l’Unità 15.11.12
Primarie: già registrati in 400mila. Ecco come votare
124mila on line, il resto nelle sezioni. Da sabato saranno noti tutti i luoghi dove votare
6600 uffici elettorali sono all’opera per le operazioni necessarie
di Virginia Lori
ROMA Sarà di nuovo un week-end di mobilitazione straordinaria, il prossimo. Il coordinamento per le primarie del 25 novembre ha deciso di aumentare il numero degli uffici elettorali in cui è possibile andare a registrarsi (ora siamo a quota 6.600 tra circoli Pd, Sel, sedi Arci e altro) ma anche di ripetere l’operazione dello scorso fine settimane, con l’allestimento di gazebo nelle principali piazze delle città italiane. A firmare l’«appello degli elettori Italia Bene Comune», iscriversi all’«Albo degli elettori» e ritirare la tessera che poi darà il diritto di scegliere chi sarà il candidato premier del centrosinistra sono stati circa 400 mila cittadini.
A ieri sera, in 123.066 lo hanno fatto on-line, attraverso il sito www. primarieitaliabenecomune.it, mentre da fonti democratiche si viene a sapere che a registrarsi negli uffici elettorali sparsi sul territorio sono stati oltre 250 mila elettori. Un incremento c’è stato dopo il confronto televisivo su Sky tra Pier Luigi Bersani, Nichi Vendola, Matteo Renzi, Laura Puppato e Bruno Tabacci. Ma l’obiettivo è dare un’ulteriore accelerazione alle iscrizioni, e quindi si è deciso di ripetere il week-end di mobilitazione straordinaria.
DA SABATO TUTTI GLI INDIRIZZI
Sabato, tra l’altro, sul sito delle primarie sarà possibile sapere dove bisogna andare a votare il 25 novembre (con eventuale doppio turno il 2 dicembre, se nessun candidato supererà il 50% più uno dei consensi). Bisogna infatti votare nel seggio collegato alla propria sezione elettorale. Per registrarsi, invece, si può andare in qualunque ufficio elettorale (gli indirizzi e gli orari di apertura, città per città, sono consultabili sempre sul sito delle primarie). Oppure si può fare on-line, andando all’indirizzo web www.primarieitaliabenecomune.it.
In entrambi i casi bisogna comunicare i propri dati anagrafici, sottoscrivere l’appello a favore del centrosinistra, iscriversi all’Albo degli elettori. È possibile anche lasciare un indirizzo di posta elettronica o un numero di cellulare per avere poi informazioni ulteriori sulle primarie e su dove andare a votare il 25. Chi si registra on-line deve comunque passare a un ufficio elettorale a versare i due euro (almeno) di contributo spese e ritirare il «certificato di elettore di centrosinistra» che dà diritto a scegliere, tra due domeniche, chi dovrà essere il candidato premier per le prossime elezioni politiche.
Anche se sarà possibile farlo il 25 (ma si dovrà fare in un luogo diverso da quello dove si voterà), conviene registrarsi in questi giorni per evitare di dover poi fare file molto più lunghe. Le urne per votare, tra due domeniche, saranno aperte dalle 8 alle 20. Se nessuno tra Pier Luigi Bersani, Matteo Renzi, Nichi Vendola, Laura Puppato e Bruno Tabacci dovesse incassare il 50% più uno dei consensi, ci sarà un secondo turno domenica 2 dicembre. Per quarantott’ore, in quella settimana tra le due votazioni, si potrà iscrivere (per poi votare al secondo turno) chi non lo avesse precedentemente fatto.
CHI PUÒ VOTARE
Possono partecipare al voto i giovani che abbiano compiuto 18 anni entro il 25, i cittadini dell’Unione europea residenti in Italia e quelli di altri Paesi extra-Ue in possesso di regolare permesso di soggiorno e di carta di identità.
Per poter votare sarà necessario esibire al seggio un documento d’identità valido, la tessera elettorale e il proprio «certificato di elettore della coalizione di centrosinistra “Italia Bene Comune”» rilasciato al momento della registrazione all’Albo degli elettori.
l’Unità 15.11.12
Bersani: il nostro vero avversario è la sfiducia
La previsione: «Il primo contendente sarà la disaffezione, eredità malata del berlusconismo»
Soddisfazione per l’andamento delle primarie: «Avevo detto che sarebbe stata una festa»
di Simone Collini
ROMA Non ci sarà un altro confronto televisivo tra i candidati alle primarie del centrosinistra. Pier Luigi Bersani è soddisfatto per com’è andato il dibattito su Sky. Ma se Matteo Renzi, Nichi Vendola e Bruno Tabacci chiedono una nuova sfida in tv prima del 25, magari su uno dei canali della Rai (Laura Puppato, anche se è quella che tra tutti gode di una minore esposizione mediatica, scalpita meno all’idea di un nuovo passaggio televisivo), il segretario del Pd vuole dedicare tutti i dieci giorni che restano prima dell’appuntamento ai gazebo al confronto che giudica più importante di tutti, «quello con i cittadini».
IL RUSH FINALE
Come ha fatto ieri al cinema Farnese di Roma, o come farà oggi al Teatro Augusteo di Napoli, e poi via via una regione al giorno, tra Sardegna, Sicilia, Marche, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, senza doversi preoccupare di cancellare qualche appuntamento già in agenda per partecipare a un confronto televisivo. Ci sarà una Liguria, dove tra l’altro se verranno confermate tutte le condizioni necessarie terrà il comizio di chiusura: a Genova, per la precisione, la vittima dell’alluvione, la porta verso l’Europa, la città delle lotte operaie. Mentre già questo sabato Bersani sarà in Puglia, dove a Bari chiamerà a raccolta i duemila giovani che hanno partecipato alla scuola di formazione politica “Finalmente Sud”. Un’operazione avviata dal leader Pd un anno fa a Napoli, nel giorno in cui Renzi lanciava la prima Leopolda sotto il vessillo della rottamazione.
E se il sindaco di Firenze dopodomani chiuderà la terza edizione, quella che nelle sue intenzioni gli tirerà la volata per le primarie del 25, Bersani da Bari vuole mostrare che il rinnovamento è già in atto, non è «contro» ma «per» e non passa per il solo dato anagrafico. Dice Bersani tracciando un possibile criterio di formazione del prossimo esecutivo, a guida progressista: «Il passaggio generazionale serve, ho sempre detto che la ruota deve girare, ma non ci vuole improvvisazione. Chi va al governo, non deve improvvisare. Qualcosa deve saperla. Io stesso, a 25, 30 anni ero più sveglio ma tante cose non le conoscevo. Quindi per me rinnovamento, ma senza improvvisazione».
Bersani è soddisfatto per come sta andando la campagna per le primarie, ed è sempre più convinto di aver fatto bene a volerle aperte, a chiedere di cambiare lo statuto del Pd per permettere anche ad altri del partito di partecipare, nonostante le perplessità e anche le resistenze di molti pezzi del gruppo dirigente democratico. «C’erano dei timori del tutto giustificati, data anche l’asprezza del nostro dibattito, correvamo il rischio di imbastire una specie di guerra», spiega durante l’iniziativa al cinema Farnese di Roma. Così non è stato. «Avevo detto che sarebbe stata una festa e così è stato, non è successo niente», sottolinea. «Siamo un partito giovane e con un sacco di difetti, ma siamo più forti dei nostri difetti e dobbiamo avere fiducia nelle nostre forze», dice ricordando che è meglio evitare il «fuoco amico» perché più si avvicinano le elezioni più il centrosinistra deve dimostrarsi unito e all’altezza della sfida di governo. «Non abbiamo bisogno di avversari perché ne avremo tanti, avremo da fare una battaglia molto dura». Il primo contendente, spiega, «sarà la sfiducia, la rabbia, il distacco e il disamore che sono l’eredità malata del berlusconismo. Ma dovremo battere questo atteggiamento facendo ragionare la gente, spiegando che la protesta da sola non porta da nessuna parte, serve il cambiamento e dobbiamo metterci in testa di essere quel cambiamento».
A GRILLO LENIN FA UN BAFFO
Quella che si gioca alle urne questa volta, per Bersani, è una partita che va oltre una semplice sfida tra progressisti e conservatori. Sapendo pure che «in questo stato di confusione evidente della destra» l’elettorato che negli anni passati ha guardato a quella parte politica ora sia tentato non dal fronte moderato di Casini, ma «dalla protesta»: «Dovremo combattere per un’alternativa di sistema, un’alternativa rispetto a tutto quello che è stato in questi 20 anni». E questo vuol dire combattere forme vecchie e nuove di populismo, che «sono entrate nelle ossa». Berlusconi ha giudicato un’umiliazione il confronto televisivo per le primarie? «Certo, per lui è così perché gli viene giù il business. Perché dovrebbe preoccuparsi di aggiustare i partiti, la politica, le istituzioni? Lui campa sul discredito». Grillo che dice agli esponenti del M5S dove parlare e cosa dire? «Lenin gli fa un baffo. Addirittura vogliono uscire dall’Ue e dall’Euro, cosette di questo genere. Noi dovremo combattere queste pericolosissime derive».
Corriere 15.11.12
Bersani «ridimensiona» Casini: i voti di destra non vanno a te
Il leader del Pd: i delusi stanno a casa o si buttano sui 5 Stelle
di Alessandro Trocino
ROMA — La sfida tv a cinque aumenta l'interesse per le primarie del centrosinistra del 25 novembre. Si parla di un aumento delle iscrizioni, anche se, con più di 6.000 uffici, come spiega il responsabile dell'organizzazione Nico Stumpo, «non è facile capire come stiano andando». Quello che è certo è che sul sito si sono iscritte già 120 mila persone. «C'era chi temeva una guerra — dice Pier Luigi Bersani — e invece niente fuoco amico: è stata una festa». Ma a tener banco è sempre il tema delle alleanze che, assieme alla legge elettorale, è la vera incognita di questi giorni. In un'intervista televisiva a Fabio Volo, Pier Luigi Bersani ha avvertito il leader dell'Udc: «Se va in crisi la destra, gli elettori o stanno a casa o si buttano su Grillo, non vanno da Casini». Per poi precisare di non aver mai detto «non si illuda», come scrivevano alcune agenzie. Ma a Casini arrivano anche gli avvertimenti, meno amichevoli, di alcuni renziani del Pd che lo considerano «da rottamare» (Adinolfi), gli rimproverano di «voler decidere chi vince le primarie del centrosinistra» (Marcucci), lo accusano di «brigare con il suo Ciocchetti per rimandare il voto nel Lazio» (Recchia).
Bersani ieri ha ricevuto l'appoggio degli attori Massimo Ghini e Sabrina Ferilli, oltre che di Giuliano Amato. Per Matteo Renzi, invece, ha annunciato il voto il radicale Silvio Viale, prontamente rimbrottato dal segretario Mario Staderini, che esprime «sorpresa e disappunto» per l'annuncio del voto a primarie «dalle quali i radicali sono stati esclusi a priori». Renzi riceve, invece, una puntura di spillo da Pasquale Laurito, autore della dalemiana Velina Rossa, che ha scovato una manifestazione fiorentina del 2009 nella quale il sindaco omaggiava Massimo D'Alema: «Ci dà la carica». E l'ex premier ricambiava: «Renzi è come quel ciclista che è partito in fuga e che ha il gruppo a un'ora di distanza».
Bersani, parlando a Roma, ha spiegato che «il ricambio generazionale ci vuole, ma senza improvvisazione». E si è detto soddisfatto dello stato del Pd: «Siamo un partito giovane con difetti, ma siamo più forti dei nostri stessi difetti. Tre anni fa avevo in testa un partito e mi sembra si stia realizzando. Negli ultimi tempi non ne abbiamo sbagliate molte e stiamo crescendo». Quanto alla polemica sul pantheon del Pd, che vede presenti diversi esponenti del mondo cattolico, Bersani spiega la sua scelta di Giovanni XXIII: «Mi inchino al merito di un Papa che un giorno faceva il primo cardinale nero e un altro andava a Regina Coeli. Cambiava tutto e non faceva paura».
Matteo Renzi, intanto, si prepara alla sua «Leopolda», «Viva l'Italia viva - Il meglio deve ancora venire», terza edizione del Big Bang promesso. Il sindaco ribadisce la sua proposta di tagli: «Mi dicono che proporre dieci ministri è demagogia. Peccato che non si ricordino che la Bassanini (votata da loro) ne prevedeva 12 e il governo dell'Unione invece, per accontentare tutti, partiti e partitini, arrivò a più di cento compresi i sottosegretari. Una vergogna».
Nichi Vendola, per gli istituti di opinioni, è indietro ma non se ne preoccupa: «Mi picco di perdere sempre i sondaggi. Finora non ho perso nelle urne che, forse, è la cosa più importante per me». Ma il leader di Sinistra ecologia e libertà chiede anche che si faccia una nuova sfida tv, questa volta in Rai. E Bruno Tabacci sostiene la proposta, già accettata anche da Renzi e Puppato. Bersani, però, sembra ormai orientato a evitare una nuova sfida tv, aspettando semmai l'eventuale ballottaggio.
Repubblica 15.11.12
Pm e Anm litigano su Vendola assolto
Dopo l’assoluzione del governatore della Puglia Nichi Vendola, in tribunale è l’ora dei veleni. In una lettera al pg di Bari, i pm sollevano dubbi sull’imparzialità del gup Susanna De Felice, che è amica della sorella del governatore.
L’Anm critica i pm: la loro iniziativa è definita “assolutamente irrituale”.
Repubblica 15.11.12
La lettera di Nichi Vendola
La mia bussola
Caro direttore, sono grato a Barbara Spinelli perché, nel commentare il dibattito tra i candidati alle primarie del centrosinistra, solleva con il consueto rigore analitico una questione per me fondamentale. Che ha a che vedere con l’idea stessa di politica, quella che precede ogni programma e ogni tornata elettorale, e che dà alla politica stessa un senso reale, oggi in gran parte smarrito. La questione delle “radici”, del rapporto della sinistra con una storia, con una tradizione insieme nobile e difficile. Una storia intessuta da donne e uomini che hanno lasciato, ognuno di essi nelle condizioni date del proprio tempo, quel segno di arricchimento che ci ha fatto compiere passi in avanti sul campo di battaglia del lavoro e dei diritti, dell’ambiente e delle libertà. E che fungono per me come una bussola, appunto, capace di un orientamento, culturale e morale più ancora che politico.
Ho sentito il bisogno l’altra sera, rispondendo a una di quelle domande lampo che esigono risposte lampo secondo i canoni televisivi vigenti, di indicare il nome di Carlo Maria Martini. Come ho imparato da Pasolini la critica corrosiva e anticipatrice della società consumistica volta ad un effimero benessere, da Altiero Spinelli l’idea fondativa di un’Europa come terreno di democrazia dei popoli, da Alex Langer la ricerca di una conversione di un intero modello di sviluppo sociale e da Enrico Berlinguer l’idea di sobrietà e moralità dell’agire politico, così sento di aver appreso dal magistero del cardinal Martini qualcosa che può rendere più saldo il mio orientamento nel procedere dinanzi ai chiaroscuri del tempo presente. Qualcosa di profondamente politico, perché riguarda il senso della vita e della morte, del diritto della persona dinanzi ad esse e del ruolo e dei confini delle istituzioni, della stessa pervasività della tecnica verso l’inalienabile diritto del singolo di decidere del proprio destino umano. Pronunciando il nome di un uomo della Chiesa e di un maestro di spiritualità non ho certo inteso ascriverlo al catalogo della politica della sinistra, neppure sostituirlo per “imbarazzo e vergogna” alle altre figure della grande famiglia politica europea cui sento in pieno di appartenere. Famiglia che contiene certamente ognuno dei nomi che Barbara Spinelli richiama, da Calamandrei a Ernesto Rossi, da Federico Caffè a Vittorio Foa e potrei aggiungere Franco Basaglia, Lucio Lombardo Radice, Riccardo Lombardi, Pietro Ingrao, padre Ernesto Balducci. Non sono per me nomi di un mosaico indistinto, sono vite e storie, insegnamenti di un cammino contrastato e faticoso verso l’ansia di una emancipazione che parla al tempo presente. Quel presente che oggi sentiamo così eternamente inconcluso e sospeso, ma che contiene in sé – come ci ammoniva Sant’Agostino – i tre tempi dell’umano. La politica a cui tendo è per me quella che ha in sé nel presente la “radice” del passato e la speranza di cambiamento del futuro.
La Stampa 15.11.12
E Pier di nuovo si schiera col centrodestra
di Marcello Sorgi
Il duro scontro sulla data delle elezioni, che ieri ha opposto Alfano a Bersani e ha fatto temere per qualche ora una crisi di governo, ha visto nuovamente Casini schierato dalla parte del Pdl. In meno di un mese, è la terza volta, dopo il voto a sorpresa con cui i centristi fecero passare in commissione al Senato la bozza di riforma e elettorale e quello con cui successivamente fu portata al 42,5 per cento la soglia di accesso al premio di maggioranza. Ma mentre il centrodestra ha le sue ragioni per preferire un election day unico per regionali e politiche, con una sola campagna nazionale, per puntare a far sbiadire il ricordo degli scandali che hanno posto fine alle amministrazioni della Lombardia e del Lazio, l’affiancamento dell’Udc ha una spiegazione diversa. Oltre a cercare di federare una più vasta area di centro, mettendo insieme i vari spezzoni che si stanno organizzando in vista del voto, Casini infatti è impegnato in una delicata iniziativa, per far sì che la «Lista per l’Italia» possa fregiarsi, prima della scadenza delle urne, del nome del presidente del Consiglio. Ora, non è un mistero che il centro sia schierato con Monti e punti a fargli fare il bis, contrariamente al centrosinistra e al centrodestra che otterranno dalle primarie i nomi dei loro candidati premier. Ma che Monti accetti, oltre alla lista, una sorta di partito a suo nome, è ancora tutto da vedere.
La strategia casiniana punterebbe a un avallo del premier da rendere esplicito anche nel corso della campagna elettorale. Dato che Monti ha detto e ripetuto che non ritiene di prendervi parte, basterebbe, per i centristi, che si limitasse a dire che non può impedire a nessuno di richiamarsi all’esperienza dei tecnici: specie in elezioni politiche istituzionalmente dedicate a valutare l’attività di un governo e a decidere se confermarlo o cambiarlo.
Ma anche in questa forma, l’eventuale ingresso del presidente del Consiglio in campagna elettorale avrebbe forti conseguenze: i candidati premier di Pd e Pdl, infatti, non potrebbero restare indifferenti all’entrata in campo di un concorrente così forte. E’ vero che, nel caso di un risultato elettorale orientato verso un bis, Monti ne ricaverebbe il vantaggio di non ritrovarsi come Prodi, che in tutte e due le sue esperienze dovette scontare la mancanza di un partito proprio e la difficoltà, per questo, di tenere unita la sua coalizione. Ma dopo una campagna in cui, seppure con un ruolo sfumato, il premier dovesse essere presente, non è detto che aumenterebbero le possibilità di rimettere insieme, se necessario, la larga maggioranza che lo ha sostenuto fin qui.
