterla nelle condizioni di vincere la sfida della competizione internazionale. Le ferrovie, i porti, gli interporti, le strade, gli aeroporti, le linee di trasporto pubblico locale sono un patrimonio su cui tanto si è investito e che non può essere svenduto. Chi ha a cuore il futuro del Paese deve parlare il linguaggio della verità ed accantonare l’uso propagandistico che si è fatto delle grandi infrastrutture. La priorità è nelle piccole opere e negli interventi volti a superare le carenze gestionali ed organizzative e ad aumentare l’efficienza e la qualità dei servizi offerti. Va finalmente messa in campo, e resa operativa, l’Autorità indipendente di regolazione dei trasporti.
Accanto alla responsabilità di indirizzo della politica, i soggetti economici del settore devono poter contare su un rispetto delle norme basato su trasparenza e correttezza. È per tutto questo che siamo al fianco di Pier Luigi Bersani e sosteniamo la sua candidatura a presidente del Consiglio. Grazie alla sua autorevolezza, all’esperienza di governo in questo settore, è la migliore garanzia per gli italiani. Con lui possiamo vincere la sfida e dotare il nostro paese di un sistema di trasporti sostenibile, sicuro, equilibrato, alla portata dei cittadini e attento alle loro esigenze.
Primi firmatari: Michele Meta, Silvia Velo, Mario Lovelli, Costantino Boffa, Fulvio Bonavitacola, Daniela Cardinale, Dario Ginefra, Francesco Laratta, Pierdomenico Martino, Giorgio Merlo, Mario Tullo, Sandra Zampa, Adriano Alessandrini, Daniele Borioli, Roberto Bubboli, Alessandro Capitani, Michele Civita, Gianni Cozzi, Rodolfo De Dominicis, Paolo Delle Site, Massimo Ercolani, Francesco Filippi, Federico Fontana, Michele Giardiello, Stefania Giusti, Luciano Greco, Cesare Guidi, Francesco Mariani, Francesco Maddalena, Antonio Mallamo, Johan Sebastian Marzani, Renato Midoro, Kadigia Mohamud, Mattia Morandi, Francesco Nerli, Luca Persia, Roberto Pesaresi, Alessandro Ricci, Maria Rosaria Saporito, Pietro Spirito, Davide Shingo Usami.
l’Unità 17.11.12
Manifesto Liberal Pd per Bersani, firma anche Battiato
A sostegno della candidatura di Pier Luigi Bersani alle primarie del centrosinistra arriva pure un Manifesto «Liberal», che conta già trenta sottoscrizioni provenienti dal mondo della politica, della cultura, dell’impresa e delle istituzioni. Fra i nomi che hanno aderito all’iniziativa, promossa da Enzo Bianco, presidente dei Liberal Pd, Ludina Barzini (vice presidente Liberal Pd) Luigi De Sena, Antonio Maccanico, Adolfo Battaglia, Franco Battiato, il presidente del Cnr Luigi Nicolais, Pasquale Pistorio (già vice presidente di Confindustria), l’ambasciatore Roberto Di Leo, Giorgio Bogi, Giuseppe Facchetti.
E anche da Dario Fo arriva un appoggio a Bersani. «Renzi? Il toscano non lo sopporto, è un “ciancione” pieno di sé. E non è di sinistra. Se andassero al ballottaggio voterei per Bersani, che ha tanti difetti ma è più umano mentre Renzi lo sento artificiale», ha detto Fo a Radio 24.
l’Unità 17.11.12
Primarie, ecco come registrarsi ai seggi
Sale il numero di uffici elettorali in cui iscriversi, in vista del 25 novembre On line tutti
gli indirizzi e gli orari di apertura, città per città
Sarà di nuovo un weekend di mobilitazione straordinaria, quello di oggi e domani. Il coordinamento per le primarie del 25 novembre ha deciso di aumentare il numero degli uffici elettorali in cui è possibile andare a registrarsi (ora siamo a quota 6.600 tra circoli Pd, Sel, sedi Arci e altro) ma anche di ripetere l’operazione dello scorso fine settimane, con l’allestimento di gazebo nelle principali piazze delle città italiane.
Oggi, tra l’altro, sul sito delle primarie sarà possibile sapere dove bisogna andare a votare il 25 novembre (con eventuale doppio turno il 2 dicembre, se nessun candidato supererà il 50% più uno dei consensi). Bisogna infatti votare nel seggio collegato alla propria sezione elettorale.
COME FARE
Per registrarsi operazione propedeutica per il voto del 25 novembre si può andare in qualunque ufficio elettorale (gli indirizzi e gli orari di apertura, città per città, sono consultabili sempre sul sito delle primarie). Oppure si può fare on-line, andando all’indirizzo web www.primarieitaliabenecomune.it.
In entrambi i casi bisogna comunicare i propri dati anagrafici, sottoscrivere l’appello a favore del centrosinistra, per l’Italia bene comune, e iscriversi all’Albo degli elettori. È possibile anche lasciare un indirizzo di posta elettronica o un numero di cellulare per avere poi informazioni ulteriori sulle primarie e su dove andare a votare il 25.
Chi si registra on-line deve comunque passare a un ufficio elettorale a versare i due euro (almeno) di contributo spese e ritirare il «certificato di elettore di centrosinistra» che dà diritto a scegliere, tra poco più di una settimana, chi dovrà essere il candidato premier per le prossime elezioni politiche. Anche se sarà possibile farlo il 25 (ma si dovrà fare in un luogo diverso da quello dove si voterà), conviene registrarsi in questi giorni per evitare di dover poi fare file molto più lunghe.
Le urne per votare, tra due domeniche, saranno aperte dalle 8 alle 20. Se nessuno tra Pier Luigi Bersani, Matteo Renzi, Nichi Vendola, Laura Puppato e Bruno Tabacci dovesse incassare il 50% più uno dei consensi, ci sarà un secondo turno domenica 2 dicembre. Per quarantott’ore, in quella settimana tra le due votazioni, si potrà iscrivere (per poi votare al secondo turno) chi non lo avesse precedentemente fatto.
Possono partecipare al voto i giovani che abbiano compiuto 18 anni entro il 25, i cittadini dell’Unione europea residenti in Italia e quelli di altri Paesi extra-Ue in possesso di regolare permesso di soggiorno e di carta di identità. Per poter votare sarà necessario esibire al seggio un documento d’identità valido, la tessera elettorale e il proprio «certificato di elettore della coalizione di centrosinistra “Italia Bene Comune”» rilasciato al momento della registrazione all’Albo degli elettori.
Sono moltissimi fanno sapere intanto dal Coordinamento per le primarie i cittadini che si sono già registrati per votare e scegliere il candidato premier del centrosinistra: almeno 180.000 si sono iscritti online, mentre quasi 250.000 si sono registrati negli uffici elettorali allestiti dalla coalizione in tutta Italia.
Corriere 17.11.12
Primarie Pd, la battaglia delle iscrizioni
di Virginia Piccolillo
Il partito: già registrati 430 mila votanti. Il team dello sfidante: alla Leopolda non si può
ROMA — Oltre 430 mila già registrati. Più della metà online. Entra nel vivo la sfida delle primarie per il candidato premier del centrosinistra che si terrà il 25 novembre in quasi 9 mila seggi sparsi in tutta Italia. Per scegliere tra Pier Luigi Bersani, Matteo Renzi, Nichi Vendola, Bruno Tabacci e Laura Puppato occorre registrarsi e pagare 2 euro, operazione che potrà essere fatta direttamente in ciascun seggio, portando certificato elettorale e documento d'identità. Ma preregistrarsi, negli uffici elettorali od online, renderebbe tutto più snello, per questo i comitati lo raccomandano.
Si fa più rovente anche la battaglia per la vittoria finale. Con i due favoriti dai sondaggi, Bersani e Renzi, che si punzecchiano. «Va alla grandissima» dichiara Bersani. Mentre Renzi rimarca che le regole lo «penalizzano». Entrambi schierano supporter di peso. Antonio Di Pietro annuncia che parteciperà alle primarie e non voterà per Renzi: «È neoliberista e filo Marchionne. Appoggiamo proposte alternative a Monti. Mi auguro vincano Bersani o Vendola». «Con tutto quello che ha combinato Di Pietro non solo in queste ultime settimane, ma negli ultimi 15-20 anni, meglio così», risponde il rottamatore a stretto giro. Mentre Vendola loda la scelta «giusta» e Bersani raffredda: «Benissimo: ognuno voti chi vuole, ma non si ricostruisce la foto di Vasto».
Per Bersani si schierano anche Dacia Maraini, Giuseppe Tornatore, Paola Concia e Aurelio Mancuso. Spera in un successo del sindaco fiorentino, invece, Marco Pannella: «Ritengo che l'elezione di Renzi possa rappresentare una svolta importantissima in tutta la politica italiana», dice a Radioradicale. Chiarendo però che il rapporto con il Pd è ancora tra concorrenti. A distanza replica il concorrente Bruno Tabacci: «Renzi è un giovane interessante ma ha idee leggere. Abbiamo bisogno di rottamare ladri e imbecilli».
Intanto però l'attenzione è ai numeri. Gli oltre 430 mila che si sono registrati sono ancora molto al di sotto dei 3 milioni, cifra raggiunta nelle scorse primarie e in quelle precedenti, ma, fa notare Nico Stumpo, coordinatore delle primarie, «a quel numero si arrivò in una giornata sola. Quella del voto. Quindi bisogna aspettare. Quello che è straordinario — aggiunge il responsabile organizzazione del Pd — è la partecipazione dei volontari. Uno sforzo enorme. Basta guardare i numeri. Circa 100 mila persone che da un mese sono coinvolte e hanno messo a disposizione alcune ore del loro tempo per le registrazioni, 80 mila lavoreranno il 25 novembre. Numeri enormi che solo il centrosinistra può permettersi». I fondi raccolti, assicura Stumpo, «al netto delle spese sostenute, rimarranno per finanziare la futura campagna elettorale».
Soddisfazione anche nel quartier generale di Renzi. Dove la parola d'ordine è: «Ora basta recriminare mettiamocela tutta». Lo dice chiaro il renziano Lino Paganelli, responsabile feste ed eventi del Pd: «Ora bisogna tutti far sì che la gente partecipi. I numeri ci dicono che c'è una grande partecipazione nei grandi centri. Da domani sul sito si potranno trovare tutti gli indirizzi dei seggi. Contiamo di averne molti di più». In realtà le polemiche proseguono: David Ermini, responsabile del comitato Renzi in provincia di Firenze, denuncia che il comitato del Pd fiorentino «non ha consentito di mettere un tavolo per la registrazione alla Stazione Leopolda».
