domenica 11 novembre 2012

l’Unità 11.11.12
«Scuola, cittadinanza, lavoro: ecco il progetto»
Bersani risponde alle domande di studenti, immigrati, operai, economisti all’incontro di Roma, all’Eliseo, organizzato da Left
«Se andrò al governo combatterò l’evasione e i paradisi fiscali»
di Maria Zegarelli


ROMA Teatro gremito, studenti, esodati, professionisti, artisti. Tutte le generazioni rappresentate. Tutti di sinistra. Iniziativa organizzata da Left, insieme all’Unità, all’Eliseo, con il segretario Pd, Pier Luigi Bersani, candidato alle primarie. Le domande non le fanno i giornalisti, questa volta no, eccezion fatta per il conduttore, Corrado Formigli, ma pezzi di società, come ci tiene a sottolineare il direttore del settimanale che esce in edicola il sabato con il nostro quotidiano, Giommaria Monti. «Dieci domande per il futuro dell’Italia», il titolo anche se le domande saranno molte di più e per certi versi parecchio più «toste» di quelle che si ascoltano in molti talk show. Operai, ingegneri, professori, ricercatori, medici, artisti, studenti: ci sono loro sul palco a chiedere come si vuole cambiare questo Paese ingessato, sfiduciato, indebitato. Come si restituisce il futuro, chiedono con sfumature diverse ma il senso è quello. Simona Marchini è in prima fila, «in questo Paese bisogna riconquistare il coraggio di schierarsi, di fare battaglie, di pensare al collettivo e non soltanto a se stessi», dice mentre in sottofondo ci sono le note di Nicolo Fabi, «mi basterebbe essere padre di una buona idea». La parlamentare Marianna Madia prende posto in platea con il figlioletto di un anno in braccio, «non c’era nessuno che potesse occuparsene...». Quando Formigli chiede a Bersani se intenderà portarsi il ministro Fornero in un suo governo il segretario fa finta di non capire, «Eh?», ripete più volte scherzando. Di Monti dice che è una risorsa importante per il Paese, esclude il Monti bis e definisce l’attuale premier «un liberale con sfumature conservatrici».
Bruno Usai, operaio Alcoa, gli chiede che cosa intende fare per le politiche industriali del Paese. «Intanto occorre liberarsi dei tanti vincoli sulle fonti energetiche», perché quando un Paese perde il 4,5% della propria produzione industriale in un anno si è oltre l’allarme rosso. Politiche industriali e investimenti sulla ricerca sono in fondo facce della stessa medaglia, così come lo sono formazione e investimenti su scuola pubblica e corpo docenti, «perché non puoi prenderli a schiaffi ogni sei mesi. C’è bisogno di fermarsi riflettere bene e poi dare il via ad un intervento organico».
Elena ha 18 anni, studentessa del liceo Tasso a Roma, osserva: «Quello che non capite è che noi giovani sentiamo di essere l’ultima delle vostre preoccupazioni. Ci chiediamo a cosa serve tutto il nostro studiare, formarci, se poi dobbiamo andarcene via. Ma non è un peccato dover andar via?». Un insegnante della stessa scuola chiede se la sinistra non abbia smesso di essere sinistra proprio nella scuola quando ha dato il «la» all’autonomia. «No, non abbiamo mai smesso di essere sinistra, per noi l’autonomia era ed è sussidiarietà, decisione corresponsabile risponde Bersani mentre in mano alla destra questa cosa è diventata scaricabarile. Ad Elena dico che serve il suo formarsi e il suo studiare qui, a noi spetta creare le condizioni per non fare andare via i nostri giovani, eccellenze che tutto il mondo ci invidia». Marco Mancini, presidente del coordinamento dei Rettori, sciorina i numeri dell’ingiustizia sociale e dell’ineguaglianza: soltanto l’80% degli aventi diritto riesce ad avere la borsa di studio, in alcuni regioni si scende al 50; gli alloggi sono il 2% del fabbisogno; le università sono bloccate dalla mancanza di ricambio generazionale.
Ed ecco l’economista, Ernesto Longobardi. Democrazia, bisogni, esigenze. Aspettative delle future generazioni: per le prima volta dopo circa due secoli chi verrà dopo avrà vita più dura di chi è venuto prima. Bersani parte dal male dei mali: l’evasione. «Io ce l’ho con i paradisi fiscali sottolinea riferendosi alla polemica con Renzi perché la ricchezza sa sempre dove andare, la povertà resta. Se andrò io al governo vorrò che i ricchi paghino le tasse e sarebbe già un bel cambiamento». Torna spesso sul cambiamento: «La storia ha un senso solo se si pensa ad un percorso nel quale l’uomo diventa più umano. Per me governare vuol dire: cosa cambio oggi?». Ovvio, «mette ansia rischiare il consenso di oggi in vista di quello di domani, ma non c’è altra via». Ribadisce che la sua prima legge da premier sarà quella sulla cittadinanza, «dare la cittadinanza ad una bimba di colore vale più di mille spot, quello è un segnale di vero cambiamento». Annuncia di voler cambiare la Bossi-Fini, perché «dobbiamo lavare la vergogna di tutta quella gente che è finita tra le reti nel Mediterraneo». Per quanto lo riguarda, invece, non cavalcherà il referendum sull’articolo 18, «bisogna stare attenti, l’ultima volta che un quesito referendario riguardava il lavoro è andato alle urne il 24% degli elettori», anche perché non è vero che la riforma del lavoro ha smontato l’articolo 18. «Lo dimostra la sentenza sulla Fiat che ha costretto l’azienda al reintegro dei lavoratori».
Sul palco anche una rappresentante del movimento «Se non ora quando». E anche qui quanta strada da fare. Donne nei ruoli apicali, in politica, in economia, nella pubblica amministrazione:oggi gli indicatori italiani non raccontano nulla di buono. Non ancora. Non a caso su questo palco su dodici ospiti ci sono soltanto due donne. A chiusura dell’incontro il segretario Pd mostra il suo biglietto da visita agli elettori: «Cari italiani io non vorrò piacervi, ma dirvi le cose come stanno, come se ne viene fuori, dove chi ha di più paga di più. Basta luminari e lustrini». Ogni riferimento è voluto.

l’Unità 11.11.12
Nencini: «Bersani ha un programma serio per il Paese»


«Se Obama corregge la sua agenda non è un delitto correggere l’agenda Monti». Così il segretario Psi, Riccardo Nencini all’Assemblea del Psi organizzata ieri al Capranica in sostegno della candidatura di Bersani. «Ci piace Bersani perché beve birra artigianale, ama Popper ma soprattutto perché ha un progetto serio per il Paese». Lo paragona a Brodolini, «stempiato ma autorevole», e dice: «I morti si ricompensano guardando in faccia i vivi. Il ‘900 è pieno di eresie socialiste: dalle otto lavorative al divorzio. I socialisti hanno organizzato 580 comitati a sostegno di Bersani». Annuncia i quattro pdl che i socialisti presenteranno nel prossimo Parlamento: regolamentazione della vita dei partiti sulla base dell’articolo 49 della Costituzione; un registro delle lobby; applicazione della Carta di Nizza sui diritti e introduzione dell’aggettivo «laica» nell’articolo 1 della Costituzione.

Corriere 11.11.12
Nencini e il sostegno al leader


Alla convention del Psi per sostenere Pier Luigi Bersani, il segretario Riccardo Nencini va all'attacco: «L'agenda Monti va corretta con una risposta più di sinistra. Ci vuole più uguaglianza e soprattutto bisogna combattere le disuguaglianze per creare nuove opportunità di welfare. Ci troviamo davanti ad un cambiamento profondo: sono saltati tutti gli equilibri su cui era stata creata la Seconda Repubblica. Ma non ne sono stati creati di nuovi»

l’Unità 11.11.12
Legge elettorale, è scontro tra Bersani e Casini
Il segretario Pd: «Pier Ferdinando morirà di tattica»
La replica: «Non siamo suoi sudditi. Volete il Porcellum»
di Maria Zegarelli


ROMA Se le danno (metaforicamente parlando) di santa ragione per tutto il giorno in un botta e risposta che trova tregua soltanto in serata. Il primo ad attaccare è Pier Luigi Bersani al quale non è andato affatto giù il voto dell’Udc insieme a Pdl e Lega sulla legge elettorale. Pier Ferdinando Casini non se le tiene anche se alla fine gli sherpa di Pd e Udc sono ottimisti sull’intesa tra di loro: il vero muro resta il Pdl con il quale i contatti dal Nazareno sono pari a zero, e per ora nessun incontro previsto.
«Casini morirà di tattica dice il segretario Pd -. Bisogna invece tenere la barra dritta, come io cerco di fare, e dire dove si vuole andare. Non ho dubbi che comunque dovremo dialogare. Ci vuole un governo politico sorretto da una maggioranza politica. Abbiamo questo diritto-dovere». Per questo il Pd, spiega, si «metterà di traverso» per fermare la legge a cui punta il Pdl. La soglia al 42,5% per il premio di maggioranza, «messa lì senza dire altro è un modo di indebolire la governabilità» e chi pensa che con questo sistema, che porta alla frammentazione, si possa aprire la strada al Monti bis, «è da ricovero». Bersani sa bene che il tentativo di alcuni è fare in modo che nessuno esca vincitore dalle urne, un tentativo che rientra pienamente nella logica piediellina del «muoia Sansone con tutti i filistei». Antonio di Pietro posta sul suo blog: «Meglio tardi che mai. Alla fine anche Bersani si è accorto del golpe che stanno tentando di fare con una legge elettorale pensata apposta per non far vincere nessuno».
Casini viene raggiunto dalle dichiarazioni di Bersani mentre partecipa ad un’iniziativa del partito in vista della «lista per l’Italia». Dura la replica: «Non siamo stati sudditi di Berlusconi, non lo saremo di Bersani». E sul Monti bis certo che ci sta ad andare al ricovero, ma in buona compagnia, aggiunge, insieme a tanti esponenti Pd, «anche vicini a Bersani», che nel tempo hanno caldeggiato questa ipotesi. Casini affonda anche sulla legge elettorale: se «Bersani e Grillo preferiscono il Porcellum lo spieghino e spieghino anche perché uno che prende il 30% dei voti dovrebbe poi avere il 50% dei seggi». Ragionamento che Bersani respinge con fermezza. Mentre lascia il teatro Eliseo per un’iniziativa organizzata da Left per raggiungere il Capranica, dove lo attendono i socialisti, si sfoga. «Ma come si fa a dire proprio a noi che vogliamo il Porcellum? Il Porcellum l’hanno fatto loro, noi vogliamo che cambi ma non possiamo accettare una legge elettorale che la sera del voto non è in grado di garantire governabilità». E non sarà certo il Monti bis, aggiunge, la soluzione. «Come fanno a immaginare che il prossimo Parlamento possa appoggiare un Monti bis? Ci saranno un centinaio di grillini, se è vero quello che dicono i sondaggi, e sette liste», spiega. Poi, sul palco, sottolinea: «Se qualcuno pensa che io possa fare un governo con Berlusconi e Fini ha sbagliato, se lo scordi».
Dal Pdl Fabrizio Cicchitto getta benzina sul fuoco: «L’attacco di Bersani a Casini è di singolare arroganza: sembra che abbia già la vittoria in tasca e si rivolga alle altre forze politiche con un taglio padronale». Ma i due leader a modo loro cercano di smussare le loro stesse dichiarazioni. Il segretario Pd: «Non sto chiedendo maggioranze a sbafo come dice Casini. Io sto chiedendo un ragionevole premio di governabilità al partito o alla coalizione che arriva prima, chiunque sia, per avere la sera delle elezioni un presidio di governabilità, altrimenti ci sarà lo tsunami e dopo sei mesi si tornerà al voto. Ma sono abbastanza fiducioso che Casini comprenderà».
Il leader Udc: «Noi siamo pronti anche ad una soluzione con il Pd, un premio del 10% al partito di maggioranza relativa. Ma se c’è chi non vuole le preferenze, chi vuole continuare a decidere tutto in 4-5 persone per ottenere con il 30% dei coti il 55% dei seggi, allora con tutto il rispetto per Bersani io dico che non sono d’accordo». Dalla Lega è Calderoli a rilanciare: «Formalizzerò lunedì una proposta di mediazione. Si abbassi al 40% la soglia al di sopra della quale far scattare il premio di maggioranza alla coalizione. Se la soglia non viene raggiunta da nessuno, al primo partito venga assegnato un premio di aggregabilità pari al 25% dei seggi ottenuti con il normale riparto proporzionale». Insomma, il primo partito potrebbe aumentare di un quarto la propria rappresentanza. Secco il no del Pd.