La Stampa 15.11.12
Election day, Pdl e Casini fanno asse contro il Pd
Berlusconi vede Alfano e insieme minacciano di far cadere il governo
di Amedeo La Mattina
Questa volta c’è piena sintonia tra Berlusconi e Alfano: se il governo non cambia idea sull’election day faranno cadere il governo. Così si andrà a votare nello stesso giorno per le regionali e le politiche. Il Pdl vuole evitare a tutti i costi il doppio schiaffo: prima a febbraio nel Lazio, in Lombardia e Molise, e successivamente nelle urne di aprile. Alfano non ha sopportato di essersi trovato di fonte al fatto compiuto da parte del governo, con il ministro dell’Interno Cancellieri che ha inviato i prefetti a convocare i comizi per le regionali nelle giornate del 10 e 11 febbraio. La conseguenza sarebbe mandare le primarie a farsi benedire mentre il segretario ci punta tutte le sue carte per legittimare la sua leadership. A Berlusconi che saltino le primarie non dispiacerebbe e c’è chi gli attribuisce la tentazione di candidarsi alla premiership se alla fine le elezioni politiche saranno anticipate a febbraio. Comunque il Cavaliere è d’accordo con Alfano sul fatto che una probabile sconfitta del Pdl in Regioni come Lombardia e Lazio avrebbero un effetto devastante sul voto nazionale. Crescerebbero l’astensione e il Movimento 5 Stelle. Alla fine, votando ad aprile come vuole Napolitano, tutta la sfida sarebbe ristretta tra la sinistra di Bersani e Grillo. Il Pdl, ben che vada, diventerebbe il terzo partito con cifre più vicine al 10% che al 20%.
A rimanere schiacciato in questa tenaglia sarebbe anche il centro. Ecco il perché della consonanza sull’election day tra Berlusconi, Alfano, Casini e Fini. I leader dell’Udc e del Fli non vogliono una campagna elettorale lunga 5 mesi e la conseguente paralisi del governo e del Parlamento: a guadagnarci sarebbe solo Grillo. «E Bersani - osserva Roberto Rao, uno dei principali collaboratori di Casini non si illuda di poter governare il grillismo. Non capisce che anche lui può finire stritolato». Ovviamente c’è un diverso approccio alla questione perché l’Udc e il Fli non farebbero mai cadere Monti, mentre per il Pdl sta diventando una questione di vita o di morte. Per cui o si vota in un solo giorno (meglio se a febbraio) oppure l’esecutivo salta in aria. Per senso di responsabilità nei confronti del Paese e dell’Europa si aspetterà l’approvazione della legge di stabilità e si cercherà di approvare una nuova legge elettorale, ma poi nient’altro. «E’ in ballo la nostra sopravvivenza», spiega Alfano. Teme che a certi livelli istituzionali ci sia addirittura un «complotto» per distruggere il suo partito e regalare il suo elettorato a forze politiche che hanno come riferimento solo l’agenda Monti.
Nei ragionamenti fatti ieri a Palazzo Grazioli, aprire una campagna elettorale con la rottura Monti significherebbe recuperare i voti che il Pdl ha perso per strada, quegli elettori nettamente contrari alla politica economica di Palazzo Chigi. E che nei sondaggi non si sono riversati nell’Udc ma sono congelati nell’astensionismo. «Forse perderemo le elezioni e andremo all’opposizione - è il ragionamento di Alfano - ma almeno cadremo in piedi, riportando a casa una fetta di consensi che erano nostri»
È una pistola scarica? L’impressione è che la pistola di Alfano e Berlusconi sia carica, facendo rabbrividire i montiani del Pdl come Frattini, Mauro, Lupi, Gelmini, Napoli. Ma Alfano non sente ragioni. «I patti non erano questi», spiega, puntando l’indice contro Palazzo Chigi e il Quirinale. «Anticipiamo le elezioni politiche a febbraio o spostiamo le regionali ad aprile. Non è che ci vuole il direttore Fmi per trovare questo risparmio», tuona il segretario del Pdl, secondo il quale dividere le date è «un giochino che ci costa 100 milioni di euro. Fare la tassa Bersani per votare a febbraio, è una cosa che mi indigna». Replica di Bersani: «Alfano non faccia il mestiere del presidente della Repubblica ma il suo lavoro. Si vada a votare nei tempi giusti per le politiche e prima che si può per le Regioni senza governo». Controreplica di Alfano: «Questa è una tassa cinica che il Pd sta imponendo agli italiani. Noi ci batteremo e davvero chiediamo al Governo di rimediare a questo colossale errore entro venerdì». Per trovare una soluzione tra Palazzo Chigi e Quirinale si è messo in moto Gianni Letta.
La Stampa 15.11.12
Intervista: “Vi spiego chi sono i veri padri del Porcellum e perché se lo terranno”
Calderoli: ci fu un ricatto di Casini, poi Silvio cambiò le carte
di Mattia Feltri
Senatore Calderoli, non le è bastato il Porcellum? Ancora ci si mette?
«A parte che Porcellum fu una definizione di Sartori. Io l’ho definita “porcata”. Ma adesso vi racconto come andò».
Siamo tutt’orecchi.
«Fu una legge figlia del ricatto di Casini che voleva il proporzionale stile Prima repubblica. E se non gliel’avessimo dato non avrebbe votato la riforma costituzionale: si trattava della devolution, della riduzione di oltre il 20% dei parlamentari. Cedemmo al ricatto. Peccato che poi la legge fu stravolta - perché era un’ottima legge - e proprio Casini ne rimase fregato».
Ottima legge?
«Vi spiego. Avevo messo una soglia per il premio di maggioranza al 40%. Sapete chi tolse la soglia? Berlusconi. Perché voleva il premio a tutti i costi».
E le liste bloccate?
«Non c’erano. Le volle Fini perché diceva che prendeva soprattutto voti al Sud e non si fidava delle preferenze».
Fini?! Quello che ora si straccia le vesti?
«Non aveva neanche tutti i torti. Ma fu proprio lui. Un’altra cosa: sapete perché non ci fu il premio di maggioranza su base nazionale al Senato? Perché il presidente Ciampi disse che il premio doveva essere su base regionale. Chiesi appuntamento al Quirinale per spiegare come superare il problema. E lui neanche mi ricevette perché non avevo la delega. Se Prodi non ebbe la maggioranza al Senato, e cadde nel 2008, lo deve soprattutto a Ciampi».
La sinistra in tutto questo non c’entra?
«Nel 2006, con Prodi premier, d’accordo con Napolitano proposi una legge di sei righe che cancellava il Porcellum e riportava al Mattarellum. Non ci fu verso, rimase per mesi in commissione. Poi ho fatto altre otto o nove proposte. Nessuna accolta. Ma ne racconto un’altra: pochi mesi fa, ai margini di un incontro pubblico, Prodi ha contestato a Bersani la mancata riforma del Porcellum».
E Bersani che ha detto?
«Che non l’ha potuto riformare perché Rifondazione comunista non era d’accordo. Ma che cosa c’entra? Avrebbe avuto i voti della Lega, e lo sapeva: Rifondazione non gli serviva».
Voleva evitare attriti.
«Ma se avevano attriti tutti i giorni? Sul lavoro, sulle missioni internazionali... La verità è un’altra, e cioè che, siccome sono trascorsi sette anni dall’approvazione del Porcellum, ed è ancora lì, ne deduco che di estimatori ne ha molti più di quanti si pensi».
Infatti anche stavolta...
«Infatti. Ma adesso vi spiego. Nel 2006 Prodi arrivò al 49%. Nel 2008 Berlusconi arrivò al 47%. Che poi col premio raggiungessero il 55% dei seggi era normale. Il Pd vuole arrivarci col 30%. Cioè vuole raddoppiare i parlamentari. Vuole governare senza voti. Il problema vero, oggi, non è il Porcellum: è che i partiti non li vota più nessuno! ».
Quindi il Pd vuole tenerselo il Porcellum.
«Certo. Dice: alla Camera sono a posto. Al Senato i voti non li avrò mai, ma andrò a chiederli a Berlusconi. Del resto anche lui ha interesse che vinca Bersani. Contano di mettersi d’accordo. Piuttosto che Grillo o l’ingovernabilità... E a Monti hanno promesso il Quirinale».
Però i centristi...
«Questo schema non va bene a quelli che ambiscono a qualche presidenza. Diciamo che non va bene a Casini, che spera di fare un legge che imporrà un Monti bis. E così per lui si spalancano le porte del Quirinale. E non va bene anche a qualcun altro che adesso è in difficoltà e magari potrebbe strappare una presidenza della Camera o del Senato».
Fini?
«Può darsi».
Che scenario allucinante.
«Ma c’è un ma. Io ho la netta impressione che, se non ci sarà una nuova legge elettorale, Napolitano interverrà con un messaggio piuttosto energico per ricordare che è perlomeno scorretto non fissare una soglia oltre la quale si ha diritto al premio di maggioranza».
Ed è la discussione di questi giorni.
«Esatto. Allora io ho fatto un tentativo di mediazione. Martedì ho proposto un premio in percentuale sui voti raccolti che oggi ho perfezionato. È l’ultimo tentativo, poi non ci sono più i tempi».
E cioè?
«Cioè se tu prendi dal 25 al 30 per cento, ti do il 15% in più sui tuoi seggi, cioè sali al 33-35. Se prendi dal 30 al 35 ti do il 20% in più, cioè vai intorno al 40. Se prendi dal 35 al 40 ti do il 25% per cento in più, cioè ti avvicini al 50%. Se superi il 40, vai al 52. Attenzione, si può fare anche per le coalizioni».
Ci stanno?
«Mi sembravano meno rigidi del solito, ma non lo so».
E l’alternativa qual è?
«La Grecia».
l’Unità 15.11.12
Studenti e professori invadono le strade dello sciopero
La protesta della scuola confluisce nella giornata di mobilitazione: opposizione alla legge Aprea e ai tagli dei finanziamenti per l’istruzione
Appello per la difesa dell’Erasmus
Cariche violente sul Lungotevere. Polemiche sull’operato della polizia
Scene di violenza in tutta Italia
di Mario Castagna
ROMA Le piazze di tutta Italia gremite di studenti hanno accolto lungo la penisola le manifestazioni della Cgil. A Roma 20mila studenti, per la maggior parte delle scuole superiori, hanno incrociato più volte il corteo dei lavoratori per poi disperdersi a causa degli scontri sul lungotevere. A Milano il corteo di 6mila studenti si è snodato tra le vie della città, anche qui in parallelo rispetto al corteo organizzato dalla Cgil. Quasi tutti i cortei hanno visto infatti una enorme partecipazione di giovaniaccanto ai loro insegnanti, da Roma a Milano, da Bologna a Napoli, tanto che in molte piazze era difficile capire se si era di fronte ad una manifestazione degli studenti o ad una del sindacato. Anche a Pomigliano, alla manifestazione della Fiom, sono intervenuti dal palco gli studenti dell’Uds.
Non è lontana dalla realtà la stima di 100 mila studenti scesi in piazza in tutta Italia a fianco dei lavoratori. Accadrà di nuovo. È stata la prima volta che a livello continentale studenti e lavoratori scendevano in piazza simultaneamente sotto le stesse bandiere. Finora le mobilitazioni coordinate a livello europeo avevano interessato quasi esclusivamente le giovani generazioni, riunite spesso sotto la generica etichetta di “indignados”, che avevano già provato a lanciare per il 15 ottobre del 2011 una mobilitazione europea contro le politiche di austerity. Purtroppo la giornata in Italia finì negli scontri di piazza San Giovanni ma non è piccola l’eredità che quel movimento ha lasciato, a partire dal titolo della manifestazione, “People of Europe rise up”, che è divenuta oggi una campagna che vede impegnati i Giovani democratici insieme alle organizzazioni giovanili dei partiti socialisti e progressisti di tutta Europa. Ed oggi quella eredità è raccolta, per la prima volta a livello continentale, congiuntamente, dai sindacati e dalle organizzazioni studentesche, come la Link e la Run, che hanno colto l’occasione per rilanciare le loro parole d’ordine.
NO AI TAGLI INDISCRIMINATI
Nei cortei che si sono svolti ieri camminavano paralleli i due livelli di mobilitazione degli studenti. Da una parte le tradizionali rivendicazioni contro il disegno di legge Aprea, le politiche di definanziamento del settore dell’istruzione e i tagli ai programmi di diritto allo studio.
Dall’altra parte invece gli studenti sembrano aver chiara la dimensione europea della loro mobilitazione. «In Italia questa manifestazione è una buona occasione per rilanciare il tema dello sviluppo del nostro Paese – ci racconta Fausto Raciti, segretario dei Giovani democratici che in piazza erano presenti in gran numero Questo sviluppo sarà possibile solo rivedendo le regole che presiedono al funzionamento dell'Ue e dell' euro. Un confronto su questo metterebbe in luce meglio di qualsiasi altra cosa il limite dei populismi, di destra e di sinistra, che minacciano di occupare lo spazio del confronto elettorale».
Gli studenti hanno capito, prima e meglio di tanti altri, che le politiche di tagli e di austerity sono uno spettro che si aggira per l’Europa. Gli studenti inglesi protestano contro l’aumento indiscriminato delle tasse universitarie? Gli studenti italiani scendono in piazza per evitare che quel modello venga applicato anche in Italia, come vorrebbe una proposta del senatore Ichino. L’europarlamento vuole tagliare i fondi per il programma Erasmus? Gli studenti francesi e spagnoli promuovono un appello comune per la difesa di quella iniziativa. Sono sempre più numerosi i collegamenti tra i giovani europei, che fanno rimbalzare, come in un flipper impazzito, le loro parole d’ordine da una parte all’altra del continente.
A dimostrare la dimensione europea della mobilitazione è anche la commistione linguistica presente sui cartelli, sugli striscioni e sulle bandiere degli studenti scesi in piazza. A Trieste lo striscione iniziale invocava la huelga (sciopero in spagnolo) generale, mentre in Grecia sulle mura del Partenone viene calato lo striscione “People of Europe rise up”.
Protestano contro la legge Aprea ma sanno che, se il loro striscione è in greco, il loro slogan è in inglese, il loro coro in spagnolo, la loro bandiera non può che essere europea.
l’Unità 15.11.12
In cima al Partenone di Atene spunta lo striscione: «People of Europe rise up»
L’Europa sociale chiede giustizia
In Spagna scontri tra polizia e manifestanti
In Portogallo assedio al Parlamento
di Giuseppe Caruso
MILANO Mobilitazione generale, mobilitazione europea. Per la prima volta nella storia i sindacati e gli attivisti del Vecchio continente hanno provato a scendere in piazza insieme con l’obiettivo di dire no alle politiche di austerità dei governi continentali. C’è chi ha scelto lo sciopero generale, chi le manifestazioni, chi forme di protesta alternative, ma il senso è stato quello di un’adesione comune come mai si era vista in passato.
MADRID
In Spagna, la quarta economia più grande dell'Europa, oggi in profonda recessione, dove un lavoratore su quattro è disoccupato, è andato in scena il secondo sciopero generale in otto mesi, il nono da quando il Paese è tornato alla democrazia. Un segnale forte di protesta contro le misure draconiane varate dal governo di Mariano Rajoy. I principali sindacati iberici, Ccoo, Ugt e Uso, hanno invitato la gente a scendere in piazza all'insegna dello slogan «Si stanno portando via il nostro futuro».
Nella notte tra martedì e mercoledì sono stati organizzati picchetti con lo scopo di fermare aeroporti, autobus e stazioni ferroviarie. Il governo si è mostrato rispettoso dell'esercizio del diritto allo sciopero, però ha avviato una campagna mediatica con l’intento di far passare la protesta come un danno per l’immagine del Paese all'estero, un danno che porterà a conseguenza negative sull'economia in recessione. Lo sciopero, iniziato alle 22 del martedì in alcune industrie e nei servizi con i primi turni di lavoro, è stato però assecondato dalla stragrande maggioranza dei lavoratori.
La manifestazione principale è stata organizzata a Madrid ed è passata attraverso plaza Neptuno, nelle vicinanze del Parlamento spagnolo. Decine di migliaia di persone hanno scandito i loro slogan contro il governo e l’Europa delle banche., mentre un corteo alternativo, organizzato dagli Indignados, ha invece cercato di cingere d’assedio il Parlamento, venendo però tenuto a distanza dalle forze dell’ordine. In tutta la Spagna si sono registrati scontri tra polizia e manifestanti ed il bilancio finale è stato di 82 persone arrestate,
con circa 34 feriti, tra cui 18 appartenenti alle forze dell’ordine. In alcuni casi la polizia ha sparato proiettili di gomma. Secondo fonti sindacali la partecipazione sarebbe stata massiccia, pari a circa 9 milioni di persone. Bloccati tutti i trasporti: metro e autobus hanno garantito il funzionamento al 30-40%, mentre per i voli si è avuta la cancellazione di più di 700 rotte in giornata.
Anche in Portogallo è stata una giornata di scioperi, soprattutto nel settore dei trasporti, dove l'astensione è stata fra il 60% e il 100% nelle città di Oporto, Lisbona, Coimbra e Braga. I sindacati lusitani hanno ribattezzato quella di ieri come «giornata di lutto europeo». La polizia ha caricato i manifestanti che si erano portati nelle vicinanze del Parlamento lusitano.
Il Portogallo, che ha ottenuto aiuti per 78 miliardi dalla troika (Commissione europea, Bce e Fmi ndr), ha fatto registrare una nuova caduta del Pil nel terzo trimestre dell'anno pari al 3,4%, rispetto allo stesso periodo del 2011; mentre la disoccupazione è aumentata al 15,8% fra luglio e settembre.
Sciopero generale pure in Grecia, con più di diecimila persone che sono scese in piazza per dire no a manovre economiche che ormai stanno portando al collasso il Paese, nonostante la concessione ad Atene di altri due anni per abbassare il deficit.
PARIGI
Anche la Francia si è unita alle proteste. Nella capitale migliaia di persone si sono incontrate per partecipare alla manifestazione indette contro le politiche di austerità. Lo stesso è avvenuto in Germania, dove senza raggiungere i grandi numeri registrati altrove, la gente è scesa in strada in diverse città tedesche. Davanti alla Porta di Brandeburgo, a Berlino, si sono adunate circa 250 persone, con slogan di solidarietà per i Paesi del Sud Europa.
A Bruxelles i manifestanti si sono riuniti davanti alle ambasciate di Spagna, Portogallo, Grecia, Irlanda e Cipro, per spostarsi successivamente davanti a quella della Germania, contro cui sono state lanciate uova. Armati di fischietti, tamburi, bandiere e striscioni “anti-austerity”, scritti in diverse lingue, i manifestanti si sono poi ritrovati davanti alle sedi della Commissione e del Consiglio dell’Unione europea.
La Stampa 15.11.12
“Queste proteste ingovernabili nascono dall’assenza dei partiti”
Il ministro Barca: “Un filo comune dal Sulcis agli scontri nelle piazze Le energie che il Pd mette nei confronti in tv andrebbero spese sul campo”
di Tonia Mastrobuoni
I manifestanti Cartelli in tutte le lingue per la protesta a livello europeo
La polizia L’altro giorno ha protetto i tre ministri assediati dai lavoratori del Sulcis
Senza filtri È sparita l’abitudine a rivolgersi alle sedi dei sindacati, alle sezioni di partito o alle parrocchie per sfogarsi, per parlare Fabrizio Barca
Con le dovute differenze, le proteste nel Sulcis e quelle che hanno infiammato ieri molte città d’Italia hanno un tratto in comune. L’«anarchismo della protesta» che caratterizza entrambi «responsabilizza i partiti» perché ne denuncia con forza «la totale assenza nei territori». Per Fabrizio Barca, ministro per la Coesione territoriale, ben vengano dunque le primarie per rinnovare le leadership dei partiti. Ma sarebbe meglio se il Pd spendesse un po’ delle energie che riserva agli incontri tv per tornare nei territori: «È lì che si capisce dove va una società».