Corriere 17.11.12
I sospetti renziani sui gazebo. Ai militanti la guida anti brogli
di Angela Frenda
FIRENZE — Nove giorni alle primarie del centrosinistra. E il «generale» Matteo Renzi ieri, nella seconda giornata di Stazione Leopolda, ha deciso di dare una scossa ai motori della macchina per gli ultimi 100 metri. Senza farsi influenzare dai sondaggi, lo ha detto anche ai suoi: «Se vota un numero di persone molto significativo, la partita è aperta; se votano in pochi, è più difficile vincere. In questi giorni arriverà di tutto, frasine, minaccine. State sereni, è la settimana più difficile ma anche la più bella. Ma a chi dice "qui ci asfaltano", rispondo: non provino a toccare nessuno di noi». Stessa opinione per la sua mente organizzativa Lino Paganelli: «I sondaggi? Nelle primarie contano poco. Questi nove giorni fanno la differenza».
E però, la tensione sale. La si percepiva anche ieri mattina, negli incontri a porte chiuse con i comitati. La parola d'ordine è una sola: organizzarsi e difendersi. Proprio come un esercito in guerra. Per la mobilitazione si annunciano porta a porta, aperitivi e «Leopoldine» in tutt'Italia. Mentre a ognuno di loro ieri è stato illustrato il vademecum del «perfetto» rappresentante di seggio di Matteo Renzi. Con tutti i trucchi per evitare i temuti brogli. Eccone alcuni: non perdere mai di vista l'urna. Costruirla sul luogo e non accettarne di preconfezionate. Svuotare l'urna senza mai rovesciare tutto il contenuto sul tavolo. Compilare subito il verbale di voto, fotografarlo, e inviarlo. In questo modo, attraverso un sistema informatico unico, sarà possibile per lo staff renziano vedere in tempo reale i verbali di ciascun seggio, e contestare eventuali brogli. Regole simili a quelle delle primarie della sinistra francese.
Ma i comitati sono titubanti. Nell'incontro nel pomeriggio con un Matteo Renzi spumeggiante contestano vuoti organizzativi. Il sindaco di Firenze prova a tranquillizzarli: «Siamo a un passo dal traguardo. Non perdiamo di vista l'obiettivo». Il vero nodo, spiega Paganelli, «è superare i timori creati nei giorni scorsi dalle voci sulle registrazioni complesse». Renzi lancia l'operazione «Give me Five»: «Ciascuno dei 120 mila volontari web porti a votare alle primarie almeno cinque persone. Chiamate anche la zia Concetta. Tra l'altro i sondaggi ci danno nettamente tra gli anziani. In settimana farò un paio di cose choc».
Intanto la macchina organizzativa prepara la strategia finale. Renzi ieri è rimasto defilato, per lo più dietro il palco a organizzare. Con lui, il solito «quadrato magico», cioè quelli di cui il sindaco, diffidente per natura, davvero si fida: l'amico di sempre (dai tempi degli scout) Gigi De Siervo, dirigente Rai. Marco Carrai, col quale si conoscono da adolescenti, oggi amministratore delegato della «Firenze parcheggi» ma anche colui che tiene i rapporti con il mondo dei finanziatori. Luca Lotti, capo di gabinetto, meno di 40 anni, laurea in Scienze politiche, da Azione cattolica. E Marco Agnoletti, suo portavoce storico. Da loro un suggerimento ad attaccare, nel suo intervento di oggi. Lui però non è convinto. Ha accettato invece di anticipare il suo discorso alle 12: al vecchio orario, le 16, parlava in contemporanea anche Bersani.
Tanti ancora gli interventi di ieri. A cominciare da quello, a sorpresa, di Giorgio Gori, (ex) spin doctor, oggi proiettato verso la politica attiva («Hanno provato a mettere zizzania tra me e Matteo. Io suggeritore? Figuriamoci. E poi quella cravatta viola nessuno di buon senso poteva suggerirgliela»); Don Enzo Mazzi; Mario Adinolfi; Oscar Farinetti («La politica? Come la maionese impazzita»). E c'è il politologo Roberto D'Alimonte («Renzi avrà bisogno di Bersani, e Bersani di Renzi») che in privato ha spiegato al sindaco: il risultato è imprevedibile. Infine lui, Alessandro Baricco. Lo scrittore ha invitato a «fare come gli arabi quando conquistarono la Spagna. Distruggiamo le navi alle spalle. La nostra è un'Italia vera. Bersani e Vendola? Hanno le stesse facce di chi gioca alla playstation e quasi si vergogna». E sul finale, il docuweb girato da Fausto Brizzi: 24 minuti sul «fenomeno Renzi».
Corriere 17.11.12
Camusso tra Bersani (che chiama il Colle) e gli irriducibili
di R. Ba.
ROMA — Nella complessa partita per ridurre il gap di produttività dell'Italia rispetto alla media europea ieri sono entrati in gioco anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il segretario del Pd Pierluigi Bersani. Il capo dello Stato, ricordiamo, è stato molto attivo nel convincere l'ex numero uno di Confindustria Emma Marcegaglia e il segretario generale della Cgil Susanna Camusso — convocandole al Quirinale una settimana prima — a firmare l'intesa del 28 giugno 2011 che avrebbe ridisegnato i contratti e la rappresentanza. Erano giorni particolari, di lì a poco sarebbe scoppiato il caso Italia sui mercati e occorreva la massima coesione possibile. Bersani oggi è preoccupato che il tradizionale asse del Pd con la Cgil offuschi la sua immagine riformista proprio alla vigilia delle elezioni. Molti i contatti nelle ultime ore sull'asse Pd-Colle-Cgil. Basteranno queste leve a convincere Camusso a mettere la sua firma «digitale» su questa faticosa intesa sulla produttività?
La Cgil non è mai stata convinta che forzando il secondo livello di contrattazione si sarebbero risolti tutti i problemi della produttività. E ha sempre temuto che il bonus di sacconiana memoria (per ridurre al 10% le tasse sul salario variabile, con fondi messi a disposizione dal governo per 1,6 miliardi di euro nel biennio) alla fine avrebbe creato un mercato duale dei lavoratori e a lungo andare scardinato la tenuta della previdenza. Secondo i calcoli fatti dall'ufficio studi del sindacato di corso Italia solo due milioni di lavoratori dipendenti su 16 sarebbero interessati al secondo livello. Ben altro ci vuole per rendere più efficiente il nostro sistema produttivo. Susanna Camusso anche l'altro giorno, nel suo discorso da Terni, ha ricordato la strada maestra degli investimenti in ricerca e innovazione e l'aumento delle dimensioni delle imprese, «oggi troppo piccole» per competere. Ma la pressione del governo, che si era già impegnato a presentare a Bruxelles entro il 18 di ottobre scorso una intesa credibile, dei media e anche del Pd forza politica decisiva nel sostegno a Mario Monti, hanno convinto la Cgil ad andare avanti nonostante la netta opposizione interna della Fiom di Maurizio Landini. Il giorno di svolta, quando Corso Italia ha capito che le cose si stavano mettendo su una strada per lei inaccettabile, è stato mercoledì 17 ottobre. Nel pomeriggio, il ministro dello Sviluppo Corrado Passera, incontrando le associazioni imprenditoriali, ha indicato i famosi 5 punti per il governo fondamentali nel concedere gli sgravi. Tutti capitoli chiesti dalle piccole e medie imprese e dalle banche (leggi demansionamento per risolvere i 30 mila esuberi emersi con la riforma Fornero) e indigesti per i sindacati. Il negoziato avviato da quel momento in poi è stato tutto giocato per mediare la richiesta del governo deciso a spezzare la vecchia logica degli accordi sull'asse Confindustria-Cgil. Un cambiamento epocale, già avviato con l'uscita della Fiat da viale Astronomia, e che ha messo a dura prova la tenuta interna della Cgil. Camusso, in una lettera pubblicata dal Corriere della Sera domenica 4 novembre, ha iniziato con un «diversivo» chiedendo al governo più coraggio e di approvare un decreto che disciplinasse la rappresentatività. Palazzo Chigi ha indirettamente fatto rispondere al ministro del Lavoro Elsa Fornero che ha ricordato la necessità di un altro decreto, quello con i paletti per concedere gli sgravi fiscali. Le distanze da allora sono aumentate sempre di più e l'altro giorno in un lungo direttivo dove ha prevalso la linea del «no» la Cgil ha deciso l'ultima mossa. Ecco allora la lettera di ieri con la richiesta di rimettere in pista la Fiom nella trattativa per il contratto dei metalmeccanici. Tra oggi e domenica, visto che Squinzi ha detto che il testo dell'accordo lo invierà al governo lunedì, si capirà se la moral suasion incrociata del Colle e del Pd ha avuto successo.
R. Ba.
il Fatto 17.11.12
Il piano di Landini: Primarie per la segreteria della Cgil
Il segretario Fiom rinuncia alla politica per il sindacato
di Salvatore Cannavò
Il futuro del segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, si è ormai chiarito. Nessuna “scesa in campo” politica ma il segreto obiettivo di puntare alla segreteria della Cgil. Solo che con le regole attuali è difficile che possa riuscirci. Ecco perché da un po’ di giorni in Fiom si discute di primarie anche nel principale sindacato per consentire a tutti gli iscritti di scegliersi il segretario generale. Di ufficiale non c’è nulla, ma l’idea viene accarezzata con cura.
A tenere banco, nei mesi scorsi, era stata l’idea del “partito Fiom” che si era ritagliata uno spazio nell'immaginario mediatico e politico. L'amico e compagno di Landini, il torinese Giorgio Airaudo, anima della Fiom che guarda con attenzione alla politica, aveva indicato Landini come “il Lula italiano” immaginando il segretario Fiom a capo di un’operazione politica di sinistra. Landini ha ascoltato con attenzione Airaudo, ha avuto con lui diversi colloqui e ci ha pensato su. Ma alla fine ha preferito declinare la proposta ribadendo la propria vocazione sindacale. Landini resterà, dunque, nel sindacato e nell'immediato dovrà vedersela con problemi noti: la vertenza con la Fiat, il rinnovo del contratto metalmeccanico, la gestione di una crisi durissima nel settore industriale con la perdita di migliaia di posti di lavoro.
MA SE NELL'IMMEDIATO la strada è tracciata nel futuro più lontano gli sbocchi vanno ancora definiti. E l’obiettivo è stato selezionato con prudenza ma anche con cura: la segreteria generale della Cgil. Una prospettiva che sembra preclusa a chi finora ha tenuto una posizione di minoranza dentro il sindacato rosso e che non ha mai esibito rapporti strepitosi con il gruppo dirigente attuale. “Diciamolo chiaramente” spiegano da Corso Trieste, “con le regole attuali Landini non sarà mai il segretario della Cgil”. Con le regole attuali significa dire con i congressi tradizionali, con la blindatura dei gruppi dirigenti e con una modalità tipica della retorica di sinistra. “Con le primarie, invece, sarebbe un'altra storia” spiega la stessa fonte.
