mercoledì 1 novembre 2006

Apcom 31.10.06
Prc/ Bertinotti: non confluiremo nei socialisti europei
Sì a battaglie comuni, ma rafforzare il progetto della Sinistra europea


Roma, 31 ott. (Apcom) - "Una discussione tra amici, sui temi che si possono affrontare tra gente che ha in comune il progetto della Sinistra europea, con scambio di valutazioni sulle condizioni dei rispettivi Paesi": così il presidente della Camera Fausto Bertinotti spiega ai cronisti il senso del suo pranzo privato con i due leader del partito tedesco 'Die Linke', Oskar Lafontaine e Gregor Gysi.
Bertinotti non entra nel merito della discussione "per una questione di garbo", ma sull'ipotesi, lanciata ieri nel corso di un convegno dall'ex ministro socialdemocratico Lafontaine, di rapporti più stretti della Sinistra europea con il Pse, Partito dei socialisti europei, fino a una possibile, futura, confluenza, precisa: "E' un rapporto che si può determinare alla ricerca di convergenze, sia a livello di parlamento europeo sia nella costruzione di movimenti, come è stato fatto con alterne fortuna nella vicenda della lotta contro la direttiva Bolkestein".
Nessuna convergenza organizzativa? "Assolutamente no", replica il presidente della Sinistra europea. La questione "riguarda la ricerca di convergenze e possibili alleanze su singole questioni, restando, anzi, ancor più affermandosi la necessità di un progetto autonomo del Partito della Sinistra europea".

Apcom 31.10.06
Ungheria '56/ Giordano: il Pdci legittima i carri armati sovietici
Dal 2001 a oggi distanze più larghe tra noi e loro


Roma, 31 ott. (Apcom) - "No!", il punto esclamativo è testuale: è la risposta del segretario del Prc Franco Giordano a uno dei partecipanti al Forum online sul sito di Rifondazione, il quale chiedeva se le distanze fra i due partiti non siano superabili.
"Paradossalmente, dal 2001 ad oggi, le distanze - spiega Giordano - si sono vieppiù allargate. 2001...Genova: il PdCI criticò la nostra partecipazione a quel movimento, noi fondammo, proprio da quell'evento, una nuova cultura politica che ha innovato in maniera irreversibile, il nostro modo di essere ed innovare il mondo e la società. Da quel giorno abbiamo prodotto un'esperienza di innovazione politico culturale su grandi temi a partire dalla non-violenza".
"2006...Fausto Bertinotti Presidente della Camera, nell'anniversario dell'invasione dell'Ungheria, dice che i vinti di ieri sono i vincitori dell'oggi, il PdCI - sottolinea ancora il segretario del Prc - lo contesta apertamente, fino al punto di legittimare in qualche forma, i carriarmati sovietici (la storia deciderà). Per me, quell'idea di concezione dello stato, del partito e del partito-stato non è declinabile con la parola comunismo. Sempre di più quella parola allude ad una grande idea di trasformazione sociale e si allontana dalla semplice occupazione del potere".
"La parola 'comunista' sempre di più la coniugo - afferma ancora il leader del Prc - con il grande tema dell'uguaglianza e della libertà. La mia identità la verifico e la misuro ogni giorno nell'iniziativa sociale. Siamo proprio due mondi diversi, per questo la Sinistra Europea ha una grande tensione anti-capitalistica che nasce dal rapporto con i movimenti e dalla grande innovazione culturale e politica".

Liberazione 1.11.06
Polemiche nella maggioranza sulle pensioni e sulla manifestazione di sabato prossimo contro il precariato. Il giornale della Margherita attacca il Prc, il ministro Ds mette in discussione il programma. La risposta di Franco Giordano
Bertinotti a Chiti: il programma c’è. Ed è vincolante per tutta l’Unione
Il “Rutellismo”, cioè il feticismo di governo
di Rina Gagliardi


Tre giorni al 4 novembre, e alla prima vera prova di movimento, nell’era del governo Prodi. A dispetto dei problemi (politici), delle polemiche e delle strumentalizzazioni che fin qui l’hanno accompagnata, la manifestazione Stop precarietà si annuncia grande, partecipata, multiforme. Da Rifondazione comunista, per dire, arriveranno quasi ventimila persone, su pullmann, treni, mezzi propri. Dalla Fiom, sono previste comunque diverse migliaia di partecipanti. Insomma, sarà un corteo “vero”, nient’affatto simbolico e neint’affatto - ci si può scommettere - “politicistico”. Naturalmente, la malattia del politicismo è tutt’altro che sconfitta e continua, anzi, a determinare con pesantezza il panorama politico nazionale.

Ne è un bell’esempio lo scomposto attacco che Europa - il quotidiano della Margherita, pardon il giornale quasi personale di Francesco Rutelli - riservava ieri a Rifondazione comunista. Nell’editoriale (non firmato, quindi attribuibile al direttore Stefano Menichini) si afferma che “il partito di Giordano rimane l’unica forza di notevoli dimensioni che aderisce ad un corteo ormai dichiaratamente antigovernativo”. Ecco due gravi inesattezze in una sola frase: primo, forze come il sindacato metalmeccanico e l’Arci, che il 4 saranno in piazza, sono di dimensioni rilevanti, assai più di quanto non lo sia (ancora) il Prc; secondo, il carattere “antigovernativo” del corteo non ha nulla di “oggettivo”, è la scelta “soggettiva”, soggettivissima, di alcune delle forze che vi aderiscono - come i Cobas. Ma questi, per Europa, sono trascurabili dettagli. Il suo bersaglio autentico è ben altro: è il programma dell’Unione sulla base del quale il governo Prodi è stato votato dalla maggioranza degli elettori italiani - sia pure una maggioranza “risicata”, come si usa dire nel linguaggio corrente. La lotta contro la precarietà del lavoro (e della vita) è scritta a chiare lettere in quel documento, ed è un impegno che il presidente del consiglio ha spesso ribadito con forza? Non importa, ai rutelliani interessa oggi, soprattutto se non esclusivamente, l’“allargamento del consenso sociale” nell’area moderata, sui contenuti che Confindustria indica con tanta precisione. La controriforma delle pensioni, all’opposto, non è contemplata dal programma, più o meno come le ossessive privatizzazioni di Linda Lanzillotta? Non importa, la campagna elettorale è ormai alle nostre spalle. E se è difficile, quasi impossibile, cambiare la maggioranza di governo e alterarne la “chimica” formale, si può sempre aggirare l’ostacolo: la coalizione resta la stessa, ma il programma si cambia - si stravolge, si rovescia come un calzino. Perciò, dice Europa, Rifondazione comunista è così “stucchevole”, con il suo “ambiguo rigorismo” di lotta e di governo: perchè si fa interprete delle attese e delle domande non della sua base, ma di milioni di elettori dell’Unione. E perchè tiene aperte, ohibò, le contraddizioni che in tanti vorrebbero rapidamente chiudere.

Ora, però, polemiche a parte, ci rendiamo perfettamente conto che - non solo dalle sponde margheritine - quella che si va esprimendo è anche una “solida” certezza della politica, uno schema ereditato da una tradizione che, mentre tutto passa e deperisce, sembra più viva che mai. Come recita questo schema? Non solo che in politica o stai al Governo o stai all’Opposizione - o così o Pomì, secondo un fortunato slogan pubblicitario di qualche anno fa - ma che è questa la determinazione essenziale della tua identità, delle tue lotte, delle tue iniziative. In conseguenza, la discriminante “vera” diventa quella che passa tra governisti - appiattiti, arrotolati, sprofondati nel governo di cui fanno parte - e antigovernisti - identificabili e identificati nella battaglia senza quartiere contro il governo di cui non fanno parte.

Il risultato di questa distorsione, pur confortata dalla autorevolezza della storia, è che l’unica soggettività sovraordinatrice - l’unico Fine per cui combattere o non combattere - è il Governo. E’ il trionfo dell’autonomia “assoluta” della politica, sganciata dal suo contenuto essenziale, la lotta paziente per la trasformazione della società e per un’alternativa al neoliberismo. E’ il politicismo, di cui - come si è visto nelle fasi che hanno preceduto la manifestazione di sabato - cade vittima anche una parte del movimento, e della sinistra radicale.

Forse, in questa concretissima circostanza di lotta, conviene anche avviare una riflessione di fondo sul rapporto governo-partiti-movimenti. Intanto, il governo è uno strumento - una delle leve importanti (ma non onnipotenti) che si possono (o non si possono) utilizzare per aiutare processi di cambiamento. In termini diversi, lo stesso principio vale rispetto alla presenza nelle istituzioni rappresentative - che pure, un tempo non poi così lontano, costò discussioni molto accese nel movimento operaio e nello schieramento dei rivoluzionari. Governo, parlamento, assemblee elettive, governi locali: in una democrazia sia pur malamente liberale, sono tutti luoghi, relativamente autonomi, della decisione e della lotta politica. Qual è oggi, dentro di essi, la funzione precipua che spetta alla sinistra alternativa? Quella, ovvia, di battersi sui contenuti (sociali, culturali, eccetera) che ne qualificano la “ragione sociale”. Ma, anche e sopratutto, quella di mantenere questi luoghi permeabili alle domande di massa - prima che, anche qui da noi, si chiuda il cerchio del processo di americanizzazione, e le istituzioni si separino radicalmente dalla vita normale delle persone. Ai partiti, come tali, e ai movimenti, spetta un’autonomia che - forse con un pizzico di retorica - possiamo definire come sacra: autonomia nella visione generale di società e nelle proposte strategiche, autonomia nelle piattaforme rivendicative e nelle proteste, autonomia nell’esercizio del diritto fondativo (rifondativo) della politica attuale, la partecipazione.

Vogliamo guardare, in quest’ottica, alla manifestazione contro la precarietà? Chi pensa che questo drammatico problema del nostro tempo («non c’è più il proletariato, c’è solo il precariato» diceva l’altro giorno Oskar Lafontaine, al convegno promosso dalla Sinistra Europea a Roma), questa scelta strategica del capitalismo contemporaneo, questa palese dimostrazione del suo carattere ormai regressivo e tendenzialmente barbarico, chi pensa che si possa cavarsela gridando quattro slogan incazzati contro Prodi o il ministro Damiano (anzi, Ferrero, secondo la logica che il più vicino è anche il più indiziato di colpevolezza), è certo libero di farlo. Otterrà, tutt’al più, lo spazio mediatico che, molto generosamente, i giornali di destra vorranno consentirgli. Ma forse il nemico da sconfiggere, l’opposizione da mettere in campo, l’identità programmatica da costruire - prima di tutto nel movimento - sono un po’ più grossi...

Liberazione 1.11.06
Una grande mostra a Milano restituisce l’immagine integrale
di un artista che non fu solo pittore
Umberto Boccioni, futurista anche nella scultura
di Roberto Gramiccia


Se fra gli artisti del XX° secolo in Italia non ci fossero stati De Chirico e Boccioni, il nostro credito internazionale nell’ambito delle arti visive moderne sarebbe molto minore. Il primo fu l’inventore di quella “avventura metafisica” che tanta e autonoma parte ebbe fra le Avanguardie Storiche. Il secondo fu l’artefice massimo, il teorico e il trascinatore del Futurismo in arte. Questo movimento fu anch’esso una avanguardia internazionale che nonostante la difficoltà a liberarsi dalla puzza di fascismo di cui era impregnato, alla fine, ha conosciuto la collocazione che merita nella storia dell’arte del secolo che ci ha preceduto.

I compromessi con il regime, infatti, e le contiguità con esso non debbono e non possono far velo ad un giudizio storico-culturale sereno ed equilibrato. E allora non si può negare che il Futurismo e Boccioni, nonostante le molte fesserie belliciste e filofasciste declamate, siano stati i portatori di un vero e proprio ciclone autenticamente innovativo, ove si eccettui il ricorso sbracato a trombonismi e a pratiche paracircensi.

E’ merito della grande mostra, “Boccioni pittore scultore futurista”, Milano, Palazzo Reale, fino al 7 gennaio, per la cura di Laura Mattioli Rossi, l’aver richiamato l’attenzione su questo grande pittore calabrese (nato a Reggio nel 1882) che si legò profondamente al capoluogo lombardo. A Milano infatti Boccioni visse e lavorò intensamente, divenendo il cantore di uno sviluppo urbano impetuoso e moderno che trovava in questa città la sua massima espressione.

Il pregio più grande di questa importante esposizione è la capacità di mettere a fuoco l’attività di scultore dell’artista che rappresenta uno degli aspetti meno studiati della sua febbrile e purtroppo breve attività (Boccioni morì in guerra cadendo da cavallo a soli 34 anni). Le settanta opere esposte, fra dipinti, disegni e sculture sono messe a confronto con quelle di illustri compagni di strada: Balla e Severini (futuristi anche essi), Picasso e scultori come Medardo Rosso e Rodin.

Nel 1912, dopo aver visitato gli studi parigini di artisti di come Archipenko e Brancusi, Umberto Boccioni pubblicò il “Manifesto tecnico della scultura futurista” per dare alle stampe, due anni dopo, “Pittura Scultura futuriste”. In quel breve periodo si concentra la sua attività plastica con la realizzazione di tredici sculture che definire innovative è poca cosa. Solo con gli anni questo suo “salto in avanti” sarà riconosciuto, sino a far sì che una delle sue celebri sculture “Forme uniche nella continuità dello spazio” sia stata persino scelta per rappresentare l’arte italiana sulla moneta da venti centesimi di euro; per non parlare del fatto che il recente Guggenheim Museum di Bilbao si ispira dichiaratamente al suo “Linee di forza di una bottiglia”. Nonostante ciò, mentre dipinti come “La città che sale”, tanto per citare un titolo, sono relativamente noti, non altrettanto si può dire della sperimentazione plastica del grande futurista.

Del resto per Boccioni pittura e scultura sono la stessa cosa. Entrambi debbono muoversi a partire dal tumulto della vita e del suo movimento (dinamismo plastico), oltre la staticità cézanniana e la tradizione realista, sviluppando e portando alle estreme conseguenze le ricerche del Divisionismo e dell’Impressionismo e, in scultura, quelle di Medardo Rosso. «Il dinamismo - si legge nel Manifesto futurista - è la solidificazione dell’impressione senza amputare l’oggetto o isolarlo dal solo elemento che lo nutre: la vita, cioè il moto». E ancora: «I nostri corpi entrano nel divano su cui ci sediamo, e i divani entrano in noi, così come il tram che passa entra nelle case, le quali a loro volta si scaraventano sul tram e con esso si amalgamano». Tutto è complementare e soprattutto ogni cosa è in movimento. Linee di forza, quindi, piuttosto che piani proporzioni e eleganza di forme, “contrasti simultanei” di colori e di linee. Spirito antigrazioso e violenza espressiva completamente disinibita da ogni retaggio decorativo. In pittura e in scultura.

Ma ogni violenza si acquieta in presenza di un presagio di morte. Fu così che Boccioni che poi tanto gurerrafondaio non doveva essere - se è vero che confessò: «La guerra, quando si attende di battersi, non è che questo: insetti più noia più eroismo oscuro» - in una delle sue ultime opere, “Ritratto del maestro Ferruccio Busoni”, sembra “fermarsi” a riflettere.