Ministro, perché martedì è scappato in elicottero dagli operai del Sulcis che protestavano?
«Dopo la firma del protocollo d’intesa ci hanno informati che c’erano i blocchi per strada e ci hanno dato due possibilità: sfondarli o andare via in elicottero. Per evitare feriti e tensioni ulteriori, con il ministro Passera abbiamo deciso per la seconda opzione».
Avete trovato un accordo. I sindacati sono scettici. Funzionerà?
«Il Sulcis è una metafora generale. Negli ultimi 100 anni - soprattutto negli ultimi 30 -, questa regione è stata presa in giro. Generazioni di politici hanno promesso facili soluzioni dietro l’angolo. Tutto questo su un’isola che già di suo avverte di essere lontana da tutto. E la rabbia trova oggi due sbocchi. Uno, i sassi. Due, il dialogo».
E il dialogo come procede?
«So che il termine Protocollo d’intesa suscita comprensibilmente diffidenze, ma quello firmato martedì è operativo. C’è un progetto di rilancio vero che riguarda il turismo, le energie pulite e il risanamento ambientale. Dei 128 milioni che riguardano il mio ministero, 38 sono destinati al collegamento Carbonia-Cibe e alla portualità di Porto Vesme. Ebbene: saranno stanziati entro 7 giorni. Il resto dei fondi verrà impiegato attraverso un bando internazionale. Faremo i progetti. E velocemente».
Ieri ci sono stati scontri in tutto il Paese durante le manifestazioni contro l’austerità. Non ha l’impressione che la situazione si stia aggravando?
«Quello che è avvenuto ieri nelle piazze responsabilizza fortemente i partiti e i corpi intermedi della società. Sul territorio non esistono più. La soluzione del disagio che attraversa la società, e che si manifesta anche in episodi preoccupanti come quelli di ieri, passa inevitabilmente attraverso un recupero serio del ruolo dei partiti» I due partiti maggiori stanno facendo o hanno annunciato primarie per la scelta dei leader. Non è il segnale di una riflessione, di un rinnovamento?
«Per quanto riguarda il Pd mi piacerebbe vedere lo stesso entusiasmo speso per un confronto televisivo anche per l’impegno sul territorio. Per territorio intendo le sezioni e i luoghi dove i partiti sono spariti da anni. Sono quelli i presidi per capire dove va una società» L’impressione è che le manifestazioni siano disordinate, ingovernate e ingovernabili.
«Esattamente. L’assenza dei partiti e dei corpi intermedi si esprime anche così, nell’anarchismo di protesta. È sparita l’abitudine a rivolgersi alle sedi dei sindacati, alle sezioni di partito o alle parrocchie per sfogarsi, per parlare. È un’urgenza che investe i partiti. E non riguarda solo questo governo: investirà anche il prossimo».
Non è paradossale che con un governo tecnico la disoccupazione abbia raggiunto il massimo da anni e un giovane su tre sia senza lavoro?
«Avremmo potuto fare meglio. Ma c’è una grave crisi economica internazionale. E nonostante tutto, la franchezza del nostro messaggio è ancora apprezzata e spiega forse la tenuta del giudizio su di noi. Mi faccia dire un’ultima cosa sul Sulcis».
Prego.
«Pesa anche qui l’assenza cronica dei partiti. Questi amministratori alle prese con problemi tragici sono soli, sono monadi abbandonate. Questa solitudine si toccava con mano al tavolo del negoziato: tutti si guardavano negli occhi e pensavano “possiamo fidarci”? ».
Corriere 15.11.12
No al giustificazionismo dei professionisti del caos
di Marco Imarisio
Al mercato della crisi la merce denominata guerriglia urbana si vende bene. Il 14 novembre era una data segnata in rosso, alla stregua dei giorni del grande esodo. Ogni social media presentava una dettagliata lista dei partecipanti, con la chiamata di un antagonismo che nel 2012 si ispira direttamente all'autonomia degli anni Settanta. La fine era nota. Tutti sapevano chi si sarebbe presentato, e cosa avrebbe fatto. Una legittima giornata di rivendicazione dei propri diritti avrebbe avuto il solito corollario di mazze e catene, utile solo a oscurare la protesta civile della maggioranza dei partecipanti.
I professionisti del caos fanno da magnete per gli altri, in piazza funziona così. Gli studenti che protestano hanno le loro ragioni, come gli operai che rischiano il posto di lavoro, alla disperata ricerca di una ribalta per far vedere che esistono, per scampare a un eterno destino da invisibili. Ma tra i pericoli di questi tempi difficili c'è anche un senso comune molto in voga che «legittima» l'uso della violenza di pochi nel nome di una rabbia sempre più diffusa nella società, ben diverso dal buon senso che dovrebbe invitare tutti a cercare rimedi, proporre soluzioni senza lasciare indietro nessuno.
Quello che non funziona è la narrazione della crisi che sta intorno a un innegabile disagio sociale. È la vulgata continua di chi getta le sofferenze degli altri in un unico calderone, usando toni perennemente apocalittici sul momento che stiamo vivendo, sognando neppure troppo in segreto un'altra Atene. Le cose vanno male, l'ampia e nella quasi totalità pacifica adesione ai cortei di ieri lo dimostra, ma non siamo in Grecia. Chi sostiene questo fa qualcosa di ben diverso dal sacrosanto esercizio del diritto di critica. Non capisce, o finge di non capire, l'ambiguità implicita in questo continuo giustificazionismo ammansito ai più giovani e arrabbiati. Una cura sbagliata che peggiora la salute del malato.
L'uso strumentale della crisi non appartiene a una sola area politica. È un peccato coltivato da tutti, come avvenne per i suicidi degli imprenditori. Un caso di scuola, per mesi considerato alla stregua di una epidemia, strillato, cavalcato in ogni modo. Fino a quando tabelle e dati statistici, subito ben nascosti, hanno dimostrato che quelle tragedie non avevano subito alcun picco dovuto alla congiuntura economica.
Adattata all'Italia, l'avverarsi della profezia dei Maya sulla fine del mondo è moneta facile da spendere di questi tempi, ma induce a simpatizzare anche con chi si presenta in piazza solo per spaccare tutto e cercare lo scontro con forze dell'ordine sempre più esasperate, come dimostrano alcuni episodi accaduti ieri. In una narrazione del genere non è previsto alcun distinguo sulla composizione della piazza. Diventa obbligatorio chiudere un occhio, anzi due. Eppure qualche disquisizione sull'anagrafe andrebbe fatta, perché anche ieri le guide spirituali dei giovani autonomi erano i soliti cinquantenni, ultimi reduci di una stagione della quale solo loro sognano il revival, quella della «pratica rivoluzionaria che fa esplodere le contraddizioni del sistema».
La crisi diventa così un pretesto per dare sfogo alla propria indole antagonista, o per regolare in città conti di lotte che si stanno spegnendo altrove, come è accaduto a Torino, dove gli scontri non sono stati nient'altro che la prosecuzione della lotta No Tav con altri mezzi. Una caccia a persone e istituzioni che non la pensano come il movimento contrario al treno ad alta velocità, che pure in questi giorni avrebbe argomenti da esibire, dato che una recente relazione della Corte dei conti francese ricalca le loro critiche ai costi dell'opera.
Alla fine rischiamo di perdere tutti, e che in questo clima sempre più acceso da una parte e dall'altra, in tanti si facciano male. I simpatizzanti rivoluzionari, della politica e non solo, continueranno a detestare i ragionamenti volti a evitare derive pericolose e gli appelli al buon senso: roba da collusi con il potere, per definizione sordo e cieco. Ma nella notte dello scenario ateniese diventerà impossibile distinguere i tanti che protestano in buona fede dai pochi abbonati allo scontro. E in questo modo non si aiuterà certo chi soffre, ma solo quelli che lancerebbero pietre anche se fossimo in una nuova età dell'oro.
La Stampa 15.11.12
La Camusso: “Non si scappa dalle piazze”
di Roberto Giovannini
La leader Cgil a Cisl e Uil «Il sindacato deve dare alle persone il messaggio di non rassegnarsi»
L’adesione Secondo i sindacati la giornata di protesta ha portato nelle piazze di tutta Europa 300 mila persone
Il «14N», la giornata di mobilitazione continentale proclamata dai sindacati europei aderenti alla Ces per il lavoro e contro le politiche di austerità che aggrava la crisi ha visto manifestazioni in 23 dei 27 paesi dell’Ue; secondo i sindacati in piazza sono sfilate 300mila persone. Solo in quattro paesi, però, si è deciso di organizzare anche degli scioperi generali, non casualmente i quattro paesi «PIGS» dell’area mediterranea: in Spagna, in Portogallo, in Grecia e in Italia. Sciopero proclamato dalla sola Cgil, coinciso con quello dei Cobas e dell’Usb, mentre Cisl e Uil hanno gestito la protesta con assemblee e iniziative minori, contestando la scelta del sindacato di Corso d’Italia. Una protesta generalmente pacifica, anche se si sono registrati scontri anche molto duri sia in Spagna che in alcune città italiane, a margine delle manifestazioni Cgil, svoltesi in cento città del paese.
Non ha dubbi Susanna Camusso: parlando a Terni, il leader della Cgil ha attaccato il governo guidato da Mario Monti che sta per compiere un anno, ha detto, «un anno di disastri e di non-risposte al mondo del lavoro, un anno che ha tolto fiducia e speranza ai giovani di un paese che è ogni giorno più povero». Per Camusso, «l’austerità sta strangolando il lavoro e impoverendo il paese, non determinando un futuro». A Cisl e Uil, che hanno scelto la diversa strada di aderire alla mobilitazione europea ma senza scioperi, il segretario generale della Cgil da Terni ha chiesto di «non scappare dalle piazze. Anche in questa stagione così difficile in cui cresce la disperazione un sindacato deve dare alle persone il messaggio di non rassegnarsi». In un comunicato, la Cgil ha condannato con «estrema fermezza e massima intransigenza tutti gli episodi di violenza».
Duri scontri si sono registrati anche a Madrid, con la polizia che ha sparato proiettili di gomma e usato manganelli per disperdere centinaia di manifestanti nel centro della capitale. A Tarragona è stato ferito a manganellate anche un ragazzo di soli tredici anni. A Bruxelles, i manifestanti si sono riuniti davanti alle ambasciate di Spagna, Portogallo, Grecia, Irlanda e Cipro, per spostarsi successivamente davanti a quella della Germania, contro cui sono state lanciate uova. Ampia l’adesione allo sciopero generale contro le misure di austerity in Portogallo, dove la mobilitazione ha paralizzato soprattutto i trasporti. Ad Atene quasi in diecimila hanno sfilato, pacificamente. Emblematica l’immagine di una donna di mezza età, dimessa e a testa bassa, che camminava innalzando un cartoncino bianco con la scritta «Ho paura della fame, mio Dio». A Parigi i rappresentanti dei sindacati di ogni continente, riuniti per l’Assemblea annuale della Rete di Cooperazione Sindacale della Ituc hanno sfilato alla testa del corteo dei sindacati francesi per le strade della città. Molto meno sentita la mobilitazione in Germania: davanti alla Porta di Brandeburgo a Berlino c’erano solo 250 persone, con slogan di solidarietà per i paesi del Sud Europa.
Repubblica 15.11.12
Jean-Paul Fitoussi invita i governi a non pensare solo al deficit, ma soprattutto a combattere la disoccupazione
“Quel colossale abbaglio impoverisce tutti”
di Eugenio Occorsio
ROMA — «Sono addolorato per gli incidenti, ma le manifestazioni su scala europea confermano nitidamente l’urgenza di un cambio di priorità nell’intera eurozona». Jean-Paul Fitoussi, economista di SciencesPo attento da sempre ai problemi sociali, guarda allarmato le immagini degli scontri. «I dimostranti hanno ragione. Siamo vittime di un colossale abbaglio. Ci siamo concentrati sulle finanze pubbliche senza accorgerci che il problema più urgente è l’impoverimento della gente con la disoccupazione che dilaga».
Però, professore, il disegno sembra convincente: creare in Europa le condizioni per un futuro sviluppo solido e duraturo.
«Ma quale futuro? Mi sembrano le promesse comuniste: il domani sarà migliore, cerchiamo di soffrire nel presente per prepararci a grandiosi sviluppi. Quali? Servirebbe un atto di fede, ma il tempo è scaduto. Il rigore d’ispirazione tedesca è un errore ».
Riusciranno Monti e Hollande a “riconvertire” la Merkel?
«Ho l’impressione che prima debbano cambiare idea loro. Hanno interiorizzato questo
mantra dell’austerity. È come quando si lottava contro l’inflazione, vista come il peggiore dei mali. Poi però il fatto di averla vinta non ha impedito la crisi. Stiamo riproducendo lo stesso errore con il debito pubblico, ma qui rischiamo la disaggregazione delle società. Vede, la politica economica è una cosa complessa e articolata, piena di compromessi e arbitraggi fra diverse esigenze, ma dovrebbe avere un obiettivo chiaro: far aumentare l’occupazione. Se invece crea disoccupazione, vogliamo ammettere che è sbagliata?»
Insomma secondo lei c’è la volontà per rimediare, sempre che i leader ammettano i loro errori? Immagini come queste dello sciopero europeo avranno effetto?
«La volontà forse c’è, ma non è molto forte. Occorre rivedere dalle fondamenta la costruzione dell’euro, modificandone le basi ideologiche. Certo, le finanze pubbliche vanno tenute sotto controllo ma non può essere l’unico pensiero. E tutto questo sarà possibile solo se si darà una scossa alla macchina europea, con una banca centrale vera,
eurobond, vigilanza bancaria unificata. Tutto quello insomma che continuano a vagheggiare senza costrutto».
l’Unità 15.11.12
Il Pd e la prova per i giovani
di Alfredoi Reichlin
La politica cammina in fretta. Il problema che già si pone è cominciare a pensare ciò che sarà il Pd. È vero che siamo ormai i garanti e la forza portante della democrazia italiana e che, come dice Bersani, a questo punto «non ci ammazza più nessuno». Ma la vicenda delle primarie ha reso chiaro che anche una intera fase della vita del Pd si è conclusa.
Di fatto, questo nuovo rapporto con la gente ha già avviato un ricambio di gruppi dirigenti. Non per caso alcune componenti, tra cui quella cattolica ma anche quella che si rifà a una cultura più socialista, hanno avviato nuove riflessioni su se stesse e sul proprio ruolo. Comunque sia, le cose camminano in fretta. È chiaro che il Pd sarà presto sottoposto a una prova di governo (o di opposizione) molto impegnativa. Non nascondiamocelo. Si tratterà di ripensare il modi di essere di uno Stato vicino allo sfascio e di una società disgregata come quella italiana in rapporto alla necessità di adeguarsi a una realtà europea sempre più supernazionale, la quale si sta già formando: con le sue leggi e anche con le sue sfide e le sue occasioni. Per fare un solo esempio: come possiamo evitare di ripensare in questo quadro il futuro del Mezzogiorno, non come appendice assistita ed esposta a tutte le illegalità, ma come parte attiva della nuova Europa e della sua posizione nel Mediterraneo?
Ecco in che cosa consiste la necessità di un governo altamente politico e non di un «Monti bis». Ciò che molti anche tra noi non hanno capito è che il nostro problema non è quello di uscire dalla crisi come se si trattasse di una emergenza che prima o poi finirà e tutto tornerà come prima. Governare significa oggi pensare un’altra Italia. Questo è il punto. Bisogna pensare una Italia nuova che sia capace di stare dentro quello che è un profondo processo strutturale in corso in tutto il mondo, come ci dicono le elezioni americane e il congresso del partito comunista cinese. Lo strapotere della finanza, e quindi dell’economia del debito e delle rendite a spese del lavoro umano e della sovranità della democrazia politica, ha iniziato il suo declino. Ma non si tornerà al passato, non risorgeranno le vecchie fabbriche, né tornerà il compromesso socialdemocratico e pro-welfare (partiti di massa compresi) che fu alla base della vecchia civiltà industriale. Lo sviluppo non ripartirà dai vecchi consumi.
Proprio qui sta la necessità anche per il Pd di una svolta nel modo stesso di fare politica. È il rapporto tra i partiti e la società che è destinato a cambiare. È inevitabile. Io non ho titoli per dare consigli ma vorrei dire ai tanti giovani, molto validi e interessanti che si stanno facendo largo nelle file del Pd, che è su questo terreno che le nuove leadership saranno messe alla prova. È sul nesso politica, società, nuovi bisogni e nuove relazioni umane che spetterà loro costruire una nuova stagione del Pd. La politica che vincerà sarà quella che andrà alla scoperta delle risorse più profonde dell’Italia, un Paese dove esistono le cose più belle del mondo e dove la politica può progettare essa stessa nuove possibilità di occupazione e lavoro al di fuori del vecchio circuito dell’ accumulazione, delineando nuove economie, disegnando nuove possibili utilità sociali e ambientali, valorizzando l’umana operosità che il meccanismo attuale tende a usare in forme precarie. Ma questa nuova creatività della politica si può affermare solo creando un nuovo rapporto fra le classi, ridando alle masse operaie e popolari la forza di contare. Ho letto in questi giorni uno scritto di Walter Tocci che mi permetto di citare perché è proprio quello che mi preme di dire ai nuovi quadri dirigenti. Tutti parlano dei grandi difetti del Pd ma esso è oggi l’unica grande forza popolare che può garantire una svolta riformatrice nel Paese. La partita sulle prospettive democratiche del Paese è tuttora aperta perché esiste il Pd, altrimenti sarebbe buio pesto. Ma, senza assumere anche un grande progetto culturale non riusciremo temo a dare soluzione ai problemi aperti, quali l’incontro tra la cultura socialista e cattolica che sempre più dovrà avvenire nella profondità dei legami sociali e del riconoscimento dei valori, non nel vecchio teatrino politico.
Penso alla centralità del lavoro che deve essere alimentata da analisi, proposte e conquiste all’altezza della grande trasformazione in atto nei processi produttivi. Potrei continuare ma è la radicalità e la moderazione del termine democratico che vanno riscoperte per riconquistare la fiducia verso la politica e per attrarre le parti più consapevoli dell’elettorato moderato.
l’Unità 15.11.12
I nodi irrisolti dei cattolici democratici
Possono essere il «sale» del Pd
Ma il Pd non deve parlare ai credenti solo attraverso le gerarchie o l’associazionismo
di Emilio Barucci
LA STORIA TRA I CATTOLICI DEMOCRATICI E IL PD SEMBRA ESSERE QUELLA DI UN AMORE NON ANCORA SBOCCIATO. Gli interventi di Garofani, Giacomelli e Fassina di questi giorni su l’Unità lo confermano: la loro tradizione è sicuramente una delle radici del partito, ma l’amalgama con le altre anime è ancora lontana.