Le primarie fra gli iscritti al primo sindacato italiano per eleggere direttamente il segretario generale, rappresenterebbero una scossa significativa. Una rottura della pratica tradizionale dei congressi e dei documenti contrapposti e un modo per movimentare le acque in una struttura che a molti sembra un po' ingessata. A essere entusiasta, per una simile ipotesi, sarebbe innanzitutto la base Fiom. “Con le primarie significa che tu, operaio o impiegato, ti puoi scegliere il tuo, e sottolineo tuo, segretario generale” dice Ciro D'Alessio della Fiom di Pomigliano, uno dei 19 lavoratori di cui il Tribunale ha ordinato l'assunzione in Fiat. “Sarebbe una scelta bellissima; io non ho niente contro Susanna Camus-so, ma certo l'idea di Landini segretario sarebbe una cosa davvero importante”. Ma il messaggio potrebbe arrivare a un pubblico più largo perché la Fiom ha spesso rappresentato ragioni più ampie: “In Fiom siamo tempestati da richieste di iscrizione da parte di lavoratori di altre categorie” spiega ancora D'Alessio e il dato viene confermato anche dalla Fiom nazionale. Per rappresentare tutto questo ci sono solo due strade: quella della “scesa” in politica oppure la segreteria della Cgil. L'obiettivo è segnato, occorre capire come arrivarci. Se davvero dovesse partire la raccolta di firme per chiedere le primarie, l'impatto in Cgil potrebbe essere molto rilevante. Anche per questo prevale ancora la cautela. Sentito dal Fatto, Sergio Cofferati, che della Cgil è stato un autorevolissimo segretario, promotore forse dell'ultima stagione di grande mobilitazione di piazza – la manifestazione contro le modifiche all'articolo 18 del 23 marzo 2002 è negli annali della Cgil – preferisce non sbilanciarsi e sottolinea che in fondo, con la modalità attuale dei congressi, una candidatura alternativa alla segreteria generale si può avanzare lo stesso. E sull'ipotesi di Landini segretario fa un'apertura: “Penso che sia importante che rimanga nel sindacato e penso anche che nessuno spazio gli sia precluso”.
Repubblica 17.11.12
Zingaretti: “Il centrodestra può fare di tutto, ma sarà spazzato via”
“Il governo si è piegato a uno scempio politico”
di Mauro Favale
ROMA — «Possono fare di tutto, ma alla fine verranno spazzati via». Nicola Zingaretti dal 4 ottobre, dopo aver abbandonato improvvisamente la corsa per il Campidoglio («Non sono pentito, anzi»), è ufficialmente il candidato per il centrosinistra alla Regione Lazio, alle prese con una confusa partita per la data del voto.
Sperava nelle urne a dicembre. Ora è arrivato il parere del capo dello Stato: si è rassegnato alla possibilità di non votare prima di marzo?
«Ovviamente rispetterò la decisione che verrà presa anche se così viene anticipata la sentenza del Consiglio di Stato attesa per il 27 novembre. Ritengo comunque che votare a marzo sia un danno che avrà dei costi».
Di che tipo?
«Credo che l’esecutivo si sia piegato a interessi di parte e abbia sottovalutato il costo democratico di lasciare per mesi senza governo Lazio e Lombardia. Questo scempio rischia di provocare un’ulteriore rottura del rapporto tra cittadini e istituzioni. Per non parlare del costo economico».
L’avete quantificato?
«Se voteremo a marzo avremo sprecato 60 milioni di euro. L’immagine che si dà è quella di una casta che non tiene conto degli interessi dei cittadini. Poi ci lamentiamo se cresce l’antipolitica».
Eppure anche il Pd alla fine si è piegato all’election day.
«Bersani ha chiarito la posizione del Pd: votare al più presto per le regioni e a scadenza naturale per le politiche. Poi, davanti all’offensiva del Pdl, si è fatto carico dell’impegno di non mettere a rischio la tenuta del governo».
Con l’election day i romani potrebbero ritrovarsi votare per regionali, politiche e forse anche comunali.
«Voglio solo ricordare il caos dell’election day del 2001, quando ci furono le file ai seggi fino alle 2 di notte. E all’epoca non c’erano le regionali».
Repubblica 17.11.12
L’avvocato Pellegrino: “Nel Lazio bisognava votare entro dicembre”
“Un precedente pericoloso stravolge l’ordinamento”
di Alberto Custodero
ROMA — «Sul Capo dello Stato è stato esercitato un ricatto per costringerlo a non rispettare la legge che, come stabilito dalla Corte costituzionale, impone di votare per il rinnovo della Regione Lazio entro 90 giorni dal suo scioglimento». L’avvocato Gianluigi Pellegrino, amministrativista e difensore di Movimento di cittadini critica la posizione del Quirinale.
Avvocato, non è un po’ forte l’accusa di un ricatto?
«Il Pdl, che teme non già la campagna elettorale ma i risultati delle regionali prima delle politiche, ha scatenato in queste ore un inaccettabile ricatto alle istituzioni: “Se si rispettano le prerogative costituzionali dei cittadini delle Regioni, dice, facciamo cadere il governo”».
Perché allora se la prende con il capo dello Stato?
«Perché Napolitano sta là per respingere i ricatti costituzionali, non per cedere agli stessi. Deve difendere i cittadini contro l’abuso del potere. Se invece per valutazioni di opportunità cede agli abusi di potere, allora rischia di generare confusione nei cittadini».
Il momento è confuso: cosa sta accadendo?
«I cittadini del Lazio si aspettavano che il Presidente li difendesse contro la protervia di Polverini e Berlusconi. Non è avvenuto. Il Quirinale, con il suo comunicato, pur riconoscendo le sacrosante ragioni costituzionali dei cittadini, ha finito anche al di là delle sue intenzioni con l’avallare la violazione della regione e del governo, sovrapponendosi al giudizio del Consiglio di Stato che aveva fissato l’udienza per il prossimo 27 novembre senza entrare nel merito».
Come se la spiega?
«Non resta che pensare che sia il lascito avvelenato degli abusi eversivi di questi venti anni che sembrano paradossalmente aver contaminato anche le istituzioni che meritoriamente li hanno arginati».
l’Unità 17.11.12
Pisapia e Veronesi: «Mai più l’ergastolo»
di Pino Stoppon
MILANO L’ergastolo o il «fine pena mai» «non deve esserci più nel codice penale di un’Italia democratica». A dirlo il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, all’apertura a Milano della quarta conferenza mondiale «Science for peace».
«Con la tutela dei diritti si ottiene anche l’osservanza dei doveri spiega c’è un collegamento diretto tra la pace e le sanzioni. Prima di essere sindaco ho lavorato alla commissione ministeriale di riforma del codice penale, che voleva uscire dall’equazione sanzione uguale carcere». Un progetto che non è stato accolto, ma che secondo il sindaco di Milano andrebbe ripreso. «Ci sono pene più efficaci osserva che consentirebbero sia di risarcire le vittime che di rieducare socialmente il condannato». Pisapia ha infine sottolineato come «l’alleanza tra scienza e pace sia indifferibile, indispensabile e decisiva per un mondo migliore. L’impegno per la pace richiede un salto di qualità e tutti, dalla politica al volontariato e alla società civile, devono adoperarsi per questo. L’antidoto alla guerra è lo sviluppo della scienza e della libertà».
E proprio l’abolizione dell’ergastolo in Italia è il tema della campagna di sensibilizzazione che «Science for peace» ha lanciato quest’anno. E non è solo l’intervento del sindaco di Milano che ha chiarito l’intento ma anche qeullo dell’oncologo Umberto Veronesi.
«La scienza ci ha confermato che l’uomo è geneticamente non violento spiega nel nostro dna non c’è il gene dell’aggressività. La nostra vocazione naturale è alla solidarietà a protezione dei più deboli, mentre l’aggressività è la nostra risposta ad una minaccia alla sopravvivenza, o il risultato di fattori esterni, come un’educazione sbagliata».
E una cultura di pace, secondo Veronesi, non può prescindere da una giustizia «ispirata al recupero e alla riabilitazione della persona. Non c’è solo la pena di morte, che condanniamo, ma anche l’ergastolo, che è una pena di morte più lenta prosegue un’agonia lunga senza speranza, futuro e creatività. L’ergastolo è una pena ingiusta e assurda, che non ha più senso. La violenza chiama violenza, e bisogna interrompere questa catena».
La giustizia spesso è «ingiusta osserva Veronesi ha delle connotazioni vendicative. Giudica senza capire. Bisogna abbandonare l’ergastolo, così come hanno fatto altri paesi europei. L’unico strumento efficace per una società più sicura conclude è la rimozione delle cause che portano alla violenza, come gli squilibri e le ingiustizie sociali, il mobbing, l’intolleranza verso persone o etnie o religione diversa».
Il cervello umano, a differenza di quanto si pensava fino a poco tempo fa, si rigenera durante tutta la vita, quindi, ha detto ancora Veronesi, «chi ha commesso un crimine a 20 anni non è la stessa persona a 40» ed è una «ingiustizia grave» tenerlo in carcere tutta la vita. «L’anno scorso ha ricordato l’oncologo ci siamo battuti per l’abolizione della pena di morte. Uno Stato che uccide infatti legittima i propri cittadini a fare altrettanto, oggi invece vogliamo parlare di violenza nei sistemi giudiziari, dove spesso non c’è giustizia. La violenza chiama altra violenza, bisogna interrompere la catena, e l’ergastolo è spesso il risultato di una giustizia poco giusta. La giustizia deve giudicare, ma anche capire, e oggi la regola è il contrario».
l’Unità 17.11.12
Pd e cattolici democratici. Non guardare indietro
di Giorgio Merlo
UNA COSA È CERTA: LA PRESENZA DEI CATTOLICI DEMOCRATICI NEL PD ERA E RESTA DECISIVA PER MARCARE LA «PLURALITÀ» DEL PARTITO da un lato, e per rendere più feconda e più riformista la proposta politica dall’altro. Del resto, è noto che di fronte alla liturgia, ormai un po’ noiosa e un po’ datata, che il Pd non è altro che lo stanco prolungamento dell’esperienza e della storia della sinistra italiana, è facile rispondere con i fatti. E cioè, proprio i cattolici democratici e i popolari sono stati decisivi, con altri, nella costruzione del «progetto democratico» che non si può ridurre nel futuro, pena il suo fallimento, alla riedizione di un passato ormai archiviato a livello storico e a livello politico. Ma è proprio nell’attuale fase politica che il contributo dei cattolici democratici richiede un soprassalto di dignità e di autorevolezza. La cosiddetta «resistenza» al berlusconismo e a tutto ciò che ha rappresentato anche in termini culturali e di costume è ormai alle nostre spalle.
Anche se è bene non dimenticare che proprio in quella stagione di glorificazione effimera e di entusiasmo mondano del messaggio berlusconiano, solo la piccola pattuglia cattolico democratica, con pochi e sparuti altri compagni di viaggio, osarono mettere in discussione nella variegata area cattolica la proposta politica di quel centrodestra. Spiace ricordarlo, ma molti protagonisti dell’attuale «centro moderato» furono affascinati proprio da quelle parole d’ordine e dai messaggi virtuali che partivano dalle pompose centrali ideologiche del fondatore della Fininvest.