Liberazione 1.11.06
Atlantide, l’isola fantastica si trova nelle mappe del dubbio
Intervista a Sergio Frau, autore di un libro-inchiesta che identifica la mitica terra con la Sardegna e le Colonne d’Ercole con il canale di Sicilia, un tempo molto più stretto di quanto sia oggi
di Marco Sedda


Le mappe del dubbio. Così le chiama Sergio Frau, inviato culturale del quotidiano la Repubblica, nel suo libro Le Colonne d’Ercole, un’inchiesta. Come, quando e perché la Frontiera di Herakles/Milqart, dio dell’Occidente slittò per sempre a Gibilterra (edizioni Nur Neon, 2002, euro 30). Sono le cartine che illustrano lo Stretto di Gibilterra e il Canale di Sicilia come dovevano essere nel quarto millennio avanti Cristo, disegnate facendo emergere le terre che si trovano a 200 metri sotto il livello dell’acqua, ovvero riportando la geografia a prima dell’ultima glaciazione. Ma se lo Stretto rimane praticamente invariato, il Canale si restringe notevolmente, con la Sicilia che da una parte si salda con Malta e dall’altra lambisce la Tunisia. Il Canale diventa così un doppio stretto, «una vera tenaglia pronta a chiudersi», scrive Frau. E dalla visione delle due mappe nasce la domanda che darà lo spunto al libro e alla rivoluzionaria teoria che vuole dimostrare: «Era davvero quello di Gibilterra, laggiù, lo Stretto delle Colonne d’Ercole?». Nel tentativo di dare una risposta, Frau per tre anni studia e svolge un’accurata indagine sui tempi antichi. Il frutto di questo paziente lavoro è un’avvincente saggio di 672 pagine, arricchito da foto, disegni e ricostruzioni grafiche. Frau consulta e sviscera in modo sistematico le fonti e la geografia di ieri, mette sotto processo Eratostene, il geografo che colloca le Colonne d’Ercole nello Stretto di Gibilterra, esamina e compara il parere degli studiosi moderni, intervista e dà la parola agli esperti antichi: Platone, Esiodo, Pindaro, Erodoto, Aristotele, Omero, Strabone. Dall’inchiesta emerge una potente teoria che scombina la storia degli albori dell’uomo: le Colonne d’Ercole da principio si trovavano nel Canale di Sicilia. Lo spostamento delle Colonne, «la Cortina di Ferro dell’antichità», ha una conseguenza ancora più sconvolgente: «Perché al di là delle Colonne c’è un’isola - si legge nel Timeo di Platone - e da quest’isola si arriva alle altre isole e al continente che tutto circonda… Il suo re è figlio di Poseidone, il Mare. Il suo nome è Atlante». Quest’isola, cerca di dimostrare Frau, oggi è conosciuta col nome di Sardegna.

Allora Frau, nel suo libro sostiene una teoria rivoluzionaria.
Sì, ma ho preso tutte le precauzioni e un anno e mezzo di aspettativa dal mio giornale per verificare le fonti. L’idea mi è venuta leggendo il libro Quando il mare sommerse l’Europa, di Vittorio Castellani, accademico dei Lincei e astrofisico alla “Normale” di Pisa. Castellani scrive che nel Mediterraneo esistevano due stretti, di Gibilterra e quello tra la Sicilia e la Tunisia, molto più piccolo rispetto a come lo conosciamo oggi perché la Sicilia era attaccata a Malta e la Tunisia più estesa. Leggendolo mi è venuto il dubbio: se gli stretti erano due, chi ha messo le Colonne laggiù, quando quello della Sicilia era molto più pericoloso? Era il settembre 1999 e il libro è uscito nel 2002. In tre anni di studi ho setacciato le fonti antiche, sono partito da Omero che non cita mai le Colonne d’Ercole, per poi passare a Esiodo, che scrive dell’Etna, mentre è Pindaro il primo che le nomina, nel 476 avanti Cristo, e parla di lagune e bassi fondali, come è per l’appunto il Canale di Sicilia. E’ qui che San Paolo naufraga, è qui che Roma perde 150 navi e riesce a sconfiggere Cartagine solo quando riproduce lo scafo di una nave catturata.

E riposizionando le Colonne d’Ercole identifica Atlantide con la Sardegna. E’ così?
Premetto che non ho mai cercato e letto un libro su Atlantide, non mi piacciono i misteri. Il mio libro è un codice d’accesso, una mappa. In Platone c’è il ricordo di un’isola eccezionale e strabiliante che a un certo punto collassa. E questo coincide con tutto quanto gli antichi hanno scritto. Si parla di un paradiso di ventimila torri che d’improvviso diventa un inferno di malaria e fango. Per questo ipotizzo che la Sardegna sia stata spazzata da una sorta di tsunami. Platone scrive di terribili cataclismi marini che distruggono l’isola e che avvengono mentre i suoi abitanti, i Sardi-Shardana, navigavano verso l’Egitto.

Uno tsunami ha dunque posto fine alla grande civiltà che popolava l’isola?
Anche Giovanni Lilliu, accademico dei Lincei e massimo conoscitore della civiltà nuragica, parla della fine dell’età dell’oro e sente lo iato tra un prima e un dopo. E il nuraghe che Lilliu riporta alla luce, Su Nuraxi di Barumini, era sepolto sotto il fango. Inoltre i sardi convivono con il ricordo di un isola fantastica. Naturalmente questa teoria va verificata con analisi marine, geologiche e mineralogiche. Non pretendo di avere ragione ma chiedo il diritto di parlarne liberamente, mentre contro di me le Soprintendenze sarde per i Beni Archeologici hanno raccolto circa trecento firme, quasi tutte di loro dipendenti e collaboratori, ma senza mai farmi obiezioni vere. Mi portino le prove e mi dimostrino il contrario. Mi contestano ma non danno una risposta sul perché c’è il fango sui nuraghi. La verità è che hanno tentato di sporcare il mio lavoro per paura, per tigna. Per fortuna la mia tesi è condivisa dai più grandi esperti di storia antica.

A suo avviso quale risultato ha ottenuto con questa inchiesta?
Quello di aver esaminato una moltitudine di prove e documenti che vanno comunque ancora approfonditi. Il libro illumina alcuni indizi che danno una nuova prospettiva al problema: per cominciare non è ammissibile che si costruiscano migliaia di torri lì dove c’era la malaria. Quella dei nuraghi è una realtà sottostimata: si parla ancora di ottomila nuraghi, ma è un calcolo dei militari datato 1948. Da notare che abbiamo una doppia tipologia di nuraghi: quelli costruiti più lontano dal mare e in altura, come il nuraghe Losa e quello di Sant’Antine, sono rimasti perfetti, mentre se si scende di quota si trovano in condizioni disastrose. Inoltre ci sono una serie di segnali esterni, come lo Ziggurat di Monte d’Accoddi, che denotano contatti con il mondo esterno che cessano d’improvviso. Un altro esempio: quando i Fenici arrivano nell’isola, nel dodicesimo secolo avanti Cristo, Tharros è già distrutta. E in Sardegna trovi l’eterna primavera, gli agnelli che nascono due volte l’anno, la longevità, il dolce clima, come nella descrizione che gli antichi facevano di Atlantide.

Il libro come è andato?
Un successo che non mi aspettavo: sono state vendute 37 mila copie, altre seimila del secondo libro (Le Colonne d’Ercole, un bilancio, i progetti), venduto a prezzo di costo, 15 euro, e che ora esce con 70 pagine in più. E a marzo Le Colonne d’Ercole, un’inchiesta uscirà in Germania e in Spagna.

Poi c’è la mostra Atlantikà: Sardegna, Isola Mito che supporta la sua teoria.
Dopo Cagliari, l’Unesco l’ha voluta ospitare a Parigi, e ora fino al 12 novembre si può visitare anche a Roma all’Accademia nazionale dei Lincei (al secondo piano di Palazzo Corsini in via della Lungara 10, dalle 9,30 alle 13,30, ingresso gratuito, ndr), e da dicembre si sposterà al Museo delle scienze di Torino.

Sta già pensando al prossimo libro?
Sarà un lavoro sui legami tra gli etruschi e i sardi. I punti fermi sono Strabone, Platone, Esiodo, quando parla dei Tirreni che governano sulle isole sacre, e Plutarco: in Vita di Romolo racconta che quando Roma celebrava la vittoria su Veio, città dell’Etruria, i sardi venivano venduti all’asta. E questo succedeva perché i romani erano convinti che gli etruschi fossero coloni dei sardi. Ma ci sono altri indizi: un popolo di mare come gli etruschi che si stabilisce sulle alture appenniniche, come se avesse una terribile paura del mare, e che paga Caronte per essere traghettato nell’isola dei padri. E che dire di tutti i bronzetti nuragici ritrovati nelle tombe etrusche?

martedì 31 ottobre 2006

l'Unità 31.10.06
Qui Budapest, la voce libera di Fossati
di Vittorio Emiliani


IL RICORDO Fu il primo giornalista italiano ad arrivare nella capitale ungherese. E su l’Avanti! del 23 ottobre 1956 comparve la sua prima cronaca dall’insurrezione

Luigi Fossati fu il primo giornalista italiano ad arrivare a Budapest, nell’ottobre del 1956, cioè all’epoca dei fatti di Polonia e di Ungheria. Il suo primo articolo per l’Avanti! di Milano, dove lavorava da quando aveva poco più di vent’anni (all’epoca ne contava una decina di più) reca la data del 23 ottobre. «Lo ricordo benissimo a Berlino, pieno di vitalità, con la sua 1100 scassatissima - mi dice il “ministro degli esteri” di Berlinguer, Sergio Segre, sodale di quegli anni berlinesi. Abitavamo a Berlino Est dove anche l’Avanti! aveva un ufficio di corrispondenza».
Quando si manifestano a Budapest i primi segnali di reazione all’occupazione sovietica e al regime imposto da Mosca (presidente del Consiglio, Mathias Rakosi, segretario, davvero ottuso, del partito, il burocrate Geroe) Fossati può accorrere più rapidamente dalla sua sede di Berlino Est. Un altro giornalista italiano, Ilario Fiore del Tempo di Roma, è arrivato nella capitale. Il 27 ottobre vi approderà anche Vittorio Mangili inviato della Radiotelevisione Italiana, autore di ottimi e documentati servizi. Più tardi giunge Indro Montanelli, il quale vedrà fortemente incrinato nelle giornate dell’insurrezione il suo cinismo da reazionario (quale si definisce con una punta di compiacimento).
Fossati annota fin dall’inizio: «Le interpretazioni sui fatti di Budapest si accavalleranno, nei prossimi giorni. Assisteremo certo a deformazioni e a interpretazioni di comodo, a speculazioni e a tentativi di minimizzare (…) sentiamo il dovere di sottolineare che i soldati sovietici hanno sparato su manifestanti che, nella loro maggioranza - operai e studenti - non erano nemici del socialismo, ma auspicavano uno sviluppo democratico del loro paese, secondo le proprie tradizioni, secondo i propri bisogni». A rischio della vita, sta fra la gente, nel vivo degli scontri (che racconta con una prosa tesa, lucida, appassionata), segue pure di notte i gruppi giovanili più attivi. I ragazzi agitano bandiere nazionali con lo stemma dell’eroe risorgimentale Kossuth. All’uscita dagli uffici e dalle fabbriche si uniscono a loro impiegati e operai i quali scendono dai tram ormai fermi. Non ci sono incidenti. Fossati nota gruppi «che mostrano di cercare intenzionalmente incidenti… per sfogare rancori e delusioni vecchie di anni. Fino alle venti però non ci furono incidenti». La polizia non interviene, quando è apparsa è stata applaudita, i soldati ungheresi fraternizzano coi dimostranti.
Ora parla alla radio il segretario del partito Geroe. «La sua è una dichiarazione assurda, pericolosa, priva di qualsiasi contatto con la realtà, schematica, provocatoria», osserva a caldo Fossati. «Guardo le persone che mi stanno intorno, mentre l’interprete mi traduce e vedo i loro volti farsi cupi, delusi». Geroe, di fronte a tanta urgenza, rinvia il Comitato centrale ad una settimana più tardi. Poco dopo la polizia interviene con le armi facendo i primi morti: «Ho visto due morti (un ragazzo di vent’anni e una donna di mezz’età) e una decina di feriti … In altre zone della città scoppiano incidenti a catena, si cominciano a udire il crepitare dei fucili, le raffiche di mitra». Una colonna di manifestanti marcia verso piazza Stalin e vi abbatte, a colpi di mazza e di fiamma ossidrica, la statua bronzea del dittatore russo, alta più di quattro metri.
Le sparatorie si fanno più forti e frequenti. Il giornale Szabad Nep diffonde un volantino nel quale «saluta il corteo e la manifestazione possente del popolo di Budapest che ha lo scopo di sviluppare la democrazia socialista e il rinnovamento della vita pubblica ungherese». Fossati si dirige subito alla redazione di Szabad Nep, tentando di collegarsi col suo giornale a Milano. Ci prova per tre ore, vanamente. Non può neppure tornare all’Albergo Duna dove è alloggiato. Sono le quattro del mattino, la nebbia invade Budapest, si odono sempre degli spari anche se più radi. «Ormai si udiva lo sferragliare dei carri armati che stavano arrivando in città», è la conclusione di questo suo primo servizio da Budapest in rivolta, datato 23 ottobre.
È un noto direttore d’orchestra, Mario Rossi, alla guida, allora, dell’Orchestra della Rai di Torino, in Ungheria per concerti, a portare a Milano i primi scritti di Fossati. Sono corrispondenze del tutto «oneste», sul piano politico e cronistico. In Italia le informazioni risultano assai scarse e di parte. L’Unità ha assunto quasi subito un atteggiamento di condanna dei moti ungheresi allineandosi alla versione sovietica. Palmiro Togliatti li ha bollati come «controrivoluzione». I giornali borghesi, dal canto loro, cercano in parte di accreditare (non lo farà invece Indro Montanelli) la versione di una rivolta, tout court, di destra, contro il comunismo.
L’articolo del 24 ottobre ha un titolo esplicito: Operai e studenti sono per il socialismo. I fatti smentiscono dunque la versione che la radio di stato ungherese continua ad accreditare, l’alibi cioè degli «elementi fascisti e reazionari» ai quali la sicurezza è costretta a rispondere col fuoco e i sovietici con essa. Ai gruppi di insorti si affiancano reparti dell’esercito magiaro. L’inviato dell’Avanti! viene sorpreso dal coprifuoco lontano dall’Hotel Duna. Passa la notte in una caserma «improvvisata degli insorti, vicino a piazza Deak». Assiste ad una sorta di assemblea. I giovani sono, nonostante tutto, «ottimisti, pieni di entusiasmo».
Finalmente, il 26 ottobre, il giornale del Pc ungherese deplora la repressione violenta. I sindacati chiedono la cessazione dei combattimenti, la formazione di un governo largamente rappresentativo guidato da Nagy, la costituzione di una Guardia nazionale formata da studenti e operai, l’immediato ritiro delle truppe sovietiche. Anche gli operai sono in armi e presidiano le fabbriche. Finalmente si giunge ad una tregua. «Forse i morti di Budapest - scrive Fossati - sono più di duemilacinquecento, i feriti nell’ordine di sei o settemila». Anche il mestiere del cronista è diventato rischioso. «Oggi un giovane fotoreporter, Jean-Pierre Pedrazzini di Paris Match, è stato gravemente colpito da una raffica e si teme per la sua vita. Due altri colleghi sono rimasti feriti leggermente». L’ex presidente della Repubblica, Zoltan Tildy, ha invitato il primate, cardinal Mindszenty «a tornare nella sua sede e a contribuire alla pacificazione degli animi… Ma comprenderà il cardinale, che in più di un’occasione s’è fatto sostenitore delle posizioni politiche più intransigenti e reazionarie, la situazione particolarmente delicata del proprio paese?» Le notizie si accavallano, febbrili. In una città «che non ha fiori sufficienti per tutti i suoi morti».
Purtroppo il governo di Imre Nagy fatica a controllare la situazione. Rispondendo alla richiesta che sale dal popolo, compie un gesto esemplare e denuncia il Patto di Varsavia pur ribadendo i vincoli di amicizia coi Paesi vicini e con l’Unione Sovietica. Il Pc ungherese si è sciolto per dare vita al Partito operaio socialista ungherese, di cui è segretario Janos Kadar il quale dichiara solennemente: «Il nostro sarà un Partito senza dogmatismi, che si appoggerà alle tradizioni progressive della storia e della cultura ungheresi. Non vogliamo più la dipendenza politica, non vogliamo che il Paese diventi teatro di guerra». L’inviato dell’Avanti! traccia il quadro variegato delle formazioni politiche: oltre al Partito operaio socialista, ci sono il Partito dei piccoli agricoltori, il Partito contadino, il Partito Socialdemocratico che si pensa raccoglierà consensi nei distretti industriali, il Partito cattolico democratico e il Partito popolare democratico. Hanno tutti vita difficile. La socialdemocratica Anna Ketly è bloccata a Vienna dove si è riunita l’Internazionale Socialista.
Domenica 4 novembre il tragico epilogo col ritorno in massa dei carri armati sovietici. Ormai, «circolare per le strade è praticamente impossibile». Lo stesso Kadar è il capo del governo imposto da Mosca. La battaglia torna a divampare. Fossati si mescola agli insorti e parla a lungo con loro, soprattutto con alcuni intellettuali del Circolo Petoefi. «Olasz», italiano, annota, è «un lasciapassare di amicizia». Domenica 11 novembre è il giorno, tristissimo, degli addii, «dopo essere stato testimone per venti giorni dei sanguinosi avvenimenti di Budapest». La capitale è ancora imbandierata, uomini e donne portano «il nastrino tricolore listato a lutto, con un atto di decisione accorata». E conclude: «Il carattere popolare della sollevazione ungherese è innegabile» e lui ha sentito «un obbligo morale» raccontare quei venti giorni con grande scrupolo, cronistico e politico.
Le corrispondenze di Gigi Fossati usciranno nel gennaio successivo con la prefazione di Pietro Nenni, raccolte e arricchite da due saggi, nel primo dei «libri bianchi» che per Einaudi cura proprio quell’Antonio Giolitti uscito, all’ultimo Congresso, dal suo ex partito, il Pci, dopo aver pronunciato un chiaro, inequivocabile discorso di radicale, dissenso. Ha lasciato la sala e il Pci nel gelo della platea. Nel chiudere la prefazione a Qui Budapest di Fossati, Nenni scrive (ed è già un manifesto politico per gli anni a venire) che i fatti ungheresi «investono la stessa concezione comunista della conquista del potere e della dittatura del proletariato, quale si è storicamente configurata nel corso degli ultimi quarant’anni». Certo, il racconto di quei giorni, esaltanti e insieme terribili, che noi ventenni ascoltammo alla radio, in preda ad una grande emozione e commozione, o leggemmo sulle colonne dell’Avanti! soprattutto grazie ad un testimone come Luigi Fossati, ci fece capire che il comunismo era la strada sbagliata, anche in Italia, e che il socialismo democratico era invece quella giusta. Fossati ebbe poi una bella carriera giornalistica, corrispondente del Giorno da Germania, Gran Bretagna e Urss, condirettore (con Italo Pietra) del Messaggero e poi direttore dello stesso giornale sino al 1979. È scomparso, a soli 64 anni, nel settembre del 1991, nella stessa clinica e negli stessi giorni in cui si spegneva Italo Pietra, eccellente conoscitore dell’Est e amico dello scrittore ungherese Tibor Dery.