A prima vista si potrebbe pensare che la ragione di questa incompiuta risieda nelle divisioni tra le diverse componenti ex popolari, ma a ben guardare ci sono ragioni più profonde che hanno a che vedere con due equivoci. In primo luogo, la questione identitaria in tema di diritti. L’anima cattolica del Pd fa parlare di sé soprattutto per le sue posizioni sui diritti delle persone (unioni tra omosessuali, fine vita, bioetica): così facendo, però, il suo contributo rischia di essere difensivo e di portata limitata. In secondo luogo, i cattolici del Pd vengono in larga misura identificati come portatori di una linea di centro che cerca un’alleanza con i partiti che si collocano in quell’area: a ben guardare, si tratterebbe di un accordo elettorale o tattico che non ha mai assunto connotati programmatici e che soprattutto non rende loro giustizia in quanto solo in parte la loro tradizione è riconducibile a quella dei cattolici liberali.
Di questo passo non si va molto lontano, i cattolici democratici rischiano di divenire una riserva indiana di un partito socialdemocratico. Due accorgimenti appaiono necessari per invertire la rotta. Innanzitutto occorre recuperare la grande forza del messaggio cristiano, quella di essere salvifico ed universale, aperto a tutti gli uomini di «buona volontà». Del resto l’insegnamento cristiano è pieno di fiducia nei confronti dell’uomo e non tende a distinguere in modo farisaico tra credenti e non (si pensi alle parole rivolte da Gesù al ladrone sulla croce). Questo significa partire dal messaggio di fratellanza, rispetto della persona, solidarietà, difesa degli ultimi. Un messaggio che non è sicuramente identitario e che è capace di unire credenti e non. In secondo luogo occorre che i cattolici del Pd, ma anche i non cattolici, la smettano di rincorrere l’elettorato cattolico corteggiando partiti o personalità che dovrebbero rappresentarlo. Questa è una strada che è stata battuta spesso (anche in questi giorni) con risultati alquanto deludenti.
È un segno dell’incompiuta Pd. È l’ora che si guardi di meno ad esperienze come quella di Todi, che servono solo a lanciare singole personalità, e alle gerarchie cattoliche, che oramai intermediano davvero poco, e si guardi di più al popolo dei fedeli nel suo insieme e non soltanto a quella parte (importante ma spesso mitizzata) dell’associazionismo. Un leader del centrosinistra, non necessariamente credente, deve avere la capacità di rivolgersi direttamente ai fedeli che costituiscono una risorsa importante per il Paese. Questo purtroppo non avviene.
I cattolici democratici debbono dunque provare ad interpretare ed attualizzare il messaggio universale dell’insegnamento cristiano. Almeno in due campi la loro azione potrebbe essere importante: rapporti economici e democrazia, diritti della persona.
A partire dagli anni 90 si è diffusa l’idea che tra l’individuo e il mercato non dovesse esservi null’altro: disintermediazione della rappresentanza politica, dimagrimento dello Stato, apologia della concorrenza come strumento per favorire la crescita e addirittura l’uguaglianza. Difficile credere a questa tesi: in queste condizioni chi ha più potere ha la meglio e questo è successo anche negli ultimi venti anni con una drammatica ripresa della diseguaglianza. I cattolici possono svolgere un ruolo decisivo nel costruire corpi intermedi e istituzioni che permettano agli individui svantaggiati di far sentire la loro voce e di porre rimedio ai fallimenti del mercato. Si tratta di un compito arduo in quanto le forme classiche di rappresentanza (partiti, sindacati) hanno perso di ruolo e anche lo Stato monolitico non sembra essere più capace di rispondere alle nuove istanze. Gli esempi da cui partire sono molteplici: sperimentare forme di cogestione-contrattazione decentrata nel mondo del lavoro, valorizzare il mondo del non profit, istituzionalizzare un ruolo per le associazioni dei consumatori nei processi economici, favorire la nascita di associazioni produttori-consumatori (si pensi all’esperienza del commercio equo-solidale), valorizzare il mondo cooperativo, favorire forme di attivismo dei risparmiatori e degli investitori, aprire ad associazioni e cooperative nei servizi pubblici locali e alla persona. I limiti del messaggio liberista, secondo cui la crescita promossa dalla concorrenza farebbe «sollevare tutte le barche» sono ben noti; il nerbo per lo sviluppo di un Paese è rappresentato piuttosto da istituzioni, pubblica amministrazione e corpi intermedi che funzionano. Questa è la vera sfida.
Il secondo ambito dove l’apporto dei cattolici potrebbe essere fecondo è quello dei diritti della persona. Occorre partire dal dato che l’autodeterminazione dell’individuo non può essere messa in discussione e che una morale di Stato (vuoi confessionale o frutto dell’ideologia) non può più costituire un punto di partenza. I cattolici democratici debbono abbandonare una volta per tutte l’idea che le scelte dell’individuo finiscano per far emergere comportamenti non virtuosi, occorre aprire sul fronte dei diritti, far passare il messaggio che la libertà si coniuga con la responsabilità verso gli altri individui e la società e al contempo proporre valori positivi per la stessa.
È inutile nascondersi che il terreno più difficile sia quello del valore della vita. In alcuni casi (unioni tra omosessuali, fine vita, bioetica) il punto di equilibrio sembra più facilmente raggiungibile. Su un tema come il diritto alla vita è più complicato ma anche qui, piuttosto che nascondersi dietro al dito dei principi non negoziabili, non converrebbe adottare politiche di sostegno alla famiglia (oggi quasi del tutto assenti), combattere il disagio sociale che può portare a scelte dolorose, promuovere l’educazione sessuale nelle scuole per aumentare il senso di responsabilità dei giovani? In questo modo il valore della vita verrebbe ad affermarsi come condiviso senza ricorrere a mezzi surrettizi.
In conclusione, come dice Papa Benedetto XVI, i cattolici debbono essere «il sale della terra», è l’ora che i cattolici democratici contribuiscano a rendere più saporito il piatto proposto dal Partito democratico senza limitarsi ad essere una pietanza di contorno.
il Fatto 15.11.12
Irlanda, i medici impediscono aborto e Savita muore
“Finché sentiamo i battiti del feto non faremo niente: siamo cattolici”
di Alessandro Oppes
Savita voleva abortire. L’aveva chiesto più volte ai medici dell’ospedale universitario di Galway, a ovest dell’Irlanda, angosciata dai fortissimi dolori alla schiena che soffriva da giorni, terrorizzata dal sospetto che potesse accadere l’irreparabile. Niente da fare, le hanno detto: “Questo è un Paese cattolico”. E poi, dalle analisi risultava che il feto era ancora in vita. Purtroppo, aveva ragione lei. Quando l’hanno ricoverata era troppo tardi. Prima le hanno estratto il feto, ormai cadavere. Dopo cinque giorni è morta di setticemia, quando era giunta alla diciassettesima settimana di gravidanza. Il caso di Savita Halappanavar, dentista di 31 anni, irlandese di origine indiana, di religione hindu, ha sconvolto il Paese e si è trasformato in uno scandalo estremamente imbarazzante per il governo del premier Enda Kenny, che ha dovuto subito ordinare due indagini per accertare tutte le responsabilità. L’Irlanda ha ancora oggi una delle legislazioni sull’aborto più restrittive di tutta l’Unione Europea.
GIÀ due anni fa, il Tribunale per i diritti umani di Strasburgo aveva condannato il governo di Dublino a indennizzare con 15 mila euro una donna che non era stata autorizzata a interrompere la gravidanza nonostante la sua vita fosse in pericolo. In teoria, solo in casi del genere l’aborto sarebbe consentito anche in Irlanda. Ma l’applicazione della norma è lasciata alla libera interpretazione dei medici. Non sono mancati i tentativi di porre riparo a una stortura storica: due referendum celebrati negli ultimi vent’anni, e anche un progetto di legge di riforma dell’aborto, che però è stato bocciato dal Parlamento di Dublino nello scorso mese di aprile. Praveen, il marito di Savita, ha raccontato all’Irish Times: “Il consulente dell’ospedale le ha spiegato che finché si sente un battito cardiaco del feto i medici non avrebbero potuto fare niente”. E adesso, per Savita, non c’è proprio più niente da fare.
La Stampa 15.11.12
Tra Savita e la morte
di Massimo Gramellini
Savita è una giovane dentista indiana che abita in Irlanda con il marito Praveen, ingegnere. Aspetta un bambino da quattro mesi quando si presenta in ospedale. Ha dolori atroci alla schiena e la possibilità concreta di perdere, insieme col figlio, la vita. Al termine di una notte di scelte non facili, chiede ai medici di interrompere la gravidanza. Le rispondono che l’Irlanda è un Paese cattolico dove, finché si sente battere il cuore del feto, non è possibile interrompere niente. Savita non è irlandese e non è cattolica, ma deve stare alle regole. Soffrire. Aspettare. Il 23 ottobre il cuore del feto si ferma e i medici lo asportano, ma è troppo tardi. Il 28, a una settimana esatta dal ricovero, Savita muore di setticemia nell’ospedale universitario di Galway: in piena Irlanda, in piena Europa, in pieno ventunesimo secolo.
Mi ostino a sperare che questa storia sia falsa o almeno incompleta. Che fra il comportamento dei medici cattolici e il decesso della dentista indiana non ci sia il nesso che traspare dalla denuncia dell’Irish Times, confermata dal marito della vittima e ripresa dai principali network del mondo. Ma l’idea che le religioni - associazioni di uomini mosse dal più nobile degli afflati, quello spirituale - possano ispirare comportamenti fanatici, superstiziosi e sostanzialmente ottusi non ha purtroppo bisogno di conferme: è sotto i nostri occhi ogni istante, in ogni angolo del mondo. Mai come oggi abbiamo bisogno di spiritualità. Mai come oggi non abbiamo bisogno di fanatici, questi esseri sfocati che vivono di testa e di viscere, avendo dimenticato che in mezzo c’è un cuore.
l’Unità 15.11.12
Nella cultura del Pd mettiamoci il vero Berlinguer
di Bruno Gravagnuolo
DUNQUE, QUELLO FORNITO DAI CINQUE CANDIDATI È STATO UN PANTHEON SENZA BUSSOLA. Parola di Barbara Spinelli che ieri su Repubblica se la prendeva con la mancanza di citazioni pregnanti relative alle «tradizioni» di Tabacci, Puppato, Vendola, Renzi e Bersani. Sicché vuoto spinto e assenza di sguardo sul futuro a motivo di una certa mancanza di radici, pur con tutto il rispetto professato per le veloci citazioni di De Gasperi, Mandela con blogger tunisina, il cardinal Martini e Giovanni XXIII, quest’ultimo citato da Bersani.
Che invece per Spinelli ha evitato di citare l’unico nome che non doveva mancare in lui: Enrico Berlinguer. O meglio, un «certo» Enrico Berlinguer, quello che nel 1981 nell’intervista con Scalfari denuncia la questione morale. Forse, riguardo al Pantheon «difettivo», a Barbara Spinelli si potrebbe ricordare quanto stucchevole e datato sia divenuto ormai il giochino degli antenati. Esercizio edonista e post-moderno, che è sempre scivolato via come acqua fresca, una volta smontati i palcoscenici su cui andavano in onda stati generali, nuovi partiti o partitini, «grandi azioni parallele» dove si frullava di tutto, da Gentile a Einaudi, da Gramsci a Hayek, da De Gasperi a Popper. Con Rutelli, Adornato, Veneziani, oppure Bondi e Pera, maestri in questo sport. E i risultati che sappiamo.
Ciò che colpisce però nella lamentatio sul Berlinguer mancato di Bersani è invece proprio il giudizio storico su Enrico Berlingeur. Che diventa in Spinelli una sorta di personaggio schizofrenico, avendo egli visto con Scalfari nel 1981 «la trappola del consociativismo e del compromesso storico da lui stesso congegnata», e avendola quindi denunciata, lanciando «un grido di rivolta contro il proprio partito» e il presentimento di «possibili vie d’uscita». In altre parole per Spinelli Berlinguer accusò il suo partito di essere divenuto una cinica macchina di potere e di aver occupato come gli altri partiti lo Stato, le banche, gli enti, le università e la Rai. E tutto ciò a motivo di «compromesso storico e consociativismo», che per Spinelli si equivalgono e combaciano, né più né meno come avveniva nella polemica craxiana, e anche in certe polemiche più recenti provenienti da destra.
Spiacenti, ma le cose non stanno così. Perché né il compromesso storico coincide col consociativismo, né Enrico Berlinguer ripudiò il primo, nell’intervista citata del 1981. Il consociativismo, come logica spartitoria e lottizzazione dello Stato, nacque dalla democrazia bloccata. Dalla mancanza di ricambio e alternativa di ceto politico, in quell’Italia nel mezzo dei due blocchi geopolitici, incompatibile con la logica delle alternative, che avrebbero potuto vedere i comunisti al governo. E non per caso si parlava di «conventio ad excludendum». Fatta valere brutalmente dagli Usa, ma assecondata anche dall’Urss, come fu chiaro allorché Aldo Moro spinse la sua «strategia dell’attenzione» anche al Pci e alla forza civica e di massa che incarnava. Un’attenzione concretizzata nella teoria della «terza fase» della democrazia italiana. Che, dopo la parentesi dell’emergenza, avrebbe visto pienamente legittimato anche il Pci al governo. In alternativa alla Dc e in combinazione con altre forze, e senza escludere coabitazioni o grandi coalizioni, come già avveniva nei Paesi normali.
Quanto al compromesso storico, in Berlinguer era «grande politica», dentro la visione di un’Europa liberata dalla guerra fredda e senza più soggezioni geopolitiche. Grande politica innovando il solco togliattiano. Che prevedeva un’alleanza tra classe operaia e ceti medi, e tra mondo del lavoro e impresa produttiva. Per abilitare il Pci e i ceti subalterni al governo nazionale, ed evitare i contraccolpi reazionari a cui l’Italia era drammaticamente esposta. Non per caso Berlinguer lanciò la sua idea dopo i tragici fatti cileni. Infine non è vero che nel 1981 Berlinguer ripudiò quell’idea, come pensa Spinelli. Sperò di rilanciarla anzi, con una nuova etica civile e contrastando la modernità degenerata intrecciata a liberismo e craxismo. Fu sconfitto, ma questo fu Enrico Berlinguer, non già un pentito di sé stesso, e magari un nemico dei partiti.
La Stampa 15.11.12
Francia, è accusata di omicidio colposo
Psichiatra sotto processo per il paziente omicida
PARIGI [P. DM. ] Uno dei suoi pazienti, malato di schizofrenia, ha ucciso un uomo a colpi di accetta. E lei, la psichiatra che contro il parere di molti specialisti l’aveva dimesso dall’ospedale psichiatrico per «mancanza di elementi di pericolosità», è stata accusata di omicidio colposo. Così ieri la dottoressa Danièle Canarelli, 57 anni, sedeva sul banco degli imputati del Tribunale di Marsiglia ad ascoltare l’accusa chiedere un anno di detenzione con la condizionale.
L’omicidio è stato commesso a Gap, in Provenza, il 9 marzo 2004. Quel giorno Joel Gaillard, di 43 anni, uccide Germain Trabuc, compagno della nonna di 83 anni, perché teme che possa impadronirsi dell’eredità di famiglia. Venti giorni prima dell’omicidio, Joel Gaillard, malato di schizofrenia paranoide, era scappato dall’ospedale psichiatrico di Marsiglia, dov’era stato internato nel 2000. Da allora aveva alternato periodi di ricovero e di prigione per aggressione, incendio e tentato omicidio.
Il processo contro di lui, celebrato nel 2005, si chiude con un non-luogo perché «irresponsabile penalmente». Allora uno dei figli della vittima decide di sporgere denuncia contro l’ospedale e contro la dottoressa Canarelli per aver concesso dei permessi di uscita. All’accusa di non aver preso abbastanza precauzioni, lei ieri ha risposto: «Avevo una relazione di fiducia con lui. Non mancava un appuntamento e non si erano verificati incidenti durante i suoi ricoveri»
L’Accademia di medicina ha sottolineato la difficoltà di valutare «la pericolosità criminale» di un paziente e denunciato «l’utopia del rischio zero».
l’Unità 15.11.12
Carcere ai giornalisti
Il Consiglio d’Europa «censura» la norma
La preoccupazione del commissario per i diritti umani. Il ministro Severino: no al carcere Martedì il ddl in aula, forse un decreto salva Sallusti
di Natalia Lombardo
Preoccupa non solo chi ha a cuore la libertà d’informazione in Italia e il ministro della Giustizia Severino, ma anche il Consiglio d’Europa, quanto accade al Senato sulla legge che riguarda la diffamazione a mezzo stampa, dopo che la pena del carcere è rispuntata grazie al voto segreto di un emendamento della Lega sostenuto dall’Api di Rutelli. Una legge nata male, tra pulsioni di vendetta da una fetta trasversale del Parlamento, e sulla quale il governo starebbe elaborando un decreto legge «minimale» per l’abolizione del carcere, da sostituire con sanzioni pecuniarie.
Dopo il blitz di martedì nell’aula di Palazzo Madama il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muiznieks, esprime «grande preoccupazione». Mantenere il carcere sarebbe un «grave passo indietro» e un «messaggio negativo ad altri paesi europei in cui la libertà dei media è seriamente minacciata». Il paradosso è che la legge è stata pensata proprio per evitare che Alessandro Sallusti andasse in carcere. Ora rischia davvero, 19 novembre scadono i trenta giorni dalla notifica. Il direttore del Giornale ieri ha scritto un durissimo editoriale: «Mi fate ridere e pena», ha detto ai leghisti e a Maroni (che gli ha mandato un libro con dedica), senza risparmiare Rutelli, ma anche il Pd e il Pdl.
Da Strasburgo Muiznieks sperava che la diffamazione fosse depenalizzata «portando così l’Italia in linea con gli standard del Consiglio d’Europa». Prevedono che i giornalisti «non devono andare in carcere per le notizie date, e la diffamazione dovrebbe essere sanzionata solo attraverso misure proporzionate previste nel codice civile». Quindi se restasse così la legge verrebbe bocciata in Europa.
La frittata (della vendetta) è fatta e il ddl tornerà in aula al Senato martedì, ha deciso una riunione fiume dei capigruppo. Ma l’auspicio, e la battaglia, del Pd è che la legge pasticcio finisca su un binario morto in commissione e decada. Ma per il Pdl Gasparri propone l’ennesimo emendamento per tenere in piedi la legge e levare il carcere (salvando Sallusti), il relatore Berselli, se pur recalcitrante, sta riscrivendo il testo di nuovo ma tenendo conto del parere europeo.
Una via d’uscita quindi potrebbe essere quella di un decreto del governo a cui segua una norma più ragionata dal Parlamento. La Guardasigilli Paola Severino auspica «che possa riprendere il dibattito parlamentare che porti a un consolidamento della linea dell’esclusione del carcere e un miglioramento delle misure a garanzia da una parte del diritto-dovere di informare e dall’altra del diritto di riparazione, come la rettifica».