Comunque sia, proprio quei cattolici democratici sono riusciti a mantenere, seppur tra mille difficoltà, la barra dritta e oggi possono autorevolmente e coraggiosamente dire che sono titolati a inaugurare, con altri, una nuova fase della democrazia nel nostro Paese. Una partita che, però, e qui sta la differenza, deve essere giocata adesso non «contro» un avversario apparentemente irriducibile ma «per» la costruzione di una stagione di governo e di riforme che il Paese attende ormai da troppi anni. Una stagione che non può essere contrassegnata dal solo «ritorno delle sinistre» al governo come se fossimo in un gioco a specchi dove la contrapposizione è sempre sistemica e di alternatività quasi antropologica. No, adesso il centrosinistra democratico, riformista e di governo deve saper sprigionare proprio quella «cultura di governo» che ha sempre rivendicato e che, probabilmente, dopo il voto del 2013, sarà chiamato a declinare in prima persona. Altroché l’alternativa di sinistra o il ritorno dell’Unione. In gioco c’è la possibilità di riscoprire proprio quella vena riformista e di profondo cambiamento che ha sempre caratterizzato le migliori stagioni del centrosinistra nella storia democratica del nostro Paese. E il Pd è chiamato direttamente in causa. Proprio il Pd, e cioè il partito riformista più consistente e più radicato nell’attuale fase politica e che può dimostrare adesso la sua vocazione riformista e di cambiamento.
È questa la sfida politica, culturale e programmatica dei cattolici democratici nel Pd e nel Paese. Da pattuglia di resistenza alla degenerazione della presenza dei cattolici ad avanguardia per la riaffermazione di quei valori fondanti che giustificano ancora la nostra presenza nell’agone politico contemporaneo. Nessuna deriva socialdemocratica e nessuna assuefazione al «ritorno delle sinistre». Del resto, il Pd non è nato per quella prospettiva e la sua stessa mission non è mai stata quella di ripetere stancamente le esperienze del passato. Sotto questo profilo, la candidatura a premier di Bersani rappresenta un valore aggiunto e un riconoscimento della specificità di questa esperienza, della nostra esperienza, nel nuovo progetto di governo. E la sua citazione di Papa Giovanni nel recente confronto televisivo con gli altri candidati a premier del centrosinistra perché «riusciva a cambiare le cose nel profondo rassicurando e senza spaventare nessuno» è la conferma che il nostro futuro non rinnega il passato ma lo oltrepassa, senza nostalgie identitarie e senza regressioni ideologiche.
E proprio per centrare questo obiettivo va consolidato e assecondato il «progetto democratico». Non stupisce, pertanto, che i cattolici democratici sono schierati convintamente con Bersani in queste primarie. Consapevoli, però, che c’è un compito tutto politico teso a fecondare la proposta del Pd e del centrosinistra con le nostre idee e i nostri valori e un’altra esigenza, forse più culturale, proiettata invece a convincere settori dell’area cattolica italiana sulla bontà di questa scelta e di questa mission.
Certo, servono coraggio, audacia, intelligenza e forse anche impopolarità. Ma, del resto, lo dice la stessa storia ultradecennale del cattolicesimo democratico. La nostra non è mai stata una scelta di campo «comoda» o «accondiscendente». E anche stavolta dovrà affrontare ostacoli e incomprensioni. Con la speranza però, e anche la fiducia, che nella nuova stagione politica che si sta per aprire conteranno sempre più le proposte e le idee che si mettono in campo per risolvere i problemi dei cittadini. Mutuando sino fondo il vecchio e attualissimo slogan di Pietro Scoppola. Adesso più che mai servono «cultura del comportamento e cultura del progetto».
Corriere 17.11.12
Quelle madri sempre sacrificate la scelta che divide anche i cattolici
di Isabella Bossi Fedrigotti
Sawita, dentista trentunenne, immigrata dall'India in Irlanda, incinta al quarto mese di gravidanza, quasi al quinto, aveva chiesto di abortire dichiarando di essere afflitta da dolori lancinanti. I medici, però — la notizia ha già fatto il giro del mondo — si sono opposti affermando, così pare, che in un Paese cattolico questo non si poteva fare. Che, se il feto era sofferente, bisognava aspettare che morisse. Morta, però, è Sawita, di setticemia, e assieme a lei naturalmente anche il futuro bambino.
Tre sono le possibilità: che i medici fossero fermamente convinti, in nome della religione, che la vita di una madre non vale quella, sia pure ipotetica, visto lo stadio ampiamente incompiuto della gravidanza, del figlio; che i medici fossero, in realtà, cattivi medici, incapaci di diagnosticare il malessere che avrebbe portato Sawita alla morte; che, trattandosi di un'immigrata di colore, avessero trattato il caso con una certa approssimativa disattenzione, secondo un'usanza tristemente diffusa non soltanto in Irlanda, senza davvero impegnarsi a cercare di capire l'inglese forse imperfetto della paziente indiana. Ma è anche possibile, se non probabile, che tutte e tre le cose insieme abbiamo determinato il comportamento dei medici. Di là dal caso specifico dell'infelice Sawita, resta la tormentosa questione di fondo che divide anche i cattolici: davvero è giusto (sul serio lo vorrà Dio?) che, quando si pone l'alternativa, è sempre la madre che va sacrificata in nome del figlio, trascurando la presenza di altri piccoli nonché quella di un marito costretto, in nome di un bambino che nemmeno conosce, a scegliere la vedovanza? Perché la religione «preferisce» il figlio alla mamma? Perché lui rappresenta il futuro e lei (magari trentunenne) soltanto il passato?
Il progresso della medicina ha fortunatamente ridotto di molto i casi in cui si pone la drammatica scelta, e, tuttavia, a volte ancora se ne presentano. Come si presentano casi di madri che, colpite da un tumore, rinunciano alla chemioterapia per non danneggiare il feto: ammirevoli al massimo grado — e subito sante per la Chiesa — però come non pensare che in realtà confidino tutte nel miracolo di avere alla fine salva la vita entrambi, mamma e bambino?
l’Unità 17.11.12
Israele e Gaza, atti di guerra
Colpita Gerusalemme
Continua il lancio di missili su Tel Aviv che riapre i rifugi. Oltre 29 vittime palestinesi
Richiamati 75mila riservisti, minacciato l’attacco di terra ai Territori
Abu Mazen si schiera con Hamas
di Umberto De Giovannangeli
Razzi su Gaza e Tel Aviv. Gaza bombardata. I carri armati di Tsahal ammassati ai confini con la Striscia. I miliziani di Hamas, pronti a colpire nel cuore d’Israele, che annunciano trionfanti: «Abbiamo abbattuto un caccia» con la stella di David. I rifugi che tornano a riaprirsi dopo 21 anni. Nessuna tregua. È guerra. Senza quartiere. Circa 85 missili sono esplosi ieri dì mattina a Gaza nell’arco di 45 minuti, facendo salire in aria dense nubi di fumo nero e provocando due morti secondo fonti di Hamas. È salito ad almeno 29 il bilancio delle vittime palestinesi. Tra i morti ci sono sei bambini e 12 militanti. Un bimbo di 4 anni è stato ucciso insieme a un giovane uomo quando un missile israeliano è caduto vicino alle loro case a Jabaliya. Ci sono anche centinaia di feriti. Nella notte nuovo colpo contro Hamas: l’aeronautica israeliana ha eliminato Ahmed Abu Jalal, uno dei leader del movimento di resistenza islamico in un raid aereo nella Striscia. Lo riferisce il Jerusalem Post.
Un altro ordigno ha raggiunto, invece, un edificio che ospita un generatore di corrente, situato vicino alla casa del primo ministro Ismail Haniyeh. Successivamente però è arrivata anche la risposta di Hamas. Una nuova esplosione è stata udita a Tel Aviv, a causa di un razzo che sarebbe finito in mare.
Il sindaco della città ha disposto l’apertura dei rifugi pubblici. Erano 21 anni che non accadeva L’ultima volta che gli abitanti di Tel Aviv erano stati costretti a riparare nei rifugi fu nel 1991, quando la città fu colpita a più riprese da missili iracheni Scud. Il municipio di Tel Aviv consiglia agli abitanti di verificare dove sia il rifugio pubblico più vicino, in particolare a quanti non abbiano nei loro appartamenti stanze dalle pareti rafforzate.
Le sirene nel pomeriggio sono risuonate anche a Gerusalemme, dove sono state udite alcune esplosioni. Si tratta di razzi Fajr-5 di fabbricazione iraniana che hanno colpito il circondario cittadino. In particolare un razzo è caduto nei pressi dell’insediamento di Gush Etzion, alla periferia sudovest della Città Santa. Dopo il missile caduto nell’area di Gerusalemme, il sindaco della città Nir Barkat ha affermato che al momento non c’è uno stato di allerta tale da dover aprire i rifugi pubblici, come invece è stato fatto a Tel Aviv. Le istruzioni date dal primo cittadino sono di continuare la «normale routine», ma di essere «particolarmente vigili» e di seguire le notizie e gli appelli che arriveranno nelle prossime ore via tv e radio.
Il razzo lanciato dalle Brigate al Qassam, il braccio armato di Hamas, contro Gerusalemme è stato denominato M75 in ricordo di uno dei fondatori del movimento radicale, Ibrahim al Maqadma, ucciso in un raid israeliano nel 2003. «La M sta per Maqadma, 75 per la gittata, che è di 75-80 km», scrivono le Brigate.
Successivamente le brigate Ezzeddin al Qassam di Gaza hanno affermato di aver abbattuto un caccia israeliano con un missile terra-aria. Ma la notizia non ha trovato conferma da parte del ministero della Difesa israeliano.
PAURA
Israele si prepara a proseguire lo scontro militare con i palestinesi e pensa a un’operazione di terra. Lo dimostra il fatto che ha cominciato a richiamare 16.000 dei 30.000 riservisti per i quali è stato dato il via libera alla partecipazione al conflitto con Gaza. L’ingresso dei riservisti nella campagna militare che dura da due giorni indica la necessità di un’operazione che potrebbe durare diversi giorni, anche attraverso un dispiegamento delle truppe sul terreno. Siamo alla vigilia di una campagna massiccia, molto più di quanto lo è stata quella di 4 anni fa. Israele è pronto a mobilitare fino a 75.000 riservisti per la campagna di Gaza. È quanto riporta la tv Canale 2. In serata, il capo di Stato Maggiore delle forze armate israeliane, generale Benny Gantz, arriva al confine sud con la Striscia di Gaza. «Siamo qui stasera (ieri, ndr), alla vigilia di una possibile operazione di terra» ha detto ai soldati. E ha aggiunto: «Non è la nostra prima volta a Gaza». Lo riferisce l’esercito israeliano.
Le Brigate Givati e dei paracadutisti hanno intanto ultimato la «fase di preparazione». Tsahal ha bloccato tutte la strade di accesso alla Striscia, considerata ormai all’interno di una zona di operazioni militari e dunque interdetta al traffico civile.
Da Ramallah prende la parola il presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), Mahmud Abbas (Abu Mazen). «È il momento giusto per la riconciliazione con Hamas. Uniti contro Israele» afferma. «Andremo comunque all’Onu il 29 novembre per chiedere il passaggio come Stato non membro. Qualunque cosa succeda», aggiunge il presidente palestinese che non intende rinunciare alla sua campagna per un riconoscimento politico dell’Anp. E aggiunge che il segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon «fra due o tre giorni» farà visita nei Territori palestinesi.