il manifesto 31.10.06
Germania Incontro con i due leader di Die Linke
Gysi e Lafontaine, prove tecniche di nuova sinistra
«In Germania, e anche in tutta Europa, comincia a emergere il rifiuto delle politiche neoliberali. Ma spesso la protesta sfocia a destra o nel distacco dalla politica. Obiettivo di una sinistra alternativa è ridare risposte e rappresentanza al malessere sociale»
di Luciana Castellina


È il più stravagante e popolare (persino un po' adoccidente, dove il suo partito non riesce a prender voti) dei leaders della austera Pds: Gregor Gysi, qui a Roma su invito della «sorella» Rifondazione comunista, assieme a Oskar Lafontaine, che con lui condivide la direzione del gruppo parlamentare, forte di più dell'8% dei voti conquistati nelle elezioni di un anno fa dalla lista formata dal vecchio partito ex comunista della Germania orientale e dalla nuova aggregazione nata a occidente per protestare contro la deriva neoliberale di Spd e Verde(la Wasg).
È il dissidente più celebre d'Europa, protagonista di un gesto di rottura clamoroso: l'abbandono del partito dove aveva militato per anni, ricoprendo nientemeno che la carica di presidente e di ministro delle finanze, e questo solo poco dopo la riconquista socialdemocratica del governo, perso sedici anni prima. Di lui, l'ex cancelliere Schroeder ha detto, nel libro di memorie appena uscito, che è il più grande uomo politico della Germania e che avrebbe potuto essere a capo del governo, al posto suo, solo che l'avesse voluto. Ma - aggiunge Schroeder - ha avuto paura di assumere questa reponsabilità ed è scappato.
Ricordo quando, indiscusso leader della Spd, eletto a furor di popolo dai delegati del suo partito a un congresso dove l'apparato aveva scelto una figura assai più scialba e moderata, Lafontaine aveva presentato il «suo» candidato alla cancelleria. «Schroeder sembrava il cavallo esposto per la corsa dal padrone della scuderia» - aveva commentato ironico un gionnalista. E così in effetti era. Perché non si era presentato lui stesso alla sfida? Perché poi ha repentinamente abbandonato ogni responsabilitè ritirandosi, silenzioso, per anni, nella sua Sahr? È vero che ha paura?
Sebbene qui per parlare dell'oggi è inevitabile partire da queste domande, che dominano del resto la stampa tedesca in queste settimane, perchè Lafontaine ha naturalmente risposto alla provocazione contenuta nelle memorie del suo ex compagno di partito.
«Che io abbia paura di governare è naturalmente una sciocchezza: sono stato a capo dell'esecutivo, come sindaco e poi come presidente di Land molti più anni di Schroeder. Se ho scelto lui come candidato per la cancelleria è perché ormai sono i media a inventare i presidenti: tutta la stampa tedesca aveva condotto una campagna - non innocente - per imporlo nei sondaggi e non era più possibile fare altrimenti».
Un po come con Segoline in Francia?
«Per l'appunto. La tendenza si rafforza. Ma io con Schroeder avevo fatto un patto. Scritto e sottoscritto: lui, una volta cancelliere, si impegnava ad attuare il programma del partito, punto per punto. E io mi ero anche preso, personalmente, la responsabilità più «rognosa»: il ministero delle finanze. Altro che paura! Quel patto lui l'ha violato. E io non avevo altra scelta: o aprire una tremenda crisi nel partito e nel paese, o andarmene».
Siamo seduti a un tavolo in attesa della conferenza che i due leaders della nuova forza politica tedesca, la quarta dopo Cdu, Spd e Liberali, prima dei Verdi, debbono tenere in una sala del Parlamento, una iniziativa pubblica fra molti incontri istituzionali di alto livello. E nella conversazione si intrecciano le voci di Gysi e quella di Lafontaine, del resto molto consonanti.
La prima domanda è ovviamente sull'Italia: qui i loro compagni del Partito della Sinistra europea sono al governo, loro in Germania hanno rifiutato anche solo l'ipotesi di coalizzarsi con la Spd ( che peraltro, bisogna riconoscerlo, non avrebbe acconsentito). È possibile che sia la socialdemocrazia che il partito della Sinistra che state costruendo cambino d'avviso?
«Perchè si possa - risponde Gysi - la Spd deve tornare a essere socialdemocratica» (in Germania, nonostante tutto, questa parola non ha l'accezione negativa che ha tutt'ora da noi, almeno nella sinistra alernativa. Evoca anzi una tradizione gloriosa, che ancora si rimpiange). «Noi poniamo tre condizioni molto semplici. Primo: uscire completamente dalla guerra in Afghanistan e in Iraq». Però Schroeder non ha mandato truppe in quel paese... «Sì, ma abbiamo offerto le nostre basi aeree perché altri bombardassero. È quasi lo stesso», incalza Lafonaine.
«La seconda condizione - riprende Gysi - è invertire la rotta della politica neoliberale, smetterla con il dumping sociale, garantire un minimo di giustizia sociale. Per esempio: introdurre il salario minimo garantito, come lo Smig in Francia. Infine: rendere la condizione della gente dell'est uguale a quella dell'ovest. Il nostro paese è tutt'ora diviso in due».
Tutti parliamo di un'alternativa al neoliberismo, ma per ora nessun governo di sinistra, o meglio di centrosinistra, perchè questi abbiamo avuto e abbiamo, è riuscito a praticarla. Cosa avete in mente voi per battere la Cdu?
«Innanzi tutto - dice Gysi - se non si fa una politica alternativa la Cdu, così come le forze politiche analoghe, sono destinate a vincere sempre». «Il fatto è - aggiunge Lafontaine - che la sinistra ha perduto nella società, non ha più egemonia. Il neoliberismo in questi ultimi vent'anni ha penetrato la cultura della stessa sinistra. È anche per questo che dobbiamo costruire un nuovo partito, un partito 'gramsciano', che si ponga l'obiettivo di riconquistare l'egemonia. Stiamo cercando di farlo. E non sono pessimista. Perchè c'è un nuovo problema sociale emergente, una nuova classe mal pagata, senza sicurezza nè avvenire. I precari sono oggi in Germania 10 milioni. Diffidano della democrazia, non partecipano alle elezioni, non hanno rappresentanza. Così come del resto i piccolissimi imprenditori, espulsi dal mercato, anche loro in qualche modo precari. Dobbiamo cercare di dargliela, una nuova rappresentanza».
Per fare un nuovo partito dovete anche creare una coalizione fra est e ovest: la presenza del Partito della Sinistra è tutt'ora del tutto sproporzionata, vuol dire che non c'è intesa fra i due pezzi di società. Come fare?
«Il fatto è che quelli dell'ovest guardano a quelli dell'est accusandoli di esser responsabili dei loro nuovi guai; quelli dell'est guardano a quelli dell'ovest giudicandoli complici dei loro disagi. E nessuno guarda invece in alto, a chi detiene le vere reponsabilità. Bisogna creare fiducia reciproca, prima di tutto».
Né Oskar né Gregor sono comunque sfiduciati, anzi. «Il pendolo sta girando - dicono. Comincia a esserci un rifiuto dei valori e delle ipotesi neoliberali».
E però nelle ultime elezioni, quelle per il Senato di Berlino, non solo avete perduto parecchi voti ma i due tronconi del nuovo partito, la ex Pds ora partito della sinistra e la Wasg, l'aggregazione dell'ovest, hanno addirittura presentato due liste distinte, quest'ultima disperdendo il 3,5 per cento dei voti, perché non è riuscita a passare lo sbarramento del 5 per cento.
«Proprio il fatto che ci siamo presentati divisi è all'origine della nostra flessione. Ma non bisogna sopravvalutare il fatto - dice Lafontaine - perchè a Berlino, ma solo qui, abbiamo un gruppo che resiste fortemente all'unificazione con la Pds. Non è così ovunque».
In questi giorni sono in corso negoziati fra Wasg e Pds da un lato e Spd dall'altro per ridar vita alla coalizione che ha governato il Land della capitale negli ultimi quattro anni, la prima coalizione «rosso-rosso» (la Spd viene chiamata ancora con questo colore) che si sia mai avuta in Germania. Cosa farete, ripeterete l'esperimento che pure è costato così caro, perchè la Pds ha dovuto condividere i pesanti tagli alla spesa sociale operati dal Senato, e che ora rischia di essere anche più grave, visto che la Corte ha ritenuto che i debiti di Berlino, essendo eccessivi e ingiustificabili, non debbano esser ripianati dal governo federale?
«Credo che il negoziato andrà in porto e che la coalizione si rifarà - dice Lafontaine - ma chiediamo qualche garanzia perché non si ripeta quanto è accaduto in passato. Una soluzione al deficit c'è, è una nuova politica fiscale. In Germania la media del contributo è la più bassa d'Europa: 34per cento contro la media europea che è a 40, senza contare i paesi scandinavi dove è al 50 e più. Con l'introito si potrebbero ripianare tutti i deficit pubblici. Ma è evidente che una decisione simile può prenderla solo il governo federale. E comunque occorrerebbe un'armonizzazione fiscale nell'Unione europea. E non dovrebbero esserci gli obblighi di Maastricht. In fondo una cosa buona Schoreder l'ha fatta - commenta Lafontaine - non ha tenuto conto di Maastricht e ha sforato allegramente il tetto previsto. Il risultato è che oggi in Germania c'è una ripresa economica che altrove manca».
È difficile unire in un solo partito anime e tradizioni culturali così diverse come quelle che si stanno congiugnendo ora nel Partito della sinistra? Da noi in Italia vediamo quanto pervicaci e resistenti sono le radici di ognuno....
«Sì è difficile», rispondono i due leader quasi in coro. «Ma ci sono oggi nuove domande sociali che hanno bisogno di nuove risposte, dunque di nuove culture». «Il rinnovamento della Pds - aggiunge Gysi - è stato più complesso proprio perchè avevamo scarsissimo contatto con la «Germania occidentale, siamo rimasti un partito popolare (e spesso di governo, a livello locale) dell'est. Ora abbiamo l'occasione per cambiare. Così come i sindacalisti dell'ovest avranno la possibilità di capire meglio l'est».
Un'ultima domannda a Lafontaine. C'è speranza di un recupero della Spd? Qual è la forza delle sue correnti di sinistra?
«La mutazione del partito è stata profonda e ha intaccato anche la sua sinistra. Non c'è più niente che somigli al Frankfurter Kris, la potente corrente di sinistra che per molti anni ha avuto molta influenza sul partito. Deve prima cambiare la società, è qui che deve esserci una ripresa dell'egemonia della sinistra. Deve cambiare il Zeeitgeist, lo spirito del nostro tempo»

TgCom 31.10.06
"La prigione non mi fa paura"
La verità della Franzoni in un libro


''In tutti questi anni non sono mai stata angosciata dalla prospettiva del carcere, o del manicomio. Sono stata inquisita come responsabile dell'omicidio di Samuele e condannata in primo grado. Questa certezza accusatoria mi perseguita". E' quanto scrive Annamaria Franzoni, condannata a 30 anni per l'omicidio del figlio, nel libro ''La verita''' in uscita il 12 novembre e di cui il settimanale Gente pubblica alcuni stralci.