Per il leader Pd, Pierluigi Bersani, «non è accettabile» la pena del carcere, però aggiunge: «Non posso dimenticare che il buon nome dei cittadini deve essere preservato», quindi è necessaria una «soluzione di responsabilità, certamente non con lo strumento del carcere». Dura la polemica tra Francesco Rutelli e Franco Siddi, segretario della Federazione della Stampa. Il leader dell’Api, avvelenato per la vicenda Lusi, nella sua dichiarazione di voto martedì ha detto che «in tutte le democrazie europee è previsto il carcere per le diffamazioni gravi, oppure sanzioni pecuniarie severe», a queste non rinuncia e sul carcere ha votato sì. Ma in Europa, come si è visto, la pensano diversamente.
Pronte a mobilitarsi sono anche le giornaliste di Giulia: «Quanto accaduto al Senato, nella cui aula siedono 39 indagati, con lo schermo del voto segreto su un emendamento proposto da Api e Lega, e votato a maggioranza, è vergognoso».
l’Unità 15.11.12
Quel treno che unisce le generazioni
Il 18 novembre parte il convoglio dello Spi-Cgil che porterà circa seicento pensionati e studenti ad Auschwitz
Il viaggio è il momento più alto di un percorso sui luoghi del ricordo
di Pino Stoppon
ROMA Il convoglio si sta componendo un vagone dopo l’altro. A mano a mano che arrivano le prenotazioni si aggiunge una carrozza. La partenza è prevista per il 18 novembre dalla stazione di Roma Ostiense. Il treno farà tappa in diverse stazioni d’Italia fino a raggiungere Cracovia in Polonia, da dove si prosegue per la visita ai campi di sterminio di Auschwitz e Birkenau. Questo primo «Treno della memoria» è stato voluto dallo Spi Cgil per aprire uno spazio di riflessione e condivisione in cui giovani e anziani possano camminare insieme. L’iniziativa si svolgerà dal 18 al 23 novembre e vi parteciperanno circa 600 militanti e dirigenti dello Spi e oltre 150 giovani dell’Unione universitari (Udu) e della Rete studenti medi.
Coltivare la memoria della deportazione e dello sterminio nazista ha lo scopo di tenere «vivo il pensiero» di questa ferita insanabile aperta nella coscienza umana. Per non dimenticare mai quell’orrore bisogna fare come ci ha insegnato Primo Levi che amava ripetere: «Se comprendere è importante, conoscere è necessario». È per questo che lo Spi ha deciso di andare lì di persona a portare il fiore del ricordo.
Una carrozza del treno ospiterà una mostra fotografica e documentaria, una sorta di «biblioteca viaggiante», con libri e testimonianze del periodo storico, un impianto di filodiffusione per ascoltare narrazioni, canti e musiche di artisti. Per prepararsi bene a questo viaggio lo Spi ha già compiuto inoltre un percorso della memoria puntellato da una serie di iniziative.
La prima tappa di questo è stata il 28 febbraio 2012 a Sant’Anna di Stazzema, dove è stato ricordato il tremendo eccidio del 12 agosto del 1944 quando la furia omicida dei nazisti, con la complicità dei fascisti locali, fece strage di una comunità senza colpe. A maggio, invece, la Festa annuale di LiberEtà si è tenuta a Casa Cervi a Gattatico mentre ad ottobre si sono tenuti incontri con le comunità ebraiche, i rappresentanti degli studenti, dell’Anpi, delle forze politiche democratiche in luoghi dove si è consumato il dolore di intere comunità: Borgo San DalmazzoBoves, Ferramonti di Tarsia, Fossoli, e poi Roma.
Il «Treno della memoria» è una sorta di «maratona del ricordo» per trasformare la tragedia della Shoah in memoria comune, in nome dei diritti e della dignità degli uomini. Con questa testimonianza lo Spi intende rafforzare uno dei punti più alti della propria strategia sindacale, il rapporto permanente fra giovani e anziani. L’obiettivo di questo progetto è un percorso comune che si ritrova sulle pietre miliari che segnano la storia. La visita ai campi di sterminio sarà il momento più alto del viaggio. Non sarà un punto di arrivo ma la tappa di partenza per la costruzione di un percorso ancora più impegnativo.
Sarà un treno 2.0. I giovani sono molto sensibili alla tecnologia ma anche gli anziani e i pensionati dello Spi non sono da meno. Ed è per questo che tutto il viaggio sarà raccontato e commentato in diretta on-line. Sarà infatti possibile seguire quanto avviene sul treno tappa dopo tappa collegandosi al sito www.untrenopernondimenticare. it, dove ogni giorno saranno inseriti resoconti scritti, audio, video e foto.
l’Unità 15.11.12
Coltivare la memoria per combattere le discriminazioni
di Carla Cantone
LO SPI NAZIONALE, CHE CON IL TRENO DELLA MEMORIA E CON LA PAROLA D’ORDINE «PER NON DIMENTICARE» IN UN COMUNE viaggio con i giovani studenti dell’Udu e della Rete porteranno la loro testimonianza verso i campi di annientamento di Auschwitz e Birkenau, per tenere viva la memoria, rafforzando anche con questa scelta democratica quel patto generazionale con i giovani, che rappresenta un punto alto nella azione strategica sindacale e sociale dello Spi-Cgil. È un obiettivo che porta in sé lo scopo di coltivare la memoria, ricordando quella immane tragedia di uomini, donne, bambini che sono stati barbaramente trucidati. Con questa iniziativa, che ha avuto l’adesione del presidente della Repubblica ripercorriamo la stessa strada di tutti quegli innocenti che hanno viaggiato sui «treni della morte». Un viaggio, un percorso di storia e memoria.
Quest’anno nel ricordo ancora vivo, che non smette di sanguinare, non ci sarà Shlomo Venezia, uno degli ultimi sopravvissuti al campo di sterminio di Auschwitz e Birkenau, una persona straordinaria, un uomo buono e giusto, che si è spento, dopo aver portato la sua testimonianza vissuta nell’internamento del campo per farla vivere alle nuove generazioni, nella stessa giornata in cui la Procura di Stoccarda con una decisione disumana ha archiviato, manipolando la verità della storia, la responsabilità dei gerarchi delle Ss che assieme ai fascisti annientarono il 12 agosto 1944 la comunità di Sant’Anna di Stazzema, dove vennero uccise 560 persone senza colpa, uomini, donne e dolorosamente 107 bambini, il più piccolo di loro aveva venti giorni.
Sono tanti gli episodi criminali dell’orrore nazi-fascista e la vergogna di quel tragico periodo. È con questo sentimento di profondo riconoscimento a quelle persone libere che sacrificarono la loro vita, e di grande affetto e solidarietà verso i familiari di questi innocenti, che lo Spi nazionale ha deciso questo viaggio, nella consapevolezza che con il trascorrere del tempo, si può correre il rischio di dimenticare le grandi tragedie della vita, e l’orrore di un’azione di morte che non ha precedenti nell’umanità. Noi tutti abbiamo lavorato per preparare un treno che ci porterà a vedere con i nostri occhi quanto è accaduto e a camminare nella stessa terra dove hanno finito le loro vite oltre un milione di esseri umani, e bisogna andare in questi luoghi soprattutto per imparare a prendere coscienza dei pericoli che si devono evitare nel mondo a difesa della libertà, della giustizia sociale, della dignità delle persone, con un profondo sentimento democratico, valori alti che dovranno accompagnare il cammino delle nuove generazioni.
La storia passata insegna ad aprire gli occhi, a non far finta di nulla davanti ad alcuna discriminazione ad alcuna forma di violenza verbale o fisica che sia, ed essere attenti su molti inquietanti episodi che stanno portando avanti movimenti fascisti vecchi e nuovi in alcune scuole del nostro Paese, con insistenza nella città di Roma.
Ecco perché non dimenticare quello che è stato vuol dire creare gli anticorpi perché non avvenga più, perché a «perdere la democrazie e la libertà si fa in fretta, riaverla è dura». Abbiamo bisogno della «memoria della memoria», per questo portando il, nostro cuore ad Auschwitz e a Birkenau, lo Spi Cgil vuole trasmettere ai giovani i valori indimenticabili di quella generazione di uomini e donne che hanno dato la loro vita con la lotta della Resistenza, della liberazione per la conquista della Repubblica e della nostra Carta costitutiva, ricordando loro che tutti abbiamo il compito di far camminare la memoria, e percorrere assieme un cammino, portando sulle spalle un sentimento di passione civile e democratica, protagonisti ieri come oggi di un anelito di speranza, di libertà, di pace, di giustizia sociale, di legalità, e far camminare la forza delle idee con quel passaparola da generazione in generazione.
Anche per questo è indispensabile una nuova stagione politica che ricostruisca, utilizzando i valori di riscatto e libertà che hanno caratterizzato la memoria del nostro tempo passato, un Paese giusto, democratico , caratterizzato da un forte impegno civile che serva per l’oggi e per il domani.
*Segretario generale Spi-Cgil
il Fatto 15.11.12
Lettera a Napolitano
Noi scienziati diciamo bravi ai giudici de L’Aquila
I soci fondatori e sostenitori dell’International Seismic Safety
Organization: Alessandro Martelli, Lalliana Mualchin, Benedetto De Vivo,
Indrajit K. Ghosh, Allen W. Hatheway, Jens-Uwe Klügel, Vladimir G.
Kossobokov, Ellis L. Krinitzsky, Efraim
Egregio Signor Presidente, siamo molto preoccupati per le fuorvianti informazioni diffuse da alcune organizzazioni scientifiche, da alcune riviste e da alcuni quotidiani sulla sentenza di condanna in primo grado dei membri della commissione Grandi Rischi, che si riunirono a L’Aquila il 31 marzo 2009. La disinformazione su tale argomento ha indotto la comunità scientifica e l’opinione pubblica a ritenere erroneamente che le motivazioni del rinvio a giudizio dei componenti della Cgr consistano nel-l’aver essi “fallito nel prevedere il terremoto”; questa interpretazione erronea può influenzare la comunità scientifica e l’opinione pubblica contro una sentenza pronunciata nel nome del popolo italiano. Una lettera firmata da oltre 5.000 esponenti della comunità scientifica internazionale era stata inviata alla Sua attenzione già prima del rinvio a giudizio, sulla base di questo falso assunto.
ABBIAMO osservato, con disappunto, che tale erronea posizione persiste anche ora che il processo al Tribunale de L’Aquila, lungo e doloroso, ha portato alla condanna in primo grado di tutti i componenti della Cgr. Ci sembra che coloro che hanno preso posizione contro la sentenza non abbiano capito, e forse neppure letto, le motivazioni dell’accusa. Noi, invece, siamo convinti che la sentenza abbia messo in luce delle precise responsabilità dei componenti della Cgr, che sono stati accusati non per non aver saputo prevedere il terremoto, bensì per aver voluto convalidare una previsione di “non rischio” in corso, nonostante alcuni di questi scienziati avessero precedentemente pubblicato articoli in cui sostenevano il contrario sulla situazione a L’Aquila. Inoltre, la mancanza d’indipendenza di giudizio della Cgr, che ha rilasciato dichiarazioni in linea con il Dipartimento della Protezione civile, dimostra che il rapporto tra il mondo della ricerca e le istituzioni preposte alla salvaguardia della popolazione deve essere rivisto.
IL PROCESSO è stato pubblico ed è accuratamente documentato nei registri giudiziari. La documentazione processuale, già disponibile, dimostra che non si è messa in discussione, né tantomeno attaccata, la scienza. Lo scopo del processo è stato solo di accertare la verità, per il trionfo della giustizia, non certo di intimidire la scienza. Questo procedimento giudiziario costituirà un riferimento, dal punto di vista giuridico internazionale. Interpretandolo come un attacco alla scienza e agli scienziati, i detrattori dei suoi esiti travisano la realtà dei fatti. Noi crediamo, al contrario, che tali esiti siano di estrema importanza per stimolare i ricercatori a “fare scienza” in modo responsabile e imparziale, in particolare quando si tratta di indagare fenomeni naturali non prevedibili con precisione e suscettibili di gravissime conseguenze quali sono i terremoti. Siamo convinti che tutte le persone dotate di buon senso concorderanno sul fatto che gli scienziati, inclusi i membri del Cgr, sono tenuti a rispondere delle loro azioni in modo responsabile – così come anche tutti gli altri professionisti – in materia di Protezione civile. È giusto che il rispetto e l’onore concessi loro dalla comunità siano da essi ricambiati con un’attività svolta con integrità, altruismo e onestà.
Non ci sentiamo per nulla minacciati nella nostra professionalità dalla sentenza di condanna del Giudice Marco Billi del Tribunale de L’Aquila. Essa non riguarda la scienza, non è una condanna alla scienza. Siamo fortemente in disaccordo con chi paventa che, a seguito della sentenza del Tribunale de L’Aquila, gli scienziati, in futuro, avranno paura di fornire la propria opera a supporto alla Protezione civile. Riteniamo che una tale infondata visione sia il risultato diretto dell’errata interpretazione delle motivazioni dell’accusa e della sentenza di condanna che le ha recepite. Pensiamo che la conclusione di questo tragico evento possa rappresentare l’inizio di un percorso più virtuoso, dal punto di vista sia scientifico che etico, per il futuro dell’Italia.
GLI SCIENZIATI saranno, in futuro, più che disposti a mettere al servizio della comunità la loro esperienza, usando maggiore precauzione sia nell’analisi del rischio sia nella comunicazione alla popolazione, soprattutto per la salvaguardia della sicurezza della popolazione, alla quale dovranno essere comunque sempre comunicati, con onestà, i limiti delle conoscenze scientifiche. Infine, sottolineiamo che, anche se i terremoti non sono prevedibili con precisione, la politica della Protezione civile può essere efficacemente indirizzata anche dai risultati dei più recenti studi sia nel settore della sismologia sia in quello dell’ingegneria sismica, che tengano in considerazione l’evento massimo atteso, che può essere stimato in modo “robusto”, sia nel breve che sul lungo termine.
I soci fondatori e sostenitori dell’International Seismic Safety Organization: Alessandro Martelli, Lalliana Mualchin, Benedetto De Vivo, Indrajit K. Ghosh, Allen W. Hatheway, Jens-Uwe Klügel, Vladimir G. Kossobokov, Ellis L. Krinitzsky, Efraim Laor, Giuliano Panza, Mark R. Petersen, Francesco Stoppa, Augustin Udias, Patrick J. Barosh
l’Unità 15.11.12
Scene di guerra a Gaza: ucciso il capo militare di Hamas
Israele: «È solo l’inizio» La risposta: «Sarà l’inferno»
di U.D.G.
La guerra è iniziata. È la guerra di Gaza. Sono di disperazione e rabbia le prime reazioni a Gaza dopo l’uccisione da parte d’Israele di Ahmed Jaabari, capo militare di Hamas, considerato in questi anni il vero uomo forte della Striscia. Nell’ospedale Shifa di Gaza, dove è stato portato il cadavere dello «shahid» (il martire), sono presto giunti i suoi più stretti familiari. Attorno a loro si è raccolta in pochi minuti una folla di migliaia di persone: fra queste, numerosi combattenti di Hamas, precipitatisi in armi a dare l’estremo saluto al loro capofila. All’ospedale il lutto si è intrecciato al furore, mentre i miliziani sparavano in aria prolungate raffiche di arma automatica e invocavano a gran voce vendetta contro «l’occupante». «Adesso ci sarà una nuova guerra con Israele», è ormai la convinzione di molti, fra la gente della strada. Poco lontano dall’ospedale, nella centrale via Omar al-Mukhtar, un’altra folla è rimasta lungamente radunata sfidando gli allarmi per i ripetuti raid israeliani attorno alle lamiere contorte dell’automobile su cui viaggiava oggi Jaabari, centrata in pieno nel primo pomeriggio da un missile aereo. In quei momenti da altre zone di Gaza già rimbalzavano le prime notizie frammentarie su ulteriori esplosioni e nuovi attacchi condotti dall’aviazione con la Stella di David.
«COLONNA DI NUVOLA»
Secondo alcune informazioni, due altri responsabili militari di Hamas sarebbero stati uccisi dal fuoco israeliano: Raed Attar e Muhammed al-Ammas. Ma Hamas per ora non conferma queste perdite. Fonti di Gaza parlano di sei morti, tra cui il figlio di Jaabari. Nel frattempo i dirigenti politici della fazione islamica, dal capo dell’esecutivo Ismail Haniyeh in giù si sono resi irreperibili. In base a piani di emergenza pronti da tempo, tutti sembrano aver immediatamente spento i propri telefoni cellulari e raggiunto località segrete dalle quali dovranno riaversi dalla sorpresa e organizzare una prima reazione contro Israele. Tutte le formazioni armate si sono già dette pronte a una risposta coordinata. Ma mentre a Gaza calavano le tenebre, era l’aviazione israeliana a mantenere l’iniziativa: fra incursioni e incessanti voli di ricognizione lanciati nel tentativo di intercettare le cellule dei lanciatori di razzi e i loro bunker. Il cielo della Striscia è destinato d’altronde a restare illuminato dal fuoco per molte ore, prevede la gente, mentre sull’altro lato del fronte i primi razzi palestinesi partono in direzione di Beer Sheva, nel Neghev, e della città di Ashqelon.
«L’esercito è pronto a estendere l’operazione, se necessario», avverte il premier di Israele Benyamin Netanyahu parlando in serata alla tv dopo gli attacchi aerei su Gaza. «Non siamo disposti ha continuato Netanyahu nel suo discorso in tv ad accettare che i nostri civili siano minacciati da continui lanci di razzi». Il premier ha poi sottolineato che «nessun paese al mondo accetterebbe una situazione del genere». «Siamo solo all’inizio di questo evento, non alla fine. Occorrerà mantenere la vigilanza sia in territorio israeliano, sia in Cisgiordania», gli fa eco il ministro della difesa israeliano Ehud Barak, in un intervento in diretta dalle emittenti televisive dal ministero della difesa, riguardo all’operazione nella Striscia. «Gli obiettivi della operazione “Colonna di nuvola” aggiunge Barak sono i seguenti: il rafforzamento del deterrente israeliano; la distruzione dei depositi di razzi palestinesi a Gaza; la necessità di infliggere colpi a Hamas e alle altre organizzazioni terroristiche; e la difesa delle retrovie di Israele». Barak, riferisce la televisione commerciale Canale 2, ha ordinato il richiamo immediato di alcune unità di riservisti per far fronte alla situazione creatasi a Gaza sull’onda dell’uccisione del capo militare di Hamas, riferisce la televisione commerciale Canale 2. Israele ha colpito a Gaza, secondo il portavoce militare, diversi siti dove Hamas custodiva razzi con una gittata superiore ai 40 chilometri: dunque potenzialmente minacciosi per la zona centrale di Israele, Tel Aviv inclusa.