Parla, Abu Mazen, ma le sue parole si perdono nel clamore delle armi. Gaza si prepara al peggio. Le testimonianze sono angoscianti. Le scene viste in questi giorni negli ospedali dei Territori sono al limite della sopportazione umana. Le vittime giungono a ondate, presentano talvolta ferite orribili, patiscono sofferenze atroci. Le équipe mediche lavorano senza sosta da 72 ore, giorno e notte. Ma è evidente che medici e infermieri sono esausti, scossi: anche loro stanno probabilmente per crollare. È uno scenario apocalittico.
l’Unità 17.11.12
La primavera araba sceglie Hamas
L’isolamento è rotto
La diplomazia dei Paesi arabi da Egitto a Tunisia ha rotto l’isolamento politico del leader palestinese
di U.D.G.
Una prigione infuocata. Ma non più politicamente isolata. Questa è Gaza oggi. Sul piano militare le drammatiche vicende di questi giorni riportano alla memoria l’Operazione «Piombo Fuso», scatenata da Israele quattro anni fa nella Striscia. Ma la storia non si ripete eguale a se stessa. Ciò che è cambiato, profondamente, rispetto a quattro anni fa è lo scenario mediorientale. Non sono sole le piazze arabe a sostenere la «resistenza dei fratelli palestinesi» contro la «brutalità sionista». Il dato di novità, ed è una novità pesantissima, sta nelle nuove leadership prodotte dalle «primavere arabe». A cominciare dal Paese-chiave negli equilibri regionali: l’Egitto. Da Hosni Mubarak a Mohamed Morsi: dal «faraone» garante di una pace, per quanto fredda, con lo Stato ebraico al presidente emanazione dei Fratelli Musulmani. Basta questo per comprendere la portata del cambio epocale che va oltre il Paese delle Piramidi. «A nome del popolo egiziano vi dico che l’Egitto di oggi è diverso dall’Egitto di ieri e che gli arabi di oggi sono diversi dagli arabi del passato rimarca Morsi in una breve dichiarazione rilasciata dopo la preghiera del venerdì in una moschea del Cairo e rilanciata dal’agenzia di stampa Mena Il Cairo non lascia Gaza da sola». Da presidente di «lotta e di governo», Morsi sa il peso che la causa palestinese ha nell’orientamento dell’opinione pubblica araba. Al tempo stesso, il primo presidente del dopo-Mubarak sa bene che l’Egitto ha bisogno del sostegno economico e militare non solo dei munifici emiri del Golfo, ma anche degli Stati Uniti.
IL CAMBIO DI SCENARIO
La guerra di Gaza è il primo, severo, test per quell’Islam politico che è uscito vincitore dalle elezioni, a partire da Egitto e Tunisia. Non è un caso che nel giro di 24 ore Gaza ha visto la presenza del premier egiziano, Hisham Qandil, ieri ed oggi il ministro degli Esteri tunisino Rafiq Abdessalem. Un po’ per convinzione e molto perché la causa palestinese può servire ancora come collante interno, efficace strumento di propaganda: una lezione del passato che i nuovi leader arabi sembrano aver assimilato in fretta. La visita a Gaza di Abdessalem è stata ufficialmente annunciata con un comunicato dalla presidenza della repubblica a Tunisi. Nella nota si sottolinea il «sostegno indefettibile alla causa palestinese». La delegazione tunisina, sarà composta dal rappresentanti del Ministero degli Esteri e della stessa Presidenza della repubblica, come espressamente deciso dal capo dello Stato, Moncef Marzouki. Quella di Israele nei confronti di Gaza, si legge nella nota della presidenza, «è un’aggressione barbarica». La nota spiega che il capo dello Stato tunisino ha parlato al telefono con il premier palestinese di Hamas, Ismail Hanyeh, e gli ha espresso «solidarietà con la lotta del popolo palestinese». Il governo tunisino ha chiesto la convocazione di una riunione urgente del Consiglio di sicurezza e «sanzioni contro Israele».
Il premier egiziano accompagnato da dirigenti di Hamas. Il presidente tunisino che telefona ad Hanyeh, «dimenticandosi» che i palestinesi hanno un presidente: Mahmud Abbas (Abu Mazen). Il fatto che a Gaza qualche settimana fa ha fatto visita l’emiro del Qatar, Hamad bin Khalifa al Thani, portando con sé un assegno di 400milioni di dollari. Tutto questo c’entra poco con la solidarietà umana. Quello che sta ad indicare è che è in atto un riconoscimento politico di Hamas, fatto in tempi di guerra. L’isolamento fisico rimane, ma quello politico è rotto. Per Hamas è certamente una vittoria.
Corriere 17.11.12
Il nuovo Egitto si schiera: cambia lo scacchiere Mediorientale
di Antonio Ferrari
La guerra di Gaza ha un terzo protagonista politico, influente, e soprattutto esterno: il nuovo Egitto. Nuovo perché il presidente Mohammed Morsi si è affrettato a spiegare che il suo Paese «non è più quello di ieri» e che anche «gli arabi di oggi non sono più quelli di ieri». Un messaggio sibillino che ne ha accompagnato uno esplicito: «L'Egitto non lascerà sola Gaza», che è vittima «di un'eclatante aggressione contro l'umanità».
Linguaggio inusuale per il capo del più importante Paese arabo, che per decenni aveva accuratamente evitato ogni eccesso pur di proteggere il trattato di pace di Camp David. Ma allora Hosni Mubarak, ergendosi a bastione della stabilità, faceva quel che voleva e non doveva rispondere a nessuno. Adesso il presidente Morsi, eletto democraticamente, deve rispondere a chi gli ha dato il voto, e rendere conto di ogni passo compiuto.
C'è però una seria complicazione, Mohammed Morsi non è un capo di Stato neutrale. Avrà di sicuro carisma e volontà da statista, come sostengono i suoi collaboratori, ma appartiene alla Fratellanza musulmana. E se da una parte può essere più spregiudicato del suo predecessore Mubarak, dall'altra deve tener conto che la base dei suoi elettori è sicuramente più vicina ad Hamas che ai gruppi palestinesi laici, come il Fatah. Infatti, Hamas è sicura espressione della Fratellanza, e oggi si trova nell'ambigua posizione d'essere blandito sia dagli sciiti sia dai sunniti. I legami dei padroni della Striscia con l'Iran sono noti e hanno una lunga storia. Ma ora, oltre alle interessate carezze (e promesse) egiziane vi sono i soldi, tanti, 400 milioni di dollari, portati a Gaza dall'emiro del piccolo e multimiliardario Qatar, alleato di ferro dei sauditi. Un solido sostegno sunnita quindi, cui potrebbe accostarsi anche la Turchia di Erdogan.
Ecco perché questa guerra di Gaza è molto più insidiosa delle precedenti. Per i popoli coinvolti (israeliani e palestinesi) e per gli influenti attori esterni. Fa impressione che il presidente egiziano Morsi abbia deciso di richiamare immediatamente il suo ambasciatore a Tel Aviv, e di inviare subito il primo ministro per offrire concreta solidarietà agli abitanti della Striscia e ai loro leader. Pensare al Cairo come mediatore, a questo punto, è davvero arduo, anche se il premier israeliano Netanyahu finge di crederci e l'Amministrazione Obama fa capire di volerlo credere.
l’Unità 17.11.12
Avi Pazner, il portavoce del governo israeliano che è stato ambasciatore in Italia
«Israele ha il dovere di difendere il suo popolo»
L’obiettivo israeliano è distruggere tutto il potenziale missilistico palestinese
di U.D.G.
Quale governo degno di questo nome, quale paese al mondo non reagirebbe se avesse un milione di persone sotto attacco missilistico...Mentre parliamo un missile ha colpito di nuovo Asqelon e le sirene d’allarme sono risuonate a Tel Aviv e Gerusalemme...Hamas deve capire che ha tutto da perdere se continua con queste azioni terroristiche: ci vorranno giorni, ma alla fine impareranno la lezione». A parlare è Avi Pazner, portavoce del governo israeliano, per anni ambasciatore dello Stato ebraico a Roma. «Le operazioni condotte fino ad ora sottolinea Pazner hanno permesso di neutralizzare il 95% dei missili Fajir 5 a lunga percorrenza. L’obiettivo è di distruggere tutto l’arsenale missilistico in dotazione ai gruppi terroristi palestinesi».
A Gaza è ancora guerra, mentre la comunità internazionale chiede a Israele moderazione...
«Ma in queste settimane siamo stati più che moderati di fronte ai razzi sparati a centinaia dalla Striscia di Gaza contro Sderot, Beer Sheva, Asqelon...A chi ci chiede moderazione vorrei dire di vivere anche solo un giorno con l’incubo che un razzo possa colpire l’asilo del proprio bambino, o la propria abitazione...Israele è stato costretto a reagire perché nessuno Stato al mondo rimarrebbe inerme quando un milione dei propri cittadini è sotto minaccia missilistica».
Ma a Gaza a morire sono anche bambini, donne, civili...
«Di ciò siamo addolorati, mi creda. Ma la responsabilità di queste morti ricade su Hamas e sugli altri gruppi terroristi che nascondono il loro armamentari in edifici pubblici, che usano i civili come scudi umani. Non è Israele che “assedia” Gaza, ma sono i gruppi terroristi palestinesi a tenere in ostaggio la popolazione civile, trasformando abitazioni in depositi d’armi. Non facendosi scrupolo di usare i civili come scudi umani. Hamas e la Jihad islamica hanno trasformato Gaza in una rampa di lancio di missili che bersagliano le città di frontiera ed ora anche Tel Aviv e Gerusalemme. Non è Israele che ha dichiarato guerra ad Hamas. Israele sta esercitando il diritto-dovere all’autodifesa. Nessuno, mi creda, ritiene che la questione palestinese possa risolversi militarmente, ma oggi il problema è un altro...».
E qual è questo problema?
«È contrastare un nemico che ha come obiettivo dichiarato la distruzione dell’”entità sionista” non facendo distinzione alcuna tra militari e civili. Ogni israeliano è un obiettivo da colpire. Da eliminare. Mi lasci aggiungere che aver avuto un consenso elettorale non dà ad Hamas alcuna copertura o legittimazione per condurre le sue azioni terroristiche».
La guerra di Gaza è iniziata con l’ennesima «eliminazione mirata»: quella del comandante delle Brigate Ezzedin al-Qassam, Ahmed Jabaari. Già in passato Israele aveva eliminato dirigenti di primo piano di Hamas, ma altri li hanno sostituiti. «Hamas è una organizzazione gerarchica che risponde ad una precisa catena di comando. Spezzarla è di grande importanza nella lotta al terrorismo. Aggiunga che Jabaari aveva la responsabilità di una serie di attentati che sono costati la vita a centinaia di israeliani. Ma l’obiettivo principale di questa operazione è neutralizzare l’arsenale di missili Fajir di lunga gittata: ne abbiamo neutralizzato il 95%, ma ne hanno ancora per portare la minaccia ad un milione di israeliani. Hamas deve capire la lezione, e la capirà».
Anche attraverso un attacco da terra?
«È un’opzione in campo, molto concreta».