Il libro della Franzoni scritto con l'inviato di Gente Gennaro De Stefano si apre con il ricordo di Papa Giovanni Paolo II, che, nel luglio del 2001, in vacanza in Valle d' Aosta e, di passaggio vicino a Cogne, prese in braccio e accarezzò il piccolo Samuele, "un ricordo che io e mio marito Stefano conserviamo gelosamente''. Nel volume dopo aver ripetuto ''Non sono un'assassina, e non sono pazza. Sono soltanto una madre'', la donna ripercorre, attimo per attimo, le emozioni provate la mattina del 30 gennaio 2002, a Cogne, quando lei è appena rientrata nella villetta dopo aver accompagnato allo scuolabus il figlio maggiore. ''Il piumone copre completamente il letto - si legge - penso che Samuele si sia nascosto per farmi lo scherzo del cucu, ma, nello stesso momento, sento un respiro strano, prendo il piumone e lo alzo, buttandolo sul letto. Un sussulto. Urlo Samuele, ma la voce è affogata. Lo choc è grande, un tonfo al cuore, tutto si ferma e il respiro manca. Sobbalzo indietro, non capisco ciò che vedo, non capisco, lo chiamo ma lui è lì fermo, solo un rantolo del respiro, gli occhi socchiusi, il viso pallido, bianco, tanto sangue intorno a lui. Una grossa e profonda ferita in mezzo alla fronte fino all' occhio (...) lo tocco, mi accorgo di avere sul dito una sostanza bianca (...) penso che forse mi ha chiamato talmente forte che, insistendo, gli è scoppiata la testa''.

Poi, dopo aver raccontato del suo arresto in piena notte a casa del padre, la triste e rassegnata ammissione: ''Ero certa che non sarei sopravvissuta a un figlio, perché non c'è dolore più innaturale, straziante e terribile (...). Sono stata inquisita come responsabile del suo omicidio assurdo e condannata in primo grado. Secondo la giustizia italiana, l'avrei ucciso con lucidità, cinismo e spietata freddezza. Poi un gruppo di cosiddetti scienziati della mente, senza mai incontrarmi, ha stabilito che soffro di crepuscolo della memoria e che, se a uccidere mio figlio sono stata io, allora in quel momento ero inferma di mente (...). 'Non può essere stata che lei è la frase più ricorrente, perché in quella stanza non c'era nessun altro''. Questa certezza accusatoria mi perseguita fin dalla detenzione alle Vallette di Torino (...) dove il magistrato, anche sulla base di una consulenza errata, mi disse: ''Non le credo, lei capisce. Gli zoccoli... chi poteva indossare i suoi zoccoli?''. Ma la Franzoni, con amarezza aggiunge: ''Alla fine gli zoccoli, assunti dal pm come prova della mia colpevolezza, persero di significato. Io, intanto, m'ero dovuta difendere da un'accusa basata su una prova non veritiera''.

La ''mamma'' di Cogne conclude così il suo racconto: ''In tutti questi anni non sono mai stata angosciata dalla prospettiva del carcere, o del manicomio. La detenzione mi ha sempre fatto meno paura dell'ospedale psichiatrico, è vero, ma io non ho mai accettato nessuna delle due ipotesi".

Infine l'ammissione dell'angoscia più grande che la perseguita dal 30 gennaio del 2002: "Nel pozzo nero nel quale qualcuno, volontariamente o no, mi sta facendo sprofondare, il terrore è sempre stato solo quello, pur volendolo con tutte le mie forze, di non riuscire a conoscere il nome dell'assassino del mio piccolo Samuele (...) ucciso in quel modo da qualcuno che ancora gira libero''.


Liberazione 31.10.06
Intervista a Franco Giordano. “L’Unione deve respingere le ingerenze. Non basta dire che non c’è alternativa a Prodi: non c’è alternativa al programma”
«Con la minaccia della Grande Coalizione Confindustria vuole spingere a destra il governo»
di Stefano Bocconetti


Franco Giordano è in una pausa del seminario con i leader della sinistra tedesca, della Linke. Gli portano le agenzie della mattinata. Dove, come ormai accade da qualche giorno, tiene banco il tema della “grande coalizione”. Molti -a destra - la invocano, anche se ieri è stata un po’ la giornata delle “seconde file”. Ma sono anche tanti quelli che, magari dopo qualche ambiguità iniziale, ora la negano. Senza mezzi termini. Fassino per fare l’esempio che conta di più. E’ netto come rare volte gli è capitato: «Centrosinistra e centrodestra sono alternativi», dice. Resta il fatto però che il tema è entrato nell’agenda politica.
«La destra fa il suo lavoro, non c’è dubbio. - dice il segretario del Prc - Però a me piacerebbe che chi, nel nostro schieramento, avesse voglia di larghe intese si fermasse un attimo ad analizzare quel che è successo davvero in Germania. Sarebbe bastato che fosse venuto qui, al nostro seminario».

E cos’è accaduto in Germania?
Che la socialdemocrazia è crollata e che il governo con la destra è quasi paralizzato. Col risultato di una crescita della passività politica delle persone, che ha portato a cifre di astensionismo sconosciute in Germania. E con una politica sociale che ha prodotto solo una ripresa del conflitto. Per dirne una, è di pochi giorni fa, un’imponente manifestazione contro le scelte economiche della Merkel e dei suoi alleati.

Come si traduce questo in Italia?
Che chi dalle nostre parti fosse attratto da quella sirena deve sapere che il risultato sarà la distruzione dei soggetti politici organizzati. In particolare i diesse, esattamente come sta avvenendo coi socialdemocratici in Germania. Ma anche la Margherita difficilmente ne uscirebbe indenne.

Eppure gran parte del dibattito politico italiano ruota attorno a questa proposta.
Ecco il punto. Io non credo che gli ispiratori di questa proposta pensino davvero alla possibilità di una Grosse Koalition a Roma. Questa opzione però viene usata esattamente come una frusta. Viene agitata, viene mostrata non tanto e non solo per disegnare un diverso quadro politico, quanto per imporre, qui ed ora, politiche neocentriste, neoliberali.

Gli ispiratori, dici. Chi sono? Le destre? Berlusconi? Casini?
Più semplicemente la Confindustria. Montezemolo, i suoi giornali. Hanno deciso di intervenire nelle scelte programmatiche del governo, hanno deciso che è arrivato il momento di ridimensionare il ruolo di Rifondazione, della sinistra della maggioranza. E guarda che tutto ciò è di una gravità senza precedenti.

Senza precedenti? Ma l’associazione degli industriali non è nata proprio per strappare soldi e commesse dai governi? Da tutti i governi?
Mai però era accaduto quel che sta avvenendo in queste settimane, in questi giorni. Con la Confindustria - e i suoi strumenti - che entrano direttamente, senza mediazioni, nella politica. Nella sfera autonoma della politica. Dettando programmi, formule di governo, dettando alleanze ai partiti.

Ma perché proprio ora?
Perché finita la Finanziaria, sono convinto che comincerà la partita vera. Quella sulla riforma delle pensioni e su tutti quei temi che si dovranno discutere a quello che chiamano “il tavolo delle compatibilità”.

Cosa vuole davvero Montezemolo?
A me sembra chiaro. Vogliono elevare l’età pensionabile, per garantirsi la lucrosa gestione dei fondi pensione. E vogliono, finalmente - finalmente per loro - arrivare a quello che il contratto dei metalmeccanici è sempre riuscito a stoppare: la flessibilità degli orari di lavoro.

A quel punto, che fa la sinistra?
Inutile spiegare che per noi quei temi sono irricevibili. Non se ne parla nemmeno. Ma aggiungo che a chi vuole difendere davvero questo governo non può più bastare la cautela. No, non può bastare.

Che vuoi dire?
Che davanti all’offensiva della Confindustria, non basta più dire che occorre stare tranquilli, o limitarsi a spiegare che non esiste una “fase due”. Così come non basta più sostenere che questa maggioranza non ha alternative. Credo che a questo punto, sia diventato indispensabile far capire che non esistono alternative al programma dell’Unione. Voglio essere ancora più chiaro: mi fa piacere sentire che molti, anche oggi, insistono sul fatto che l’Unione deve essere autosufficiente. Benissimo, ma bisogna fare un passo in più: l’importante è che le pretese confindustriali non “entrino” nelle scelte di questo governo, nelle sue opzioni strategiche.

E siamo alla cronaca, al vertice di sabato a Villa Pamphili.
Vedi, anche lì. Io sono d’accordo con Rutelli quando dice che c’è la necessità di aumentare il consenso sociale attorno al governo. Ma il punto è proprio questo: il consenso lo si recupera facendo leva sul programma, come io credo, o c’è qualcuno che pensa ad altro? E poi, a cosa pensa?

Già, a che cosa pensano?
Davvero non lo so. E ti dico di più: credo che lo stallo nella definizione di una piattaforma riformista, quella che avrebbe dovuto essere alla base del partito democratico, diventa uno dei varchi dentro cui passa la Confindustria. Senza progetto, insomma, Montezemolo ha gioco facile ad imporre il suo.

Per capire: stai dicendo che i “riformisti” sono generici? E’ così?
Sento che Rutelli, e anche un po’ Fassino, dicono che ora è arrivato il momento del rilancio della crescita. Ma esattamente che vuol dire? Non capisco. A quello, non doveva essere destinato il cuneo fiscale? Alle imprese sono finiti 2,5 miliardi di euro, saranno cinque i miliardi di euro a regime. Soldi - diciamocelo, francamente - distribuiti sulla base della vecchia filosofia per cui il taglio del costo del lavoro fa sviluppo. Ipotesi falsa, sbagliata, negata dalle vicende di questi anni. E ora che vogliono? Chiedono altri soldi? E c’è ancora qualcuno disposto a darglieli? Non mi pare che si possa neanche discutere di questo.

E allora, tornando al vertice, com’è andato davvero?
Mi sembra che sia andato bene soprattutto per un elemento. Che tutti - ma proprio tutti - abbiamo deciso di rinsaldare il legame col blocco sociale che ha consentito di mandare le destre all’opposizione. E le possibilità di emendare, di modificare la Finanziaria mi sembra che siano inserite in quell’obbiettivo. Per capire: dobbiamo garantire che fino a 40 mila euro - netti, parlo di netto - anche se piccolo, dovrà esserci un primo risarcimento. Dovrà vedersi in busta paga, insomma. E dobbiamo parlarne già da domani (oggi per chi legge c’è il vertice dei capigruppo sull’argomento, ndr). Così come non dovrà esserci l’obbligo alla privatizzazione dei servizi pubblici, quello che pretendeva la Lanzillotta. Restare al programma, insisto. E tornare ad ascoltare la nostra gente. Penso ai pensionati in piazza oggi, ai ricercatori, agli universitari, tutti in lotta per chiedere più risorse. E penso ai precari che saranno in piazza il quattro novembre. Mobilitazioni che devono trovare un governo in grado di ascoltare.

Visto che ci siamo, parliamo anche delle altre sollecitazioni esterne. Quelle che arrivano, per esempio, per cambiare subito la legge elettorale. In senso ipermaggioritario. Che ne pensi?
Al vertice siamo stati chiarissimi. Anche a noi, ovviamente, interessa, come a tutti i democratici, modificare questa legge, brutta e sbagliata. Noi pensiamo ad una soluzione alla tedesca. Se ne può discutere, comunque. L’unica cosa che non si può fare è che qualcuno, magari attraverso il referendum, provi a rafforzare il potere dei partiti più grandi, a scapito non delle forze più piccole, ma a scapito della rappresentatività del sistema elettorale. Questo aprirebbe un problema serissimo all’interno della coalizione. Ecco perché abbiamo chiesto che non ci sia alcun apporto al referendum da parte delle forze organizzate dell’Unione. Altrimenti, come dire?, liberi tutti.

E Prodi?
M’è sembrato importante il suo assenso.

L’ultima cosa. Ma dì la verità: sei tranquillo per il voto sulla Finanziaria? Anche al Senato?
I numeri sono quelli che sono, lo sappiamo tutti. Però io sono convinto di una cosa: che la compattezza della maggioranza al Senato può essere la condizione per aprire contraddizioni fra le destre. Per questo atteggiamenti come quello di Dini o di De Gregorio mi sembrano francamente inaccettabili. Semplicemente perché aprono la speranza alla destra. Che altrimenti non ne avrebbe.

Liberazione 31.10.06
Il presidente della Camera ieri a Torino per la conclusione di “Terra Madre”
Bertinotti: «La grosse-koalition sarebbe un tradimento»
di Checchino Antonini


«Anche la democrazia deve lottare contro le sofisticazioni. Come il cibo». Quando Fausto Bertinotti ha concluso così il suo intervento dalla tribuna di “Terra Madre”, l’incontro mondiale delle comunità del cibo, c’è stato chi s’è chiesto se, tra le adulterazioni della politica, ci sia la grosse-koalition che aleggia a intermittenza sul dibattito politico nostrano, già da prima delle elezioni.

Il cibo, d’altra parte, è una potente metafora della politica se è vero che «il cibo è cultura e l’uomo è ciò che mangia». Le migliaia di delegati di Terra Madre lo reclamano «buono, pulito, giusto», con le parole di Vandana Shiva, fisica ed economista indiana, figura di spicco del pensiero no-global. E quei tre aggettivi dovrebbero connotare anche la qualità della politica. E così si augura anche il ministro degli Esteri D’Alema chiudendo i lavori. Allora c’entra la grande coalizione? C’entra. ma non è una causa in sé. E’ la conseguenza di un processo in cui «l’economia prende il sopravvento sulla politica. Un processo da mettere radicalmente in discussione», si augura il presidente della Camera a margine dell’assemblea di contadini, cuochi, pescatori, nomadi ricercatori di cinque continenti. Dopo il tormentone domenicale innescato dalle anticipazioni del nuovo libro di Vespa, Bertinotti chiarisce ai cronisti che la coalizione ampia «è un tradimento del mandato elettorale, una lesione dello spirito profondo della democrazia». Anzi, sarebbe, perché il problema di un governo di larghe intese che arrivi a scalzare Prodi, semplicemente, «non esiste». Uno scenario che lui non immagina. Bertinotti scommette sulla durata del Professore, «con tutti i suoi problemi». Non che gli sfugga «la sotterranea agitazione sul tema». Ma, quando a tirarlo fuori è stato Berlusconi, «è stato rifiutato esplicitamente e unanimemente da tutto lo schieramento della maggioranza».

6500 delegati in rappresentanza di 1600 comunità sparse per il pianeta e messe in connessione da internet. Non hanno una struttura piramidale e nemmeno la cercano. Terra madre - parole di Vandana Shiva - «è un’alleanza globale in difesa delle singole diversità». A Bertinotti, platea e palco così varipopinti, fanno venire in mente l’assemblea dei Sem Terra brasiliani di Porto Alegre. Prima di lui “Carlin” Petrini, fondatore di Arcigola, prima, e di Slow food poi, aveva introdotto l’ultima delle cinque giornate di dibattiti in parallelo al Salone del Gusto, abitato nelle stesse ore da 200mila visitatori. E’ la seconda volta che Terra madre, scadenza biennale, “contamina” la principale kermesse enogastronomica italiana. E se dieci anni fa, il 75% degli espositori del salone erano commercianti e il rimanente produttori, oggi quella relazione s’è invertita. Una missione che pareva impossibile, tacciata di anacronismo, e che Carlo Petrini, «sciamano riconosciuto» - per Bertinotti - indica «riconquista della centralità del cibo». Sarebbe «un’ovvietà» ma l’economia di mercato trasforma le persone in consumatori e consumati, produce disastri ambientali e umanitari. Terra madre, invece, crea («ogni produttore è creativo») gesti di fraternità altrove impossibili come quando, incontrandosi al Lingotto le delegazioni mediorientali hanno bagnato il pane nel sale.