Sul fronte opposto, il presidente dell’Anp, Abu Mazen, ha chiesto la convocazione urgente di una riunione straordinaria della Lega Araba per discutere dell’ondata di raid aerei israeliani sulla Striscia. Lo riferisce l’agenzia egiziana Mena dal Cairo, dove ha sede la Lega. E sempre dal Cairo arriva la notizia l’Egitto ha richiamato il suo ambasciatore in Israele per consultazioni dopo gli attacchi lanciati dall’esercito israeliano sulla Striscia di Gaza. Uccidendo Ahmed Jaabari, Israele ha «aperto le porte dell’inferno», proclamano in un comunicato le brigate Ezzedine al-Qassam. Nella nota, le «Brigate» scrivono di «portare il lutto di uno dei loro capi principali, Ahmed Jaabari, e s’impegnano a continuare sul cammino di resistenza... l’occupante si è aperto da solo le porte dell’inferno». La guerra è iniziata.
l’Unità 15.11.12
La campagna elettorale di Netanyahu e Lieberman
La scelta dell’obiettivo ha un valore simbolico oltre che operativo: i falchi giocano la partita finale contro Hamas. E contro il moderato Abu Mazen
di Umberto De Giovannangeli
Benjamin Netanyahu e Avigdor Lieberman hanno iniziato la loro campagna elettorale. Scegliendo il terreno più favorevole alla destra israeliana: quello della sicurezza. E lo hanno fatto scegliendo con cura l’obiettivo da colpire. Una «cura» che tiene insieme vari piani: da quello simbolico a quello operativo. Con la consapevolezza che Hamas non può non rispondere alla sfida lanciata da Israele. Una sfida mortale. Che dalla Striscia di Gaza può estendersi al vicino Egitto e al fronte Nord, quello con Siria e Libano, facendo dell’intero Medio Oriente una polveriera pronta ad esplodere. La posta in gioco è politica ma, come spesso accade nell’eterno conflitto israelo-palestinese, la «partita» è condotta con lo strumento di sempre: quello militare. Uno strumento che diviene ancor più dirompente ogni qual volta la diplomazia alza bandiera bianca.
AZZARDO
Da tempo il negoziato tra Israele e l’Autorità nazionale palestinese (Anp) è in stallo. E da tempo la «questione palestinese» sembra essere uscita dalle priorità internazionali di Usa ed Europa. Una latitanza colpevole perché, come i più avvertiti analisti israeliani e palestinesi non hanno mai smesso di denunciare anche attraverso le colonne dell’Unità, pensare di perpetuare lo status quo in Terrasanta è una illusione, una tragica illusione, anticamera di nuovi, sanguinosi conflitti. Come quello riapertosi ieri a Gaza. L’uccisione del capo militare di Hamas va oltre il diritto di difesa rivendicato dallo Stato ebraico a fronte dei ripetuti lanci di razzi dalla Striscia contro le città frontaliere israeliane. Chiudere il «lavoro» iniziato 4 anni fa con l’Operazione «Piombo Fuso» e infliggere un duplice colpo mortale: ad Hamas ma anche alla leadership moderata di Mahmud Abbas (Abu Mazen) colpevole, agli occhi dei falchi israeliani, di aver rialzato la testa rilanciando l’«intifada diplomatica» con la richiesta che sarà discussa il 29 novembre al Palazzo di Vetro di veder riconosciuto alla Palestina lo status di «Stato non membro» (modello Vaticano) all’Assemblea generale delle Nazioni Unite.
Una «provocazione» per Israele, al punto che se Abu Mazen si ostinerà su questa strada e se la maggioranza dell' Assemblea voterà a favore, allora la sola opzione per Israele è rovesciare il presidente palestinese e il suo governo. L’ipotesi israeliana è contenuta in una bozza di documento del ministero degli Affari esteri dello Stato ebraico guidato dall’ultranazionalista Lieberman, citato ieri dai media israeliani e internazionali che hanno ripreso un servizio della tv pubblica Canale 2.
La nuova guerra di Gaza ha questa portata. E, stavolta, non prevede terzi tempi. Da qui, la scelta dell’uomo da eliminare: Ahmed Jaabari, capo militare di Hamas, considerato in questi anni il vero uomo forte della Striscia. Un uomo temuto, ma anche circondato da un alone di ammirazione popolare. Fra l’altro gli viene attribuito un ruolo chiave nella gestione del rapimento di Shalit, il soldato israeliano catturato nel 2006 e tenuto in ostaggio nella Striscia di Gaza per oltre cinque anni, fino allo scambio con oltre mille detenuti palestinesi imposto a Israele nel 2011. Alla fine è lui a scortare personalmente la «preda» a Rafah, posto di frontiera con l’Egitto, al momento del rilascio.
La decina di razzi sparati in serata da Gaza verso la città israeliana di Beer Sheva, nel Neghev, così come la minaccia di una ripresa di attacchi suicidi nelle città israeliane per «vendicare il martire» Jaabari, danno conto di una guerra destinata a segnare le prossime settimane, a due mesi dal voto (anticipato) in Israele. L’agenda della campagna elettorale è già stravolta: l’emergenza sociale terreno su cui i laburisti intendevano concentrare la propria iniziativa risalendo nei sondaggi è destinata a lasciare il campo all’emergenza sicurezza, terreno su cui la destra israeliana si muove con ben maggiore disinvoltura. Israele torna in trincea: da Gaza al Golan, mentre resta ancora in campo l’opzione militare contro l’Iran.
Le armi dettano i tempi della politica. Il futuro si fa passato, e il caos di Gaza e la paura di Beer Sheva sembrano riportare indietro le lancette del tempo. L’eterno presente è nella convinzione (dei falchi che governano Israele) che possa esistere una soluzione militare alla questione palestinese. L’eterno presente è nell’illusione, propria del variegato fronte radicale palestinese, che i diritti nazionali di un popolo possano realizzarsi per via armata. La storia ha dimostrato che ambedue sono scorciatoie impraticabili, peggio, disastrose. La legge del più forte può far vincere una battaglia, magari una elezione, di certo, però, annienta qualsiasi soluzione politica dell’eterno conflitto israelo-palestinese. L’uso della forza serve a mascherare un vuoto di strategia politica da parte israeliana. Così come le divisioni interne al campo palestinese hanno fortemente indebolito l’autorevolezza internazionale della leadership di Abu Mazen.
La guerra di Gaza inchioda la comunità internazionale alle proprie responsabilità, o per meglio dire, all’irresponsabilità dell’inazione. A cominciare dal rieletto presidente Usa. All’inizio del suo primo mandato, Barack Obama aveva affermato di voler porre la questione israelo-palestinese tra le priorità della sua politica estera, puntando sulla soluzione a due Stati. Quel «nuovo inizio» è rimasto confinato nell’etereo alveo delle buone intenzioni. Sta a Obama, e con lui ai leader europei, dare un segno di vita. Subito. Perché il tempo non lavora per la pace. La guerra di Gaza ne è una tragica conferma.
La Stampa 15.11.12
I due messaggi di Netanyahu
di Vittorio Emanuele Parsi
Netanyahu ha cominciato alla sua maniera la campagna elettorale per le legislative, facendo assassinare il capo militare del partito-milizia di Hamas, a Gaza, con una serie di bombardamenti .
Con questa decisione, il premier di Tel Aviv ha anche recapitato un messaggio al presidente degli Stati Uniti sinistramente analogo a quello inviato esattamente quattro anni fa con l’operazione «piombo fuso», ovvero l’attacco violentissimo contro la Striscia di Gaza, che causò oltre 1200 morti tra i palestinesi. I bombardamenti sono stati presentati come rappresaglia per gli attacchi contro le forze armate israeliane compiuti nelle scorse settimane da parte dei miliziani al comando di Jaabari e per il lancio di una cinquantina di razzi Qassam verso il territorio israeliano, che nelle scorse ore si era fatto più intenso, pur senza aver provocato morti tra la popolazione. È da escludere che quanto accaduto ieri non abbia serie ripercussioni sulla regione e non c’è da dubitare che, al di là delle dichiarazioni con cui si cerca di non criticare troppo apertamente i raid israeliani, a Washington regni perlomeno il disappunto. La scelta del momento per una simile azione – che comunque non trova nessuna giustificazione legale – apparentemente non poteva essere più infelice. O forse è meglio dire «rivelatrice» delle vere intenzioni che hanno mosso Netanyahu: ottenere un successo propagandistico ad uso interno e contemporaneamente contribuire a radicalizzare il quadro regionale, così da provocare quell’effetto di rally ’round the flag sul quale il premier israeliano conta per rendere ancora più difficoltoso il formarsi di una coalizione elettorale nel litigioso fronte della sua opposizione politica. La rivelazione, subito diffusa dalle autorità militari israeliane, che Ahmad Jaabari era stato «il carceriere del caporale Shalit» (il militare israeliano detenuto per sei anni da Hamas e poi rilasciato in cambio di un migliaio di prigionieri palestinesi) è volta a dimostrare la determinazione del primo ministro, che si staglia con ancora maggiore forza sull’immagine del profilo timido ed emaciato del coscritto Shalit, la cui vicenda aveva creato un movimento di forte e insieme tenera coesione nell’opinione pubblica israeliana e in larga parte di quella occidentale.
Evidentemente, una rappresaglia così violenta in questo momento, rende il quadro regionale ancora più teso, come se non bastasse la guerra civile siriana con il rischio che essa contagi il Libano e intacchi il già precario equilibrio giordano. Ed è appena il caso di accennare al fatto che l’omicidio di 9 persone a Gaza non potrà che costringere lo stesso Morsi ad assumere una posizione molto dura nei confronti del governo di Tel Aviv. Si tratta cioè di un vero e proprio regalo fatto alla componente più radicale dei Fratelli Musulmani (di cui Hamas è una lontana filiazione) e dei salafiti. Tutto questo proprio nel momento in cui il presidente Obama sembrava intenzionato a proseguire nella coraggiosa e cauta apertura di credito verso il regime egiziano, proprio allo scopo di concorrere alla stabilizzazione dell’intera regione. La cosa più triste, pensando alla tradizione democratica di Israele e alla straordinaria levatura morale di tanti dei suoi intellettuali, è dover prevedere che questo attacco sarà probabilmente interpretato dalle opinioni pubbliche arabe come una risposta indiretta alle «primavere» di questi due anni. Il fatto, sottolineato da tutti i commentatori, che esse avessero sostanzialmente disertato i più consueti «luoghi» dell’odio anti-israeliano, rischia di diventare solo un ricordo. E l’onda lunga della rabbia rivoluzionaria domestica potrebbe saldarsi con quella antica dell’esasperazione per l’umiliante e sistematica violazione dei diritti del popolo palestinese. Il rischio è che ne nasca un vero tsunami regionale, capace di far ritrovare gli Stati Uniti invischiati in un conflitto che non vogliono e che il presidente Obama si era ripromesso di contribuire a disinnescare nel corso del suo secondo mandato.
il Fatto 15.11.12
Israele bombarda Gaza Hamas: “Ora l’inferno”
Prima colpito e ucciso uno dei carcerieri di Shalit, poi i caccia si alzano sulla Striscia
L’Egitto richiama l’ambasciatore
di Roberta Zunini
Colonna di nuvole”, non è il titolo di una fiaba ma di un film horror che per anni continuerà a generare incubi tra i bambini di Gaza sopravvissuti all’ennesimo attacco dell’Israeli defence force, provocato, a sua volta, da una serie di razzi lanciati da miliziani di Hamas sul sud di Israele, a Beer Sheva.
Il presidente Shimon Peres è subito corso in soccorso del governo di Tel Aviv: “Non potevamo tollerare oltre il lancio di razzi contro Beer Sheva”. Netanyahu non esclude un possibile intervento via terra mentre il ministro Ehud Barak richiama i riservisti. Hamas risponde così: “Hanno aperto le porte dell’inferno, ora possibili anche attacchi suicidi”. “Molti analisti collegano l’operazione ‘Colonna di nuvole’ alle imminenti consultazioni politiche ”, scrivono i siti di informazione controcorrente israeliani come +972. I pesanti bombardamenti dell’aviazione, in cui è stato ucciso tra i primi il leader delle brigate al Qassam, Ahmed Jaabari, e che potrebbero trasformarsi presto in un’offensiva di terra, come ha sottolineato dal premier Benjamin Netanyahu, sarebbero stati messi a punto per fini elettorali da “Bieberman”. È il soprannome dato alla lista con-giunta formata dal Likud del premier Bibi Netanyahu e da Israel Beitenu, il partito ultra nazionalista dell’attuale ministro degli esteri, Avigdor Lieberman. Una coalizione data stravincente dai sondaggi alle elezioni del 22 gennaio. E, dunque, non si vede perché un premier già criticato dalla comunità internazionale e in pessimi rapporti con il rieletto Barack Obama, debba spingersi a dare il via a un’escalation che rischia di far esplodere l’area. Andrebbe infatti inevitabilmente a congiungersi con il conflitto in corso sul confine siriano (per ben due volte nei giorni scorsi l’esercito israeliano ha risposto ai colpi di mortaio lanciati dall’esercito libero siriano nella zona cuscinetto con la Siria sulle alture del Golan), sostengono i blogger e tutti coloro che animano l’acceso dibattito scatenato da “Colonna di nuvole”. Alcune fonti ritengono che le ragioni dell’offensiva siano altre: in primis il tentativo da parte di Bieberman di provocare una forte solidarietà tra Hamas e Fatah per mostrare che sono fatti della stessa pasta e far dilagare il conflitto anche in Cisgiordania, dove sono in corso manifestazioni di protesta alle quali ha partecipato per la prima volta anche il premier dell’Anp, Salam Fayyad, un economista di fama internazionale che ha sempre lavorato per il dialogo con Israele.
LA RIUNIFICAZIONE tra Hamas e Fatah, Israele la vorrebbe per scongiurare che, il 29 novembre, l’Onu dia il consenso al passaggio dell’Autorità nazionale palestinese da entità a Stato non membro. Chi mai, nella comunità internazionale, si azzarderebbe a dare lo Stato palestinese in mano ad Hamas? La richiesta venne fatta nel settembre dell’anno scorso dal presidente dell’Anp, Abu Mazen. Lieberman ha detto che, qualora l’Anp venga riconosciuta, Israele dovrà trovare il modo di disarcionare il suo presidente. Dietro la “Colonna di nuvole” l’orizzonte è pertanto nero per i civili palestinesi. Mentre l’Egitto (che ha richiamato l’ambasciatore in Israele) guidato dai Fratelli musulmani – da sempre legati ad Hamas – e tutto il mondo arabo, affiancati dalla Russia chiedendo la fine immediata dei bombardamenti e una riunione urgente del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Dalia, una giovane intellettuale cristiana, che vive a Gaza ieri mi ha detto in lacrime via Skype: “Questa non è più vita. Noi arabi cristiani siamo vessati sia da Hamas sia da Israele. Farò come i miei familiari: chiederò l’asilo politico a un Paese europeo”. C’è sempre chi sta ancora peggio.
Corriere 15.11.12
Equilibri mutati in Medio Oriente. Ora si rischia una deflagrazione
di Franco Venturini
Da almeno una settimana tra Israele e Gaza tirava vento di guerra. Hamas aveva lanciato un centinaio di razzi Qassam contro la città di Sderot, i militari israeliani avevano risposto con ripetuti raid aerei. Poi, ieri, il governo
di Gerusalemme ha deciso di colpire duro: una incursione mirata ha ucciso Ahmed al-Jaabari, capo dell'ala militare di Hamas e carceriere del caporale franco-israeliano Gilad Shalit liberato nell'ottobre del 2011 dopo oltre cinque anni di prigionia. E, quel che più conta, Israele ha spiegato che questa è soltanto la prima mossa di una più ampia «operazione di pulizia» a Gaza, che potrebbe comprendere, «se necessario», anche un intervento terrestre.. Una escalation di ostilità tra le due parti appare dunque probabile, tanto più che Hamas ha promesso vendetta accusando gli israeliani di aver «aperto i cancelli dell'inferno» e sul fronte opposto Netanyahu non può apparire debole mentre si avvicinano nello Stato ebraico le elezioni di gennaio. Si arriverà a una ripetizione della controversa «Operazione piombo fuso» di quattro anni addietro? È presto per dirlo, ma sin d'ora appare chiaro che il nuovo scontro frontale tra Israele e Hamas si colloca in una cornice internazionale profondamente cambiata rispetto al 2008.
È diverso l'Egitto, che tante volte ha mediato tra israeliani e palestinesi. Oggi al Cairo comandano i Fratelli musulmani, «fratelli» se non figli dei loro correligionari di Gaza. Il pur moderato presidente Morsi avrà molte difficoltà a restare neutrale, incalzato com'è dagli oltranzisti salafiti che già reclamavano una revisione del trattato di pace con Israele (ieri sera Morsi ha richiamato l'ambasciatore egiziano in Israele e chiesto alla Lega araba di convocare un incontro d'emergenza).
Sono diversi gli equilibri della regione, scossi dalla sanguinosa guerra civile in Siria. Nella complessa geografia dei gruppi islamici i sunniti di Gaza intrattengono un legame con l'Hezbollah libanese sciita, che a sua volta è vicino agli alawiti (sciiti) del governo di Damasco. Non soltanto. I gruppi sunniti dell'opposizione anti-Assad hanno appena concluso a Doha un patto unitario la cui tenuta andrà verificata, ma certamente alcuni di loro sono più anti-israeliani di altri e potrebbero riprendersi un margine di autonomia in caso di guerra a Gaza. Resi più fragili dalla vicenda siriana sono anche la Giordania, il Libano e naturalmente la Turchia, che nell'eventualità di una «Operazione piombo fuso II» si troverebbero a fare i conti con i loro fronti interni. Per non parlare dei palestinesi separati di Mahmud Abbas, che proprio in questi giorni hanno rilanciato la loro richiesta di diventare «membro osservatore» dell'Onu.
È diversa, malgrado la rielezione di Obama, anche l'America. Il capo della Casa Bianca non ha ottenuto progressi negoziali tra israeliani e palestinesi durante il suo primo mandato, e i suoi rapporti con Netanyahu non sono mai stati cordialissimi. Ora, mentre gli Usa tenevano d'occhio piuttosto le intenzioni israeliane nei confronti dell'Iran, arriva una possibile crisi a Gaza. Quando il presidente è alle prese con l'affare Petraeus, con un ampio rimpasto del suo governo e con l'impostazione del negoziato con i repubblicani per allontanarsi dal fiscal cliff. La posizione statunitense sarà certamente di piena solidarietà con il diritto alla difesa di Israele, ma è altrettanto indubbio che Washington tenterà di gettare acqua sul fuoco e suggerirà ad entrambe le parti reazioni proporzionate proprio per evitare l'escalation.
Poco resta da dire sugli europei, che svolgono un ruolo importante come finanziatori civili dei palestinesi di Ramallah ma che non sono mai riusciti a pesare più di tanto sull'ultradecennale vicenda del conflitto israelo-palestinese. Parole di buon senso, queste sì, vengono anche dagli europei: occorre riprendere le trattative di pace e nel contempo favorire un ravvicinamento inter-palestinese, vanno rispolverate le idee su un accordo complessivo, devono essere isolati gli estremisti. Giusto, ma dopo ieri la situazione dalle parti di Gaza più che al buon senso sembra affidata al grilletto.