l’Unità 11.11.12
La truffa? Sì, della storia
di Michele Prospero


IERI SUL CORRIERE DELLA SERA LA POLEMICA CONTRO LE PROPOSTE DEL PD per la riforma della legge elettorale ha raggiunto i tetti di una rara falsificazione storiografica. Massimo Teodori ha scritto che il Pd vorrebbe un “sistema super-truffa” grazie al quale il partito che prende il 35 per cento dei voti si aggiudica il 55 per cento dei seggi. Non è proprio così. Il premio al partito maggioritario dovrebbe aggirarsi attorno al 10 per cento e scatterebbe comunque, come suggerisce il lodo D’Alimonte, solo nel caso in cui nessuna coalizione varcasse la soglia del 40 per cento. Questo accorgimento serve affinché l’incentivo alla coalizione non si trasformi in potere di ricatto dei vari cespugli. Dov’è la “supertruffa”? Un dispositivo analogo (con un premio al primo partito che in verità è vicino al 20 per cento dei seggi) ha appena consentito alla Grecia di non precipitare in una condizione istituzionale simile a quella di Weimar.
Quanto alla legge truffa (l’espressione non fu coniata dal Pci ma da Calamandrei, e anche il liberale Corbino avvertiva la fondatezza dell’epiteto) ciò che è stato pubblicato dal “Corriere” è davvero uno strafalcione storiografico. Teodori ha spiegato infatti che il congegno del 1953 prevedeva, per la coalizione che avesse percepito il 50 più 1 dei voti, l’attribuzione del 55 per cento dei deputati. Non è vero. Le opposizioni insorsero non per impedire un esiguo premio per la stabilizzazione in senso maggioritario del sistema ma perché la legge garantiva al vincitore circa il 65 per cento dei seggi (385 seggi su 590), e quindi la possibilità di mettere mano alla costituzione senza neppure l’opportunità per i soccombenti di ricorrere al referendum.
Quello del 1953 non era un premio per la governabilità perché la coalizione vincente comunque disponeva già dei seggi per andare avanti. Consentiva invece di avere numeri utili per manovre di rilievo costituzionale. Altro che “modesto premio di maggioranza di ieri”, di cui si è fantasticato sul “Corriere”. Quel “modesto” premio indusse alle dimissioni il presidente del senato (Paratore) ostile alle forzature regolamentari. L’etica politica è ormai un ricordo, si rammaricava Teodori. Ma anche la rispondenza ai dati storici più elementari lo è.

La Stampa 11.11.12
Bersani: “Casini e il Monti bis? Col pareggio si torna a votare”
“Con cento deputati di Grillo impossibile una maggioranza come oggi”
di Carlo Bertini


«A quelli che lavorano per produrre un pareggio dico: badate bene che in quel caso, si rivota, altro che Monti bis». In un capannello davanti Montecitorio, uno dei suoi lo saluta, «tanto alle primarie vinci al primo turno», ma l’umore di Pierluigi Bersani resta pessimo malgrado i buoni auspici. Prima di infilarsi al secondo convegno di giornata, si sfoga d’un fiato contro chi non ostacola il suo approdo a Palazzo Chigi. Lo scontro finale sulla legge elettorale comincerà domani e deciderà le sorti del paese da qui a sei mesi. Bersani lo sa e agita il fantasma della Grecia per far schierare Casini al suo fianco: i due, al di là delle schermaglie, sono già d’accordo su quale possa essere il punto di caduta: quel «lodo D’Alimonte», dal nome del celebre politologo, che prevede un premio alla coalizione che superi il 40% o del 10% al partito che arrivi primo. Ma Pier non spalleggia il Pd nel corpo a corpo col Pdl, lasciando Bersani a far la parte di quello isolato che sotto sotto difende il porcellum. Per questo il leader del Pd è furioso e traccia la sua linea del Piave che assomiglia a un ultimatum: o si chiude l’accordo sul «lodo D’Alimonte» o «salta tutto». Con un’argomentazione forte se pronunciata dal leader del futuro partito di maggioranza relativa: «Sì, in caso di pareggio si torna a votare e lo dico sulla base di un ragionamento non solo politico, ma anche squisitamente matematico. Forse pensano che tra sei mesi, quando qui dentro - e indica il Palazzo Montecitorio - ci saranno cento e passa deputati di Grillo, si potrebbe replicare la maggioranza che c’è ora? Non esiste».
Quando Bersani avvisa Casini che così facendo «morirà di tattica», intende chiarire bene che il rischio è un bis del voto con uno scenario tipo Grecia, non altro. Ma la partita è un gioco di sponda tra più protagonisti in alte sfere. «Tutti devono capire che ci vuole, non per noi, ma per il paese, un premio de-co-ro-so per chi arriva primo. Partito o coalizione che sia. Perché la Consulta ha eccepito che non può andar bene che chi vince con il 25% dei voti poi abbia più del doppio dei seggi e su questo non si discute. Ma non ha mica detto che non possa esserci un premio di governabilità... ».
La linea del Piave da cui Bersani non si muove è dunque questa: ci vuole «un premio non inferiore al 10% netto al partito (o alla coalizione) che arrivi primo. E cioè se una coalizione ottiene il 35% dei voti, poi deve avere il 45% dei seggi. E io accetto pure che non ci sia subito una maggioranza del 50 più uno, ma la sera del voto bisogna che ci sia un chiaro azionista di riferimento del governo che si dovrà formare. Io da qui non mi muovo, è bene che lo sappiano».
Sono ore di massima allerta, la trattativa è incagliata e riprenderà domani con un vertice tra gli sherpa di Pd e Pdl. Ma dietro gli schiaffi pubblici, telefonate e sms alla ricerca del «patto» si sprecano. Sulla scena, Casini dice «se Bersani e Grillo preferiscano tenersi il porcellum, lo spieghino pure». Bersani grida che «è da ricovero chi pensa che la frammentazione porti al Monti bis». Casini si inalbera, «non saremo sudditi di Bersani»; e l’altro lo strattona, «perché ora è il momento di decidere».
Se lo sguardo di Bersani è torvo e l’umore è quello di chi è «incavolato nero», è perché in cuor suo ritiene che ognuno stia pensando al suo tornaconto. «E invece io no, su questo faccio esattamente come feci quando cadde Berlusconi: metto il paese davanti a tutto, non è una questione che interessi solo il Pd. Casini mi accusa di voler prendermi col 30% di voti una maggioranza a sbafo? No, quello è il Porcellum e sono loro quelli che lo hanno voluto, non noi. Io voglio solo che una coalizione col 35% abbia un premio che garantisca al paese - al paese - un presidio di governabilità. Ma sono convinto che al di là dei giochi tattici alla fine lui, Casini, sia disponibile su questa linea. So per certo che gli altri vogliono un pareggio». E però, visto che quella soglia del 40% va inseguita circondandosi di una galassia di liste, arancioni, rosse o bianche, Bersani esce un pizzico rinfrancato dalla sala congressi dove il piemontese Giacomo Portas gli fa trovare 500 amministratori vogliosi di far lievitare la Lista civica dei Moderati. Un tassello in più per poter vincere la battaglia di aprile.

Corriere 11.11.12
Bersani avverte Casini: premio al 10% o salta tutto
Il leader Pd: «Decida dove va o morirà di tattica»
La replica: «Ci rispetti, noi non siamo suoi sudditi»
di Monica Guerzoni


ROMA — «Casini? Morirà di tattica. Metta la barra dritta e decida dove andare». Pier Luigi Bersani cambia passo (e toni) e va allo scontro con il suo alleato naturale. Tra il segretario del Pd e il leader dell'Udc volano parole affilate come lame, che spostano sul piano politico lo scontro sulla legge elettorale. Il Pdl si insinua nella lite e tenta di convincere Pier Ferdinando Casini a traslocare nel centrodestra. E il senatore-pontiere Marco Follini prova a fare da paciere: «Se Casini e Bersani la smettono di litigare non fanno un soldo di danno».
La guerra dei «Pier» comincia quando Bersani, dal palco del Teatro Eliseo, conferma che il Pd si «metterà di traverso» per impedire che la soglia per conquistare il premio di maggioranza sia alzata fino alla vetta del 42,5 per cento: «Non è una norma contro Grillo ma contro il Pd. È una furbizia, il tentativo di dire "muoia Sansone con tutti i Filistei"». E se qualcuno pensa che «la frammentazione porti al Monti bis», quel qualcuno «è da ricovero». E qui l'ex presidente della Camera invita Bersani a essere «un po' più cauto», visto che molti «fanatici del premier» militano nel suo partito: «Allora anche io sono da ricovero — attacca — e con me molti del Pd che pensano ad un Monti bis».
C'è un'altra uscita del leader centrista che conferma quanto tesi siano oramai i rapporti con Bersani ed è il passaggio in cui Pier Ferdinando invita Pier Luigi a trattare con rispetto gli «amici» che sono in Parlamento: «Non siamo stati sudditi di Berlusconi e non saremo sudditi di Bersani. La legge elettorale si deve fare. Basta sceneggiate, il Pd è una forza seria, si comporti da forza seria».
La sparata del segretario «democrat» è studiata a freddo, serve ad alzare un muro contro l'assalto del centrodestra minacciando fuoco e fiamme alla Camera: nel tentativo di convincere Casini a mediare con il Pdl per ottenere una bozza di accordo sul cosiddetto «lodo D'Alimonte», soglia al 40 e premio del dieci. Ma intanto il leader dell'Udc, i cui voti in commissione hanno reso possibile il blitz per modificare il Porcellum, replica duro. Una soglia alta «è il minimo» e lui non vuole cedere: «Perché mai uno che prende il 30 per cento dei voti dovrebbe avere il 55 per cento dei seggi?». Se Bersani e Grillo, insomma, vogliono tenersi il Porcellum, «lo dicano chiaramente».
Il leader del Pd si dice convinto che Casini ce l'abbia con lui più che con Grillo e spazza via le provocazioni. Rimarca che la legge in vigore «l'hanno fatta loro» e ribadisce il suo monito: «Non sto chiedendo una maggioranza assoluta a sbafo, ma se non si mette un premio del 10 per cento il rischio di frammentazione è altissimo e questo porta non al Monti bis, ma alla palude e al voto dopo sei mesi». Casini apre uno spiraglio alla trattativa dicendo che un accordo per un premio del dieci al partito di maggioranza relativa si può dare, ma sulla soglia insiste perché «ci vuole». E per chiudere «a schiena dritta» la rissa con Bersani dice «non sono d'accordo con lui, ma se è lesa maestà chiedo scusa». A suo modo chiede scusa anche Bersani, o almeno smorza i toni quando ammette che sì, «certamente Casini non è suddito», ma a un certo punto «uno deve decidere».
Tra domani e martedì gli sherpa dei partiti torneranno a incontrarsi, anche se l'accordo è tutto in salita. Il presidente dei deputati del Pdl, Fabrizio Cicchitto, rimprovera a Bersani di aver rivolto a Casini un attacco di «singolare arroganza», come di uno che — sentendo di avere «la vittoria in tasca» — si rivolga alle altre forze politiche «con un taglio padronale». E ancora più severo è il giudizio di Ferdinando Adornato, che ha ascoltato con stupore le parole di Bersani. «Se uno che si candida a governare il Paese dice che il Monti bis è da ricovero, non è di buon auspicio — rimprovera il dirigente dell'Udc —. Mi preoccupa che Bersani, pur di avere il piatto, oltrepassi i rilievi della Corte costituzionale». In fondo, secondo Adornato, l'allarme di Bersani «è solo tigna», perché «sette o otto deputati di differenza non fanno la governabilità del Paese».
Anche Casini è rimasto colpito dai toni e dal linguaggio del segretario pd. Dall'amico Pier Luigi il leader dell'Udc non si aspettava tanta aggressività verbale, vista anche la disponibilità dei centristi a trovare un punto di incontro per un premio del 10 per cento al primo partito.
Ma per un giorno il centrosinistra si ricompatta. Antonio Di Pietro, come già Grillo, parla di «golpe» e lancia un appello per un «fronte comune» che sventi «l'assassinio della democrazia italiana». E Nichi Vendola si schiera con Bersani, accusando Casini di essere tornato nella «compagnia di giro» Pdl-Lega-Udc per «perfezionare il delitto» del Porcellum.