Giusto, il Lingotto. C’era una volta una fabbrica, sorta dalla «lunga e tormentata fase dell’industrializzazione del nord del mondo», spiega ai convenuti l’ex sindacalista divenuto da sei mesi il presidente della Camera dei deputati. Sono stati gli operai di fabbriche come questa a «costruire la democrazia ma al prezzo del cibo e della memoria oscurata dalla crescita impetuosa e contraddittoria». Intrecciando globale e locale, Bertinotti entra in sintonia con la platea. Racconta delle Langhe che Nuto Revelli aveva visto come “Terra dei vinti” e che ora sono state reinventate dalla riscoperta di saperi e sapori antichi. Dice di papà Cervi che andò in Urss e riuscì a conversare con contadini della Moldavia, contadini come lui, senza sapere una parola di russo. «La cultura di chi produce è universale», segnala Bertinotti. Quello che tiene insieme le comunità del cibo è «il cemento dell’intelligenza affettiva», aveva detto anche “Carlin”. E’ il contrario della globalizzazione reale, «gigantesca ristrutturazione del capitalismo» che trasforma natura e umanità in «variabili dipendenti dall’economia». Bertinotti l’ha imparato a Marcinelle da un vecchio minatore che gli spiegò di come il carbone valeva più della vita umana: «Non ci sia più nulla che valga più della vita», dice allora ai produttori di vita. Vandana Shiva la globalizzazione la chiama «fascismo del cibo» perché produce malnutrizione al sud e obesità al nord, desertificazione e distruzione delle biodiversità ovunque. E uccide e solo in India - denuncia - processi come la cosiddetta proprietà intellettuale dei semi - l’80% è di Monsanto - hanno indotto 140mila suicidi tra gli agricoltori poveri. E semina contraddizioni la globalizzazione. Per dire: Lula stravince in Brasile, e tutti applaudono. Bertinotti vi riconosce il «rinascimento latino americano» malgrado «la sua esperienza di governo difficile e controversa». Vandana ricorda che quel Paese è anche il maggior produttore mondiale di semi di soja ogm. Altra contraddizione: Vandana incita a sfruttare «l’agonia del Wto». D’Alema la fredda: «Sarebbe un guaio, dobbiamo aprire i nostri mercati». Ma anche lui riconosce che «l’omologazione è totalitarismo» e che si potrebbe interpretare «in un modo diverso il mondo globale». Lui lo chiama multilateralismo. Chissà però se s’è riportato alla Farnesina il “Manifesto per il futuro dei semi”, programma che i delegati riporteranno nei rispettivi territori per cercare alleanze in nome della libertà: dalle privatizzazioni, dai brevetti, dalla biopirateria, dalle tecnologie suicide (perché le sementi ibridate non si riproducono) che producono i «semi della schiavitù». Prossima stazione, a gennaio, il Forum sociale mondiale di Nairobi e fra due anni di nuovo a Torino.

I delegati si scambiano saluti e doni, abbracciano il loro “sciamano”, i cronisti riportano le domande sulla politica italiana mentre il presidente della Camera si avvia a concludere il breve tour nella “sua” Torino con una visita alla mostra sulla “Rinascita del Parlamento. Dalla Liberazione alla Costituzione (50mila visitatori tra Roma, Genova e Torino, ndr) ”. «Che effetto le fa sentire che è la destra a scendere in piazza contro la Finanziaria?». «In un certo senso è un bene - risponde Bertinotti - vuol dire che sta all’opposizione».

Liberazione 31.10.06
Intervista ai due portavoce del gruppo unico Die Linke-Pds al Parlamento tedesco. “Oskar il rosso”: «Ci vuole una ripartenza, dobbiamo saper parlare ai precari»
Lafontaine e Gysi: «Una sinistra nuova con una nuova lingua»
di Anubi D’Avossa Lussurgiu


Oskar Lafontaine e Gregor Gysi in Germania sono, in due persone, la voce unica del gruppo parlamentare di “Die Linke”-Pds: nato dal processo di convergenza del Partito della sinistra democratica a dominante tedesco-orientale e della Wasg che all’Ovest ha scelto l’uscita da sinistra dalla crisi socialdemocratica dell’era Schroeder. Un esperimento che ha dato abbondanti frutti nelle ultime elezioni tedesche. Mentre lo sviluppo ulteriore delle scelte della punita Spd è stato il governo di Grande Coalizione con i democristiani e cristiano-sociali della Cdu-Csu, che lo guidano con la cancelliera Angela Merkel. Fuori da questo gioco, Die Linke è un pezzo importante, significativo oltre le dimensioni nazionali, della vicenda della “Sinistra europea”. In qualche modo, questa si misurerà anche nei successi e nei limiti che incontrerà questa sinistra tedesca.

Ai due presidenti della rappresentanza di “Die Linke”, a Roma, chiediamo come e dove va quest’esperienza di sinistra nuova, in quel quadro politico tedesco. Parla Gysi, ex segretario della Pds. «E’ lui l’esperto», commenta Lafontaine. E Gysi la prende da lontano, apparentemente: «La sinistra - dice - ha dovuto subire una dura sconfitta in Europa e nel quadro globale. Il crollo del “socialismo di Stato” ha colpito anche la sinistra democratica. Quando ho fondato la Pds l’obiettivo era, in sostanza, trovare una via di salvezza per quel che c’era da salvare, ossia la giustizia sociale. Allora dissi che una nuova idea per la sinistra poteva venirci da quanto accadeva in America Latina. E in effetti questo adesso sembra confermato con gli esperimenti in corso, anche al governo, come in Venezuela e Bolivia. Anche in Europa, gli sviluppi del capitalismo fanno ora sì che la sinistra ridiventi una calamita di consensi. In Germania, dove la Pds era diventata un grande partito all’Est ma non all’Ovest, quando Schroeder ha insediato il suo primo governo la gente ha pensato a possibilità di miglioramenti. E’ sulla delusione di queste aspettative che è nato un nuovo partito di sinistra ad Ovest, una formazione socialista a sinistra della Spd, per la prima volta dal 1949. Nel 2005 ci siamo uniti e questo ci ha fatto raggiungere risultati singolarmente impensabili. Il processo, ora, va avanti - conclude Gysi -; il 16 giugno 2007 si formerà organicamente il nuovo soggetto, con il congresso costitutivo». E qui Lafontaine aggiunge, scandendo in italiano: «E’ quello che voi chiamereste congresso d’unità».

E’ ad “Oskar il rosso” che chiediamo quanto e come questa «unità» configuri una possibilità di rappresentanza efficace. Lafontaine ci risponde filosoficamente: «Puntiamo al fatto che lo spirito dei tempi (Zeitgeist) cambi. Intanto è cambiata la società, per la prima volta in Germania c’è un precariato diffuso. Sono 10 milioni di persone non rappresentate dai partiti classici. E non a caso la metà dei tedeschi tende ora a non andare alle urne. Così se i due grandi partiti, Spd e Cdu-Csu, sommati hanno il 62 per cento, in realtà rappresentano per il 31. C’è - chiosa l’ex leader e ministro socialdemocratico - un grande problema democratico. E il nuovo partito dovrà presentarsi anzitutto come un progetto per la democrazia». Come, però? «Deve, intanto, lavorare fianco a fianco con i sindacati e i movimenti. Si tratta anzitutto di conquistare una nuova credibilità politica. Perché il dramma degli ultimi decenni è stato questo: l’abbandono della rappresentanza sociale da parte della sinistra». Lafontaine prende una pausa e riprende pensosamente: «Ci vuole una ripartenza, con un’azione che riconquisti fiducia. Prendiamo gli studenti: vogliono lavoro e reddito ma anche loro possono inviare centinaia di curricula senza ottenere altro che precariato. E’ interessante vedere se Die Linke riesce ad intercettare questo disagio».

Ma, intanto, c’è la Grande Coalizione: non rischia di acuire quella crisi democratica, al tempo stesso bloccando il quadro politico? «Sulla prima parte hai ragione, certamente è un fattore di crisi ulteriore», annuisce Lafontaine. E prosegue Gysi: «Ma per noi la Grosse Koalition rappresenta anche una chance per affermare una maggiore credibilità. Naturalmente, sarebbe meglio se fossimo già uniti. E il processo unitario comporta l’impegno degli otto decimi del tempo». Come contate, allora, di qualificare il nuovo soggetto rispetto a questo quadro? Risponde ancora Gysi: «Avremo un nuovo programma e un nuovo statuto. E una nuova composizione dei delegati. Saremo a tutti gli effetti un partito nuovo. Anche agli effetti giuridici». E Lafontaine commenta: «Saremo riuniti sotto una nuova bandiera». Poi, sorridendo, prosegue in italiano: «Una rossa bandiera». Serio, soggiunge: «Un nuovo programma sociale, soprattutto, che sia in grado di esprimere la passione dell’utopia».

A proposito: la pace. Il governo di Grande Coalizione ha appena pubblicato il Libro bianco della difesa, nel quale si ripromette di rompere i “tabù” che parevano positivamente acquisiti in Germania e indica l’orizzonte della «proiezione globale» della «forza militare tedesca». Si anima Lafontaine e interviene con foga: «E’ la continuazione della politica del governo Schroeder, sin dai tempi del Kosovo». E Gysi: «Allora la Cdu si arrabbiò solo perché non erano loro a guidare l’intervento». Riprende Lafontaine: «Si può dire che in Germania, su questo piano, c’è da 10 anni una Grosse Koalition che comprende non solo Spd e Cdu-Csu, ma anche verdi e liberali. Io pongo sempre, al Bundestag, la domanda: cos’è il terrorismo? Siamo i soli a darne una definizione. A dire che il terrorismo è l’uccisione di innocenti in spregio al diritto. Sosteniamo che perciò è terrorismo l’11 settembre, come lo sono gli attentati kamikaze: e che lo sono anche le guerre in Afghanistan e in Iraq. E siamo i soli a sostenere che il terrorismo non può essere combattuto col terrorismo». Conclude Oskar il rosso: «La nuova sinistra serve anche ad avere una nuova politica estera. E la nuova sinistra deve parlare una nuova lingua. Noi pensiamo in concetti, ma i concetti sono quelli informati dal neoliberismo. Dobbiamo condividere una nuova grammatica e un nuovo lessico».

Se è così, e se è chiaro che questa “missione” deve dotarsi quanto meno d’una dimensione europea, qual’è la vostra aspettativa nella sinistra europea? E visto che si parla di rappresentanza, il passaggio delle elezioni europee del 2009 vedrà affacciarsi novità di una qualche potenza e influenza sui destini dell’Ue? Lafontaine fa ancora il filosofico: «Non siamo che all’inizio del processo. E c’è un detto poetico tedesco: ogni inizio riserva una magia». Interpola Gysi: «L’esperienza si sta costruendo, il 2009 potrà essere una verifica, adesso è il momento di un vero slancio, ma i cambiamenti ce li aspettiamo dopo». Riprende Lafontaine: «Comunque, si vede luce al fondo del tunnel. C’è stato il no al Trattato costituzionale europeo, per la sua genesi ademocratica e i contenuti socialmente insoddisfacenti, in Francia e nei Paesi Bassi. Poi la lotta contro la direttiva Bolkestein. Poi gli scioperi dei portuali e la grande lotta che ha sconfitto il Cpe in Ffrancia. Per la sinistra che intendiamo la questione è costruire un programma davvero alternativo, a livello europeo. Qualcosa che abbozzi una nuova, effettiva Costituzione per l’Europa».

Liberazione 31.10.06
I leader tedeschi della Die Linke incontrano il segretario del Prc,
la vicepresidente del gruppo alla Camera Mascia, la senatrice Gagliardi

Sinistra europea, identità e culture a confronto
di Angela Mauro


Il proletariato non c’è più. Al suo posto c’è il precariato. Parola di Oskar Lafontaine. E’ questa una delle fondamentali cifre del nostro tempo e senza decifrare il nostro tempo la sinistra non può fornire risposte alla crisi del neoliberismo, ragiona “Oskar il rosso” che insieme a Gregor Gysi, ex leader della Sed della Germania dell’est, dà battaglia alla Grande Coalizione di Angela Merkel nel gruppo parlamentare della Die Linke, collocato all’opposizione a Berlino e nella Sinistra Europea con Rifondazione comunista in Europa. Lafontaine e Gysi si sono confrontati con il segretario nazionale del Prc Franco Giordano, la vicepresidente del gruppo di Rifondazione alla Camera Graziella Mascia, la senatrice del Prc Rina Gagliardi nel dibattito “Identità e culture per la Sinistra del XXI secolo”, organizzato da Rifondazione comunista in occasione della visita a Roma dei due capigruppo tedeschi al Bundestag.

«Per individuare i compiti della nuova sinistra, dobbiamo prima chiederci cosa c’è di nuovo nella società», pungola Lafontaine che elenca subito i dati. «C’è un capitale finanziario internazionale che conta solo 500 grandi gruppi come produttori di più della metà dei prodotti a livello mondiale; c’è un flusso di denaro costituito per il 95 per cento da speculazioni finanziarie e per il restante 5 per cento da economia reale, mentre prima avveniva esattamente il contrario; non c’è più il proletariato, ma c’è il precariato, vale a dire ci sono sempre più persone con contratti di lavoro non duraturi, con nessuna sicurezza sul piano sociale, impossibilitate a programmarsi un futuro». Sono le conseguenze di un nuovo tipo di capitalismo che reca in sé anche la «riduzione della democrazia». Spiega Lafontaine: «I precari non vengono alle manifestazioni, non hanno le forze per farlo. Inoltre, non votano e non si presentano alle elezioni». Ed ecco la prima risposta: «Nella democrazia classica la partecipazione alla vita politica era definita dalla proprietà, dal posto di lavoro. Ora: le sinistre non sono solo un movimento che deve definire lo stato di diritto in senso classico, ma servono a rinnovare la democrazia». La sinistra, insiste Lafontaine, deve interrogarsi sul «nesso tra potere e proprietà». Eludere questo interrogativo, significa «non arrivare a risposte», significa che la «precarietà continua a crescere».

In America Latina, Chavez e Morales hanno dato delle risposte. Ora tocca all’Europa, dove non ha fornito soluzioni la “Grosse koalition” tedesca, quel tentativo, sempre più invocato in Italia, di «far poggiare su spalle più larghe riforme impopolari». Gli ospiti tedeschi elencano i risultati negativi della Grande Coalizione della Merkel: «Calo di consensi, aumento dell’astensionismo elettorale, maggiore conflittualità sociale». Giordano coglie la palla al balzo: «Se qualcuno pensa di seguire la stessa strada in Italia, non si sfugge: questo è il rendiconto. Siamo contrari alla Grande Coalizione e se il progetto maturerà davvero, cosa che non pensiamo possa accadere, noi saremo all’opposizione». Ma attenzione: ci sono anche i tentativi di stravolgere il programma dell’Unione e attuare una politica economica e sociale che vari riforme in stile “larghe intese”, anche se targata come centrosinistra. «No - redarguisce il segretario - Vogliamo una politica economica fatta di risarcimento sociale, in linea con il programma dell’Unione».

«La sinistra in Europa ha una nuova possibilità», è l’ottimismo di Gysi che ricorda i tempi in cui, fino a due anni fa, in Germania «non si sentiva il bisogno di una forza che stesse a sinistra della socialdemocrazia di Schroeder». Poi il fallimento dell’ex cancelliere e, nel 2005, l’alleanza elettorale tra la Linkspartei-Pds, partito di riferimento di Gysi, e la Wasg, partito di riferimento di Lafontaine (in corso il processo di fusione che verrà ultimato al congresso l’anno prossimo). «La sinistra non ha i media, fa più fatica a farsi sentire, ma è chiaro che il capitalismo non è la voce alta della storia - continua Gysi - In Italia siete riusciti a cacciare Berlusconi e non era semplice. Adesso il nostro compito comune è partire dal fatto che certe questioni non si possono risolvere a livello nazionale, ma solo con un intervento di livello europeo».