La Stampa 15.11.12
Turismo fa rima con comunismo
Sono numerosi, da Praga a Budapest, i musei dedicati al vecchio regime A frequentarli è un pubblico spinto dalla nostalgia ma anche dalla curiosità
di Marco Moretti
Mete per bolscevichi nostalgici ma anche per storici e amanti dell’arte contemporanea, i musei dedicati al comunismo si moltiplicano nei Paesi un tempo dominati da Mosca, dalle ex repubbliche sovietiche alle capitali dell’Est europeo, perché sono diventati un’attrattiva turistica. Il primo a essere aperto, nel 1957, fu il Museo Statale Joseph Vissarionovich Stalin di Gori, la città natale del dittatore in Georgia. Quella che all’epoca fu un’opera di propaganda - con tanto di mistificazioni storiche - per celebrare la scomparsa di «Baffone», oggi è la più straordinaria testimonianza delle vicende dell’Unione Sovietica. L’edificio neoclassico in stile soviet empire (non potrebbe essere altrimenti) che ospita l’esposizione è stato costruito alle spalle della casa in cui il 21 dicembre 1879 nacque e passò l’infanzia Stalin: un’unica stanza con veranda in legno in cui viveva tutta la famiglia, perché il dittatore era di umili origini. All’interno del nuovo edificio s’incontrano decine di statue, ritratti a olio (uno del 1949 insieme a Mao Tse Tung) e fotografie in bianco nero: testimonianze del culto della personalità, ma anche straordinari documenti storici, come la foto con Gorkij e quelle di Yalta con Churchill e Roosevelt. Poi la ricostruzione del suo studio, oggetti (pipe, scacchiera, sciabola, organetto, medaglie) e varia memorabilia. E documenti originali della Rivoluzione d’Ottobre, della costruzione dell’Unione Sovietica, degli editti del Pcus. Fuori dall’edificio si visita il vagone blindato con cui Stalin viaggiava attraverso l’Urss (per motivi di sicurezza non usava mai l’aereo) con arredi e stoviglie originali: dal samovar al wc con sedile in legno, perché l’uomo che mandò milioni di persone a morire assiderate in Siberia pativa il freddo.
Dopo la recente guerra tra Georgia e Russia è stata rimossa la statua di Stalin che dominava la piazza principale di Gori e il Museo è stato integrato da una mostra sugli orrori dello stalinismo.
Il primo ad aprire dopo la caduta della cortina di ferro fu nel 1995 il Parco delle Statue di Budapest. Dove il consiglio comunale raccolse le sculture celebrative del periodo comunista. «Statue propagandistiche per creare un museo contro la propaganda. Un parco sulla dittatura e sulla democrazia, l’unico sistema politico che permette di esprimersi liberamente a proposito della dittatura» spiegò Ákos Eleöd, l’architetto che progettò l’esposizione. Decine di omaggi plastici a classe operaia, lavoro, amicizia tra Ungheria e Unione Sovietica, Armata Rossa, Rivoluzione d’Ottobre e personaggi cari all’ideologia marxista sono ospitati all’aperto tra un austero muro di mattoni a vista. Una parete spoglia con il doppio ruolo di divisorio tra i simboli del passato regime e l’Ungheria democratica (mica poi tanto) di oggi e di piedistallo per alcune opere. L’ingresso del museo è dominato da una statua bronzea di Lenin alta 4 metri, realizzata nel 1965 da Pál Pátzay, e da un quadro scultoreo in granito di 4,2 metri raffigurante Marx ed Engels, opera nel 1971 di György Segesdi. All’interno della cinta muraria, quarantuno sculture sono state disposte attorno a sei grandi aiuole che circondano la stella rossa (formata da fiori) che un tempo dominava a Buda la rotonda di uscita dal Ponte delle Catene. Sono per lo più di opere austere: testimonianze del socialismo reale, di scarso appeal artistico. Una installazione vale però da sola la visita al parco. È Rivoluzione d’Ottobre, il capolavoro di Imre Varga: l’artista magiaro, noto anche per numerose opere di arte sacra. Nel 1986 Varga, scolpì magistralmente nel bronzo l’assalto di un manipolo di bolscevichi arringati da Lenin.
Il Muzeum Komunismu (www.muzeumkomunismu.cz), aperto a Praga nel 2001, con il tema Comunismo: sogno, realtà e incubo, è concentrato sulle vicende cecoslovacche. Vita quotidiana, politica, educazione, propaganda, censura, milizia, esercito e campi di lavoro: illustrati con documenti, oggetti e immagini.
A Sofia, capitale dello Stato più fedele a Mosca, è invece stato inaugurato lo scorso settembre il Museo dell’Arte Socialista con centinaia di dipinti e sculture rappresentanti Lenin e gli altri dirigenti sovietici e bulgari. Tolte dalle cantine dove erano state confinate dopo il crollo del totalitarismo, le opere sono state restaurate ed esposte come documento storico. "Il primo fu quello in onore di Stalin in Georgia: oggi è integrato da una mostra sugli orrori dello stalinismo"
La Stampa TuttoScienze 14.11.12
“Tra Noè e Gilgamesh la vera storia di Atlantide”
Glaciazioni e diluvi hanno plasmato le prime civiltà e rivelano il clima del futuro
di Gabriele Beccaria
Il grande freddo Fino a 20 mila anni fa i ghiacci ricoprivano il Nord Europa così come l’America settentrionale. Oggi sono il paradiso dei vacanzieri. Diecimila anni fa erano un altro tipo di paradiso, per antenati intraprendenti. Le isole dell’Egeo - come le conosciamo - non esistevano. L’arcipelago sospeso tra Grecia e Turchia era un vasto altopiano. Non c’era bisogno di traghetti. Bastavano gambe allenate per spostarsi da un punto all’altro ed è grazie alla facilità degli spostamenti che dev’essere nata la prima civiltà del Sud Europa, quella neolitica. Poi tutto cambiò. Bruscamente.
Kurt Lambeck indica le mappe e racconta il suo ennesimo viaggio nel tempo. Scienziato multidisciplinare, oggi sarà a Roma, al Quirinale, insieme con gli altri premiati dalla Fondazione Internazionale Balzan per gli studi sul passato e sul futuro della Terra. L’Egeo - spiega - è uno dei luoghi che testimoniano quanto sia stata tormentata la storia recente del nostro pianeta, periodicamente ricreato dalle bizzarrie del clima. E che ci ricorda che ulteriori cambiamenti sono alle porte. Professore, al cuore delle sue ricerche ci sono molti elementi, ma il più spetta colare quello che colpisce la nostra immaginazione e sconvolse i nostri antenati sono i bruschi cambiamenti del livello dei mari. «I cambiamenti dei mari furono processi complessi, diversi a seconda dei luoghi. Sono stati il risultato dello scioglimento di enormi distese di ghiaccio alla fine di ogni glaciazione, ma anche dei modi in cui il pianeta reagì, a cominciare dal campo gravitazionale. Ecco perché lo studio dei cambiamenti nell’Egeo ha richiesto l’accumulo di dati diversi, da quelli oceanografici a quelli archeologici, in una continua oscillazione multidisciplinare». I suoi viaggi nel tempo, in re altà, si spingono più indietro: fino a quando? «Fino a 20 mila e a 140-150 mila anni fa, in corrispondenza delle ultime ere glaciali. Studiare ciò che accadde nei periodi intermedi - quelli interglaciali - è importante, perché permette di raccogliere informazioni con cui capire meglio sia il clima attuale sia come potrà evolvere». Se tra 20 e 10 mila anni fa l’Egeo era una terra com patta, com’era il resto del mondo? «I ghiacci ricoprivano il Nord Europa così come l’America settentrionale e tutte quelle masse d’acqua risucchiate dai mari e dagli oceani ne fecero crollare il livello».
Di quanto? «Di almeno 120-130 metri». Lei ipotizza che quel mondo così diverso dall’attuale deve avere avuto conseguenze de cisive sugli albori della civiltà, facilitando i flussi delle mi grazioni verso il Mediterra neo e il Golfo Persico. «Quando gli strati di ghiaccio cominciarono a sciogliersi, i mari si innalzarono rapidamente e la mia ipotesi è che le popolazioni sparse sulle coste furono costrette a spostarsi costantemente. Nel Golfo Persico ci furono periodi in cui l’acqua allagò le terre a un tasso di 1 km l’anno. Poi, 6 mila anni fa, l’avanzata si interruppe e iniziò l’era degli insediamenti permanenti. Credo che i sumeri abbiano risalito la Mesopotamia, finché si fermarono per fondare le loro città. Ma solo l’archeologia subacquea potrà fornirci le prove definitive». Lei è tra gli studiosi convinti che le tracce della prima espansione umana, oltre l’Africa, giacciano nascoste sotto i mari. «Sì. E’ là che dovremo cercare molte testimonianze». Forse sono quelle prove na scoste la vera Atlantide? «Atlantide è la materializzazione della memoria collettiva dell’umanità, che per un lungo periodo ha lottato contro la forza delle acque. Non a caso i miti del diluvio si diffusero in ogni cultura, incarnandosi nell’eroe Gilgamesh e nel dio Enki fino a Noè. E, oltre che tra sumeri ed ebrei, la stessa leggenda si ritrova ovunque, dall’America fino all’Australia». Le sue ricerche sono un esem pio di scambi continui tra di scipline diverse: in concreto che cosa significa? «Ho cominciato la mia carriera nel settore dei programmi spaziali, studiando come la gravità influenzasse le orbite dei satelliti. Ma per definire questi modelli era necessario capire la tettonica e per quantificare quest’ultima ho dovuto rivolgermi al problema della “viscosità”, cioè come si deformano le placche. Così ho approfondito la geofisica e da questa sono arrivato alla glaciologia e, mentre i dati si accumulavano, ho allargato le collaborazioni con team di oceanografi e archeologi. E’ un viaggio eccitante». Che cosa insegna il passato sul clima di oggi? «Da un secolo stiamo registrando cambiamenti evidenti, dalle temperature ai mari, ma, quando analizziamo le variazioni del passato, non disponiamo ancora di strumenti abbastanza sofisticati per capirne la velocità rispetto a quelli del presente».
La sua conclusione? «Che i cambiamenti a cui assistiamo sono anomali: non c’è dubbio che siano dovuti all’influenza dell’uomo! ».
La Stampa TuttoScienze 14.11.12
Dai reduci dell’Afghanistan nuovi indizi contro la depressione
I disturbi posttraumatici svelano il ruolo del sistema immunitario e degli ormoni
di Daniele Banfi
Afghanistan, una tragedia che si riflette anche sulla psiche dei soldati impegnati contro i talebani John è uno dei soldati che, di ritorno dalle missioni di guerra in Afghanistan, ha visto la propria vita sconvolta dalle terribili esperienze vissute, al punto da non riuscire più a ricostruirsi una normalità.
Questo dramma, sempre più frequente, è classificato come una malattia subdola, nota con la sigla di «Ptsd», vale a dire «Disturbo post traumatico da stress». Da anni, ormai, le vittime come John sono oggetto di indagini sempre più approfondite per chiarire i meccanismi biologici che regolano il suo disturbo. Anche se gli «attori» in campo sono molti, secondo gli ultimi studi presentati al congresso «Neuroscience» di New Orleans (il più prestigioso appuntamento mondiale nel campo delle neuroscienze), a giocare un ruolo particolarmente importante è l’alterazione della risposta immunitaria. È un’ipotesi, peraltro, condivisa per molte malattie che colpiscono il cervello come, per esempio, la depressione. Ecco perchè il futuro nella lotta a questo genere di patologie potrebbe passare anche dal controllo di un processo come l’infiammazione.
«Il disturbo post-traumatico da stress - spiega Andrea Fagiolini, direttore del Dipartimento interaziendale di Salute mentale all’Università di Siena - insorge sempre in seguito a un evento traumatico, in cui la “figura” della morte è centrale. A esserne colpiti, oltre i soldati inviati in zone di guerra, possono essere le persone coinvolte in gravi incidenti stradali e in catastrofi naturali». Chi ne è affetto si trova a convivere con forti stati di ansia, paura e terrore, in cui viene continuamente rivissuta la situazione traumatica. Un’esperienza che, a seconda della gravità della patologia, può essere così invalidante da occupare tutta la giornata.
Secondo le ultime statistiche, che si riferiscono agli Stati Uniti, si calcola che quasi l’8% della popolazione abbia sperimentato questa condizione estrema. Ma le percentuali si alzano, quando si considerano i militari: solo nella guerra del Vietnam il 30% dei reduci fu colpito dalla sindrome.
«Oggi - continua Fagiolini - la cura consiste in un duplice approccio. Da un lato, attraverso la psicoterapia cognitivo-comportamentale, si cerca di far riprocessare e metabolizzare l’evento traumatico. Questo perché la persona che è colpita da “Ptsd” è nella situazione in cui non riesce ad accettare ciò che ha vissuto. Dall’altro lato, però, è necessario agire anche con una terapia farmacologica per alleviare gli stati ansiosi e ciò può essere fatto nell’immediato attraverso la somministrazione di benzodiazepine e, sul lungo periodo, con gli antidepressivi classici. Dal “Ptsd”, quindi, è possibile guarire, ma a volte la malattia cronicizza. Nel mio dipartimento, per esempio, abbiamo in cura alcune vittime del terrorismo degli Anni 70».
Molti studi che utilizzano tecniche di «neuroimaging» hanno dimostrato che nella malattia le aree che risultano maggiormente colpite sono quelle a livello dell’ipotalamo e dell’ippocampo. Analizzando, però, in maniera più approfondita queste zone, si è osservato il diretto coinvolgimento del sistema immunitario. Negli individui affetti da «Ptsd», infatti, si riscontrano alterazioni nel sistema di secrezione dei corticosteroidi - gli ormoni secreti in risposta allo stress - e in particolare del cortisolo.
Non solo. A essere alterata è di conseguenza anche la produzione delle molecole pro-infiammatorie (le citochine). I loro livelli - in particolare quelli dell’interleuchina-6 - subiscono un’impennata subito dopo un evento traumatico e rimangono elevati anche dopo diverso tempo. Si tratta di un quadro abbastanza simile a quello che avviene nella depressione. Ecco perchè controllare la secrezione di ormoni e citochine - e di conseguenza attenuare il processo infiammatorio - potrebbe rappresentare una strategia ulteriore nella cura di questo genere di disturbi.
«Attualmente i farmaci disponibili per la cura dei disturbi psichiatrici hanno come “target” la regolazione del rilascio dei neurotrasmettitori. Molecole molto valide che, però, potrebbero essere affiancate da farmaci di nuova generazione. A mio parere - aggiunge Fagiolini - il sistema endocrino diventerà uno dei bersagli più significativi sui quali agire e la ricerca va proprio in questa direzione: nel trattamento di molti disturbi psichiatrici, infatti, sono in fase di sviluppo, anche se ancora precoce, nuovi composti e l’obiettivo è esattamente quello di regolare la secrezione ormonale».
Andrea Fagiolini Psichiatra : È PROFESSORE DI PSICHIATRIA ALL’UNIVERSITÀ DI SIENA E DIRETTORE DEL DIPARTIMENTO INTERAZIENDALE DI SALUTE MENTALE
"IL SITO : WWW.PSICHIATRIA UNIVERSITARIASENESE.ORG/"
Corriere 15.11.12
È il crepuscolo delle tradizioni
Capitalismo, religione e politica non guidano più il mondo
di Emanuele Severino
La tecnica sta ponendosi alla guida del mondo. Può riuscirvi solo se si è in grado di mostrare che ormai questo compito non può più essere assolto dalle grandi forze della tradizione (quali il capitalismo, le religioni, la politica).
Ma chi può mostrarlo? Non certo la tecnica e la scienza. È invece l'essenza tendenzialmente nascosta della filosofia del nostro tempo a mostrarlo (purché si sappia guardare). Mostra cioè che non possono esistere quei Limiti assoluti, indicati dalle forze della tradizione, di fronte ai quali la tecnica debba arrestarsi. Anche (ma non solo) per questo la filosofia ha un carattere decisivo. Di qui l'importanza di saper cogliere ciò che chiamo «essenza della filosofia del nostro tempo» — alla quale appartengono pensatori come Nietzsche e Gentile. Appunto a questo contesto si riferiva anche il mio articolo (su «la Lettura» del 16 settembre scorso) intorno al quale sono intervenuti vari interlocutori. (E d'altra parte, come continuo a ripetere, quell'essenza è la forma più coerente della Follia estrema da cui è avvolta l'esistenza dell'uomo — la Follia del nichilismo).
Ben presto l'uomo si accorge degli ostacoli che limitano la sua volontà. E si convince che il mondo esista indipendentemente dalla coscienza che egli ne ha. Questa, la base di ogni forma di «realismo». Se l'«uomo» è il singolo individuo umano, anche l'«idealismo» è una forma di realismo. D'altra parte, il mito e il pensiero filosofico della tradizione (sia pure in modo profondamente diverso) vedono in quegli ostacoli una forma superiore, più potente, «divina», di Volontà, capace di dominare la materia di cui le cose son fatte o addirittura capace di produrre ogni aspetto del mondo, come pensa anche l'idealismo classico, culminante in Hegel — che però indica i motivi per i quali quella Volontà divina e cosciente non sta al di là dell'uomo, ma gli è unita. Come Cristo, l'uomo autentico è Uomo-Dio. Il mondo è prodotto non dall'uomo singolo, ma dall'Uomo-Dio. Nel pensiero del neo-hegeliano Giovanni Gentile questa tematica è fondata nel modo più rigoroso.
Giacomo Marramao (ne «Il Secolo d'Italia» del 18 settembre scorso) è limpidamente d'accordo con me circa questo rigore — osservando giustamente, tra l'altro, che uno dei motivi del disinteresse per Gentile sta nel suo stile «pesante» e «ottocentesco». Che però, aggiungo, vanta un nitore concettuale estremamente superiore a quello dei neo-hegeliani del mondo anglosassone del XIX-XX secolo. Contrariamente alle loro intenzioni (e nonostante i loro indubbi meriti), essi hanno offuscato e complicato la potenza speculativa di Hegel, determinando una reazione «realistica» non immune da consistenti ingenuità, che sarebbe stata di più alto livello se nel mondo anglosassone la presenza di quella forma di neo-hegelismo non avesse impedito la presenza di Gentile.
Ma soprattutto — per quanto riguarda il predominio del realismo rispetto all'idealismo — la tecno-scienza si presenta quasi sempre come «realismo» (assunto come ipotesi di lavoro o come tesi filosofica acriticamente accettata). Da parte sua, il «realismo» filosofico dà spesso per scontato che la filosofia non possa procedere indipendentemente dalla scienza. In questo modo accade che la centralità della scienza nel mondo contemporaneo determini il predominio del realismo rispetto a ogni altra forma filosofica.
Ringrazio anche Maurizio Ferraris per il suo intervento (su «la Repubblica» del 18 settembre scorso). Nel quale, però, si afferma che, nella prospettiva che va da Kant a Gentile, «noi non abbiamo mai a che fare con cose in sé, ma sempre e soltanto con fenomeni, con cose che appaiono a noi». No: questo lo si può dire di Kant (e propriamente del Kant della Critica della ragion pura), non di Hegel o di Gentile. Per Hegel, come per Aristotele, il contenuto della ragione sono proprio le cose in sé. E a sua volta Gentile ribadisce che solo se si presuppone (arbitrariamente) che esistano cose in sé al di là del pensiero, si può affermare che i contenuti del pensiero siano soltanto fenomeni. Per confutare l'idealismo, Ferraris richiama l'esistenza delle infinite cose che esistevano prima dell'uomo, gli ostacoli incontrati dall'uomo, l'imprevedibilità degli eventi. L'idealista risponde, a ragione, che di tutte queste situazioni non si potrebbe parlare se non fossero pensate e che quindi esse non stanno al di là del pensiero, indipendenti da esso, che invece include nel proprio contenuto gli stessi individui umani che nascono e muoiono. D'altra parte i miei scritti stanno al di là dell'opposizione realismo-idealismo — e Luca Taddio ha richiamato opportunamente (sul «Corriere» del 27 settembre scorso) i loro temi centrali, che nel mio articolo avevo messo tra parentesi per non complicare troppo il discorso.