Corriere 11.11.12
Ma la vera partita tra i due «Pier» è sulle condizioni per l'alleanza
di Maria Teresa Meli


ROMA — «Baruffe di giornata»: Bersani ridimensiona con queste parole gli scambi di accuse con Casini. Il che non significa, ovviamente, che tra il segretario del Partito democratico e il leader dell'Udc ci sia un idillio politico senza incrinature. Ma non vuol dire nemmeno che il numero uno del Pd, come pure può apparire a tutta prima, sulla legge elettorale sia all'angolo e non abbia alcuno spazio di manovra, a causa dell'intesa siglata tra centristi e Pdl per ritoccare il premio di maggioranza del Porcellum.
Bersani, che non è un ingenuo, sapeva benissimo che su quel terreno qualcosa prima o poi si sarebbe mosso. Lo aveva capito con nettezza nel corso del suo ultimo colloquio con Napolitano. Il capo dello Stato in quell'incontro, non propriamente disteso, gli aveva fatto intendere chiaramente di ritenere una forzatura quel premio. Per questa ragione il segretario non si è trovato spiazzato quando Udc, Pdl e Lega hanno fatto la loro mossa.
Le polemiche tra Pd e centristi fanno parte di un gioco tattico che è inevitabile in una partita come quella che stanno giocando Bersani e Casini. In palio c'è l'assetto della Terza Repubblica, il che fa capire bene il perché di certe tensioni. Lo schema di gioco tra il leader del Pd e quello dell'Udc è rimasto sostanzialmente invariato. Bersani pensa a organizzare il campo dei progressisti con l'obiettivo massimo di creare un listone insieme a Sel (a questo scopo probabilmente verranno imbarcati anche i comunisti di Oliviero Diliberto e i transfughi dell'Italia dei valori come Massimo Donadi), e Casini si occupa di ridefinire il perimetro del campo dei moderati. Come? Dando vita insieme al segretario della Cisl Bonanni, a Italia Futura di Montezemolo e al ministro Andrea Riccardi, alla «Lista per l'Italia», che ha un bacino potenziale di voti che va dal 12 al 16 per cento.
In questa aggregazione confluirebbe anche un pezzo importante del Pd che, dopo l'intesa con Vendola, si trova a disagio nel partito: quello degli ex ppi di Fioroni. Prossimamente una pattuglia di deputati e senatori «fioroniani» dovrebbe staccarsi dai gruppi parlamentari del Partito democratico per creare una formazione autonoma. Del resto, i rapporti — e gli incontri — tra Fioroni, Bonanni, Riccardi e Casini non sono ormai più un mistero per nessuno nel Palazzo.
Ma questa formazione, che ingloberà anche pezzi del Pdl in via di disgregazione, non sarà in competizione con il Pd. Ed è questo il motivo per cui Bersani derubrica a «baruffe di giornata» le liti con Casini. Il lavorio paziente svolto in silenzio dal segretario del Partito democratico aveva proprio questo scopo.
L'area «progressista» e quella «moderata», per usare due definizioni care al leader del Pd, potrebbero marciare separate per colpire insieme o, addirittura, unirsi ancora prima del voto. Dipenderà dalla legge elettorale che verrà. Ma soprattutto da quella legge dipenderanno i rapporti di forza tra le due aree. Con il Porcellum la bilancia penderà dalla parte del Pd che, con Sel, secondo tutti i sondaggi, otterrebbe la vittoria.
In quel caso il leader dell'Udc e gli altri saranno costretti a unirsi con i progressisti senza poter porre troppe condizioni, a meno che non vogliano spartirsi i pochi seggi che rimarranno con grillini, Lega e Pdl. Se invece resterà l'impianto del Porcellum ma con il premio modificato, Casini potrà dettare le sue condizioni a Bersani, visto che l'apporto dei moderati diventerebbe indispensabile per ottenere la soglia necessaria a conquistare la maggioranza dei seggi.
È su questo che verte il vero braccio di ferro tra il leader del Pd e quello dell'Udc. Non sul Monti bis, ipotesi che peraltro, se venisse realizzata, precluderebbe a Casini l'ingresso al Quirinale. Ingresso che non gli sarebbe invece precluso con Bersani a Palazzo Chigi.

Repubblica 11.11.12
Legge elettorale, duello Bersani-Casini “Morirai di tattica”. “Non siamo sudditi”
Il segretario del Pd: no alla soglia del 42,5. Pdl: toni da padrone
di Giovanna Casadio


ROMA — «Questa riforma elettorale sarebbe un golpe contro il movimento di Grillo? Casomai contro il Pd». Pier Luigi Bersani si mette di traverso sull’ultima versione anti-Porcellum. Lo dichiara anche: «O c’è un premio di governabilità del 10% netto, che è formalmente del 12,5% al partito o alla coalizione vincente, oppure ci mettiamo di traverso. Perché dietro c’è una logica furba e cioè “muoia Sansone con tutti i filistei” ». Non gli è piaciuto neppure un po’ quel blitz in commissione al Senato che ha riunito il fronte Udc-Pdl-Lega. Non lascerà passare una legge che consegna «l’Italia all’ingovernabilità», che rischia di «farci fare la fine della Grecia». Si sente tradito dal leader dell’Udc, Casini? Risponde: «Casini morirà di tattica. Dove vuole andare? Spero che anche lui alla fine metta la barra dritta». A Casini suona come uno schiaffo, e scoppia la grande lite.
I toni si alzano mano a mano che si va avanti nella giornata. Casini accomuna Bersani e Grillo e replica che se entrambi «vogliono il Porcellum lo dicano, ma bisogna mettere le carte in tavola in Parlamento e spiegare che è giusto che chi ha il 30% prenda il 55% dei seggi». Una soglia, ripete, è necessaria e lo è anche per la Corte costituzionale. «Noi non siamo stati sudditi di Berlusconi — contrattacca il leader dell’Udc — non vogliamo essere sudditi di Bersani, non siamo disposti a piegare la schiena». Intanto, dal teatro Eliseo dove Bersani partecipa alla kermesse di Left e dell’Unità, ogni “affondo” del segretario democratico contro Casini è accolto da ovazioni, come quando avverte:
«Chi pensa che con questa riforma elettorale si arrivi al Monti-bis è da ricovero, ci sarebbe la palude. Se poi qualcuno pensa che mi metta a fare un governo con Berlusconi e Fini è fuori di testa...».
Quell’espressione “da ricovero” è altra benzina sul fuoco. Offensiva di Casini: «Se un Montibis è da ricovero allora anch’io sono da ricovero e con me molti del Pd che pensano a un Monti-bis». Ma nel crescendo dei “no” bersaniani — no alla Fornero in un futuro
governo, no a larghe intese — resta l’invito a Monti: «Deve continuare a dare una mano al paese». Definisce il Professore «un liberale con qualche venatura da conservatore». Spiegherà poi, il segretario democratico: «In un futuro Parlamento, ci potrebbero essere 80-100 seggi ai grillini, e immaginare che in quel contesto ci siano una figura autorevole e una maggioranza coesa è illusorio... Sudditi gli udc e Casini? Ma quando mai, però devono decidere. Io non voglio maggioranze a sbafo».
Il gelo tra Pd e Udc sarà messo alla prova dei fatti martedì in commissione al Senato, anche se gli sherpa si incontrano già domani. Calderoli, il leghista autore del Porcellum, annuncia una sua mediazione. Il Pd risponde: «Acqua fresca». Il Pdl approfitta dello scontro Pd-Udc per solidarizzare con Casini e dare addosso a Bersani definito da Cicchitto «arrogante e padronale». La speranza è sempre quella che Casini torni all’ovile della destra. Altolà di Vendola a regole che «truccano la partita: spero salti il tavolo». E Di Pietro incita a «un fronte comune contro il golpe». Per Bersani il problema serio è vincere il populismo sia di Grillo che di Berlusconi. Lancia a sorpresa — alla kermesse organizzata dal Psi di Nencini — la proposta di un referendum sull’Europa, se gli Stati uniti di Europa non decollano.

Repubblica 11.11.12
D’Alimonte, studioso di sistemi elettorali: il 10% al primo partito sola strada per evitare un governo-ammucchiata
“Senza bonus governabilità salto nel buio”
di Annalisa Cuzzocrea


ROMA — Roberto D’Alimonte non si stupisce delle critiche alla sua proposta di mediazione. Secondo Pdl e Udc favorirebbe troppo il Pd, aiuterebbe troppo il probabile primo partito. «Peccato che a dirlo - ricorda il professore - siano esattamente quelli che hanno voluto il porcellum, una legge fatta su misura perché nessuno vincesse».
Berlusconi, Casini, la Lega. Ci ricorda come andò? «Berlusconi prima del 2005 si era accorto che i collegi uninominali del mattarellum non funzionavano bene per la Casa delle libertà. Aveva visto che sia nel ‘96 che nel 2001 i partiti di centrodestra prendevano più voti nel proporzionale rispetto ai loro candidati nei collegi. Così, decise di abolirli, e di creare un sistema proporzionale col premio di maggioranza». Che adesso non gli va più bene.
«Perché quel premio lo danneggerebbe. Così, quei partiti che colpevolmente si sono ritagliati un vestito su misura senza neanche chiedere scusa agli italiani, ora gridano all’obbrobrio. E possono sfruttare il fatto che si è diffusa, in parte legittimamente, l’opinione che un premio illimitato sia sbagliato. In realtà, io credo che si possa fare un governo anche col 30% dei voti. In Francia, col 29%, i socialisti hanno conquistato presidenza della Repubblica e governo. Blair ha vinto il suo terzo mandato col 35».
Perché in Italia non funziona?
«Da noi grazie al Porcellum col 30% dei voti si può eleggere non solo il governo, ma anche il presidente della Repubblica, che in Costituzione è invece un arbitro, una figura di garanzia. Questo doveva subito essere cambiato. Così come doveva essere parificata l’età di voto per Camera e Senato, mentre ora corriamo sempre il rischio che con tanti milioni di elettori in più alla Camera si creino due maggioranze diverse ».
Lei propone un premio di maggioranza che porti ad avere il 54% dei seggi con il 40% dei voti, insieme a un “premietto” che - nel caso quella soglia non sia raggiunta - garantisca il 10% in più al primo partito. È sul “premietto”, che ci sono i maggiori dissidi.
«È un premio di governabilità. Dare il 10% al primo partito non gli consentirebbe di arrivare alla maggioranza assoluta, ma di avere una massa critica per riuscire a fare un governo che non sia di grandi ammucchiate».
Se invece tenesse l’accordo Pdl-Lega-Udc?
«In quel modo, senza il premio “di consolazione”, essendo il 42,5% impossibile da raggiungere, si tornerebbe al proporzionale puro, che in questa situazione di frammentazione e di disaffezione alla politica sarebbe una follia. Con un rischio in più: i voti segreti alla Camera potrebbero cassare le preferenze, e lasciare le liste bloccate. Il peggio del peggio».
Secondo lei, quale sarebbe il sistema elettorale migliore nel nostro Paese, oggi?
«Il sistema francese, i collegi uninominali che nel tempo permettono che si ricrei un rapporto di fiducia tra elettori ed eletti. Purtroppo, non siamo arrivati neanche a discuterne».