Graziella Mascia parla di «periodo di transizione». Molte le differenze tra Italia e Germania, ma tante anche le affinità. In negativo. «Grande coalizione in Germania, progetti neocentristi in Italia; solo il 5 per cento dei precari trova un posto fisso in Italia, in Germania nel giro di cinque anni i lavoratori interinali sono arrivati ad un totale di un milione di persone; in Italia c’è uno scontro aperto sulle pensioni, in Germania la Grosse koalition sta approvando una riforma che innalza l’età pensionabile da 65 a 67 anni». E’ tempo di una politica comune, è tempo di «accelerare il processo di costituzione della sezione italiana della Sinistra Europea», sottolinea Giordano. «Dobbiamo puntare su un accordo internazionale sulle remunerazioni - suggerisce Lafontaine - Come diceva Rousseau, i deboli hanno bisogno di “pioggia e leggi”. Bene, noi dobbiamo agire affinché ci sia un sistema di protezione che permetta ai precari di essere liberi». Ma, insiste “Oskar il rosso”, la sinistra deve «ricordarsi del proprio linguaggio, deve interrogarsi sul nostro tempo e dire che è terrorismo l’attentato dell’11 settembre, sono terrorismo i kamikaze, ma sono terrorismo anche le guerre in Iraq e Afghanistan. Se usiamo il linguaggio degli avversari politici, non creiamo una nostra politica».

Precarietà cifra del nostro tempo. In Germania è difficile far scendere i precari in piazza. In Italia si punta alla mobilitazione. Giordano ricorda l’appuntamento di sabato prossimo: «Una manifestazione né contro e né a favore del governo, perché Rifondazione non ha governi amici né governi nemici. Quello del 4 novembre è un corteo contro la precarietà che dilaga, che cambia le relazioni umane, cambia il “tipo umano” del nostro tempo».

lunedì 30 ottobre 2006

LATINA OGGI, DOMENICA 29 OTTOBRE
Voleva la luna
di Licia Pastore

VOLEVA la luna. Quella delle notti stellate, dei silenzi densi di suggestioni. Dei paesaggi di Lenola. Sognava un futuro da regista e invece scelse la via dell'impegno militante per la libertà. Ingrao. Così mi ha suggerito di chiamarlo quando, impacciata come una principiante, non riuscivo a decidere se chiamarlo presidente o maestro. Telefonai con questo dubbio nella sua casa di Lenola. «Mi chiami Ingrao... basta», disse intuendo l’imbarazzo.
E così chiesi un appuntamento per una intervista che solo dopo averlo incontrato ho capito di non essere riuscita a fare. Ha prevalso la passione per l'ascolto di racconti scanditi da parole lente, calme, anche se a tratti affilate, che descrivevano anche nei silenzi il suo legame con Lenola e con questa provincia mai stata molto riconoscente né nei confronti del leader né, tanto meno, dell'Ingrao 'artista' che si legge in Volevo la luna.
Volevo la luna. Una storia personale e sociale che si ferma al '78. Sessantatrè anni.
La guerra, la Resistenza, il primo dopoguerra, la 'guerra fredda', il rapimento e l'assassinio di Aldo Moro, la guerra infinita. E resta sempre forte il rapporto con la terra d'origine dalle pagine del libro. Lenola, i monti Lepini, le coste. Formia, Gaeta, Sabaudia descritte con l'affetto di chi riesce a trovare l'efficacia delle parole giuste per rendere i luoghi coinvolgenti, diversi anche per chi li conosce.
Quindi la riflessione sul perché del rapporto così forte con un ambiente tanto ostico. Con l'aria di un ragazzo, Pietro Ingrao ha volentieri raccolto le richieste.
«Perché questo legame così forte? A me faceva molto impressione il rapporto con il mondo naturale. I cieli. Il trascolorare delle luci, il tramonto la sera, le albe quando suonava la campana della chiesa madre. Un mondo fisico che vedevo dinanzi a me inteso come terra, come fronde, come incarnati celesti... come variare anche delle stagioni, ciascuna con una propria fisionomia. Per esempio le notti estive erano una cosa che mi affascinava sempre. Contemporaneamente mi colpiva molto il calare dell'autunno quando sembrava che il paese si asciugasse, la gente si ritirasse e venivano altre luci. Un mondo io direi fisico che vedevo di fronte a me. Le campagne i boschi le montagne. I colori di certe ore. Tutto ciò mi prendeva molto. E questo io lo trovavo là dove ero nato. Quel fianco di collina in cima a cui c'era il Santuario. Un po' fuori dal paese c'era una specie di varco che era quello che noi chiamavamo "il capannale", c'era la grande scalinata che sale fino al Santuario. E lì all'inizio della scalinata c'è come un'arcata che era diventata una cosa favolosa e anche un po' terribile. Si diceva che lì si era impiccato un uomo e quindi quando io lo attraversavo venendo dal paese, quell'arco all'inizio della scalinata verso il colle, lo facevo sempre di corsa perché ci poteva sempre essere l'apparizione dell'impiccato. A me piaceva molto stare nel paese. Casa nostra era fuori, io la sentivo quasi come un luogo separato dalle altre case, dalle vie dove le persone si radunavano.
Tutte queste cose mi creavano uno stato d'animo doppio. Da una parte il desiderio di scendere in piazza e andare a casa di mio nonno, di andare vicino al caffè dove giocavano a carte, di seguire i grandi nelle passeggiate che facevano lì intorno, il desiderio di andare a trovare il centro dove si radunavano le persone. Contemporaneamente sentivo di stare in una dislocazione singolare, abbastanza solitaria e di essere continuamente richiamato dagli eventi naturali. In quel paese, alla distanza, tutto acquistava per me un sapore misterioso, inspiegato. Io non ho capito mai, tanto per semplificare, perché c'erano i rintocchi del campanile della chiesa all'alba quando ci si svegliava. Poi c'erano le campane di mezzogiorno. Poi alle tre del pomeriggio, non lo dimenticherò mai, c'erano sette-otto rintocchi assolutamente isolati. E io non sapevo capire. Mentre capivo il mezzogiorno, mentre capivo anche la sera, non sapevo capire questi rintocchi.
Mi sembravano assolutamente muti. Non sapevo collegarli ad un evento nostro, umano, e quindi mi sembravano muti. Il rapporto con questo mondo umano era fatto molto di queste cose diverse. Non mi venivano spiegazioni neanche dalla mia famiglia, dai miei nonni a cui ero profondamente legato. E allora mi chiudevo in me stesso e scrivevo versi. Avvertivo che ero un tipo un po' strano... Non ero bravo nelle cose che sentivo erano molto apprezzate. Ho cominciato a scrivere delle poesie da piccolissimo, poesie che non valevano niente.
Contemporaneamente tutti ambivano a fare i chierichetti, a servir messa... io non ero capace. Non ci riuscivo».
Alla domanda se abbia mai capito il perché di questa singolarità, non esita.
«Sì, era l'inserimento in un rito costruito artificialmente. Il mio paese era molto religioso. C'erano gli eventi e si muoveva tutto il paese, contadini e signori. Io sentivo che era un ordinamento artificiale. C'era la sfida, il confronto a comprare il diritto a portare il Santo. Lo legavano a un fatto materiale. Quando andavo a confessarmi sentivo che c'era una meccanicità nel rapporto con il sacerdote. Mi colpiva la partecipazione della gente all'esteriorità del rito».
Nonostante l'influenza forte della famiglia e in particolare della madre, Pietro Ingrao ricorda bene come non fosse mai stato trascinato dai contesti dei riti.
Le parole scorrono lentamente nel racconto di quegli anni che descrivono come era considerato nel paese. Contraddizioni curiose anche a distanza di tanti anni.
Ha ben presente il primo comizio a Lenola, quando nel mezzo dell'incontro arrivarono gli stendardi di una processione. E altrettanto chiaro è il ricordo della sua elezione a deputato e i momenti di grande distacco dal paese.
«Beh, comunque, nonostante questo... quei colori, quei cieli a me piacevano molto».
Quando è nata Latina, da Lenola che idea c'era di questa città?
«Ne ebbi un'idea positiva. Allora non avevo ancora compiuto il salto antifascista. Ricordo che stavo a Formia. Il '36 è la data fatidica per me, quando scoppia la guerra di Spagna, ma prima c'è tutta la relazione con questo mondo. Allora io non fui contro la "città nuova" che andava sorgendo, tant'è vero che poi feci quella poesia che mi è costata tanti attacchi. Quella la poesia che ho portato ai Littoriali di Firenze. La portati a leggere anche a Montale che fece una smorfia. Allora, all'inizio della bonifica delle paludi pontine, ci sono anni in cui io vesto la divisa, vado a fare tutte le esercitazioni che volevano e scrivo anche la poesia per la nascita di Littoria e partecipo ai Littoriali. E lì però conobbi uno come Antonio Amendola, figlio del martire ammazzato dai fascisti, Bruno Sanguinetti e altri che, insomma, mi hanno tirato via via verso la lotta antifascista. Il discrimine è stata la guerra di Spagna.
Quello per me è stato il passaggio cruciale, avvenuto mentre ero preso dalla passione del cinema. Volevo fare il regista. Avevo cominciato a collaborare con Visconti, volevo fare grandi film. Credevo e credo ancora adesso di intendermi di cinema più di tanti altri. Frequentavo il Centro Sperimentale di Cinematografia, poi nel luglio del '36 scoppia la guerra di Spagna con l'accelerazione dell'ondata nazifascista e a quel punto io cambio libri e strada. Dico basta con il cinema. Verranno anni tragici, terribili. Io ho imparato da quelli della mia età, la formazione fondamentale mi è venuta da Antonio Amendola, Mario Alicata, Paolo Bufalini e altri, e quei pochi operai con cui eravano riusciti a entrare in contatto.
Questa la mia formazione però, appena mettevo piede su quel colle di Lenola immediatamente avvertivo come una scossa. Quell'aria quei paesaggi».
Licia Pastore
(Si ringraziano Fabio Pannozzo e Francesca Caddeo per la collaborazione)


Mamadou Ly, “IRAN 1978-1982, una rivoluzione reazionaria contro il sistema” - Prospettiva Edizioni - 2003, pp. 160, €14

In questo libro si possono rintracciare molti spunti interessanti per un ulteriore approfondimento dei temi trattati nell’incontro con Antonello Sacchetti tenutosi alla libreria Amore e Psiche. L’autore fornisce un nucleo essenziale di informazioni storiche, indispensabili per contestualizzare la rivoluzione iraniana, e chiarisce i punti fondamentali della politica degli scià, illustrando con precisione sia cosa comportasse per la popolazione la subordinazione a potenze straniere, sia la vera natura della cosiddetta “rivoluzione bianca”, che ha portato più che ad una liberalizzazione dei costumi, ad un’importazione coatta di costumi liberali ed ad una riforma agraria che ha illuso e finito di devastare le economie dei contadini poveri.
La rivoluzione del ‘78 viene quindi interpretata come il movimento di un’intera società “[…] per esprimere e realizzare le proprie aspirazioni e speranze, per farla finita con l’oppressione, per cambiare radicalmente ed in meglio la vita […]”, un movimento fatto di scioperi, autogestioni, manifestazioni spontanee ed auto-organizzate.
Un movimento che però ha fallito, degenerando in “[…] una delle forme più brutali ed al tempo stesso più subdole di oppressione”. Nell’investigare le complesse dinamiche che hanno condotto a tale fallimento Mamadou Ly ne analizza i due principali protagonisti ideologici: l’islam ed il marxismo, non riconoscendo invece al nazionalismo il ruolo di pensiero autonomo. A tale riguardo un aspetto particolarmente interessante è quello del rapporto tra il concetto del martirio caro all’islam sciita e la brutale repressione messa in atto dall’esercito nei confronti di centinaia di migliaia di manifestanti pacifici che avevano liberamente optato per una lotta di tipo non violento. La religione - secondo l’autore - avrebbe annichilito ogni possibilità di riuscita della rivoluzione offrendo alla popolazione brutalizzata una chiave di lettura eroica delle perdite subite ed una via d’uscita facile e sicura: affidarsi al governo del clero per essere guidata a quella che presentavano come l’unica vera liberazione, quella ultraterrena. Da questa prospettiva, la guerra contro l’Iraq rappresenta solo un ultimo, pur fondamentale, passo di un processo ampiamente avviato. D’altra parte ai gruppi marxisti organizzati viene imputato l’errore di aver perso in contatto con le masse rivoluzionarie, optando per la violenza terroristica e lasciando così campo libero al clero sciita militante.
Sicuramente la sintesi qui riportata non rende giustizia alla levatura dell’opera che, pur essendo relativamente breve, offre un punto di vista sulle vicende trattate assolutamente originale rispetto all’ampia bibliografia esistente, più pienamente umano e scevro da atteggiamenti accademici o impostazioni dottrinarie.
Forse il testo non è di facile reperimento, ma può sicuramente essere trovato nelle due librerie della casa editrice Prospettiva Edizioni:
- Roma, via dei Sabelli 62 (San Lorenzo)
- Firenze, via Pisana 26/a
La casa editrice può essere contattata all’indirizzo e-mail prospettiva.ed@flashnet.it.
Per qualunque informazione o chiarimento sull’autore o altro, sono disponibile.
Luce Prignano


La Stampa 30.10.06
IL CENTROSINISTRA RIFIUTA L’IPOTESI «IL COMPROMESSO? UN ODIOSO TRADIMENTO DEGLI ELETTORI»
«Governissimo? Sarebbe un dramma»
Bertinotti lancia l’allarme. Prodi: vado avanti tranquillo e sereno
di Maria Grazia Bruzzone

ROMA. Non è un mistero che Rifondazione comunista veda come fumo negli occhi le ipotesi di Grande Coalizione o di un governo tecnico sulle quali continua ad esercitarsi il centrodestra, malgrado la netta chiusura di Romano Prodi, che dopo il vertice di sabato ha ripetuto ieri ostentatamente: «Andiamo avanti, tranquilli e sereni». Ma che un’eventualità del genere possa addirittura avere ripercussioni su una delle principali cariche dello Stato, ovvero sulla presidenza della Camera, è un’altra cosa. E attizza il dibattito, reso attuale dalle incognite che pesano sul passaggio parlamentare della Finanziaria.

E’ lo stesso Fausto Bertinotti, segretario del Prc prima di salire sullo scranno di presidente di Montecitorio, a dire che sarebbe pronto ad andarsene qualora una parte del censtrosinistra dovesse raggiungere un accordo con la Cdl, o con un pezzo di centrodestra, per fare un governissimo. Bertinotti lo ha detto in una intervista a Bruno Vespa, che lo riporta nel suo ultimo instant book in uscita il 4 novembre. Ma oggi, pur precisando, la terza carica dello Stato non smentisce. Grande Coalizione? «Sarebbe un momento drammatico della mia vicenda personale, uno scenario al quale non voglio pensare - dice Bertinotti a Vespa. - Per il nostro popolo sarebbe una sconfitta terribile. Non si potrebbe cambiare il presidente della Camera? Una situazione del genere sommerebbe la sconfitta, la resa, il compromesso inaccettabile. Non voglio usare toni troppo gravi, ma le sinistre dovrebbero ripensare tutto». Parole indubbiamente pesanti. Quanto al governo tecnico, Bertinotti ne dà «un giudizio perfino peggiore»: «Equivarrebbe a una forma di dimissioni dalla politica. Sarebbe una Grande Coalizione travestita, con la colpa aggiuntiva di occultare la sua vera natura dietro una presunta tecnicità».