Ambasciatore Pazner, c’è chi sostiene che dietro l’operazione militare vi sia una ragione elettorale: Israele va al voto a gennaio...
«Non esiste. Nessun governo rischierebbe per calcoli elettorali una operazione di questo genere, che si sa come inizia, ma non si può dire come finirà. Vede, Israele può dividersi su tante cose, e lo fa perché è una vera democrazia, ma quando è in gioco la sicurezza nazionale non c’è destra o centro o sinistra che tenga: Israele ritrova la sua unità, quell’unità che ci ha permesso di esistere nonostante le tante guerre e attacchi che hanno segnato i nostri primi 64 anni di vita come Stato. E sarà così anche questa volta».
Corriere 17.11.12
Grossman: «Qui si sviluppa un Dna di guerra»
MILANO — «Oggi siamo ad uno dei punti più bassi delle relazioni tra israeliani e palestinesi. L'idea di dialogo, riconciliazione e pace sembra più lontana che mai». Così lo scrittore israeliano David Grossman, premiato ieri con l'Art for peace award alla conferenza Science for peace a Milano, parla degli scontri in corso tra Israele e palestinesi. «Chi vive in una regione di guerra permanente — spiega — sviluppa un dna alla guerra, che non viene dalla nascita, ma è acquisito a causa dell'ambiente e della situazione». Grossman ha raccontato anche cosa significa vivere in Medio Oriente, «zona disastrata, area di paura e occupazione. È come vivere in trincea, con i muscoli del corpo sempre all'erta, preparati per il colpo che seguirà, al dover scappare. Una routine di vita — commenta — che viene intrisa di sospetto e paura, e tutto questo impedisce di fare quello che è essenziale per raggiungere la pace».
l’Unità 17.11.12
L’occasione di Obama
di Giuseppa Cassini
già ambasciatore d’Italia in Libano
Si torna dagli Stati Uniti dopo aver assistito al photo-finish del traguardo elettorale di Obama e si torna a sperare. Si torna a sperare che Barack Hussein riprenda il filo smarrito dopo il suo magistrale discorso del Cairo. Tutto il mondo arabo ricorda quel 4 giugno 2009, quando il neo-presidente americano si presentò all’Università del Cairo ad offrire un «Nuovo Inizio».
Nell’ultimo decennio proclamò abbiamo assistito a due narrazioni sanguinose, la jihad di al-Qaeda e la crociata dei neocon; fallite entrambe, è tempo di aprirci ad un vero partenariato. Il discorso toccò le corde più sensibili dell’animo islamico grazie anche ai suggerimenti di Dalia Mogahed, la musulmana velata all’egiziana che Obama aveva inserito (una nomina realmente rivoluzionaria) nell’ufficio della Casa Bianca per i rapporti interreligiosi: «Don’t patronize» suggerì lei non essere paternalista, non vendere ai musulmani i valori americani, soprattutto offri rispetto per la loro dignità.
Dopo quelle parole il consenso a favore dell’America salì alle stelle, all’80%. Poi ridiscese al 30%. Allo scoppio della Primavera araba i giovani in rivolta chiedevano fatti, non più parole, ma Washington rispose troppo timidamente: zero progressi nel processo di pace in Palestina, due pesi e due misure nei confronti dei paesi arabi, l’Iraq abbandonato a una guerra civile strisciante, e così via. La Primavera araba resta l’occasione irripetibile per chiudere il contenzioso che avvelena i rapporti con l’Islam, purché Obama prenda in mano il dossier con la stessa audacia che contraddistinse l’operato di Carter nel 1978: tanto più ora che ha le mani libere da ogni laccio elettorale. Questo abbiamo appena sentito dire in America, nei circoli politici più sensibili alla crisi mediorientale. Il bello è che tutti sanno come la pensa Obama personalmente. Tutti ricordano, infatti, lo scambio di battute fuori onda con Sarkozy al G20 di Cannes, esattamente un anno fa («Non ne posso più di Netanyahu, è un bugiardo!» aveva bisbigliato Sarkozy, e Obama di rimando «Lo dici a me che devo trattare con lui tutti i giorni?»). Quando dirigeva a Harvard la «Law Review», il futuro presidente ebbe occasione di conoscere John Mearsheimer e Stephen Walt, due accademici serissimi, per nulla antisemiti, che nel 2006 scrissero un saggio intitolato «The Israel Lobby and U.S. Foreign Policy». Osarono dire pane al pane, chiamare «lobby israeliana» la lobby israeliana, e raccontare lucidamente un fatto unico nella storia della politica estera americana: ossia, come da mezzo secolo gli Stati Uniti mettono in secondo piano i propri interessi nazionali a profitto di una potenza straniera, Israele. Beh, quei due accademici ebbero difficoltà a pubblicare il loro saggio. Neppure fossimo al tempo del maccartismo.
Come potrebbe Obama suggellare alla grande il suo secondo mandato? Ricalcando un precedente di successo come fu nel 1975 la Conferenza di Helsinki sulla Sicurezza e la Cooperazione Europea. Se Obama avesse la capacità di visione di Lincoln, la sagacia di Eisenhower e il coraggio di Carter potrebbe tornare al Cairo con una proposta di questo genere: «Cari amici musulmani, sono qui ad illustrarvi la mia idea di partenariato. Vi propongo un’iniziativa di Forum a doppio binario. I paesi occidentali e i 57 Paesi della Conferenza Islamica si incontreranno in due sessioni separate ma ugualmente legittime: una riservata ai governi, sulla falsariga della conferenza che si tenne ad Istanbul nel 2002 dopo l’attacco alle Torri Gemelle; e un’altra sessione riservata alla società civile (esponenti religiosi, capi partito, saggi dei clan, intellettuali, imprenditori, ecc.). L’agenda dei lavori può prendere spunto dalla Conferenza di Helsinki, che si concluse con pieno successo nel 1975: rispetto per la sovranità di ogni Paese, tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali, autodeterminazione dei popoli, composizione pacifica delle controversie, disarmo nucleare del Medio Oriente, per finire con un appello alla laicità dello Stato». La dichiarazione finale dovrebbe contenere un obiettivo realistico: concordare una hudna tawila (tregua lunga) di dieci anni. È questo un concetto persuasivo e comprensibile in tutta la Umma el-Islam, a partire dai clan somali fino ai talebani passando per Hamas e Hezbollah. Perchè non dovrebbe essere accettata una proposta simile? In fondo, gli invasati di Allah stanno ammazzando molti più musulmani che cristiani ed ebrei. Finora si è trattato di una guerra civile interislamica piuttosto che uno scontro fra noi e loro». «Inoltre dovrebbe aggiungere persistere in questa guerra d’attrito ci impedisce di rispondere con la dovuta urgenza alle sfide cruciali cui il mondo è confrontato». Una Tregua Lunga è il minimo a cui tendere per guadagnare abbastanza tempo da poter rispondere a tali sfide. Tutti noi, cristiani e musulmani, ebrei e non credenti, viviamo a tempo contato». Essendo figlio di due continenti e culturalmente radicato in tre continenti, Barack Hussein Obama è il solo statista al mondo che sarebbe in grado di abbattere le frontiere del reciproco sospetto tra l’Occidente e la Umma el-Islam. Sta in lui provarci.
Corriere 17.11.12
Ecco chi ha tradito Antonio Gramsci
Canfora indaga sull'arresto del padre del Pci
di Giuseppe Galasso
Luciano Canfora è noto quale detective in materia storica sui temi più vari. I suoi non sono, però, lavori di ginnastica intellettuale, eseguiti per il piacere di sciogliere un rebus. Li anima, invece, una passione civile e morale della verità, che gravita sempre su nuclei di problemi vivi e di spicco e risponde a profonde convinzioni politiche. Caso vissuto, quindi, di quella contemporaneità della storia, per cui è l'urgenza del presente a volgerci al passato e a renderne attuali i problemi; e il buono storico si distingue dal cattivo se la spinta del presente non altera ciò che del passato una corretta filologia ci può dire. Non è un caso, perciò, che Canfora inizi il suo nuovo libro Spie, Urss, antifascismo. Gramsci 1926-1937 (Salerno Editrice) con alcune colorite pagine sulle «storie sacre», ossia quelle in cui la ricerca è condizionata in partenza da fini ideologici o di parte.
Qui si tratta del rapporto fra Antonio Gramsci, dopo il suo arresto nel novembre 1926, e il gruppo dirigente del suo partito — un rapporto, finché non vi fu la postuma santificazione, difficile — e di tre lettere di Ruggero Grieco a Terracini, a Scoccimarro e a Gramsci, insidiose per quest'ultimo, che perciò definì «criminale» quella diretta a lui.
Per l'arresto (non facilmente evitabile) si configurano «pesanti ombre» e una inettitudine dei responsabili della sicurezza di Gramsci. Per le tre lettere — sfrondando al massimo la questione, che Canfora mostra al centro di scelte e condotte politiche rilevanti per la storia del comunismo italiano ed europeo negli anni di Stalin — emerge che Grieco si fece strumentalizzare da un qualcuno, mosso da torbidi fini e individuato in Angelo Tasca.
Intorno a tutto ciò Canfora fa ruotare la dirigenza comunista italiana fra il 1926 e il 1937, con una folla di personaggi maggiori (Sraffa, Togliatti, Bordiga, Camilla Ravera, la cognata di Gramsci, i diplomatici russi a Roma) e minori o quasi sconosciuti, che egli porta in luce. Una puntigliosa indagine illustra poi tormenti e difficoltà della storiografia dei comunisti fino alla pubblicazione delle lettere di Grieco (di cui una copia, non si capisce bene come, finì nell'Archivio dello Stato in Roma).
Si chiude, infine, con l'esame del pensiero gramsciano sull'affermazione del fascismo in Europa e sugli scenari aperti con la fine della prospettiva rivoluzionaria nell'Occidente europeo. Dalle sue analisi teoriche e storiche Gramsci emerge in tutto il rilievo di una rigorosa e vigorosa riflessione, in cui Luciano Canfora distingue tre fasi: quella «esordiale» fra il 1914 e il 1918, in cui egli si vota alla causa della rivoluzione socialista; la seconda, in cui crolla il sogno rivoluzionario e si hanno nuove condizioni nell'Europa fascista e nell'Unione Sovietica; la terza è quella del carcere e dei Quaderni, con un originale sforzo di riflessione storica e politica.
Per noi è dubbio che la scelta «esordiale» di Gramsci sia quella dal 1914 in poi. Il Gramsci di allora, per nulla vergine, aveva alle spalle un'intensa vicenda intellettuale, in cui la rivoluzione era già sull'orizzonte e in cui aveva influito a fondo su di lui la cultura italiana (e soprattutto, per noi, checché se ne pensi, Croce). Senza questi incunaboli il pensiero gramsciano perderebbe, sempre per noi, alcuni suoi tratti di fondo.
Nelle altre fasi, e in specie nella terza, Canfora riporta a Gramsci l'idea di una via nazionale al socialismo e vede in Togliatti l'erede di questo progetto, connesso, così, alla storia della democrazia italiana.