Repubblica 11.11.12
Stime dei democratici: quota 316 impossibile “Pier non vuole vincitori, si voterà due volte”
Con il mini-premio neanche l’alleanza Pd-Sel-Udc avrebbe la maggioranza
di Francesco Bei


ROMA — «Se dopo il voto non c’è una maggioranza chiara si torna alle urne, se lo scordano che governo di nuovo con il Pdl». Al termine di una giornata passata a insultarsi reciprocamente con Pier Ferdinando Casini, Bersani decide di alzare la posta e mettere sul tavolo della trattativa per la riforma del Porcellum una pistola carica: lo spettro di un voto che non risolve nulla e costringe l’Italia a tornare di nuovo ai seggi dopo poche settimane inconcludenti. Uno scenario da incubo, ma è quella l’unica alternativa che il segretario Pd prende in considerazione.
Perché ai piani alti del Nazareno, a dispetto di un’intesa Pd-Udc che sembrava cosa fatta, si stanno convincendo del fatto che Casini stia «scientificamente creando le condizioni per avere un Parlamento senza una maggioranza». Che costringa perciò Bersani a rinunciare alla sua ambizione di guidare il paese, accettando un’altra fase di governo Monti.
I calcoli di queste ore hanno reso la prospettiva molto concreta. Sul tavolo di Bersani c’è uno schema che simula cosa avverrebbe con un “premietto” limitato al 6 per cento (come vuole il Pdl) dato al primo partito. Con gli attuali sondaggi un’ipotetica coalizione Pd-Sel, più i deputati della Lista per l’Italia, si fermerebbe a quota 297. Molto lontana da quei 316 voti minimi necessari a dar vita a un governo. Il sostegno del Pdl diventerebbe perciò indispensabile.
Con un altro premier a palazzo Chigi, s’intende. Proprio quel Monti che ieri è tornato a dirsi «disponibile » a un nuovo giro.
I conti non tornano. «Per noi il premio del 10 per cento è una trincea assolutamente non discutibile », avvertono quindi gli uomini del segretario in vista dell’incontro di domani tra l’ambasciatore Pdl Denis Verdini e quello del Pd Maurizio Migliavacca. Nella proposta
D’Alimonte di un premio al primo partito quel 10% va infatti considerato come una quota «lorda », nella realtà i deputati “regalati” al Pd sarebbero molti di meno. Questo perché nel testo Malan, votato in commissione da Pdl, Lega e Udc, la formula per l’assegnazione dei seggi viene applicata utilizzando una base di 555 seggi e non di 617 (i 630 di Montecitorio meno Estero e Valle d’Aosta). Un calcolo complicato, ma che ridimensiona in realtà il premio «lordo» del 10% a un 7% «netto». Così come un premio del 5% «lordo» si ridurrebbe a un «netto» di appena una dozzina di deputati in più. Non è una differenza da poco, visto che da qui passa o meno la possibilità che Bersani o Monti vadano a palazzo Chigi.
Ma c’è di peggio. Se Casini sembra disposto a concedere al Pd un premio «fino al 10%», nel Pdl la base per una trattativa è ancora più lontana. Denis Verdini della proposta D’Alimonte non vuole nemmeno sentir parlare. L’altro giorno, a margine della riunione di palazzo Grazioli, Verdini l’ha spiegato ad Alfano: «Se chiedono il 10% io mi alzo e me ne vado. A cosa serve visto un premietto che non garantisce la maggioranza per governare? Cosa sarebbe, un premio di consolazione al Pd?». Certo, dalle trincee della vigilia tutti dovranno uscire. Ma il clima di sospetti e il nervosismo delle ultime 48 ore rendono ora la trattativa maledettamente più difficile.

Corriere 11.11.12
Monti
Un anno dopo, con lui il 46% dei cittadini
Il gradimento del governo è più basso. E 4 italiani su 10 sono «delusi»
di Renato Mannheimer


Tra qualche giorno il governo presieduto da Mario Monti compirà un anno. Si è trattato di un'esperienza inconsueta nella tradizione politica del nostro Paese: un esecutivo «tecnico», quindi non espressione del voto popolare e, per questo, sorretto da una «strana» maggioranza, costituita da partiti sino a poco fa schierati l'uno contro l'altro (e già oggi, in vista delle elezioni, su posizioni antitetiche).
Qual è il giudizio degli italiani sull'esperienza di questi 12 mesi e quello sul presidente del Consiglio in particolare? La figura di Mario Monti come persona è apprezzata da una parte consistente della popolazione. Se si domanda di esprimere un voto da uno a dieci, come a scuola, più del 46% dichiara un giudizio sufficiente o più. È vero che una percentuale ancora maggiore (53%) dà invece un responso negativo, ma è vero anche che raramente si è visto in passato un presidente del Consiglio che, pur avendo chiesto così tanti tagli e rinunce al Paese, abbia ottenuto una quota di consensi di questa misura. Risultano più favorevoli a Monti i più giovani (51% di giudizi positivi), i laureati (56%) e gli elettori di centrosinistra (58%). La valutazione risente dunque di una polarizzazione politica che vede i votanti per il Pd più decisamente schierati a favore del presidente del Consiglio e quelli del Pdl più avversi: anche tra questi ultimi, comunque, il 43% (contro il 57% di contrari) manifesta un voto sufficiente.
Ma il quadro cambia se dalla valutazione per la figura di Monti si passa a quella sull'operato del governo nel suo insieme. In questo caso, infatti, i pareri positivi si diradano, pur restando relativamente consistenti, e superano di poco il 40%. Non solo: quest'ultimo dato è rilevato domandando una valutazione sul «governo Monti». Se si richiede un parere sul governo in quanto tale, senza citare il nome del Presidente, i consensi scendono al 33%. L'immagine di Monti risulta quindi un elemento importante per il consenso, mentre i giudizi sull'operato dell'esecutivo sono più critici. Secondo molti osservatori, questa circostanza è inevitabile, alla luce della politica di rigore che ha connotato l'azione di governo: considerando quest'ultima, un consenso del 30-40% appare già un risultato straordinario.
Tutto ciò spiega l'atteggiamento degli italiani nel tracciare il bilancio complessivo di questi mesi. Che è, tutto sommato, positivo. È vero che solo il 3% dichiara che il governo ha operato in maniera «eccellente». Ma un altro 34% giudica la sua azione «abbastanza bene». E la maggioranza relativa (41%) lo descrive come «un po' deludente rispetto alle aspettative». Che nel novembre dell'anno scorso erano effettivamente molte. C'è però più di un italiano su cinque (21%) che condanna nettamente l'esecutivo, sostenendo che, in quest'anno di vita, «ha operato molto male». Ancora una volta, appaiono più favorevoli i giovani e i laureati, i residenti al Nord e gli elettori del centrosinistra. Nel complesso, dunque, i cittadini sembrano apparire relativamente comprensivi verso l'esecutivo. Più del 20% dichiara che «più di così era impossibile fare». E un altro 14% sostiene addirittura che il governo «ha fatto più di quanto mi aspettassi». Ma, come si è visto, la maggioranza relativa (42%) esprime un po' di disincanto. E il 20% sostiene che l'esecutivo «ha fatto poco e male». Non sorprende che solo un terzo degli italiani promuova nettamente un esecutivo che è stato così severo. E la quota (circa un quinto) di chi lo condanna risulta inferiore a quanto molti ritenevano. La percentuale maggiore degli intervistati (40%), senza esprimere un giudizio completamente positivo o negativo, si dichiara solo «un po' delusa».

il Fatto 11.11.12
Un Piano Marshall per l’Italia del dopo B.
di Furio Colombo


La politica si è rivelata un mestiere inferiore. Se chi vi partecipa non risulta disonesto, resta comunque accertato che si tratta di un incompetente, del quale è meglio non fidarsi quando parla di numeri. Persino se non ha un suo disegno nascosto, il più delle volte non sa di che cosa parla ed è bene che vi sia una funzione vicaria (quella degli economisti che vanno al governo) per impedire danni, soprattutto danni al futuro.
QUESTO È CIÒ che è accaduto in Italia dopo gli anni di incoscienza e vandalismo del governo Berlusconi che, insieme con l’opposizione molle e il giornalismo vanitoso, hanno creato il furore della antipolitica. Adesso accade che anche gli economisti al governo non siano sempre graditi. E allora si comincia a diffondere l'idea che esista una terza classe di governo, dopo la politica e dopo l'economia, che è la democrazia diretta con verifica immediata delle persone e dei fatti, in ambiente perfettamente sterilizzato. Richiederà il trapianto, nella malandata e poi punita vita italiana, di un organo inesistente, o almeno provato finora solo su piccoli esperimenti ma da cui vengono promessi miracoli, ovvero un trapianto di vita pubblica mai vissuta prima. Non so come se la caveranno i cittadini, tra la nostalgia della politica che giudichi, poi deleghi poi torni al tuo lavoro, prima di giudicarla di nuovo (si può avere nostalgia anche di ciò che non è mai accaduto) e la voglia di sradicare l'albero di tanti cattivi frutti. Di certo sarà un po’ difficile rimpiangere questi giorni che stiamo passando in corsia, dove i medici sono quasi tutti rispettabili, alcuni di fama, i loro modi sono quasi sempre bruschi se non maleducati, e le loro cure, probabilmente efficacissime, dato il prestigio dei dottori, sempre somministrate con una certa brutalità che non sai se inevitabile o pedagogica. Dunque sono tre stagioni difficili e diverse, tutte e tre dominate non dal desiderio di un minimo di tranquillità e felicità delle persone, ma dai conti. Al principio mancano i soldi, che qualcuno ha sperperato, come impariamo da rivelazioni continue e sempre più sorprendenti. Poi, con le buone o con le cattive, i soldi si riesce a trovarli, almeno una parte, prelevandoli dalle famiglie. Resta il fatto che il mondo sembra governato da tre cerchi: la finanza e le sue rabbie improvvise, gli economisti e il confronto continuo delle loro dottrine (in Italia, unico Paese democratico, gli economisti sono anche il governo, e forse dovremmo dire “per fortuna”, se pensate a chi c'è ancora in giro).
E IL SINDACO Pizzarotti di Parma che da solo, lentamente (sarebbe più giusto dire “cautamente”) governa diverso. Noterete che sono tre governi di quantità, con gradi diversi di garanzia sul netto e sul lordo. Lo strumento non è nella ricerca di una migliore natura umana o politica, ma nella sorveglianza continua (una sorta di braccialetto elettronico per chi amministra, detto trasparenza). E il continuo montare la guardia, attraverso la “democrazia diretta” di chi, dopo avere votato, non dorme mai per essere sicuro in ogni istante che i conti tornino. Tutto ciò mi lascia in sospeso con oggetti strani che non so dove collocare lungo questo tragitto. Abbiamo attraversato un mondo disastrato e malevolo (Berlusconi e la sua gente), poi ci hanno sistemato in corsie di ospedali tecnico-economici senza “frills” (utile parola inglese per dire piccoli ornamenti che confortano) dove tutto è mirato a qualche forma di restituzione e di correzione. Infine ci promettono un nuovo mondo dove la luce è sempre accesa, dove nessuno si fida di nessuno, dove siamo sempre di guardia perché non si ripetano né il passato dello spreco, né il presente della restituzione (dove il problema è che sono chiamati a restituire coloro che non si sono mai impossessati di niente).
DICEVO che ho oggetti strani in sospeso che adesso appaiono estranei non solo al peggiore dei mondi in cui abbiamo vissuto, ma anche al migliore, nel quale ci dicono che dovremmo entrare tra poco.
Domando: dove mettere il dolore, a chi affidarlo perché, costi quel che costi, la pena diminuisca o venga lenita? Dove mettere la condizione dei disabili di cui nessuno si occupa come se non durasse una vita? Che cosa fare dei bambini a cui tolgono scuole e insegnanti, degli anziani isolati dal mondo eppure vivi e carichi di pensieri, dei pazienti a cui continuano a togliere i letti, e lo annunciano come una conquista di civiltà? Dove metto la felicità nel senso della Costituzione americana (il diritto di cercarla) o di quello, anche più preciso della Costituzione italiana (“diritto al lavoro”, “dirittto alla scuola”, “diritto alle cure”...)? Alle spalle non ho nulla, lo so benissimo. L'Italia dopo Berlusconi è una foresta bruciata. Ai dottori in economia non posso chiedere nulla perché mi risponderebbero con nuove rivelazioni su buchi da colmare e indispensabili amputazioni da eseguire subito senza anestesia. I politici classici mi rispondono con furibonde gare di leadership personale (stanno tutti chiedendo chi è il migliore del reame). E “il nuovo” promesso dal trapianto dell'organo “trasparenza” misura tutto con cura e persegue con rigore, ma gli interessa solo la misura giusta di ciò che si vede. Il dolore, per esempio, e la speranza di felicità non si vedono. Ecco, la storia del mio Paese mi ha lasciato qui. La landa è desolata. Mi rendo conto che, dopo Berlusconi, siamo in un dopoguerra. Ma non dovremmo essere noi gli autori, visionari e generosi (non nel senso di avere ma nel senso di dare) di un nostro piano Marshall?

l’Unità 11.11.12
La scuola in piazza. Profumo: no alle 24 ore per i prof
Giornata di proteste in tutta Italia contro i tagli al sistema scolastico
Il filo conduttore: «Non si distrugga la scuola pubblica»
A Roma almeno 30mila in corteo tra studenti, insegnanti e genitori
di Luciana Cimino