Poi però il presidente di Montecitorio, interpellato, attenua il senso delle sue parole, chiarendo che non equivalevano a un annuncio di dimissioni, in quanto «ritengo di precisare che non vi sia alcun rapporto fra assetti istituzionali e quadro politico del governo». Una forzatura di Vespa, allora? Il giornalista nega. «Da vero gentiluomo Fausto Bertinotti non ha smentito. La sua frase “ma non si potrebbe cambiare il presidente della Camera?” era evidentemente frutto di una sofferenza personale e politica e non l’annuncio di una scelta istituzionale». Sofferenza vera e annuncio un po’ meno, insomma.

Resta il fatto che sulle larghe intese, nella forma della Grande Coalizione alla tedesca avanzata da Berlusconi, in quella del governo tecnico prospettato da Fini, a destra si continua a rilanciare. Provocando a sinistra risposte ovviamente tutte negative, dal Pdci all’Udeur, dove Clemente Mastella, prese le difese di Lamberto Dini («una persona per bene, oggetto di attacchi ingiustificati»), scandisce: «La verità è che dopo Prodi ci sarebbero solo elezioni anticipate o lo scioglimento del Senato».

Per il capogruppo alla Camera dei comunisti italiani Pino Sgobio, «le larghe intese sarebbero una sciagura, un odioso tradimento della volontà espressa dai cittadini». «Nel centrosinistra si discute di Finanziaria ma non è certo in discussione il governo Prodi. Su questo risultato chiaro e netto emerso al vertice di ieri c’è poco da arzigogolare», taglia corto dallo Sdi il vicepresidente Roberto Villetti. E Renzo Lusetti, responsabile informazione della Margherita: «È inutile che una parte della Cdl, sempre più divisa, evochi continuamente il fantasma della grande coalizione». «Se le possono scordare le grandi intese» gli fa eco il prodiano Franco Monaco che, preso atto che ad evocarle oggi siano anche due bipolaristi convinti come Berlusconi e Fini, osserva malizioso: «Ma non miravano alla spallata e a nuove elezioni subito?».

La Stampa 30.10.06
DOPO IL DISCORSO DEL PAPA A RATISBONA, BISANZIO E L’ISLAM AL CENTRO DELL’ATTENZIONE
Costantinopoli 1204
lo scontro di civiltà voluto dall’Occidente
di Silvia Ronchey

Quando Benedetto XVI nel suo discorso di Ratisbona del 12 settembre ha evocato la frase antislamica di un imperatore bizantino, molti avrebbero potuto credere che l’idea della «cattiveria assoluta» di Maometto fosse diffusa nell’Impero cristiano d’oriente, quello che per otto secoli fu a più stretto contatto con l’Islam. Niente di meno vero. Se vogliamo comprendere la realtà di oggi, il cosiddetto «scontro di civiltà», dobbiamo tenere conto che la guerra santa e la disinvoltura nel convertire con la spada, durante il Medioevo, appartenevano più all’immagine degli occidentali che a quella degli islamici. Anzi, spesso Bisanzio si alleò con l’Islam proprio per difendersi dall’aggressione dei crociati e dal proselitismo confessionale dei papi nei Balcani e nella Mitteleuropa. È in funzione antioccidentale che l’alleanza col grande Saladino, ad esempio, fu inaugurata da un imperatore geniale e carismatico come Andronico Comneno, il protagonista maschile de L’Impero perduto. Vita di Anna di Bisanzio di Paolo Cesaretti (Mondadori, 381 pagg., 19 euro). Un libro polifonico, nella cui narrazione si incrociano molte storie, fra cui una straordinaria, tutta femminile: quella di Agnès, figlia del re di Francia, ribattezzata Anna e iniziata adolescente dal sessantenne Andronico, suo sposo, alla superiorità della cultura di Bisanzio. Le vicende romanzesche di questa imperatrice occidentale convertita all’oriente fanno da contrappunto simbolico a quelle, antitetiche, della definitiva frattura tra l’Europa occidentale e quell’oriente europeo che per un millennio fu Bisanzio.

La grande attualità e utilità de L’Impero perduto di Cesaretti sta anzitutto nella sua minuziosa, severa e anti-ideologica ricostruzione di uno scontro di civiltà diverso ma forse più radicale di quello odierno: il conflitto che otto secoli fa portò noi europei a distruggere l’impero che, da un lato, custodiva la culla stessa della nostra civiltà e, dall’altro, costituiva l’indispensabile interfaccia di mediazione e di dialogo con quel mondo asiatico, già allora sempre più islamico, con cui oggi sempre meno riusciamo a comunicare. Si parla di «deviazione» della Quarta crociata, quasi fosse stata un’idea repentina e non un preciso piano di conquista, già prospettato da Federico Barbarossa e da Enrico VI. Ben prima di entrare a Costantinopoli, i crociati avevano minuziosamente discusso e patteggiato tra loro, e soprattutto con Venezia, spiega Cesaretti, la spartizione dell’impero che avrebbero sostituito a quello bizantino, istituendo anche una gerarchia ecclesiastica cattolica in luogo di quella ortodossa.

L’irruzione del 13 aprile 1204 fu «il più grande saccheggio della storia del mondo», a detta dello stesso storico francese Goffredo di Villehardouin. Anche se Cesaretti getta acqua sul fuoco delle fonti, l’enormità sacrilega della presa di Costantinopoli, la portata simbolica degli atti di profanazione e distruzione dei latini segnano la più grande svolta della storia di Bisanzio e, dunque, del Mediterraneo medievale. Del resto, la ferocia della «guerra santa» di quei «precursori dell’Anticristo» che «portavano la croce cucita sulle spalle» ebbe come testimone oculare, da parte bizantina, il più acuto, spregiudicato e disincantato degli osservatori politici: lo storico Niceta Coniata, segretario del basileus allora in trono ma anche suo massimo critico, pensatore politicamente indipendente e non certo corifeo del potere. Proprio come nella celebre definizione di Steven Runciman, i veri «barbari», nelle frasi di Niceta, non sono i musulmani, che anzi i bizantini difendono a spada tratta quando viene dato fuoco alla locale moschea, ma i crociati, che scannano, violentano, depredano, devastano tutto, che portano «abominio e desolazione» nel Sacro Palazzo, sacrilegio e lerciume nella Grande Chiesa, Santa Sofia, di cui fanno a pezzi perfino il portentoso e maestoso altare: «Dalla gente latina, ora come allora, Cristo è stato di nuovo spogliato e deriso, e le sue vesti sono state spartite, e, anche se il suo fianco non è stato trafitto dalla lancia, il fiume del Sangue Divino ha di nuovo inondato la terra».

Ma più ancora delle parole di Niceta, e delle molte altre fonti annodate dall’alacre telaio narrativo di Cesaretti, a rendere la tragica primitività del saccheggio crociato di Costantinopoli è un mosaico della chiesa di San Giovanni Evangelista a Ravenna. Le sequenze di questa stilizzata cronistoria visiva della Quarta crociata, una delle quali non a caso è proprio la copertina de L’Impero perduto, sembrano murales contemporanei. In questi disegni in bianco e nero, insieme naïf e raffinatissimi, l’unica differenza tra i crociati dalle spade sguainate e le loro vittime - tra i due popoli cresciuti nella stessa fede, nello stesso retaggio culturale, nella stessa tradizione giuridica - è il colore dei cappelli a punta dei bizantini, rosso come il sangue.

Corriere della Sera 30.10.06
La scienza è democrazia. E' questo che non piace?
LE CRITICHE DEL VESCOVO
di Edoardo Boncinelli

Per la scienza i tempi si fanno sempre più duri. Soprattutto per la scienza di base, quella volta a esplorare il mondo e a cercare di chiarirne i misteri. Si moltiplicano gli appelli ai giovani perché si dedichino alle discipline scientifiche; si moltiplicano le dichiarazioni ufficiali di appoggio alla ricerca; si moltiplicano i Festival che avvicinano sempre più gente, soprattutto giovane, al mondo della scienza e delle sue realizzazioni, ma l'atteggiamento globale verso la scienza non migliora, se addirittura non peggiora. Non più tardi di ieri, infatti, il vescovo di Genova, ha criticato il Festival della Scienza perché «troppo a senso unico», e indirettamente la scienza «che non può essere del tutto libera, senza alcun vincolo». In un paese che destina le briciole del suo bilancio alla ricerca e ai suoi operatori, ci si potrebbe almeno aspettare un atteggiamento positivo e di apprezzamento nei riguardi della scienza, ché tanto non costa nulla. Ma non è così. L'attacco viene da più parti ed è frontale: la scienza viene criticata nei suoi presupposti, nei suoi risultati e nelle sue applicazioni, il tutto nella patria di Galileo!
La scienza produce conoscenza, applicazioni pratiche e cultura ed è portatrice di un particolare atteggiamento mentale. Per quanto riguarda la conoscenza, il progresso scientifico ci ha permesso di comprendere cose inimmaginabili, del cielo, della terra, degli esseri viventi e della mente. Ma secondo alcuni questa non è vera conoscenza: si tratta di verità parziali, temporanee e settoriali. Come se esistesse un'altra attività umana che ci dà verità globali, eterne e universali.
La scienza ha portato, in concorso con la tecnica o indipendentemente da quella, uno stuolo di applicazioni pratiche in tutti i campi, che tutti, senza eccezione, utilizzano. Ma è vezzo comune parlarne solo male, evidenziandone i rischi e la potenza disumanizzante.
La scienza ha introdotto nel nostro linguaggio quotidiano concetti e argomenti che hanno dato nuova linfa alla nostra cultura, dischiudendo ai nostri occhi orizzonti ideali senza precedenti, sul mondo che vediamo come su quello che non vediamo, perché popolato di entità troppo grandi o troppo piccole per i nostri sensi. Se non si dedica primariamente alle cosiddette grandi domande di senso — colpa fondamentale per qualcuno — ha comunque contribuito a cambiare la formulazione della maggior parte di esse. Che secondo me è il massimo che si possa fare.
La scienza è infine un metodo, uno stile di lavoro e una mentalità. La scienza educa allo spirito critico, alla non accettazione di affermazioni date per scontate, alla messa in discussione del più alto numero possibile di presupposti a priori, all'ascolto delle argomentazioni dell'altro, alla critica e alla disponibilità a essere criticati. Tutto questo costituisce secondo me anche il fondamento della democrazia, almeno nella sua accezione moderna.
Probabilmente è il contributo dato alla cultura e alla diffusione dello spirito critico che i nemici della scienza vogliono colpire. Ma non osano e allora chiamano in causa e criticano il suo potere esplicativo e predittivo e le sue applicazioni pratiche, delle quali tra l'altro la scienza più vera e profonda potrebbe benissimo fare a meno.
Si dice che la scienza abbandonata a se stessa potrebbe portare guasti infiniti e addirittura autodistruggersi. Innanzitutto, questo è vero per qualsiasi cosa: niente è bene se abbandonato a se stesso. Ma non sarà certo la scienza quella che correrebbe più velocemente verso il disastro una volta abbandonata a se stessa, essendo opera di pochissimi individui, che sono per giunta scontrosi e individualisti per natura. In secondo luogo, se davvero si ravvisa questo pericolo, non lasciamola sola: studiamola, frequentiamola, esploriamola, tentiamola. E magari facciamola.

Corriere della Sera 30.10.06
Quel liberale di Karl Marx
Per Attali era vicino a Stuart Mill ma non credeva nella democrazia
di Jacques Attali

Il suo pensiero è stato saccheggiato, utilizzato, esaltato, con il risultato che il sogno più bello si è trasformato nella peggiore barbarie Jacques Attali è nato ad Algeri nel 1943. Economista di formazione, è stato consigliere di Mitterrand