Non si può qui approfondire la cosa, ma per il Togliatti post 1945 rimane sempre l'adesione piena, in effetti, alla linea di Mosca fin ben oltre i fatti d'Ungheria nel 1956, e ciò porta ad altre idee sul rapporto fra comunismo e democrazia in Italia. Il pensiero dell'ultimo Gramsci è, comunque, oggetto qui di un'analisi più che stimolante. Il fascismo come «rivoluzione passiva», la novità del nazismo, il corporativismo e il fascismo come «terza via», il rilievo dell'elemento nazionale, la riflessione sulle «rivoluzioni concorrenti», con le collusioni di Roma e poi di Berlino con Mosca, sono prospettive gramsciane, spesso di grande acutezza, che Canfora studia in pagine meritevoli di attento indugio.
Si conclude, così, degnamente un «romanzo storiografico», ricchissimo di figure sia note che quasi ignote, nelle cui logiche comportamentali Canfora penetra spesso con acume; ricco, altresì, di vicende al limite del paradossale, se non dell'incredibile; e scritto con lucida e partecipe foga dall'autore di una ricerca, che vale anche come un eloquente monito contro errori e nefandezze a cui, nell'oppressione della libertà congiunta a spirito settario e all'accettazione di un verbo totalitario, idoli falsi e bugiardi (rivoluzione, nazionalismo o altro) possono portare i fautori di qualsiasi causa.
Il libro: Luciano Canfora, «Spie, Urss, antifascismo. Gramsci 1926-1937», Salerno Editrice, pagine 352, € 15
Repubblica 17.11.12
Guida a sinistra
Ora e sempre uguaglianza
Il filosofo americano spiega, in un nuovo saggio-conversazione, quale sia l’obiettivo politico per i progressisti di oggi
di Michael Walzer
Se la mia vita e il mio lavoro sono stati segnati da una passione politica, questa è l’egualitarismo: una profonda avversione a qualsiasi forma di gerarchia, all’arroganza che quest’ultima alimenta in chi sta al potere e alla deferenza e all’umiltà che incute in quanti occupano gli ultimi posti. Sono insofferente verso le pretese elitarie ovunque si manifestino, nelle organizzazioni di sinistra come nel mondo accademico. È difficile conservare la stessa passione per oltre cinquant’anni, specialmente se è una passione monogama (nel mio caso, la fedeltà alla sinistra).
La disuguaglianza è una caratteristica essenziale delle società capitaliste? Sì. Ma a ben vedere è stata prodotta da molti sistemi politici ed economici diversi, non solo dal capitalismo. La società feudale era gerarchica, e così pure quella romana, quella dell’antica Grecia e quella cinese. Si tratta di un modello ricorrente che assume forme diverse in tempi e luoghi diversi; una sorta di struttura gerarchica di base, tuttavia, è stata prodotta più e più volte nel corso della storia dell’uomo. Tanto che si è portati a pensare che il desiderio di differenziarsi, di raggiungere un certo status sociale, di essere migliori, più ricchi e politicamente più influenti dei propri vicini sia profondamente radicato nella natura umana. Robert Michels avanzò una teoria di questo tipo, sostenendo – sulla base dei suoi studi sulle organizzazioni socialiste – che vi sia una tendenza costante a creare forme di autorità e gerarchia persino all’interno di un sindacato o di un partito socialista. Non ho una teoria completa sulla natura umana, ma sono convinto che vi sia una sorta di desiderio ricorrente di differenziazione: per questo la difesa dell’uguaglianza è l’eterna missione della sinistra. Non è una battaglia; è una guerra infinita contro la disuguaglianza, la gerarchia, l’arroganza e le pretese elitarie. Le nostre organizzazioni non sono immuni da tutto ciò, per cui la lotta è al tempo stesso locale e globale; dobbiamo combattere nel nostro stesso campo, ma anche contro altre forze politiche. È importante riflettere sulla natura di questa guerra. In un certo senso, è quello che Irving Howe definì un “lavoro stabile”, riferendosi a una storiella ebraica. Questa: la comunità ebraica di una cittadina polacca incarica un tizio di stazionare all’ingresso dell’abitato in attesa del Messia, in modo che, quando lo vedrà arrivare, possa dire a tutti gli ebrei di prepararsi. Qualcuno chiede all’uomo: «E questo sarebbe un lavoro? Stare fermi in attesa della venuta del Messia?». Al che lui risponde: «Sì, è un lavoro. Il compenso non è un granché, ma è un lavoro stabile». Anche l’egualitarismo è un “lavoro stabile” e poco remunerativo. Al tempo stesso, ciò che ne garantisce di tanto in tanto la buona riuscita è una certa forma di instabilità. La lotta contro la disuguaglianza, le gerarchie e l’autoritarismo richiede momenti di insurrezione e mobilitazione popolare: basti pensare al movimento sindacale americano negli anni Trenta del secolo scorso, alle campagne per i diritti civili negli anni Sessanta o alle battaglie femministe nei Settanta. Momenti in cui particolari forme di gerarchia sono state sfidate da una sorta di esplosione di rabbia e ostilità; non mi riferisco necessariamente a un evento rivoluzionario, ma a un periodo di intensa attività politica. Ai miei occhi, la lotta per l’uguaglianza è un “lavoro stabile” inframmezzato da quei momenti di insurrezione, e non credo che assisteremo a cambiamenti in tal senso. Non esiste un traguardo utopico raggiunto il quale l’uguaglianza potrà regnare incontrastata per il resto della storia dell’uomo. Non è così che funziona. (…) Nel XIX secolo, lo Stato-nazione garantiva uno spazio di contestazione politica e la socialdemocrazia era una forza politica attiva in molti Paesi. Dov’è tale spazio nella società globale? Deve esserci, così come deve esserci un modo per sviluppare una socialdemocrazia internazionale in grado di contrastare il capitalismo globale, proprio come la socialdemocrazia del XIX e del XX secolo mise in discussione il capitalismo nazionale; ma non l’abbiamo ancora trovato. L’anti-globalizzazione è molto simile all’anti-industrializzazione del XIX secolo. Non credo che sia la giusta soluzione. La globalizzazione racchiude una grande promessa, ma comporta anche molti rischi. Per ora, si direbbe che il suo effetto a breve termine sia stato un aumento delle disuguaglianze sociali a livello internazionale. Ma la globalizzazione potrebbe anche favorire una maggiore uguaglianza, se l’Organizzazione mondiale del commercio e il Fondo monetario internazionale adotteranno politiche socialdemocratiche anziché neoliberali.
Quale forma dovrebbe assumere una socialdemocrazia globale? Purtroppo non esiste nulla di simile, neppure lontanamente, a uno Stato mondiale o a un governo politico globale. Il Consiglio di sicurezza e l'Assemblea generale delle Nazioni Unite sono assolutamente inefficaci, e questo è una parte del problema.
Quel che vediamo, però, è che lo Stato-nazione garantisce ancora, almeno in parte, la possibilità di adottare misure a tutela della propria comunità. Uno Stato giusto ed efficiente è molto utile. Ma occorre anche riflettere, per esempio, su come il diritto del lavoro internazionale abbia facilitato l’organizzazione di sindacati in Paesi come la Cina comunista. I sindacati indipendenti possono essere un fattore di uguaglianza nella misura in cui favoriscono un aumento dei salari e un miglioramento dei servizi sociali a beneficio dei lavoratori cinesi, oltre che lo sviluppo del mercato interno, riducendo il divario con i loro colleghi del Messico, dell’Indonesia o addirittura del Bangladesh. Così chi oggi cerca idee per la sinistra anche di questo, dei diritti globali dei lavoratori, non può non tenere conto.
Repubblica 17.11.12
L’epoca senza Edipo
Il desiderio onnipotente di Deleuze e Guattari
Quarant’anni fa il testo dei due studiosi che ha fatto storia
Ma quelle tesi così decisive hanno avuto anche effetti negativi
di Massimo Recalcati
Quest’anno ricorre il quarantennale dell’uscita di un libro che fece epoca: l’Anti- Edipo di Deleuze e Guattari che uscì a Parigi nel 1972. Si tratta della più potente critica alla pratica e alla teoria della psicoanalisi mossa da “sinistra”. Oggi, come sappiamo, imperversa la critica conservatrice: contro la psicoanalisi vengono invocati la psicologia scientifica, il potere chimico dello psicofarmaco, l’autorità esclusiva della psichiatria nel trattamento del disagio mentale. Invece gli autori dell’Anti- Edipo (un filosofo già molto noto e un brillante psichiatra analizzante di Lacan con il quale ruppe bruscamente) non rimproverano affatto alla psicoanalisi di non essere sufficientemente scientifica nella sue affermazioni teoriche e nella sua pratica clinica, ma qualcosa di assai più radicale. Le rimproverano di essere al servizio del potere e dell’ordine stabilito. La loro accusa è che la psicoanalisi dopo aver scoperto il “desiderio inconscio” ha volutamente ridotto la portata rivoluzionaria di questa scoperta mettendosi al servizio del padrone. Su cosa si reggerebbe il culto psicoanalitico dell’Edipo se non sull’obbedienza cieca alla Legge repressiva e mortificante del padre? Nonostante la violenza spietata degli Anti-Edipo gli psicoanalisti dovrebbero leggere e rileggere ancora oggi la loro opera come un grande vento di primavera. Sotto la retorica rivoluzionaria della liberazione del corpo schizo, fuori-Legge, del “corpo senza organi” come macchina desiderante, come fabbrica produttiva del godimento pulsionale, questo libro contiene una serie di rilievi alla psicoanalisi che non si possono accantonare: la critica relativa all’uso paranoico e violento dell’interpretazione (se un paziente dice X vuole dire Y), una rappresentazione dell’inconscio come teatrino familaristico, chiuso su se stesso, che perderebbe di vista il suo carattere sociale e i suoi infiniti concatenamenti collettivi, una apologia conformista e moralista del principio di realtà e dell’adattamento come fine ultimo della pratica analitica, l’uso tutto politico del denaro che seleziona i pazienti in base al loro reddito, una valorizzazione del-l’Io e del suo principio di prestazione, eccetera.