ROMA Nessun aumento delle ore di lavoro per i docenti. Il ministro Profumo rassicura e questa volta pone la parola fine alla questione. L’occasione, dopo l’allarme delle ultime ore, è il convegno di ieri «Il futuro del liceo classico» organizzato a Torino. Il ministro è chiaro: «Non faremo l’intervento nella legge di Stabilità». Ma non rinuncia alla sua idea di insegnante del futuro: «Si è
aperta la discussione su questo tema e insieme alle componenti della scuola, le parti sociali e i partiti avvieremo un ragionamento di come dovrà essere questa figura». Il docente, comunque, «dovrà avere una presenza diversa all' interno della scuola». Profumo rivendica i buoni risultati raggiunti da questo governo sulla sicurezza nelle scuole, sebbene sia «un tema che si porta dietro una storia e che ha bisogno di una programmazione pluriennale». Il ministro si dice disponibile a incontrare il presidente dell’Upi, Saitta, che nei giorni scorsi aveva minacciato di spegnere il riscaldamento negli istituti, ma soprattutto ci tiene a distinguersi da Elsa Fornero: «I giovani non sono choosy. Non si può essere sempre d’accordo su tutto dichiara, aggiungendo rivolto ai giovani se devo confrontarvi con la mia generazione, voi siete molto più bravi perché vivete in una realtà più complessa, con meno sicurezze».
Tuttavia ieri è stata ancora una giornata di protesta. Diverse le occupazioni, le assemblee, i presidi in tutta Italia (a Bologna si è tenuto un flash mob) tutto in vista delle manifestazioni del 14 e 17 novembre. Mentre a Roma si è svolto un corteo regionale molto partecipato (al quale hanno aderito anche l'Anpi, la Flc Cgil di Roma e Lazio, l’Unicobas Scuola, l’Usb e l’Usi Scuola, il Coordinamento Scuole Roma e il Coordinamento Precari Scuola) conclusosi proprio sotto la scalinata del ministero al grido di «dimissioni». Trenta, forse 50mila i manifestanti tra studenti, personale Ata, insegnanti di ruolo e precari, genitori. Come le mamme dell’istituto comprensivo di viale Venezia Giulia che riunisce 4 scuole. Hanno portato un lungo striscione fatto con la carta igienica che ormai da anni sono costrette a comprare per le aule dei loro figli. «Lo avevamo fatto per la Gelmini, pensavamo di riporlo invece siamo ancora qui perché è sempre peggiodicono Da un governo tecnico ci saremmo aspettati più attenzione per la scuola pubblica, per quella privata è pure troppa». Michela, che insegna francese alle medie, vede «molti elementi di decadenza nella scuola pubblica. I genitori ci comprano le carte geografiche, io faccio le fotocopie a mie spese per le mie 9 classi, un mio alunno diversamente abile quest’anno non poteva fare il campo scuola perché né il Comune né l’istituto potevano pagare l’assistente. Io correggo 250 compiti al mese senza essere retribuita per questo e vengo accusata di lavorare poco».
DEMAGOGIA SENZA DIDATTICA
Interviene anche Maria, insegnante da 25 anni: «Mi parlano di tablet quando a me mancano i soldi per le fotocopie, troppa demagogia non sostituisce la didattica». Genitori e docenti di una scuola media di Centocelle (periferia romana) mostrano uno striscione con scritto «meno F35, più istruzione». «Abbiamo fatto seminari per parlare dello stermino dei rom e abbiamo portato in aula i partigiani spiega una mamma -, è chiaro che se passa il ddl Aprea nella nostra scuola di periferia non investirà nessuno». La stessa preoccupazione dei ragazzi del Liceo Amaldi di Tor Bella Monaca, altra zona della capitale. «Con quella legge la nostra sarà una scuola di serie C, per reietti dice Matteo (18 anni) La smettano di chiamarle “riforme della scuola”, sono leggi di bilancio, la formazione non c’entra». C’è una professoressa del Falcone-Pertini che dice: «Io sono di ruolo ma voglio dire che i precari sono stati massacrati, è indice di uno scarso riconoscimento sociale della figura del docente. I presidi, poi, sono diventati dirigenti che devono pensare ai conti non alla didattica». Le parole pronunciate dal ministro nella mattinata sono accolte con speranza ma anche con diffidenza. «Lo deve mettere nero su bianco», dice una professoressa del Turistico. Mentre quelle del Liceo Aristotele sfilano con tutti i compiti in classe attaccati fino a formare un lungo striscione, «Difendiamo il nostro diritto a lavorare bene e quello dei ragazzi a essere educati, è sulla Costituzione». «Basta con i balletti. L'aumento dell'orario di lavoro per i docenti deve essere ritirato come tutti i tagli alla scuola», chiede il segretario generale della Flc-Cgil, Mimmo Pantaleo.

il Fatto 11.11.12
Prof e ragazzi invadono Roma
“Giù le mani dalla scuola”
di Luigi Galella


LA FORZA DEI PIÙ GIOVANI E LA DISILLUSIONE DEI DOCENTI SCESI IN PIAZZA A MIGLIAIA PER NON ABBANDONARE L’ISTRUZIONE AI TAGLI

Otto milioni. Siamo otto milioni noi che abitiamo la cittadella della scuola. Un esercito mite che marcia nelle aule fra banchi e cattedre, con le parole di ogni giorno, il frusciare delle pagine e impercettibili movimenti dei pensieri che si formano e informano: le armi, le uniche, con cui possiamo aggredire il futuro. Se provassimo a pensarci così, docenti e studenti, tutti insieme, ci sentiremmo la più forte compagine militare della storia. La storia che faticosamente costruiamo, anche se di recente col tono dimesso di chi ha smesso di crederci. Roma. Piazza Esquilino, vicino Termini. Il luogo dell'incontro che raccoglie studenti, docenti e ogni altro operatore scolastico per dire no all'ex legge Aprea - che spalanca le porte ai privati nei Consigli di Istituto eliminando la rappresentanza studentesca - e all'elevazione del tempo-cattedra da 18 a 24 ore. Nella parte alta della manifestazione, dove sfilano gli insegnanti, in numero molto inferiore ai ragazzi, sono circondato dai colleghi: un'immagine quasi straniata se non imbarazzata. Un po' astratti come siamo, sembriamo avere meno dimestichezza con la parte fisica di noi stessi di quanta ne abbiano loro, che al contrario marciano fitti fitti.
MI GIRO indietro e già non vedo più dove si conclude il corteo. Sento parlare di decine di migliaia di manifestanti e quasi non ci credo. Di sabato pomeriggio. Giovanissimi che rivendicano il diritto alla scuola pubblica, anziché confondersi nello struscio di via del Corso. Al grido di “La scuola nasce e muore pubblica”, “No all'Aprea, siamo una marea”, “I professori veri promuovono la scuola”, “La cultura fa paura”. Riconosco la chioma familiare di Antonella, una mia ex-collega di Lettere. Ora insegna al “Seneca” Storia e Filosofia. Qualche battuta per ricostruire il tempo perduto, piccole notazioni personali, quindi il consueto rancore che ci prende quando rievochiamo ciò che accade. E i partiti della “strana maggioranza”, che finora abbiamo votato e forse non voteremo. Nel suo ultimo intervento Profumo ha assicurato che le cattedre non si toccano, ma non ci fidiamo. Traumatizzati dall'ideona delle 24 ore, non ci basta più nemmeno la smentita del ministro in persona.
Mi stacco. Ho voglia di rifare la fila della manifestazione a ritroso, per capire quanti siamo veramente. E cammino per un po', senza giungere in fondo. Mi colpisce il numero dei ragazzi e la loro energia: coi megafoni urlano verso i curiosi che si affacciano sulla strada e li invitano a scendere. Da lontano vedo due insegnanti conosciute in scuole diverse e mi fermo a parlare. La prima, Rossella, di Francese, che chiamavo “Forrest Gump” per il suo candore. La seconda, Angela: l'ultima volta ci siamo incontrati nel treno che ci portava a Civitavecchia, nel nostro primo anno di entrata in ruolo. Un vero amarcord: il tempo trascorso, le rughe dei ricordi, San Lorenzo dove abitavamo, l'estate romana che non c'è più...
ALL'IMPROVVISO ci voltiamo, richiamati dall'immagine dei ragazzi che corrono, tenendosi per mano, attirati da ciò che accade davanti e che ci fa tornare al presente, come tacitamente rimproverati in quel nostro abbandonarci alle rimembranze del passato. I corpi dei ragazzi, oggi, sono la falange che ci tende una mano. Ci afferra, ce la stringe, ci tiene. A noi docenti, perlopiù cinquantenni: disincanta-ti, mesti, rabbiosi. E ancora eterei, un po' evanescenti e irresoluti nel rivendicare ciò che siamo. Noi che abbiamo con gli anni smarrito proprio il senso del “corpo”. Dell'esserci, del partecipare. Una lezione da ripassare. Ancora una volta la vitalità dei ragazzi, oggi al nostro fianco, ci aiuta a riconoscere quel senso.

l’Unità 11.11.12
L’estrema destra in marcia a Roma
Nelle strade della capitale solo poche centinaia di militanti del Movimento sociale europeo. Nel corteo anche Adriano Tilgher e Sabbatini Schiuma
La temuta invasione non c’è stata
di Salvatore Maria Righi


«Forza Europa, daje» urlano dal camioncino parcheggiato in piazza Cavour, chissà come lo avranno tradotto ai militanti arrivati da oltre confine. Finisce così, non proprio con afflato cosmopolita, l’«Euroribellione» del Movimento sociale europeo, quello con la Fenice sulle bandiere e un apparato di gesti e parole abbastanza chiaro. Sono passate da poco le sei di sera e la gente comincia a fremere per lo struscio del sabato, i partecipanti ripongono le bandiere e ascoltano le ultime note sparate a palla. Canzoni che parlano di rivolta, di vento che soffia e che tu no, non puoi non sentirlo. Qualcuno temeva una marcia su Roma, altri un’invasione dell’estrema destra nella capitale, ma erano in qualche centinaia a darsi appuntamento a piazza Risorgimento e poi a passeggiare fino a qui. Un corteo nel cuore di Prati, con suggestioni del passato più che aleggiano tangibili, ma anche con qualche faccia che forse non ti aspetti. Come la famiglia araba che è arrivata da Marsiglia, immigrati di seconda generazione con quelli di terza nei passeggini e in braccio alle donne col capo coperto: «Per l’Europa? Più che altro siamo venuti qui contro la crisi». Il piccolo gruppo è stato chirurgicamente separato nelle vie che scodellano i partecipanti verso il Palazzaccio. Dall’altra parte della città c’è il serpentone degli studenti liceali che hanno camminato fino a viale Trastevere, il centro è rimasto paralizzato fino a sera tra le transenne e i blindati schierati dalle forze dell’ordine. Per la manifestazione del Mse, Movimento sociale europeo che non fa mistero di affondare le proprie radici a destra, se ne conta appena uno, con annoiati poliziotti. Gli slogan, invece, sono proprio da «euroribelli», come si sono definiti i manifestanti. «Europa, azione, rivoluzione». «Madrid, Atene, adesso Roma viene». Un grande striscione «Movimento sociale per la casa», che è uno dei temi più battuti da chi sale sul palco-camioncino per parlare al microfono. «Un diritto che non ci toccherà nessuno, né Alemanno né Zingaretti, né la destra né la sinistra» urlano prima di uno scroscio di applausi. Tra i ragazzi col giubbino scuro e la fascia del Mse al braccio, ci sono i leader del movimento: il capogruppo della Destra in Campidoglio, Dario Rossin, Adriano Tilgher, il portavoce del Mse, Giuliano Castellino e poi Fabio Sabbatani Schiuma, di recente subentrato al dimissionario Francesco Storace.
APPLAUSI E MUSICA
«Chi si aspettava marce e marcette è rimasto deluso perché noi non siamo dei pagliacci, siamo dei militanti politici e questa è la nostra forza». Applausi. «Noi siamo la vera Europa, non quella di carta, ma quella che è una patria, un destino e si basa sulla giustizia sociale. Noi diciamo no al governo Monti, al liberismo, ai tagli, agli sprechi e alla disoccupazione». Ancora applausi, convinti. Un richiamo ai giornalisti, «le loro penne possono essere pericolose se creano false verità», e poi un elenco ragionato dei «nemici»: «I nostri non sono questi politici ladroni, o quei quattro antifascisti da strapazzo, ma il liberismo, i palazzinari, le banche, l’usura legalizzata e questo sistema che sta implodendo». Staffetta al microfono, toni più gentili. «L’Europa è come la Fenice, rinascerà per ridare dignità e libertà ai cittadini. Un’Europa libera dall’egemonia americana o anglosassone. Un’Europa dove i nostri ragazzi non debbano più morire in posti lontani per l’oro o il petrolio di qualcun altro. Non c’è libertà dove il 98% delle persone non ha nè casa nè lavoro. Le libertà non sono individuali perché o si sta bene tutti, o non sta bene nessuno». L’applauso è ancora più forte e definitivo, la gente sciama e Fabiana lascia detto al microfono degli euroribelli di chiamare tutti Marco, per il presidio di lunedì.