PARIGI — Il comunismo è morto, evviva Marx. Lenin e Stalin? Scrocconi intellettuali, cinici manipolatori di un grande «pensatore liberale». La rivoluzione russa? Un incidente della storia, un tentativo prematuro, e non condiviso, da chi invece aveva previsto il mercato globale, la supremazia del capitalismo, la diffusione della cultura di massa come strumento di liberazione dell'uomo, l'impoverimento delle classi medie, un mondo in cui i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri (e più numerosi), il differenziale sempre più ampio e decisivo fra produzione e finanza: insomma il mondo di oggi, l'era della globalizzazione, l'anticamera della fine degli Stati nazionali e delle classi sociali.
Leggendo le 418 pagine di Karl Marx, ovvero lo spirito del mondo
(Fazi editore, e 22), si può avere l'impressione superficiale di un'ennesima «riscoperta» del marxismo, fra le innumerevoli biografie e saggi apparsi sull'autore del «Capitale», o di una rivalutazione del suo pensiero nell'epoca in cui è diventato di moda (e politicamente corretto) buttarlo nella spazzatura della storia, sia come ispiratore dei peggiori crimini e dei più fallimentari sistemi politici, sia — più benevolmente — come il teorico di un sogno irrealizzabile in cui sono morte le speranze di milioni di uomini.
Ma Jacques Attali, che non è mai stato marxista, compie con successo un'impresa diversa e affascinante: scrivere il romanzo della vita di Marx, scavarne in profondità l'uomo e restituirci l'attualità di analisi e intuizioni.
Come disse Engels nell'orazione funebre, Marx è stato il «Darwin della storia sociale dell'uomo».
«Non si tratta di rivalutare il marxismo. Ho semplicemente voluto dimostrare che in molti scritti e opere, forse lette male, forse sconosciute e censurate, forse interpretate a senso unico, è rimasta nell'ombra l'eccezionale modernità del pensiero di Marx. Nessuno, prima di lui, aveva intuito l'importanza della scienza e delle comunicazioni nell'evoluzione dei rapporti sociali. Nessuno aveva compreso l'ascesa della Cina e dell'India sulla scena mondiale.
«Nessuno come lui aveva esaltato il valore della democrazia parlamentare, della libertà di stampa e dell'indipendenza della giustizia. Nessuno prima di lui aveva fatto l'apologia del libero scambio e previsto la fine del colonialismo. Può sembrare un paradosso o una provocazione, ma proprio Marx aveva sostenuto che il capitalismo è il miglior sistema economico e sociale rispetto ai sistemi che l'hanno preceduto. Non solo: aveva detto che il socialismo non è realizzabile in un solo Paese e soprattutto che non era realizzabile in Russia».
Ex consigliere di Mitterrand, economista e saggista di successo, Jacques Attali si è impegnato in prima persona nei problemi dello sviluppo e della governance mondiale. È stato il primo presidente della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo e ha creato «Planet finance», organizzazione senza fine di lucro per la diffusione del microcredito nel terzo mondo. Ha finanziato alcuni progetti del premio Nobel per l'economia, Muhammad Yanus. La sua ricerca su Marx, molto più che un'opera intellettuale, appare quindi come uno «strumento di lavoro», un riferimento necessario «per capire il mondo di oggi» e cominciare a immaginare quello di domani.
Secondo Attali, si va infatti nella direzione di un mercato globale caotico e ingovernabile cui seguirà, se l'umanità vuole sopravvivere, una nuova forma di democrazia planetaria. «Marx è ancora oggi lo spirito del mondo, il sogno di un'umanità migliore mentre il mondo si avvicina alla catastrofe: economica, ecologica, militare».
In buona sostanza, tutto quanto è stato detto, scritto e fatto in nome di Marx sarebbe dunque una truffa ideologica ai danni dell'umanità?
«In un certo senso sì. Dal giorno della suamorte, è stata la vittima del suo eccezionale successo e del suo immenso lavoro di studioso e intellettuale. Il pensiero è stato saccheggiato, utilizzato, esaltato, con il risultato che il sogno più bello si è trasformato nella peggiore barbarie. Marx, ad esempio, non ha mai scritto una riga sulla nazionalizzazione dei mezzi di produzione e ha sempre sostenuto che il socialismo può nascere soltanto dopo l'estensione globale del capitalismo, mai al suo posto. Il Marx che voglio mettere in luce nella mia biografia era soprattutto un giornalista, un instancabile curioso, un uomo che alla ricerca aveva sacrificato tutto se stesso, la salute e persino la famiglia. A lui si deve l'invenzione di una scienza nuova — l'economia politica —, il miglior strumento ancora oggi disponibile per la comprensione del mondo e dei rapporti sociali. Se si considera a torto o a ragione soltanto il Marx rivoluzionario, non si capisce il Marx uomo, il suo essere profondamente legato alla cultura europea, alla filosofia tedesca e ai principi della Rivoluzione francese. E se si considera il «marxismo senza Marx» si perdono di vista le colonne della sua formazione culturale: il legame con il padre, avvocato impegnato per tutta la vita nella difesa dei diritti dell'uomo, e la visione universale dell'ebraismo».
Dovremmo quindi concludere che non soltanto Lenin e Mao, ma anche Sartre e Althusser, fino ai nipotini marxisti di oggi, hanno tutti preso un colossale abbaglio?
«Molti hanno letto testi di Marx e scritto libri sul pensiero di Marx. Lo stesso Engels ne fa in qualche modo una caricatura. Se mi si passa il paragone, è successa la stessa cosa con Gesù Cristo e le versioni e interpretazioni successive del Vangelo. Purtroppo, almeno fino alla caduta del Muro di Berlino, gli studi su Marx sono inevitabilmente connessi ai sistemi politici ispirati al suo pensiero. Io ho voluto dire che è tempo di sbloccare Marx dal marxismo. Ci sono centinaia di biografie di Marx, ma sono quasi tutte analisi di specialisti che lo analizzano da un certo punto di vista: il filosofo, il pensatore, l'ideologo. Io ho cercato di scrivere una vera biografia, in cui sono rintracciabili i nessi fondamentali fra gli scritti e la vita. In gran parte del Capitale si rintracciano idee liberali e influenze dell'epoca: Hegel, Napoleone, Ricardo, Stuart Mill. Marx c'insegna la forza della contraddizione, l'apertura del pensiero critico, la distinzione fra le cause e le responsabilità, la necessità che sia l'uomo al centro di tutto. C'è una frase emblematica che mi ha inseguito in tutto il lavoro: la scoperta dell'elettricità è più importante della Rivoluzione del 1848».
Attali non attribuisce a Marx doti di preveggenza, ma la lucida analisi dei processi economici.
«Basta guardare il mondo di oggi. La finanza internazionale è diventata un'economia virtuale rispetto al profitto della produzione industriale. Marx aveva anche previsto che il capitalismo, per sopravvivere, si sarebbe impegnato in opere solidali e sociali, come dimostrano le iniziative di Soros o di Bill Gates. L'altruismo nei confronti dei poveri è una necessità del mercato. Siccome resto un osservatore neutrale e non un esegeta, avrei voluto trovare nel pensiero di Marx il concetto di alternanza politica, la possibilità che dopo la rivoluzione, il potere potesse tornare alla borghesia in modo democratico. Purtroppo non c'è traccia di questo».
Liberale sì, ma fino a un certo punto.

l'Unità 30.10.06
Guerra alla pedofilia, cancro per la Chiesa
Dietro l’attacco del Papa ai «preti pedofili» 4mila casi negli States, parrocchie in rovina per risarcire i danni

di r.m.


GUERRA ai preti pedofili. È coerente Papa Ratzinger. La svolta è del 2002, dopo una riunione in Vaticano tra i vertici della Chiesa statunitense e i capi dicastero diCuria. Al termine di un lungo percorso, segnato anche da contrasti sulle soluzioni da prendere, passa la linea della «tolleranza zero». Quella caldeggiata dal cardinale Joseph Ratzinger, allora il custode dell’ortodossia. Il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede ha carta bianca. Convince Giovanni Paolo II che era ora di chiudere con la pratica delle «coperture» nei confronti dei sacerdoti accusati di abusi sessuali. Non è più accettabile puntare solo sul recupero del «soggetto malato», da affidare alle cure di qualche specialista, e magari da «spostare» da una parrocchia all’altra. Né si può contare sul silenzio delle vittime. Prima, nel 2001 vi era stata la prima tirata di freni di Papa Wojtyla che con un suo Motu Proprio affida proprio all’ex Sant’Uffizio il compito di affrontare il problema. Ratzinger è già pronto. Dopo poco invia ai vescovi di tutto il mondo le sue «linee guida». Il prete che molesta sessualmente un minore non solo commette un crimine gravissimo contro la persona, ma anche contro la santità del sacerdozio. È la linea della lotta senza quartiere alla pedofilia. L’indicazione è chiara: al primo sospetto «oggettivo» del vescovo, la «pratica» dalle diocesi passa all’ex Sant’Uffizio. Che non archivia. La linea è quella dell’allontanamento immediato del prete accusato di pedofilia. È la risposta vaticana ad una crisi di credibilità fortissima che rischiava di mettere in ginocchio la Chiesa di Roma. E non solo per la reazione sdegnata dei fedeli o per i rimborsi milionari richiesti dalle vittime. Anche se certamente pesano. USA Molte diocesi statunitensi sono in ginocchio per i risarcimenti dovuti alle vittime. Un milione di dollari secondo gli avvocati degli «abusati». Tra le più colpite quelle di Boston, Filadelfia, Los Angeles, New York. Sono state oltre 10.667 le vittime solo negli Usa. Nel 2002 solo a Boston sono state centinaia le denunce presentate. A causa delle proteste per le «coperture» fornite dalla curia locale, l’arcivescovo della città, l’autorevolissimo cardinale Bernard Law, viene trasferito a Roma. Anche il vescovo di Palm Beach viene rimosso. Il fenomeno è diffuso. Solo negli Usa sono stati poco meno di 4.400 i preti ufficialmente posti sotto accusa. E nello stesso anno ben 456 le cause legali aperte. In genere si concludono con «rimborsi» che mettono in ginocchio le diocesi. Nel 2004 è costretta a chiudere per bancarotta quella di Portland.MESSICO Il fenomeno dei preti pedofili è esploso negli Usa, ma interessa la «Chiesa universale». Caso eclatante è stato quello del fondatore dei Legionari di Cristo, il messicano padre Marcial Maciel Degollado, ora ultraottantenne, accusato da alcuni suoi ex seminaristi di molestie sessuali e che recentemente è stato «invitato» dalla Santa Sede «a ritirarsi in una vita di preghiera». Denunce a valanga, circa 1.700 scuotono la Chiesa in Brasile. EUROPA Ma il fenomeno interessa anche l’Europa. In Francia il caso più eclatante è stato quello del vescovo di Bayeux, Pierre Pican, condannato a tre mesi di condanna per «omessa denuncia» per aver «coperto» un prete pedofilo, padre Bassey, condannato a sua volta a 18 anni di reclusione. La pedofilia non ha risparmiato la cattolicissima Polonia. È stato una sofferenza per Giovanni Paolo II accogliere le «dimissioni» di mons. Juliusz Paetz, l’arcivescovo di Poznan, suo amico personale, per anni impegnato in Curia, accusato di aver abusato di preti e seminaristi nella sua diocesi. In Austria il caso che ha fatto maggiore scalpore è stato quello del cardinale Hans Hermann Groer, ex arcivescovo di Vienna, costretto dopo un lungo braccio di ferro a dimettersi nel 1995 per le accuse di molestie rivoltegli da un suo ex allievo di seminario. Ne ha fatto le spese anche la cattolica Irlanda ai cui vescovi si è rivolto sabato il Papa. I casi denunciati sarebbero oltre 350. Quello più grave è avvenuto nella diocesi di Ferns dove il vescovo mons. Comiskey si è dimesso perché si è sentito responsabile per non aver fatto tutto il possibile per fermare un suo sottoposto, padre Sean Fortune, denunciato da 66 persone e morto suicida nel 1999.

l'Unità 30.10.06
Da Capote a Cogne:
perché «a sangue freddo»?
di Luigi Cancrini

Non si parla più come prima della Franzoni e del piccolo Samuele. Io continuo a pensarci e mi chiedo spesso se è davvero possibile che un delitto così sia stato commesso. Che colpevole sia o no la madre, alla fine, quello che è sicuro è che quel delitto, assurdo comunque, è stato commesso da un essere umano. Casi come questi sono stati studiati? Cosa ne può pensare uno psichiatra?
Anna Rossi

Lo studio più interessante è quello compiuto da un gruppo di psichiatri della Mayo Clinic negli anni Cinquanta. Uno studio citato, fra l’altro, nel libro di Truman Capote, «A sangue freddo», dedicato alla ricostruzione giornalistica di una strage compiuta ai danni di un’intera famiglia proprio in quegli anni. Fedele e in vario modo affascinante, il film che ne è stato tratto di recente, ha lo stesso titolo e ripropone le perplessità cui lei dà voce nella sua lettera: le perplessità della persona normale che si trova di fronte a una vicenda inspiegabile ma terribilmente reale.
Una sintesi del contenuto dell’articolo è chiara fin dal titolo che parla di «omicidi senza motivo apparente»: omicidi a danno di vittime «che non c’entrano assolutamente niente» e di cui si può capire qualcosa solo se si entra nel vivo di uno studio sulla disorganizzazione della personalità. Che sostituiscono, cioè, alla ricerca del “movente” su cui si basa tanta letteratura poliziesca, la ricerca delle ragioni profonde per cui una persona compie, in un certo momento della sua vita, un atto che gli appartiene solo in parte. Di cui sa che è suo solo dopo averlo compiuto e di cui da solo sente l’assurdità e l’insensatezza. Suscitando una domanda classica all’interno di questo tipo di situazioni: «come può una persona sana, come sembra essere quest’uomo, commettere un gesto così folle come quello per cui è stato condannato?». Nel caso di Thomas, ad esempio, un “normalissimo” capo della marina militare, di 31 anni, responsabile della sicurezza di un ospedale che mentre chiacchierava con la figlia di 9 anni di un suo superiore l’aveva improvvisamente afferrata e strangolata tenendole la testa sott’acqua fino ad ucciderla; che non ricordava l’inizio dell’aggressione; che si era «ritrovato improvvisamente» a strangolare la sua giovane vittima; o nel caso di Adams un caporale di 24 anni, senza precedenti psichiatrici o penali che, girando alla ricerca di una prostituta vicino ad una cittadina francese era stato avvicinato da un ragazzo di 13 anni che chiedeva di cambiargli moneta militare in moneta corrente francese: insistendo e offendendolo finché lui non l’aveva colpito a morte. Ricordando, Adams aveva insistito sul fatto che non era stata sua intenzione uccidere la vittima e non ricordava il frangente dell’omicidio ma nel momento in cui aveva “scoperto” cosa stava facendo, il cadavere della vittima era già stato gravemente mutilato. Commessi in una condizione di trance, a coscienza per così dire “sospesa”, delitti così sono caratterizzati proprio da una speciale confusione degli assassini riguardo al motivo che li ha determinati. In nessun caso c’era stato un qualche tipo di profitto, materiale o emozionale, da parte dell’aggressore. In nessuno dei casi c’era stata una qualche preparazione del delitto come provato dal fatto che l’omicida aveva ucciso o con le sue stesse mani o con ciò che aveva trovato a portata di mano. In tutti i casi, del resto, l’omicida non si era fermato subito dopo aver ucciso perché l’aggressione sulla vittima era continuata anche dopo la morte: come se l’obiettivo del gesto fosse non l’uccisione, insomma, ma lo sfogo di una furia cieca e incontrollabile.
Lo studio psicopatologico di questi quattro “mostri”, tre dei quali furono giustiziati nonostante il diverso parere degli psichiatri, mise in evidenza una serie di dati concordanti ed estremamente significativi. Il loro era regolarmente in effetti un passato costellato da episodi che mostravano una difficoltà importante di controllo dell’aggressività e da un (corrispondente?) sentimento di essere inferiori, deboli, inadeguati. Lo stato di coscienza era stato spesso alterato, in precedenza, seppure per brevi periodi, nei momenti difficili come se l’entrare in crisi determinasse più facilmente che in altre persone una perdita transitoria del principio di realtà. L’infanzia vissuta da ognuno di loro era un’infanzia infelice, segnata in particolare da episodi di violenza gratuita e crudele da parte di adulti significativi e da una serie di gravi privazioni emozionali.
La conclusione degli psichiatri della Mayo Clinic, che io sottoscrivo pienamente, è quella relativa alla presenza, in tutti questi casi, di un disturbo grave della personalità che può e dovrebbe essere diagnosticato (ed eventualmente curato) prima che un omicidio assurdo lo renda evidente. A fatti ormai avvenuti, in un Paese civile che ha definitivamente abolito la pena di morte altro obiettivo non ci si può dare, d’altra parte, in casi del genere, che quello di una cura centrata sul tentativo di aiutare la persona a riprendere il filo della sua storia e dei suoi comportamenti. Dall’interno di una struttura in cui si sconta una pena perché la cura comincia proprio da qui: dalla presa di coscienza dolorosa e pesante della gravità di ciò che si è fatto. Dal sentirne vergogna e pentimento. Dalla coscienza di dover cambiare qualche cosa dentro di sé per prevenire una ricaduta che altrimenti è sempre possibile.
Un uomo di poco più di 30 anni che aveva ucciso il padre in un modo simile a quello studiato dagli psichiatri della Clinica Mayo e che aveva tentato, dieci anni dopo un altro omicidio altrettanto “assurdo”, ebbe la fortuna d’incontrare, nell’ospedale psichiatrico giudiziario in cui era rinchiuso, una situazione di ascolto psicoterapeutico. Avvicinandosi ormai un’uscita di cui aveva paura, segnalò, sul giornale dei pazienti, che «il rosso, per lui era un semaforo dove lui si fermava a riflettere sulle cose, il colore che l’aveva bloccato una sera per fortuna, altrimenti a quell’ora non sarebbe stato lì a guardare dentro di sé». Efficacemente segnalando ai suoi terapeuti la necessità di avere altro tempo in ospedale prima di potersi permettere di uscire in un momento in cui, per la prima volta, la sua memoria gli dava dolorosamente accesso ai fatti e ai fantasmi di cui non aveva più parlato con nessuno né non con sé stesso.
Tornando alla sua domanda, quello che posso dirle alla fine è semplicemente questo. Che l’essere umano conosce assai poco di sé e di quello che la sua mente gli nasconde. Che nulla vi è di veramente casuale nella nostra vita psichica, tuttavia, e che anche i più assurdi dei nostri gesti meritano d’essere guardati con attenzione, pazienza e rispetto. Chiunque li abbia commessi.