Eppure questo libro va molto al di là di questo, perché ha mobilitato alla rivolta una intera generazione, quella del ’77. Quest’opera è una critica politica alla psicoanalisi che non promuove tanto una improbabile teoria alternativa a quella psicoanalitica (la schizoanalisi) ma una vera e propria teoria della rivoluzione dove “tutto è possibile”. A questa teoria si sono abbeverati con entusiasmo i giovani della mia generazione. Foucault aveva dichiarato che il nostro secolo forse sarebbe stato deleuziano. Aveva ragione ma in un senso probabilmente molto diverso da quello che auspicava. Il deleuzismo è sfuggito dalle mani di Deleuze (come spesso accade per tutti gli “ismi”). L’Anti- Edipoha dato involontariamente la stura ad un elogio incondizionato del carattere rivoluzionario del desiderio contro la Legge che ha finito paradossalmente per colludere con l’orgia dissipativa che ha caratterizzato i flussi – non delle macchine desideranti come si auspicavano Deleuze e Guattari – ma di denaro e di godimento che hanno alimentato la macchina impazzita del discorso del capitalista. Lacan aveva provato a segnalare ai due questo pericolo. In una intervista rilasciata a Rinascita nel maggio del 1977 a chi gli chiedeva un parere sull’Anti- Edipo rispose che «L’Edipo costituisce di per se stesso un tale problema per me che non penso che ciò che Deluze e Guattari hanno voluto intitolare l’Anti- Edipo possa avere il minimo interesse». Lacan avverte che non bisogna premere il grilletto troppo rapidamente sul padre. La contrapposizione rivoluzionaria tra le macchine desideranti e la Legge, tra la spinta impersonale e de-territorializzante della potenza del desiderio e la tendenza conservatrice alla territorializzazione rigida del potere e delle sue istituzioni (Chiesa, Esercito, famiglia, psicoanalisi...) rischiava di dissolvere il senso etico della responsabilità soggettiva. Per Deleuze e Guattari la parola soggetto è infatti una parola da mettere al bando, così come Legge, castrazione, mancanza. L’Anti-Edipo compie un elogio a senso unico della forza della pulsione che lo fa scivolare fatalmente in una prospettiva di naturalizzazione vitalistica dell’umano. La liberazione dei flussi del desiderio reagisce giustamente al culto rassegnato del principio di realtà al quale sembra votarsi la psicoanalisi, senza accorgersi di generare un nuovo mostro: il mito della schizofrenia come nome della vita che rigetta ogni forma di limite. Il mito del corpo schizo come corpo anarchico, a pezzi, pieno, senza organi, costruito come una macchina pulsionale che gode ovunque, antagonista alla gerarchia dell’Edipo, si è tradotto nei flussi della macchina cinica e perversa del discorso capitalista.
Eppure l’Anti-Edipo a rileggerlo oggi è anche molto più di questo. Non è solo la celebrazione di un desiderio che non riesce a fare i conti con la Legge della castrazione. C’è una linea più sottile che attraversa questo libro e che la nostra generazione non è riuscita probabilmente a cogliere sino in fondo. È un grande tema dell’Anti-Edipo anche se non il tema centrale. Deleuze e Guattari lo ripropongono attraverso le parole dello psicoanalista Reich: «perché le masse hanno desiderato il fascismo? ». Problema che ritroviamo intatto già in Spinoza: perchè gli uomini combattono per la loro servitù come se si trattasse della loro libertà? In Millepiani Deleuze e Guattari, quasi dieci anni dopo l’Anti- Edipo, devono ritornare sull’opposizione tra desiderio e Legge con una precisazione che avrebbe dovuto essere presa più sul serio. Attenzioni ai micro-fascismi, ai micro-edipi che s’insediano proprio là dove pensavamo ci fosse il flusso liberatorio del desiderio. «La madre – scrivono i due – può credersi autorizzata a masturbare il figlio, il padre può diventare mamma». Un’autocritica che suona anticipatrice dei nostri tempi. Come Nietzsche avvertiva gli uomini che vivevano nell’annuncio liberatorio della morte di Dio del rischio di generare nuovi idoli (lo scientismo, il fanatismo ideologico, l’ateismo stesso, ogni specie di fondamentalismo), allo stesso modo Deleuze e Guattari avvertono che esiste un pericolo insidioso inscritto nella stessa teoria del desiderio come flusso infinito, come “linea di fuga” che oltrepassa costantemente il limite. Attenzione, sembrano dirci, che questa linea «non si converta in distruzione, abolizione pura e semplice, passione d’abolizione». Attenzione che questa “linea di fuga” che rigetta il limite non diventi una “linea di Morte”.
Repubblica 17.11.12
Un Paese sul lettino
Così andrà in onda la terapia quotidiana
di Concita De Gregorio
Siamo pronti per andare in analisi, forse. Tutti, collettivamente, l’Italia intera. Psicoanalisi di una nazione. No, non dal terapeuta: come potrebbe un Paese impoverito ed esasperato, rabbioso e allo stremo – il Paese che abbiamo sotto gli occhi, quello che urla dalle piazze la sua povertà di prospettive e di mezzi – come potrebbero una studentessa fuori sede, un operaio senza lavoro, un poliziotto da milletrecento euro al mese, una coppia di impiegati in attesa del secondo figlio permettersi il lusso economico e la fantasia di spendere centinaia di euro dall’analista? Sono nel pieno di una crisi che so tradurre solo in rabbia, distruzione, masochismo: dottore, mi aiuti. Impossibile, persino inconcepibile. Però invece un luogo c’è, una stanza dell’analista alla portata di tutti esiste: ce l’abbiamo in casa, costa relativamente poco. È la tv. Ha fatto molti danni, è vero. Basta usarla in un modo diverso. È un elettrodomestico, in fondo, come il frigo. Basta riempirla di un cibo diverso. Una buona pietanza al posto di un precotto ammuffito. Una tv buona maestra, una tv di cura. Si può andare in analisi spingendo un tasto del telecomando? Siamo pronti a rinunciare alle risse e alle soap, alla tv-verità dei casi da circo per chiuderci in una stanza, invece, e parlare, solo parlare e ascoltare noi stessi? Qualcuno pensa di sì. Qualcuno che produce tv in questo Paese e che tiene d’occhio quel che accade là fuori, sì, ma anche il business, certo. Buoni propositi e buoni profitti. È il momento, dicono. Siamo pronti.
Dunque si parte, sette anni dopo l’originale, con la versione italiana di un format tv israeliano che ha avuto un successo strepitoso nei paesi, molti, un cui è stato esportato. La versione primitiva, quella di Hagai Levi, è del 2005: si chiama Be Tipul. Quella americana, In treatment, diretta da Rodrigo García, figlio di Gabriel García Márquez, protagonista Gabriel Byrne, va in onda su HBO, è alla terza stagione, ha vinto due Emmy e un Golden Globe. L’hanno replicata in Sudamerica e in Europa dell’Est. Ora arriva in Italia. È il tempo. «È in crisi il Paese, è in crisi la tv. Questo è il momento di guardare l’Italia attraverso gli occhi di una ragazzina con istinti suicidi, di una coppia in crisi, di un poliziotto che non sa far pace con se stesso. È il momento della parola, della cura. Della tv che cura », dice Lorenzo Mieli, che insieme a Mario Gianani con Wildside produce la serie che andrà in onda su Sky, sponsor Andrea Scrosati, a partire da marzo. Tutti i giorni, per sette settimane, mezz’ora al giorno in seconda serata. In cura, in terapia. Sotto trattamento. Non sappiamo, naturalmente, se il pubblico italiano risponderà come quello americano. Non sappiamo se davvero siamo pronti per guardarci dentro prima di guardare fuori. L’investimento, tuttavia, è imponente. Grande cast, regista da cinema d’autore. Sarà Saverio Costanzo (Private, In memoria di me, La solitudine dei numeri primi) a dirigere un gruppo di interpreti che va da Sergio Castellitto a Valeria Golino, da Licia Maglietta a Valeria Bruni Tedeschi.
La struttura è quella di una soap. Tutti i giorni dal lunedì al venerdì, due puntate “verticali”, riassuntive, il sabato e la domenica. Un paziente al giorno. Come set una stanza. L’analista è Castellitto (dopo che per lunghi mesi si era parlato di Nanni Moretti, la scelta è stata infine questa), sposato con Valeria Golino. Giovanni, il terapeuta, il lunedì riceve Sara – Kasia Smutniak – disorientata seduttrice compulsiva, il martedì Dario – Guido Caprino – un poliziotto infiltrato responsabile della morte di una bambina (nell’originale un soldato che ha sparato su una scuola), il mercoledì una ragazzina che studia danza e che forse si fa male da sola, forse corteggia il suicidio, l’esordiente Irene Casagrande figlia di una madre che ha il volto di Valeria Bruni Tedeschi. Il giovedì una coppia borghese in crisi, Adriano Giannini e Barbora Bobulova, il venerdì la seduta di supervisione del terapeuta con l’analista che gli fa da guida, Licia Maglietta. È naturale che Castellitto-Giovanni, colui a cui tutti gli altri si affidano perché risponda ai loro bisogni (conflitto e negazione, amore e passione sono le coppie di parole chiave) sia colui che più di ogni altro riassume in sé il senso della crisi di tutti e di ciascuno. Del paese in cui viviamo, delle vite che facciamo, del destino che ci è dato e che ci diamo. Per sette settimane, per quasi due mesi, ogni sera. In tv, che è l’unica stanza di cui ognuno dispone.
Gli episodi della serie Usa sono oggetto di studio nei corsi di psicologia alla Sapienza, gli studenti li portano agli esami e spiegano di cosa hanno bisogno e perché le persone in cura. Chissà se la versione italiana saprà dire qualcos’altro ancora di cosa siamo diventati, noi quaggiù, e di dove stiamo andando.
La Stampa 17.11.12
Se la velina fa un provino da Bellocchio
di Francesco Rigatelli
La chiamano dalla lista. Federica Nargi si mette davanti alla telecamera e inizia: «Ho 22 anni e ho fatto varie cose… compresa la velina!». Siamo al Festival del cinema di Roma, dove ogni pomeriggio lo spazio Lottomatica promette agli aspiranti attori un provino con i registi di passaggio. Da Giovanni Veronesi a Francesca Archibugi, a Sergio Rubini. Il caso vuole che l’ex velina mora, sostituita pochi mesi fa e in cerca di futuro, si trovi davanti il regista più lontano da lei. Marco Bellocchio, colosso del cinema italiano antinconformista, uno di culto, a contare i giovani aspiranti attori in fila per farsi porre tutti le stesse domande, declinate ogni volta diversamente. «Chi sei? Nel senso di come ti cali nella realtà romana, dove stai, con chi vivi?». Quando è il turno di Federica lui non la riconosce. «Mica uno è obbligato a sapere chi sono!», ammetterà lei dopo. La sequela di domande e risposte che segue è degna della migliore commedia all’italiana. «Cosa intendi con velina?» chiede Bellocchio. Intanto il contorno di ventenni, che poco prima faceva a gara a scattarsi le foto con Nargi, si piega in due dalle risate. Lei prova a metterlo sulla strada giusta: «Le veline in Italia sono solo due…». Lui ancora diffida: «E tu eri una delle due?», «Ah, sì?». «Ma per un anno?». «Per quattro». Bellocchio: «Ma come? Se ora hai 22 anni…». E lei: «Eh, ho iniziato a 18». Lui: «Pensavo che le veline cambiassero ogni anno!». Lei: «Evidentemente piacevamo…». Lui: «E ora vuole fare l’attrice?». Lei sprizzante energia: «Sì». E sorridente interpreta la scena sulla maternità di Barbara Bobulova da «Manuale d’amore 2». Bellocchio non ha visto il film e prende tempo: «Bene, allora vedremo…», poi prova a metterci una pezza: «Ti chiedevo delle veline perché pensavo fossero in tante trasmissioni». La velina e Bellocchio, due Italie che s’incontrano loro malgrado. Ma l’Italia più vera è il contorno di aspiranti attori che sognano Bellocchio, e intanto in fila si fanno la foto con la velina.