l’Unità 11.11.12
Affile, «il governo non chiuda gli occhi»
di Michele Meta e Roberto Morassut


Oggi in tutta Europa si stanno riproponendo i movimenti ispirati alle varianti più radicali dell’ideologia fascista e nazista. E anche in Italia prendono corpo movimenti negazionisti, che soffiano sul fuoco della crisi economica e che giocano la carta di un nazionalismo etnico e di sangue contro la globalizzazione. Si pone per tutte le forze democratiche e per le istituzioni il tema di un’azione culturale profonda e del pieno rispetto delle leggi. Purtroppo, in molti casi, in Italia occorre prendere atto di una insufficienza dell’attenzione di molte istituzioni che non solo tollerano, ma alimentano certi fenomeni. A pochi chilometri da Roma, per esempio, il sindaco di Affile, Comune con 1500 abitanti, ha deciso di utilizzare fondi pubblici regionali per erigere un Mausoleo alla memoria di Rodolfo Graziani, Ministro della Difesa della Repubblica di Salò e responsabile di crimini di guerra in Etiopia durante il colonialismo fascista.
«Patria» e «Onore» sono scolpite dall’amministrazione comunale di Affile sul monumento a Graziani, ai lati della bandiera italiana. Parole fuori luogo per un criminale che avrebbe dovuto essere processato a Norimberga perché responsabile della deportazione dalla Cirenaica di centomila uomini, donne e bambini, di 1400 religiosi massacrati sempre in Africa perché anticoloniali, della deportazione da Roma di 2.500 carabinieri nell’ottobre del 1943, dieci giorni prima del rastrellamento del Ghetto ebraico del 16 Ottobre, per lasciare le mani libere alle SS. Il sindaco di Affile, decidendo di dedicare un mausoleo al «macellaio» Graziani, nega e stravolge la memoria. È offensivo per la storia della nostra Repubblica italiana, nata dall’antifascismo, pensare di intitolare un monumento a Graziani. La dedica ufficiale di un monumento da parte di un sindaco, ovvero di un pubblico ufficiale, impegna lo Stato democratico.
Non ci può essere continuità tra l'azione criminale condotta da Rodolfo Graziani e la vita democratica della Repubblica . La mobilitazione dell’Anpi, di decine di personalità, di storici e studiosi, di alcuni quotidiani italiani che ieri hanno promosso una petizione per rimuovere il sacrario di Affile, ha avuto un’eco eccezionale. Abbiamo chiesto al governo di sapere cosa intende fare per dissociare la responsabilità delle istituzioni dal monumento a Graziani, per demolire il manufatto e per restituire all’Italia quel profilo di affidabilità nei valori della libertà e della democrazia. In aula alla Camera ci è stato risposto che per il governo si tratta di una questione «locale», provocando in noi tanta delusione rispetto al fatto che la funzione di un governo – peraltro di un Paese democratico che ha vissuto sulla propria pelle gli orrori del nazifascismo pagandone prezzi atroci – non può limitarsi in questi casi ad una presa d’atto ma tra i suoi compiti è quello di operare per il pieno rispetto della legge e della Costituzione. Confidiamo pertanto che la vicenda di Affile non finisca in un carteggio burocratico tra uffici amministratici ma sia l’occasione per trasmettere un messaggio forte a tutti i cittadini e spinga anche ad una corretta ricostruzione storiografica di certi momenti della nostra storia nazionale combattendo con la forza della legge e dei valori della democrazia tante confuse, pericolose teorie negazioniste.
Pretendiamo da un governo che giura sulla Costituzione davanti al Capo dello Stato atti coerenti perché non si tratta di un fatto locale ma di una vicenda che disonora la Costituzione della Repubblica italiana.
* Deputati Pd

l’Unità 11.11.12
Attila Mestherhàzi: «Ungheria, la Ue fermi la deriva fascista»
Leader del Mszp, il Partito socialista ungherese
Per la sua opposizione al regime di Orbàn è finito anche in carcere
di Umberto De Giovannangeli


L’Unione Europea non può chiudere gli occhi e restare silente di fronte all’ennesimo scempio di legalità messo in atto dal primo ministro Orbàn. Siamo alla “schedatura preventiva”, un ulteriore passo verso il compimento di una “dittatura istituzionalizzata”, e bene ha fatto l’Unità a denunciarlo». A parlare è Attila Mestherhàzi, 38 anni, leader del Partito socialista ungherese (Mszp). Per la sua opposizione al «governo-regime» di Viktor Orbàn, Mestherhàzi ha conosciuto il carcere. «Ogni misura presa da Orbàn denuncia il leader dei socialisti ungheresi è ispirata da una logica autarchica che non guarda al futuro, ma trova il suo humus in un passato oscuro, funesto, segnato da una politica liberticida in ogni campo: dai diritti civili a quelli sociali».
Gli elettori ungheresi dovranno iscriversi a una lista degli elettori prima del prossimo voto nel 2014. Lo prevede una modifica della Costituzione, votata dalla maggioranza di destra del premier Orbàn. «Si tratta di un altro tassello per il compimento di quella dittatura istituzionalizzata che è nei disegni di Orbàn. Un disegno che il primo ministro sta perseguendo scientemente infischiandosene degli appelli alla moderazione che giungono dall’Europa».
Qual è la ricaduta concreta di questa modifica costituzionale? L’obiettivo dei legislatori, secondo il capogruppo della maggioranza Antal Rogan, è di «escludere i disinteressati».
«Siamo ad una schedatura preventiva. Secondo sondaggi e analisti, più di 1 milione su 8 milioni di elettori saranno così esclusi dal voto, soprattutto nelle campagne. Questa è la “democrazia” di Viktor Orbàn. Siamo al fascismo. L’Europa non può far finta di niente, in Ungheria gli standard minimi di democrazia sono stati abbattuti. L’iscrizione obbligatoria è l'ultimo tasto di una contro riforma completa del sistema elettorale in Ungheria imposta dalla maggioranza di Orbàn. Prima hanno ridotto il numero dei deputati a 200 dai 386 precedenti. Poi hanno riscritto le circoscrizioni elettorali a favore della destra e accordato il diritto di voto agli ungheresi oltrefrontiera (circa 500.000 persone), il che potrebbe far rinascere vecchie ostilità con Serbia, Slovacchia e soprattutto Romania. Hanno pure soppresso il secondo turno (servito finora per formare coalizioni, ndr). Nella Costituzione imposta dal partito Fidesz (il partito di Orbàn, ndr) e dei suoi alleati di estrema destra non è garantito alcun diritto alle minoranze etniche. La politica di Orbàn non contempla il dialogo. Non c’è alcun tipo di scambio, di confronto non solo con le opposizioni parlamentari ma anche con le organizzazioni della società civile. Nulla. Solo l’imposizione».
Come intendete portare avanti la vostra protesta?
«Vogliamo portare questa vicenda in tutti i fori internazionali competenti e coinvolgere in questa battaglia di libertà tutte le forze democratiche europee. Un giornale che certamente non può essere definito socialista, Nepszabadsag (liberale, ndr), ha paragonato le prossime elezioni in Ungheria a quelle in Belorussia ed Ucraina, qualificate truccate dagli osservatori del Consiglio d'Europa. Insisto su questo punto: l’Ungheria è un Paese membro della Nato, è parte dell’Unione Europea, di cui è stata presidente di turno. E l’Europa insignita del Nobel per la Pace, l’Europa che si fonda su valori e principi di libertà e democrazia non può assistere passivamente alla “fascistizzazione” dell’Ungheria».
Cosa rappresenta l’Europa per la destra al potere in Ungheria?
«Una minaccia da combattere. L’Europa come nemica e non come opportunità di crescita. Una entità ostile da sfidare. Dietro questa ostilità manifesta, reiterata, c’è una ideologia che riprende la retorica fascista. Dio e Patria, l’orgoglio della nazione magiara, lo Stato definito nella sua essenza nazionale, etnica, non più come Repubblica, meno poteri alla Consulta, più poteri dell’esecutivo su magistratura e media. È un inquietante ritorno al passato. Mi lasci aggiungere che l’Europa dovrebbe preoccuparsi di questa deriva sciovinista e reazionaria dell’Ungheria anche perché questo “modello” può divenire un punto di riferimento per i partiti populisti e antieuropei che si stanno sempre più radicando nell’Est europeo ed oltre ad esso».

l’Unità 11.11.12
La via cinese senza libertà
Terza giornata del 18° congresso del Partito comunista cinese in corso a Pechino
I nodi aperti delle riforme, della libertà di informazione e del Tibet
Con una domanda in conferenza stampa una ragazzina imbarazza la nomenclatura
di Gianni Sofri


La terza giornata del Congresso del Pcc è passata. Ma, per carità, liberate la vostra mente da paragoni con i congressi di partiti cui siete abituati. L’introduzione del Segretario Hu Jintao non ha dato l’avvio alla lunga teoria degli interventi degli altri leader.

La terza giornata del Congresso del PCC è passata. Ma, per carità, liberate la vostra mente da paragoni con i congressi di partiti cui siete abituati. L’introduzione del Segretario (ancora per pochi giorni) Hu Jintao, di cui l’Unità ha già parlato, non ha dato l’avvio alla lunga teoria degli interventi degli altri leader. Le notizie che arrivano poche si riferiscono a riunioni di singole delegazioni provinciali, commissioni e simili; o da conferenze stampa. In attesa che salti fuori qualcosa di interessante, giornalisti e fotografi si dedicano al folklore. Belle ragazze con eleganti cappottini rossi saltellano tutte insieme, contente di essere le vallette del Congresso, e questa foto fa, più di ogni altra, il giro del mondo. Sono state invece prontamente fatte sparire le molte fotografie che mostrano il vegliardo (ma sempre potente) Jiang Zemin depositato sulla sua poltrona da alcuni giovani assistenti e poi nell’atto di sbadigliare durante i lavori.
Una ragazzina di 11 anni, Sun Luyuan, reporter di un giornale studentesco, durante una conferenza stampa fa andare in crisi un bel gruppo di alti funzionari del Partito interrogandoli sulla possibilità di continuare a mangiare i suoi snack preferiti anche dopo il ripetersi di polemiche sui cibi adulterati. Ripresisi, dopo lunghe consultazioni, i funzionari la rassicurano e lei ringrazia: riferirà ai lettori.
I giornalisti si scatenano anche, comprensibilmente, sulle punte di autentica nevrosi che sono state raggiunte nelle azioni riguardanti la protezione del Congresso e la sua segretezza: dai taxi i cui finestrini devono rimanere ermeticamente chiusi per evitare che qualche malintenzionato oppositore lanci all’esterno volantini proibiti, all’occhiuta sorveglianza sui social network, sui blog, sulle informazioni in rete in generale. E ancora, si parla molto della moglie del futuro Presidente-Segretario Xi Jinping, che fino a poco fa era molto più famosa di lui come cantante, e ora deve un po’ autolimitarsi come prossima first lady.
L’ECONOMIA MARCIA
Sempre al terzo giorno, il Congresso e i suoi leader ricevono una serie di piacevoli regali da più enti preposti all’economia. Se il Congresso era iniziato in mezzo a grosse preoccupazioni sul rallentamento dell’economia appunto, ecco che arrivano buone notizie su una ripresa della produzione industriale in ottobre, ma anche delle esportazioni e delle vendite al dettaglio, nonché su una diminuzione dell’inflazione. Un po’ poco, per la verità, rispetto all’ambiziosa promessa di Hu di un raddoppio del Pil entro il 2020.
Assieme alle buone notizie, peraltro, ne arrivano quasi sempre di cattive: questa volta si tratta della settima auto-immolazione di un patriota tibetano. Il Congresso, naturalmente, non ne parla; lo si fa a bassa voce, ma diffusamente. E la questione tibetana appare sempre più come una vergogna nazionale e come uno degli ostacoli a quello «sviluppo scientifico» di una «società armoniosa» che è ritenuto l’apporto ideologico più importante del Presidente uscente.
Di politica in senso stretto, poco. Il premier Wen si è accodato al Segretario-Presidente Hu nell’attaccare la corruzione, nel corso di una riunione dei delegati della sua città natale, Tianjin; ma ci si chiede quanto in questo campo la sua credibilità sia ancora quella di un tempo dopo l’inchiesta del New York Times, che i cinesi hanno cercato di occultare in tutti i modi, ma che tuttavia ha girato sul web (ed è un’inchiesta accurata e difficile da contestare).
Quanto alle riforme politiche, per ora (ma si tratta solo di voci) ne è saltata fuori una sola, poco più che risibile, anche se gli esperti di costituzionalismo cinese la trovano (bisogna sapersi accontentare...) di una certa importanza. Fino ad ora, le cose funzionavano così. Il Comitato centrale eleggeva i venticinque membri dell’Ufficio politico, e questi ultimi eleggevano i 9 (o forse 7, questa volta) membri del Comitato permanente. Ma la votazione avveniva, per il Comitato centrale, su 25 nomi suggeriti tutti dal vertice del Partito, così come i 9, o 7, nomi per l’Ufficio politico. Si sarebbe ora sul punto di decidere di aumentare questi numeri, e di concedere con questo una maggiore scelta, almeno sulla carta, agli elettori dei vari organi. Su un punto, peraltro, Hu è stato molto chiaro: «Non copieremo mai un sistema politico occidentale».
In realtà, è difficile pensare che il Congresso si riduca a questo e non affronti, come previsto, le difficoltà attuali dell’economia, una politica estera (e soprattutto militare) sempre più discutibile, e discussa, o perfino le fantomatiche riforme politiche. Il punto è che quando si tratta di problemi seri come questi, non sono certo gli allegri 2270 delegati al Congresso ad occuparsene, ma i 9 membri del Comitato permanente, più qualche eminenza grigia come Jiang Zemin (tra lui e Li Peng, il reparto geriatrico è riapparso in forze negli ultimi tempi); o tutt’al più l’Ufficio politico o il Comitato centrale.
L’impressione che si ha questa volta, però, è che la dirigenza del Partito sia arrivata al Congresso non avendo ancora risolto del tutto i problemi preliminari. Esempi drammatici di lacerazioni interne si sono susseguiti fino a pochi giorni fa: il caso Bo Xilai, la misteriosa scomparsa per alcuni giorni del successore designato di Hu, Xi Jinping, infine l’attacco, peraltro ben motivato, ai famigliari di Wen Jiabao, che colpiva non va dimenticato il fautore più noto di riforme «liberali» e il nemico principale di Bo Xilai. Si direbbe che le ultime fasi di una resa dei conti molto accanita si stiano giocando ancora in questi giorni nelle stanze più segrete e riservate di Zhongnanhai o dello stesso palazzo dell’Assemblea Nazionale che ospita il Congresso. È’ possibile che si cerchino ancora compromessi, probabilmente al ribasso. E comunque, salvo improvvise sorprese, occorrerà pazientare ancora per alcuni giorni (il Congresso si chiuderà il 14) per capire se, e di quanto, la Cina sia destinata a cambiare, e se ci siano segnali anche di un mutamento, in prospettiva, del suo rapporto con gli altri, a cominciare dagli Stati Uniti di Obama.