Invece Gianni Vattimo (ancora sul «Corriere» del 21 settembre scorso) mi trova troppo affezionato «al vecchio argomento antiscettico» (se uno dice che non c'è verità sostiene che quel che lui dice è vero); argomento che poi non sarebbe altro, a suo avviso, che un «giochetto logico-metafisico». Un giochetto che però (per richiamare solo due tra molti) Platone (nel Teeteto, 171 a) e Aristotele (nella Metafisica, IV, VIII) prendono molto sul serio. Platone scrive addirittura che quell'argomento è «raffinatissimo» (kompsotaton). Ma poi Vattimo dimentica che quel che qui egli chiama «giochetto», nel suo libro (Della realtà edito dalla Garzanti, p. 25) lo chiama invece «giusta accusa di autocontraddizione».
(Comunque nel mio articolo prendevo atto delle sue frequenti dichiarazioni di non voler dire cose vere, ma di voler soltanto esprimere desideri. E son d'accordo. Ma poi, non è proprio per non esser vinto dall'argomento contro lo scettico che Vattimo, per sostenere la propria negazione della verità, dichiara di non voler dire una cosa vera, ma di esprimere soltanto i suoi desideri — sì che quell'argomento ha un'importanza decisiva nel suo discorso?). Da parte mia ho scritto invece più volte che quell'argomento non è sufficiente contro lo scettico non ingenuo, giacché a chi gli obietta che si contraddice egli può ancora replicare chiedendo perché mai non ci si debba contraddire — e qui il discorso prosegue in un territorio che Vattimo non sospetta neppure. (Sostiene anche che dialogare con qualcuno significa andare «a braccetto» con lui. Ora, vado sì dialogando con Gentile, con l'«essenza del pensiero del nostro tempo», con la storia del nichilismo, con i realisti, ma non vado «a braccetto» con loro. Dialogo anche con Vattimo…).
Per Markus Gabriel (anch'egli sul «Corriere» del 29 ottobre scorso) il contenuto dei miei scritti è «realismo» e quindi, da realista, scrive che «apparteniamo alla stessa famiglia, il cui capostipite fu Parmenide in persona». Infatti, a suo avviso, Parmenide afferma «un essere indipendente dall'ambiente umano».
Sennonché da più di mezzo secolo i miei scritti vanno mostrando che ciò che Parmenide dice dell'«essere» va detto invece degli enti: di ogni ente va detto cioè che è eterno (ossia è impossibile — è contraddittorio — che non sia), e quindi è eterno anche ogni «ambiente» e pertanto anche l'«ambiente umano». Negarlo è, appunto, la Follia estrema del nichilismo, che identifica l'ente e il niente. Nessun ente può essere stato o può diventare un niente. Se «realismo» significa che certi enti potrebbero esistere anche se non esistesse l'uomo, il realismo è allora una forma di nichilismo (cioè una tesi autocontraddittoria) — come l'idealismo. (Né l'uomo potrebbe esistere se non esistesse un qualsiasi altro ente).
Gabriel aggiunge che «la realtà è parzialmente contraddittoria» (e cioè che il principio di non contraddizione non regola tutta la realtà) perché gli uomini continuano a contraddirsi. Ma, anche qui, è più di mezzo secolo che vado distinguendo il contraddirsi, che certamente esiste — ed è un ente che, come ogni ente, esiste incontraddittoriamente — dal contenuto autocontraddittorio del contraddirsi, che invece è l'impossibile, il necessariamente inesistente.
Con una metafora: i pazzi esistono — e sono pazzi e non sani, cioè sono enti contraddittori — ma (secondo coloro che si ritengono sani di mente) ciò di cui i pazzi son convinti non esiste. L'esistenza del contraddirsi non rende dunque parziale il dominio del principio di non contraddizione (che peraltro, in relazione al modo in cui è stato storicamente inteso, è ben lontano dal presentarsi come un sapere assolutamente intoccabile, ma è anzi una delle espressioni più decisive del nichilismo).
Repubblica 15.11.12
L’Italiano
“Devolution”, “premier” ma anche “resettare”: dalla politica alla tecnica leviamo linfa alle parole
Per questo combattere i dialetti è stato insensato, donavano sangue al corpo vitale del dizionarioautarchico, ma la nostra lingua oggi sta scomparendo
di Andrea Camilleri
Se all’estero la nostra lingua è tenuta in scarsa considerazione, da noi l’italiano viene quotidianamente sempre più vilipeso e indebolito da una sorta di servitù volontaria e di assoggettamento inerte alla progressiva colonizzazione alla quale ci sottoponiamo privilegiando l’uso di parole inglesi. E c’è di più. Un esempio per tutti. Mi è capitato di far parte, quale membro italiano, della giuria internazionale del Premio Italia annualmente indetto dalla Rai con sede a Venezia. Ebbene, il regolamento della giuria prevedeva come lingua ufficiale dei giurati quella inglese, senza la presenza di interpreti. Sicché uno svedese, un russo, un francese e un giapponese e un italiano ci trovammo costretti ad arrangiarci in una lingua che solo il rappresentante della BBC padroneggiava brillantemente.
Va da sé che la lingua ufficiale, in Francia, del Festival di Cannes è il francese, la lingua ufficiale in Germania del Festival di Berlino è il tedesco.
E il Presidente del Consiglio, parlando di spread o di spending rewiew è il primo a dare il cattivo esempio. Monti però non fa che continuare una pessima abitudine dei nostri politici, basterà ricordare parole come «election day», «devolution», «premier» e via di questo passo. Oppure creando orrende parole derivate tipo «resettare». Tutti segni, a mio parere, non solo di autosudditanza ma soprattutto di un sostanziale provincialismo.
Piccola digressione. Il provincialismo italiano, antico nostro vizio, ha due forme. Una è l’esaltazione della provincia come centro dell’universo. E valgano i primi due versi di una poesia di Malaparte, «Val più un rutto del tuo pievano / che l’America e la sua boria»…, per dirne tutta la grettezza. L’altra forma è quella di credersi e di dimostrarsi non provinciali privilegiando aprioristicamente tutto ciò che non è italiano. Quante volte ho sentito la frase: «io non leggo romanzi italiani» o più frequentemente, «io non vado a vedere film italiani». Finita la digressione.
Se poi si passa dalla politica al vivere quotidiano, l’invasione anglosassone appare tanto estesa da rendersi pericolosa. Provatevi a saltare da un canale televisivo all’altro (mi sono ben guardato dal dire «fare zapping»), vedrete che il novanta per cento dei titoli dei film o addirittura di alcune rubriche, sono in inglese. La stessa lingua parlano le riviste italiane di moda, di architettura, di tecniche varie. I discorsi della gente comune che capti per strada e persino al mercato sono spesso infarciti di parole straniere. In quasi tutta la strumentistica prodotta in Italia i sistemi di funzionamento sono identificati con parole inglesi.
(...) A questo punto non vorrei che si cadesse in un equivoco e mi si scambiasse per un sostenitore dell’autarchia della lingua di fascistica memoria. Quando il celebre brano jazz «Saint Louis blues» diventava «Tristezze di san Luigi», il cognac «Arzente» e i cognomi della Osiris o di Rascel si dovevano mutare in Osiri e Rascele. Benvenuto Terracini sosteneva, e a ragione, che ogni lingua nazionale è centripeta, cioè a dire che si mantiene viva e si rinnova con continui apporti che dalla periferia vanno al centro. Un amico russo, molto più grande di me, andatosene via nel 1918 dalla sua patria e tornatovi per un breve soggiorno nel 1960, mi confidò, al suo rientro in Italia, che aveva incontrato molte difficoltà a capire il russo che si parlava a Mosca, tanto era infarcito di parole e di locuzioni operaie e contadine che una volta non avrebbero mai ottenuto cittadinanza nei vocabolari. Ma erano sempre e comunque parole russe, non provenienti da lingue straniere.
In sostanza, la lingua nazionale può essere raffigurata come un grande, frondoso albero la cui linfa vitale viene risucchiata attraverso le radici sotterranee che si estendono per tutto il paese. È soprattutto dal suo stesso terreno, dal suo stesso humus, che l’albero trae forza e vigore. Se però il dosaggio e l’equilibrio tra tutte le componenti che formano quel particolare terreno, quell’unico humus, vengono alterati attraverso l’immissione di altre componenti totalmente estranee, esse finiscono con l’essere così nocive che le radici, esattamente come avviene in natura, tendono a rinsecchire, a non trasmettere più linfa vitale. Da quel momento l’albero comincia a morire.
Se comincia a morire la nostra lingua, è la nostra stessa identità nazionale che viene messa in pericolo. È stata la lingua italiana, non dimentichiamolo mai, prima ancora della volontà politica e della necessità storica, a darci il senso dell’appartenenza, del comun sentire. Nella biblioteca di un mio bisnonno, vissuto nel più profondo sud borbonico, c’erano La Divina commedia, l’Orlando furioso e i Promessi sposi tutti in edizione pre-unitaria. È stata quella lingua a farlo sentire italiano prima assai di poterlo diventare a tutti gli effetti. Una lingua formatasi attraverso un processo di assorbimento da parte di un dialetto, il toscano, vuoi dal primigenio volgare vuoi da altri dialetti. Dante non esitava a riconoscere il fondamentale apporto dei poeti «dialettali» della grande scuola siciliana, e ricordiamoci che è stato il siciliano Jacopo da Lentini l’inventore di quella perfetta macchina metrica che è il sonetto. E in Boccaccio, in certe novelle geograficamente ambientate fuor da Firenze, non si coglie qua e là un’eco di quel dialetto parlato dove la novella si colloca?
Perché da noi è avvenuta, almeno fino a una certa data, una felice coesistenza tra lingua nazionale e dialetti. Il padovano del Ruzante, il milanese di Carlo Porta, il veneziano di Goldoni, il romano di Belli, il napoletano di Di Giacomo, il siciliano dell’abate Meli hanno prodotto opere d’altissimo valore letterario che hanno arricchito la nostra lingua. La guerra che subito dopo l’Unità d’Italia si cominciò a combattere più o meno scopertamente contro i dialetti, e che raggiunse il suo apice negli anni del fascismo, è stata un’insensata opera di autodistruzione di un immenso patrimonio. Si è scioccamente visto il dialetto come un nemico della lingua nazionale, mentre invece esso ne era il principale donatore di sangue. Oggi paghiamo lo scotto di quell’errore. Abbiamo abbattuto le barriere e quei varchi sono rimasti pericolosamente senza difesa.
La mia riflessione termina qui. Coll’augurio di non dover lasciare ai miei nipoti non solo un paese dal difficile avvenire ma anche un paese la cui lingua ha davanti a sé un incerto destino.
Repubblica 15.11.12
Secondo il saggio di Galimberti sarebbe “una religione dal cielo vuoto”
Così Mancuso discute questa tesi, tra punti di vista comuni e idee divergenti
Quel che resta del sacro
Il cristianesimo, l’etica e l’Occidente
di Vito Mancuso
A chi prega ogni giorno «Padre nostro che sei nei cieli» non fa probabilmente piacere veder qualificata la propria fede come «la religione dal cielo vuoto», secondo quanto recita il sottotitolo dell’ultimo libro di Umberto Galimberti appena uscito da Feltrinelli. Consapevole dell’affondo, l’autore avverte di non aver voluto essere «provocatorio e nemmeno offensivo », ma non per questo rinuncia a ribadire: «E tuttavia il cielo del cristianesimo è vuoto».
Il libro di Galimberti è ampio, sinuoso, profondo, apre e chiude scenari con magistrale disinvoltura. Il credente che lo legge può affogare, ma può anche imparare a nuotare tra pericolose correnti. Tra le questioni sollevate vi è quella del senso, se cioè questa categoria non sia solo un traballante rifugio della mente, vi è la connessione tra l’Occidente e la sua religione («l’Occidente di cristiano non ha solo le radici, ma il tronco, i rami, le foglie, i frutti, tutto è cristiano in Occidente»), vi è l’immancabile trattazione della tecnica e della psiche, la figura della fede filosofica e molte altre cose. Ma la questione decisiva è il cielo vuoto del cristianesimo. Ovvero il cielo vuoto dell’Occidente.
Per Galimberti ciò dipende dal fatto che il cristianesimo ha eliminato dal concetto di Dio la pienezza della vita. La vita infatti è bene + male, giustizia + ingiustizia, mentre il Dio cristiano è solo bene e solo giustizia, quindi strutturalmente incapace di rispecchiare la straboccante totalità della vita. Liberando Dio dalla responsabilità del male, il cristianesimo l’ha impoverito rendendolo incapace di abbracciare il tutto, così che, a differenza degli Dei greci e dell’Islam, il cristianesimo è rimasto privo della dimensione del sacro. Il sacro infatti non conosce distinzione tra bene e male, ma veicola una dimensione di fascino e insieme di terrore, in un’originaria ambiguità che rispecchia alla perfezione l’ambiguità della vita (il latino sacer significa al contempo “sacro” ed “esecrato”). Privo di sacralità, ridotto a etica, il cristianesimo non è più in grado di riempire il cielo della storia, che quindi, per l’Occidente, risulta vuoto.
Tale analisi di Galimberti riprende e riattualizza la critica teologica di Nietzsche al cristianesimo. A differenza infatti dell’ateismo antropocentrico di Marx o di Freud, l’anticristianesimo di Nietzsche si nutre di vigorosa teologia greca e accusa il cristianesimo di aver prodotto «la castrazione contronatura di Dio in un Dio soltanto del bene». Per Nietzsche però «si ha bisogno tanto del Dio cattivo quanto di quello buono», perché «che importerebbe un Dio che non conoscesse né ira, né vendetta, né invidia, né scherno, né astuzia, né azioni violente… un Dio simile non lo si comprenderebbe, a quale scopo dovremmo averlo?». Le analisi di Galimberti sul sacro sono variazioni di questo motivo fondamentale elaborato da Nietzsche per ristabilire il primato naturale della forza contro il primato innaturale dell’etica, un’operazione per la quale il filosofo tedesco riteneva di dover combattere fino alla morte il cristianesimo.
Ma Galimberti, lui, come giudica l’operazione cristiana che toglie il sacro originario dall’ambiguità etica per porre il primato del bene e della luce? Al lettore non è dato sapere, perché l’ambiguità avvolge anche Galimberti, che da un lato connota negativamente la desacralizzazione cristiana: «Smarrite le tracce del sacro, attenuata con l’incarnazione la trascendenza di Dio, il cristianesimo si è ridotto ad agenzia etica»; dall’altro lato giudica il messaggio cristiano più positivamente attribuendo la responsabilità della crisi non all’idea di Dio come bene ma alla teologia basata sulla metafisica greca: «Il cristianesimo ha costruito la sua teologia non sul messaggio di Cristo, ma sulla logica e la metafisica platonico-aristotelica, che nel suo crollo ha trascinato con sé anche il Dio cristiano».
Io penso che la tesi di Galimberti secondo cui «il cristianesimo ha desacralizzato il sacro,
sopprimendo la sua ambivalenza e assegnando tutto il bene a Dio e tutto il male al suo avversario » sia fondata: nel cristianesimo l’ambiguità originaria del sacro viene meno, l’immagine di Dio portata da Gesù rende impossibile un Dio dell’ira e della vendetta. L’incarnazione quale centro del cristianesimo infatti va speculativamente compresa nel senso che il valore assoluto spettante alla divinità si estende all’umanità: il sacro cioè non è più il tempio o la legge, ma si trova nei volti concreti degli esseri umani, e per questo il Nuovo Testamento giunge a dire che non si può amare Dio che non si vede se non si ama il prossimo che si vede. Nietzsche quindi ha ragione nell’attribuire a Gesù l’identificazione di Dio soltanto col bene, solo che non si tratta di una “castrazione contronatura”, ma di un’acquisizione teologica decisiva, su cui si fonda l’etica dell’Occidente, soprattutto dopo la sconfitta del mostro nazifascista inebriato dalla sacralità della forza e della volontà di potenza proclamata da Nietzsche. Né si tratta, come vuole Galimberti, del “germe dell’ateismo”, ma piuttosto dell’inaugurazione di un nuovo modo di pensare Dio, non più all’insegna del teismo, ma di un altro modello concettuale vicino alla mistica dell’unità, il panenteismo.
Naturalmente si è trattato di un processo lungo, incoerente (tutti sanno che il cristianesimo ha ampiamente conosciuto la violenza) e ancora in corso. Ma a seguito del Vaticano II, che ha accettato la libertà religiosa e quindi il primato della coscienza, l’acquisizione che l’unica cosa sacra è la vita libera degli esseri umani è ormai irreversibile. Oggi quindi esistono le premesse perché si compia la rivoluzione teologica di Gesù (dal teismo al panenteismo) e appaia chiaro che la più alta dimensione del sacro è l’uomo vivente immagine di Dio. Il cristianesimo è giovane, ha appena duemila anni, e forse solo adesso, sempre più libero dagli interessi del potere grazie alla secolarizzazione, sta iniziando a confrontarsi seriamente con le diversità del mondo. Forse l’avrebbe avvertito anche Galimberti se, invece di prestare tanta attenzione alle analisi di Baget Bozzo colme di invidia verso la forza politica dell’Islam e tese a suscitare ostilità verso questa grande religione mondiale, si fosse occupato anche delle dinamiche mondiali del cristianesimo, mentre non nomina autori come Bonhoeffer, Florenskij, Teilhard de Chardin, Schweitzer, Rahner, Tillich, Panikkar, Küng e movimenti come la teologia della liberazione, né dice una parola su profeti come Romero, Camara, Bello, Martini. Un po’ strano per un libro che si intitola Cristianesimo.
In realtà assistiamo oggi nel mondo a una profonda trasformazione del concetto di sacro, che non intende avere più nulla a che fare con la concezione primitiva e maschilista del culto della forza e dell’arbitrio, compreso il Dio del teismo e dell’onnipotenza di alcune pagine bibliche. Oggi a risultare sacra per la coscienza è la lealtà della relazione, l’armonia che va costantemente ricercata e costruita, il volto umano di ogni razza o colore, con la profonda trasformazione del concetto di religione che questo porta con sé. Peccato però che gli uomini di Chiesa in grado di cogliere questa dinamica siano rari, mentre i più, e in questo Galimberti ha ragione, si occupano di argomenti «che ogni società civile può affrontare e risolvere da sé» e lasciano i singoli a «vedersela da soli con l’abisso della propria follia».
Galimberti conclude il suo libro chiedendosi: «È ancora in grado l’Occidente, e il cristianesimo che è la sua anima, di varcare le porte del nulla?». Quanto all’Occidente io non lo so, ma so che il cielo interiore dell’anima umana non sarà mai vuoto fino a quando vi sarà chi, all’ideologia della forza, preferisce il nobile ideale del bene e della giustizia. E so che il cristianesimo può ancora alimentare molte energie in questa direzione.