l’Unità 11.11.12
L’enigma di Lascaux
La grotta con i dipinti preistorici ricostruita in 3d
La «cappella Sistina» della preistoria è di nuovo visibile e permette di confrontare le visioni dei sapiens all’arte di oggi
Picasso affascinato da quelle pitture vecchie di 20mila anni disse: «Finalmente ho trovato il mio maestro!»
di Luca Sebastiani


PARIGI LA SECONDA GUERRA MONDIALE ERA IN CORSO E LE TRUPPE TEDESCHE AVEVANO GIÀ OCCUPATO LA FRANCIA.All’inizio di settembre, nel 1940, quattro ragazzi si aggiravano scioperati nella valle della Vézère quando d’improvviso il loro cane s’infilò in un cunicolo all’inseguimento di un coniglio. I giovani, in cerca d’avventura, lo seguirono e si trovarono davanti gli imponenti cavalli al galoppo, i cervi e i tori policromi tratteggiati tra 18mila e 20mila anni fa dagli uomini sapiens del paleolitico superiore. Si trattò di una scoperta miracolosa, del ritorno alla luce della grotta di Lascaux, che per la magnificenza delle sue volte dipinte venne subito ribattezzata la «cappella Sistina della preistoria».
Il ritrovamento fece clamore e numerosi si recarono in Dordogna. Tra i primi ad arrivare anche Pablo Picasso, che dopo esser riemerso dalle caverne esclamò meravigliato: «Finalmente ho trovato il mio maestro!». La ricerca del maestro della modernità terminava così al cospetto dell’enigma estetico della grotta di Lascaux. Ma cosa può accomunare l’arte moderna con quella dell’origine? Oggi capire lo stupore che suscitò il rinvenimento delle pitture rupestri è più difficile. E i battenti della grotta chiusero nel 1963 per salvaguardare l’opera preistorica. Ora però, prima che approdi oltre Atlantico e poi in giro per il mondo, è possibile rivivere l’esperienza di Picasso visitando a Bordeaux Lascaux 3, riproduzione a grandezza naturale della grotta. Un falso, certo, ma almeno si possono avvicinare le visioni dei sapiens e quello che Picasso intendesse dire.
Cosa si può dire allora di questi misteriosi dipinti di Lascaux? Si tratta di un bestiario di figure che allora popolavano la valle, tratteggiate con sicurezza realistica e emananti una grande vitalità. Una cavalcata energica di cavalli al galoppo, cervi in gruppo, bovini e tori. Evidentemente però la sola lettura realistica non esaurisce il senso di ciò che è stato dipinto nella profondità oscura del tempo. Anche solo in considerazione della presenza nella grotta di una specie di liocorno tratteggiato nei pressi dell’entrata, e per la totale assenza di figure umane se si eccettua l’uomo dell’impervia sala detta del «pozzo», infantilmente stilizzato e con un viso da uccello.
Molti esperti ritengono che i dipinti abbiano una funzione propiziatoria per una caccia florida, che servano cioè a far presa sulla forza estranea della natura per mezzo della magia. Altri però credono che non tutto in Lascaux possa essere ridotto ad un fine utilitario, che laggiù ci sia molto di più. Qualcosa che conserva delle origini il momento aurorale della nascita contestuale dell’uomo, del sacro e dell’arte come congedo da un’animalità ormai lontana. Georges Bataille, tra i primi ad arrivare in Dordogna nel 1940, e che nel mistero estetico delle caverne trovò l’anello mancante delle sua antropologia, l’ha scritto molto bene nel suo Lascaux ou La naissance de l'art. L’uomo del pozzo dimostra per lui il chiasmo che si è prodotto nella storia dell’uomo tra l’animalità e l’umanità. Mentre oggi l’uomo si afferma negando la propria origine animale relegandola nel tabù dell’animalità, ai tempi di Lascaux, all’origine, era l’uomo che provava vergogna della propria umanità dissimulandola sotto una maschera animale. L’originalità umana era vissuta cioè come un tragico distacco dalla propria natura profonda: perciò sacralizzata nell’animale prima di divenire, più tardi, sacrificabile. Il congedo dall’immanenza sacra dell’animale per entrare in un tempo consegnato alla sovranità del futuro e della ragione pratica del lavoro, avviene però solo con il primo atto veramente umano, cioè, per Bataille, col gesto artistico: libero, disinteressato, senza altra finalità se non quella del dispendio e della trasgressione di un ordine profano. Per questo Picasso, risalito alla superficie dopo l’immersione di Lascaux, disse che in fondo noi moderni «non abbiamo inventato nulla». Perché la trasgressione nell’arte delle leggi che ci determinano, l’immaginazione della libertà, apparve già col nostro primo vero fratello, l’uomo di Lascaux.

Corriere La Lettura 11.11.12
San Clemente. L’ospizio veneziano diventato hotel di lusso
Quanto è glamour l’isola dei pazzi
di Paolo Foschini

qui

Repubblica 11.11.12
Il mondo in un tag
di Maurizio Ferraris


Si chiama così il metodo di catalogazione dei testi sul web con parole chiave.
Una questione che riguarda non solo il sapere ma anche il potere
La Rete produce documenti che restano. È importante fare in modo che possano essere ritrovati e letti da più persone possibile anche se è passato del tempo.
Emblematico il caso di Twitter dove quel che accade è che si cerca di “eternizzare” l’attuale con l’hashtag

“Tag” propriamente significa “cartellino”, “etichetta”. Ed è il nome che si adopera per classificare un qualunque testo (verbale, visivo, musicale) pubblicato sul web, per descriverne l’argomento con una o più parole- chiave e facilitarne la ricerca. Un fenomeno elementare, in apparenza, ma che a ben vedere ci fornisce una via d’accesso privilegiata a uno dei maggiori problemi (o meglio enigmi) della nostra epoca. Questo: il web, attraverso tutti gli schermi (di computer, tablet, smartphone) che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno non fa che parlare di sé, eppure non sappiamo cos’è veramente. Riflettendoci un momento, la risposta viene dal nome preso spontaneamente dagli oggetti che popolano i nostri archivi digitali e i desktop, cioè le scrivanie (altro nome non accidentale) dei nostri computer: files (cioè cartelline), sistemi di scrittura, raccoglitori di immagini. Eureka: il web è un dispositivo che produce documenti, non è un apparato passivo, non è un tessuto ma un tessitore, e questa è la grande differenza rispetto a mezzi come la televisione o la radio, la cui funzione prevalente è trasmettere informazioni su eventi generati altrove.
Il web è dunque un sistema performativo, e non puramente descrittivo, e questo spiega perché abbia cambiato la nostra vita molto più dei mezzi di comunicazione di massa di cui viene impropriamente considerato l’erede. Sebbene possa svolgere le funzioni dei vecchi mass media, il web si distingue da essi perché è in grado di generare oggetti (dai biglietti aerei ai crediti alle scommesse); questi oggetti nascono dalla interazione tra soggetti, e si fissano attraverso apparati di registrazione. Così, se con “scrittura” intendiamo ogni possibilità di iterazione indefinita, il mondo sociale si manifesta come una scrittura generalizzata, che esplode, sparpagliandosi caoticamente, e insieme subisce un processo di inflazione che non ha precedenti, e che del resto non è estraneo alla crisi economica.
A questo punto, i problemi cruciali, e interconnessi, sono quelli della classificazione e della validazione di questo corpus bulimico e babelico. Ed è questa circostanza che ha determinato il rilancio della ontologia, questa specialità filosofica del Seicento riportata in auge inizialmente non dai filosofi, ma dagli informatici: come classificare i documenti di una amministrazione pubblica? Come costruire un database medico o un corpus giuridico unificato? Ci pensa il filosofo in collaborazione con l’informatico, il giurista, l’economista.
Resta però che, per quanto importanti, questi progetti possono al massimo generare delle isole d’ordine in un mare troppo grande per venire ordinato dall’alto. Soprattutto, di un mare che è disordinato, ma tende anzi a organizzarsi da solo, secondo principi abitudinari, quelli appunto generati dalla registrazione, dalla memoria che è la sua risorsa fondamentale e la sua anima autentica. Pensate a come il vostro computer o tablet o smartphone registra le parole che adoperate più frequentemente, e si ostini a imporvele anche quando voi vorreste scrivere altro, quasi che pretendesse lui di sapere che cosa volete dire voi (il bello è che talora ha ragione).
È a questo punto che intervengono i “tag”, che potremmo forse definire, in omaggio al postmoderno, delle “ontologie deboli” o “rizomatiche”. Come tali, sono appunto eredi delle parole- chiave che si trovano nei libri, per aiutare il bibliotecario. Qui però devono aiutare il lettore, che è un’altra cosa (e che del resto è spesso insoddisfatto dei cataloghi a soggetto). Inoltre, nel tag la parola-chiave la mette l’autore, e non necessariamente l’autorialità significa autorevolezza e precisione: non dimentichiamo che quando Colombo ha taggato la sua scoperta l’ha chiamata “India”, o che Dante ha intitolato la sua opera “Commedia”, che per gli standard contemporanei è un po’ confusivo. Allora deve decidere il lettore? Per un po’ sì lo si è pensato, e sono andate di moda le “folksonomies”, le classificazioni generate dagli utenti, ma è un fatto che forse sono un po’ meno confusi degli autori, ma certamente sono molto più numerosi e con opinioni contrastanti.
Negli ultimi tempi una delle soluzioni adottate da chi si occupa di progettare i siti è stata quella delle “parole-chiave”, in modo che la responsabilità del tag rimanga agli autori. È, emblematicamente, il caso degli “hashtag” in twitter, cioè di quelle parole marcate con il simbolo del cancelletto #. Si tratta, insieme a @, di un miracolato del web che in precedenza aveva vissuto – fuori del mondo angloamericano, dove è adoperato per una grande quantità di scopi – una esistenza umbratile, faticando a giustificare la propria enigmatica presenza sulle tastiere dei computer, mentre ora è il depositario del significato profondo del tweet. Se Manzoni avesse twittato l’inizio del Cinque maggio
lo hashtag sarebbe stato probabilmente #Napoleone o #Provvidenza, mentre hashtag come #maggio o #Sant’Elena sarebbero apparsi fuorvianti.
La responsabilità del tag ricade sugli autori anche nei giornali, dove però è importante il coordinamento di una struttura centralizzata, e l’adozione di alcuni principi di fondo. Il primo, ovvio, è che il tag è anche interpretazione: il “caso Ruby” è “gossip”, “Berlusconi” o “prostituzione minorile”? Nelle due classificazioni ovviamente è implicito un giudizio. Il secondo, meno ovvio, è che è meglio essere parsimoniosi nei tag, non metterne più del necessario e, se mai, ridurne il numero, appunto per contenere il carattere intrinsecamente inflattivo del web. Il terzo è che, nell’etichettare, è preferibile adottare l’universale che non il particolare: meglio etichettare “animali” che non “giraffe” (che costringerebbe a tag come “elefanti” e “gatti”).
Ma soprattutto si è capito quanto sia importante tener presenti le differenze specifiche della comunicazione nel web rispetto ad altri media, come la televisione e la carta stampata. Nella prima domina il tempo, nella seconda lo spazio, e queste due coordinate decidono che cosa vien detto e che cosa è taciuto. Nel web, invece, lo spazio e il tempo sono irrilevanti. Tutto resta, né ci sono problemi di spazio. Perciò chi mette un tag si sta impegnando su un arco temporale molto più ampio di chi fa l’occhiello di un articolo di giornale: stabilisce, in modo programmatico, un luogo in cui si raccoglieranno in futuro dei contenuti, o ridefinisce un campo in modo retrospettivo.
La morale è che quando qualcuno tagga un contenuto, non ha più necessariamente a che fare con l’attuale (né, reciprocamente, con l’effimero), e a ben vedere lo stesso termine “giornale” – e soprattutto “giornale di ieri” – risulta singolarmente fuorviante, se pensiamo alla natura dei contenuti in rete. In generale quel che si fa è una sorta di “eternizzazione” del proprio intervento. C’è anche un’altra morale su cui vale la pena di riflettere. Rispetto alle ontologie classiche, le tassonomie che risultano dai tag (le “tagsonomie”, si potrebbe dire) non sono ovviamente classificazioni gerarchiche, ma piuttosto paratattiche, orizzontali o meglio a forma di grafo. Dei rizomi, appunto, che però, diversamente dai rizomi amati dai rizomatici di una volta non possono permettersi il lusso di essere indisciplinati, perché gli errori di classificazione si pagano: in termini di fatica, di danni economici, di tempo perso, di disinformazione.

Repubblica 11.11.12
“Da Parigi a Berlino, contaminiamo le idee per realizzare finalmente una vera unità”
di Albert Camus


Nel 1955 il grande scrittore francese intervenne ad Atene
C’è bisogno di respiro, di grazia i valori sono isolati
La sovranità ha messo i bastoni tra le ruote della storia
La nostra è in primo luogo una civiltà pluralista
parlando di Europa tra antiche ferite e nuove speranze

Se riteniamo che la civiltà occidentale consista soprattutto nell’umanizzazione della natura, cioè nelle tecniche e nella scienza, l’Europa non solo ha trionfato, ma le forze che oggi la minacciano hanno mutuato dall’Europa occidentale le sue tecniche o le sue ambizioni tecniche e, in ogni caso, il suo metodo scientifico o di ragionamento. Vista così, in effetti, la civiltà europea non è minacciata, se non da un suicidio generale e da se stessa, in qualche modo. Se, viceversa, riteniamo che la nostra civiltà si sia sviluppata sul concetto di persona umana, questo punto di vista, che può essere altrettanto valido come lei ha ragione di sottolineare, porta a una risposta del tutto diversa. Vale a dire che probabilmente, dico probabilmente, è difficile trovare un’epoca in cui la quantità di persone umiliate sia così grande. Tuttavia non direi che quest’epoca disprezzi l’essere umano in modo particolare. Infatti contemporaneamente a queste forze, che definirei del male per semplificare le cose, non c’è dubbio che nel corso dei secoli si è progressivamente diffusa una reazione della coscienza collettiva e in particolare della coscienza dei diritti individuali.
Due guerre mondiali l’hanno soltanto un po’ logorata e credo sia ragionevole rispondere che la nostra civiltà viene minacciata nella misura esatta in cui oggi un po’ ovunque l’essere umano, viene umiliato.
A quest’utile distinzione posso aggiungere che potremmo chiederci, e parlo sempre al condizionale, se proprio il singolare successo della civiltà occidentale nel suo aspetto scientifico non sia in parte responsabile del singolare fallimento morale di questa civiltà. Per dirla diversamente se, in un certo senso, la fiducia assoluta, cieca, nel potere della ragione razionalista, diciamo nella ragione cartesiana per semplificare le cose, perché è lei al centro del sapere contemporaneo, non sia responsabile in una certa misura del restringimento della sensibilità umana che ha potuto, in un processo evidentemente troppo lungo da spiegare, portare poco alla volta a questo degrado dell’universo personale.
L’universo tecnico in se stesso non è una brutta cosa, e sono assolutamente contrario a tutte quelle teorie che vorrebbero un ritorno alla carrucola o all’aratro trainato da buoi. Ma la ragione tecnica, posta al centro dell’universo, considerata come l’agente meccanico più importante di una civiltà, finisce per provocare una specie di perversione, al contempo nell’intelligenza e nei costumi, che rischia di portare al fallimento di cui abbiamo parlato. Sarebbe interessante cercare di capire in che modo.
(...) Quali sono, innanzitutto, gli elementi che costituiscono la civiltà europea? Rispondo di non saperlo. Ognuno di noi però ha una prospettiva privilegiata, sentimentale in qualche modo, che d’altronde può essere ragionata e fondata su osservazioni, la quale ci fa preferire uno di questi elementi agli altri. Secondo me, e per una volta potrò rispondere in modo netto, la civiltà europea è in primo luogo una civiltà pluralista. Voglio dire che essa è il luogo della diversità delle opinioni, delle contrapposizioni, dei valori contrastanti e della dialettica che non arriva a una sintesi. In Europa la dialettica vivente è quella che non porta a una sorta di ideologia al contempo totalitaria ed ortodossa. Il contributo più importante della nostra civiltà mi sembra sia quel pluralismo che è sempre stato il fondamento della nozione di libertà europea. Oggi per l’appunto è questo ad essere in pericolo ed è ciò che bisogna cercare di preservare.
L’espressione di Voltaire che credo dicesse: «Non la penso come voi, ma mi farò ammazzare per lasciarvi il diritto di esprimere la vostra opinione», è evidentemente un principio del pensiero europeo. Non c’è dubbio che oggi sul piano della libertà intellettuale, ma anche sugli altri piani, questo principio viene messo in discussione, viene attaccato e mi sembra che vada difeso. Rispetto alla questione di sapere se alla fine si salverà e se il futuro sarà nostro, come si dice, ebbene a questo tipo di domande rispondo allo stesso modo in cui rispondo ad altre, che pongo a me stesso in situazioni simili. In alcune circostanze, mi sembra che un uomo possa rispondere: «Questa cosa è vera, secondo me, o probabilmente vera. Questa cosa dunque deve vivere. Non è sicuro che io possa farla vivere, non è sicuro che la morte non attenda ciò che mi sembra essenziale. Comunque, l’unica cosa che posso fare, è lottare perché viva».
Penso, che in questa fase l’Europa sia chiusa in un quadro rigido all’interno del quale non riesce a respirare. Dal momento che Atene dista sei ore da Parigi, che in tre ore da Roma si va a Parigi, e che le frontiere esistono solo per i doganieri e i passeggeri sottomessi alla loro giurisdizione, viviamo in uno stato feudale. L’Europa, che ha concepito di sana pianta le ideologie che oggi dominano il mondo, che oggi le vede voltarsi contro di essa, essendosi incarnate in paesi più grandi e più potenti industrialmente, quest’Europa, che ha avuto il potere e la forza di teorizzare tali ideologie, allo stesso modo può trovare la forza di concepire i concetti che permetteranno di controllare o equilibrare queste ideologie. Semplicemente ha bisogno di respiro, di grazia, di modi di pensare che non siano provinciali, mentre al momento tutti i nostri modi di pensare lo sono. Le idee parigine sono provinciali; quelle ateniesi anche, nel senso che abbiamo estrema difficoltà ad avere abbastanza con-
tatti e conoscenze, a contaminare quanto basta le nostre idee affinché si fecondino mutualmente i valori erranti, che sono isolati nei nostri rispettivi paesi. Ebbene, credo che quest’ideale verso il quale noi tutti tendiamo, che dobbiamo difendere e per il quale dobbiamo fare tutto ciò che è possibile, non si realizzerà subito. La «sovranità» per molto tempo ha messo bastoni in tutte le ruote della storia internazionale. Continuerà a farlo. Le ferite della guerra così recente sono ancora troppo aperte, troppo dolorose perché si possa sperare che le collettività nazionali facciano quello sforzo di cui solo gli individui superiori sono capaci, che consiste nel dominare i propri risentimenti. Ci troviamo dunque, psicologicamente, davanti a ostacoli che rendono difficile la realizzazione di questo ideale. Detto questo, (...) bisogna lottare per riuscire a superare gli ostacoli e fare l’Europa, l’Europa finalmente, dove Parigi, Atene, Roma, Berlino saranno i centri nevralgici di un impero di mezzo, oserei dire, che in un certo qual modo potrà svolgere il suo ruolo nella storia di domani.
La piccola riserva che introdurrò è la seguente. Ha detto che non si può affrontare dal punto di vista intellettuale il problema del futuro europeo, che non ci si può riflettere finché non avremo quella struttura a cui potremo fare riferimento. La mia riserva sta dunque nel dire: dobbiamo comunque affrontare il problema, dare un contenuto ai valori europei, anche se l’Europa non si farà domani. Mi ha colpito l’esempio che ha fatto poco fa. Lei ha sostenuto: «La Germania quando non era unita, non era una potenza». È verissimo. Nondimeno possiamo sostenere che la maggior parte delle ideologie contemporanee si è formata sull’ideologia tedesca del Diciannovesimo secolo, e che tutti i filosofi tedeschi che hanno fatto nascere quella nuova forma di pensiero precedono l’unificazione tedesca, naturalmente se consideriamo che l’unità tedesca si realizza nel 1871. Perciò è possibile influire su una civiltà, anche dallo stato di abbandono e povertà in cui siamo.
Il ruolo degli intellettuali e degli scrittori è in un certo senso quello di continuare a lavorare nel loro ambito, cercando di spingere la ruota della storia se possono farlo e se ne hanno il tempo, affinché al momento dovuto i valori necessari, non dico siano pronti, ma possano già servire come fermenti.
(...) La libertà senza limiti è il contrario della libertà.
Solo i tiranni possono esercitare la libertà senza limiti; e, per esempio, Hitler era relativamente un uomo libero, l’unico d’altronde di tutto il suo impero. Ma se si vuole esercitare una vera libertà, non può essere esercitata unicamente nell’interesse dell’individuo che la esercita. La libertà ha sempre avuto come limite, è una vecchia storia, la libertà degli altri. Aggiungerò a questo luogo comune che essa esiste e ha un senso e un contenuto solo nella misura in cui viene limitata dalla libertà degli altri. Una libertà che comportasse solo dei diritti non sarebbe una libertà, ma una tirannia. Se invece comporta dei diritti e dei doveri, è una libertà che ha un contenuto e che può essere vissuta. Il resto, la libertà senza limiti, non viene vissuta e ha come prezzo la morte degli altri. La libertà con dei limiti è l’unica cosa che faccia vivere allo stesso tempo colui che la esercita e coloro a favore dei quali viene esercitata.
(Traduzione di Alessandro Bresolin) © Éditions Gallimard, 2008 Tratto da Il futuro della civiltà europea, Castelvecchi editore 2012